Ne MA PRATI A SAT 0 na ni si E CE fe È i x ° \ 4 SÒ / ù v RESA: XI RL, n de E De ser LEO Yo 6 \ n so % DIS LA N eh 45% va | 0 ICI SR I Gr I È a a LU AIN RR 70 I TIE 6 to RAD De xo o li Ù L° ATTO ATTI DELLA R. ACCADEMIA DELLE SCIENZE MAR2 | Verrani ional Museu DI: POHINOGO PUBBLICATI DAGLI ACCADEMICI SEGRETARI DELLE DUE CLASSI VOLUME QUARANTESIMOQUINTO 1909-910 DANCELLEBE TORINO VINCENZO BONA Tipografo di S. M. e dei Reali Principi. 1910 ELENCO ACCADEMICI RESIDENTI, NAZIONALI NON RESIDENTI STRANIERI E CORRISPONDENTI aL 51 Dricemsre 1909. DI NB. — La prima data è quella delVelezione, la seconda quella del E. Decreto che approva l'elezione. PRESIDENTE D’Ovidio (Enrico), Senatore del Regno, Dottore in Matematica, Professore ordinario di Algebra e Geometria analitica nella R. Università di Torino, incaricato di Geometria analitica e proiettiva e Direttore del R. Poli- tecnico di Torino, Uno dei XL della Società Italiana delle Scienze, Socio Nazionale della R. Accademia: dei Lincei, Socio ordinario non residente della R. Accademia delle Scienze di Napoli, Corrispondente del R. Isti- tuto Lombardo di Scienze e Lettere, onorario della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena, Socio dell’Accademia Pontaniana, delle Società matematiche di Parigi e Praga, Comm. +, e aes. Torino, Corso Sommeiller, 16. Rieletto alla carica il 17 marzo 1907 — 19 aprile 1907. . VICE-PRESIDENTE Boselli S. E. (Paolo), P.° Segretario di Stato dell'Ordine Mauriziano e Can- celliere dell'Ordine della Corona d’Italia, Dottore aggregato alla Facoltà di Giurisprudenza della R. Università di Genova, già Professore nella R. Università di Roma, Professore Onorario della R. Università di Bo- logna, e Socio corrispondente della Classe di scienze morali della R. Accademia delle Scienze dell’ Istituto di Bologna, Vice-Presidente della R. Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie e la Lom- bardia, Socio Corrispondente dell’Accademia dei Georgofili, Presidente della Società di Storia Patria di Savona, Socio onorario della Società Ligure di Storia Patria, Socio onorario dell’Accademia di Massa, Socio della R. Accademia di Agricoltura, Corrispondente dell’Accademia Dafnica di Acireale, Presidente Onorario della Società di Storia Patria degli Abruzzi in Aquila, Membro del Consiglio e della Giunta degli archivi, Presidente del Comitato Centrale della Società “ Dante Ali- ghieri,, Presidente del Consiglio di Amministrazione del R. Poli- tecnico di Torino, Presidente del Consiglio Superiore della Marina Mer- IV cantile, Membro del Consiglio del Contenzioso diplomatico, Deputato al Parlamento nazionale, Presidente del Consiglio provinciale di Torino, Gr. Cord. & e «es, Gr. Cord. dell'Aquila Rossa di Prussia, dell’Ordine di Alberto di Sassonia, dell’Ord. di Bertoldo I di Zàhringen (Baden), e dell'Ordine del Sole Levante del Giappone, Gr. Uffiz. 0. di Leopoldo del Belgio, Uffiz. della Cor. di Pr., della L. d'O. di Francia, e C. O. della Concezione del Portogallo. — Torino, Piazza Maria Teresa, 3. Rieletto alla carica il 17 marzo 1907 — 19 aprile 1907. & TESORIERE Parona (Carlo Fabrizio), Dottore in Scienze naturali, Professore e Direttore del Museo di Geologia e di Paleontologia della R. Università di Torino, Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei, Socio residente della R. Accademia di Agricoltura di Torino, Socio corrispondente del R. Isti- tuto Lombardo di Scienze e Lettere, del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, della R. Accademia delle Scienze di Napoli, e Corrispon- dente dell’I. R. Istituto Geologico di Vienna, Membro del R. Comitato Geologico, ecc., Cav. &&. — Torino, Museo Geologico della R. Università, Palazzo Carignano. Eletto alla carica 9 giugno 1907 — 30 giugno 1907. CLASSE DI SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Direttore Naccari (Andrea), Dottore in Matematica, Professore di Fisica sperimentale nella R. Università di Torino, uno dei XL della Società Italiana delle Scienze, Socio Nazionale della R. Accademia dei Lincei, Socio corrispon- dente del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, dell’Accademia Gioenia di Scienze naturali di Catania e dell’Accademia Pontaniana, Uffiz. &, Comm. &&. — Torino, Via Sant Anselmo, 6. Eletto alla carica il 15 dicembre 1907. Segretario Camerano (Lorenzo), Senatore del Regno, Dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche, matematiche e naturali, Professore di Anatomia com- parata e di Zoologia e Direttore dei Musei relativi nella R. Università di Torino, Membro del Consiglio e della Giunta Superiore della Pubblica Istruzione, Rettore della R. Università di Torino, Socio della R. Accademia di Agricoltura di l'orino, Socio corrispondente del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Membro della Società Zoologica di Francia, Socio corrispondente del Museo Civico di Rovereto, della Società Scientifica del Cile, della Società Spagnuola di Storia naturale, Socio straniero della Società Zoologica di Londra, Socio onorario della Società scientifica del Messico, Socio onorario della Società zoologica italiana, &, Comm. 8. — Torino, Museo Zoologico della R. Università, Palazzo Carignano. Rieletto alla carica il 14 aprile 1907 — 25 aprile 1907. ACCADEMICI RESIDENTI Salvadori (Conte Tommaso), Dottore in Medicina e Chirurgia, Vice-Diret- tore del Museo Zoologico della R. Università di Torino, Professore di Storia naturale nel R. Liceo Cavour di Torino, Socio della R. Accademia di Agricoltura di Torino, della Società Italiana di Scienze naturali, dell’Accademia Gioenia di Catania, Membro della Società Zoologica di Londra, dell’Accademia delle Scienze di Nuova York, della Società dei Naturalisti in Modena, della Società Reale delle Scienze di Liegi, della Reale Società delle Scienze naturali delle Indie Neerlandesi e del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Membro effettivo della Società Imperiale dei Naturalisti di Mosca, Socio straniero della British Ornithological Union, Socio Straniero onorario del Nuttall Orni- thological Club, Socio Straniero dell'American Ornithologists Union, e Membro onorario della Società Ornitologica di Vienna, Membro ordi- nario della Società Ornitologica tedesca, Uffiz. #8, Cav. dell'O. di S. Gia- como del merito scientifico, letterario ed artistico (Portogallo). — Torino, Via Principe Tommaso, 17. 29 Gennaio 1871 - 9 febbraio 1871. — Pensionato 21 marzo 18373. D’Ovidio (Enrico), predetto. 29 Dicembre 1878 - 16 gennaio 1879. — Pensionato 28 novembre 1889. Naccari (Andrea), predetto. 5 Dicembre 1880 - 23 dicembre 1880. — Pensionato 8 giugno 1393. Mosso (Angelo), Senatore del Regno, Dottore in Medicina e Chirurgia, Pro- fessore di Fisiologia nella R. Università di Torino, Socio Nazionale della R. Accademia dei Lincei, Socio corrispondente dell’ Istituto di Francia (Accademia delle Scienze), della R. Accademia di Medicina di Torino, uno dei XL della Società Italiana delle Scienze, L. L. D. del- l’ Università di Worcester, Socio onorario della R. Accademia medica Gioenia di Scienze naturali di Catania, della R. Accademia medica di Roma, dell’Accademia di Genova, Socio dell’Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, Socio corrispondente del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere e del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, dell’Academia Caesarea Leopoldino-Carolina Germanica Naturae Curiosorum, Membro onorario della Società imperiale dei medici di Vienna, della Società Reale delle Scienze mediche di Bruxelles, della Società fisico-medica di Erlangen, Socio straordinario della R. Acca- demia di Scienze di Svezia, Socio corrispondente della Società Reale di Napoli, Socio corrispondente della Società di Biologia di Parigi, ecc., Socio onorario della Boston Society of Natural History, Membro onorario dell’Accademia Imperiale di Medicina di Pietroburgo, Socio corrispon- ‘dente dell’Accademia Reale di Medicina del Belgio, Socio straniero del- l'Accademia medica di Parigi, Membro onorario della Società dei Natu- ralisti della Svizzera, Dottore honoris causa dell'Universita di Bruxelles, #, Comm. €, Cav. . — Torino, Via Madama Cristina, 34. 11 Dicembre 1881 - 25 dicembre 1881. — Pensionato 17 agosto 1894. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. Pi VI Spezia (Giorgio), Ingegnere, Professore di Mineralogia e Direttore del Museo :mineralogico della R. Università di Torino, #&&. — Torino, Corso Vin- zaglio, 6. 15 Giugno 1884 - 6 luglio 1884. — Pensionato 5 settembre 1895. Camerano (Lorenzo), predetto. 10 Febbraio 1889 - 21 febbraio 1889. — Pensionato 8 ottobre 1898. Segre (Corrado), Dottore in Matematica, Professore di Geometria superiore nella R. Università di Torino, Socio Nazionale della R. Accademia dei Lin- cei e della Società Italiana delle Scienze (dei XL), Membro onorario della Società Filosofica di Cambridge, Socio straniero dell’Accademia delle Scienze del Belgio e di quella di Danimarca, Socio corrispondente della Società Fisico-Medica di Erlangen, dell’Accademia delle Scienze di Bologna, del R. Istituto Lombardo e del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, eee. — Torino, Corso Vittorio Eman., 85. 10 Gennaio 1889 - 21 febbraio 1389. — Pensionato 8 ottobre 1898. Peano (Giuseppe), Dottore in Matematica, Professore di Calcolo infinitesi- male nella R. Università di Torino, Socio della “ Sociedad Cientifica , del Messico, Socio del Circolo Matematico di Palermo, della Società matematica di Kasan, della Società filosofica di Ginevra, corrispondente della R. Accademia dei Lincei, e. — Torino, Via Barbaroux, 4. 25 Gennaio 1891 - 5 febbraio 1891. — Pensionato 22 giugno 1899. Jadanza (Nicodemo), Dottore in Matematica, Professore di Geodesia teoretica nella R. Università di Torino e di Geometria pratica nella R. Scuola d’Applicazione per gl’Ingegneri, Socio dell’Accademia Pontaniana di Napoli, del Circolo matematico di Palermo, dell’Accademia Dafnica di Acireale e della Società degli Ingegneri Civili di Lisbona, Membro effettivo della R. Commissione Geodetica italiana, Uff. &&. — Torino, Via Madama Cristina, 11. 9 Febbraio 1895 - 17 febbraio 1895. — Pensionato 17 ottobre 1902. Foà (Pio), Senatore del Regno, Dottore in Medicina e Chirurgia, Professore di Anatomia Patologica nella R. Università di Torino, Socio Nazionale della R. Accademia dei Lincei, Uno dei XL della Società Italiana delle Scienze, Socio corrispondente del R. Istituto Lombardo e del R. Istituto Veneto, ecc., ecc., #, Comm. è. — Torino, Corso Valentino, 40. 3 Febbraio 1895 - 17 febbraio 1895. — Pensionato 9 novembre 1902. Guareschi (Icilio), Dottore in Scienze naturali, Professore e Direttore del- l’Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica nella R. Università di Torino, Direttore della Scuola di Farmacia, Socio della R. Acca- demia di Medicina di Torino, Socio della R. Accademia di Agricoltura di Torino, Socio della R. Accademia dei Fisiocritici di Siena, Socio onorario della Società di Farmacia di Torino, Membro anziano del Con- siglio Sanitario Provinciale, Cittadino Onorario di Crespellano (Bologna), Socio onorario dell’Associazione chimico-farm. toscana, Membro corri- spondente dell’Accademia di Medicina di Parigi, Membro corrispondente della Società di Farmacia di Parigi, Socio della Deutsche Gesellschaft b. VII Geschichte d. Medizin und Naturwissenschaften, Membro della Società Chimica di Berlino, della Berliner Gesellschaft f. Gesch. A. Naturwiss., ecc., Comm. «8, 3%. — Torino, Corso Valentino, 11. 12 Gennaio 1896 - 2 febbraio 1896. — Pensionato 28 maggio 1903. Guidi (Camillo), Ingegnere, Professore ordinario di Statica grafica e scienza delle costruzioni e Direttore dell’annesso Laboratorio sperimentale dei materiali da costruzione nel R. Politecnico in Torino, Uff. ® e €58, Torino, Corso Valentino, 7. | | 31 Maggio 1896 - 11 giugno 1896. — Pensionato 11 giugno 1903. Fileti (Michele), Dottore in Chimica, Professore ordinario di Chimica gene- rale, se. — Torino, Via Bidone, 36. 31 Maggio 1896 - 11 giugno 1896. — Pensionato 10 marzo 1904. Parona (Carlo Fabrizio), predetto. 15 Gennaio 1899 - 22 gennaio 1899. — Pensionato 21 gennaio 1909. Mattirolo (Oreste), Dottore in Medicina, Chirurgia e Scienze naturali, Professore ordinario di Botanica e Direttore dell'Istituto botanico della R. Università di Torino, Socio Nazionale della R. Accademia dei Lincei, Socio della R. Accademia di Medicina, Presidente della R. Accademia di Agricoltura di Torino, Socio corrispondente del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, dell’Accademia delle Scienze del R. Istituto di Bo- logna, della Società Imperiale di Scienze naturali di Mosca, della Royal Botanical Society di Edinburgh, della Società Veneto-Trentina, ecc., et. — Torino, Orto Botanico della R. Università (al Valentino). 10 Marzo 1901 - 16 marzo 1901. Grassi (Guido), Professore ordinario di Elettrotecnica e Direttore della scuola Galileo Ferraris nel R. Politecnico di Torino, Socio ordinario della R. Accademia di Scienze fisiche e matematiche di Napoli, del- l'Accademia Pontaniana e del R. Istituto d’incoraggiamento di Napoli, Corrispondente della R. Accademia dei Lincei, Comm. €, — Torino, Via Cernaia, 40. 9 Febbraio 1902 - 28 febbraio 1902. Somigliana (nob. Carlo), Dottore in Matematiche, Professore ordinario di Fisica matematica e incaricato di meccanica razionale nella R. Uni- versità di Torino, rappresentante dell’Accademia nel Consiglio ammi- nistrativo del R. Politecnico di Torino, Socio nazionale della R. Acca- demia dei Lincei, e corrispondente del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. — Corso Vinzaglio, 10. 5 Marzo 1905 - 27 aprile 1905. Fusari (Romeo), Dottore in Medicina e Chirurgia, Professore ordinario di Anatomia umana, descrittiva e topografica e Direttore dell’ Istituto anatomico della R. Università di Torino, Socio dell’Accademia di Me- dicina di Torino, Corrispondente della R. Accademia dei Lincei, Fon- datore della Società medico-chirurgica di Pavia, Onorario dell’Acca- demia delle Scienze mediche e naturali di Ferrara, et. — Via Baretti, 45. 5 Marzo 1905 - 27 aprile 1905. VII ACCADEMICI NAZIONALI NON RESIDENTI Cannizzaro (Stanislao), Senatore del Regno, Professore di Chimica generale nella R. Università di Roma, uno dei XL della Società Italiana delle Scienze, Socio Nazionale della R. Accademia dei Lincei e della Società Reale di Napoli, Socio corrispondente del R. Istituto Lombardo di Scienze e. Lettere e del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Cor- rispondente dell’Istituto di Francia, dell’Accademia delle Scienze di Berlino, di Vienna e di Pietroburgo, Associato dell’Accademia ‘Reale delle Scienze del Belgio, Socio straniero della R. Accademia delle Scienze di Baviera, della Società Reale di Londra, della Società Reale di Edimburgo e della Società letteraria e filosofica di Manchester, Socio onorario della Società chimica tedesca, di Londra e Americana, Comm. «&, Gr. Cr. «ee, =. — Roma, Istituto chimico, Via Panisperna, 89 B. 8 Luglio 1864 - 11 luglio 1864. Schiaparelli (Giovanni), Uno dei XL della Società Italiana delle Scienze, Socio del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, della R. Accademia dei Lincei, dell’ Accademia Reale di Napoli e dell’ Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, Socio straniero dell’Istituto di Francia (Accademia delle Scienze), delle Accademie di Monaco, di Vienna, di Berlino, di Pietroburgo, di Stoccolma, di Upsala, di Cracovia, della Società de’ Naturalisti di Mosca, della Società Reale e della Società astronomica di Londra, delle Società filosofiche di Filadelfia e di Man- chester, e di altre Società scientifiche nazionali e straniere, Gr. Cord. «€ Comm. &, ==. — Milano, Via Fate Bene Fratelli, 7. 16 Gennaio 1870 - 30 gennaio 1870. Volterra (Vito), Senatore del Regno, Dottore in Fisica, Dottore onorario in Matematiche della Università Fridericiana di Christiania, Dottore onorario in scienze della Università di Cambridge, Dottore onorario in Filosofia della Università di Stoekholm, Dottore onorario in Fisica della Clark University di Worcester, Mass, Professore di Fisica mate- matica, incaricato di Meccanica celeste e Preside della Facoltà di Scienze fisiche, matematiche e naturali nella R. Università di Roma,uno dei XL della Società Italiana delle Scienze, Socio nazionale della R. Ac- cademia dei Lincei, Accademico corrispondente della R. Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, Socio corrispondente del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Socio corrispondente della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena, Socio onorario dell’Accademia Gioenia di Scienze naturali di Catania, Membro nazionale della Società degli Spettroscopisti italiani, Socio corrispondente nella Sezione di Geo- metria dell’Accademia delle Scienze di Parigi, Membro straniero nella classe di matematica pura della Reale Accademia Svedese delle scienze, Socio corrispondente della R. Accademia delle Scienze di Gottinga, — Membro corrispondente dell’Accademia Imperiale delle scienze di Pie- troburgo, Socio corrispondente della Società medico-fisica di Erlangen, IX Membro dell’Accademia Imperiale Leopoldina Carolina di Halle, Membro onorario della Società Matematica di Londra, Membro onorario della Società matematica di Kharkow, Membro onorario della Società mate- matica di Calcutta e Membro onorario della Società di Scienze fisiche e naturali di Bordeaux, =, «&. — Roma, Via in Lucina, 17. 8 Febbraio 1895 - 11 febbraio 1895. Fergola (Emanuele), Senatore del Regno, Direttore del R. Osservatorio astronomico di Capodimonte, Professore emerito nella R. Università di Napoli, Socio ordinario residente della R. Accademia delle Scienze fisiche e matematiche di Napoli, Membro della Società italiana dei XL, Socio della R. Accademia dei Lincei e dell’Accademia Pontaniana, Socio or- dinario del R. Istituto d’'incoraggiamento alie Scienze naturali, Socio corrispondente del k. Istituto Veneto, Comm. &, Gr. Uffiz, 33, Napoli, Regio Osservatorio di Capodimonte. 12 Gennaio 1896 - 2 febbraio 1896. Bianchi (Luigi), Professore di Geometria analitica nella R. Università di Pisa, Socio ordinario della R. Accademia dei Lincei e della Società Ita- liana delle Scienze, detta dei XL; Socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze fisiche e matematiche di Napoli, dell’Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna e del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere in Milano, &, «en. — Pisa, Via Manzoni, 3. 13 Febbraio 1898 - 24 febbraio 1898. Dini (Ulisse), Senatore del Regno, Professore di Analisi Superiore nella R. Università di Pisa, Direttore della R. Scuola Normale Superiore di Pisa, Socio della R. Accademia dei Lincei e della Società Italiana detta dei XL, Corrispondente dell’Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna e del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Socio onorario della R. Accademia di scienze, lettere ed arti di Modena, dell’Acca- demia di scienze naturali di Catania e della R. Accademia di scienze, lettere ed arti degli Zelanti di Acireale, Membro del Consiglio Diret- tivo del Circolo matematico di Palermo, Socio della Società italiana per il progresso delle scienze (Roma), della R. Società delle scienze di Gottinga, Membro straniero della London mathemat. Society, Dottore ono- rario dell’Università di Christiania e di Glasgow, Vice presidente del Con- siglio Superiore e della Giunta di Pubblica Istruzione, Uff. &, Cav. ez 13 Febbraio 1898 - 24 febbraio 1898. Golgi (Camillo), Senatore del Regno, Membro del Consiglio superiore di Sanità, Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei di Roma, Dottore in Scienze ad honorem dell’Università di Cambridge, Membro onorario dell’Università Imperiale di Charkoff, uno dei XL della Società italiana delle Scienze, Membro della Società per la Medicina interna di Berlino, Membro onorario della Imp. Accademia Medica di Pietroburgo, della Società di Psichiatria e Neurologia di Vienna, Socio corrispondente onorario della Neurological Society di Londra, Membro corrispondente della Société de Biologie di Parigi, Membro dell’Academia Caesarea Leo- poldino-Carolina, Socio della R. Società delle Scienze di Gottinga e delle Società Fisico-mediche di Wirzburg, di Erlangen, di Gand, Membro della Società Anatomica, Socio nazionale della R. Accademia delle Scienze di Bologna, Socio corrispondente dell’Accademia di Medicina di Torino, Socio onorario della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova, Socio corrispondente dell’Accademia Medico-fisica Fiorentina, della R. Accademia delle Scienze mediche di Palermo, della Società . Medico-chirurgica di Bologna, Socio onorario della R. Accademia Me- dica di Roma, Socio onorario della R. Accademia Medico-chirurgica di Genova, Socio corrispondente dell’Accademia Fisiocritica di Siena, del- l'Accademia Medico-chirurgica di Perugia, della Sociîetas medicorum Svecana di Stoccolma, Membro onorario dell’ American Neurological Asso - ciation di. New-York, Socio onorario della Royal Microscopical Society di Londra, Membro corrispondente della R. Accademia di Medicina del Belgio, Membro onorario della Società freniatrica italiana e dell’Asso- ciazione Medico-Lombarda, Socio onorario del Comizio Agrario di Pavia, Professore ordinario di Patologia generale e di Istologia nella R. Uni. versità di Pavia, Membro effettivo della Società Italiana d’Igiene e dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Membro onorario dell’Uni- versità di Dublino, Socio corrispondente della Società medica di Batavia, Membro straniero dell’Accademia di Medicina di Parigi, Membro ono- rario dell’Imperiale Società degli alienisti e neurologi di Kazan, Socio emerito della R. Accademia medico-chirurgica di Napoli, Socio corri- spondente dell’Imp. Accademia delle Scienze di Vienna, Socio onorario della R. Società dei Medici in Vienna, Cav. i}, €, Comm. . 13 Febbraio 1898 - 24 febbraio 1898. Lorenzoni (Giuseppe), Dottore negli Studi d’ Ingegnere civile ed Architetto, Professore di Astronomia della R. Università e Direttore dell’Osser- vatorio astronomico di Padova, Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei, uno dei XL della Società italiana delle Scienze, Socio effettivo del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova, Socio corrispondente della R. Acca- demia di Scienze ed Arti di Modena, Membro della Società Imperiale dei Naturalisti di Mosca, &, Comm. &. — Padova, Osservatorio astronomico. 5 Marzo 1905 - 27 aprile 1905. ACCADEMICI STRANIERI Klein (Felice), Professore nell'Università di Gottinga. — 10 Gennaio 1897 - 24 gennaio 1897. Haeckel (Ernesto), Professore nella Università di Jena. — 13 Febbraio 1398 - 24 febbraio 1898. Darboux (Giovanni Gastone), Membro dell'Istituto di Francia abi — 14 Giugno 1903 - 28 giugno 1903.. Poincaré (Giulio Enrico), Membro dell'Istituto di ail (Parigi). — 14 Giu- gno 1903 - 28 giugno 1903. Helmert (Federico Roberto), Direttore del R. Istituto Geodetico di Prussia, Potsdam. — 14 Giugno 1903 - 28 giugno 1903. Hoff (Giacomo Enrico van ’t), Professore nella Università di Berlino. _ 5 Marzo 1905 - 27 aprile 1905. XI CORRISPONDENTI Sezione di Matematiche pure. Tardy (Placido), Professore emerito della R. Università di Genova (Firenze). — 16 Luglio 1864. . Cantor (Maurizio), Professore nell'Università di Heidelberg. — 25 uso 1876. Schwarz (Ermanno A.), Professore nella Università di Berlino. — 19 Di- cembre 1880. Bertini (Eugenio), Professore nella Regia Università di Pisa. — 9 Marzo 1390. Noether (Massimiliano), Professore nell’ Università di Erlangen. — 3 Di- cembre 1893. | Jordan (Camillo), Professore nel Collegio di Francia, Membro dell'Istituto (Parigi). — 12 Gennaio 1896. Mittag-Leffler (Gustavo), Professore a Stoccolma. — 12 Gennaio 1896. Picard (Emilio), Professore alla Sorbonne, Membro dell'Istituto di Francia, Parigi. — 10 Gennaio 1897. Castelnuovo (Guido), Prof. nella R. Università di Roma. — 17 pane 1893. Veronese (Giuseppe), Senatore del Regno, Prof. nella R. Università di Padova. — 17 Aprile 1898. Zeuthen (Gerolamo Giorgio), Professore nella Università ti Copenhagen. — 14 Giugno 1903. Hilbert (Davide), Prof. nell'Università di Gòttingen. — 14 Giugno 1903. Sezione di Matematiche applicate, Astronomia e scienza dell’ingegnere civile e militare. Ewing (Giovanni Alfredo), Professore nell’ Università di Cambridge. — 27 Maggio 1894. Celoria (Giovanni), Astronomo all'Osservatorio di Milano. — 12 Gennaio 1896. Pizzetti (Paolo), Professore nella R. Università di Pisa. — 14 Giugno 1903. Sezione di Fisica generale e sperimentale. Blaserna (Pietro), Senatore del Regno, Professore di Fisica sperimentale nella R. Università di Roma. — 30 Novembre 1873. Kohlraasch (Federico), Presidente dell'Istituto Fisico-Tecnico in Marburg i (Bezirk Cassel). — 2 Gennaio 1881. Roiti (Antonio), Professore nell’Istituto di Studi superiori pratici e di per- fezionamento in Firenze. — 12 Marzo 1882. XII Righi (Augusto), Senatore del Regno, Professore di Fisica sperimentale - nella R. Università di Bologna. — 14 Dicembre 1884. Lippmann (Gabriele), dell'Istituto di Francia (Parigi). — 15 Maggio 1892. Rayleigh (Lord Giovanni Guglielmo), Professore nella Royal Institution di Londra. — 8 Febbraio 1895. Thomson (Giuseppe Giovanni), Professore nell'Università di Cambridge. — 12 Gennaio 1896. Pacinotti (Antonio), Senatore del Regno, Professore nella R. Università di Pisa. — 17 Aprile 1898. Rintgen (Guglielmo Corrado), Professore nell'Università di Miinchen. — 14 Giugno 1903. . Lorentz (Enrico), Professore nell'Università di Leiden. — 14 Giugno 1903. Sezione di Chimica generale ed applicata. Paternò (Emanuele), Senatore del Regno, Professore di Chimica applicata nella R. Università di Roma. — 2 Gennaio 1881. Kéòrner (Guglielmo), Professore di Chimica organica nella R. Scuola supe- riore d’Agricoltura in Milano. — 2 Gennaio 1881. Baeyer (Adolfo von), Professore nell’ Università di Monaco (Baviera). — 25 Gennaio 1885. Lieben (Adolfo), Professore nell'Università di Vienna. — 15 Maggio 1892. Fischer (Emilio), Professore nell'Università di Berlino. — 24 Gennaio 1897. Ramsay (Guglielmo), Professore nell'Università di Londra. — 24 Gennaio 1897. Schiff (Ugo), Professore nel R. Istituto di Studi superiori pratici e di per- fezionamento in Firenze. — 28 Gennaio 1900. Dewar (Giacomo), Professore nell'Università di Cambridge. — 14 Giugno 1903. Ciamician (Giacomo), Professore nell'Università di Bologna. —14 Giugno 1903. Ostwald (Dr. Guglielmo), Gross Bothen, Kgr. Sachsen, Landhaus Energie. Arrhenius (Ivante Augusto), Direttore e Professore dell’ Istituto Fisico del- l’Università di Stoccolma. — 5 Marzo 1905. Nernst (Walter), Professore di Chimica fisica nell'Università di Berlino. — 5 Marzo 1905. | Sezione di Mineralogia, Geologia e Paleontologia. Strilver (Giovanni), Professore di Mineralogia nella R. Università di Roma. — 30 Novembre 1873. Rosenbusch (Enrico), Professore nell’Univ. di Heidelberg. — 25 Giugno 1876. Zirkel (Ferdinando), Professore nell'Università di Bonn. — 16 Gennaio 1881. Capellini (Giovanni), Professore nella R. Univ. di Bologna. — 12 Marzo 1882. Tschermak (Gustavo), Professore nell'Università di Vienna.—8 Febbraio 1885. Geikie (Arcibaldo), Direttore del Museo di Geologia pratica (Londra). — 3 Dicembre 1893. Groth(Paolo Enrico), Professore nell'Università di Monaco.—13 Febbraio 1898. Taramelli (Torquato), Professore nella R. Univ. di Pavia. — 28 Gennaio 1900. Liebisch (Teodoro), Professore nell'Università di Gottinga. — 28 Gennaio 1900. XIII Bassani (Francesco), Professore nella R. Univ. di Napoli. — 14 Giugno 1903. Issel (Arturo), Professore nella R. Università di Genova. — 14 Giugno 1903. Levy (Michele), dell'Istituto di Francia, Professore di Mineralogia all’Uni- versità di Parigi. — 5 Marzo 19005. AR i ET Goldschmidt (Viktor), Professore di Mineralogia nell’ Università di Heidel- berga. — 5 Marzo 1905. Suess (Francesco Edoardo), Professore di Geologia nell’ Imperiale Università di Vienna. — 5 Marzo 1905. Haug (Emilio), Prof. di Geologia nell'Università di Parigi. — 5 Marzo 1905. Sezione di Botanica e Fisiologia vegetale. Ardissone (Francesco), Professore di Botanica nella R. Scuola superiore di Agricoltura in Milano. — 16 Gennaio 1881. Saccardo (Andrea), Professore di Botanica nella R. Università di Padova. — 8 Febbraio 1885. Hooker (Giuseppe Dalton), Direttore del Giardino Reale di Kew (Londra). — 8 Febbraio 1885. Pirotta (Romualdo), Professore nella R. Univ. di Roma. — 15 Maggio 1892. Strasburger (Edoardo), Professore nell’Univ. di Bonn. — 3 Dicembre 1893. Goebel (Carlo), Professore nell'Università di Monaco. — 13 Febbraio 1898. Penzig (Ottone), Professore nell'Università di Genova. — 13 Febbraio 1898. Schwendener (Simone), Professore nell’Univ. di Berlino. — 13 Febbraio 1898. Wiesner (Giulio), Professore nella I. R. Univ. di Vienna. — 14 Giugno 1903. Klebs (Giorgio), Professore nell'Università di Halle. — 14 Giugno 1903. Belli (Saverio), Professore nella R. Università di Cagliari. — 14 Giugno 1903. Sezione di Zoologia, Anatomia e Fisiologia comparata. Selater (Filippo Lutley), Segretario della Società Zoologica di Londra. — 25 Gennaio 1885. | Chauveau (G. B. Augusto), Membro dell'Istituto di Francia, Professore alla Scuola di Medicina di Parigi. — 1° Dicembre 1889. Foster (Michele), Professore nell'Università di Cambridge.--1° Dicembre 1889. Waldeyer (Guglielmo), Professore nell’Univ. di Berlino. — 1° Dicembre 1889. — Guenther (Alberto), Londra. — 8 Dicembre 1898. Roux (Guglielmo), Professore nell'Università di Halle. — 13 Febbraio 1898 Minot (Carlo Sedgwick), Professore nell’ “ Harvard Medical School, di Boston Mass. (S. U. A.). — 28 Gennaio 1900. Boulenger (Giorgio Alberto), Assistente al Museo di Storia Naturale di Londra. — 28 Gennaio 1900. | Marchand (Felice), Professore nell'Università di Leipzig. — 14 Giugno 1903. Weismann (Augusto), Professore di Zoologia nell'Università di Freiburg i. Br. (Baden). — 5 Marzo 1905. Lankester (Edwin Ray), Direttore del British Museum of Natural History. — 5 Marzo 1905. Dastre (A.), Profess. di Fisiologia nell'Università di Parigi. — 5 Marzo 1905. XIV CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Direttore. Manno (Barone D. Antonio), Membro e Segretario della R. Deputazione sovra gli studi di Storia patria, Membro del Consiglio degli Archivi e dell'Istituto storico italiano, Commissario di S. M. presso la Consulta araldica, Dottore Ronoris causa della R. Università di Tiibingen, Gr. Uffiz. & e Gr. Cord. es, Balì Gr. Cr. d’on. e devoz. del S. M. O. di Malta, decorato di Ordini stranieri. — Torino, Via Ospedale, 19. . Eletto alla carica il 17 marzo 1907 - 19 aprile 1907. Segretario. De Sanctis (Gaetano), Dottore in Lettere, Professore di Storia antica nella R. Università di Torino, Socio ordinario della Società Archeologica italiana e della Pontificia Accademia romana di Archeologia, een. Torino, Corso Vittorio Emanuele, 44. Eletto alla carica il 17 marzo 1907 - 19 aprile 1907. ACCADEMICI RESIDENTI Rossi (Francesco), Dottore in Filosofia, Socio corrispondente della R. Acca- demia dei Lincei in Roma, #&. — Torino, Via Gioberti, 30. 10 Dicembre 1876 - 28 dicembre 1876. — Pensionato 1° agosto 1884. Manno (Barone D. Antonio), predetto. 17 Giugno 1877 - 11 luglio 1877. — Pensionato 28 febbraio 1886. Carle (Giuseppe), Senatore del Regno, Dottore aggregato alla Facoltà di Giurisprudenza e Professore di Filosofia del Diritto nella R. Università di Torino, Socio Nazionale della R. Accademia dei Lincei, Uff. £, Comm. €, — Torino, Piazza Statuto, 15. 7 Dicembre 1879 - 1° gennaio 1880. — Pensionato 4 agosto 1892. Graf (Arturo), Professore di Letteratura italiana nella R. Università di . Torino, Membro della Società Romana di Storia patria, Socio onorario della R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di Palermo, Socio corrispondente della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova, dell'Ateneo di Brescia, della R. Accad. dei Lincei, ecc., Comm. + e #68, — Torino, Via Bricherasio, 11. 15 Gennaio 1888 - 2 febbraio 1888. — Pensionato 20 maggio 1897. XV Boselli (Paolo), predetto. 15 Gennaio 1888 - 2 febbraio 1888. — Pensionato 13 ottobre 1897. Cipolla (Conte Carlo), Dottore in Filosofia, Professore emerito nella R. Uni- versità di Torino, Prof. di Storia moderna nel R. Istituto di Studi Supe- riori in Firenze, Membro della R. Deputazione sovra gli studi di Storia patria per le Antiche Provincie e la Lombardia, Socio effettivo della R. De- putazione Veneta di Storia patria, Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei, Socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Monaco (Ba- viera), del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e della R. Deputa- zione Storica toscana, Comm. &&. — Firenze, Via Lorenzo il Magnifico, 8 15 Febbraio 1891 - 15 marzo 1891. — Pensionato 4 marzo 1900. Allievo (Giuseppe), Dottore aggregato in Filosofia, Professore di Pedagogia e Antropologia nella R. Università di Torino, Socio onorario della R. Accademia delle Scienze di Palermo, dell’Accademia di S. Anselmo di Aosta, dell'Accademia Dafnica di Acireale, della Regia Imperiale Accademia degli Agiati di Rovereto, dell'Arcadia, della R. Accademia di Lucca, dell’Accademia degli Zelanti di Acireale e dell’Accademia cat- tolica panormitana, Cav. &, Gr. Uff .&&, — Torino, Piazza Statuto, 18. 13 Gennaio 1895 - 3 febbraio 1895. — Pensionato 20 giugno 1901. Renier (Rodolfo), Dottore in Lettere ed in Filosofia, Professore di Storia comparata delle Letterature neo-latine nella R. Università di Torino, Socio attivo della R. Commissione dei testi di lingua; Socio non resi- dente dell’I. R. Accademia degli Agiati di Rovereto; Socio corrispondente del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, della R. Deputazione Veneta di Storia patria, di quella per le Marche, di quella per l'Umbria, di quella per l’ Emilia e di quella per le Antiche Provincie e la Lom- bardia, della Società storica abruzzese e della Commissione di Storia patria e di Arti belle della Mirandola, della R. Accademia Virgiliana di Mantova, dell’Accademia di Verona, della R. Accademia di Padova, dell'Ateneo Veneto e di quello di Brescia; Membro della Società sto- rica lombarda e della Società Dantesca italiana; Socio onorario dell’Ac- cademia Etrusca di Cortona, della R. Accademia di scienze e lettere di Palermo, dell’Accademia Cosentina e dell’ Accademia Dafnica di Aci- reale, Uffiz. #, Comm. #88, — Torino, Corso Vittorio Emanuele, 90. 8 Gennaio 1899 - 22 gennaio 1899. — Pensionato 30 ottobre 1906: Pizzi (Nobile Italo), Dottore in Lettere, Professore di Persiano e Sanscrito nella R. Università di Torino, Socio corrispondente della Società Colom- baria di Firenze, Dottore onorario dell’Università di Lovanio, Socio cor- rispondente dell'Ateneo Veneto, dell’Accademia Petrarchesca di Arezzo, dell’ Accademia Dafnica di Acireale, dell’ Accademia dell’ Arcadia di Roma, &, «2. — Torino, Corso Vittorio Emanuele, 16. 8 Gennaio 1899 - 22 gennaio 1899. — Pensionato 16 giugno 1907. Chironi (Dott. Giampietro), Senatore del Regno, Professore ordinario di Diritto Civile nella R. Università di Torino, Direttore della R. Scuola superiore di studi applicati al Commercio in Torino, Dottore aggregato FRE XVI della Facoltà di Giurisprudenza nella R. Università di Cagliari, Membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica, del Consiglio superiore per l'Istruzione commerciale, agricola, industriale, della Commissione Reale per la riforma del Diritto privato, Socio corrispondente dell’Ac- cademia di Legislazione di Tolosa (Francia), dell’Associazione interna- zionale di Berlino per lo studio del Diritto comparato, dell’Accademia Americana di Scienze sociali e politiche, &. Comm. &®. — Torino, Via Monte di Pietà, 26. 20 Maggio 1900 - 31 maggio 1900. De Sanctis (Gaetano), predetto. . 21 Giugno 19083 - 8 luglio 1903. Ruffini (Francesco), Dottore in Leggi, Membro corrispondente del R. Isti- tuto Lombardo di Scienze e Lettere, Professore di diritto ecclesiastico, *, Comm. «es. — Torino, Via Principe Amedeo, 22. 21 Giugno 1903 - 8 luglio 1903. Stampini (Ettore), Dottore in Lettere ed in Filosofia, Professore ordinario di Letteratura latina, Preside della Facoltà di Filosofia e Lettere nella R. Università di ‘Torino, Socio corrispondente della R. Accademia Peloritana, dell'Ateneo di Brescia, e della Reale Accademia Virgi- liana di scienze, lettere ed arti di Mantova, Decorato della Medaglia del Merito Civile di 1* Classe della Repubblica di S. Marino, #, Comm. #6». — Piazza Vittorio Emanuele I, 10. 20 Maggio 1906 - 9 giugno 1906. D’Ercole (Pasquale), Dottore in Filosofia, Professore di Filosofia teoretica nella R. Università di Torino, Membro della Società Filosofica di Ber- lino, Socio corrispondente della R. Accademia delle Scienze morali e politiche di Napoli, Uff. &, Comm. ass. — Corso Siccardi, 26. 17 Febbraio 1907 - 19 Aprile 1907. Rebiudi (Vittorio), Polturd in Legge, Professore di Diritto amministrativo e Scienza dell’Amministrazione nella R. Università di Torino, Membro del Consiglio Superiore di assistenza e beneficenza pubblica, Socio cor- rispondente onorario del Circolo di Studi sociali di Firenze, &, Comm. ee. — Torino, Via Montebello, 21. 17 Febbraio 1907 - 19 Aprile 1907. Sforza (Nob. Giovanni), Vice-Presidente della R. Deputazione di Storia patria ‘di Modena, per la Sotto-Sezione di Massa e Carrara, Socio effettivo di quelle delle antiche Provincie e della Lombardia, di Parma e Piacenza e della Toscana, Corrispondente della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena, e della Società Ligure di Storia patria, Socio ordinario non residente della R. Accademia Lucchese, Socio onorario della R. Ac- cademia di Belle Arti di Carrara, Membro d'onore dell'Académie Cha- blaisienne di Thonon-les-Bains, Membro aggregato dell’ Académie des Sciences, Belles Lettres et Arts de Savoie, Socio della R. Commissione per i testi di lingua, Membro della Commissione Araldica Piemontese, : XVII della Società di Storia patria di Vignola, della Commissione municipale di Storia patria e belle arti della Mirandola, della Commissione senese di Storia patria e della Società storica di Carpi, Corrispondente della R. Accademia Valdarnese del Poggio in Montevarchi, della Società Georgica di Treia e della Colombaria di Firenze, ecc., ecc., Presidente onorario della R. Accademia dei Rinnovati di Massa, Direttore del R. Ar- chivio di Stato di Torino, Gr. Uff. dell'Ordine del Medjidiè di Turchia, Uff. & e Comm... «ss. — Via Giusti, 4. 17 Febbraio 1907 - 19 aprile 1907, ACCADEMICI NAZIONALI NON RESIDENTI Villari (Pasquale), Senatore del Regno, Presidente dell’Istituto Storico di Roma, Professore di Propedeutica Storica e Presidente della Sezione di Filosofia e Lettere nell'Istituto di Studi superiori, pratici e di perfezio- namento in Firenze, Socio residente della R. Accademia della Crusca, Presidente della R. Accademia dei Lincei, Socio nazionale della R. Ac- cademia di Napoli, della R. Accademia dei Georgofili, della Pontaniana di Napoli, Presidente della R. Deputazione di Storia Patria per la Toscana, Socio di quella per le provincie di Romagna, Socio straordi- nario del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, della R. Accademia di Baviera, Socio stra- niero dell’Accademia di Berlino, dell’Accademia di Scienze di Gottinga, della R. Accademia Ungherese, Socio corrispondente dell'Istituto di Francia (Scienze morali e politiche), Dott. on. in Legge della Università di Edimburgo, di Halle, Dott. on. in Filosofia dell’Università di Budapest, Professore emerito della R. Univers. di Pisa, Gr. Uffiz. & e Gr. Cord. ue, Cav. 2, Cav. del Merito di Prussia, ecc. 16 Marzo 1890 - 30 marzo 1890. Comparetti (Domenico), Senatore del Regno, Professore emerito dell’ Uni- versità di Pisa e dell’Istituto di Studi superiori, pratici e di perfezio- namento in Firenze, Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei, della R. Accademia delle Scienze di Napoli, Socio corrispondente del- l'Accademia della Crusca, del R. Istituto Lombardo e del R. Istituto Veneto, Membro della Società Reale pei testi di lingua, Socio straniero dell'Istituto di Francia (Accademia delle Iscrizioni e Belle Lettere) e corrispondente della R. Accademia delle Scienze di Monaco, di Vienna, di Copenhagen e di Pietroburgo, Dottore ad honorem dell’ Università di Oxford e di Cracovia, Uff. &, Comm. #25, Cav. &. — Firenze, Via La- marmora, 20. 20 Marzo 1892 - 26 marzo 1892. D'Ancona (Alessandro), Senatore del Regno, già Professore di. Letteratura italiana nella R. Università e già Direttore della Scuola normale snpe- XVIII riore in Pisa, Membro della Deputazione di Storia patria per la Toscana, Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei, Socio corrispondente dell’Istituto di Francia (Académie des Inscriptions et Belles Lettres), della R. Accademia di Copenhagen, dell’ Accademia della Crusca, del R. Istit. Lombardo di Scienze e Lettere, del R. Istituto Veneto, della R. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli e della h. Accademia di Lucca, Cav. della Legione d’Onore, Cav. ==, Gr. Uff. &, | Comm. ass. — Pisa, Lungarno Mediceo, Palazzo Mediceo. 20 Febbraio 1898 - 3 marzo 1898. Savio (Sacerdote Fedele), Professore di Storia ecclesiastica nella Pontificia Università Gregoriana, Membro della R. Deputazione sovra gli studi di Storia patria per le Antiche Provincie e la Lombardia, Socio della Società Storica Lombarda. — Roma, Via del Seminario, 120. 20 Maggio 1900 - 31 maggio 1900. Scialoja (Vittorio), Senatore del Regno, Dottore in Leggi, Professore ordi- nario di Diritto romano nella R. Università di Roma, Professore onorario della Università di Camerino, Socio corrispondente della R. Accademia dei Lincei e della R. Accademia di Napoli, di Bologna, di Modena e di Messina, Socio onorario della R. Accademia di Palermo, ece., Comm. & e «e. — Roma, Piazza Grazioli, 5. 29 Marzo 1903 - 9 aprile 1903. Rajna (Pio), Dottore in Lettere, Dottore “ honoris causa , dell’Università di Giessen, Professore ordinario di lingue e letterature neo-latine nel R. Istituto di Studi superiori di Firenze, Socio nazionale della R. Acca- demia dei Lincei, Accademico residente della Crusca, Socio Urbano della Società Colombaria, Socio onorario della R. Accademia di Padova, Socio corrispondente del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, della Società Reale di Napoli, della Società Reale di Scienze e Lettere di Goteborg, dell’Accademia R. Lucchese e della k. Deputazione di Storia . Patria per la Toscana, =, Uff. &, Comm. «2. — Firenze, Piazza d’Azeglio, 183. 29 Marzo 1903 - 9 aprile 1905. Kerbaker (Michele), Dottore in lettere, Professore di Storia comparata delle lingue classiche e incaricato di Sanscrito nella R. Università di Napoli, Socio ordinario della R. Accademia dei Lincei, Socio residente della Società Reale di Napoli, della R. Accademia Pontaniana, Membro della Società Asiatica italiana di Firenze, Socio corrispondente del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Comm. & e «6. — Napoli, Vomero, Via Scarlatti, 60. 26 Marzo 1905 - 27 aprile 1905. Guidi (Ignazio), Dottore, Professore di Ebraico e di Lingue semitiche nella R. Università di Roma, Socio e Segretario della Classe di scienze mo- rali, storiche e filologiche della R. Accademia dei Lincei, <=, Uff. &, #5, C. O. St. P. di Svezia. — Roma, Botteghe Oscure, 24. 12 Aprile 1908 - 14 maggio 1908. XIX Tocco (Felice), Professore nel R. Istituto di Studi superiori e di perfezio- namento, Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei, Socio ordi- nario non residente della R. Accademia di Scienze morali-politiche di Napoli, Socio corrispondente dell'Istituto Veneto, Socio ordinario della . Colombaria di Firenze e corrispondente della R. Deputazione di Storia patria per la Toscana, Uff. +. 12 Aprile 1908 - 14 maggio 1908. Pigorini (Luigi), Direttore dei Musei Preistorico e Kircheriano, Professore nella R. Università di Roma. Socio nazionale della R. Accademia dei Lincei. — Via del Collegio Romano, 26. 12 Aprile 1908 - 14 maggio 1908. ACCADEMICI STRANIERI Meyer (Paolo), Professore nel Collegio di Francia, Direttore dell’ Ecole des Chartes (Parigi). — 4 Febbraio 1883 - 15 febbraio 1883. Tobler (Adolfo), Professore nell'Università di Berlino. — 3 Maggio 1891 - 26 maggio 1891. Maspero (Gastone), Professore nel Collegio di Francia (Parigi). — 26 Feb- braio 1893 - 16 marzo 1893. Brugmann (Carlo), Professore nell'Università di Lipsia. — 31 Gennaio 1897 - 14 febbraio 1897. Bréal (Michele Giulio Alfredo), Membro dell’Istituto di Francia (Accademia delle Iscrizioni e Belle Lettere) (Parigi). — 29 Marzo 1903 - 9 aprile 1908. Wundt (Guglielmo), Professore nell'Università di Lipsia. — 29 Marzo 1908 - 9 aprile 1903. Foerster (Wendelin), Professore nell’ Università di Bonn, Comm. s&. — 12 Aprile 1908 - 14 maggio 1908. Duchesne (Luigi), Direttore della Scuola Francese in Roma, Membro del- l’Istituto di Francia. — 12 Aprile 1908 - 14 maggio 1908. Saleilles (Raimondo), Professore nell'Università di Parigi. — 12 Aprile 1908 - 14 maggio 1908. Jellinek (Giorgio), Prof. nell'Università di Heidelberg. — 12 Aprile 1908 - 14 maggio 1908. XX CORRISPONDENTI Sezione di Scienze Filosofiche. Bonatelli (Francesco), Professore nella R. Università di Padova. — 15 Feb- braio 1882. Pinloche (Augusto), Prof. nel Liceo Carlomagno di Parigi. — 15 Marzo 1896. Chiappelli (Alessandro), Prof. nella R. Università di Napoli. — 15 Marzo 1896. Masci (Filippo), Professore nella R. Università di Napoli. — 14 Giugno 1903. Zuccante (Giuseppe), Professore nella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano. — 81 Maggio 1908. Ardigò (Roberto), Professore nella R. Università di Padova. — Id. id. Sezione di Scienze Giuridiche e Sociali. Schupfer (Francesco), Senatore del Regno, Professore nella R. Università di Roma. — 14 Marzo 1886. | Gabba (Carlo Francesco), Prof. nella R. Univ. di Pisa. — 3 Marzo 1889. Buonamici (Francesco), Senatore del Regno, Prof. nella R. Università di Pisa. — 16 Marzo 18390. Dareste (Rodolfo), dell'Istituto di Francia (Parigi). — 26 Febbraio 1893. Bonfante (Pietro), Prof. nella R. Università di Pavia. — 21 Giugno 1903. Toniolo (Giuseppe), Prof. nella R. Università di Pisa. — 10 Giugno 1906. Brandileone (Francesco), Prof. nella R. Università di Bologna. — Id. id. Brini (Giuseppe), Prof. nella R. Università di Bologna. — Id. id. ‘Fadda (Carlo), Prof. nella R. Università di Napoli. -— Id. id. -Filomusi-Guelfi (Francesco), Prof. nella R. Università di Roma. — 1d. id. Polacco (Vittorio), Prof. nella R. Università di Padova. — Id. id. Stoppato (Alessandro), Prof. nella R. Università di Bologna. — Id. id. Simoncelli (Vincenzo), Prof. nella R. Università di Roma. — Id. id. Sezione di Scienze storiche. Birch (Walter de Gray), del Museo Britannico di Londra. — 14 Marzo 1886. Chevalier (Canonico Ulisse), Romans. — 26 Febbraio 1893. Bryce (Giacomo), Londra. — 15 Marzo 1896. Patetta (Federico), Prof. nella R. Università di Torino. — 15 Marzo 1896. Gloria (Andrea), Prof. nella ‘R. Università di Padova. — 21 Giugno 1903. Yenturi (Adolfo), Professore nella R. Università di Roma. — 81 Maggio 1908. Luzio (Alessandro), Direttore del R. Archivio di Stato in Mantova. — Id. id. Sezione di Archeologia. Lattes (Elia), Membro del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere (Milano). — 14 Marzo 1886. | Poggi (Vittorio), Bibliotecario e Archivista civico a Savona. — 2 Gennaio 1887. XXI Palma di Cesnola (Cav. Alessandro), Membro della Società degli Antiquari di Londra (Firenze). — 3 Marzo 1889. Mowat (Roberto), Membro della Società degli Antiquari di Francia (Parigi). — 16 Marzo 1890. Barnabei (Felice), Roma. — 28 Aprile 1895. Gatti (Giuseppe), Roma. — 15 Marzo 1896. Orsi (Paolo), Professore, Direttore del Museo Archeologico di Siracusa. — S1 Maggio 1908. Patroni (Giovanni), Professore nella R. Università di Pavia. — Id. id. Sezione di Geografia ed Etnografia. Dalla Vedova (Giuseppe), Professore nella R. Università di Roma. — 28 Aprile 1895. Porena (Filippo), Professore nella R. Università di Napoli. — 21 Giugno 1903. Bertacchi (Cosimo), Professore nella R. Università di Palermo. — Id. id. Sezione di Linguistica e Filologia orientale. Sourindro Mohun Tagore (Calcutta). — 18 Gennaio 1880. Marre (Aristide), Vaucresson (Francia). — 1° Febbraio 1885. | Amélineau (Emilio), Professore nella École des Hautes Études di Parigi. — 28 Aprile 1895. Salvioni (Carlo), Professore nella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano. — 31 Maggio 1908. Lasinio (Fausto), Professore nel R. Istituto di studi superiori e di perfe- zionamento in Firenze. — Id. id. Parodi (Giacomo (Ernesto), Professore nel R. Istituto di studi superiori e di perfezionamento in Firenze. — Id. id. Schiaparelli (Celestino), Professore nella R. Università di Roma. — Id. id. Teza (Emilio), Professore nella R. Università di Padova. — Id. id. Sezione di Filologia, Storia letteraria e Bibliografia. Del Lungo (Isidoro), Socio residente della R. Accademia della Crusca (Fi- renze). — 16 Marzo 1390. Novati (Francesco), Professore nella R. Accademia scientifico- TO TARELIÀ di Milano. — 21 Giugno 1903. Rossi (Vittorio), Professore nella R. Università di Pavia. — id. id. Boffito (Giuseppe), Professore nel Collegio delle Querce in Firenze. — id. id. D’Ovidio (Francesco), Senatore del Regno, Professore nella R. Università di Napoli. — id..id,. Biadego (Giuseppe), Bibliotecario della Civica di Verona. — id. id. Cian (Vittorio), Professore nella R. Università di Pisa. — id. id. Vitelli (Gerolamo), Professore nel R. Istituto di studi superiori e di perfe- zionamento in Firenze. — 31 Maggio 1908. Flamini (Francesco), Professore nella R. Università di Padova. — Id. id. Gorra (Egidio), Professore nella R. Università di Padova. — Id. id. XXII MUTAZIONI nel Corpo Accademico dal 31 Dicembre 1908 al 51 Dicembre 1909. ELEZIONI SOCI Eletti per comporre la Commissione del premio Gautieri per la Filosofia (triennio 1906-1908). Adu- nanza della Classe di Scienze morali, storiche e filo- logiche del 31 gennaio 1909. Salvadori (Tommaso), Eletto delegato della Classe di Scienze fisiche, ma- tematiche e naturali presso il Consiglio di Amministrazione dell’Acca- demia, in seduta del 25 aprile 1909. Mattirolo (Oreste), Eletto membro della Giunta per la sorveglianza della Biblioteca, in seduta del 25 aprile 1309. Naccari (Andrea) . Camerano (Lorenzo). Guareschi (Icilio). Ola Li delle Classi Unite del 2 maggio 1 Parona (C. Fabrizio). Eletti in seduta delle Classi Unite del 2 maggio 1909 Renier (Rodolfo) a comporre la 2° Giunta per il XVI premio Bressa Pizzi (Italo) ‘’ |del quadriennio 1905-1908. Ì De Sanctis (Gaetano) Ruffini (Francesco) . Stampini (Ettore). Guidi (Camillo). . Grassi (Guido). De Sanetis (Gaetano) Ruffini (Francesco) . Ruffini (Francesco) Chironi (Giampietro) D’Ercole (Pasquale) . Eletti per comporre la Commissione per i premii Morelli di Bergamo, nell'adunanza delle Classi Unite del 25 aprile 1909. XXIII MORTI 8 Febbraio 1909. Morera (Giacinto), Socio nazionale residente della Classe di Scienze fisiche matematiche e naturali. 16 Febbraio 1909. Thomsen (Giulio), Socio corrispondente della Classe di Scienze fisiche, ma- tematiche e naturali (Sezione di Chimica generale ed applicata). 9 Giugno 1909. Rodriguez de Berlanga (don Manuel), Socio corrispondente della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche (Sezione di Scienze giuridiche e sociali). 11 Luglio 1909. Newcomb (Simon), Socio corrispondente della Classe di Scienze fisiche, ma- tematiche e naturali (Sezione di Matematiche applicate, Astronomia e Scienza dell’ingegnere civile e militare). 3 Agosto 1909. Caratti di Cantogno (Barone Domenico), Socio nazionale residente della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche. 17 Ottobre 1909. Zeuner (Gustavo), Socio corrispondente della Classe di Scienze fisiche, ma- tematiche e naturali (Sezione di matematica applicata, Astronomia e scienza dell'ingegnere civile e militare). 81 Ottobre 1909. Monticolo (Giovanni), Socio corrispondente della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche (Sezione di Scienze storiche). 16 Novembre 1909. Bellio (Vittore), Socio corrispondente della Classe di Scienze morali, sto- riche e filologiche (Sezione di Geografia ed Etnografia). ORI Sire Ber perni Velo, Chica 7 To i "iii: Peli ; i signo 4 bra " "dl ai: d i PUBBLICAZIONI PERIODICHE RICEVUTE DALL’ ACCADEMIA Dal 1° Gennaio al 31 Dicembre 1909. NB. Le pubblicazioni segnate con * si hanno in cambio; quelle notate con ** si comprano; e le altre senza asterisco si ricevono in dono. *# Aberdeen. University. — Studies, N. 31: The Miscellany of the New Spalding Club, vol. II; N. 35: The Records of Elgin 1234-1800, vol. II. * Acireale. R. Accademia di scienze, lettere ed arti degli Zelanti. Rendi- ‘conti e Memorie, serie 3%, vol. V, 1096-1907. Adelaide, Royal Society of South Australia. Transactions and Proceedings and Report, vol. XXXII; 8°. Aix-en-Provence. Faculté de Lettres, Annales, 8 II, Nos. 1-4; Faculté de . Droit, Annales, T. II, 1-2. ; * Alba. Società di Studi storici ed artistici per Alba e territori connessi: Alba Pompeia, anno I (1908), N. 1-4; anno II (1909), 1 Albany. State of New York. Report to the Governor of the Advisory Board of Consulting Engineers upon its work relating to the Barge Canal from January 1, 1907, to January 1, 1908. Albany, 1908; 3°. * Albuquerque. University of New Mexico. Bulletin, Cat. Ser., vol. 17, Pt. 2. — Biological Series, vol. III, art. 1, 3,13.— Educational Ser.; vol. I, N. 3. — Geological Ser., vol. II, N. 1. America. American Philological Association: A fanedlebione and Proceedings, 1907, vol. XXXVIII. * Amsterdam. Société mathématique. Nieuw Archief voor Wiskunde: Tweede Reeks, DI. IX. 1. Stuk. — Wiskundige opgaven met de oplossingen, DI. X, 4 Stuk. — Wiskundige opgaven, Afl. 4, Blz. 209-224. * Angers, Société d'Études Scientifiques; Bulletin. Nouvelle Sena XXXVII: an., 1907. Australia. Report of the 11° Meeting of the Australasian Association for the Advancement of Science, held at Adelaide, 1907. Adelaide, 1 vol. 8°. * Baltimore. Johns Hopkins University. American Chemical Journal, vol. XXXIX, Nos. 3-6; XL, XLI, 1. — American Journal of Mathematics, vol. XXX, Nos. 2-4, XXXI, 1. — American Journal of Philology, vol. XXIX, Nos. 118-116. — Historical and Political Science, Ser. XXVI, Nos. 1-12. — Circular, 1908, Nos. 2-10. * — Peabody Institute. 42° Annual Report. June 1, 1909. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. B XXVI PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA * Barcelona. R. Académia de Ciencias y Artes: Historia, 1 vol. 8°. — N6mina del Personal académico, aîio académico 1898-1399—1908-1909; 11 vol. in-16°. — Boletin, Tercera epoca, vol. I-II, 1892-1900, 1901-1909; 2 vol. 4°. — Memdrias, Tercera epoca, vol. I-VII, VIII, 1-6 (1908-1909); 7 vol. 4°. * Basel. Naturforschende Gesellschaft. Verhandlungen, Bd. XX, Heft 1. Basilea Università. Tesi di laurea, 1906-7; 1907-38. N. 146. * Bassano. Museo Civico. Bollettino, anno V, 1908, N. 3-4; VI, 1909, 1.8. * Batavia. Bataviaasch Genootschap van Kunsten en Wetenschappen. — Tijdschrift, Deel LI, Afl. 2-4. — Notulen, 1908, Deel XLVI, Afl. 2-4. — Verhandelingen, Deel LVII. — Dagh Register gehonden int Casteel Batavia..., An. 1679. — Register op de artikelen voorkomende in het Tijdschrift... en de Verhandelingen loopende tot het jaar 1907-1903; iv0l,.3°, — K. Natuurkundige Vereeniging in Nederlandsch- Indié. Natuurkundig Tijaschrift, Deel. LXVIII. | — R. Magnetical and Meteorological Observatory. Obbansatite, vol. XXIX, 1906. Containing meteorological, magnetical and seismometrics obser- vations made in 1906. — Regenwaarnemingen in Nederlandisch-Indie, 29. Jahr., 1907, Deel I, DagelijkKsche regenval; II, Uitkomsten. — Ma- gnetic Survey of the Dutch East-Indies made in the Years 1903-1907. * Bergen. Bergens Museum. Aarbog 1908, 3die Hefte, 1909, 1-2. --- Aars- beretning for 1908. —- An account of the Crustacea of Norway with short descriptions and figures of-all the species by G. O. Sars, vol. V, Copepoda, parts XXIII-XXVI; 4°. — Untersuchungen tber den Hummer mit besonderer Berticksichtigung seines auftretens an den vigne Kiisten von Dr. A. Appellòf; 4°. * Berkeley. University of California. Chronicle and official record, vol. X, 1-4; XI, 1. — American Archaeology and Ethnology, vol. VI, Nos. 1-3; VII, 3; VIII 1-4. — Botany, vol. II, N. 16; III, 1-3, 5. — Economics, vol. I. — Geology, vol. V, Nos. 12-15, 17. — Physiology, vol. III, N. 11-13. — Zoology, vol. IV, Nos. 5-7; V, 1; VI, 1. — Memoirs, vol. I, N. 1. * Berlin. K. Preussische Akademie der Wissenschaften. Abhandlungen Physik.-Mathematische Classe, 1908. — Id. Philosoph.-historische Classe, 1908, — Sitzungsberichte, 1908, XL-LIII; 1909, I-XXXIX. Besse. Station Limnologique. Annales. Recueil trimestriel 1909, fasc, I, II * Beyrouth. Université de St.-Joseph. Al. Machriq. Revue catholique orien- tale mensuelle. 1909, XII Ann., N. 1-12; Tables décennales 1898-1907, avec les sommaires des deux dernières années 1908-1909. Biella (Città di), Biblioteca municipale (annessa alla Scuola professionale). Catalogo. Biella, 1909; 1 vol. 4°. * Bologna. Istituto di Bologna. Accademia delle Scienze. Claadt di Scienze fisiche. Rendiconto, N. S., vol. XII (1907-1908). — Memorie, Ser. 6°, t. V (1907-1908). — Osservatorio della R. Università. Osservazioni meteorologiche dell’an- nata 1907. * — Biblioteca Comunale. L’Archiginnasio. Bullettino, anno II, N. 6; IV, 1-5. * PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XXVII * Bordeaux. Société des sciences physiques et naturelles. Mémoires, 6° Sér., T.IV. — Procès-verbaux des Séances. 1907-1908. — Bulletin de la Commission météorologique du Département de la Gironde. An. 1907. * — Faculté des Lettres... et des Universités du Midi. Annales. Bulletin ita- lien, 4° Sér., T..IX, 1-4. -— Bulletin hispanique, 4° Sér., T. XI, 1-4. — — Revue des études anciennes, 4° Sér., T. XI, N. 1-4. * Boston. American Academy of Arts and Sciences. Proceedings, vol. XLIII, Nos. 17-22; LIV, 1-17. — Memoirs, vol. XIII, N. 6. * — Boston Society of Natural History. Occasional Papers, vol. VII, Nos. 8-10. — Proceedings, vol. XXXIV, Nos. 1-4. — Massachusetts General Hospital. Publications, vol. II, N. 1. * Brescia. Ateneo. Commentari per l’anno 1908. — Hdi per nomi e per * * K * * materia, 1808-1907. Brooklyn. Museum of Brooklyn Institute of Arts and Sciences. Science Bulletin, vol. I, N. 14; Col Spring Harbor. Monographs, VII. Bruxelles. Académie Royale de Belgique. Annuaire, 1909. — Classe des sciences: Bulletin, 1908, N. 7-12; 1909, 1-3. — Mémoires, Collect. in-4°, 2° Sér., T. II, fasc. 1. — Mémoires, Collection in-8°, 2° Sér., T. II, fasc. 3-4. — Programme du Concours pour 1910. — Biographie nationale, T. XX, 1" fasc. — Notices biographiques et bibliographiques concernant les membres, les correspondants et les associés, 1907-1909, 5®° édition. — Société d’Archéologie. Annuaire, T. XX, 1909. — Annales, T. XXII, 1908; fasc. 3% 4°. — Société des Bollandistes. Analecta Bollandiana, T. XXVIII, fasc. 1-3. — Société Entomologique de Belgique. Annales, T. LII; Mémoires, XVI. — Société Géologique de Belgique. canna T. XXX, 4° ooo XXXIII, 4; XXXV, 3, 4; XXXVI, 1. — Société Beloo de Géologie, de Paléontologie et d’ Hydrologie. Bul- letin, Procès-Verbaux, T. XXII, 1908, Nos. 1-11. — Bulletin, Mémoires, T. XXII, 1908, fasc. 1-2. — Nouveaux Mémoires, Sér. in-4°, 1908. Les cristallisations des Grottes de Belgique par W. Prinz. — Observatoire Royal de Belgique. Annuaire astronomique pour 1909. — Annuaire météorologique pour 1909. — Annales, Nouv. sér., Annales astronomiques, T. XI, fasc. IL. — Nouv. Sér., Physique du Globe, PEVvi, tasc1. i Bucarest. Académie Roumaine : Lois, Statuts, Règlements, Décisions, 1908. — Analele, 1907-1908, Ser. Il, T. XXX. — Memoriile sectiunii historice. — Memoriile sectiunii literare. — Memoriile sectiunii stiintifice. — Memoriile partea ‘administrativa sl desbaterile. — Dik vieata Peperalai romàn Culegeri si studii, III. — Bibliografia romaneascà veche 1508-1830 de J. Bianu si N. Hodos, T. II, fasc. IV, 1784-1796. — Discur- suri de receptiune, XXX, XXXI. — Monumentele epigrafice si sculptu- rali muzeului national de antichitati... de Gr. G. Tocilescu. — Alessandru Russo. Serieri publicate de P. V. Hanes. — Literatura medicala romà- neasca biografi si bibliografie de Dr. G. Cràinicianu (Editiunca Aca- demiei Romane). XXVIII PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA * Bucarest. Société des sciences. Bulletin, an. XVII (1908), N. 5-6; XVIII (1909), 1-4. — Observatorul Astronomie si Meteorologie din Romània: Buletinul Lunar An. XVII (1908); XVIII (1909). * Budapest. Ungarische geologische Reichsanstalt. Mitteilungen aus dem Jahrbuche, XVI. Bd., 5. Heft; XVII, 1. — Jahresberichte fiir 1907. | * — Ungarische geologische Gesellschaft. Foldtani kòzlony, XXXVIII kòtet, . 1908, 11, 12 Fiizet; XXXIX, 1909, 1-4. * Buenos Aires. Ville de Buenos-Aires. Annuaire Statistique. XVIII° an., 1908. — Bulletin mensuel de Statistique, an. XXII, 1908, N. 11-12; XXI, 1909; 19 * — Sociedad Cientifica Argentina. Anales, T. LXVI, Entrega 6%; LXVII, LXVIII, Entrega 1. * — Museo Nacional. Anales, Ser. III, T. X. Buenos Aires, 1909; 1 vol. 8°. — Jardin Zoolégico. Revista, Epoca II, an. V, N. 18. * Cagliari. Università. Annuario, anno scolastico 1908-1909. * Calcutta. Asiatic Society of Bengal. Journal et Proceedings, vol. LXXIV, | part 2*,8*; III, N. S., N. 5-10; IV, 1-4 and Extra No. — Bibliotheca Indica. Collection of Oriental Works. N. S., N. 1112, 1143, 1152, 1171, 1179, 1182-1186, 1188-1196. *# — Geological Survey of India. Memoirs, vol. XXXIV, part 4; XXXVII, 1-3 (1909). — Palaeontologia Indica, Ser. XV, vol. VI, N. 1; N. S., vol. II, N.4,5; III, 3. — Records, vol. XXXVII, part 2-4; XXXVIII, 1, 2. * — Geological Survey of India. A Sketch of the Geography and Geology of the Himalaya Mountains and Tibet. Part IV. The Geol. of the Himalaya. — Board of Scientific Advice for India. Annual Report for the years 1906-1907, 1907-1908; 8° (Superintendent Gouvernment Printing India). * Cambridge. Cambridge Philosophical Society. Transactions, vol. XXXI, Nos. 7-9. — Proceedings, vol. XV, p. 1-3. * — Museum of Comparative Zoology at Harvard College. Memoirs, vol. XXXIV, N. 2; XXXVI, 1; XXXVII. — Proceedings, vol. XLII, 6, 8, 10135 Lot mA * Cape Town. South African Philosophical Society. Transactions, vol. XVIII, p..4, 1909. i * Catania. Accademia Gioenia di scienze naturali. Atti, ser. V, vol. I, 1908. -- Bollettino delle sedute, fasc. 5°-9° (1908-1909). * — Società degli Spettroscopisti italiani. Memorie, vol. XXXVII, disp. 12; XXXVIII, 1-10. — R. Università. Annuario dell’Istituto di storia del Diritto romano. Catania, 1907-1908, 1 vol. 8°, vol. IX, 2; vol. X. — Istituto di Storia di Diritto romano. Rassegna Universitaria catanese, vol .VII. fasc. 1°; 49; * Chambéry. Académie des sciences, belles-lettres et arts de Savoie. Mémoires, 44 Sér., T. XI, 1909. * — Société Savoisienne d’histoire et d’archéologie. Mémoires et documents, geme. Ser. DT, XLVI, 1908, PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XXIX Charlottenburg. Physikalisch-technische Reichsanstalt. Die Titigkeit im Jahre 1908. * Cherbourg. Société Nationale des sciences naturelles et mathématiques. Mémoires, T. XXXVI. * Chicago. Field Museum of Natural History. Publication. — Geological Series, vol. III, N. 7. — Report Series, vol.III, N. 2, 3. — Zoological Series, vol. VII, N. 6. * — American Urological Association. Transactions. Seventh Annual Meeting June 1st and 2d, 1908. * — The John Crerar Library. Fourteenth annual Report for the year 1908; 8°. * * Cincinnati. Lloyd Library of Botany, Pharmacy and Materia medica. Bulletin N. 11. * Cividale. Memorie storiche Forogiuliesi. An. IV (1908), fasc. 2-4; V (1909), 1. * Colorado Springs. Colorado College Publication. Engineering Ser., vol. I. N. 3-4. — Language Ser., vol. II, N. 19-21. — Sciences Ser., vol. XII, N. 2-5. * Copenhague. Académie R. des sciences et des lettres de Danemark. Bulletin, 1908, N. 6; 1909, N. 1, 4,5. — Mémoires, Section des Sciences, 7ème Sér., T. VI, N. 8, 4; VII, 1; VIII, 1-3. — Section des Lettres, 7ème Sér., T. 1,3. Cordoba Academia Nacional de Ciencias. Boletin, T. XVIII, Entrega 3°. * Cracovie. Académie des Sciences (Akademii Umiejetnoséi). Bulletin in- ‘ternational, Classe de philologie. — Classe d’histoire et de philosophie, 1908, Nos. 6-10; 1909, 1-6. — Classe des sciences mathématiques et naturelles, 1908, Nos. 9, 10; 1909, 1-7. — Catalogue of Polish scientific Literature, T. VIII, Rok 1908, 1-4; IX, 1909, 1-2. — Rozprawy wydzia} filo- logiezny, Ser. II, T. XXX. — Rozprawy wydziat historyezno-filozofiezny, Ser. II, T. XXVI, XXVII. — Rozprawy wydzialu matematyezno-przyrod- niczego. T. VIII, A; T. VIII, B (1908). — Zaparowrcz (U.), Conspectus florae Galiciae criticus, vol. II, 1908. — Duna (F.), Rozwoj terytoryalny Pomorza poliskiego (Wiek XI-XIII)L) — Dr. W. Toxarz, Galicya w poczatkach ery Jozefinskiej w swietle ankiety urzedowe] z roku 1783. * Delf. Bibliothek der Technische Hoogeschool. Tesi, 5. * Denison. Scientific Laboratories of Denison University. Bulletin, vol. XIV, art. 1-5. * Dublin. Royal Irish Academy. Proceedings, vol. XXVII, Section A, Nos.10-12; B, 6-11; C, 9-18. * — Royal Dublin Society. Economic Proceedings, vol. I (1908), p. 13-16. — Scientific Proceedings, N. S., vol. XI, Nos. 29-32; XII, 1-23. — Scientific Transactions, Ser. II, vol. IX, Nos. VII.IX. * Edinbargh. Royal Society. Proceedings, vol. XXIX, p. 2-8 (Session 1908-9). — Transactions, vol. XLVI, p. 2, 3. | * — Royal Physical Society. Proceedings, Sess. 1906-1907, vol. XVII, 1-6. — Geological Society. Transactions, vol. IX, p. 3, 4. * Elberfeld. Naturwissenschaftliches Verein. Jahres-Berichte, XII Heft. — Chemischen Untersuchungsamtes der Stadt Elberfeld Bericht iber die Tatigkeit des Jahres 1908. é XXX PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA * Erlangen. Physikalisch-Medizinische Sozietit. Sitzungsberichte, 39. Bd., 1907; 40, 1908. — Festschrift..... zur Feier ihres 100jAhringen Bestehens am 27 Juni 1908. — Università. Tesi di laurea, 1907-1908, N. 219. Firenze. R. Accademia della Crusca, Vocabolario. Quinta impressione, vol. X, fasc. 2*, 1909. *# — R. Accademia economico-agraria dei Georgofili. Atti, serie 5*, vol. VI, disp. 1-4. * — R. Istituto di Studi superiori pratici e di perfezionamento. Sezione di ‘ scienze fisiche e naturali: Raccolte Planctoniche fatte dalla R. Nave “ Liguria ,, vol. I, fasc. V. — Contributo allo studio fisico e chimico dei minerali che per riscaldamento sviluppano acqua. — Storia della Col. lezione centrale degli Animali vertebrati italiani del R. Museo Zoolo- gico di Firenze, 1876-1908. — Osservazioni astronomiche fatte all’Équa- toriale di Arcetri nel 1908 da A. Abetti, fasc. 26. — Sezione di Filosofia e Filologia: Ezio Levi, Francesco di Vannozzo e la Lirica nelle Corti Lombarde durante la seconda metà del secolo XIV. Firenze, 1908; 8°. * — Osservatorio Meteorico del R. Museo. Pubblicazioni periodiche di me- teorologia. Osservazioni dell’anno 1907-1908. — Osservatorio Comunale di Quarto-Castello. Spoglio delle Osservazioni sismiche dal 1° dicembre 1903 al 30 novembre 1906. — R. Commissione geodetica italiana. Differenza delle longitudini fra Milano Osservatorio astronomico di Brera e Crea punto trigonometrico di 1° ordine della rete geodetica italiana. Osservazioni. Milano, 1909; 4°. — Elementi della rete geodetica, fondamentale a nord del parallelo di Roma. Firenze, 1908; 4°. — Sezione di Statistica del Comune. Annuario statistico delle Città ita- liane, an. I (1906); II (1907-1908). * Frankfurt am Mein. Senckenbergische Naturforschende Gesellschaft. Abhandlungen, Bd. XXX, 3, 4. — Berichte, 1908, 39; 1909, 40. e Freiburg i. Br. Naturforschende Gesellschaft. Berichte, Bd. XVII, 2. * Gap. Société d'Études des Hautes-Alpes. Bulletin, 3ème Sér.,, XXVII?Me An. Nos. 27-28, 8ème.4ème trimestre 1908; XXVIII'me, Nos. 29-31, 1°" et s°me trimestre 1909. * Genova. Società Ligure di Storia patria. Medaglia commemorativa coniata pel cinquantenario della fondazione della Società. * — Società diletture e conversazioni scientifiche. Rivista ligure di scienze, lettere ed arti. An. XXXI, fasc. 1-5. Giessen. Università. Tesi di laurea, 1908-1909, N. 178. * Goteborgs. K. Vetenskaps- och Vitterhets-Samhiilles. Handlingar-Fjàrde foljden. Hift X, XI. * Gottingen. K. Gesellschaft der Wissenschaften. Philologisch-historische Klasse: Abhandlungen, N. F., Bd. VI, 4; XI, 2-5. — Nachrichten, 1908, 6; 1909, 1-3. — Matematisch-physikalische Klasse: Abhandlungen, N. F., Bd. VII, 3. — Nachrichten, 1908, 4; 1909, 1, 2. — Geschaftliche Mittei- lungen, 1909, 1. A PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XXXI * Granville Ohio. Scientific Laboratory of Denison University. Bulletin, vol. XIV, Art. 6-10. * Haarlem. Musée Teyler. Archives, Sér. II, vol. IX, 8îme NEI Habana. Academia de Ciencias médicas, fisicas y naturales. Anales, T.XLV,nov.-diciemb., enero-mayo 1903-1909; T. XLVI, mayo-Julio 1909. * Hamburg. Hamburgische Wissenschaftliche Anstalten. Jahrbuch XXV (1907). Beiheft. 1-7, — Jahrbuch, XXV Jahrgang, 1907. * Harlem. Société hollandaise des sciences. Archives Néerlandaises des sciences exactes et naturelles. Sér. II, T. XIV, 1-5 livrs. * Heidelberg. Naturhistorisch-medicinisches Verein. Verhandlungen, N. F., Bd. VIII, Heft 5; IX, 1-4; X, 1-2. — Università. Tesi di laurea, 1907-1908, N. 297. Helsingfors. Société des sciences de Finlande. Acta, vol. XXXIII-XXXIV, XXXVII, 1, ©, 1907-1908; 4°. — Bidrag, 64-66 Haftét, 1907-1903; 8°. — Ovfversig, XLVIII, 1905-1906; XLIX, 1906-1907; L, 1907-1908; 8°. — Festschrift Herrn Prof. Dr. J. A. Palmén zu seinem 60. Geburtstage am 7 november 1905, gewidmet von Schiller und Kollegen, Bd.-I-II (10 vol.). — Observations météorologiques publiées par l’Institut météorologique central: État des glaces et des neiges en Finlande pendant les hivers 1896-1897 et 1897-1898. — Meteorologisches. Jahrbuch ftir Finland herausg. von der Meteorologischen Zentralanstalt. Bd. II, 1902. Hermannstadt. Siebenbirgischer Verein fir Naturwissenschaften. Ver- handlungen und Mitteilungen, LVIII. Bd. Jahrg. 1908; 8°. Hollande. Institut Météorologique Royal des Pays-Bas. PERO: SERRE en Verhandelingen, N. 6-7. * Jena. Medizinisch-Naturwissenschaftliche Gesellschaft. Jenaische Zeit- °° schrift, N. F., XXXVI. Bd., IT-IV; XXXVIII, 1. — Denkschrift, III, 1, 2 Liefg.; XII, 1,2. * Inghilterra. British Association for the Advancement of Science. Report of the Dublin Meeting. London, 1909; 1 vol. 8°. * Kasan. Société Physico-Mathématique; Bulletin, 2° Sér., T. XVI. * Kharkow. Société mathématique. Communications, 2ème Sér., T. X. XI, N. 1-4. * Karlsruhe. Technische Hochschule. Dissertaz., 1907-1908; 1908-1909. N. 52. * Kiel Kommission zur wissenschaftlichen Untersuchung der deutschen Meere in Kiel und der Biologischen Anstalt auf Helgoland. Wissen- schaftliche Meersuntersuchungen. N. F., IX. Bd., Abth. Helgoland, Heft 1; X. Bd., Abth. Kiel, Ergàinzungsheft. * Kònigshberg. Physikalisch-(konomische Gesellschaft. Schriften, XLVII. Jahrg.;.‘1807;' XLTX,-1909. Kyoto. Imp. University. College of Science and Engineering. Memoirs, vol. I, No. 4, 1908. * Leipzig. K. Sachsische Gesellschaft der Wissenschaften. Mathematisch- physische Klasse: Berichte iber die Verhandlungen, 1908, VI-VIII; 1909, I-III. — Abhandlungen, XXX. Bd., N. 5-6; XXXI, XXXII, 1. — Philologisch-historische Klasse: Berichte iiber die Verhandlungen, 1908, 6-8; 1909, 1-2. — Abhandlungen, XXVI, Bd. 3-5; XXVII. * * XXXII PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA Leipzig. Fiirstlich Jablonowski'sche Gesellschaft; 8°. — Jahresbericht, 1909. — Preisschriften: F. Poranp, Geschichte des griechischen Vereinswesen (N. XXIII d. hist. nat.-Gkonomischen Section). ‘ — Pathologisches Institut. Arbeiten, Heft 1-5, 1903-1908 (dono del Prof. F. Mar- chand Socio corrispondente dell’ Accademia). Léopol. Société Polonaise pour l’advancement des sciences. Bulletin, I-VIII, 1901-1908. Lima. Ministerio de Fomento. Cuerpo de Ingenieros de Minas del Peri. Boletin, N. 63-74; 8°. * Lisboa. Academia de Sciencias de Portugal. Trabalhos, 1 Ser., T. I. * — Academia Real da Sciencias. Sessào Publica. Em de ferro 1905; marco 1906, junho 1907. — Notes on the Climate of Mont’Estoril and the Riviera of Portugal ete. — Commissîo do Servigo Geologico de ci Communigades, T. VI, fasc. 2. * Lisbonne. Société Portugaise des sciences naturelles. Bulletin, vol. II, fasc. 1-8. Locarno. Società ticinese di Scienze naturali. Bollettino, An. I-IV, 1904-1908. #* London. Royal Institutions of Great Britain. Low-Temperature Research, 1900-1907. — Proceedings, vol. XVIII, Part II. * — Royal Society. Proceedings. Mathematical and Physical sciences, Ser. A, vol. 81, 550; 82, 83, No. 559, 560. — Biological sciences, Ser. B, vol. 80, No. 544; 81, 945-991. — Philosophical. Transactions: Ser. A, containing papers of Mathematical or Physical Character, vol. 208, 209; Ser. B, containing papers of a Biological character, vol. 200. * — Royal Society. Evolution Committee. Report, IV. * — Royal Society. Report of Magnetic Survey of South-Africa; 1 vol. 4°. — Royal Society. National Antartic Expedition 1901-1904. Magnetic Obser- vations. London, 1909; 4°. 5 ** — Royal Society. Catalogue of scientific paper 1800-1900 subject index, vol. I. Pure Mathematics. Cambridge, University Press, 1908; 1 vol. 8° gr. * — Royal Society. International Catalogue of Scientific Literature. Sixth Annual issue: B. Mechanics; C. Physics; D. Chemistry (Fifth Annual Issue); F. Meteorology including Terrestrial Magnetism; G. Mineralogy including Petrology and Crystallography; H. Geology; K. Palaeontology; M. Botany; N. Zoology, 2 vol. (1. Seventh ann. Issue); 0. Anatomy; P. Anthropology; 0. Physiology; 13 vol. 8°. * — R. Astronomical Society. Monthly Notices, vol. LXIX, 2, 9 suppl. numb. — Memoirs, vol. LVII, part III; Appendix II, vol. LVII; LIX, p. I-II. * — British Museum (Natural History). Catalogue of the Fresh-Water Fishes of Africa, vol. 1. By G. A. Boulenger. — Catalogue of the Lepidoptera Phalaenae, vol. VII. Test. a., VIII Plates. — Synopsis of the British Basidiomycetes by W. G. Smith. 1 vol. 8°. — Guide to the Specimens illustrat. the Races of Mankind (Anthropology). — Guide to the Whales, Porpoises and Dolphins (Order Cetacea). — Mineral Department. — An introduction to the Study of Rocks and guide to the Museum col- lection, 4. edit. — An introduction to the Study of Meteorites with PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XXXIII . a list of the Meteorites represented in the Collection, 10. edit. — Me- morials of Charles Darwin. * London. Chemical Society. Journal, vol. XCV, XCVI, January-Dec. 1909. Indexes, vol. XCIII and XCIV. — Proceedings, vol. XXV, No. 350-363. Index, vol. XXIV. * — Geological Society. The Centenary of the G. S. celebrated Sept. 26th. to October 8rd. 1907. — Quarterly Journal, vol. LXV, p. 1, N. 257-259. — Geological literature during the Year ended December 3lst., 1908. * — Linnean Society. List 1900-1910; Proceedings, 121st. Session. From November 1908 to June 1909. — Journal. Botany, vol. 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XV, part 2 (1907). — Wisconsin Geological and Natural history Survey. Bulletin, No. XX (Economic Series, N. 13). — University Wisconsin. Publications ofthe Washburn Observatory, vol. XII. Madras, Kodatkanal Observatory. Bulletin, No. XIV-XVIII., Annual Report of the Director 1908; 4°. XXXIV PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA * Madrid. Real Academia de la Historia. Boletin, T. LIV, Cuaderno 1-6; LV, 4 * — R. Academia de Ciencias exactas, fisicas y naturales. Anuario, ‘1909. — Revista, T. VII (1908), N. 4-12. — Memorias, vol. XXV, 1-2 fasc. — Instituto Central Meteorolégico. Resumen de las observaciones Meteo- rolégicas efectuadas en la peninsula y algunas de sus islas adyacentes durante el aîio 1907, vol. IT-HI. * Magdeburg. Museum fiir Natur- und Hol biiii Abkeidinizon und Berichte, Bd. I, Heft 4. * Manila. Bureau of Science; Division of Ethnology Publication, vol. IV, p. II, The history of Sulu; vol. V, p. 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XLI, fase. 18-20; XLII, 1-15. — Atti della fondazione scientifica Cagnola dalla sua istituzione in poi, vol. XXII (1907-1908). * — Società Italiana di scienze naturali e Museo Civico. Atti, vol. XLVII, Tano SES TALYVAII; 1°-2°, — Università Commerciale Luigi Bocconi. Annuario per l’anno scolastico 1908-1909, anno VII. — R. Osservatorio di Brera. Anno 1910. Articoli generali del Calendario ed Effemeridi del Sole e della Luna per l'orizzonte di Milano. Con ap- pendice; 8°. — Pubblicazioni, fasc. 45°. — Municipio. Bollettino statistico mensile, 1908, novembre, dicembre; 1909, gennaio-ottobre. — Riassunto dei Bollettini statistici mensili dell’anno 1908. — Dati statistici a corredo del Resoconto dell’Ammi- nistrazione comunale, 1908. * Modena, Regia Accademia di scienze, lettere ed arti. Memorie, ser. III, vol. VII; 4°. i * — Società dei Naturalisti e Matematici. Atti, Ser. 48, vol. III, IV, VII-X, 1905-1908. Monaco. Institut Océanographique (Fondation Albert I° Prince de Monaco). Bulletin, 1909, Nos. 136-153. Résultats des campagnes scientifiques ac- PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XXXV complies sur son yacht par Albert 1° Prince souverain de Monaco, fasc. XXXIV (dono di S. A. Serenissima il principe Alberto). * Moncalieri. Osservatorio del R. Collegio Carlo Alberto. Osservazioni me- teorologiche e sismiche. Bollettino, 1908 dicembre; 1909 gennaio- ottobre. * Montevideo. Observatorio Nacional Fisico-Climatolégico. Boletin, vol. VI (1908), N. 61-72. * Montpellier Académie des sciences et lettres. Bulletin divora] 1909, N.1-7. * Moscou. Société Impériale des Naturalistes. Bulletin, An. 1907, N. 4. * Moskau. Meteorologisches Observatorium der K. Universitàt. Beobachtun- gen 1905, 1906, 1907. i * Miinchen. Kgl. Bayerisches Akademie der Wissoniital Almanac, 1909. — I. Philosophisch-philologischen Klasse: Abhandlungen, XXIII Bd., 8. Abt.; XXIV, 3. — II. Mathematisch-physikalische Klasse; Abhandlung., XXIII Bd., 3 Abt.; XXIV, 2; I Suppl.-Bd., 1-6 Abt.; II. Suppl.-Bd.,1 Abt. — Sitzungsber., 1907, Heft 2; 1909, 1-14 Abt. — II Philosoph.-philolog. und historische Klasse: Abhandlungen, XXIII Bd., 3 Abt.; XXIV, 3. — Sitzungsber., 1908, 1-11 Abt.; 1909, 1-14. — Festrede, 14 Dezember 1907: Dante und die Idee des Weltfriedens, von H. Granert. — 14 Novemb.1907. Der Anteil der geistlichen Ritterorden an dem geistigen Leben ihrer Zeit, von H. Prutz. — 10 Marz 1909: Die Minchner Akademie von 1759 bis 1909, von K. Th. v. Heigel. — Neue Annalen der K. Sterwarte, Bd. IV. # — Ornithologische Gesellschaft in Bayern, Verhandlungen, 1907. * Nancy. Académie de Stanislas. Mémoires, 1907-1908, 6ème Sér., T. V. * Nantes. Société des sciences naturelles de l’Quest de la France. Bulletin. 2 Sér., T. VIII, 3° et 4° trimestres 1908; IX, 1° trimestre 1909. * Napoli. Società Reale. Annuario 1909. — Aécademia di Archeologia, Let- tere e Belle Arti. Rendiconto, N. S., An. XXII, 1908. — Accademia delle scienze fisiche e matematiche. Rendiconto, Ser. 3*, vol. XIV., fasc. 8-12, 1908; XV, 1-7, 1909. — Accademia di scienze morali e po- litiche. Rendiconti, an. XLV, 1906; XLVI, 1907; XLVII, 1908. — Atti, vol. XXXVII, XXXVIII. — R. Istituto d’Incoraggiamento. Atti, Ser. VI, vol. LX, 1908; 4°. — Accademia Pontaniana. Atti, vol. XXXVIII. — Società dei Naturalisti. Bollettino, vol. XXII (1908); 8°. — Stazione Zoologica. Mittheilungen, XIX. Bd., 2, 3 Heft. * Neuchatel, Société Neuchateloise des sciences naturelles. Bulletin, T.XXXV, An. 1907-1908. * New Mexico. University. Bulletin, Whole, N. 50 (Catalogue ser., vol. 18). * New-York. American Mathematical Society. Bulletin, vol. XV, No. 4-10; XVI,1-83.— Transactions, vol. X, No. 1-4.-- Annual Register, January, 1909. * — New York Public Library Astor Lenox and Tilden foundations. Bulletin, 1908, vol. XII, No. 12; 1909, vol. XIII, Nos. 1.11. — Carnegie Foundation for the Advaùcement of Teaching. Third Annual Report of the President and Treasurer, 1908. 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Circolo Matematico. Annuario biografico, 1909. — Rendiconti, T. XXVII, fase. 1-3; XXVIII, 1-2. — Supplemento ai Rendiconti: vol. III, N. 5-6; IV, 1,2. — Indice delle pubblicazioni, N. 2, 1909. * — Società di scienze naturali ed economiche. Giornale, vol. XXVI, 1908. * — R. Istituto Botanico. Contribuzioni alla Biologia vegetale, vol. IV, fasc. II. Parà (Brazil). Museu Goeldi (Museu Paranense), Boletim, vol. V, N. 2. Paris. Ministère de l’Instruction Publique. Catalogue des Thèses et Écrits académiques, 24ème fase. Année scolaire 1907-1908. — Ministère de l’Instruction Publique et des Beaux-Arts. Inventaire som, maire des Archives communales et départementales antérieures à 1790: Allier. Hospice de Gayette. — Basses- Alpes, Archives civiles, Dér, B, T,ILg — Bouches du Rhòne, Ville de Marseille (Archives communales), Sér. AA. Actes constitutifs et politiques de la commune cartulaire de la cité. — Cher, Archives civiles, Sér. E, T.IV. — Gironde, Sér. suppl., T. IVème, — Hautes- Alpes, Ville de Gap, T.I. — Lot-et-Garonne, Période révolu- tionnaire, Sér. L, T. 1". — Morbihan, Sér. B, T.I, Table générale. — Rhòne, Ville de Lyon, La Charité ou Aumbòne générale. — Ministère des Travaux Publics. Annales des Mines, 100me Sér., T. XIV, 1-12 Tivrs., 190: AV 10, 1009, — Institut de vo Annuaire pour 1909. — dii (E.), Souvenir de ma- rine. Collection des plans ou dessins de navires et de bateaux anciens ou modernes existants ou disparus avec les éléments numériques né- cessalres à leur construction. Paris, 1908. Atl. in f°. — Académie des sciences. Comptes rendus hebdomadaires, 1909, T. 148, 149. — Mémoires, T.L, 2°Sér. — Mémoires présentés par divers savants, 2° Sér., T. XXXIII et XXXIV, — ROSEE des sciences morales et politiques, Mémoires, T. XXV, XXVI. — Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, Mé- moires, T. XII, 1° partie; XXXIII, 3; XXXVIII, 1; XXXIX, 1. — Séances et travaux. — Corpus inscriptionum semiticarum. Pars quarta: Inscri- ptiones Himyarticas et Sabaeas continens, T. I, fasc. IV, Testo e Tav. — Catalogue des Actes de Frangois I", T. IX, X. Ci PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XXXVII ** Paris. Bureau des Longitudes. Annuaire pour l’an 1910; 16°. * — Musée-National d’histoire naturelle. Bulletin, 1908, N. 6; 7; 1909, 1.4. — Nouvelles Archives, 4° sér., T. X, 2° fasc. * — Musée Guimet (Ministère de l’Instruction Publique et des Beaux-Arts). Annales, T. XXXI, 1°° et 2° partie. — Bibliothèque d’études. T. XXV. — Revue de l’histoire des religions, T. LVII, Nos. 2, 3; LVII, 1-3. ** + Société Anatomique. Bulletins, 1909. * =. Société de Géographie. La Géographie, Bulletin, An. 1908, XVIII, N. 1 (15 juillet) - 6 (15 décembre); 1909, XIX, 1(15 janvier) - 6 (15 juin); XX, 1 (15 juillet). * — Société Géologique de France. Bulletin, 4° Sér., T. VIII, Nos. 3-6. * — Société Mathématique de France. Bulletin, T. XXXVII, fasc. 1-3. * — Société Nationale des Antiquaires de France. Bulletin, 1908, 4° trim.; 1909, 1”-3° trim. — Mémoires, 7° Sér., T. VIII. * — Société Philomatique. Bulletin, 9° Sér., T.XI, N.5-6; 10° Sér., T.I, 1,2,5. * — Société de Spéléologie Spelunca. Bulletin et. Mémoires, T. VII, . N. 54-56. * — Société Zoologique de France. Bulletin, T. XXXIII, N. 1-10. — Mémoires, an.;.1908; T., XXI. * Pavia. Società Pavese di Storia patria. Bollettino, An. VIII, 1908, fasc. 6°; IX; 1909, 1-2. | | * Perugia. Università degli Studi. Annali: della Facoltà di Giurisprudenza, 1907, Ser. III, vol. V; 1908, vol. VI, fasc. 1-4; 1909, V, 1; della Facoltà di Medicina, 1905, Ser. IIIg: vol. V, fasc. 1; VI, VIL 1,2. * — R. Deputazione di Storia patria. Bollettino, An. XIV, fasc. 2, 3; XV, 1-2. * Philadelphia. Academy of Natural Sciences. Proceedings, vol. LX, p. 1-3; LXI, p. 1. — Journal, 2nd Ser., vol. XIII, p. 4. *_ American Philosophical Society. Proceedings, vol. XLVII, Nos. 188-190. * Pisa. Società Toscana di scienze naturali. Memorie, vol. 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XVII (1908); Trida III, Cislo 23-26, 28. — Sbirka prameniv, Skupina II, Cislo 9, 11, 12, — © Vestnik, Rocn. XVII (1908). — Filosofické bibliotheka. Filosofické Spisy Vincence Zahradnika... opatril Frantiseka CaAda, Dil. II. — Anatomie a fysiologie rostlin napsal prof. Dr. B. Némec, 1908; 1 vol. 8°. — Remeslnictvo a zivnosti XVI. Veku v Cechàch sepsal Z. Winter, 1 vol. 8°. — Rukovéf k pisemnictvi humanistickemu..... sestavil Ant. Truhlàr (I. Svazek); 1 vol. 3°. — Albert Velflik Zivota a pùsobeni arch. Dr. Josef Hlavky s prehledem pokroku v. umeni Stavitelskélio za jetro zivnosti. Pretoria. Transvaal Meteorological Department. Annual Report for the Year ended 30th June, 1908. * Pusa. Agricultural Research Institute. Memoirs of the Department of Agriculture in India. — Botanical Series, vol. II, Nos. 6-3. — Chemical Series, vol. I, N. 7.— Entomological Series, vol. II, No. 7. * Reims. Académie Nationale. Travaux, T. CXVIII (2nd 1904-1905), CXIX et CXX (I-II, 1905-1906), CXXTI (T. 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Con una appendice di confronti internazionali. — Statistica delle elezioni generali politiche alla XXIII Legislatura (7 a 14 marzo 1909). — Movimento della popolazione secondo gli Atti dello Stato. civile nell’anno 1907. — Statistica dei ricoverati in Ospedali e in altri Istituti di Assistenza pubblici e privati nell’anno 1907; 8°. — Catalogo della Biblioteca, supplemento VI, dal 1° luglio 1906 al 31 di- cembre 1908; 1 vol. 8°. PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XXXIX Roma. Ministero delle Finanze. Statistica del commercio speciale di impor- tazione e di esportazione, fasc. di novembre e dicembre 1908, gennaio- settembre 1909. — Bollettino di Legislazione e Statistica doganale e commerciale, anno XXV, settembre-dicembre 1908; XXVI, gennaio- settembre 1909.— Relazione sull’Amministrazione delle Gabelle per l’eser- cizio 1907-1908. — Movimento della Navigazione del Regno d’Italia nell’anno 1907, vol. I-II. — Tabella indicante i valori delle merci nel- l’anno 1908 per le statistiche commerciali. — Movimento commerciale del Regno d’Italia nell’anno 1908, parte 18-2*, vol. II, p. 2. — Stati Uniti. Tariffa doganale del 5 agosto 1909 (Ediz. provvisoria). — Notizie com- plementari alle statistiche giudiziarie penali degli anni 1896-1900. — Statistica giudiziaria penale per gli anni 1905-1906. ** — Ministero dell’Interno. Calendario generale del Regno, a. XLVII, 1909; 3°. *#* — Ministero della Pubblica Istruzione. Annuario 1909; 8°. * — Senato del Regno. Bollettino delle pubblicazioni di recente acquisto. Anno 1908, N. 3-6; 1909, 1-2. * — Camera italiana dei Deputati. Raccolta degli Atti parlamentari della Legislatura XXII (1904-1909). — Discussioni, vol. I-XXI, Indice gene- rale. — Disegni di Legge, vol. 1-33, Documenti, I-V. — Manuale ad uso dei Deputati per la Legislatura XXIII. — Discorsi parlamentari dì E. Gianturco, 1 vol. 8°; Id. id. di G. Zanardelli, 3 voll. 8°. — Catalogo metodico degli scritti contenuti nelle pubblicazioni periodiche italiane - e straniere. Parte 1*: Scritti bibliografici e critici. Indice generale a tutto l’anno 1906. DIET * — Reale Accademia dei Lincei. Atti. Annuario 1909. — Classe di scienze fisiche, matematiche e naturali. Rendiconti, vol. XVIII; Memorie, ser. 5*, vol. VII, N. 1-10. — Classe di scienze morali, storiche e filologiche. Rendiconti, Ser..5*, vol. XVIII; Memorie, vol. XII, XIV, fasc. 1,2. — Notizie degli Scavi di antichità, Ser. 5*, vol. V, fasc. 9-12; VI, 1-8. — Rendiconto dell’adunanza solenne del 6 giugno 1909. * — R. Ufficio Geologico. Carta geologica d’Italia. 1:100.000: Lucania, fol. N. 198-200, 209-212, 3 fol. di sezioni, fol. 10. — Bollettino del Co- mitato Geologico. Anno 1908, N.3; 1909, 1. * — Istituto di Diritto romano. Bullettino, An. XX, fasc. 4-6. — Società degli Agricoltori italiani. Bollettino quindicinale, vol. XIV, N. 1-22. — Ufficio centrale Meteorologico e Geodinamico italiano. Annali, Ser. 22, vol. XIX, p. 1* (1897); XXVII, p.:1* (1905); XXVIII, p. 1° e 3* (1906). * — Pontificia Accademia Romana dei nuovi Lincei. Atti, Anno LXII (1908-1909), Sessione I-VII. — Memorie, vol. XXVI. * — Biblioteca Vaticana. Studi e Testi, 20. I codici petrarcheschi. * Rovereto. I. R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti degli Agiati. Atti, Ser. 8; vol. XIV, fasc;:3 4;.XV,.1-2. + Saint-Louis. Mo. Botanical Garden. 19. Annual Report, 1908. * — Academy of Science. Transactions, vol. XVI, Nos. 8, 9, 1906; XVII, 1,2, 490% * St-Pétershourg. Académie Imp® des sciences. Bulletin, Classe physico- mathématique, 5° Sér., T. XXV, an. 1909; 6° Ser., 1909, N. 1-17. XL PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA St-Pétersbourg. Musée Géologique Pierre le Grand. Travaux, T. I, HI, III, 1, 1907-1909. — Observatoire Physique Central Nicolas. Annales, 1904. Supplément, 1905, 1° part., II, fasc. 1, 2; 1905, Suppl. Observatoire magnétique et météo- rologique d'Irkoutsk. * — Comité Géologique. Bulletins; 1907, T. XXVI, Nos. 1-4, 8-10; 1908, XXVII, 2,3. + Mémoires, Nouv. Sér., livrs. 28, 30, 37, 38, 41, 42. * — Société physico-chimique russe. Journal, XL, 5; XLI, 1-8. * San Francisco. California Academy of sciences. Proceedings, IV® Ser., vol. III, pp. 41-48. * Sassari. Studi sassaresi. An. VI, sez. II, fase. 8-4; VII, 1-2. * Siena. R. Accademia dei Fisiocritici. Atti, Serie IV, vol. XX, N. 7-10; Wevot L-4-G — R. Università. Annuario per l’anno accademico 1908-1909. — R. Archivio di Stato. Inventario delle pergamene conservate nel diplo- matico dall'anno 736 all'anno 1250, Parte I. Siena, 1908; 8°. Stettin. Gesellschaft fir Pommersche Geschichte und Alterthumskunde : Baltische Studien, Bd. 32-46, N. F., 1-11. — Monatsblatter, 1882-1908 (dono del Dr. Giuseppe Piolti). * Stockholm. K. Svenska Vetenskpsakademien. Arkiv for Matematik, astro- nomi och fysik, Bd. V, N. 1-2. — Arkiv fér botanik, Bd. VIII, 1-4. — Arkiv fér zoologi, Bd. V, 1-3. — Handlingar, Bd. XLIII, 7-12. — Medde- landen, Bd. I, 12, 13. — Les prix Nobel en 1906. Stockolm, 1908; 8°. Stonyhurst. College Observatory. Results of Meteorological and Magne- tical Observations, 1908. — With Report and Notes of the Director, Rev. W. Sidgreaves. Liverpool, 1909; 8°. Strassburg. Università. T'esi di laurea 1906-1907, N. 95. — 1907-1908, N. 93. — International Kommission fir wissenschaftliche Luftschiffahrt. Veròffent- lichungen. Jahrg. 1907, Heft 8-12. * Stuttgart. Verein fir vaterliandische Naturkunde in Wiirttemberg. Jahres- hefte, 65. Jahnrg. 1909. — Beilage, Ergebnisse der pflanzengeographischen von Wirttemberg, Baden und Hohenzollern, IV. — Mitteilungen der Geologische Abtheilung des K. Wiirttenbergischen Statistischen Landes- amts, N. 6. * Svizzera. Commission Géologique de la Société helvétique des sciences naturelles. Matériaux pour la Carte géologique de la Suisse. XXIX livr. Bibliographie géologique de la Suisse; 2° partie. Teddington. National Physical Laboratory. Report for the Year 1908. * Thonon. Académie Chablaisienne. Mémoires et Documents, T. XXI, 1908. Tokyo. K. Japanische Universitàt. Medizinische Fakultàt, Mitteilungen, Bd. VII, N. 1-2, 1908. * — Imperial University College of Science. Journal, vol. XXVI, art. 1; XXVII, 02. * Imperial Karthquake Investigation Committee. Bulletin, vol. II, 3; III, 1. * Torino. R. Accademia di Agricoltura. Annali, 1908, vol. LI. * — R. Accademia di Medicina. Giornale, Anno LXXI (1908), N. 1-19; LXXI (1909), N. 1-8. PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XLI * Torino, R. Università. Annuario 1908-1909. — Musei di Zoologia ed Anatomia comparata della R. Università. Bollettino, Vol. XXIII, 19083. :* — R. Università. Istituto di esercitazioni nelle scienze giuridico-politiche: AseLro (L.), Natura giuridica del contratto di somministrazione di merce lavorata. Nota a sentenza. Torino, 1907; 8°. — Brusa (E.), Sulla impugnabilità delle sentenze dell'Alta Corte di Giustizia. Osservazioni. Torino, 1908; 8°. — Brusa (C. F.), Un caso interessante in materia di risarcibilità. Milano, 1908; 8°. — CasreLranI (A.), Il luogo in cui deve eseguirsi l'obbligazione a senso dell’art. 91 Cod. p. c. Milano, 1908; 8°. — Corrino (V. A.), L’usura, studio critico. Torino, 1908; 8°. — GarBa- rino (F.), I diritti del coniuge superstite nella successione “ ab inte- stato ,. Alessandria, 1908; 8°. — OrroLeneni (E.), La convenzione di presa a domicilio nei trasporti ferroviari di merci e il servizio di tra-- ghetto a Venezia. Città di Castello, 1908; 8°. — In., Ancora sulle di- chiarazioni d’ingombro. Milano, 1908 ; 8°. — Rrcca-Barseris (M.)., Nuovi appunti intorno agli effetti della sentenza sulla prescrizione dei cre- diti. Milano, 1907; 8°. — Sincrro (L.), La legge 29 giugno 1906 e gli Enti ecclesiastici. Studio giuridico. Torino, 1906; 8°. — Sotrari (G.), La scuola del diritto naturale nelle dottrine etico-giuridiche dei secoli XVII e XVIII. Torino, 1904; 8°. — Ip., L'indirizzo psicologico nelle scienze giuridiche. Torino, 1905; 8°. — Torsca pi CasreLLazzo (C.), La * Dote militare , ed un caso di conflitto di giurisdizione, Roma, 1907; 8°. — Branco (E.), Il principio “ Solve et repete , nel diritto pubblico italiano. Chieri, 1909; 8°. — Grorpano (G.), Del riscatto convenzionale. Studio. Casale, 1909; 8°. — Maowani (A.), Il diritto sullo spazio aereo e l’areo- nautica. Torino, 1909; 8°. — Perirti DI Roreto (S.), Il diritto al nome patronimico. Torino, 1909; 8°. — Ricci pes Ferres(0.), Faida di Comune. Torino, 1909; 8°. — Sarrari (M.), Natura giuridica del contratto di ab- bonamento alle cassette di sicurezza munite di controchiusura. Città di Castello, 1909; 8°. — Zanerti (C.), Il contratto d’impiego nelle am- ministrazioni industriali di Stato. Sciopero. Arbitraggio obbligatorio. Brescia, 1909; 8°. | * — R. Politecnico. Classificazione degli allievi che nell’an. scol. 1907-1908 riportarono il diploma di Ingegnere Civile, di Ingegnere Industriale o di Architetto. — R. Deputazione sovra gli studi di Storia Patria. Le campagne di Guerra in Piemonte (1703-1708) e l’Assedio di Torino (1706). Studi-documenti- illustrazioni. Vol. IV, VIII. — Biblioteca di Storia: italiana recente (1800-1850), vol. II. — Miscellanea di Storia italiana, Serie 3, T. XIII. * — Club Alpino italiano. Rivista, 1909, vol. XXVIII, N. 1-12. — Bollettino, vol. XXXIX, N. 72. * — Associazione meteorologica italiana. Bollettino bimensuale, Ser. III, vol. XXVII (1908), N. 10-12; XXVIII (1909), 1-9. — Consiglio Provinciale. Atti, An. 1908. # — Municipio. Servizi d’igiene e di sanità. Bollettino di statistica, a. XXXVII, 1908, luglio-dicembre. N. 18, riassunto dell’a. 1908; XXVIII, Atti della R. Accademia — Vol. XLV. C XLII PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA 1909, 1-7. — Statistica demografico-sanitaria e servizi dell’ Ufficio d'igiene. 1907-1903. — Annuario, 1907-1908. — La vita amministrativa del Comune di Torino nel quinquennio 1903-1908. Torino, 1909, 2 vol. 8°. Torino. Camera di Commercio. Statistica delle industrie del distretto ca- merale. Torino, 1909, 3; vol. 1°. — Associazione Pro-Torino. Pro-Torino, Pubblicazione mensile illustrata, an. V, N. 1-12. — Torino e dintorni, 1909, 1 vol. 8°. — Scuola professionale per gli Orefici. Relazione, anno V (1° luglio 1908 - 30 giugno 1909). — Cassa di Risparmio. Resoconto dell’anno 1908. * Toronto. Canadian Institute. Transactions, vol. VIII, part 3 — University of Toronto Studies. Review of historical publications relating to Canada, vol. XIII, 1908. * Toulouse. Université. Faculté des sciences. Annales, 2° Sér., T. X, 1908, 2° et 3° fasc. — Annuaire, An. 1908-1909. — Revue de la France méridionale. Annales du Midi, XX°® Année, 1908, Nos. 79-80; XXI, 1909, 81, 82. — Rapport annuel du Conseil de l’Uni- versité (6 janvier 1909). — Comptes rendus des Facultés et des Obser- vatoilres. * Trieste. Società di Minerva. Archeografo Triestino. Raccolta di memorie, notizie e documenti particolarmente per servire alla storia della regione Giulia, Serie 3*, vol. V, fasc. 1. * Udine. Biblioteca e Museo Civico. Bollettino, An. II (1908), N. 3-4; An. III (1909), 1-2. * Upsala. Regiae Societatis Scientiarum Upsaliensis Nova Acta, Ser. IV, vol. II, fasc. 1. — Universitets. Arsskrift 1908. Bref och skrifvelser af och tiss Carl von Linné..., Deel III. — Bulletin mensuel de l’Observatoire Météorolo- gique, vol. XL (1908). Valle Pompei. Santuario di Pompei. Calendario 1909. * Venezia. R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti. Atti, T. LXVIII, disp. 1-9. — Concorsi a premio proclamati nell'adunanza solenne del 23 maggio 1909. — Osservazioni meteorologiche e geodinamiche ese- guite nell’anno 1907 nell'Osservatorio del Seminario Patriarcale di Venezia. — Biblioteca Nazionale di San Marco. Catalogo dei Codici Marciani ita- liani a cura della Direzione, vol. I (Fondo antico, Classe I, II e Ill: redatto da Carlo Frati bibliotecario-capo, A.Segarizzi sotto-bibliotecario). * Vercelli. Società Vercellese di Storia ed Arte. Archivio, an. I, fasc. 1-2. — Storici inediti vercellesi. I. C. A. Mella, Responsum pro inclita Ver- cellarum civitate et ordine decurionum. * Verona. Accademia d’Agricoltura, scienze, lettere, arti e commercio. Attà _e Memorie, Serie 4*, vol. VIII, IX. — Osservazioni meteoriche del- l’anno 1907, 1908. * — Museo civico. Madonna Verona. Bollettino, An. II, fasc. 4; III, 1-3. PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA — XLIII Yicenza, Accademia Olimpica. Atti, N. Ser., vol. I, annate 1907-1908. L’emi- grazione italiana nell'America del Sud. Studi sulla espansione colo- niale transatlantica del Dott. Antonio Franchini. Roma, 1908; 1 vol. 8°. * Warsawa. Towarzystwo Naukowe (Société scientifique). Sprawozdania (Comptes rendus des séances). Rok 1, N. 4-8; II, 1-7. — Travaux. Classe des sciences mathématiques et naturelles, An. III, N. 1. * Washington. Smithsonian Institution. Annual Report of the Board Regents... 1907 — Smithsonian Miscellaneous Collections, vol. LI, Nos. 1803, 1807; LII (vol. V, Quarterly Issue, part 1), N. 1792; LIII, 1804, 1805, 1810, 1811, 1812; (1818. * — Smithsonian Institution. Bureau of American Ethnology. 26 Annual Report, 1904-1905; 4°. — Bulletin, N. 34. | * — Smithsonian Institution. United States National Museum. Bulletin, 61, 62. — Proceedings, vol. XXXIII, XXXIV. — Report on the progress and condition ending June 30, 1908. — Contributions from the U. S. Na- tional Herbarium, vol. XII, part 1-3, 5-6. — Department of Commerce and Labor. Coast and Geodetic Survey. Report of the Superintendent... from July 1, 1907, to June 30, 1908. — Hypso- metry; Precise leveling in the United States 1903-1907. * — Department of Commerce and Labor. Bureau of Standards, Bulletin, NANI de — U. S. Geological Survey (Department of Interior). 29th Annual Report of the Director... to the Secretary of the Interior. — Professional Paper, 58-63. — Bulletin, Nos 328, 335, 337, 338, 340, 343-355, 357-359, 861- 367, 369. — Mineral Resources, part 1-2. — Water Supply, 219-222, 226. — Geologic Atlas of the U. S., fol. 151-159. * — U. S. Naval Observatory. Navy Department. Synopsis of the Report of the Superintendent for the Physical Year ending June 30, 1903. * — Carnegie Institution. Publications, Nos. 39; 78 (1 vol. diviso in due), 75,85, 87:(in 2_voleands Atl), 89; 90,.98-99,,101-108,,106,107,.110. +7 Year Book, No. 7, 1908. — Library of Congress. Report of the Librarian of Congress and Report of the Superintendent of the Library Building and Grounds, 1908, 1 vol. 8°. — Publications issued since 1907. # Wien. K. Akademie der Wissenschaften. Almanach, 1907, 1908. — Archiv fir 6sterreichische Geschichte, Bd. XCIV, 2; XCVI, XCVIII, 1; XCIX, I. — Fontes rerum Austriacarum. Bd. LX, LXI. — Mathematisch-natur- wissenschaftliche Klasse, Denkschriften, LXXIX, 1 Halb. Bd., LXXXI. — Sitzungsberichte, Bd. CXVI, I, II a, IT b, III; CXVIII, I, 1-7; Il a, 1-9; II b, 1-7; III, 1-7. — Philosophisch-historische Klasse, Denkschriften, LIII, 1-2. — Sitzungsberichte, Bd. CLIV-CLVII; CLVII, 1-6; CLIX; CLX, 1-3, 6-8; CLXI, 1, 2, 5, 6,8. — Mitteilungen der Erdbeben-Kom- mission, N. F., Nos. XXXII, XXXIII. * — K. K, Geologische Reichsanstalt. Abhandlungen, Bd. XXI, Heft 1. — Jahrbuch, Jahrg. 1908, LVIII Bd., 3,4 Heft. — Verhandlungen, Jahr. 1908, N. 15-18; 1909, 1-9. Atti della PR. Accademia — Vol. XLV. c* XLIV PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA Wien. Kommission fiir die internationale Erdmessung. Verhandlungen... Pro- tokolle iiber die am 29. Dezemb. abgehaltenen Sitzung.1908; 8°. — Astro- nomisch-Geoditische Arbeiten des K. K. Militàrgeographischen Insti- tutes, XXII Bd. Astronomische Arbeiten. * — K. K. Zoologisch-Botanische Gesellschaft. Verhandlungen, Jahrg. 1908, LVIII Bd. * Wisconsin. Geological and Natural history Survey. Supplementary Maps of the Lead and Zing district. * Wiirzburg. Physikalisch-medicinische Gesellschaft. Sitzungsberichte, 1907, N38: 1908. 1-5, — Verhandhmgen, N. F.,.. Bd: XL,..2-5. * Zagrebu. Jugoslavenska Akademija znanosti i umjetnosti. Codex diplo- maticus Regni Croatiae, Dalmatiae et Slavoniae. Vol. VI. Diplom. ann. 1272-1290 continens. — Grada xa povijest knizevnosti hrvatske, Krniga 6. — Ljetopis, 1908 (23 Svezak). — Prinosi za hrvatski pravno- povjestni Rjecnik, Svez. I[ (Cteta-Grabez). — Rad, Knjiga 174, 176. — Razredi historico-filologicki i filosoficko-juridicki, 70-71. — Rjecnik hrvatskoga ili srpskoga jezika, Svezak 27, 4 sestoga Drjela-Mariti- Micati. — Zbornik za narodni Zivot i obicaje juZnih Slavena, Kg. XIII, Svezak 2; XIV. di * — Kén. Kroat. Slavon. Dalmat. Landesarchives. Berichte, Jahrg. XI, N. 1-4. * — Hrvatskoga Archeoloskoga Drustva. Vjestnik, N. S., Sv. X, 1908/9. * Zirich. Naturforschende Gesellschaft. Vierteljahrsschrift, 53. Jahrg., 1908, 1-3 Heft. PERIODICI 1909. * Acta mathematica. Vol. 32, 1898. Zeitschrift herausg. von G. Mittag- Leffler. Stockholm; 4°. ** Allgemeine Deutsche Biographie. Liefo. 269-273. Leipzig; 8°. #* Almanacco italiano. An. XIV, 1909. Piccola enciclopedia popolare della, vita pratica. Annalen der Physik und Chemie. Leipzig; 8°. Annales de biologie lacustre publiées sous la direction du dr. E. Rousseau, ® 19067 Vol-172,8. #* Amnales de Chimie et de Physique. Paris; 8°. Annales scientifiques de l’École Normale supérieure. Paris, T. XXVI. * Annals and Magazine of Natural History. London; 8°. ** Annals of Mathematics, second series. Charlottesville; 4°. *#* Antologia (Nuova). Rivista di scienze, lettere ed arti. Roma; 8°. ** Archiv fir Entwickelungsmechanik der Organismen, XXVII. Leipzig; 8°. Archiv fir Naturgeschichte. Berlin (Jahrg. 75). ** Archives des Sciences physiques et naturelles, etc. Genève; 8°. ** Archives italiennes de Biologie... sous la direction de A. Mosso. Turin; 8°. ** Archivio per le Scienze mediche. Torino; 8°. ** Arehivio storico italiano. Firenze; 8°. * Co * K * ** Ei ** Eoi K XY PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XLV Avcehivio storico lombardo. Milano; 8°. Archivio storico sardo. Edito dalla Società storica sarda. Cagliari; 8°. Archivio storico per la Sicilia orientale. Catania, 8°. Archivum Franciscanum historicum. An. I. Ateneo veneto. — Rivista mensile di scienze, lettere ed arti. Venezia; 8°. Athenaeam (The). Journal of English and Foreign Literature, Science, the Fine Arts, Music and the Drama. London; 4°. Beiblitter zu den Annalen der Physik und Chemie. Leipzig; 8°. Beitriige zur chemischen Physiologie und Pathologie. Braunschweig; 8°. ‘ Berliner philologische Wochenschrift; 8°. Bibliografia italiana. Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa. Milano; 8°. Bibliographie der deutschen Zeitschriften-Litteratur, mit Einschluss von Sammelwerken und Zeitungen. Supplementband. Leipzig; 4°. Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa. Firenze; 8°. Bibliotheca mathematica. Zeitschrift fiir Geschichte der Mathematik. Stockholm; 8°. Bibliotheca Philologica Classica; 8°. Bibliothèque de l’École des Chartes; Revue d’érudition consacrée spé- cialement è l’étude du moyen àge, etc. Paris; 8°. Bibliothèque universelle et Revue suisse. Lausanne; 8°. Bollettino Ufficiale del Ministero dell’Istruzione Pubblica. Roma; 8°. Bullettino (Nuovo) di Archeologia cristiana. Roma; 8°. Bullettino di Archeologia e Storia dalmata. Spalato; 8°. Centralblatt fir Mineralogie, Geologie und Paleontologie in Verbindung mit dem neuen Jahrbuch fir Mineralogie, Geologie und Paleontologie. Stuttgart; 8°. Cimento (Il nuovo). Pisa; 8°. Elettricista (L’). Rivista mensile di elettrotecnica. Roma; 4°. Epnuepìg dpyxaroXoyixn. Ev ’A0Nvar. 4°. Eranos. Acta philologica Suecana, 1908, vol. VIII; 1909, IX, 1, 2. Eavhorion, Zeitschrift fiir Literaturgeschichte. Fortschritte der Physik im Jahre 1907, 3; 1908, 1. Braunschweig; 8°. Gazzetta chimica italiana. Roma; 8°. Gazzetta Ufficiale del Regno. Roma; 4°. Giornale del Genio civile. Roma; 8°. Giornale della libreria, della tipografia e delle arti e industrie affini. Milano; 8°. Giornale storico della Letteratura italiana. Torino; 8°. Giornale storico della Lunigiana, 1909. Guida commerciale ed amministrativa di Torino. 8°. Heidelberger Jahrbiicher (Neue). Heidelberg; 8°. Historische Zeitschrift. Miinchen; 8°. / Index librorum recentium (Index Ferrerio). Bologna, 1909, An. I. Jahrbuch iber die Fortschritte der Mathematik, XXXVII, I, 1, 2. XLVI PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA ** Jahrbuch (Neues), fiir Mineralogie, Geologie und Palaeontologie, etc. 1909,-I. IT. Beil. Bd, VIII, 1,2. «* Jahresberichte der Geschichtswissenschaft im Auftrage der historischen Gesellschaft zu Berlin herausgegeben von E. Berner. XXVII Jahrg. 1906. Berlin; 8°. * Journai (The American) of Science. Edit. Edward S. Dana. New-Haven. Ser. IV,.vol, XXXII: XXVII 50, ** Journal Asiatique, ou Recueil de Mémoires, d’Extraits et de Notices relatifs è l’histoire, à la philosophie, aux langues et à la littérature des peuples orientaux. Sér. X, vol. XIII, 1. Paris; 8°. *#* Journal de Conchyliologie, comprenant l’étude des mollusques vivants et: fossiles, 19007; DEVE Parsi, #* Journal de Mathématiques pures et appliquées. Paris; 4°. ** Journal des Savants. Paris; 8°. ** Journal fiir die reine u. angewandte Mathematik. Berlin; 4°. * Journal of Physical Chemistry. Ithaca; 8°. ** Mathematische u. Naturwissenschaftliche Berichte aus Ungarn. Leipzig; 8°. * Morphologisches Jahrbuch. Leipzig; 8°. #* Minerva. Jahrbuch d. gelehrten Welt. Strassburg; 16°. ** Modern language notes. Baltimore; 4°. * Monatshefte fir Mathematik und Physik. Wien; 8°. ** Moyen Age (Le). Bulletin mensuel d’histoire et de philol. Paris; 8°. ** Nature, a weekly illustrated Journal of Science. London; 8°. * Nieuw Archieff voor Wirskunde. Uitgegeven door hel Wiskundig Genoot- schap te Amsterdam; 8°. i ** Palaeontographica. Beitrige zur Naturgeschichte der Vorzeit. Stuttgart. ** Petermanns Mitteilungen aus Justus Perthes' Geographisch. Anstalt. Gotha; 8°. ** — Erganzung. N. 159-160. * Physical Review (The); a journal of experimental and theoretical physic. Published for Cornell University Ithaca. New-York; 8°. *#* Poggendorff’s biographisch-literarisches Handwérterbuch zur Geschichte der exacten Wissenschaften. Leipzig; 8°. * Portugalia. Materias para o estudo do povo portuguez. Porto; 8°. * Prace matematyczno fizyezne. Warzawa; 8°. * Psychologische Studien herausg. von W. Wundt. Neue Folge der Phi- losophischen Studien. Leipzig; 8°. #* Quarterly Journal of pure and applied Mathematics. London; 8°. ** Raccolta Ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia. 8°. Revista de Mathematica per G. Prano. ** Revue archéologique. Paris; 8°. ** Revue de la Renaissance. Paris; 8°. *# Revue de l’Université de Bruxelles; 8°. ** Revue des Deux Mondes. Paris; 8°. Revue du Mois. Paris; 3°. ** Revue générale des sciences pures et appliquées. Paris; 8°. ** Revue numismatique. Paris; 8°. PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA XLVII ** Revue politique et littéraire, revue bleue. Paris; 4°. ** Revue scientifique. Paris; 4°. * Revue semestrielle des publications mathématiques. Amsterdam; 8°. ** Risorgimento italiano. Rivista storica diretta dal prof. B. Manzoxe. To- #imog=8%, * Rivista di Artiglieria e Genio. Roma; 8°. ** Rivista di Filologia e d’Istruzione classica. Torino; 8°. ** Rivista d’Italia. Roma; 8°. ** Rivista di scienza. Organo internazionale di sintesi scientifica. Bologna; 8°. ** Rivista filosofica, in continuazione della Filosofia delle Scuole italiane e della Rivista italiana di Filosofia, Pavia; S°. * Rivista internaz. di scienze sociali e discipline ausiliarie. Roma; 8°. Rivista italiana di Sociologia. Roma; 8°. Rivista storica benedettina. Roma; 8°. Rivista storica italiana. Torino; 8°. Rosario (Il) e la Nuova Pompei. Valle di Pompei; 8°. Science. New-York; 8°. * Science Abstracts. Physics and Electrical Engineering. London; 8°. Sperimentale (Lo). Archivio di Biologia. Firenze; 8°. Stampa (La). Gazzetta Piemontese. Torino; f°. #* Studi medioevali diretti da F. Novari e R. Renier. Torino; 8°. Tridentum. Rivista mensile di studi scientifici. Trento; 8°. Wiskundige Opgaven met de Oplossingen, door deleden van het Wiskundig Genootschap. Amsterdam; 8°. Zeitschrift fir Gletscherkunde fir Fiszeitforschung und Geschichte des Klimas. Berlin; 4°. * Zeitschrift fir matematischen und naturwissenschaftl. Unterricht, herausg. v. J. C. Horrmans. Leipzig; 8°. ** Zeitschrift fir physikalische Chemie. Leipzig; 8°. ES K K * * * * * * * * K XLVII PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALL'ACCADEMIA NB. Le pubblicazioni notate con * si hanno in cambio: quelle notate con ** si comprano; e le altre senza asterisco si ricevono in dono. Dal 13 Giugno al 21 Novembre 1909. Bertini (E.). Sopra la teoria dei moduli di forme algebriche. Note 2* e 32. Roma, 1909; 8° (dall’A. Socio corrispondente dell’ Accademia). Besio Moreno (N.). La Pampasia Argentina ante geologia moderna, con- tribucién al estudio del desecamiento progresivo del globo. Buenos Aires, 1909; 8° (dall’A.). Brioschi (F.). Opere matematiche. T. V. Milano, 1909; 4° (dono del Comi- tato per le onoranze a F. Brioschî). Camerano (L.). La Fauna delle nostre Alpi. Firenze, 1909; 8°. — Ricerche intorno al Colobus occidentalis Rochebr. ed altre specie affini (Estr. dal vol. 1° dell’ opera “ Il Ruwenzori. Relazioni scientifiche ,). Milano; 8°. — Di alcuni Coleotteri dell'Uganda e del Ruwenzori. Id. id. — Osservazioni intorno al Felis pardus subsp. Ruwenzorii Camer. Id. id. — Osservazioni intorno al Cer copithecus ascanias Aud. subsp. Schmidti i Matsch. Id. id. — Osservazioni intorno al Buffelus Caffer SEONE: Radcliffei Oldf. Thomas. Id. id. — Osservazioni intorno all’Equus quagga subsp. Granti Winton. Id. id. (dall’A. Socio residente dell’ Accademia). Cavaccini (Angelina). Tavole per la trasformazione dei gradi sessagesimali in gradi centesimali e viceversa. Napoli, 1909; 4° (dall’ Autrice). Coblentz (W. W.) Supplementary Investigations of Infra-red Spectra. Parts V-VII. Washington, 1908; 8° (dall’A.). Duran y Loriga (D. J. J.). 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Paris, 1907; 4°. — Histolyse des muscles de mise en place des ailes, après le vol nuptial, chez les reines des Fourmis. Paris, 1907; 4°. — Anatomie du corselet et histolyse des muscles vibrateurs, après le vol nuptial, chez la reine de la Fourmi (Lasius Niger). Limoges, 1907; 1 vol. di testo e Atl. in-8° (dall’A.). Leyst (E.). Meteorologische Beobachtungen in Moskau im Jahre 1907. — Luftelectrische Beobachtungen im Ssamarkand'schen Gebiet wihrend der totalen Sonnenfinsternis am 14 Januar 1907 (Id.). Lombardi (L.). Sulla propagazione del magnetismo nelle aste rettilinee di ferro. Memoria. Roma, 1909; 4° (Id.). Moreno (N. B.). Enseîianza universitaria de las matematicas. Buenos Aires, 1909; 8° (Id.). Oechsner de Conincek (W.). Sur la stabilité et sur les reactions du chlo- rure d’uranyle. Bruxelles. 1909; 8°. — Sur un mode de formation du nitrate d’uranyle. Bruxelles, 1909; 8° (Id.). Pavon (R.). Reflexions sopra la locomocién moderna. Cérdoba, 1907; 8° (Id.). Rajna (M.). 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Recherches sur le spectre solaire ultra-violet et sur la déter- mination des longueurs d'onde. Paris, 1864; 8°. — Sur les enregistrateurs de l’électricité ninni que et du magnétisme terrestre. Paris, 1881; 8°. — Sur la construction de la règle géodésique internationale. Paris, 1880; 4°. — Notice sur les travaux scientifiques. Paris, 1884; 4°. — FÉlectricité moderne. Paris, 1894; 8°. — Aimantation induite par le champ terrestre sur les aimants. Cincinnati, 1899:;.18% — Rapports sur l’Exposition internationale d’électricité et sur les Travaux du Congrès des électriciens. Paris; 8°. Mascart (J.). Correction aux tables des logarithmes décimales de Borda. Panié, is.d.a; — Enseignement de l’Astronomie. Système métrique. Les planètes et leur origine. Paris, 1909; 8°. — Comparaison des anciennes mesures. Paris, 1908; 8°. — Les problèmes de Mars. Bruxelles, 1910; 8°. Mattirolo (L.). Luigi Mosca. Torino, 1910; 8° (dall’A. Socio nazionale resi- dente dell’ Accademia). Médaille offerte è Mascart. Paris, 1900; 8, Pinazzoli (R.) e Masini (A.). Osservazioni meteorologiche fatte all’Osser- vatorio della R. Università di Bologna dell’annata 1908 eseguite e cal- colate dagli astronomi aggiunti. Bologna, 1909; 4° (dal Direttore del- l'Osservatorio M. Raina). Vercelli (F.). Le teorie idrodinamiche delle sesse e loro applicazione al calcolo dei periodi e dei moti delle sesse del Benaco. Milano, 1910; 4° (dal Presidente della Commissione per lo studio dei laghi lombardi prof. G. Celoria Socio corrispondente dell’Accademia). Dal 20 Marzo al 10 Aprile 1910. Bollea (L. C.). Gli “ Statuta comunis Placerntiae , del 1823. S. a. 1. — Il misticismo di S. Bonaventura studiato nelle sue antecedenze e nelle sue esplicazioni. Torino, 1901; 3°. — Le prime relazioni fra la Casa di Savoia e Ginevra (926-1211). Torino, ER01-B°, — Pubblicazioni dell’ Istituto storico italiano dal 1891 al 1903. Pinerolo, 1904; 8°. — Un diurno di guerra di Carlo Emanuele I Duca di Savoia, pubblicato con prefazione e riproduzioni fototipiche di piani militari sincroni. Torino, 1905; 8°. , — La rivoluzione di una terra del Piemonte (1797-1799). Torino, 1905; 8°. — Antonio Maria Spelta e la sua Storia della guerra per la successione di Monferrato (1613- 1618). Pavia, 1906; 8°. — Una fase militare controversa della guerra per la successione di Mon- ferrato (aprile-giugno 1615). Alessandria, 1906; 8°. — Un anno di carteggio epistolare fra Carlo Emanuele I di Savoia e l’In- fante Caterina d’Austria sua moglie. Torino, 1906; 8°. LVII PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA Bollea (L. C.). L'assedio di Bricherasio dato da Carlo Emanuele I Duca di Savoia (18 settembre-23 ottobre 1594. Torino; 8°. — Atti del Congresso internazionale di scienze storiche del 1903, recen- sione. Torino, 1908; 8°. — Le idee religiose e morali di Carlo Emanuele I Duca di Savoia. Torino, 1908, 8°, - — La biblioteca Cavagna-Sangiuliani in Zelada in alcuni cataloghi pub- blicati dal conte Antonio Cavagna-Sangiuliani. Torino, 1909; 8°. — Documenti degli archivi di Pavia relativi alla Storia di Voghera. Pine- rolo, 1910; 8° (dall’A.). Iodice (V.). Storia dei Siculi Napoletani (Tempi antichi). Torino, 1910; 8° (dall’A. per concorrere al premio Gautieri per la Storia). Lanzoni (F.). Sopra un manoscritto antico intorno alla vita del beato Ne- volone Faentino. Nota critica. Faenza, 1903; 8°. — San Mercuriale, vescovo di Forlì nella leggenda e nella storia. Roma, 1905; 8°. — S. Severo, vescovo di Cesena. Note critiche. Faenza, 1906; 3°. — I primordi della Chiesa Faentina. Faenza, 1906; 8°. — Le origini del Cristianesimo e dell’ Episcopato nell’ Umbria romana. Note critiche. Roma, 1907; 8°. — S. Petronio, vescovo di Bologna, nella storia e nella leggenda. Roma, 1907; 1 vol. 8°. — Di una legge sull’esecuzione del canto gregoriano inesattamente formu- lata. Roma, 1909; 8°. i — Le figure dell’ “ ancus , o “ climacus liquescens , nei mss. gregoriani. Loro significato ed esecuzione. Roma, 1908; 8°. — Il ° liber Pontificalis , Ravennate. Saronno, 1909; 8°. — Un antico vescovo d’Imola. Faenza, 1909; 4°. — Il primo vescovo di Comacchio. Bologna, 1909; 8°. — I primordi dell’ordine Francescano in Faenza. Faenza, 1910; 8° (dall’A.). Muratori (L. A.). Archivio Muratoriano. Studi e ricerche in servigio della nuova edizione dei “ Rerum italicarum scriptores ,. N. 7. — Rerum italicarum scriptores. Fasc. 78; 5° del T. XXXI, p. 1°. “ Dal 3 al 17 Aprile 1910. ** Dalton(J.). A New System of Chemical Philosophy. Manchester, 1808-1827; S.ivol. 8°, Guareschi (I.). La Chimica in Italia. Introduzione. Cenni sullo Stato del- l’Italia nella seconda metà del secolo XVIII. — I. J. B. Beccari. Vin- cenzo Menghini. G. B. Beccaria. Felice Fontana. Giovanni Fabbroni. Angelo Saluzzo. Torino, 1909; 8° (dall’A. Socio nazionale residente del- V Accademia). Dal 10 al 24 Aprile 1910. De Luca (P.). I Liberatori. Glorie e figure del risorgimento (1821-1870). Nuova edizione riveduta ed ampliata con 361 illustrazioni e 14 tavole. PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA LIX Bergamo, 1909; 4° (dall'A. per concorrere al premio Gautieri per la Storia). ** Muratori (L. A.). Rerum italicarum scriptores. Fasc. 79 (fasc. 5° del TORTE DPL Saleilles (R.). De la personnalité juridique. Histoire et Théories. Paris, 1910; 1 vol. 8° (dall'A. Socio straniero dell’Accademia). Dal 17 Aprile al 1° Maggio 1910. ** Reichenbach (L.) et (H. G.) fils. Icones florae germanicae et helveticae simul terrarum adjacentium ergo mediae Europae. Opus... conditum, nunc continuatum D'* G. Beck de Mannagetta. T. XIX, Decas 28-30. Lipsiae et Gerae; 4°. | Dal i° al 15 Maggio 1910. Fermor(L.L.). The Manganese-ore deposits of India. Calcutta, 1910; 4 vol. 8° (dall’A. per concorrere al premio Bressa). Sacco (F.). L’évolution biologique et humaine: essai synthétique et consi- dérations. Turin-Paris, 1910; 1 vol. 8°. Taramelli (T.). Osservazioni stratigrafiche nell’Alta Valle Brembana e presso a Como. Milano, 1910; 8° (dall’A. Socio corrispondente dell’ Ac- cademia). Dal 24 Aprile al 12 Giugno 1910. * Biàdego (G.). Pisanus Pictor. Nota 4*. Venezia, 1910; 8° (dall'A. Socio corrispondente dell’ Accademia). Borgherini (Maria). Il governo di Venezia in Padova nell'ultimo secolo della Repubblica (dal 1700 al 1797. Padova, 1909; 8° (dall'A... * Litta. Famiglie celebri italiane. 2* Ser., fasc. XLVI: Provana, D'Aquino di Capua; XLVII: D'Aquino di Napoli. Petrone (I.). Il diritto nel mondo dello spirito. Milano, 1910; 1 vol. 8°(dall'A.). Rodolfo (G.). Il combattimento al ponte sul Po il 16 agosto 1630 e la pe- stilenza e la carestia nel 1630 e 1631 a Carignano. Carmagnola, 1909; 8°. Dal 15 Maggio al 19 Giugno 1910. Carnazzi (P.). Azione della resina sulle lastre fotografiche. Pisa, 1906; 8° (dall’A.). Ceresole (G.). Le differenti indicazioni della Talassoterapia secondo la spiaggia, la stagione e l’ora del giorno. Venezia, 1909; 8°. — L'’oftalmo-reazione nelle malattie cutanee. Venezia, 1909; 8°. — La cura dell’ulcera perforante colle scintille di alta tensione. Venezia, 1909; BA — La Teleradiografia. Venezia, 1909; 8°. — La cura delle artriti e delle miositi blenorragiche coi raggi Réntgen. Venezia, 1909; 8° (Zd.). LX PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALLA R. ACCADEMIA Coblentz (W. W.). Bericht liber die neueren Untersuchungen iiber ultrarote Emissionsspektren. Leipzig, 1910; 8° (I@.). Darwin (Sir G. H). Scientific Papers. Cambridge, 1907-1910. Vol. I. Oceanic Tides and Lunar disturbance of Gravity. Vol. II. Tidal Friction and Cosmogony. Vol. III. Figures of Equilibrium of hRotating Liquid and Geophysical Investigations (dall'A. Socio corrispondente dell’ Accademia). Firenze. Comitato permanente © Pro Flora italica ,. Regolamento. Firenze, 1910; 8°. Gurinares (R.). Les mathématiques en Portugal, 2° édit. Coimbre, 1909; 1 vol. 8°. Koraen (T.). Sur les relations du gradient barométrique avec le vent et avec quelques éléments météorologiques è 0-Gyalla et è Hornsrev. Upsala, 1910; 8° (dall’A.). Lussana (S.). Sul calore specifico dei liquidi a pressione costante sotto varie pressioni. Pisa, 1908; 8°. — Sull’influenza della pressione e della temperatura sulla resistenza elet- trolitica. Pisa, 1909; 8°. — Proprietà termiche dei solidi e dei liquidi. II. Pisa, 1910: 8° (dall’A.). Meyer (E. von). Ueber dimolekulare Nitrile und ihre Abkémmlinge. Leipzig, 1895: ‘8° — Ueber Konstitution und Bildungsweise der Kyanalkine genannten tri- molekularen Nitrile. Leipzig, 1905; 8°. — Neue Beitrige zur Kenntnis der dimolekularen Nitrile. Leipzig, 1908; 8°. — Ueber Zersetzungsweisen vierfach-alkylierter Ammoniumverbindungen. Leipzig, 1909; 8° (dall’A. Socio corrispondente dell’Accademia). Neumann (C.). Ueber das Logarithmische Potential einer gewissen Oval- fiche. Leipzig, 1909; 8° (Id.). ** Seitz (A.). Les Macrolépidoptères du Globe. Vol. I. Fauna palaearctica, livrs. 26, 27. Vol. II. Fauna indoaustralica, livr. 7; Exotica, 14. Sella-Starabba (F.). L’eruzione etnea del 1910 dal 23 al 31 marzo. Roma, 1910; 8° (dall’A.). Dal 12 al 26 Giugno 1910. Pesce (A.). Una necropoli romana nel territorio ovadese. Asti, ..... ; in-8°. Pivano (S.). Da Berengario I ad Arduino. Firenze, 1909; 8°. — “ Consortium , o “ Societas , di chierici e laici ad Ivrea nei secoli IX e X. Catania. — Sistema Curtense. Roma, 1909; 8° (dall'A. per concorrere al premio Gau- tieri per la Storia). #* Monumenta Germaniae historica: Legum Sectio IV. Constitutiones et Acta publica Imperatorum et Regum. T. VIII, Pars I. Scriptorum rerum Me- rovingicarum. T. V. Rinaudo (C.). Il Risorgimento italiano; Conferenze con Appendice biblio- grafica. Torino, 1910; 2 vol. in-8° (dall’A.). CLASSE DI SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI “Adunanza del 21 Novembre 1909. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO DI PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: NaccarI, Direttore della Classe, SPEZIA, . PrANo, JADANZA, GuarEscHI, Guipi, FrLetIi, PARONA, MATTIROLO, Grassi, SomieLiana, Fusari e CamERANO Segretario. A Si legge e si approva l’atto verbale della seduta precedente. Il Presidente dà il benvenuto ai Colleghi, ed augura loro buon anno accademico. | Il Socio Segre scusa la sua assenza. Il Presidente annunzia la. morte del Socio corrispondente Simone NewcomB, avvenuta a Washington l’11 luglio 1909, dice brevemente dei suoi meriti e comunica alla Classe che vennero inviate condoglianze alla famiglia. | Annunzia pure la morte del prof. Senatore Valentino CERRUTI, alla famiglia del quale vennero pure inviate le più vive con- doglianze. | Il Presidente dà conto dei lavori del Comitato per le ono- ranze ad “ Amedeo Avogadro ,. Numerose sono già le offerte pervenute: il Comitato propone che vengano ad esso aggiunti il Tesoriere dell’Accademia e i Sindaci di Torino e Biella. La Classe approva. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 1 DO Comunica: 1° le lettere di ringraziamento per l'invio del vol. LIX delle Memorie accademiche, di S. E. il Ministro della heal Casa a nome di S. M. il RE e dell’Aiutante di Campo di S.A. kR. il Duca di Genova; 2° l’invito a sottoscrivere per un ricordo in onore del compianto Valentino CeRRUTI; 3° l’invito al Congresso internazionale di Botanica a Bruxelles nel maggio 1910 e del Congresso internazionale di Zoologia di Graz nell’a- gosto 1910. La rappresentanza dell’Accademia verrà data ai Soci prof. MartIRoLO e CAMERANO. Il Presidente presenta poscia i seguenti libri pervenuti in dono all'Accademia: 1° Opere matematiche di ‘Francesco BrioscHi, vol. V ed ultimo, omaggio del Comitato per le Onoranze a F. BrioscHI; 2° Geometria pratica. Lezioni date nel R. Politecnico di Torino, omaggio del Socio JADANZA; | 3° Di alcune macchie osservate in Mercurio dal sig. Jarry Desloges la mattina del 19 agosto 1907, Annotazioni, dal Socio nazionale non residente G. SCHIAPARELLI; 4° Sopra la teoria dei moduli di forma algebrica, nota 2* e 3, dal Socio corrispondente prof. E. BERTINI; I | D° Arbeiten aus dem pathologische Institute zu Leipzig, fasc. 1-4, dal Socio corrispondente prof. Felice MARCHAND. Il Socio MarTIROLO fa omaggio alla Classe di due suoi la- vori intitolati: 1° I Tartufi. Come si coltivano in Francia. Perchè non sì coltivano e come sì potrebbero coltivare in Italia. ment dl botanico Giovanni Francesco ke, la vita, le opere e le onoranze. Il Socio SPEZIA presenta a nome del Dr. Alessandro Roccami: a) I minerali utili dell'Uganda (Africa orientale inglese); b) Il supposto porfido rosso della Rocca dellAbisso (Alpi marittime); c) Osservazioni geologiche nell’Uganda e nella catena da Ruwenzori e la sua nota Ueber das metallische Natrium als die angebliche Ursache der natiirlichen blauen Farbe des Steinsalzes. Il Socio PrANO presenta: C. Burari-Forti e R. MARcoLONGO: a) Omografie vettoriali con applicazione alle derivate rispetto ad un punto e alla Fisico- matematica; b) Elementi di calcolo vettoriale con numerose appli- cazioni alla Geometria, alla Meccanica e alla Fisico- Matematica. Il Socio GuaREScHI presenta: Correlazioni fra l’azione fisiologica e la costituzione chimica dei corpi. | Vengono presentate per l’ inserzione negli Atti le note seguenti: 1° C. Burari-Forti, Sulla Geometria differenziale assoluta delle congruenze e dei complessi rettilinei, dal Socio PEANO; 2° Carlo Alberto DeLr'AGnoLa, Sul teorema di Borel, dal Socio PEANO. I Il Socio SomiGLIANA, a nome anche del Socio NAccARI, legge la relazione sulla Memoria del Dr. E. Laura, Sopra è moti ar- monici semplici smorzati di un mezzo elastico omogeneo isotropo. La relazione che conchiude per l'accettazione della Memoria è approvata all'unanimità e pure all'unanimità con votazione se- greta è accolta la stampa della Memoria stessa nei volumi ac- cademici. | Il Socio CamERANO presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie il lavoro del Dr. E. ZAVATTARI, intitolato: I muscoli ioidei dei Sauri in rapporto con i muscoli toidei degli altri verte- brati. Parte 2%, Ricerche morfologiche. Il Presidente delega i Soci Fusari e CAMERANO per riferire intorno. ad essa. | Il Socio CamrRrANO presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie il suo lavoro intitolato: Franco Andrea Bonelli e è suoi concetti evoluzionistici. Con votazione ‘segreta la Classe approva questa Memoria per la stampa nei volumi delle Memorie acca- demiche. AAT TYTY_TYTT_CT- & C. BURALI-FORTI LETTURE TALE: Sulla Geometria differenziale assoluta delle congruenze e dei complessi rettilinei. Nota di C. BURALI-FORTI (Torino). Il punto P varî in un campo continuo % a tre dimensioni, e sia | | f(P)=w un vettore unitario funzione, pure continua, di £. Le rette Pf(P), o brevemente Pu, cioè le parallele con- dotte da ciascun punto P di X al corrispondente vettore f(P), formano un sistema di rette che, in generale, è un complesso rettilineo. Se nel campo X esiste una superficie S tale che: fissato ad arbitrio P in XY si possa determinare un sol punto @ di S in modo che P giaccia sulla retta. Qf(0), ed inoltre, co- munque varî P in questa retta si abbia sempre f(P)= f(0), allora il sistema di rette è una congruenza, poichè ogni retta 9g del sistema si può far corrispondere univocamente ad uno dei punti comuni a 9g e ad una superficie S. L'omografia vettoriale (*) Da SOT inzio i dP dP (#) Per denominazioni e notazioni cfr. Elementi di calcolo vettoriale... (N. Zanichelli, Bologna), Omografie vettoriali... (G. B. Petrini, Torino), (1909) di C. BuraLi-Forri e R. MarcoLonco. — Nelle citazioni indicherò il secondo di questi due libri brevemente con H. dl ' SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. ) ha grande importanza per lo studio dei complessi e delle con- gruenze. In questa breve nota mi limito ad esporre, dimostran- dole, quelle proprietà geometriche di a che servono di fonda- mento ad uno studio particolareggiato, completo ed assoluto (cioè del tutto indipendente da coordinate) (*), delle congruenze e dei complessi rettilinei. 1. Proprietà generali di a. — Come è noto (H, n. 20) l’omografia a è l'operatore che applicato ad uno spostamento infinitesimo qualunque dP di P produce il corrispondente spo- stamento du di u, adP%&;du: quindi, affinchè a sia determinata da questa proprietà, è neces- sario si possano considerare almeno tre spostamenti dP in di- rezioni non complanari. . Variando P in un campo continuo a tre dimensioni a (se esiste, e ne ammettiamo l’esistenza quando è definita) è defi- nita nei punti P di Z, eccettuati, al più, punti isolati, o for- manti linee isolate, nel contorno (se esiste) di Z. Segue che: eccettuati al più punti speciali di X, la coniugata di a applicata al vettore u dà il vettore nullo, e, quindi, a, insieme x a Ka, è degenere, cioè il suo invariante terzo è nullo, (1) Riel 29 ES Invero. Essendo ew unitario w X du=0, e poichè du = adP, si ha « X adP=0, dalla quale si trae (H, n. 9, [6]) (Now Xx dPa0: questa, essendo valida per almeno tre direzioni non compla- nari dP, prova che Kaw = 0. (*) II metodo algebrico ordinario richiede otto coordinate per * ogni retta della congruenza , e ne richiederà xove “ per ogni retta del complesso ,. 6 n C. BURALI-FORTI L'omografia 4 trasforma un qualsiasi vettore Xx in un vettore normale ad u. Cu | | u X ax = 0, perchè, per la (1), CX Rouw=0. Inoltre: l’omografia Ra applicata al vettore U produce ol pro- dotto di u per l’invariante secondo di 4 (3) Raw = (10), come risulta subito da (1) e da H, n. 12, [2]. La (3) prova ancora che: se I,a==0 l’omografia a è dege- nere di seconda specie (H, n. 16). Se non si introducono delle condizioni restrittive riguardo al modo di comportarsi delle rette Pw nel campo , non sì ottengono altre proprietà notevoli dell’omografia a. 2. Relazioni tra a e BR Fissato ad arbitrio il numero reale +, il punto | | Q=P+f(P) Pt ru varia, in generale, col variare di P in X in un campo a tre dimensioni. In ciò che segue ammetteremo che in tutto il campo È, o almeno in campi parziali 0, sia soddisfatta la condizione se- guente: variando P nel campo a tre dimensioni 0, anche infini- tesimo, il punto Q = P-- ru varia în un campo 0, pure a tre dimensioni, e la corrispondenza tra i punti Pe V di 0 e 0, è UNIVOCA @ RECIPROCA, cioè; non solo dato P in o esiste un solo punto Q di 0,, ma fissato ad arbitrio Y in 0, esiste un solo punto P di o tale che Q= P-+| ru. | Si può dunque considerare Q funzione di P e contempora- neamente P funzione di Q, e quindi il vettore: =f(P) può essere, indifferentemente, considerato funzione di P o di @ (*). (#) w è funzione di Q ma, in generale, non coincide con /(Q). SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. 7 Si possono dunque, insieme ad a, considerare le omografie de aP p— de ep dQ * Me (e che restano completamente definite nei campi 0 e 0,. dO @dP ia ; ap! dq 5000 l'una inversa dell'altra. Non sono quindi degeneri, cioè hanno un invariante terzo non nullo. Sì esprimono mediante a, B, r nel modo seguente: Le omografie dQ __ (4) i | apaeltro Ci aP (5) agg ET come risulta subito da H, n. 23, |11]| osservando che GP a ird04 P=@—-ru e che r è indipendente da P e da @ (*). È chiaro che per f valgono le (1), (2), (3). Tra a e f sussistono le notevoli relazioni seguenti: (6) asset to) fre B=a(1— 78) (*) Per r funzione di P si ha AQ tedrch) dP =14-ra+4+ H(grad 7, «) formula alla quale si dovrà spesso ricorrere nello studio completo delle congruenze e dei complessi. Si noti che, nella stessa ipotesi, la (6) vale ancora purchè si abbia aw= 0 (cfr. n. 8 di questa Nota), senza che valga la (4). Non vi è in ciò alcuna contradizione perchè da a= (1 + ra) e a=B ci sì trae ma il secondo fattore non è necessariamente zero. 8 i I C. BURALI-PORTI (8) ab = fa (9) rag = 0 — B 2rIga Ig —=1B8.La— Ia. 1,8 (e) Î dr — TE 06 + meli (per La. 1,B==0) (11) LP) =430:.1,8 (12) cia =37T glo Supposto poi La = 0 (e quindi, per la (12), anche I,8= 0) si hanno le formule: (13) I,(0B) = Io . 1,B rl,a Pi 1,8 n Ijo È 1,8 (14) 1 1 I rv — Lo i dita La (per Jja È 1,8 na 0) 1 (15) L= ile Dimostrazione delle formule (6)-(15). Si ha identicamente, per la (4), 0 i ep 0) che dimostra la (6). Cambiando in questa a in 8, f in a e r in — # sì ha la (7); lo stesso si ottiene con calcolo diretto come per la (6). Combinando linearmente le (6), (7) si hanno subito le (8), (9). Ricordando che le due omografie 1+ ra, 1 — »B sono l’una inversa dell'altra si ha (H; n. 2, [8]; n. 4, (2) CO E a) TEO asasidallo e) x h(1— #8) IL,(1+4+ r0)= I1—= 8) A LI ig lea ; e da quest'ultime due ((7)) I,(1 + ra). L(1 — rB) — I; (1 + a). Is(1 — rB)= Se nelle (a), (b) sostituiamo agli invarianti di 14 ra e 1— #8 i loro valori in funzione di » e degli invarianti di a e di 8 (H, n. 2, [2], [6]), ri- SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. 9 cordiamo che Iga=1,8=0, teniamo conto della (9), e sostituiamo a Ix(a— 8) il suo valore (H, n. 9, [15]) si ha, dopo un calcolo semplice, (a’) rv La e 138 + Is(aB)} A } La 4 13 use 1,8 n La { #0 (8) ri 120. I,8 +-3I2(a8){ +2} ha.I8—18.1ha{=0, che combinate linearmente dànno le (10), (11). Moltiplicando le due espressioni già adoperate (H, n. 2, [2]) di 1;(1+-ra), Is(1 — #8) per I, e La e tenendo conto delle (9), (11) si ha x IB=I(a—B)+rIL0.LB4+bB con ax=]I;(1+ ra); + ba=IL(a — 8) — 71;B .I:a-}- La . sommando e tenendo conto delle (9), (10) si ha 1 3 (c) 1-ah=(-1-1)ha. Ma si ha «=1 solo per r=0, cioè a=f e in tal caso la (12) è vera. Per x==1 si ha la (12) dividendo i due membri della (c) per 1— x. Se ha=0, perla (12) anche IB=0, per la (11) Is(aB)=0 e per la (9) Is(a — B)=0. Da questo e dalla nota (H, n. 9, [15]) espressione di Ixa—f) risulta la (13). Da (9) e (13) si ha subito la (14). Da questa, ed osservando che nelle ipotesi fatte I:(14ra)=1-+Ia si ha la (15). 8. Il vettore au. — Sia P un punto di X. Esista un campo piano infinitesimo 0 contenuto in X e contenente P nel suo interno, ed esista una lunghezza a, finita 0 infinitesima, tale che: 1° variando M in 0, è punti N distanti, in valore assoluto, da M meno di a e giacenti sulla retta Mf(M) formino un campo con- tinuo 0' a tre dimensioni; 2° fissato ad un arbitrio N in 0' esista un solo punto M di o tale che N disti da M meno di a e giaccia sulla retta Mf(M). In tali ipotesi si ha: aou—=0. Per ogni punto N di o' si definisca il vettore 9(N) ponendo (N) = f(M), ove M è il punto di o considerato nell’enunciato del teorema. La funzione @(N) è definita in tutto il campo o’ ed è costante lungo ogni retta Mf(M). 10 I j C. BURALI-FORTI Nel campo o' si può considerare uno ‘2 pig d N, non nullo, e RR ad f(M), (a) Rs) = Au ) e, per l'osservazione precedente, si ha per il corrispondente spostamento di @(N) (6) do(N) = 0. de(N) _ df.M). Pa > da questa applicata ai due membri della (a) dà, in virtù della (8), Nel campo o’ è individuata l’ omografia e poichè e == 0, LR (=. Ma anche P è un punto di 0° e quindi si ha pure aw = 0 (*). Ammesso che per il punto generico P di 2 valgano le condizioni restrittive indicate nel teorema ora dimostrato, e riportando anche dei risultati già noti, si ha: © — l’omografta a, la sua coniugata (Ka) e la sua dilatazione (Da) applicata al vettore u dànno & vettore nullo, (16) ou=0, RKau=0, Douv=0; le omografie a, Ka, Da trasformano qualsiasi vettore o in un vettore o nullo o normale ad u, (07) x ae Xx 0, uX-Dodse= 0; il vettore di a è parallelo ad wu, (18) u {,Va=0, OVVero Va= (u X Va)u. __t (#) Cfr. H, Appendice, $ 4, un caso per cui 0% ==0. SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. 19 Inoltre: supposto ancora verificate le condizioni poste nel n.2 si hanno le formule importanti: + BISI (19) Mia; Froj be (20) | (1,8)Va= (I,a)V8 (21) © se La=0,0 allora‘ (1B)Va=(Kà)VB. Dimostrazione delle formule ( (16)- (21). Sommando o sottraendo le due condizioni du = 0, Kowx=0, già dimo strate si ha (H, n. 9) Dau=0, (Va) Au=0, e sono così dimostrate le (16), (18). Dalle (16) si ha, qualunque sia il vet- tore Xx cXau=0, rx Kaa=lh Xe XX Daw=0 dalle quali (H, n. 9, [6]) risultano le (17). dI Ricordando che 1— 8 è l’inversa di 14 ra si ha (H, n: 12, [14)) (1+r0)V(14+ ra) VA — ribaia 13(1+ ra) dalla quale per (H, n. 7, [2]) e (16), (18) risulta subito la (19). Dalla (19) e dalle (12), (15) si hanno le (20), (21). Dimostriamo infine che: se dl sistema Pu è una congruenza, questa è normale solamente quando Ma = d in tutto il campo. Il punto P descriva una superficie Ha possa esser scelta come base della congruenza. Il punto Q = P--- xv descriverà una superficie normale alle rette Pe nel solo caso che, in tutto il campo, si abbia | dQ XK u=(4P4-odu 4 deu) X u=dPXu-+dr=0, ovvero, il che equivale, de=-u X dP, u= — grad a. 12 « C. BURALI-FORTI Ma « è il gradiente di un numero solo quando d 0=rotw=2V =? Va come si voleva dimostrare (*). 4. Direzioni principali. — Si suppongono verificate le condizioni restrittive, indicate nei n, 2, 3, in tutto il campo È. Per ogni omografia f è, come è noto (H, n. 7), individuato un sistema di quadriche. Se M è il punto che descrive una quadrica del sistema, e si sceglie Q come centro, allora M sod- disfa alla condizione rta (M— 9) X DE(M— 0) = cost; e si ha: le quadriche (a) che si ottengono facendo variare Q nella retta Pu hanno a comune un asse, la retta Pu, e gli altri due giacciono in due piani ortogonali uscenti da Pu che non variano con 0; sono, cioè, funzioni della retta Pu, e possono chiamarsi piani principali rispetto alla retta Pu. Però le quadriche (a) sono cilindri con le generatrici paral- lele alla retta Pu, perchè se M è un PIRRO della quadrica e del (5) ii dimostrare soltanto che la condizione Va="0 è necessaria sl può operare così. Una superficie normale a tutte le rette Pe sia descritta dal punto Q. Allora uXdQ=uXdQ=0 e, in conseguenza du Xx dQ = du XdQ. Ricordando eno du= BdQ ... si ha: IO XEDO = d0X BdO = d0 X Kf60, dQX (B — KB)dQ = 249 XVBAdQ= (1 A dQ)XKVB=0; ma dQ e dQ sono normali ad «, cioè dQ A dQ parallelo ad «, e quindi wYX VB=0 che combinata con la (18) e (19) dà. VB=0,;)Va= 0. Allo stesso risultato sono giunto per altra via nella mia nota Alcune nuove espressioni assolute delle curvature in un punto di una superficie (Rendic. R. Accademia Lincei, v. XVIII, s. 5°); cfr. anche nota successiva: Una dimo- strazione assoluta del teorema di Gauss..... La dimostrazione ora data è più semplice e più chiara. SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. 13 piano normale ad w uscente da Q, si pone N=M+ ru e si tien conto delle (16), (17), si ha da (a) (N—- 0) X DBIN— 0) = cost. [la stessa di (a)|. Basta dunque, come faremo nel n. 5, considerare le sezioni rette per Q dei cilindri (a). E però importante dare al teorema prima enunciato la forma seguente che pone in evidenza una nuova relazione tra. Da e DR ed è particolarmente utile per lo studio generale delle congruenze e dei complessi. Per ogni: punto P esistono almeno due direzioni normali ad u = f(P) e ortogonali tra loro, che sono DIREZIONI PRINCIPALI per du dQ nella retta Pu. Inoltre; se è vettori unitari v, w, tali che u, v, w è sistema ortogonale destrogiro, dànno, insieme ad u, le direzioni principali di Da e DB, ed m, n, m', n' sono î numeri reali tali che le dilatazioni di tutte le omografie B === comunque vari il punto V po Dassi, Dad: = ne 29 (22) DB DPw = n'w, questi numeri m, n, m', n' soddisfano alle condizioni (23) (m_-nV8B= (mM — n')Va, (24) mt n=la, m' + n' + 1,8. Dimostrazione. — Una direzione principale di Da è, a causa della (16), quella del vettore %; ne esistono dunque (almeno) altre due (H, n. 5) nor- mali ad w. Il sistema ortogonale-destrogiro %, v, 0 sia quello delle dire- zioni principali di Da. | I vettori Dav, Daw, Va sono paralleli a v, w, % e sono quindi deter- minati i numeri w, n, è tali che (a) Dav= mv, Daw=nw, Vearszihee . Ricordando che (H, n. [1)) a=Da-+(Va) / si ha dalle (a) ( , mop+hw, — he + vi o == ! u, v > w (5) 14 0 C. BURALI-FORTI Per l'omografia £, a causa delle (16), (17) si ha. ® mot pw, qut .. u, v w (c) p= Se ora, mediante (0), (c) calcoliamo l’a8 e il Ba di ve ew e ricordiamo che a8 = fa si ha. ; : | | | hp+9=0 (4) o | | (n- np=(mn'—n')h., | ha Vaio, cioè 4==0, allora deve essere ptg=0; e nente clitici la (e ) ha la stessa forma di (0), vale a dire DBv= wmv, DBw=ww0,.VB= Lu e il teorema è dimostrato, poichè per la seconda delle (4) e per la (18) risulta la (23) e da H, n. 2, [4], risultano le (24). i | Sia Va=0, cioè 41= 0. — Se m=#=n la seconda delle (d) dà p= 0; ma per la (19), la (e) e (H, n.8, [3]) deve essere 2VB= — qu=0 e quindi h=p=g="0; in tal caso le (5), (c), dicono che a, sono dilatazioni aventi a comune le direzioni principali. — Se m= # si possono considerare -due casi: n'=n' qualunque sia Q nella retta Pu; esiste almeno un punto @ nel quale w’== x". Nel primo caso due direzioni qualunque normali ad e tra loro sono principali per Da e DB; nel secondo, presa come omo- grafia a quella nel punto Q per cui 27 ==»' si ricade in un caso già trattato. Il teorema è dunque vero in generale. I piani uscenti da Pw e paralleli a © e 20 sono quelli che abbiamo chiamati piani principali per la retta Pu, che conten- gono due degli assi di tutte le quadriche individuate dalle omo- grafie B (H, n. 5, nuT}). Avendo a e B a comune le direzioni principali risulta (H, n. 5) che: il prodotto di Da per DB è pure una dilatazione. Da questo, dalle (16), (18) e applicando la formula gene- rale (H, n. 11, [1]) che dà V(08) si ha (25) _ 2V(aB) = (K,0)V8 + (1,8)Va dalla quale per formule già note si trae subito (26) — (@— r1B)Va =(2 + rla)V8 (27) (2 — r1,8)Isa = (2 r1;0)IsB \ r1,8 ‘ Joo - Lo ira 1,8 > I.(a ge B) (28) | ( rl. I8= Lo —18— L(o— B). SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. al 1, o. Coniche indicatrici. — Valgano ancora le ipotesi fatte al principio del n. 4. Sia £ un numero reale, da tisana ad ante fbtiai kl Il punto M del piano normale ad vw condotto per il punto generico 7 della retta Pw, e soddisfacente alla condizione (29) (M — 0) X DBIM — 9) = % o, il che A0aGupre (Hd, Ia), (29) (M— 0) X B(M_— Q) = % descrive una conica (reale o immaginaria a seconda di %) che chiameremo indicatrice k nel punto Q, e che indicheremo bre- vemente con la notazione F(k, Q). Per X =0 si ha l’indicatrice assintotica in . Se si prende V, v, 0 come sistema cartesiano di riferimento e si pone M=Q0+av+yw pi cicha è Fk, 2) è I (29) mat + ny a) Cominciamo a dvn il caso Isa ==0. Esiste sulla retta Pu un solo punto Q per la cui omografia B st ha 18=0 e tale punto è come risulta subito dalla n-{P0- PL | Il punto ora considerato può chiamarsi punto centrale, 0 centro, della retta Pu. La i (*) Si può notare che il valore — Mali di » è quello per il quale I;(14- xa) è minimo (Isa > 0) 0 massimo (Ia < 0). 16 “—. ©. BURALI-FORTI Non si toglie nulla alla generalità supponendo, come faremo in ciò che segue, che il punto P sia il centro della retta Pu, cioè si abbia Ia = 0 (*). Dalle (20), (23) risulta che il numero (30) bali Lit non varia col variare di @ sulla retta Pu; è quindi una fun- zione della retta Pu. Tenendo. presente la (24) si ha subito m'=-3 (L8+ 251,8), n= (8 —2H1}6) e, quindi, dalla (10) e per essere La =0 m' = (r + _H)I,8 n' =(r — H):b, (31) dalle quali risulta subito come varia T(k,@) col variare di Q sulla retta Pu. Nel centro P, T(k, P) è iperbole equilatera i cui assintoti sono le bisettrici delle direzioni principali. — Per i punti @ compresi fra i punti PP Hu, P,=P_ Hu, (*) Se, in tale ipotesi B e 8" sono le omografie relative ai due punti P4 ru, P—ru, simmetrici rispetto al centro, allora 1,8" agi a LB ’ I° EE Ip 3 VB’ = VB. Infatti. Essendo Lla=0 si ha I(14- 7r0)=Isx(1— ra) e quindi dalla (12) 1,8" = If. Da questa e dalla (10), cambiando r in — r si ha LD8=— 1,f. Finalmente da (19) si ha VB'= VB. Da queste relazioni tra B e 8’ si ricava come si comportano le indica- trici da una parte e dall’altra del centro. Notiamo ancora che se il sistema di rette è una congruenza normale le relazioni tra a, f, 8" permettono di ottenere facilmente le proprietà delle curvature in punti corrispondenti di due superfici parallele (Cfr. Lincei, 1. c.). SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. CET che possono chiamarsi punti limiti, le coniche F(X, Q) sono iper- boli che col tendere di Q a P, o P, degenerano, al limite, in una coppia di rette parallele ad una delle due direzioni prin- cipali v, ww. — Oltre i punti limiti, F(X) Q) è ellisse (reale o immaginaria). Per il confronto delle grandezze degli assi delle coniche (4, 0) giova esprimere I,B in funzione di r e di La, sempre nell'ipotesi Ia = 0, Lia 19) PACS 2 il che si fa facilmente mediante formule note (*). 5) Supponiamo ora La=0 e La==0. In tal caso (dalla (3) e da H, n. 16, 17) Bè omografia de- genere di prima specie, cioè esiste un vettore unitario é, nor- male ad % (per la (17)), tale che fa è parallelo ad è qua- lunque sia il vettore o. La (29) diviene allora (H, n. 17, |4]) ;(M_-Q)Xe}i(M_- 0) XK8i{= «che, dando per % = 0 le due rette uscenti da @ e normali ad è e KBé, esprime che T(k, Q) è del tipo iperbole. Dalle (15), (19), (23) risulta che il numero (33) H dA pg o II i rr van ERE It (#) Si ha successivamente r°130. LB = 7r°I(08)= I(ra8)= Ia — B)=Ia + 138 + I(aB)= = 1a +18— È — 0418 21,B= La hf Si osservi pure che variando @ sulla retta Pe, le coniche T(&, Q) stanno sulla superficie del 8° ordine di equazione cartesiana ortogonale , + ù 1 \ (e+ a+ (e — Hi —k(£ 1 chel essendosi posto = P+xvwt ye + zu. Atti della R. Accademia. — Vol. XLV. 9 18 C. BURALI-FORTI ‘non varia col variare di @ sulla retta Pu, cioò è una funzione della retta Pu. Si ha subito come per le (31) m => (1+ H)ke (34) n= + (1 — H,)},8 e poichè F(k, 7) è del tipo iperbole deve essere (35) FO Li Le bisettrici degli assintoti di T(£,Q) hanno le direzioni wu, w degli assi; e poichè queste direzioni non variano col variare di Q sulla retta Pu, da (29") e da (34) risulta subito che: le direzioni è, KB non variano col variare di Y sulla retta Pu. Si hanno così, oltre le direzioni principali v, w, altre due direzioni è, Kaé, di importante significato geometrico (*), che non (*) È facile provare che posto — cos Li È 7a È) o è l'angolo che Kaé fa con è e che si ha KBî = H;(1,B) } cospé + senpu A è! , P P v=="(c08—_ W--sen - w 7; è RT A pe E wv=— sen dt cos Ca Ai, a 2 2 2 in'= H;(1,8) cos >>, “= — Hi(1,6)sen >. Volendo esprimere in funzione di x e di I,a si ha da (14) I,a Ba 14 la J La superficie che contiene tutte le coniche F(X, Q) per Q variabile sulla retta Pu è in tal caso una quadrica la cui equazione è + ma — mé=t(+). SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. 19 variano. col variare di P sulla retta Pe, sono, cioè, come le direzioni principali, delle funzioni della retta Pu. c) Supponiamo infine, Ia —=0 e la=0. Esistono, come nel caso 5), i vettori é, Kaé funzioni della retta Pu, ma sono ortogonali. Si ha pure (H, n. 17, [8]) VB==0 e quindi Va= VB, mam =—n=— n vale a dire le coniche T(%, Q) sono tutte iperdoli equilatere eguali (giacenti in un cilindro con le generatrici parallele ad «), e, in conseguenza, 1 vettori è, Kaé bisecano le direzioni principali. 6. Punti di minima distanza; parametro distri- butore; fuochi. — Limitiamoci al caso Ia = 0. Per ogni spostamento infinitesimo dP di P il vettore w = f(P) subisce lo spostamento du che è normale ad «. Detto 0 l'angolo che du fa con la direzione principale v si ha (36) du = p(cos 00 + sen02) con p= moddu.. E importante stabilire la relazione tra lo spostamento dP, la terna (assoluta) u, v, w, l’omografia a nel punto P e il vet- tore du. Tale relazione è, posto he bd Va , espressa dalla formula (37) dP=eu + Jo i(nc080+/sen0)v + (msend — 4 così) 0} 2 ove € è un infinitesimo, 0, sotto altra forma, (37) ap=eu— = u \du-+-P}ncosov + msendw|. 2 2 Dimostrazione. — Posto, il che può sempre farsi, dP= eu + av + bw ed osservando che adP= du e auw=0, si ha subito dalle (22) inb — he= pcosì, hb + nce = psen9, 20 C. BURALI-FORTI dalle quali, per essere ma + 4°= La (H, n. 7, [5]) risulta la (37). La Sa si ottiene subito osservando che dalla (36) si ha u/\du= p(— sen0v + cos8w). Applichiamo queste formule ad alcuni casi particolari. a) Se il punto Q=P+ ru è quel punto della retta Pu che ha la minima distanza dalla retta del sistema che passa per il punto P-- dP, allora RO 0 ASIA 2 20! (38) pr aa ìncos?0 + msen?0|. Dim. — Nelle ipotesi fatte la retta per Q parallela a dQ è la normale comune alle due rette del sistema uscenti da P e P+ dP. Deve QUIdo: essere dQ normale ad < e ad %-++ du, cioè UXxd0o=0, (e |- du) XK dQ= 0 da cui dQ X du=0, cioè lo spostamento d@Q, che dipende da dP, è normale a du. Osservando ora che, per r funzione di P, dQ:=dP- rdu + dru e che w X de =0, la condizione precedente dà APX du + r(du?= 0 da cui risulta subito la prima delle (38). La seconda si ottiene subito dalla prima e dalla (37) osservando che i prodotti interni di wu e ew A de per du sono nulli. Essendo, per ipotesi, La==0, a è omografia degenere di seconda specie ((3) e H, n. 16) e quindi 6 può assumere tutti i valori da 0 a 2. Se r,, r, sono i valori di 7 per0=0 COR: i rispettivamente, e ro è l’unico valore che assume r per TT o=-]009= (cioè per de che bdiseca le direzioni principali), si ha da (38) ° SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE ASSOLUTA, ECC. to Lol e ancora r = rjc0820 + rosen?0 che è la formula di Hamirron già nota per le congruenze e che risulta valevole anche per i complessi (*). — | 5) E ora utile considerare il numero (39) K="-G$ che, in virtù della (20), non varia col variare di P sulla retta Pu è, cioè, una funzione della retta Pu (#*). Per uno spostamento dP di P si consideri il numero u X du /\ dP (du)? (40) p= che può chiamarsi PARAMETRO DISTRIBUTORE lungo la retta Pu e relativo allo spostamento d P(**9). Da (40) e (37) si ha subito e quindi per le (30), (39) (41) p= IK. — Hsen2@ che prova esser p una funzione della retta Pu e della direzione di du. (*) Basta, infatti, confrontare con i risultati ottenuti nel n. 5 per rico- noscere subito che P+ rx, P-| r.% sono i punti limiti e P-+ rn è il centro della retta Pu. (#*) La (20) esprime pure che anche il vettore Da è una funzione della 2 retta Pw. Per lo studio completo delle congruenze e dei complessi può esser utile sostituire questo vettore (0, per Ba=0, il vettore Te) al 1 vettore di a. (***) Per l'analogia che presenta col parametro distributore di Cuasres ° (Cfr. Rendiconti Palermo, vol. XXV, p. 355; Per l’unificazione delle notazioni vettoriali). Se Q=P+ru, allora dQ=dP+rdu+dru e si ha subito wXduAdP= =uXdu/dQ. Quindi p è una funzione della retta Pu e di dP. 22 C. BURALI-FORTI — SULLA GEOMETRIA DIFFERENZIALE, ECC. Se poniamo y= 0 — A si ha (41) = p=(K— H)cosw-+ (1 + H)sen?y (8). c) La minima distanza delle due rette del sistema uscenti da Pe P4+dP è (**) dPXxKu/N((u+4+ du) — uXdu/\dP mod} wu A(w-+du)i = « mod(du) = — pmod(du) A Gli spostamenti dP per i quali questa minima distanza è nulla, sono quelli per i quali du = 0 (cioè 4P parallelo ad «), o quelli per i quali p= 0, cioè per la (41) NERSS Sn __ Va?—-K? (42) sen20 — 7 OYVero cos 90 — i e gli spostamenti dP ora considerati esistono solo quando dl 74h; Supposto P centro della retta Pu, e supposto ancora che il © definito da una delle (42) esista, allora da (81) e (38) si ha r = H cos28 = VH?— K? e si ottengono così, tanto per le congruenze come per i com- plessi, 1 fuochi della retta Pu che si vogliono considerare nelle congruenze. Torino, Ottobre 1909. (*) Il parametro distributore è stato considerato, ma per le sole con- gruenze, da G. Sannia (Nuova esposizione della Geometria infinitesimale delle congruenze rettilinee, Annali di Matematica pura e applicata, T. XV, S. HI, da p. 95). Dalla (41’) VA. trae una indicatrice, analoga a quella di Durrx. Però è importante notare che l’indicatrice di Duprin è una delle coniche F(K, 0), ed è, quindi, ente geometrico assoluto; mentre l’indicatrice di G. SanniA n0w È una delle coniche T(k, Q), e quindi l’analogia si riferisce ai caratteri for- mali, non a quelli assoluti. Gli invarianti H, K, ottenuti dall’A. per via algebrica, equivalgono ai numeri 2K, K° — H? di questa nota; le due forme differenziali quadratiche, la cui considerazione è inutile col metodo assoluto essendo sparite tutte le otto coordinate, valgono rispettivamente (dw?), wu X du / dP. (**) Elementi di calcolo vettoriale, l. c., p. 41. LARE ii CARLO -ALBERTO DELL'AGNOLA — SUL TEOREMA DI BOREL DI Sul teorema di Borel (1). Nota del Prof. CARLO ALBERTO DELL’AGNOLA. $ 1. — Sia £ un insieme qualunque di intervalli della retta. Il teorema di Borel si enuncia: | “Se ogni punto dell’intervallo (a, è) è interno ad un in- “ tervallo almeno del gruppo £, esiste in questo gruppo un “numero finito di intervalli rispetto ai quali (a, 6) gode della stessa proprietà ,. Basterà evidentemente dimostrare che scomponendo (a, 6) in un numero sufficientemente grande di parti, ciascuna di queste è interamente contenuta in un intervallo di £. Si di- vida (a, 6) in due parti eguali; ciascuna di queste pure in due parti eguali, e così via via, ripetendo l’operazione per ogni nuovo intervallo finchè esso non sia contenuto per intero in un intervallo di £. Si riconosce facilmente che dopo un numero finito di operazioni si arriva ad una scomposizione di (a, è) in parti, ciascuna delle quali è contenuta in un intervallo di £. Supponiamo che ciò non sia. Esiste in questa ipotesi una suc- cessione di infiniti intervalli “% (04, Bi), (0, Bo), 0000 , {d, Bi fe ognuno dei quali è contenuto nel precedente: sia x, il punto comune a tutti. Esso è interno ad un intervallo c di È, e si può quindi scegliere un interno c,, di x, contenuto in c. D'altra parte se n è abbastanza grande, l'intervallo (0,,, 8,,) è contenuto (4) Vedasi la dimostrazione che il prof. Arzelà propone nella nota: Sw? teorema di Borel, È Atti della R. Acc. delle Sc. di Bologna ,, 1909. Vedasi pure G. BagnerA, Una nuova dimostrazione di un teorema del sig. Borel, © Ren- diconti del Circolo matematico di Palermo ,, settembre-ottobre 1909. 24 ARLO ALBERTO DELL'AGNOLA — SUL TEOREMA DI BOREL in €, € per conseguenza in c. Ciò sarebbe in contraddizione con l’ipotesi secondo la quale nessuno degli intervalli (a,, 8,) è contenuto interamente in un intervallo di £. $S 2. — Il teorema precedente venne da ib generaliz- zato come segue: Sia (u) un gruppo qualunque di ai della retta, G un insieme chiuso dell'intervallo (a, 5): “ Se ogni punto di G è in- “terno ad un intervallo almeno del gruppo (n), è possibile de- “terminare un numero finito di intervalli di (u) aventi la stessa. “ proprietà sa | La dimostrazione si riconduce tosto alla préfadarite: Il com- . plementare di G è formato da un numero finito o da una infi- nità numerabile di intervalli che indicheremo brevemente con (A). Indichiamo con (v) il gruppo formato dalla totalità degl’inter- valli X e u. Ogni punto di (a, ) è interno ad un intervallo di (v). Esiste dunque (teorema precedente) un numero finito di inter- valli v (1) Vi Va, o dadi 7% " Mag tali che ogni punto di (a, 5) è interno ad uno almeno di essi D'altra parte nessun punto di G è interno -ad un intervallo À. begue da tutto ciò che nel gruppo (1) vi sono degl’intervalli u che indicheremo con bj, Ma, ..., Mn, e che ogni punto di G è interno ad uno almeno di questi, c. d. d. “Venezia, Agosto 1909. 25 | Relazione sulla Memoria del Dott. E. Laura: Sopra è moti armonici semplici e smorzati di un mezzo elastico, omogeneo, isotropo. Il Dott. Ernesto LAURA si è proposto di studiare un tipo generale di vibrazioni di un mezzo isotropo, le quali si possono dire armoniche-smorzate, in quanto dipendono dal tempo per termini di tipo armonico, moltiplicati per un fattore esponen- ziale, che al crescere del tempo ne riduce indefinitamente l’am- piezza. Nel caso dei moti armonici, le funzioni circolari, con- tenenti la variabile tempo, sono moltiplicate per certe funzioni delle coordinate spaziali, le quali ne determinano l'ampiezza, e soddisfanno ad una terna di equazioni a derivate parziali, di forma analoga a quelle che sussistono nel caso dell’ equilibrio. ‘Nel caso delle vibrazioni smorzate si trovano sempre. sovrap- posti due sistemi di vibrazioni, le cui ampiezze, funzioni anche in questo caso delle coordinate spaziali, debbono soddisfare a due terne, non indipendenti, di equazioni a derivate parziali. È questo un risultato interessante, che mette in luce la legge generale dei moti armonici-smorzati nei mezzi isotropi. L'autore si occupa in seguito di molte quistioni speciali relative alla rappresentazione analitica delle componenti del vettore-spostamento, mediante le formole generali di rappre- sentazione, analoghe a quella celebre di Kirchhoff, che sono state oggetto di molti studi recenti. Ritrova direttamente tali formole pel caso speciale che ha in mira di studiare e se ne serve poi per diverse applicazioni. Fra queste sono notevoli le formole che dànno i valori degli spostamenti in un punto me- diante i valori che essi hanno sopra una sfera avente il centro in quel punto, e che possono considerarsi come una estensione del ben noto teorema della media di Gauss nella teoria delle funzioni potenziali. I 26 Infine discute intorno all’estensione del principio di Huygens allo spazio infinito. In complesso il lavoro del Dott. Laura porta un notevole contributo alla teoria dei moti vibratori nei mezzi isotropi, stu- diandone una categoria fra le più interessanti anche dal punto di vista fisico e suscettibile di importanti applicazioni. Perciò la Commissione ritiene che tale lavoro possa essere favorevol- mente accolto nelle Memorie Accademiche. A. NACCARI. CO. SOMIGLIANA, relatore. L'Accademico Segretario LorENZoO CAMERANO. == rr IZ pro ——___—— 27 CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 28 Novembre 1909. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti i Soci: Manno, Direttore della Classe, ALLIEVO, ReNIER, Pizzi, CHIRONI, RUFFINI, StAMPINI, D’ErcoLe e DE SANCTIS Segretario. È letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza prece- dente, 20 giugno 1909. Il Presidente ricorda con parole di profondo rimpianto la morte del Socio nazionale residente Senatore barone Domenico CARUTTI DI CANTOGNO, avvenuta in Cumiana il 4 agosto 1909, e dà notizia delle condoglianze pervenute in questa occasione all’Accademia. Si delibera d’invitare il vicepresidente on. BosELLI a commemorare in una prossima adunanza il Socio defunto. Si dà partecipazione del decesso del Socio corrispondente della Sezione di scienze giuridiche e sociali D. Manuel RopRrIGUEZ pe BERLANGA, seguìta in Malaga il 9 giugno u. s. È comunicato un invito a sottoscrivere per un ricordo mar- moreo al compianto Socio CARUTTI: ed uno per un ricordo in onore del prof. Valentino Cerruti. Le schede di sottoscrizione rimangono in Segreteria a disposizione dei Soci. Invitato dal Presidente, il Socio StAMPINI riferisce breve- mente intorno alle feste che si celebrarono dall'Università di Lipsia tra il 28 e il 30 luglio per commemorare la ricorrenza anniversaria del V centenario dalla sua fondazione, feste a cui egli intervenne rappresentando la nostra Accademia. Il Presi- dente lo ringrazia di averla così degnamente rappresentata. 28 Il Presidente poi comunica che al IX Congresso interna- zionale di Storia dell’arte tenutosi in Monaco di Baviera dal 16 al 20 settembre 1909 la nostra Accademia fu rappresentata dal Socio corrispondente prof. Adolfo. VentURI, e legge una let- . tera in cui questi riferisce intorno a quel Congresso. Sono presentate d’ ufficio le seguenti opere pervenute in omaggio all'Accademia: | «1° da Sua Eminenza il card. CassertA: La Diocesi di Sabina (con documenti inediti), per G. TomasseTTI e P. BIASIOTTI (Roma, Officina poligrafica, 1909); 2° dal Vicepresidente dell’Accademia, on. Paolo Bosetti: In memoria dell'abate Pietro Chanoux (Torino, Sacerdote, 1909); 3° dallo stesso: Domenico Carutti: In memoria (Torino, tip. Reale, Paravia); | 4° dal Socio corrispondente G. DaLLa Vepova: Una vecchia idrografia dell’ Alto Adige (Estr. dall“ Archivio per l'Alto Adige ,, anno IV, fasc. III), Trento, Zippel, 1909; 5° dal Socio corrispondente ©. BertAccHI: Lo stretto 1 Messina e il prof. Gabriele Grasso (Estr. dall’ “ Archivio storico siciliano ,, N. S., anno XXXIV), Palermo, 1909; Il Presidente poi comunica che il Dr. Giuseppe Protti, as- sistente al Museo di mineralogia della R. Università ha offerto in dono all'Accademia la collezione delle pubblicazioni della Gesellschaft fiir Pommersche Geschichte und Alterthumskunde del 1882-1908 e che egli si è dato premura di ringraziarlo del cospicuo dono a nome dell’Accademia. Per la inserzione negli Att? vengono presentate: dal Socio ALLIEvo una sua nota intitolata: Del romanzo psicologico educativo; dal Socio RexIier: Tre note dantesche, del prof. Pietro GamBÈRA. Per le Memorie il Socio CamtRroNI offre un lavoro del Dr. Ce- sare Burzio, intitolato: Nuov appunti sugli oneri reali. Il Pre- sidente delega 1 Soci CHatronI e Rurrini a riferirne in una pros- sima adunanza. ND DNLSARARNLNMRAINANLA 1 GIUSEPPE ALLIEVO — DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 29 LETTURE Del romanzo psicologico educativo. Nota del Socio GIUSEPPE ALLIEVO. Del romanzo in genere e delle sue specie. Il romanzo tiene il campo nella letteratura contemporanea, essendochè di tutte le svariate pubblicazioni dell'umano ingegno altra non ve ne ha, la quale sia tanto diffusa e conti maggior numero di lettori presso tutte le classi sociali. O vegga la luce in forma di compatto volume, o comparisca alla spicciolata ed a più riprese nelle colonne delle riviste e delle effemeridi, esso è omai diventato il pascolo comune di tutte le menti, dall’ope- ralo pressochè incolto, alle più erudite ed elette intelligenze. Di un fatto cotanto rilevante la vita domestica e sociale non può non risentire gravissimi influssi, e quindi sorge spontanea la dimanda : Il romanzo è benefico fattore della educazione umana veramente intesa ? Non è mio intendimento lo instituire qui una critica intorno l’efficacia educativa del romanzo in generale: la mia disamina è ristretta entro a più modesti confini, essendo unicamente ri- volta a quella specie di romanzo, che psicologico si appella. Quindi ragion vuole che anzitutto si chiarisca per bene il ge- nuino concetto del romanzo psicologico e se ne determini l’in- tima natura, a fine di ricercare ed intenderne giustamente il carat- tere educativo. Il romanzo è un genere letterario, che si manifesta sotto molteplici forme, specificamente diverse, e pur compene- trate da un concetto comune. A riguardarlo nella sua generale essenza, esso è, se ben veggo, un tessuto di avvenimenti umani in tutto od in parte foggiati dalla immaginativa, bellamente espressi ed insieme armonicamente contemperati ad unità, sicchè ritraggano qualche grande tratto della vita umana. Quindi è che 30 GIUSEPPE ALLIEVO esso ha intimi punti di contatto colla storia e colla biografia, colla novella e col dramma, colla scienza stessa antropologica, ma pur se ne differenzia per caratteri distintivi suoi propril. Poichè la storia (e dicasi il medesimo della biografia, che in essa rientra come parte nel tutto) s’intesse di avvenimenti umani sì, ma non ideati dalla fantasia, bensì appartenenti alla realtà effettiva : la novella si attiene a fatti semplici e casalinghi e si muove in una sfera molto modesta: il dramma stringe l’azione in una definita angustia di tempo e luogo e ne affretta lo scio- glimento: la scienza antropologica poi non è un artistico in- treccio di fatti, ma un sistema organico di idee, non ritrae la vita umana ne’ suoi mutevoli e svariati avvenimenti, ma la con- templa nell’astratta generalità della sua essenza. Ciò posto, la vita umana, di cui il romanzo è una viva ed estetica espressione, va riguardata sotto due aspetti, cioè 1° nel suo esteriore atteggiamento, quale si espande nella famiglia, nella nazione, nel mondo sociale, e 2° nel suo interiore racco- glimento, quale si svolge nei penetrali dell’anima. Sotto il primo riguardo abbiamo il romanzo comune od ordinario, il quale ap- pellasi più propriamente domestico, se ha per obbietto speciale la vita di famiglia; patrio, se svolge qualche grande avveni- mento nazionale, quale, ad esempio, L'assedio di Firenze del Guerrazzi; storico, se ritrae i costumi e le abitudini di un se- colo o di una gente; sociale, se descrive le lotte, che agitano le classi sociali o sconvolgono la convivenza umana, e via via. Nel secondo riguardo abbiamo il romanzo psicologico, che forma l'oggetto dei nostri studi. CL) Indole del romanzo psicologico. Il romanzo psicologico è, come suona il vocabolo medesimo, il romanzo dell’anima, che raccolta in un pensiero dominante assiste coll’occhio vigile della coscienza allo svolgersi di un con- trasto ideale, da cui pendono le sorti della sua esistenza. Non è uno studio psicologico meramente speculativo; non è lo sche- letro dell’uomo interiore campato, fuori del tempo e dello spazio, in mezzo alle vaghe ed aride solitudini della scienza, bensì è l’uomo interiore rivestito di una personalità individua, che tras- DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO DE fonde il moto e la vita a’ suoi concepimenti ed affetti, che lotta contro la dura realtà per il trionfo del suo ideale; è la storia drammatica di un'anima. Certamente il romanziere ed il psico- logo tengono alcunchè l’uno dell’altro, non tanto però che ven- gano a confondere insieme i loro diversi. uffici. Poichè allo scrittore di un romanzo psicologico occorre una profonda cono- scenza della natura umana, affinchè il suo lavoro letterario ap- paia, quale debb’essere, una viva e potente analisi del cuore umano; e dal canto suo il psicologo debbe accoppiare alle sue astratte speculazioni l'osservazione e lo studio della realtà della vita, affinchè la sua teoria scientifica non isvapori in vere e chimeriche astruserie. Ciò nondimeno gli uffici di ciascuno sono pur sempre diversi, poichè il romanziere lavora intorno perso- naggi individui, ideati dalla sua fantasia ed animati dal suo spirito, il psicologo invece contempla la natura umana astratta da ogni forma particolare di tempo e di luogo. ll realismo del romanzo e l’idealismo della psicologia nè si confondono, nè si respingono, ma insieme armonizzano ad unità concorde: l’idealità soprasensibile ritrova la sua forma visibile nella realtà. Se quest’armonia vien meno, se cioè da un lato nel romanzo l’ele- mento drammatico e realistico rimane sopraffatto dall’elemento teorico e speculativo, e se dall'altro nello studio della psicologia la speculazione si perde nella molteplicità di fatti particolari non sollevati ad unità ideale, allora falliscono entrambi al loro proprio intento. Raffrontando fra di loro il romanzo psicologico ed il ro- manzo comune, agevolmente si rileva come in quello prevalga l’interiorità soggettiva, l’io in rapporto con se stesso, in questo l’esteriorità oggettiva, l'io in rapporto col non io. I personaggi del romanzo comune hanno certamente anch’essi una vita loro propria, ma vivono alla luce del giorno, nel mondo esteriore più che in se stessi. La natura circostante, i luoghi dove si con- vive, le feste popolari ed i pubblici spettacoli, i costumi del tempo e del luogo, le guerre e le paci, i tumulti sociali e gli avvenimenti politici e civili, l’esteriorità della persona, gli og- getti più usuali, tutto questo mondo esteriore entra a formare Il tessuto del romanzo comune, sebbene in mezzo a tutte le altre figure campeggi il protagonista, intorno a cui si svolge l’azione drammatica. Non è così del romanzo psicologico. Qui i perso- S2 ‘GIUSEPPE ALLIEVO naggi vivono in sè più che fuori di sè, nel solingo ritiro inte- riore, soli a se stessi anche in mezzo alla folla della gente ed al tumulto della città: tengono nascosta al mondo la lotta, che si agita nei penetrali dello spirito, e solo la rivelano a poche anime confidenti od amiche. Però la vita intima non istà raccolta in sè tanto da rimaner chiusa affatto al contatto del mondo este- riore. Degli avvenimenti, che si compiono intorno a lui, il pro- tagonista rimane spettatore passivo ed indifferente, mentre del dramma che si svolge dentro di lui, è attore consapevole e na- turale. Le impressioni che gli vengono dal di fuori, non giun- gono ad oscurare la coscienza della passione, che gli ferve nel- l'intimo dell'anima e la signoreggia imperiosamente. Werther porta da per tutto con sè la sua disperata passione amorosa. L’Io personale, fondamento del romanzo psicologico. L’uomo è persona, ossia un soggetto consapevole del proprio essere e fornito del libero dominio degli atti suoi. Questo con- cetto dell'Io personale è il pernio, intorno a cui si muove tutto il mondo del sapere e dell’operare umano, e ad un tempo il principio informatore di tutta la letteratura. Ora siccome nella sfera del sapere la psicologia è fra tutte le scienze quella sola, in cui l'Io umano medita e comprende se stesso alla luce della propria coscienza, così nel campo delle lettere il romanzo psi- cologico è fra tutte le specie dei lavori letterarii quella sola, in cui un'anima umana risolve il suo problema psicologico colla coscienza della sua libera attività personale. Questo suo carat- tere distintivo gli conferisce un primato su tutte le altre forme di romanzi, essendochè esso può incorporarsi qualunque siasi azione drammatica che in questi si svolga, quando il protago- nista la faccia sua accogliendola nell’interiorità della propria co- scienza. Il romanzo psicologico viene così a rispecchiare nel fondo dell'Io personale tutta la vita esteriore cosmica, domestica e sociale sotto tutte le sue forme, attraverso tutte le sue vicis- situdini: esso sa toccare tutte le fibre del cuore, scandagliare gli abissi dell'anima, far risuonare l'accento della disperazione, come nel Werther o nell’Ortis, far vibrare il sentimento della passione amorosa, come nella Delfina e nella Nuova Eloisa, ri- DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO dò trarre l'asprissima lotta tra il dovere dell’amor figliale ed il diritto alla libertà dell'anima, come nella Clarissa. Venendo ai particolari, il romanzo psicologico può rivestire tre forme speciali, secondochè vi predomina una determinata specie di fenomeni interni su tutte le altre. Evvi la vita intima in cui. prevale il sentimento e l’affetto, e quindi abbiamo la storia psicologica del cuore, che aspira al possesso di un altro cuore; tale è la Vita Nuova di Dante. Vi ha la vita intima, che ha per carattere distintivo la meditazione del pensiero: di qui il romanzo psicologico dello spirito, che scruta le profondità del proprio essere, assiste alle sue contemplazioni, narra le lotte angosciose combattute dalla propria intelligenza ed aspira alla suprema verità assoluta intorno alla sua destinazione oltremon- dana; tale sarebbe il Faust, se pure potesse meritar nome di ro- manzo psicologico propriamente detto, anzichè di dramma epico. Una terza guisa di romanzo psicologico è quello che ritrae la vita intima dell’anima, la quale tutta si espande in un ambiente morale e religioso, e tutto sacrifica all’ideale del Buono, del Santo e del Divino. Il principio informatore della letteratura romanzesea, sia pur qualsivoglia la forma che essa riveste, e l’anima umana, vale a dir una energia conscia e libera di sè, che per la sua dignità ed eccellenza personale sovrasta alle forze fisiologiche dell’orga- nismo corporeo ed alle forze materiali della natura. Colla scorta di questo concetto lo scrittore, che non voglia fallire al suo ufficio, deve del mondo esteriore ritrarre quel tanto e non più, che consuona colle condizioni psicologiche del protagonista e che porta. per così dire, il sacro contatto della sua personalità umana. Ma (occorre forse il dirlo ?) quest’armonica corrispon- denza tra il cosmo e l’uomo, tra la natura esteriore e la per- sona, invano omai si desidera, generalmente . parlando, nel romanzo ordinario de’ giorni nostri. Il romanziere, sguar- dando la persona esteriore del suo protagonista, ne ritrae la configurazione del suo organismo dal capo alla pianta ed in- dossando la livrea del sarto, ti pone sott'occhio il taglio, la forma, le pieghe dell’abito, tantochè diresti, che s’ interessa di una struttura anatomica e di un abbigliamento assai più che di un fenomeno di coscienza, Egli introduce il lettore dentro una povera stamberga, od uno splendido maniero od una Corte :d'As- Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 3 34 GIUSEPPE ALLIEVO sise, ne descrive l’ambiente, chiama a rassegna le figure umane e gli oggetti più usuali, tantochè ti pare di assistere ad un pro- cesso criminale o ad un legale inventario. Si arresta davanti ad una prospettiva campestre o ad una scena della circostante natura, e ti regala una lunga e minuta descrizione, la quale, quantunque fedele ed animata, potrebbe tuttavia venire di sana pianta stralciata dall’intiero volume, senza che ne soffra per nulla lo sviluppo dell’azione. Di tal modo l’idealità dei personaggi ri- mane sopraffatta da un volgare e basso realismo, ed il santuario della coscienza profanato da un fisiologismo prepotente o da uno sconveniente naturalismo. | A trarre dalla mala via il romanzo ordinario contempo- raneo e richiamarlo a’ suoi principii, occorre la virtù del ro- manzo psicologico, siccome quello, che riposa sulla coscienza propria dell'Io personale. Di qui apparisce la nobile missione, che esso è chiamato ad adempiere sia nel campo letterario, sia nell'ordine sociale e pedagogico. In riguardo al primo punto, è cosa di fatto, che il positivismo dominante e le conseguenti teorie materialistiche e scettiche hanno a’ dì nostri generato nell'arte quel verismo, che contraddicendo alla sua propria ap- pellazione, è la negazione dell’assoluto, eterno, santissimo vero; ma ad un tempo è cosa, che non poco conforta, lo scorgere di presente nel campo letterario un certo risveglio spiritualistico, il quale accenna al riconoscimento della dignità della natura umana, ossia di quell'Io personale che è individua attività so- stanziale, libera di sè e consapevole del divino ideale, a cui aspira, e della sua destinazione oltremondana. Quanto al secondo punto, esso verrà posto in chiaro mostrando l'efficacia educativa del romanzo psicologico sulla vita individua e sociale. L’uomo è un Io personale; tutta l'antropologia non è che una teoria scientifica di questo concetto, ed il romanzo psicologico non è che una espressione drammatica del medesimo. A met- tere in piena luce come il romanzo psicologico sia modellato su questo concetto, occorre rilevare la perfetta corrispondenza che esiste tra l’Io personale e ciascun personaggio del romanzo. Sottomettendo all'analisi il concetto dell’Io personale umano, noi vi riscontriamo: 1° una individualità vivente, che possiede una esistenza sua propria distinta da ogni altra, pensieri, intendi- menti, voleri affatto suoi; 2° un carattere, ossia una impronta DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 39 personale, una tempra mentale tutta sua, che si manifesta in certe attitudini e disposizioni originali affatto speciali; 3° una vita intima, che si svolge attraverso una serie continua e suc- cessiva di fenomeni interni, quali sono i sentimenti e gli affetti, i desiderii ed 1 voleri, i pensieri, le speranze, i timori e va di- scorrendo; 4° la coscienza di questa vita intima e dei fenomeni che la accompagnano; 5° la intuizione di un ideale divino, 0g- getto della nostra finale destinazione, e quindi il sentimento della dignità della vita; 6° una attività interiore e semovente, per cui l’Io opera per libertà di volere ed è arbitro delle proprie «sorti; 7° una lotta tra l'ideale del vero e del buono, che ci in- nalza al di sopra di noi sino a Dio, e la passione, che ci ab- bassa al di sotto della dignità della natura umana. Or bene tutti questi elementi, onde si compone l'essenza dell’Io perso- nale umano, emergono nella figura del protagonista del romanzo psicologico e vi si atteggiano ad unità di azione. Egli è una in- dividualità vivente, che possiede un carattere personale, che lo configura, che è consapevole de’ fenomeni, i quali si svolgono nei penetrali della sua vita intima, che intuisce un ideale divino, ed è ad un tempo un'attività libera ed intelligente, per cui ha il dominio degli atti suoi, afferma la sua indipendenza e lotta per la conquista di un vagheggisto ideale. Si accende nell’in- timo di un cuore umano una passione, la quale dapprima leg- giera e pressochè inavvertita, a poco a poco ingagliardisce, di- vampa, si fa gigante ed assorbe in sè tutta la vita dell'anima; l'Io ha la coscienza di questa passione e sente ad un tempo la voce solenne del dovere, che innalza un grido di protesta e di condanna; di qui una durissima lotta, la quale si risolve o nel sacrificio del cuore o nel sacrificio del dovere, e la coscienza interviene ancora a suggellar questa lotta, mostrando nobilmente rispettata o vilmente degradata la dignità dell’essere umano. Ecco il tessuto di un romanzo psicologico, dove la personalità dell'Io si rivela nel protagonista, intorno a cui si svolge tutta quanta l’azione. Una grand’anima vagheggia un alto e nobile ideale, che riflette o la famiglia, o la patria, o l'umanità, o qualche particolare trionfo del Vero, del Bello, del Buono : in quell’ideale si raccoglie tutto il suo avvenire: su quell’ideale veglia ed anela alla sua conquista, consacrandovi tutta la sua libera e consapevole attività: ma mille forze nemiche insorgono 36 GIUSEPPE ALLIEVO a contendergli il possesso di quell’ideale, ed essa lotta contro la dura realtà e lotta sino al trionfo od alla sconfitta. Ecco altro esempio di romanzo psicologico, in cui il protagonista ri- specchia sotto altra forma la personalità dell'Io umano. Dacchè l’azione, che si svolge nel romanzo psicologico, è sempre accompagnata dalla coscienza propria dell’Io personale, s'intende il perchè esso rivesta generalmente la forma di cor- rispondenza epistolare, siccome la più propria e conveniente alla sua indole, il che si scorge nel Werther, nell’Ortîs, nella Nuova Eloisa, nella Delfina, nella Clarissa Harlowe, nell’ Agatocle. E ve- ramente il protagonista assiste con vigile pensiero al dramma, che si va svolgendo nei penetrali del suo spirito, e narra da prima a se medesimo, poi ad altre anime confidenti le sue spe- ranze ed i suoi disinganni, le sue vittorie e le sue sconfitte, i contrasti e le lotte, che agitano il suo cuore, ed esse rispon- dono e si stringono a lui confondendo insieme le sorti della loro esistenza. | Efficacia educativa del romanzo psicologico. Delineato così il genuino concetto del romanzo psicologico e riposto il suo principio informatore e fondamentale nella per- sonalità dell’Io umano, abbiamo con ciò preparato lo sciogli- mento al problema riguardante il suo valore educativo. Alcuni altri non sapendo vedere nei romanzi che un tessuto di avve- nimenti o frivoli, o leggieri, o stravaganti e mostruosi, senten- ziano senza eccezione di sorta e senza riserva, che essi offen- dono e corrompono il buon costume insieme col buon gusto e col buon senso. Ma costoro mostrano di non avere un giusto concetto del romanzo in generale e del romanzo psicologico in particolare. A dimostrare fondata in verità la loro sentenza, toccherebbe loro di provare, che l'essenza medesima del romanzo psicologico lo porta di necessità a corrompere nell'animo del lettore il sentimento del Buono, del Bello, del Vero, cosa che non riusciranno a confermare giammai. Che vi abbiano romanzi maestri di mal costume e di pes- simo gusto, è un fatto doloroso innegabile; ma la logica non consente di avvolgerli tutti quanti nella medesima condanna, DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO DI anche quelli che elevano lo spirito, nobilitano il cuore, ringa- gliardiscono il sentimento morale e religioso, La signora Lambert, illustre scrittrice di due opere peda- gogiche, le Riflessioni sulle donne e gli Avvisi di una madre a sua figlia, giudica dannosi i romanzi e ne sconsiglia la lettura, dicendo che essi falsano lo spirito e sviluppano troppo presto la tendenza alla tenerezza, a cui già si trovano proclivi certe anime giovanili; ma i danni, che essa lamenta, si possono scan- sare quando la scelta dei romanzi sia governata da un assen- nato criterio, il quale tenga conto della diversa età, del sesso e delle diverse disposizioni e tendenze naturali. Rousseau nella prefazione alla sua Nuova Eloisa sentenzia, che ci vogliono ro- manzi pei popoli corrotti, che giammai casta figlia ha letto ro- manzi, e chiama perduta colei che leggesse il suo. L'arte per l’arte; ecco una sentenza, la quale se fosse fon- data in verità toglierebbe ogni ragione d’essere alla ricerca, che abbiamo per le mani. Poichè se fosse vero che il cultore dell’arte in generale e del romanzo psicologico in particolare, non deve darsi nessun pensiero delle conseguenze morali od immorali, che fluiscono da’ suoi lavori, ogni disamina intorno l'efficacia educativa del romanzo psicologico cadrebbe da sé. Secondo i seguaci di questa sentenza, l’arte è fine a se stessa e perderebbe la libertà ed indipendenza sua, se diventasse mezzo e strumento della virtù: l'artista in generale ed il ro- manziere in particolare debbono intendere a questo solo fine, che il loro lavoro piaccia, interessi, commuova, risponda allo scopo che si proposero. Ma costoro non avvertono, che l’unità personale dell’Io umano esige, che l’arte armonizzi colla scienza e colla virtù, e che un'arte immorale offende il sentimento mo- rale, che è una manifestazione dell’Io tanto essenziale, quanto il sentimento estetico. L'indipendenza dell’arte dimora solo in ciò che essa abbia un carattere proprio e sia governata da leggi sue e non da quelle proprie della scienza o della virtù. Ricercando se e quanto il romanzo psicologico sia educa- tivo, occorre anzitutto intenderci intorno il significato del voca- bolo. Generalmente parlando allorchè si dice, che il tal romanzo o il tal lavoro letterario è educativo, s'intende che esso inspira nobili ed elevati sentimenti e ci rinfranca al vivere onesto e virtuoso; s'intende insomma dell’educazione strettamente mo- 5 GIUSEPPE ALLIEVO rale. Nel presente argomento noi pigliamo l'educazione in tutta la larghezza del vocabolo, ricercando se il romanzo psicologico sia fattore non solo di educazione morale, ma dell’educazione umana riguardata sotto tutti i suoi principali aspetti. Chiamando a rassegna le forme e le parti principali del- l’umana educazione in ordine al presente argomento, è noto che essa, riguardata nel suo progressivo sviluppo, si divide in due grandi periodi, nel primo de’ quali l'alunno viene educandosi sotto il magistero di una persona autorevole, nel secondo l’uomo fatto prosegue da sè la propria educazione durante il corso di tutta la vita, moderandola a suo senno. Or bene il romanzo psi- cologico è fattore di educazione in entrambi questi due periodi della vita. Dalla sua lettura il giovine attinge buon nutrimento allo sviluppo delle sue potenze, impara a formarsi una sicura e chiara coscienza di sè, acquista una conoscenza sempre più ampia e seria della vita, e l’uomo maturo vi rinviene una nuova virtù, che lo rinfranca e lo sorregge in mezzo ai contrasti od alle lotte, un risveglio de’ sentimenti nobili ed elevati, una più lucida e più viva intuizione dell’ideale della nostra esistenza. L'educazione è la coltura di un essere personale; e siccome è proprio della persona il possedere la coscienza di sè, così questa coscienza psicologica viene ad essere una nota essenzia- lissima dell'educazione stessa. L'alunno è lui il primo fattore della propria educazione, e non lo sarebbe, se lasciasse che l’educatore esercitasse sopra di lui la sua azione senza render- sene ragione, se non si raccogliesse di quando in quando nel- l'intimità della propria coscienza, notando i passi che fa nella via del suo progressivo sviluppo, misurando le sue, forze di fronte alle difficoltà che incontra, interrogando se medesimo intorno la propria vocazione. Nessuna azione è veramente edu- cativa, se imavvertita e pressochè ignota all’alunno, perchè non sarebbe personale, ma istintiva e cieca. Anche su questo punto apparisce evidente il valore educativo del romanzo psicologico. Esso conferisce mirabilmente a coltivare e tener viva nell'animo del lettore la coscienza di se medesimo. Infatti i personaggi vivono una vita intima tutta raccolta in un pensiero domi- nante, conservano sempre .vivo il sentimento della loro indivi- dualità personale, tengono sempre fisso lo sguardo al loro ideale e di continuo interrogano la propria coscienza, aspettando la DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 39 finale parola intorno alle sue sorti. Che anzi talvolta questa coscienza di sè trasmoda e diventa esorbitante a segno da so- praffare la vera conoscenza del mondo esteriore e trascinare a deplorabili eccessi. Allora il protagonista altro non vede che se stesso in tutto l'universo e perdendo il concetto dell’ordine ed il senso della realtà, ruina nella snc e finisce col suicidio, come vediamo nel Werther. | Conosci te stesso, è questo non solamente un solenne pro- nunciato della sapienza filosofica, ma altresì il fondamental po- stulato di tutta l'educazione umana. Educare se medesimo pre- suppone il conoscere se stesso. Questo studio dell’uomo interiore, che è parte essenzialissima dell’opera educativa, debbe avere per oggetto non solo la conoscenza di que’ fenomeni generali della vita intima, che si svolgono in tutte le umane coscienze e costituiscono l'intimo fondo della natura umana universale, ma altresì la conoscenza della nostra individualità personale, e quindi del carattere, che ci impronta e costituisce il nostro Io. Ora questa conoscenza di sè, essenzialissima alla propria edu- cazione, si può attingere da tre fonti, che sono la scienza psi- cologica, l’esperienza nostra propria, il romanzo propriamente detto. psicologico. Ma la scienza psicologica ci fa conoscere l’uomo interiore nella sua nuda generalità, non quale vive qua e colà sotto una forma particolare determinata, ed in mezzo alle sue astratte speculazioni non ci presenta l'organismo della vita intima in tutti i suoi fenomeni anche sfuggevoli e minuti. La nostra propria esperienza ci può bensì procacciare la cono- scenza del nostro Io personale, ma è ben poca cosa, ristretta com’essa è dentro la breve durata del viver nostro. Invece il romanzo psicologico è uno studio dell’uomo interiore, che riu- nisce in sè e perfeziona la conoscenza, che ne porge la scienza psicologica, e quella, che viene dall’esame individuale di cia- scuno di noi. Ì pochi personaggi di un romanzo sembrano oc- cupati di se soli; eppure da essi s'impara a conoscere ed amare l'umanità. Infatti i fenomeni infiniti, che spuntano dal fondo inesauribile dell'Io umano, ci presentano in esso romanzo la vita intima sotto le forme più svariate e ne’ suoi diversissimi atteggiamenti. I germi di virtù e di vizio, da prima latenti, vi sì veggono schiudersìi e svilupparsi a poco a poco al contatto delle occasioni, che si presentano. Gli incidenti, i casì, i mi- 40 GIUSEPPE ALLIEVO nuti particolari della vita, che nello studio della scienza psico- logica o nel corso ordinario dell’esistenza nostra passano inav- vertiti od indifferenti, acquistano un significato, un valore loro proprio, perchè rivelano le prime e recondite origini di una potente passione e ne preparano la catastrofe; sono sprazzi di luce, che fusi tutti quanti insieme lumeggiano un grande di- segno. Ciascuno poi de’ personaggi ci porta il tesoro della propria esperienza, e nol possiamo così formarci un largo e comprensivo concetto della vita umana. A tutto ciò si aggiunga la straordinaria varietà de’ caratteri, delle indoli, delle nature personali, e quindi le simpatie è le antipatie, i contrasti, le lotte, che agitano il cuore umano nella conquista del suo ideale. L'educazione è coltura di tutte le umane potenze riguar- date sia distintamente le une dalle altre, sia nelle loro reci- proche attinenze. Datemi un romanzo psicologico dettato in buona lingua e bello stile, fiorito di leggiadre e convenienti immagini, caldo di affetto, ordinato nella proporzione delle sue parti armonicamente composte ad unità di un disegno, inspirato da un nobile e puro ideale, illuminato da una vera e pene- trante conoscenza della natura umana, e nella sua lettura il vostro spirito troverà un pascolo salutare per la coltura di tutte le sue potenze, l'immaginazione estetica, il sentimento, l'intelligenza e la riflessione psicologica, il cuore e la libera vo- lontà. Certamente è opera assai malagevole il comporre un ro- manzo siffatto, che non solo educhi tutte e singole le potenze dello spirito, ciascuna nell'ordine suo, ma altresì nel loro armo- nico ed universale accordo, nella loro naturale corrispondenza. Pur troppo infinita è la caterva di quei romanzi, in cui o il sentimento, o la fantasia, o la riflessione analitica o tal’altra facoltà soggioga e tiranneggia tutte le altre, come si scorge nella Nuova Eloisa, dove l'immaginazione sfrenata e strapotente trascina nel suo disordine tutte le altre facoltà dello spirito. Tuttavia se noi riguardiamo il romanzo psicologico non quale può essere di fatto, ma quale debb’essere nel suo concetto ti- pico, scorgiamo che nella sua vera essenza esso comprende al- tresì fra le note della sua efficacia educativa anche la coltura armonica delle potenze umane. La persona è un'attività, una energia, una forza, ed una forza non già meccanica ed inconscia di sè, ma che si muove DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 41 per interiore, spontaneo impulso, colla coscienza della sua de- stinazione, per tradurre in atto l’idea della vita. Quest’attività personale costituisce l’intimo fondo dell’educazione umana. Edu- care se stesso viene a dire operare il proprio perfezionamento, lavorare per diventare quel che dobbiamo essere nel disegno universale della Provvidenza. Formare il carattere è il supremo ufficio dell'educazione per ciò appunto che esso rivela questa forza ed energia dell'Io, che opera con costanza perchè vuole operare, non dominato da forze estrinseche, ma dominatore di se medesimo. E quest’attività è un dovere, perchè è Dio, che a ciascuno ha affidato un campo speciale da coltivare anche col sudor della sua fronte, ha segnato un'orbita determinata, in cul dispiegare la sua attività, ha rivelato un còmpito parti- colare da adempiere. Or bene questa libera attività propria della persona, che è 11 perno dell’educazione ed il fondamento del carattere, apparisce evidente nei personaggi del romanzo psicologico, il quale perciò anche qui manifesta la sua virtù educativa. Infatti il protagonista concepisce il disegno della vita quale risponde alle sue aspirazioni e sa di essere una forza libera, che può innalzarsi fin là, e si accinge all’opera, lotta contro le forze nemiche, e sempre lavora, come un operaio sino al termine della sua giornata. Ora il suo esempio a chi lo con- templa è scuola di attività educatrice, poichè il suo lavoro ci apparisce inspirato da lui, voluto da lui; è l’opera delle sue mani e porta l'impronta della sua personalità. Percorrendo col pensiero la lunga e contrastata via, che lo condusse al compi- mento del suo disegno, noi impariamo la vita operosa e ci sen- tiamo invaghiti a lavorare con animo costante, con nobile in- tendimento, senza smarrirci in mezzo alle peripezie, che ci incolgono. Certamente l’attività del protagonista non procede sempre diritta al suo scopo collo stesso tenore: talvolta il la- vorio ferve intenso e fecondo, tal’altra langue o soffre sbalzi e scosse, e sonvi momenti in cui la forza interiore dell’Io non dà più segni di vita e pare spenta affatto. Quando una orrenda sventura viene a distruggere o troncare a mezzo il nostro la- voro, l'ideale della nostra vita rimane ecclissato od infranto, e si fa buio dentro il nostro spirito ed il fardello dell’esistenza di- venta pesante; allora la nostra attività rimane accasciata, de- pressa; non si ha più forza di innalzarci al di sopra delle nostre 49 GIUSEPPE ALLIEVO rovine, e si ha quasi paura del nostro stesso pensiero. Eppure l'energia interiore dell'Io non si esaurisce mai: anche in questi solenni momenti essa può rivelarsi nello spirito del sacrificio, se è inspirata e rianimata da una virtù superiore. L'educazione si specifica in maschile e femminile e riveste due forme diverse, secondochè riguarda la diversa individualità dell’uomo o della donna. Certamente entrambi appartengono alla medesima specie umana e posseggono comune l'essenza dell'umanità, ma la rappresentano sotto due forme diverse, che costituiscono l’individualità propria dell’uno e dell’altra. Ora il romanzo psicologico può recare un segnalato servizio tanto alla educazione maschile quanto alla femminile, secondochè ritrae la vita intima dell’uomo o della donna con nobile intendimento e veramente educativo. Ci sono romanzi psicologici, che si di- rebbero scritti segnatamente per le donne, quale ad esempio l’Agatocle di Carolina Pichler. Fanciulla, sposa, madre, la donna combatte anch’essa le sue lotte interne, in cui il sentimento figliale, o coniugale, o materno entrano in conflitto coi doveri corrispondenti. A ragion d'esempio, obbedire all’autorità pa- terna è sacro dovere di una figlia, ma poniamo caso, che i ge- nitori facendo della loro autorità un deplorabile abuso violentino la coscienza della loro fanciulla, calpestino il diritto, che essa ha di disporre della sua persona e del suo avvenire a seconda della propria vocazione, e per ignobili mire la costringano ad abbraeciare uno stato coniugale, che le ripugni, ecco l'esempio di una lotta della vita intima femminile, che può fornire argo- mento ad un romanzo psicologico ordinato all'educazione della donna. Tale è appunto l’azione drammatica della Clarissa Har- lowe, romanzo, i cui splendidi e peregrini pregi sono però of- fuscati da alcune pagine, le quali offendono il sentimento del pudore. | Infino :a qui abbiamo posto in ehiaro, come il romanzo psi- cologico sia sotto molti rispetti educativo. Esso educa l’uomo in tutte le successive età della vita, sviluppa e rafferma la co- scienza di sè; è uno studio ampio e profondo dell’uomo interiore, favorisce la coltura di tutte le potenze dello spirito, promuove il retto sviluppo della nostra attività personale, abbraccia l’edu- cazione sia maschile, sia femminile. Rimane un punto di somma importanza, che è per così dire la corona ed il compimento di DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 43 tutti gli altri, quello cioè che riguarda l'educazione morale e religiosa. Tutti i pregi educativi, che abbiamo fin qui ricono- sciuti nel romanzo psicologico, per quantunque rilevanti, torne- rebbero vani e perderebbero la loro ragione, se esso non col- tivasse, o peggio ancora offendesse la più nobile parte del soggetto umano, la moralità e la religiosità. L’'Io umano è morale e religioso per natura. Poichè colla sua intelligenza egli s’innalza a contemplare l’ordine dell’uni- verso e riconosce il dovere di conformare ad esso il suo libero volere: di qui la ragione della sua moralità. Egli s'innalza più su col pensiero sino all'Autore supremo dell’ordine, sinv al le- gislatore sovrano dell’universo ; lo concepisce siccome Spirito in- finito, e riconosce che egli, spirito finito, deve a lui un tributo di ossequio e di adorazione; di qui la ragione della sua reli- giosità. L'educazione morale e religiosa è appunto la coltura di questa moralità e religiosità propria dell'Io umano. Il romanzo psicologico onorando nell'Io umano la santità del dovere e la presenza di Dio, respira nelle sue pagine l’amore del bene in- sieme col desiderio del meglio, rinfranca le speranze immortali, ritrae le lotte dell'anima per guisa che la virtù anche oppressa ed infelice sovrasti al vizio trionfante e coronato; anima 1 suol personaggi di un soffio celeste presentandoli così vivi, esempi - di educazione morale e religiosa. Certo è che il romanzo non vuol essere un trattato di morale od una predica di religione, perdendo così il suo carattere di lavoro artistico letterario; ma può pur sempre rispondere al suo scopo educativo trasfondendo ne’ suoi personaggi lo spirito morale e religioso. Concetto tipico del romanzo psicologico educativo. Io mi sono argomentato di mettere in chiaro quale, e quanta sia l’efficacia educativa del romanzo psicologico, ricor- dando i punti sostanziali, che riguardano l'educazione umana. È cosa evidente, che nell’attribuirgli tutti questi pregi pedago- gici, io non ho inteso di far parola dei romanzi tutti, quali cor- rono per le mani dei lettori, bensì del romanzo psicologico quale debba essere, riguardato ne la sua vera essenza. Quindi occorre che ci formiamo il concetto tipico del medesimo, e questo 44 GIUSEPPE ALLIEVO concetto vuol essere attinto dal concetto stesso dell’Io perso- nale umano, in cui ha il suo fondamento. Quindi è che i per- sonaggi hanno da rispecchiare la figura dell'Io umano non mu- tilata o svisata, bensì nella nativa schiettezza delle sue forme e nella veracità ed integrità della sua natura, e similmente il concetto dello scrittore deve spiccare limpido e sincero, e non già rimanersene avvolto in ambagi, intricato in dubbiezze, in- fingimenti ed equivoci, come nell’Autore della Nuova Eloisa, dove tutto è posto in problema, dove il sì ed il no tenzonano fra di loro e le cause più disparate trovano il loro difensore. Ciò posto, l'Io umano a pigliarlo tutto quanto e quale è nella compitezza della sua natura, vive la duplice vita dello spi- rito e del corpo. La vita dello spirito è governata dalla libertà del volere, è illuminata dalla conoscenza del Vero, non incontra limiti nel suo progressivo sviluppo, perchè aspira ad un ideale infinito, che è un riverbero dello Spirito divino. La vita del corpo è dominata dalla necessità cieca delle forze fisiologiche, è tutta ristretta nell’ esercizio delle funzioni organiche e non esce dall’angusta cerchia dei sensi e della materia. Tra queste due specie di vita essenzialmente distinte la natura ha posto un ordine conveniente: essa ha conferito allo spirito un primato . sull'organismo corporeo per guisa che questo obbedisca a’ suoi nobili e finali intendimenti. L'ordine adunque naturale vorrebbe, che nell’intreccio armonico o nella gerarchica corrispondenza di queste due vite lo spirito, libero e signore di sè, tenga a freno i sensi e gli appetiti inferiori, perchè non sì ribellino all'impero della ragione, ed anzi secondino il suo perfezionamento. Ma per un profondo guasto originario della natura umana le passioni, che si agitano nella parte inferiore del nostro essere, insorgono contro la legge del dovere ed entrano in conflitto contro lo spi- rito, il quale soccombe talvolta alla prova e giace avvilito e schiavo. Tuttavia l’Io umano, vinto, ma non domo, memore della dignità perduta e conscio del suo ideale divino, si rialza dalla sua caduta e risorge alla libertà dello spirito. La lotta si rin- nova; e questa perpetua alternativa di vittorie e di sconfitte è la storia del perpetuo dramma, che si svolge nei penetrali della nostra vita intima. Tale è la natura propria dell'Io umano; e quando il romanzo . psicologico rispecchii questa natura nella sua schietta e perfetta DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 45 immagine, allora esso risponde al suo concetto tipico e ad un tempo raggiunge tutta la sua efficacia educativa. La lotta tra il libero spirito e la cieca passione, che costituisce l’intimo fondo della natura umana, viene ad essere il punto centrale, intorno a cui va a raccogliersi tutto lo sviluppo del romanzo, il quale perciò ritrae l’Io umano nè come uno spirito puro, nè come bruta materia, bensì come una sintesi di due fattori, che ora convivono in armonico accordo, ora si combattono l’un l’altro. Senza questa dualità di termini non si spiega la lotta della vita. Giusta questo tipo del romanzo psicologico i personaggi non vi appariscono nè angeli, nè bruti: non appartengono nè ad un mondo aereo, immaginario, trascendentale, dove tutto è purezza, luce, candore, nè al mondo della materia, dove tutto è fango e bruttura: non sognano un ideale inaccessibile, che non ha nessun rapporto colla realtà della vita: sono caratteri di stampo umano, che riflettono le miserie e le grandezze dell'umanità, che sen- tono il fremito delle passioni, quali le sente ognuno in cuor suo, ma sentono ad un tempo la dignità della persona umana, la quale immensamente sovrasta alla materia, infinitamente sot- tostà a Dio: soccombono talvolta e rovinano, ma anche in mezzo alle loro rovine mostrano le vestigia della grandezza propria della specie umana e non perdono la speranza del risorgimento. Modellato su questo tipo il romanzo si tiene a giusta distanza dalle due opposte ed estreme scuole psicologiche, il basso ed ignobile realismo dall’un lato, l'aereo e vuoto idealismo dall’altro. Lo smodato ed intemperante realismo, di cui parlo, viene ap- punto così denominato, perchè nega un ideale divino a noi su- periore, come termine finale della nostra esistenza, nega a noi la libertà del volere, con cui rivolgiamo a quell’ideale il nostro operare, affinchè sia quale debb'essere giusta la dignità della natura umana. Negando l’ideale divino e la libertà del volere, esso nega perciò anche ogni distinzione tra la realtà e l’idea- lità, ossia tra quel, che siamo ed operiamo, e quel, che dob- biamo essere ed operare per rispondere alla finalità della nostra vita: di tal modo consacra ogni fatto, per ciò solo che è un fatto, quand’anche condannato dalla coscienza morale, tiene in egual conto tutto ciò, che si sviluppa dai penetrali dell'anima per ciò solo che è una realtà, fosse pure lo sviluppo di una malnata passione. In conclusione tutta la realtà sostanziale del- 46 GIUSEPPE ALLIEVO l'Io umano viene ridotta alla parte inferiore e meno nobile del nostro essere; ed ecco il perchè ho appellato ignobile e basso questo realismo.I personaggi di un romanzo foggiato su questo concetto non sono forze intelligenti ed immateriali, superiori alle forze fisiologiche del proprio organismo ed alle forze fisiche della natura, ma fortuiti atomi della forza universale, che vi- vono una esistenza temporanea e caduca, e vanno a confondersi con altri atomi senza un’individualità loro propria. Non sono volontà libere, che sanno di avere una missione loro propria da compiere nel disegno dell'universo e lottano per la conquista di un grande ideale futuro, perchè hanno il dominio di sè: sono viventi automi, che si abbandonano alla influenza dell'ambiente esteriore ed al fascino delle passioni interne come ad un po- tere irresistibile, non avendo fede veruna nella nostra intima energia, e riputando un vanissimo sforzo ogni reazione perso- nale. Non riconoscendo essi altra realtà se non quella de’ sensi, il dramma della loro vita intima si svolge in una bassa sfera meno che umana, e non può presentare quel rispetto della di- gnità umana, quell’ossequio alla santità del dovere, quello spi- rito di sacrificio, che educano gli animi a nobili e generosi sen- timenti. | La opposta scuola dell’ idealismo puro ed esclusivo trae il romanzo psicologico a conseguenze affatto contrarie ed esso perde per altra via il suo valore educativo. Esso ci ritrae i suoi per- sonaggi quali spiriti puri, che vivono nelle serene regioni del Vero e del Buono, che sdegnano il contatto colla materia, che non provano le miserie dell'umanità, che non sentono il fremito delle passioni e nelle perpetue lotte dello spirito non soffrono mai, non soccombono mai. La vita umana occorre pigliarla qual è, nè angelica, nè bestiale. E opera sconsigliata non tener conto della ingrata realtà, che ci stringe da ogni lato, e ci mette a durissime prove. Errare humanum est: è cosa umana il cader nella lotta, sentendoci venir meno le forze; ed è pure da uomo, che sente la dignità propria, il risorgere dalla sua caduta. È questa la scuola, che educa alla vita, perchè nè ci gonfia di pazzo orgoglio, nè ci abbatte, ma ci conforta a sperare, e ci sorregge col desiderio del meglio, mentre un ideale inaccessi- bile ad ogni virtù umana non solo non educa, ma può trasci- nare alla disperazione ed al suicidio. DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO AR Il concetto tipico del romanzo psicologico, che mi sono inge- gnato di delineare, ci fornisce il criterio per portare giudizio intorno il valore educativo dei lavori di siffatto genere. Se- condochè risponderanno in tutto od in parte al tipo, che ab- biamo delineato, essi vorranno essere apprezzati siccome più o meno educativi. Per lo contrario non si educa, ma si corrompe, quando scrivendo non si rispetta la dignità propria della per- sona umana, quando si offende il sentimento morale e religioso, quando si svisa la realtà, quando colla veemenza delle passioni e colla. prepotenza dell’immaginazione si accieca la ragione e st offusca il concetto del vero, del giusto e del santo, quando si ritrae il vizio sotto le amabili sembianze della virtù, peggio poi se si ponga sott'occhio un lurido impasto di voluttà ignobili e di turpi amorazzi. Ciò però non significa punto, che i perso- naggi del romanzo debbano tutti quanti risplendere per bontà di carattere, per integrità di costume, nè presentare in sè al- cunchè di colpevole, di vizioso, di sconveniente. Poichè la vita intima si svolge in una lotta, e la lotta importa due principii l'uno di fronte all’altro, opposti e contrarii, il genio del bene ed il genio del male, lo spirito e la materia, la verità e l’errore. Quindi i due principii debbono entrambi essere personificati. Quello, che sommamente importa, si è che ciascun personaggio mantenga il suo carattere proprio, o pregevole, o rio, e che il supremo ideale della vita illumini della sua luce tutto il suc- cessivo svolgimento dell’azione. Il romanzo rivela un'efficacia educativa, quando il lettore giunto al suo termine può esclamare col poeta comico: Homo sum; humani nihil a me alienum puto, e ad un tempo esclamare: Io mi sento fatto migliore. La vita oltremondana nel romanzo psicologico educativo. Abbiamo stabilito, che nell’Io umano, la cui vita intima costi- tuisce il fondamento del romanzo psicologico, le passioni ani- mali insorgono contro la retta ragione od entrano in conflitto collo spirito. Or si dimanda: questa lotta, che forma il dramma sempre vivo della nostra terrena esistenza, dove andrà a finire ? 48 . GIUSEPPE ALLIEVO Certo è, che finchè vivranno i due attori di questo dramma, l’anima ed il corpo, anche la lotta non cesserà mai; ma questi due attori verranno meno anch'essi, e la loro lotta dura e con- tinua andrà a finire nel nulla? Chi ammettesse il nullismo sic- come termine finale della vita umana, mostrerebbe di non in- tendere nemmeno il significato della lotta, di cui parliamo. Infatti lo spirito combatte collo scopo di mantenere il suo primato sul corpo, di tenere sommessa all'impero della ragione la parte animale del nostro essere, di tutelare la sua dignità conformandosi colla legge divina del dovere. Ora la santità del dovere importa l’esistenza di Dio e l'immortalità dell’Io umano, e per conseguente se il romanzo psicologico è la storia dram- matica di un'anima, che lavora il proprio destino, e se esiste una vita futura, è manifesto, che il suo dramma non ha quaggiù il suo finale scioglimento, che il suo destino non si compie tutto nei confini della terrena esistenza. Sarebbe solenne sciocchezza il combattere con sacrifici inauditi per il trionfo del giusto e dell’onesto e tenere soggetta al principio morale la parte ani- male del nostro essere, se al trar dei conti il più voluttuoso epicureo ed il martire del dovere incontrassero la medesima sorte ed andassero entrambi a finire nel nulla. Così l’idea dell’immortalità è il punto finale, dove vanno a metter capo tutti gli avvenimenti, di cui è intrecciata la nostra ‘vita intima, tutti i fenomeni, che si avvicendano dentro di noi e formano il tessuto della nostra conoscenza interiore, anche quelli, i quali sembrano non avere altra durata se non quella della nostra vita mortale, come sarebbe una passione amorosa. Considerato sotto questo grande aspetto il romanzo psicologico acquista il suo più sublime significato, perchè l’azione dramma- tica, che esso svolge, accenna alla vita futura, in cui trova la sua ragione suprema. La Staél nel suo romanzo Delfina ha pa- gine alquante per dimostrare, che il vero amore si regge sulla credenza dell'immortalità. “ La mia vita, o caro Leonzio (scrive Delfina nella lettera XIV della terza parte del romanzo), è in- separabile dalla tua; ma se tutto ad un tratto lo spaventevole sistema, secondo il quale tutto termina nell’annientamento, s’im- padronisse della mia anima, io non so qual terrore si mesce- rebbe ad un tempo al mio amore. Che pensare della profonda tenerezza, che io provo per te, se le tue incantevoli doti altro DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 49 non fossero che una di quelle fortunate combinazioni del caso, che il tempo produce e distrugge? Potremmo noi, nell’intimità delle anime nostre, ricercare i nostri pensieri più secreti’ per confidarceli, se in fondo a tutte le nostre riflessioni ci fosse la disperazione? Un turbamento straordinario oscura il mio pen- siero, quando gli si toglie ogni avvenire, quando si rinserra entro questa vita; io sento allora che tutto sta per mancarmi; io non credo più a me stessa, io fremo di non ritrovare più l'oggetto del mio amore... ciascun istante, in cui ti parlo, parmi come l’ultimo, poichè deve giungerne uno, che finirà tutto per sempre... La potenza di amore mi fa sentire in me la sorgente immortale della vita. E che! Le mie ceneri giacerebbero ac- canto alle tue senza risvegliarsi! Noi saremmo per sempre estranei a questa natura, che parla tanto vivamente alla nostra anima!... No, o Leonzio, io non sento meno orrore del niente, che di un delitto, e la medesima coscienza li respinge lungi da me tutti e due ,. Questo principio della vita futura, che domina tutto il corso temporaneo della nostra esistenza, ci porta a concepire il ro- manzo psicologico sotto una forma singolarissima ed affatto nuova. A tal uopo vuolsi avvertire, che allo sviluppo della vita intima, intorno a cui esso si adopera, concorrono due fattori distinti, ma indissolubilmente congiunti, lo spirito ed il corpo. L'Io umano non è uno spirito puro, sciolto da ogni involucro materiale, bensì informa un organismo corporeo, e compenetrato con esso compie il corso della sua temporanea esistenza. Quindi le anime quaggiù non si amano, non si rivelano le une alle altre, non convivono, non soffrono nè combattono insieme senza l'intervento dell'organismo corporeo, senza il ministero de’ sensi. I sorrisi e le lacrime, la figura e gli atteggiamenti della per- sona, le lontane ‘dipartite e la gioia del rivedersi, 1 gemiti ed i sospiri, gli sguardi amorosi e gli intimi conversari, gli am- plessi ed i baci, il bollore delle passioni, tutti questi fenomeni psicologici, tutte queste manifestazioni dell'anima importano l’in- tervento dell'organismo. Che più? Lo stesso suicidio, in cui tal- volta termina la catastrofe dell’azione di un romanzo, è un atto dello spirito, che soggioga l’organismo fino a distruggerlo, quel- l'organismo, che fu strumento di tutte le sue agitazioni; è un disperato attentato della persona morale sulla persona fisica. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 4 50 GIUSEPPE ALLIEVO — DEL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO Ciò posto, quando uno di questi due fattori della nostra vita presente scompare affatto, quando questa creta animata, che ci intonaca lo spirito, si disfà e rovina, lo spirito in qual modo e sotto qual forma continua a vivere? In che guisa mantiene la sua corrispondenza con noi? Come sente l’esistenza sua e la nostra? Conserva egli le antiche immagini dei luoghi, de’ tempi, delle persone, con cui convisse? Certamente lo spirito umano è immortale e sopravvive alla tomba; lo dimostra la ragione, lo afferma e lo conferma la fede religiosa. Ma in qual modo l'Io umano prosegue la propria vita personale sciolto da quell’or- ganismo, che fu gran parte, intima, essenzialissima parte della sua terrena esistenza? Qual'è la forma propria della vita nuova, che incomincia per lui? Mistero! risponde la scienza; mistero! ripete la fede, la quale mentre ci assicura e ci illumina intorno il finale risorgimento dei corpi, tace affatto intorno il nuovo, specialissimo stato delle anime dei trapassati durante il tempo indefinito, che scorre dalla morte del corpo al suo finale risor- gimento. Ora dal seno di questo misterioso problema spunta una lotta tra il cuore e la ragione, tra la scienza e la fede, e questa lotta somministra al romanzo psicologico un argomento specia- lissimo e singolare, che gli imprime una forma del tutto nuova. Poichè in faccia a quel mistero il cuore risponde, che 1 gemiti ed i sospiri di quaggiù trovano un’eco nelle ignote regioni oltre- . mondane, che i nostri cari li rivedremo lassù, che quando una persona adorata, la quale era stata la vita nostra, scompare per sempre dai nostri occhi portandosi via con sè tutte le nostre più care speranze, il suo spirito conserverà ancora la ricor- danza degli anni passati, avrà ancora un cuore, che palpita per noi, sentirà ancora la vita, quale la sentiamo noi. Così il cuore risolve il problema. Ma la ragione vuol penetrare nell’intimo del mistero e svelarne il perchè ed il come, e non vi riesce: non sa confessare la propria impotenza, non vuol darsi per vinta; ripiglia il problema, ma il mistero rimane: essa è sempre lì col suo eterno e disperato problema, e si vede davanti ad un bivio, o chiudersi nel silenzio riconoscendo il mistero od abban- donarsi ad una critica dissolvente svolgendo nelle ombre del dubbio e dello scetticismo le affermazioni del cuore e le credenze medesime della fede. Ognun vede la gravità somma di questo problema, che ri- PIETRO GAMBERA — TRE NOTE DANTESCHE 51 mane un mistero per la ragione e per la fede ad un tempo: è 1] problema dei problemi, che gravita sullo spirito umano e lo persegue sino al di là della tomba; è la finale catastrofe, dove vanno a risolversi tutti gli atti del dramma della vita. L’anta- gonismo tra la ragione che dispera ed il cuore, che spera e ri- posa nella fede, la lotta dello spirito, che scruta il suo destino oltremondano solitario e dissociato dal corpo, ecco l’idea e la ragione di un romanzo psicologico di oltre tomba. Tre note dantesche del Prof. PIETRO GAMBÈRA. I Dante narra che Lucifero è fisso per le anche al centro terrestre e che sorge da mezzo il petto fuor della ghiaccia del- l’ultimo cerchio dell’inferno. Inoltre scrive: O quanto parve a me gran maraviglia Quando vidi tre faccie alla sua testa! L’una dinanzi, e quella era vermiglia; L’altre eran due, che s’aggiungèno a questa Sovr’esso il mezzo di ciascuna spalla, È si giungèno al loco della cresta: E la destra parea tra bianca e gialla; La sinistra a veder era tal, quali Vengon di là, onde il Nilo s’avvalla. (Inf., XXXIV, 37-45). Lo Scartazzini dice che è dubbia l’allegoria delle tre faccie, e però si limita a far cenno delle varie interpretazioni, senza preferire quella del Lombardi, il quale stima che le tre faccie dell'angelo decaduto indichino le tre parti del mondo antico. Io mi propongo di confortare questa interpretazione, giacchè le altre sono eccessivamente fantastiche ed arbitrarie. Lucifero è l’amperadore dell'inferno, che il mal dell'universo tutto insacca, e da lui dee procedere ogni lutto. 52 PIETRO GAMBERA Egli sorge dalla ghiaccia col busto eretto verso Gerusa- lemme; e però è plausibile argomentare che la sua faccia in- termedia (quella vermiglia) sia volta a Nord, cioè verso l'Ku- ropa, i cui abitanti si distinguono dal viso di colore rossiccio. Per conseguenza la sua faccia destra (quella tra bianca e gialla) resta volta a levante ossia all’Asia, i cul abitanti hanno il viso di colore gialliccio; e la sua faccia sinistra (quella nera, ossia del colore degli abitanti dell’alta valle del Nilo) resta volta a ponente, ovvero verso l’Affrica. Adunque le tre faccie di Lucifero simboleggiano il male dell'Europa, dell'Asia e dell’Affrica, cioè delle antiche tre parti del mondo. HI, Oltrepassato il centro terrestre, Virgilio dice a Dante: Quando mi volsi tu passasti il punto Al qual si traggon d’ogni parte i pesi. E se’ or sétto l’emisperio giunto Ch'è contrapposto a quel che la gran secca Coverchia, e sotto il cui colmo consunto Fu l’uom che nacque e visse senza pecca. (Inf., XXXIV, 110-115). Questi ultimi quattro versi sono interpretati in modo ve- ramente deplorevole dall’Antonelli ed anche dai commentatori più recenti. Infatti l'emisfero che la gran secca coverchia, e sotto il cui colmo morì Gesù Cristo, è evidentemente l'emisfero celeste vi- sibile da Gerusalemme, e non già l'emisfero boreale della terra, il quale del resto avrebbe per colmo il suo polo. E l'emisfero contrapposto è l'emisfero celeste visibile dal monte del Purga- torio, antipodo a Gerusalemme, e non già l'emisfero australe della terra. | L'emisfero celeste, visibile da Gerusalemme, coverchia l’emi- sfero terrestre che ha per colmo Gerusalemme, emisfero che è in gran parte boreale ed in parte australe, e comprende la gran secca (l'Europa, l'Asia e l’Affrica) ed anche buona parte dell'Oceano atlantico. TRE NOTE DANTESCHE © 53 Pertanto i versi sopra riferiti non contengono nemmeno una parola, la quale valga ad indicare che Dante, dopo i viaggi di M. Polo sino all'estremo Oriente, potesse ancora credere che Gerusalemme fosse collocata in medio gentium, come scrisse Eze- chiele in tempi in cui la Scienza era timida ancella della Fede. II. Adamo risponde a Dante che desiderava di sapere da quanto tempo era avvenuta la creazione di lui: Quivi, onde mosse tua donna Virgilio, Quattromila trecento e due volumi Di sol desiderai questo concilio; E vidi lui tornare a tutti i lumi Della sua strada novecento trenta Fiate, mentre ch’io in terra fu’ mi. (Parad., XXVI, 118-123). Se Adamo visse 930 anni e poi stette 4302 anni nel Limbo, dal quale fu liberato quando morì Gesù Cristo (Inf., IV, 52-55), ne consegue che, dalla creazione di Adamo alla morte di Cristo, passarono 5232 anni precisi. Ma Dante dice nel Convito (IV, 23) che il nostro Salvatore volle morire nell’anno trentaquattresimo della sua etade. Perciò, deducendo 33 anni e più da 5232 anni, risulta che Cristo nacque nell’anno 5199 dalla creazione di Adamo. Adunque i commentatori, per poter dire che la data della nascita di Cristo è tolta da Eusebio, che la pose nell’anno 5200 del mondo, devono ammettere che Dante ponga la creazione di Adamo un anno dopo la compiuta creazione del mondo. Così Cristo, nato nell’anno 5199 dalla creazione di Adamo, risulte- rebbe nato nell’anno 5200 del mondo, in accordo colla crono- logia di Eusebio. Del resto Dante, scrivendo che Adamo, mentre visse, vide il sole fornare 980 volte a tutte le costellazioni zodiacali, indica appunto che il sole aveva già percorso una volta il zodiaco prima della creazione di Adamo, ossia che la creazione di lui fu posteriore di un anno alla creazione del mondo. Abbiamo detto che, secondo la cronologia seguita da Dante, dalla creazione di Adamo alla morte di Cristo passarono 5232 anni precisi. Ed il nostro Poeta dice inoltre che cominciò il suo 54 PIETRO GAMBÈRA — TRE NOTE DANTESCHE mistico viaggio, per i tre regni dei morti, 1266 anni dopo la morte di Cristo (Inf., XXI, 112-114); cioè 6498 anni dopo la creazione di Adamo. Pertanto quel viaggio ebbe principio il primo giorno dell’anno 6499 dalla creazione di Adamo e quindi il primo giorno dell’anno 6500 del mondo. Adunque il viaggio essendo avvenuto nell’anno 6500 del mondo (mentre il sole era in Ariete, come il Poeta dichiara), e Gesù Cristo essendo nato nell’anno 5200 del mondo, come sopra si è detto, risulta che esso viaggio avvenne nella prima- vera dell’anno 6500 — 5200, ossia dell’anno 1300 a Nativitate. Si può arrivare a questa conclusione mediante un computo più chiaro e indipendente da ogni cronologia ab ovo. Infatti Gesù Cristo essendo morto di primavera nell’anno trentaquat- tresimo della sua etade, e Dante avendo incominciato il mistico viaggio 1266 anni dopo la morte di Cristo, ne consegue che tale viaggio ebbe principio nella primavera dell’anno 34-+4-1266, ossia nella primavera dell’anno 1300 dell'Era cristiana a Nat:- vitate, e quindi anche dell’ Era volgare che fu fatta incomin- ciare col 1° Gennaio dell’anno 1, sette giorni dopo la nascita di Cristo. Risulta da quanto si è detto precedentemente che il giorno, in cui Dante scese verso l'inferno, fu anniversario della morte di Cristo, anniversario della creazione di Adamo e anniversario della compiuta creazione del mondo. Il Poeta accenna a que- st ultimo anniversario dicendo che, il mattino del giorno della sua discesa all'inferno, .. «Il sol montava su con quelle stelle Ch’eran con lui quando l’amor divino Mosse da prima quelle cose belle. (Inf., I, 38-40). Dalla mia Cronografia del mistico viaggio di Dante si rileva che il nostro Poeta scese all'inferno la sera dell’8 aprile 1300 (stile giuliano); e si rileva inoltre da quali abbagli astronomici l’Angelitti sia stato indotto a porre la visione dantesca nel 1301. L’Accademico Segretario GAETANO DE SANOTIS. RIPRISTINO VIDI DA Soho. presenti i Sd: a Sub, ; Frari i ea enti DEA nr slo & lennbang arno nni | ni SaR "3° pe ata Palla ati di ste agro SEGR: 1) I dite sd 7 SA: del Sedia: Ha: | Ue pre n hp Idi Prordaniti | | A tia 4) Pi ostdente dilata fi riberibe, auelta. ETA bagnano. aci ® 16 0A, Da Sti anedtata. Ù Sodi Mataiote DA Pagiords so per. vittima da Daberdaafi ME biviene adagiata: fette Mele rada nil Qiaotpatonaà dalia Wi: Rare de Toso, O, coni, Prc: Matia sui x IRR ALE, CLASSE DI SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 5 Dicembre 1909. PRESIDENZA DEL SOCIO PROF. COMM. ANDREA NACCARI DIRETTORE DELLA CLASSE Sono presenti i Soci: Mosso, Seere, PreANO, FoA, GUARESCHI, . Gurpr, FrLetr, MATTIROLO, Grassi, SomigLiAaNna e PARONA che sostituisce il Segretario. — Scusano l'assenza il Presidente Senatore D’Ovipro, il Segretario Senatore CAMERANO per dovere d’ufficio ed il Socio SALVADORI. Si legge e si approva il verbale della seduta precedente. Vengono presentate per l'inserzione negli Attî le note seguenti: I 1° G. SANNIA, Sull'inviluppata media di una congruenza di rette, dal Socio SEGRE; 2° Note di ematologia, del Socio Foa. Per la stampa nelle Memorie il Socio Mosso presenta un lavoro del Dr. Mario Ponzo, intitolato: Studio della localizzazione delle sensazioni cutanee di dolore; ed il Socio MarTIROLO un la- voro del prof. E. MartEL, col titolo: Contribuzione alla licheno- logia del Piemonte. È Il Presidente delega a riferire sulla prima memoria i Soci Mosso e Foà, e sulla seconda i Soci MatTIRoLo € PARONA; e presenta per ultimo le Osservazioni meteorologiche fatte nel- l’anno 1908 all’Osservatorio della R. Università di Torino, e cal- colate dal Dr. B. RaAINALDI. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. Ò 56 GUSTAVO SANNIA LETTURE Sull'inviluppata media di una congruenza di rette. Nota di GUSTAVO SANNIA (Torino). Introduzione. 1. — Nella Memoria Nuova esposizione della Geometria in- finitesimale delle congruenze rettilinee (*) e nella recente Nota Nuove formole utili per lo studio delle congruenze rettilinee (#*) ho posto i fondamenti di una geometria infinitesimale delle congruenze di rette analoga a quella delle superficie, iniziata da Gauss, che consiste nel ridurre lo studio delle congruenze a quello di una coppia di forme differenziali quadratiche. In questo lavoro considererò, col RiBaucouR, l’inviluppata media di una congruenza e darò formole generali per lo studio di essa ($ 3); poi applicherò queste formole alla ricerca di una classe notevole e molto estesa di congruenze. Intanto colgo l’occasione per ribadire quanto ho affermato nel $ 1 della Memoria citata, cioè che le due forme quadra- tiche introdotte dal KummeR, e finora adoperate, sono insuffi- cienti, da sole, a rappresentare una congruenza. A tale scopo osserverò che questa insufficienza è dovuta essenzialmente al fatto che ad una stessa coppia di forme di Kummer corrispondono infinite congruenze distinte. Per convincersene basta porsi in un caso particolare, per esempio nel caso in cui si assumono come parametri interni u, v della congruenza quelli relativi alle superficie principali; allora le due forme di KumwmER possono ridursi al tipo: Edu? 4- Gdo? r(Edu? — Gdo). (*) “ Annali di Matematica ,, t. XV della serie ITI, pag. 95 e segg. (**) “ Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino ,, vol. XLIV, 1909. SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE Eri Fissata ad arbitrio la funzione » di «, v (e note £, G) ri- sultano fissate le due forme, e risulta fissata un'equazione dif- ferenziale alle derivate parziali del secondo ordine, ad ogni soluzione della quale corrisponde una congruenza che ammette come forme di Kummer le due precedenti (*). Ed è perciò che son riusciti vani i tentativi fatti per ri- durre lo studio delle congruenze allo studio delle due forme di Kummer. Per esempio, il BureATtTI (**) ha sentito il bisogno di aggregare ad esse certe due funzioni P(u, v), Q(u, v), ed il CrrARELLI (***) di considerare anche una terza forma differen- ziale quadratica. 2. — Per maggior chiarezza del seguito, riporterò dalla Memoria citata alcune formole fondamentali. Sieno X, Y, Z i coseni direttori di una retta generica di una congruenza, funzioni di due parametri «, v. Il quadrato dell’angolo ds' di due rette infinitamente vicine g(v, 0), 9g (u-| du, v+ dv) ed il loro momento y sono espressi da due forme qua- dratiche differenziali | ds'? — Edu? 4- 2.Fdudv 4 Gdo , (LU I | -——u= Ddu? + 2D'dudv 4- D'dv, la prima delle quali ha la curvatura + 1, ed inoltre (1) PSE NQ ATC A e 0 bagni Il parametro distributore p di tutte le rigate della con- gruenza passanti per 9g assume un massimo ed un minimo, dei quali consideriamo la somma H (parametro medio) ed il pro- (*) Vedi in Brancni, Lezioni di Geometria Differenziale, vol. 1, $ 145. (*#*) Sopra alcune formole fondamentali relative alle congruenze di rette (“ Rendiconti della R. Ace. dei Lincei ,, vol. VIII, serie V, 1899). (*#**) Le congruenze (“ Annali di Matematica ,, t. II, serie III). (###**) Con ciò escludiamo le congruenze per le quali EG — F*°=0; in esse le direzioni dei raggi sono al più co. 58 i GUSTAVO SANNIA dotto XK (parametro assoluto); essi si esprimono mediante i coefficienti delle due forme (1) con le formole DD’ — De Ve 2FD'—- ED" GD I HS EG— F? k= I coefficienti delle due forme (1) non sono indipendenti, ma sono legati dalla relazione (*) CR vd dt gii e i simboli di CHRISTOFFEL essendo costruiti con i coefficienti della prima forma (1). Viceversa: due forme del tipo (1) (la prima delle pit deft- nita ed a curvatura + 1), i cui coefficienti sieno legati dalla (11), individuano una congruenza di raggi. Per costruire la congruenza basta conoscerne la superficie media S, luogo dei punti medit. Q(x,y, 2) dei singoli raggi: note X, Y, Z in funzione di «, v, le x, y, 2 si ottengono con quadrature dalle formole du pf dui itiA do (III) e dalle analoghe in y e e. (*) Nei lavori citati del BureattI e del CrrareLLi si dànno invece tre relazioni. Esse furono stabilite per la prima volta dal Cesàro che le chiamò le formole di Codazzi nella teoria delle congruenze (Lezioni di Geometria in- trinseca, cap. XIV). SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE 59 L’inviluppata media. S. — Piano medio di g è il piano perpendicolare a g nel suo punto medio Q. I piani medii inviluppano una super- ficie So (non sviluppabile, essendo SP) che il RiBAUCOUR chiamò inviluppata media. Detta W la distanza del piano mont dall’origine degli assi cartesiani, saranno X, Y, Z, W le coordinate ‘tangenziali (WeInGARTEN) del piano medio, tangente ad Sy. Se dunque si fa della superficie S, la rappresentazione sferica di Gauss, sulla sfera che ha per centro l’origine 0 e per. raggio 1, si ha che la prima delle (I) rappresenta il qua- drato dell’elemento lineare sferico, ossia è la terza forma fon- damentale di So (*). La superficie So sarà completamente individuata quando sarà nota anche la sua seconda forma fondamentale (**) Dodu? + 2.Dy dudv + D'de. Per il calcolo dei coefficienti Do, Di, Do" adopereremo le formole (***) Distante O 1 n= RE |MaE (Mare ! dia SL GW Si ha (5) WA Yyt Za =ZA0, (*) Brancati, loc. cit., vol. I, cap. V. Melio.. È 70, Pci, 81. 60 GUSTAVO SANNIA quindi dA X dx 5 yet +) du? de =) A do +0 ossia, per le (III), I do OX Dbaai DA} O dim ye ricrea poi IS AT ta | ct”, du USS) > VE e SS 9 quindi, per le (III) e per le formole (*) (7) air con le analoghe in Y e Z, si ha SIL i. ea sE PI IA e: A So ossia, per le (5) e (6), d*W dd (( ED'-FD, (11 \(dW° bu DELA (tesa JU (pera \ | (*) BrancHÙi, loc. cit., $ 72. SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE 61 Analogamente si trova che dna ha E A SPO LE 57, i (e ne) dude LA E A ti1 du A sa FRIGO FD'_6D, E Ad RIO SE Lin) FW, A 1 dig da FD'— GD' LA leg) det | do | n A x ta du A da do | du. | ddu? sy ut aa A TO si 1)? duo” ossia | RE do) \ ‘du dd duo \uun +1 du)” Î OD e yi (È 2u se): ui Li fr du \uun+-1 duo)” da cui integrando PARO i Qu) I 9; Das du ugo lo do 2ialu) , (19) Vi do Qu dp Ol SA d : ba Li duo suo de Di! deli 2i8(to) 65 ove a e 8 sono funzioni arbitrarie di x ed «, rispettivamente. Le (16) e (19) risolvono completamente il problema pro- posto, perchè dànno i coefficienti della seconda forma (I) della congruenza. Possiamo dunque enunciare il seguente teorema: Le due forme differenziali quadratiche 4Adudu a e 0 ur; (uuot 1)° Mad 0° Zuo d@ er . ) 232 SCACE : CL nerina | du? + uuntl | du sb a dude ddl do 8 +(37 n ap API, TR )duî, ove P(u, vo), Au), B(uo) sono funzioni arbitrarie dei loro argo- menti complessi, definiscono la più generale congruenza di raggi la cui inviluppata media è una superficie ad area minima. Osserviamo che a due funzioni @ che differiscono per una costante corrisponde la medesima forma pu e quindi la stessa 66 “——»’GUSTAVO SANNIA congruenza, dunque: nella funzione p(u, 0) St possono trascurare le costanti addative. Il parametro medio (1) della congruenza è, per le (15) e (16), Ò (20) H=— (utt 1 ia e dipende solo da ©, mentre che il parametro assoluto K=1 (+1) (D?— DD"), ove D, D', D' hanno i valori (16) e (19), dipende anche da a e da 8. 6. — Conoscendo i coseni direttori (13) dei raggi della congruenza, per la sua effettiva costruzione basterà conoscerne anche la superficie media, deducibile dalle (III). .. Per le (13), (16), (18) e (19) e per le seguenti, deducibili dalle (13), ® 1,4 N Atw. dE ; 14+u% Da 2g du TT (uu? da ssa DI idrata AR Pr RE E (DA Re dY ; E via da. Qu du (uti? duo — (uuti’ duo (ut ’ le (III) diventano PECE Lat 4 Led gio) du Ta 1) 3 5, du 2 Fori Te pa uuntl du a de MAPANT tuo È ti’ 0 dx Ò (19) du È d?® PRI ik SARE - Da DL 2i8) + (1 ah \ + i ut wo dp uuot1 * duo” SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE 67 pic 2 L.(1. (e Sua SE dia) — ig — (1a Mt 2 (1 Tu °) du str uunt1l’ du SD | dg ino dp uunt1 È du’ dy Bei (TI Qu i 28) — 3 duo pus 9 (14 ) duo da uve 1 4 (1u?) xa Pot U—Un. d@ \ Pia uuntl 0 duo” - dérai ; o) ; (2° | Quo dp sa ra suvg—l. d® du SR dd ij du? di uvod1 0 du 2 Cu ° du de. i (tali ® du dp 5; ) | an ..;.; , uno —1 do dg Uto duo gi utot1 dw + 208) + iv dud uo Gist. uo t1 Ò do e possono anche scriversi — =— (1-4) A) 5: PUMA È du dl lat si i dx dica E —.U de digg. 9 (1 do Sa cpr tt) ® do (1 to) duo. a d 1 | d°® Liù le \ rimini Una) Pralina pene Lara (pu e: ) dò sl \d | Val TA 2 (1410) Tesi — i+) — aa si [(1+) A iL i di ER | do a + Qua + i È (1 a AA ip ( sa Î Part da +29 —i da (0 sh) Sotto quest’ultima forma si integrano facilmente. Quindi: la superficie media S della congruenza (A) è definita dalle formole I » 68 GUSTAVO SANNIA Fo [Aoc + [@—4)pdg nr] (18) SE del e 2 0) ) do | duo K I LIS Di 1 si 1 dg (B) < ge i |(1H+-)adu prae “"w (1--u?) - se (148) Sud Pao |uadu +2 |to8dro + iu DI — Wo Di : 7. — Abbiamo già osservato, al n. 2, che la (14) è la terza forma fondamentale dell’inviluppata media So. Per le (15), (17), (18) e (19), i coefficienti (8) della seconda forma diventano (21) PD = 210, 9 Di _— 0) , du = 248 9 quindi la seconda forma fondamentale di S è — 2iadu® + 2iBdus . Queste due forme sono indipendenti da ©, dunque: cam- biando comunque la funzione ® nelle (A) e tenendo fisse a e B, non muta l’inviluppata media So. Basta quindi cercarla per un caso particolare, per es., per P= 0; ma in tal caso le (18) e (20) dànno ‘H=0, buia=0, dag=0, e queste sono le condizioni necessarie e sufficienti affinchè la congruenza (A) sia costituita dalle normali ad una superficie ad area minima la quale ne è pure superficie media (*); dunque l’inviluppata media cercata può ottenersi senz'altro dalle (B), ponendovi = 0. Quindi: l’inviluppata media S, della congruenza (A) è definita dalle formole | ro = \(1— w?)adu + Î(1 — #)8duo, (0) yo=if(1+u)adu—i(1+4 w)Bdw, | zo =2 fuadu+ 2 {uo8duo , ossia dalle ben note formole di Weierstrass. (*) N. 8 della citata memoria degli Annali. SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE 69 Le superficie (B) possono dunque considerarsi come una generalizzazione di queste, nel senso che le superficie minime sono le superficie medie (B) di quelle particolari congruenze della classe (A) che corrispondono al valore zero della funzione arbitraria ©. Le formole cit Pa a (I UT 3 (I U5) dr 1 P *1 (D) n= (14) tei, A L2-4% # Uto dl definiscono una superficie X che incontreremo al n. 10. La superficie media S della congruenza può dedursi da So e da Z, essendo I | (22) DEL a y=Y + N; e=2%0t LD. Con le formole precedenti resta anche risoluto il problema di costruire tutte le congruenze che hanno per inviluppata media una superficie minima assegnata. Perchè data una superficie mi- nima S,, mediante le formole di WrIeRstRASS (C), son note le funzioni a(u) e B(w); allora le congruenze richieste son quelle definite dalle due forme (A) o dalla loro superficie media (B), ove solo @(v, vo) è arbitraria. 8. — Finora non abbiamo fatto quistione di realtà ed ab- biamo raccolte tutte le soluzioni del problema, sia reali che immaginarie. Or fermiamoci particolarmente sulle congruenze reali della classe (A). Osserviamo anzitutto che in esse la inviluppata media S deve essere una superficie minima reale, e quindi, come è noto, nelle formole (0) che la definiscono le fun- zioni a(u) e B(uo) debbono essere complesse coniugate; ponendo l'indice 0 per indicare la coniugata di una funzione, dovremo assumere B(uo) = (uo). Inoltre debbono essere coniugati i cam- 01) 70 GUSTAVO SANNIA mini curvilinei degli integrali di ciascuno dei secondi membri delle (C). | Deve poi essere reale anche la superficie media, quindi le formole (B) che la definiscono non debbono alterarsi cambian- dovi è in — î; ciò esige che sia dg(u, Uo) — __ IP, u) SAR So | O@(u, uo) KIT Opa, “= (1 >| du du | (1 Wo) | do duo n d(u, to) dt, “) OP(u, 9) Polo, | __ (1 Tu 2)| du du I An (1 tu ») 2 du — Son = MS O du du duo duo e quindi dp(w, Ue) __ d® (6), ) | dp, u, uo) __ IP ) du du i glloh dugihoni duo ossia P(u, o) "ur Polo; “) Hr Cl, ove c è una costante; ma è chiaro che c è necessariamente immaginaria pura, c = ic; (c, reale), e d’altra parte è lecito cambiar ® in @ +45 ici (cfr. n. 5), quindi è lecito supporre P(u, Uo) sr Polo, u). Dunque: le congruenze reali della classe (A) si otterigono assumendo per afu) una funzione arbitraria, ponendo B = ap(w0) ed assumendo per ®(u, uo) una funzione che per valori coniugati di u ed uo assuma valori reali, cioè una funzione del tipo P(u, 0) = P(u, vo) | Polo; 4), con ® arbitraria. SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE 71 Le congruenze isotrope. 9. — Le congruenze della classe (A) hanno a comune. la prima forma fondamentale, quindi ciascuna di esse sarà carat- terizzata dalla seconda forma. Volendo esaminare le congruenze più notevoli della classe, vediamo anzitutto come si distinguono le isotrope. Le due forme (I) individuano una congruenza isotropa quando la matrice dei coefficienti "E RA da D' D' ha la caratteristica 1 (*); quindi le due forme (A) individuano una congruenza isotropa quando uao Fuel e | HE du? unt 1 du zia=0, li Fi TARE GRA I | n ae n in Fissate ad arbitrio a(u) e B(wo), possiamo facilmente inte- grare questo sistema di equazioni in @. Consideriamo perciò o e B come derivate terze di due funzioni y e è, cioè poniamo (24) o(u) = (1), = Bu) =d' (1%), é e scriviamo le equazioni (23) sotto la forma \ de [Co + 1 SE] — Zio + 199" =0, (25) ò ò 1 "ri si [0 + 1)® 32 |+ 2ilw + 18!" =0. (*) N. 18 della memoria degli Annali, Atti della R. Accademia. — Vol. XLV. 6 72 ere 4 GUSTAVO SANNIA La prima dà (ot? PRE Zi | (uuo + 1)°r"'du= 2f(uo), ove f è una funzione arbitraria di 9; integrando successiva- mente per parti, sì ha S(uuo + 1)2r “du = (uo + 1)21° — Quo(ueo + 1)1"4- 207, quindi d® o Sd Y I 2f() w Dr° + 4io # da cui, integrando rispetto ad w, SOR 4iuo gi) 2f(uo) I p_ it +. ge paesani d- 1 + y(o) ossia | I G MERE 9 ; Y RO) pH (+ AMT ove si è introdotta una funzione arbitraria di #, della forma Ana + Y(uo) . Daciilione rispetto ad wo, si ha (0 T 1)? Se: = (uo +1)? w(u0) — Qu?f(uo) +2Qu(ueo +1)f (0) — LT, quindi la seconda delle (25) diventa (uo + 1)? [200"" + yw'(v0)1+ 2uluwo +1) + f"()]= 0. Affinchè questa sussista qualunque sia «, occorre e basta che sia I e 20+w")=0, yU+f')=0, SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE 73 quindi fu) = 280!" (10) da cul f(uo) = 2id(vo) + 3 CU 4 cio + cs8, con €, e, cs costanti; ma si osservi che, data f(wo), la seconda delle (24) dà è(wo) solo a meno di un trinomio del tipo 7 cu + + eo | 6a, quindi questo si può ritenere incorporato in 2id(uo), e però si può assumere Fu) = 2î(w); allora la seconda delle (27) dà (uo) = — 2id'(u0) + €, con c costante; infine, sostituendo in (26) i valori trovati per f(uo) € w(w) e sopprimendo una costante additiva in (ciò che è lecito, cfr. n. 5), sì ha | Mete it 7 j uoflu) — ud(uo (28) Lr Zi |T'(u) -— d'(uo) — 2 nni E poi facile verificare che da av 29 NE sile du duo (acuto + 1) D, per la (16). Dunque, tenendo conto delle (23), il teorema generale dà che: le congruenze isotrope sono caratterizzate dalla (seconda) forma u — Ud(vo d'(vo) — Yu) +2 sorti era | duduo , dt (uo an ove Y(u), d(uo) sono funzioni arbitrarie. La corrispondente inviluppata media è la superficie mi- nima definita dalle (C) che, per le (24), si riducono alle note formole di W'EIERSTRASS | (4 GUSTAVO SANNIA m=(1—- 1") + 21) — 2 +(1 n + 2uod'(o) — 2d(u0) , (0) | yo=i1+w2)1"() — 2iur'() —2ir(u) — i(1 Luo )b" a) + + 2Ziuod'(u0) + 2ed(v0) , zo = 2uY'(u) — 2Y'(0) i Quod (vo) — 2d' (10) . Infine si ha dalla (28) dp =; r') —2 Mei) "() — d(uo) o Zito uu) — vo) du uuo + 1 (uo + 1)° dp a Y(u) — vo (uo) da sr ul — So) agi =2i \— d (t0) uo + 1 un (ug d- °_.| quindi le (D) e le (22) dànno la superficie media della con- gruenza: =] lu (100 + 8 )] — 210) + 3011. 9= lit CL +8) — 2010) — dI 2= - ; Vus 11 (0) d'(t0) Ln 2[uor() + ud(vo)]t . Per ottenere risultati reali occorre e basta assumere ò(u0) = Yoluo). Piani medii concorrenti in un punto. 10. — L’inviluppata media (C) si riduce ad un punto, nel quale ‘concorrono tutti i piani medii, quando è a(m=0, B@)=0; SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE 15 quindi: le congruenze con i piani medi concorrenti in un punto sono caratterizzate dalla forma d°® 2 —yn(d9 420 gota PO ded + d*©@ Za a (E un uugt1 ju sita du î ove @(u, uo) è una funzione arbitraria; la corrispondente super- ficie media è la superficie X definita dalle (D). Posto ò ì HA CI) Anriini ande RI INT oc) dra RENI) RO, OR (30) «#,—— (104) PACI imnaltt (1-4 26) Vu * lg= — 2iuoz e (D) diventano Or supposto che n e a ?. dipendano rispettivamente da w ed uo, cioè supposto che sia 0° dd SA () ve Vs, i due punti M;(z,, nm, Z3), Ms(E2, na, Za) descrivono due super- ficie Z,, Z, al variare di x ed wy: la superficie X luogo del punto (E, n, 2) è il luogo del punto medio del segmento M,Ms. Che se poi __d°9 dudwo ciò ancora sussiste, ma le superficie Z, e Zs si riducono a due curve; allora, essendo per la (20) H=0, la congruenza è nor- male (A). (*) N. 19 della memoria degli Annali. 76 GUSTAVO SANNIA Intanto in ogni caso si ha im +=0, E£+n+8=0, ossia le due superficie >,, X, coincidono con due regioni della sfera di raggio nullo che ha per centro l’origine 0 (o le due curve X;, Z» giacciono su questa sfera). Dunque: -se la congruenza non è normale, le (29) e (30) pon- gono una ‘corrispondenza biunivoca fra due regioni della sfera di raggio nullo che ha per centro l'origine; la superficie media X L\ D della congruenza è il luogo del punto medio del segmento che umisce® x «due punti corrispondenti. Se la congruenza è normale, 2 è una superficie di traslazione le cui curve generatrici (29) e (30) sono due curve di detta sfera. Le congruenze reali si hanno assumendo g= (1,10) + Polo, 1) con ® arbitraria. 11. — Le congruenze costruite nel numero precedente e quelle costituite dalle normali ad una superficie ad area mi- nima (n. 7) possono considerarsi come le congruenze fondamen- tali della classe (A), in quanto che ogni altra congruenza della classe può dedursi da due di esse. Infatti prese due congruenze qualunque di ciascuno dei due tipi, dalla composizione delle loro superficie medie secondo le formole (22) si deduce la superficie media di un’altra generica congruenza della classe (A); inoltre i raggi corrispondenti delle tre congruenze sono paralleli. Congruenze di parametro medio costante. 12. — Supponendo / costante, l'equazione (20) ha per integrale generale (31) o = — Hlog(uu + 1) + f() + gqluo), ove f e @ sono funzioni arbitrarie dei loro argomenti; dunque: SULL'INVILUPPATA MEDIA DI UNA CONGRUENZA DI RETTE (os Le congruenze (A) di parametro medio H costante son quelle che corrispondono al valore (31) della funzione @. L'inviluppata media comune è la superficie minima (0); le loro superficie medie sono definite dalle formole: o=x0+ i 1—-w)P(M—-d 1 uod)g' (+3 Hu—u), (82) ) yop— 3 (1401 040), e=20+ iuf'(4) — ino g'(0o). Si hanno risultati reali, assumendo B(w0) = dolo) ; g(uo) = folto) . preti 13. In particolare, le congruenze normali della classe (A) corrispondono alla funzione pit folla Si può anche dire che esse son caratterizzate dal fatto che la loro seconda forma fondamentale assume la forma orto- gonale — u=|f00+ 7/1) — 2iolu)| de + a 9"(%) sala een 9 (o) + 2iB (01) duo?. Le superficie medie si ottengono dalle (32) ponendovi H=0. Per ottenere le superficie ortogonali ai raggi di una di esse, basta portare su ciascun raggio, a partire dal punto medio (x, y, 2), il segmento la cui lunghezza r è definita con quadrature dalle formole (*) dr dita dan. td du Pra duo Pe (*#) N. 27 della memoria degli Annali. 18 GUSTAVO SANNIA — SULL'INVILUPPATA MEDIA, ECC. Queste, per le (15) e (18) diventano Gel RNA ic) PELLI du "I : duo = do #% [f() — g(uo)], a meno di una costante additiva. Dunque una superficie ortogonale ai raggi è definita dalle formole e dànno o=x-ilf—9gX, y=y—ilf—9)Y,. ae=2—ilf—9Z le quali, per le (13) e per le (32) (ove si ponga H=0), di- ventano ex +i(1- fig) — - at LA) — g(uo)}, Y =%Yo — n AU +9) f (1) — 7 (La- toÎ) g'(uo) SR pes [f) — gu), utt È e=2zo+ iuf (0) — inog'(u) — ie Fi 00 Il. Queste formole definiscono la più generale superficie che ha per evoluta media una superficie minima assegnata (C). 14. — Ponendo a==8=0, e quindi per le (C) co=%y0= 20==0, si hanno le superficie di AbPELL, i cui piani medii concorrono in un punto (*). a Infine se si scelgono le funzioni f(wo) e 9(w) in guisa che le (32), per H=-0, definiscano un piano, le (33) dànno la più generale superficie di Bonnet. Il MercatANTI (loc. cit.) ne ha date le formole effettive nell’ ipotesi che il piano (32) sia il piano degli assi x e y. Torino, 9 giugno 1909. (#) © American Journal of Mathematics ,, X, 1883. PIO FOÀ — NOTE DI EMATOLOGIA 79 Note di ematologia del Socio Prof. PIO FOÀ In questo anno ho ripreso alcuni esperimenti intorno all’a- zione di sieri citotossici e di proteine o tossine bacteriche nel coniglio e nella cavia per rilevare le modificazioni che ne veni- vano agli organi ematopoetici. Nella mia pubblicazione fatta su questo argomento nel 1906 (1), ebbi sopratutto a rilevare la non stretta specificità esistente nei sieri citotossici ottenuti con di- versi organi, onde si potevano produrre le stesse variazioni nella struttura degli organi ematopoetici con sieri non solo prove- nienti da diversi organi di uno stesso animale, ma anche dagli stessi organi di animali diversi. Predominanti in ogni caso erano gli effetti dell’eritrolisi, ma anche si accompagnava una più o meno intensa leucolisi e conseguente iperleucitosi, cul seguiva una riparazione ora moderata, ora intensa di entrambi gli ele- menti nel midollo delle ossa. In pari tempo i sieri citotossici in genere determinavano una maggiore attività dei gangli lin- fatici e della milza in cui si trovavano numerosi gli elementi giovani ricchi di protoplasma basofilo e una discreta quantità di elementi in via di proliferazione mitotica. Ma le esperienze suddette, se avevano principalmente di mira le possibili variazioni sulla struttura degli organi emato- poetici sotto l’azione dei sieri citotossici, erano rimaste tuttavia incomplete o dubbie nell’interpretazione dei risultati, in merito alla natura degli elementi che si trovavano prevalenti sia nel midollo delle ossa, sia nella milza e nelle ghiandole linfatiche, onde profittando dei notevoli perfezionamenti introdotti al nostri tempi nella tecnica di preparazione degli elementi del sangue e rispettivamente degli organi ematopoetici, ho assoggettato a nuovo controllo i miei risultati antecedenti, e vi ho aggiunto una maggior copia di esperienze fatte sulla cavia mediante (1) Dell’azione di alcuni sieri citotossici sugli organi ematopoetici, Ricerche sperimentali del Prof. Pio Foà, * Mem. dell’Acc. delle Sc. di Torino ,, 1906. 80 PIO FOÀ sieri mielo o splenotossici, le quali condussero a risultati sod- disfacenti. i Per avere dei sieri leucotossici ho ripetuto le iniezioni ad- dominali di emulsioni fresche di midollo delle ossa di coniglio o di cavia, sia rispettivamente in cavie o in conigli, sia in anitre o in polli. Le cavie tollergno meno bene le iniezioni di emul- sioni fatte col midollo di un femore di coniglio, anche se fatte alla distanza di 8 giorni di tempo l’una dall’altra, onde spesso muoiono di marasma. Resiste bene, invece, il coniglio alle ri- petute iniezioni di midollo tratto dai femori di 2 cavie, coll’in- tervallo di sette giorni l’uno dall'altro per 5-6 volte e soppor- tano bene l'iniezione di midollo delle ossa di coniglio le anitre e i polli. | I risultati che si ottengono nel midollo delle ossa colla inie- zione di sieri leucotossici preparati come sopra, o sui conigli 0 sulle cavie, sono abbastanza esattamente confrontabili fra di loro e si possono riassumere in un'intensa eritropoesi accompagnata da una più o meno vivace neoformazione di elementi leucoci- tic; in una eritrolisi rappresentata dal riempimento dei vasi midollari con un detrito finemente granuloso, o apparentemente omogeneo prodotto dagli stromi disfatti degli eritrociti, mentre accanto ad esso si trovano dei cumuli di eritrociti ancora in parte conservati ; infine, in un cumulo di leucociti vecchi rico- noscibili dal loro nucleo polimorfo, raggrinzato e sottile, in parte liberi e in parte fagocitati dai megacariociti, 1 quali abbando- nano dopo compiuta la loro funzione un numero più o meno grande di nuclei picnotici, che in parte vanno ad embolizzare alcuni capillari del polmone. La simultanea esistenza di tutti questi particolari, o la prevalenza di uno o dell’altro di essi, o il loro diverso aggruppamento, dipende da circostanze partico- lari dell'esperimento, quali, ad esempio, l'età dell’animale ado- perato, la quantità di siero introdotto, il tempo che si lascia trascorrere dopo l'iniezione, l’attività stessa del siero ottenuto, ecc. ma sostanzialmente si tratta sempre di fenomeni distruttivi se- guiti da altri rigenerativi da parte di tutti gli elementi costi- tuenti il midollo delle ossa. E solo quando il siero adoperato è troppo tossico, o in troppo grande quantità che il midollo non solo non produce più elementi delle due serie eritro o leucopoe- tiche, ma si converte in un midollo gelatinoso a cominciare NOTE DI EMATOLOGIA | | 8] dagli strati più periferici sin verso i più centrali. Lo stesso siero contenente una. debole quantità di sostanza tossica, o in- trodotto in piccole proporzioni in un dato animale (coniglio, cavie) può determinare una intensa azione rigeneratrice, oppure una anaplasia completa del midollo delle ossa. In altra serie di esperimenti, l’animale (coniglio) veniva lentamente preparato con estratti di corpi di bacteri (proteine) o coi rispettivi prodotti solubili; così si adoperarono proteine e tossine di bacilli di tifo, di b. difterico, di stafilococco aureo, o di b. Friedlinder e questo allo scopo di rilevare le mutazioni nella struttura della midolla delle ossa, della milza e delle ghiandole linfatiche, e insieme controllare queste mutazioni colle preparazioni sul vetrini per meglio specificare la qualità e le proporzioni dei singoli elementi. | Poche esperienze furono ripetute anche con estratti di gangli linfatici di coniglio in cavia per avere sieri linfotossici e col solito caratteristico risultato di un’azione intensamente emolit- tica ad onta della minima quantità di sangue iniettata, e quindi con intensa eritropoesi midollare compagnata eziandio ad una abbondante leucopoesi. Finalmente ho ripetuto le esperienze coi sieri splenotossici e queste ebbero sopratutto nelle cavie un ri- sultato completo. Ogni 7 giorni veniva iniettato nell’addome di coniglio l’estratto fresco di una o due milze di cavie adulte e normali e l'operazione si ripeteva 5-6 volte. Dell’abbondante quantità di siero avuta dal coniglio preparato, si iniettavano contemporaneamente tre o quattro cavie di 4-500 gr. comin- ciando da un centimetro cubo di siero nell’addome e arrivando progressivamente fino a 4-5, cosicchè la cavia ricevesse in tutto 7-8 cme. di siero. Si lasciava a riposo l'animale per 4-5 giorni dopo l’ultima iniezione ricevuta e intanto si seguiva giornal- mente l'esame del sangue. Dei risultati generali ottenuti sarà detto più innanzi; qui mi limito ad accennare che dall'esame dei tagli risultava una vivace attività midollare destata dal siero splenotossico; attività estesa a tutti gli elementi eritro e leucopoetici. L'esame del midollo delle ossa e della milza fatto sul vetrini colorati col liquido di Leishmann, o col May-Griinn- wald, o con questo combinato col liquido di Giemsa permette di rilevare sopratutto la parte leucopoetica con tale finezza di particolari quale sarebbe impossibile ottenere dall'esame micro- 82 PIO FOÀ scopico dei tagli, o sugli stessi vetrini colorati con altri metodi. Certo che anche una buona soluzione triacida giova, ma oltrechè è difficile averne una eccellente o fresca, vi sono particolari che risultano meglio coi liquidi coloranti suddetti. Invece, la parte eritropoetica è meno bene rilevabile con questi ultimi, che colla ematossilina-eosina o colla triacida, coi quali mezzi si pon- gono molto bene in evidenza i normo- e gli eritroblasti piccoli e grandi. Riassumerò ora brevemente quanto mi fu dato rile- vare dall'esame degli strisci di midollo delle ossa e di milza nei vari esperimenti da me eseguiti. Comincio colla serie del midolli di coniglio e di cavie trattati con sieri leucotossici ot- tenuti per iniezione di estratti di midollo delle ossa di coniglio o in cavie, o in anitre, o in polli, o di midollo delle ossa di cavie in coniglio. La parte precipua dei preparati, fatta astra- zione dall’attiva. eritropoesi era rappresentata dalla qualità e dalla quantità di elementi della serie leucopoetica. Infatti, rias- sumendo i caratteri principali di una serie di preparati ottenuti da animali operati con sieri leucotossici, si può dire che essi erano contraddistinti dalla presenza di grossi leucociti a proto- plasma munito di fini granuli colorati in rosso o in rossovio- laceo, e con grosso nucleo chiaro appena ripiegato, e quindi tendente ad assumere l'aspetto reniforme. Fra questi elementi altri parecchi si trovano che hanno ancora il protoplasma az- zurro ossia basofilo evidente e sono muniti solo in parte di gra- nuli eritrofili e di granuli basofili, mentre il residuo del contorno dell'elemento è azzurro e privo di granuli. Il nucleo di questi elementi è pallido ‘e tuttora sferico o appena ripiegato. Final- mente vi sono numerosi grandi elementi tondeggianti a nucleo pallido e a protoplasma finemente reticolato senza alcuna gra- nulazione, e in cui appena si incomincia ad-accumulare qualche granulo eritrofilo. In conclusione i suddescritti preparati dimo- strano la grande attività leucopoetica non tanto contraddistinta dal numero degli elementi incolori, o dal numero di figure ca- rlocinetiche indicanti una grande attività formativa, quanto dalla presenza di numerose forme indicanti lo sviluppo iniziale dei leucociti, quali i mieloblasti o le forme che non erano già più nettamente mieloplastiche e non ancora completamente mielo- citiche, e infine i mielociti propriamente detti e i leucociti gio- vani che da essi erano derivati. Si tratta dunque di un midollo NOTE DI EMATOLOGIA S8 giovine somigliante al midollo fetale, indicante la rigenerazione di elementi in riparazione di quelli che col trattamento del siero leucotossico erano andati nei primi giorni abbondantemente di- strutti sia nella parte eritropoetica sia in quella leucopoetica. s Un'altra serie di esperienze fu rivolta a ricercare l’azione che sulle cavie gravide esercita un siero di coniglio in cui siasi ripetutamente iniettato nella cavità-peritoneale un estratto fresco di embrioni o di feti di cavia. Si ebbe costantemente l'aborto delle cavie gravide trattate col predetto siero, ma di ciò non intendo occuparmi qui espressamente. Piuttosto rilevo la reazione che gli organi ematopoetici e sopratutto il midollo delle ossa delle cavie trattate col siero antifetale hanno costantemente presentato. Tali reazioni furono messe a raffronto collo stato del midollo delle ossa nelle cavie adulte normali e nelle cavie gravide non trattate in alcun modo. Il midollo delle ossa delle cavie gravide trattate con siero ar- tificiale ha presentato oltre ad una viva reazione eritropoetica con grandi eritroblasti in cariocinesi, numerosi piccoli eritro- blasti e più scarsi normoblasti, una grande attività leucopoetica caratterizzata dalla presenza di molti mieloblasti e di molti mielociti giovani, e insieme da un notevole aumento numerico di leucociti a granuli basofili, e dei leucociti a granuli eosinofili, ma principalmente dei primi in cui la tinta dei granuli era di un violaceo intenso. Questa varietà di leucociti si trova, a dir vero, in quasi ogni preparato di midollo delle ossa di cavia adulta normale, ma in molto minor proporzione che nei prepa- rati cui ho accennato più sopra, ottenute colla colorazione suc- cessiva col May-Griinnwald e col Giemsa, tanto che anche a | piccolo ingrandimento impressiona la grande quantità di leuco- citi grandi a grossi granuli uniformi di reazione basofila. Alcune esperienze fatte con sieri antifetali su cavie. maschi hanno di- mostrato che la reazione midollare è in essi identica a quella ottenuta nelle cavie gravide. Meno interessante è la reazione splenica poichè nella milza si trovano scarsi leucociti basofili, rarissime forme mielocitarie e solo accidentalmente fra nume- rosi leucociti polimorfi qualche rarissimo normoblasto a nucleo piccolo picnotico. Dalle esperienze eseguite con proteine e con tossine batteriche si ebbero i seguenti risultati: Il midollo di coniglio trattato con proteine di stafilocoeco aureo, presenta nei 84 PIO FOÀ preparati su vetrini e colorati coi liquidi di Leishmann, May- Griinnwald e Giemsa, colla triacida e colla ematossilina eosina, un numero grande di giovani leucociti polimorfi a granuli eri- trofili; un numero discreto di mielociti in parte ancora a proto- plasma basofilo e privo di granuli e diverse forme mieloblastiche. Inoltre un gran numero di eritroblasti grandi e piccoli e un discreto numero di normoblasti a nucleo picnotico. Nei tagli di pezzi fissati in liquido Foà o in formol e colorati colla pironina e verde di metile, o colla ematossilina eosina, o col liquido di Leishmann, o col Mann, si osserva un abbondante addensamento di leucociti polimorfi, una quantità discreta di forme giovani mononucleate a protoplasma basofilo; un’abbondante quantità di eritroblasti, un numero grande di megacariociti in parte gio- vani a protoplasma molto colorato colla pironina, in parte, in- vece, a protoplasma rimasto roseo colla pironina e solo avente un orlo di colore più carico alla periferia dell'elemento, il nucleo un po’ raggrinzato, fagocitismo discretamente attivo di mega- cariociti, una quantità di grossi nuclei liberi e intensamente colorati appartenenti ad antichi megacariociti disfatti; grande congestione di tutto il midollo, i vasi sono dilatatissimi e riem- piuti in parte di eritrociti, in parte di detrito finemente gra- nuloso derivante da distruzione per lisi di globuli rossi. In questi casi era anche evidente il trasporto embolico di nuclei di mega- cariociti nel polmone. Un reperto molto simile al precedente presentavano i ve- trini con striscio di midollo delle ossa di coniglio trattate con proteine di B. Friedlinder. La leucopoesi era un poco meno at- tiva che nel caso precedente e il numero dei mieloblasti e dei mielociti giovani un po’ più scarso. Invece, era straordinaria- mente attiva l’eritropoesi con abbondanti eritroblasti grandi e con figure cariocinetiche. Nei tagli si vedevano i vasi del mi- dollo dilatati e riempiti in gran parte di detriti di globuli rossi:» abbondante l’eritro e la leucopoesi; abbondanti le forme ricca- mente fagocitarie di megacariociti, i cui nuclei erano ancora bene conservati. Un'altra serie d’esperienze comprende conigli e cavie trat- tate colle proteine di bacilli del tifo, la cui azione necrotizzante sugli organi ematopoetici, e fra questi il midollo delle ossa è ben nota da tempo. Io pure ottenni con dosi: di proteine tipiche NOTE DI EMATOLOGIA 85 piuttosto abbondanti dei fatti gravi di necrosi di tutti gli ele- menti del midollo delle ossa, e dei focolai di necrosi nei gangli linfatici e nella milza, oltre ad una grave nefrite necrotica, ma ho trascurato apposta questi casi ben noti del resto, perchè non rispondevano allo scopo delle ricerche. Io volevo vedere che cosa avveniva del midollo delle ossa dei conigli e delle cavie sotto l’azione di piccole dosi di proteina e di tossina del tifo. Ebbi da entrambe queste preparazioni, cioè, o dalle col- ture di 5 giorni filtrate, o dalle stesse in cui feci l’estratto acquoso del corpo dei bacilli i medesimi risultati, i quali hanno variato di grado secondo i soggetti, ma sostanzialmente furono caratterizzati da una grande distruzione di sangue, da una de- bole eritropoesi reattiva, dell'accumulo nel midollo di molti ad- densati leucociti, con discretamente abbondanti mielociti e scarsi mieloblasti, mortificazione parziale o totale di molti megacario- citi debolmente fagocitanti, nuclei liberi in quantità varia se- condo i casi. Tutto ciò nel coniglio, e confermano le ricerche di altri autori che dagli esperimenti colla tossina di tifo nei conigli non hanno ricevuto quel midollo mieloblastico che fu trovato nell'uomo. Ciò si è potuto verificare, invece, nelle cavie, fra le quali talune trattate con moderate dosi di proteine di b. tifico, hanno presentato un midollo ricco di mieloblasti e un eritropoesi poco attiva. | La milza di queste cavie diede una molto scarsa reazione, qualche raro mielocito e nessun normoblasto; era pertanto lungi da una vera trasformazione mieloide della polpa. Finalmente dirò di una lunga serie e più fruttuosa di espe- rienze fatte coi sieri splenotossici. | Erano sieri di coniglio preparato lentamente con emulsioni di milza di cavia nella cavità addominale; oppure sieri di cavie preparate con emulsioni di milze di cavia, ecc. in conigli. Talvolta anche si adoperarono milze di coniglio. per iniezione nel cavo peritoneale di polli e di anitre. Il reperto del midollo delle ossa dei conigli trattati con sieri splenotossici è quello di una vivissima eritropoesi con abbondante leucopesi e con numerosi megacariociti intatti. La milza dei conigli suddetti è spesso ingrossata, polposa e scura, e nei tagli si rileva una pienezza enorme di sangue di tutte le lacune venose. Rimangono intatti i follicoli linfatici che alla loro periferia sopratutto pre- 86 PIO FOÀ sentano numerose grosse cellule a protoplasma intensamente basofilo, con alcune forme cariocinetiche. . Inoltre, intorno alle trabecole e più ancora intorno alle ar- terie pennicillari della polpa si trovano abbondanti accumuli di cellule giovani a carattere plasmacellulare. Nella milza è raro trovare dei normoblasti, e sì trovano scarsi mielociti. Con poche variazioni in più o in meno le milze dei conigli reagiscono spesso nell’identico modo sia ai sieri splenotossici sia ai sieri linfo e leucotossici. Dall’insieme dei casi si può affermare che i sieri splenotossici esercitano una forte azione emolittica cui segue una pronta è vivissima reazione da parte di tutti gli ele- menti del midollo e anche da parte dei follicoli della milza e della polpa rispettiva. Però la reazione del coniglio non fa l’im- pressione che genera la cavia, la quale in pochi giorni trasforma completamente il suo tipo ematologico ed emopoetico. Si tratta di cavie adulte intorno a 500 grammi di peso, indifferentemente se maschio o femmina, trattate con iniezioni quotidiane di siero splenotossico di coniglio, a dosi crescenti, ma sommanti in tutto a 6-7 cme. Venivano lasciati. a riposo dopo il trattamento su- bito per 4-5 giorni di seguito, ancora per altri 4-5 giorni e intanto si esaminava il sangue. Questo dava segno di rapido impoverimento di globuli e di emoglobina, cosicchè da una media di 5 cavie normali che presentavano 4.200.000 eritrociti e 68%, di emoglobina le cavie preparate diedero in pochi giorni di trattamento una media di 2.800.000 eritrociti e 28 di emo- globina. Il reperto microscopico era caratteristico sopratutto per questi tre dati; molti eritrociti granulosi, policromasia e grande prevalenza di megalociti pallidi; invece, erano rare le forme nucleate e discretamente numerosi i leucociti. Sacrificate le cavie 4-5 giorni dopo che avevano ricevuta l’ultima iniezione, di siero, trovai che esse erano normali nel senso che non presentavano traccie di nessuna malattia pre- gressa, e di macroscopico il fatto che imponeva di più era il rilevante tumore splenico. In tutto la milza superava persino di 10 volte il peso normale, così da un medio peso della milza di parecchie cavie adulte normali che è di 0,5 gr. si arrivò per- sino di grammi 5,2 in animali che avevano ricevuto 7 cme. di siero splenotossico in 4 giorni di seguito, e poi erano rimaste 5 giorni a riposo. » NOTE DI EMATOLOGIA 87 La milza era solida, oscura, elastica, ricchissima di polpa. color rosso cupo sanguigno; anche il midollo delle ossa di queste cavie era abbondante, congesto, friabilissimo per grande abbon- danza di elementi; gli altri organi non presentano nulla di par- ticolare, nè macro, nè microscopimento. Gli esami su vetrini di polpa splenica e di midollo delle ossa riuscirono molto interessanti. Nel midollo ciò che sopra- tutto risultava nei preparati colorati col May-Griinnwald e col Giemsa era la copia grande di leucociti e mielociti a grossi granuli basofili. Un po’ meno, ma pure abbondanti le eosinofili, poco abbondanti le forme mieloblastiche, ma numerosi i mielo- citi giovani, cioè forniti di granuli eritrofili disseminati in un protoplasma basofilo. Abbondantissimi gli eritroblasti, normali e abbondanti i megacariociti. I preparati di polpa splenica fatti per striscio e colorati coi soliti metodi, dimostrano pure una discreta quantità di mielocit basofili ed eritrofili e forme di giovani leucociti e qualche mega- cariocito, ma in modo sorprendente spicca la grande quantità di eritroblasti ‘grossi e piccoli in attività cariocinetica. Sopra- tutto nei preparati fatti colla ematossilina ed eosina che sono 1 più dimostrativi, sì scorgono numerosi grandi eritroblasti con grosso nucleo a contenuto reticolato, o con nucleo in cariocinesi. Altri molti eritroblasti piccoli e diversi normoblasti a nucleo pienotico formano tutti insieme una tale prevalenza di elementi eritropoetici da superare l'aspetto che potrebbe presentare un midollo delle ossa grandemente funzionante, il che è tanto più importante in quanto l’attività midollare delle stesse cavie è realmente viva, ma impressiona molto meno dell’attività sple- nica. Fra gli elementi della polpa splenica si trovano anche dei nuclei picnotici liberi, e si trovano pure raramente dei mono- nucleati che hanno fagocitato diversi nuclei picnotici di varia grandezza. Anche nei fegati di feto si trovano talvolta delle cellule fagocitiche che contengono molti nuclei picnotici in via di digestione intracellulare, onde io ritengo che uno dei modi in cui si perde il nucleo degli eritroblasti, o meglio dei normo- blasti, sia realmente quello della espulsione in toto con succes- sivo assorbimento fagocitario dei nuclei liberi da parte di cel- lule mononucleate. E possibile che questi fatti avvengano in condizioni patologiche, quando, cioè, accanto ad una viva rige- Atti della R. Accademia. — Vol. XLV. fi » ti 88 | PIO FOÀ nerazione si produce ancora una regressione rapida di elementi neoformati, ma a me pare fuori di dubbio che i nuclei dei nor- moblasti possono trovarsi liberi nei preparati e anche inclusi in elementi fagocitosi. I tagli di milza dimostrano la grande ric- chezza di elementi nei densi cordoni della. polpa intramezzati da lacune congeste in cui si trovano dei cumuli di eritroblasti. Fra gli elementi della polpa si vede qualche raro megacariocito, i follicoli linfatici presentano molti detriti derivanti da distru- zione di leufociti e insieme una viva rigenerazione per cario- cinesi dai centri germinali. — Riassumendo: i sieri splenotossici esercitano una grande azione emolittica e consecutivamente ri- generatrice degli elementi midollari e splenici, sopratutto per la parte eritropoetica. L'azione dei detti sieri si esercita in modo sorprendente sulle cavie, la cui milza iperplastica entra in un'attività così grande da superare quelle del midollo delle ossa del medesimo animale. Il risultato è costante e s’accom- pagna alla produzione abbondante di mielociti basofili sia nel midollo, sia nella milza che rappresenta un’'esagerazione di ciò che si trova in limiti molto più ristretti nelle cavie adulte nor- mali. In complesso il reperto ottenuto con sieri splenotossici oo cavie ricorda il reperto classico delle anemie spleniche infantili. n Meno sensibile fu l’aumento di volume della milza in cani trattati -con siero di conigli ai quali erano stati ripetutamente iniettati degli estratti freschi di milze normali di cane. Le espe- rienze di questa natura furono, però scarse, e può darsi che i conigli per fornire sieri molto attivi per il cane abbiano bisogno di una più lunga preparazione di quella da me eseguita. Forse anche la struttura della milza del cane così fortemente con- trattile influisce sulla non produzione di una rilevante spleno- megalia. Nel caso mio, alcuni conigli robusti di 2-3 chilogrammi di peso, vennero iniettati nella cavità peritonale con estratti freschi di milza normale di cane, ogni 6-8 giorni per 4 volte. Il siero di quegli animali agglutinava prontamente i globuli rossi ‘del cane normale, e presto ne seguiva l’emolisi. Iniettato il siero alla dose di 15-20-30 c.c. nella v. pedidia o nella giu- gulare di un cane di 5 Kg. di peso, produceva rapidamente una notevole diminuzione di eritrociti non accompagnata però da corrispondente abbassamento del valore ‘emoglobinico. Lasciato NOTE DI EMATOLOGIA di ‘a riposo l’animale per 4-5 gioyni dopo l’ultima iniezione di siero, veniva poi sacrificato, e si trovava ordinariamente che la milza era ingrossata, ma non molto; il peso ne era probabilmente au- mentato, poichè superava alquanto la media che si riscontra nelle milze di cani di un dato peso. Così era, ad esempio, di 35-40 gr. in luogo di 20-30 gr., la milza di un cane di 5 Kg, e di 60 gr. la milza di cani di 10 Kg. che di solito è 40-50 gr. È vero però che i cani presentano molte variazioni individuali, onde una sicurezza in proposito non si potrebbe avere che dopo un numero grande di esperienze. La consistenza dell’organo era aumentata, il colore rosso scuro, la polpa abbondante, densis- sima, compatta, e al microscopio si notavano nei preparati su vetrini molti eritroblasti grandi e piccoli e qualche mielocito ;. ° il midollo delle coste era attivissimo, e conteneva anche qualche megaloblasto. Fu molto notevole in tutti questi esperimenti la presenza nel sangue di numerosi megalociti, e il valore globulare ‘superiore al normale. Riproduco a questo proposito uno dei reperti sulla cavia e sul cane: I Cavia normale 400 gr. — 17. x. 09. EKritrociti. 7.100.000 Valore globulare 0,7. Si fa un’iniezione di 3 c. c. Leucociti 8.000 Simile a quello di molte siero splenotossico nella Emoglobina ——60 altre cavie normali del cavità addominale. nostro laboratorio. id 1 00. Eritrociti 3.000.000 Leucociti 11.000 Valore globulare 1,3. 2 iniezione 4 c. c. di siero. Emoglobina 50. SOI Id. id. — 20. x. 09. Eritrociti 2.000.000 Leucociti 4.500 Valore globulare 1,8. 3° iniez. 4 ce. c. di siero toss. . Emoglobina 45 | Td. 1d. — ‘29: x. 09. Eritrociti- 3.000.000 | Leucociti 11.590 Valore globulare 1,13. Emoglobina 48 id. id 27/2098 Eritrociti 2.000.000 Leucociti 12.000 Valore globulare 1,1. Emoglobina 85 Wi, id. + 81, x, 09 Eritrociti 5.000.000 Leucociti 10.000 Valore globulare 0,72. Emoglobina 45 (>) - 4 iniez. 3 c. c. siero toss. (ultima). 90 | PIO FOÀ — NOTE DI EMATOLOGIA Cane di 5 Kg. di peso. — 22. x1. 09. Eritrociti 5.000.000 sii ohi Si fa la l*iniez. di 15 c.c. a RIA VERI di siero nell’addome. 5 Id. id. :— ‘23. x1:109; Eritrociti 4.500.000 TORE i viali Leucociti 8.000 Valore globulare 1,1. a i: di i c. di siero Emoglobina 76 nella v. pedldia. Id. id. — 24. xr. 09. Eritrociti 4.200.000 sa ; ok Leucociti 8.500: Valore:globulare;1,2,,,°° £4 ultima inez, 20 e. 0. Emoglobina 79 1slero ne a V.glugu are. le. ‘1d, > (20, xI.. 00; Eritrociti 3.500.000 Leucociti 15.000 Valore globulare 1,2. Emoglobina 60 Come fu detto più sopra il reperto ematologico ottenuto coi sieri splenotossici era segnalato dalla gran copia di megalociti, 1 quali erano assai meno copiosi negli animali salassati. L'alto valore globulare e 1 megalociti davano al reperto ematologico un carattere embrionale, che non si trova, invece, come è noto, nelle anemie postemorragiche, e anche questo è in armonia col reperto che si osserva nelle anemie spleniche infantili e nel- l’anemia perniciosa progressiva, la cui origine tossico emolittica è generalmente riconosciuta. L’Accademico Segretario . LoRENZO CAMERANO. 91 CLASSE SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 12 Dicembre 1909. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: Manno, Direttore della Classe, Rossi, CarLE, ALLievo, RENIER, CHIRONI, RUFFINI, STAMPINI, BRONDI € ‘De Sanctis, Segretario. — Il Socio D'ErcoLEe scusa l'assenza. È letto ed approvato l’atto verbale dell’adunanza prece- dente, 28 novembre 1909. | Sono presentate d’Ufficio le seguenti opere pervenute in omaggio all'Accademia: | 1° dal Socio nazionale residente Srorza: La rivoluzione del 1831 nel Ducato di Modena. Studi e documenti (“ Biblio- teca Storica del Risorgimento italiano, , Ser. V, N. 9). Roma- Milano, Albrighi, Segati e C., 1909; 2° dal Socio corrispondente Prof. Filippo PorenA: La più antica carta regionale del Regno Napoletano (Estratto dagli | “ Atti della R. Accad. di Arch., Lett., Belle Arti di Napoli ,, Mi 5; Vol. 1), Napoli, Cimmaruta, 1909. Il Socio CatRoNI presenta il libro del Prof. G. B. GERINI, offerto in omaggio dall'autore, intitolato: Gli scrittore pedago- gici del secolo decimonono (Torino, Paravia, 1910), rilevandone l’importanza intrinseca, la equanimità dei giudizi e il valore di attualità che ha l’analisi delle dottrine dei pensatori italiani 92 intorno all'arte di edueare ora che tanto si discute sui nuovi ‘ordinamenti da dare alla scuola. Il Prof. RENIER si associa alle parole di lode dette dal Prof. CaTtRoNI e mette in luce l’impor- tanza che questo come i precedenti lavori del GerINI ha per la storia dei nostri pedagogisti e il contributo notevole che esso , reca così alla storia del pensiero italiano. Il Socio BronpI presenta con parole di elogio il volume del Prof. Santi Romano: I Comune. Parte generale (Milano, Società editrice libraria, 1908). Le parole del Prof. BroxpI, a . cui. si associa il Prof. RurriNI, sono registrate negli Atti. Il Socio ALLievo presenta per gli Atti una sua Nota inti- tolata: Cenni storici intorno è romanzo psicologico educativo. Il Socio Cnironi legge, anche a nome del Socio RurrINI, la relazione intorno al lavoro del Dott. Cesare Burzio: Nuovi appunti sugli oneri reali, presentato nell’ultima adunanza. La Classe approva con voto unanime la relazione e poi delibera con pienezza di voti segreti l’insérzione della. mono- grafia del Burzio nelle Memorie accademiche. GIUSEPPE ALLIEVO — CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO, ECC. 93 LETTURE Cenni storici intorno il romanzo psicologico educativo. Nota del Socio GIUSEPPE ALLIEVO. Il romanzo psicologico propriamente .detto non apparisce ancora nella storia della letteratura antica, e se ne intende age- volmente la ragione. Esso rampolla dalla coscienza personale dell'Io, che sa di possedere una vita intima sua propria, distinta dalla vita esterna sociale, e che raccogliendosi in se medesimo studia e nota i mutamenti, che si avvicendano nel suo spirito, le passioni, che agitano il cuor suo, 1 contrasti, che si attraversano alle sue aspirazioni, la lotta ed i sacrificii, che gli costa il suo . | vagheggiato ideale. Ora il mondo antico non consentiva alla letteratura questo studio interiore di se medesimo: la vita po- litica e la sociale assorbivano la vita psicologica, ‘e la donna, questa eroina del romanzo, disconosciuta nella sua individualità. personale, viveva povera di affetti delicati e reconditi, e pres- sochè inconsapevole di quella lotta, tra la passione amorosa e la santità del dovere, alla quale siffatto genere di componi- mento deve la sua ragione di essere. Il Cristianesimo consa- crando la dignità della persona e proclamando il raccoglimento dell’uomo interiore, inspirava alla letteratura moderna il ro- manzo psicologico, storia ideale di un’anima, che rivela se stessa ‘ad un'altra anima, intrecciando insieme i contrastati destini della loro vita. Il medio evo vanta i suoi romanzi cavallereschi, ‘in‘cui all'amore della donna sua il. cavaliere affidava l'onore "della propria spada; main essi l'elemento psicologico rimaneva ancora soverchiato dall’appariscenza della vita esteriore, dove più che lo studio del cuore facevano mostra di sè le avventure . galanti e le corti d'amore. 94 GIUSEPPE ALLIEVO i \ La Vita nuova di Dante. Il romanzo psicologico sbocciò (a tacere delle Lettere di Abe- lardo ed Eloisa) dalla Vita nuova dell’Alighieri, quasi fiore pri- maticcio ed eletto, che doveva poi maturare copiosi e svaria- tissimi frutti. Il titolo medesimo, che porta in fronte, accenna ad un carattere educativo, essendochè il far vita nuova, il ri- sanare le parti morbose dell'anima, l’emendare noi stessi e ri- sorgere alla libertà dello spirito, è gran parte dell'educazione umana. L'educazione vagheggia un ideale divino, che ci nobi- lita, che rispecchia la purezza della coscienza, che inspira il sacrificio, che ci attrae a sè ripetendo alla coscienza il sursum corda. Beatrice è l’ideale della Vita nuova; Beatrice, la pere- grina fanciulla, che viva occupò del suo amore tutta l’anima di Dante, morta fu dal poeta trasfigurata nel divino ideale del pa- radiso. La sua Beatrice è l’anima semplicetta, mossa dal lieto fat- tore, che la vagheggiava uscita di sua mano (Purg., xvi, 85-89), e Dante è quei, che disse di sè: Pg PI I’ mi son un, che quando Amore spira, noto, ed a quel modo Che detta dentro, vo significando | (Purg., xx1v, 52-54). La Vita nuova è il libro delle sue mote psicologiche; è la coscienza, dove si rispecchia candido e puro l’amore di lui in tutte le sue minime vicende, ora liete, ora dolenti; è la storia schietta ed ingenua del suo cuore, scritta con tanta freschezza di colorito, con tanta grazia e leggiadria di immagini, con tanta naturalezza e semplicità di linguaggio, informata da un affetto così potente e soave ad un tempo, che va dicendo all’anima del lettore: Sospira, ama, indiati. È sentenza di alcuni critici moderni, che siccome nel Con- vito l’amore è allegorico, tale debba essere altresì nella Vita nuova, che è di quello una continuazione, e che però il soggetto di questa non sia una persona viva e reale, la figlia di Folco Por- tinari, bensì la filosofia. Se questa opinione reggesse alla critica, la Vita nuova perderebbe il carattere di romanzo psicologico, siccome quello, che prende forma e natura dalla vita intima di persone umane, le quali svolgono insieme il dramma della loro CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 95 esistenza. Ma non così sta la cosa. Il vincolo di continuità tra le due opere, di cui facciamo parola, è incontrastabile, ma esso dimora in ciò, che nel Convito la persona di Beatrice, che vi- veva nella Vita nuova, si tramuta nell'immagine della Filosofia (come nella Divina Commedia simboleggia la Teologia), senza che l’allegoria distrugga la realtà precedente. Dante stesso di- chiara che “ nel Convito non intende derogare in parte alcuna alla Vita nuova, ma maggiormente giovare per questa quello (Conv., 1) ,. Caduto mortalmente infermo, il poeta esclama tra sè e sè: “ Di necessità conviene, che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoja ,. Queste parole della Vita nuova mostrano sino all'evidenza, che Beatrice non è la filosofia, della quale nessuno dirà che alcuna volta si muoja di necessità, bensì per- sona umana viva e reale. Nella Vita nuova si ravvisa il romanzo psicologico nel suo organismo incipiente e rudimentale, e già siffattamente prefor- mato, che se ne intravvede tutta la fecondità del suo sviluppo, in quella guisa che la prima infanzia contiene latenti nella sua virtù i germi, che toccheranno il loro massimo incremento e sviluppo nell’età matura. La sua generale orditura mostra la naturale semplicità propria dei primi esordii di ogni arte umana: niente vi ha di complicato, di artificioso, di studiato, tutto vi apparisce schietto, semplice e spontaneo, l’ideale, l’indole del dramma, il tessuto dell’azione, la figura dei personaggi solinga e raccolta. Dante e Beatrice sono le sole persone, intorno le quali si svolge tutta l’azione, senzachè altra vita umana inter- venga a complicarne l'intreccio. Beatrice già è morta al mondo, ma vive nell'anima del poeta, che la ricorda presente e nel santuario del cuor suo le. innalza un altare, sicchè nell'amore di lei vengono a fondersi insieme le memorie del suo passato, la coscienza del suo presente, l'intuizione futura di quell’ideale, che doveva poi sfolgorare nella Divina Commedia, illuminando i tre regni delle anime umane. Dacchè Beatrice non era più tra i viventi, lo sviluppo dell’azione doveva di necessità assumere la forma di monologo; ma siccome essa fu persona viva e reale, e non una mera idealità simbolica od astratta, quindi si chia- risce la transizione dal monologo alla corrispondenza dialogica epistolare, che è la forma, la quale meglio risponde all’indole del romanzo psicologico. 96 CA GIUSEPPE ALLIEVO Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. La Vita nuova di Dante presenta una perfetta antitesi con un romanzo psicologico celebratissimo nella letteratura italiana de’ tempi nostri, Le ultime lettere di Jacopo Ortis. L' Alighieri dall'amore di Beatrice attinse una forza inspiratrice, che lo su- blimò e redense a nuova vita; l’Ortis si lasciò dalla passione amorosa trascinare giù giù sino al suicidio. Jacopo Ortis è un giovane veneziano preso di ardente affetto per la giovinetta Te- resa già fidanzata ad un rieco gentiluomo. Ii cuore della fan- ciulla batte per lui, ma il padre gliela ricusa in isposa. La sua passione amorosa, lungamente contrastata, varca ogni segno alla notizia, che Teresa sta per pronunciare davanti all’altare il giuramento, che la separerà per sempre da lui. In quel so- lenne momento egli delibera di rivolgere contro la sua persona la mano suicida e non venne meno al ferale proposito. Ugo Foscolo ordì il suo romanzo su quello di Volfango Goethe, in cui le figure di Carlotta e di Werther rispecchiano quelle di Teresa e di Jacopo: in entrambi i romanzi la pas- sione amorosa finisce nella disperazione e si risolve nella cata- strofe del suicidio. Certamente nel corso generale delle cose umane un suicidio per amore è un avvenimento volgare e niente straordinario, contro il quale l’istinto innato della propria con- servazione reagisce tutelando l’universale degli uomini. Ma se quell’avvenimento viene portato nel campo letterario e lumeg- giato in forma drammatica così viva e potente, che il lettore sedotto dai lenocinii dello stile e delle immagini, dagli artifi- ciosi ragionamenti, dal contrasto delle passioni sia tratto a per- suadersi, che il suicidio sia un diritto contro la natura, che ci opprime, contro gli uomini, che ci perseguitano, contro la sorte, che ci deride, allora abbiamo un romanzo, che non educa, ma perverte e corrompe le menti e le anime segnatamente giova- nili, ancora inesperte della vita. Tale è il romanzo di Ugo Foscolo, ed egli stesso ebbe a riconoscere la trista influenza, che dalla lettura del suo libro potevan risentirne le anime segnatamente giovanili. Infatti il protagonista del romanzo presenta un carattere, che è la nega-. CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO ‘97 zione di tutti i più grandi principii dell’umana educazione. La passione amorosa senza ritegno e senza misura signoreggia tutto il suo essere, gli accieca la ragione, gli inspira il disgusto della | vita, il tedio e l’avversione della società; una cupa e ferale ma- linconia, lo trascina a maledire la natura come una tiranna, a rinnegare i supremi principi ideali dell’esistenza, a sacrificare la libertà del volere alla forza irrefrenabile del fato, che do- mina le cose. umane. Superbamente orgoglioso di se medesimo, dispregia il genere umano come se appartenesse ad una specie di viventi affatto diversa, e giunge perfino a scrivere: “ Io non ho mai potuto conoscere me medesimo negli altri mortali; però non credo che gli altri possano mai conoscere se medesimi in me ,. Che più? L'amore medesimo di Teresa non gli inspira quella forza soave e redentrice, che è propria del vero e nobile amore, non conforta il suo cuore inaridito, non lo salva dalla misantropia, dalla disperazione. Così la nostra libera attività personale, la coscienza del nostro io individuale e dell'umanità, a cui apparteniamo, la coltura armonica delle potenze, la di- gnità e la serietà della vita, la finalità oltremondana della nostra esistenza, il sentimento domestico, sociale e religioso, tutti questi sommi principii, su cul posa l'educazione umana, scompaiono affatto. La monomania amorosa, che domina nel romanzo, ge- nera da per tutto il disordine e lo scompiglio: tutto vi è spo- stato, esagerato, confuso. Lo spirito, tutto sprofondato nel suo interiore concentramento, non vede, non riconosce più nulla fuori di sè ed intorno a sè: la melanconia, questo sentimento delle anime gentili, che contemplano morto il loro divino ideale, offuscato dalla vanità delle cose terrene, degenera e trascende ad una disperata misantropia. | A scagionare il romanzo del Foscolo da questi appunti oltre modo gravi, altri potrà opporre, che il carattere di Jacopo Ortis è quale lo ha ritratto l’autore, e che il carattere di un perso- naggio va riconosciuto qual è in tutta la sua genuina schiet- tezza, o malvagio, o buono che esso sia. L'osservazione sta, purchè si aggiunga, che nell’orditura di un romanzo a caratteri tristi e deplorevoli vanno contrapposti caratteri, che risplen- dano per eccellenza di mente e di cuore. Ora nel caso nostro il carattere del protagonista suicida domina sovrano, rappresen- tando il genio dello scetticismo e della disperazione: manca chi 98 3 GIUSEPPE ALLIEVO rappresenti il genio del bene, entrando in conflitto colla po- tenza malefica: la lotta della vita intima non si regge più. Io ho esaminato il Jacopo Ortis sotto il suo aspetto peda- gogico. Che se si consideri come opera letteraria, nessuno vorrà negare che debba essere apprezzato siccome uno dei capolavori della nostra letteratura per l'eleganza della sua forma, per lo splendore dello stile, per la potenza dell’immaginazione e del sentimento. Ma qui io debbo ricordare la erroneità della sen- tenza l’arte per l’arte, e rammentare, che l’arte letteraria vien meno alla sua dignità ed al suo apostolato educativo, quando si fa ministra di corruzione ed allontana l’umanità del suo sublime ideale. L'arte letteraria deve mantenersi in armonico accordo con la virtù, non solo perchè, come ho già avvertito altrove, appartengano entrambe al medesimo Io umano, in cui hanno il loro centro di unità, ma altresì per una ragione intrin- seca all'arte stessa. Infatti il Bello, che è appunto l’oggetto proprio dell’arte, possiede in se medesimo una potenza educa- trice, che nobilita e sublima, e (quel, che è più) fra le forme diverse, che può rivestire la bellezza, avvene una, che appellasi propriamente Bello morale, così denominato perchè rispecchia la virtù in tutta la purezza del suo splendore. Arte vera non è, se profana la santità del dovere e macchia la bellezza del- l’anima. . L'Ortis, come il Werther del Goethe, è scomparso dalla scena troncando con mano violenta il filo della sua esistenza. Contemplando il romanzo del Foscolo sotto questo aspetto pe- dagogico, sorge la dimanda, quale attinenza il suicidio presenti coll’educazione umana. S'intende da sè, che qui parliamo del suicidio compiuto per deliberato proposito, con riflessione di mente, con libertà di volere, non già per impeto subitaneo di passione, in un infelice momento di sconvolgimento mentale. Il suicida fa getto della propria esistenza perchè non vuole più tollerarne il pesante fardello. Vittima della passione, compie l’ul- timo atto della sua libertà coll’intendimento di rientrare nel nulla. Egli spezza tutti i sacri vincoli, che lo legano co’ suoi fratelli, mostrando con ciò, che pensa a se solo, e nulla più gli importa di tutta l'umanità. La vita non è per lui alcunchè di serio, per cui debba essere tenuta in altissimo conto e che ci renda responsabili in faccia a Dio ed alla nostra coscienza, CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 99 bensì una illusione dolorosa, uno scherzo di una cieca e futile necessità. Ognun vede, che il suicidio è il sepolcro della edu- cazione umana. Poichè educare se stesso significa non già ar- restare violentemente il corso del nostro perfezionamento, bensì promuovere la spontanea espansione ed il progressivo sviluppo delle nostre potenze, ascendere sempre più su verso l’ideale della nostra perfezione, fare sempre più bella prova della nostra libera volontà coll’operosità della vita, col subordinare le pas- sioni al culto del dovere, col conservare intatta la dignità umana, col sopportare le lotte dell’esistenza con calma, con fer- mezza di proposito, con costanza sino al sacrificio. Queste con- siderazioni si estendono alla .educazione universalmente riguar- data; che se si pon mente alla educazione propria dell’età gio- vanile, riesce oltre modo perniciosa la lettura di un romanzo amoroso, la cui catastrofe termina col suicidio. Lo riconobbe lo stesso Ugo Foscolo, il quale pentitosi della pubblicazione del suo Jacopo Ortis, scrisse in una prefazione al medesimo queste gravi parole: £ È reo chiunque fa parere inutili e tristi le vie della vita alla gioventù, la quale deve, per decreto della na- tura, percorrerle preceduta dalla speranza ,. La Delfina di Madama di Staél. Madama di Staél (Anna Luigia Germana Necker, baronessa di Staél) è nome illustre nella storia della letteratura francese de’ nostri tempi. Nelle sue opere la coltura speculativa ga- reggia colla potenza inventrice dell’immaginazione estetica, e fra di esse va celebrato il romanzo pubblicato nel 1803 col ti- tolo Delfina, dove sotto altri nomi ed altre figure narra la’ storia intima del proprio cuore e ritrae celebri personaggi del suo tempo. Delfina, giovane vedova di uno sposo da lei rimpianto, si invaghisce di Leonzio, giovane straniero, già fidanzato ad una sua cugina, il quale concepisce per lei un’ardente passione amo- rosa, e tuttavia sposa Matilde per non venir meno alla sua promessa. Il sacro giuro coniugale è impotente a soffocare nei due amanti la nascente passione, la quale dagli intimi penetrali del cuore si espande e si fa manifesta e viva nelle corrispon- 100 | GIUSEPPE ALLIEVO i denze epistolari, nei fidati convegni, nei privati ritrovi, senza trascendere mai la sfera della pura sentimentalità. Delfina non soccombe, e sicura della sua coscienza sfida i mormorii della pubblica opinione. Matilde, lungamente ignara di tutto, viene a scoprire di essere da lei tradita nel suo coniugale affetto; e Delfina, punta dal rimorso, disdegnata dalla società, va a rifu- giarsi fra le religiose di un convento della Svizzera, nascon- dendo il suo amore sotto il velo della suora. Intanto Matilde muore; Leonzio, fatto libero di sè, corre in Isvizzera, dove trova Delfina sacramentalmente vincolata da voti infrangibili, e la abbandona a se medesima. Delfina infrange il suo giuramento religioso, abbandona la solitudine del chiostro per affidare a lui i suoi destini, corre dietro alle sue traccie e non lo raggiunge se nor al momento, in cui vien condannato a morte come emi- grato. Delfina tracanna il veleno suicida, poi si rinchiude di nascosto dentro la prigione di lui, lo accompagna sino al pa- tibolo e spira sul sanguinolento cadavere del suo amante. Il romanzo, come apparisce dalla sua generale orditura, posa sul concetto della. vita coniugale. I due protagonisti sono Delfina e Leonzio. Delfina rappresenta l’amore senza matrimonio, Leonzio rappresenta il matrimonio senza amore: di qui l’anta- gonismo tra la passione e il dovere. In entrambi l’amore appa- risce colpevole; in Leonzio, perchè tradisce e disonora la sposa da lui eletta per compagna della sua vita, in Delfina, perchè vive di un amore rubato alla sposa altrui. I Delfina non mostra saldezza ed unità di “carattere, sempre oscillando fra 1 principii severi della ragione e le intemperanze del sentimento. Indipendente da ogni umano riguardo, sprezza le convenienze sociali e modella il suo vivere non sui giudizi della pubblica opinione, ma sui pronunciati della propria co- scienza. Anima ardente ed entusiasta, trascende per impeto di sentimento ad azioni poco ammisurate e sconsigliate. Ella sa che non isfugge alla condanna della società, la quale sempre disdegna e perseguita i caratteri fieri della propria indipen- denza e sovrastanti alla volgare mediocrità, e chiama a giudice del suo operare non il tribunale della pubblica opinione, bensì l'autorità della coscienza interiore. La debolezza del suo carat- tere morale si rivela attraverso lo svolgersi del dramma psico- logico. Nelle sue prime lettere a Leonzio essa si mostra irre- CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 101 movibilmente pronta a qualunque sacrificio lottando pel trionfo del dovere, sino a troncare ogni relazione con lui. Il giorno dopo, si getta in braccio a lui con tutta la forza di un cuore appassionato e rinnega ogni suo proposito mostrandosi per fino disposta a convivere con lui. Invano la sua amica cugina di Albèmar, la richiama al dovere osservando, che quella convi- venza non le consentirebbe felicità e virtù ad un tempo. Essa dà un addio alla società e nel solitario ritiro di Bellerive si abbandona a Leonzio con tutto lo slancio del cuore, beata di sè. Il carattere di Leonzio è davvero inesplicabile. Egli nutre per Delfina un amore ardente, pronto ad ogni sacrifizio, supe- riore ad ogni umano riguardo. Perchè adunque, ancora libero di sò, si stringe in maritale connubio con Matilde? Forsechéè la coscienza di rendere infelice per tutta la vita la compagna da lui eletta non vale a scioglierlo dal vincolo del fidanza- .mento? La morte della sposa gli restituisce la libertà della sua persona: perchè respinge la sua amante, che gli confida i de- stini della sua esistenza? Una passione davvero strapotente ed indomabile non ascolta ragione, non s'inchina davanti il tribu- “nale della pubblica opinione. Bisogna ben dire che la passione amorosa di Leonzio sia meramente fittizia e chimerica, dacchè soccombe davanti al fantasma. di una malaugurata promessa, davanti al velo di una suora fallita. Anche Matilde presenta un carattere scolorito ed oscuro, che mal si addice alla sua natura. Questa povera vittima della passione altrui, ben doveva essere vivamente lumeggiata di fronte ai due insidiatori del suo coniugale affetto, mentre nello svolgimento del dramma la sua figura è lasciata nella penombra. La stessa religiosità, in cui viene riposto il fondo del suo ca- rattere, è snaturata o falsa; poichè riesce una lettera morta, non uno spirito che vivifica. 1 I La Stagl dettò il suo romanzo coll’intendimento di giovare all'educazione della donna, liberandola dalla schiavitù sociale e dalla esorbitanza dell’immaginazione e del sentimento ed infor- mandola ai principii immutabili della morale e della religione. Quindi ci ritrae Delfina, che modella la sua vita non sui det- tati della pubblica opinione e sui riguardi sociali, ma sui pro- nunciati della propria coscienza, ed attribuisce al suo senti- mentalismo ed alla sua indole immaginosa, non temperata dalla [02 GIUSEPPE ALLIEVO ragione, tutte le imprudenze, a cui trascorse, tutte le sventure, che travagliarono la sua vita. Essa non ebbe in animo di pre- sentare Delfina siccome tipo perfettamente imitabile, bensì di dimostrare che uno spirito elevato, ma poco riflessivo, può tra- viare assai più della mediocrità, e che un cuor generoso e sensibile, ma non governato dai rigidi principit della morale, trascorre a gravissimi falli, porgendo così un salutare esempio, che valga a ritrar le fanciulle dall’operare sconsigliato e disa- stroso. Certo è, che la pubblica opinione e segnatamente i pre- giudizi sociali, non vanno elevati a norme direttive della vita nostra sino a soffocare la voce interna della coscienza e che l'autonomia personale dell'individuo non va sacrificata alla per- sona collettiva della società; ma è pur certo, che la donna deve conservare immacolato il suo nome davanti alla pubblica fama. Similmente, se è vero che l’impeto subitaneo del senti- mento e dell'entusiasmo e la foga inconscia dell’immaginazione possono trascinare ad azioni deplorabili e funeste, non è men vero, che da una ragione arida, fredda e rigorosamente calco- latrice non ci sentiamo eccitati ad un operare onesto e gene- roso. Oltre di che le sventure non sempre conseguono da un carattere ardente e poco riflessivo, e bene spesso accompagnano la virtù tradita e calpestata. La Staél nel lodevole intendimento di conferire al suo ro- manzo una virtù educatrice, st ingegnò di informarlo al prin- cipio morale e religioso; bene sta, poichè vera educazione umana non si dà, che non sia inspirata dal culto del giusto e dell’onesto, del santo e del divino. Essa svolse il suo concetto morale nelle AeAessioni sullo scopo morale di Delfina, da lei pre- messe al suo romanzo. Secondo la sua mente, nel principio mo- rale si nasconde il secreto dei nostri destini; epperò il romanzo psicologico, ad essere veramente educativo, insegni per via di immaginate avventure, come ogni offesa alla virtù si risolva in una sventura, e che le sorti liete e tristi della vita si svolgono dal nostro operare. Le azioni umane allora portano la vera im- pronta della moralità, quando accoppiino in sè due qualità in- separabili, che sono la bontà di cuore o pietà verso gli altri e la generosità. Questo concetto del dovere, riposto in un mero sentimentalismo morale, anzichè nei principii immutabili della retta ragione, getta sui personaggi del romanzo una luce fosca CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 108 ed incerta, che non ci consente di pronunciare un sicuro giu- dizio intorno al loro carattere. Delfina accoglie con entusiasmo il disegno propostole da Leonzio di convivere insieme parte della giornata lungi dai tumulti del mondo, a condizione però, che si tenga nascosta a Matilde la loro secreta convivenza per non renderla infelice. Ciò vuol dire, che essa non reputa cosa im- morale rubare a Matilde l’affetto del suo sposo, bensì il rattri- - starla quando venisse a conoscenza di essere stata tradita nel suo coniugale affetto. E questa una morale detestabile, ma che pure consegue a filo di logica dal sentimentalismo morale pro- fessato dalla nostra autrice. Dal concetto morale passiamo ora al concetto religioso, esposto nella prefazione ‘alla prima edizione del suo romanzo. Quivi la Staél mostrasi profondamente convinta che “le grandi idee religiose, l’esistenza di Dio, l'immortalità dell’anima e l’unione di queste belle speranze colla morale sono talmente inseparabili da ogni sentimento elevato, da ogni entusiasmo pensoso e tenero da parermi impossibile, che verun romanzo, veruna tragedia, infine verun lavoro d’immaginazione possa com- muovere senza il loro sussidio....., ma nulla avvi di più con- trario all’immaginazione del pari che alla ragione, quanto i dogmi, qualunque sia la setta, a cui appartengono. La mito- logia aveva immagini, e non dogmi, ma quanto avvi di oseuro, di astratto e di metafisico nei dogmi si oppone invincibilmente, parmi, a che siano ammessi nei lavori d'immaginazione ,. hie-. pilogando il suo concetto, essa sentenzia che “ quel che avvi di grande nella religione, sono tutti i pensieri ignoti, vaghi, indefiniti, al di là della nostra ragione, non però in conflitto con essa ,. Di tal modo essa muove dal pregiudizio, .che il dogma religioso non solo trascenda la ragione naturale, ma contraddica alla medesima; sentenza questa, che i razionalisti e gli atei vanno ripetendo, ma che mai non hanno dimostrata in sul serio. Questa opinione della Staél, che respinge da ogni lavoro letterario tutte le credenze religiose positive siccome ostili all’immaginazione ed alla ragione, riceve una solenne smentita dagli immortali poemi inspirati dalla dogmatica del Cristianesimo, quali sono la Divina Commedia dell’Alighieri, la Gerusalemme liberata del Tasso, il Paradiso perduto del Milton, Atti della RR. Accademia — Vol. XLV. o) 104 GIUSEPPE ALLIEVO la Messiade del Klopstock, per tacere di innumerevoli altri la- vori in prosa; celebratissimi nella storia della letteratura. Certamente la Staél nel suo romanzo mostra di tenere in gran conto il principio religioso. Ai suoi occhi vero, forte co- stante amore non si dà, il quale non sia sorretto da una viva credenza dell’immortalità della vita futura. Delfina cerca di con- fortare gli ultimi momenti della sua amica di Vernon, leggen- dole pagine di moralisti antichi o moderni, teologi e filosofi, che si mostrano credenti nell’immortalità e nella provvidenza. “ Gli è da Dio e dal mio proprio cuore, che faccio dipendere la mia coscienza , (1) (scrive essa). “ Allorchè mi è tolta ogni felicità, il rifugio della mia coscienza, il soccorso di una provvidenza, miseri noi si morrà , (2). Nel giorno estremo della sua vita, dopo di avere tracannato il veleno, Delfina rivolge a Leonzio, che sta per essere decapitato, queste ultime parole: “ Amai la virtù, ma a compierla mi venne meno la forza, e Dio pietoso ritira dal mondo la donna sfortunata, il cui debole cuore venne lacerato dall'amore e dal dovere. Presso di te assunsi l’ufficio di un uomo religioso, che sarebbe veramente stato degno di parlarti in nome del cielo; ma una voce, che ti è cara, poteva penetrare più addentro nella tua anima, e questa voce ascol- tala, o Leonzio, come se la Divinità l’avesse per un momento consacrata; frammezzo ai terrori, che ne circondano, lorchè la natura, amica della vita, si rivolta nel nostro seno, la Provvi- denza eterna ci vede e ci protegge: no, gli è impossibile, che tutti 1 pensieri, tutti i sentimenti che ci animano, siano annien- tati, (3). Sebbene però il sentimento religioso si riveli nelle pagine del romanzo, tuttavia l’autrice ne offende la purezza, facendo qua e là spiccare uno spiacevole contrasto tra il catto- licismo e il protestantismo, mettendo quello in falsa luce, questo esaltando oltre il giusto (4), pur mentre aveva sentenziato, che le credenze religiose positive vanno bandite da ogni lavoro let- terario siccome ostili all’immaginazione ed alla ragione. Essa ci rappresenta la madre di Matilde, che morendo rifiuta i con- (1) Tomo I, pag. 85, 388, ediz. Parigi, 1820. (2) Idem, pag. 189. (3) Tomo 8, pag. 288. (4) Tomo I, pag. 381, 385, 395; tomo 2, pag. 258, 259. CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 105 forti religiosi del rito cattolico, mentre aveva fatto educare sua figlia nel cristianesimo. In questo romanzo avvi un punto gravissimo, che non va passato sotto silenzio, perchè compromette tutta la sua efficacia educativa, voglio dire il suicidio di Delfina. È noto che nel Jacopo Ortis del Foscolo, nel Werther del Goethe, nell’Oltre il mistero del Sienkievicz, come pure nell’ Atala del Chateaubriand, il suicidio è il termine finale, in cui si risolve la catastofe del- l’azione. Ma nel romanzo della Staéel, il suicidio di Delfina è una macchia bruttissima che gli toglie qualunque pregio edu- cativo possa avere. Poichè i protagonisti degli altri romanzi sono scredenti, più o meno scettici e pessimisti; quindi il loro. suicidio si capisce facilmente, è una logica conseguenza dei loro principii distruttivi di ogni credenza religiosa. Chi è colpito dalla sventura e ritiene che tutto finisca quaggiù, facilmente si sente tratto a finirla “colla vita. Ma Delfina (scrive la Staél) fu edu- cata nel Cristianesimo, e fa pompa di un forte sentimento mo- rale; quindi il suo suicidio significa, che essa rinnega i principii cristiani e morali, in cui venne educata, e che questi principii non hanno virtù di salvare un’infelice dall’attentare alla propria vita. La Staél non iscorge alcunchè di immorale nell’atteggia- mento di Delfina, perchè questa sventurata riconosce essa me- desima, che commette un gran delitto uccidendosi, e la sua pre- ghiera esprime con forza il suo pentimento, ed aggiunge: “To non credo, che si possa trovare un argomento pro e contro il suicidio nell'esempio di una donna, che seguendo al palco ferale l'oggetto di ogni sua tenerezza, non ha la forza di sopportare la vita sotto il peso di tanto dolore ,. Così parlando la Staél non si mostra certo recisamente ed intimamente convinta del- l’immoralità del suicidio, ed invano si argomenta di scusare Del- fina, che dall’angoscia fu tratta al triste passo. Essa doveva non già uccidersi da sè, ma lasciarsi uccidere dal dolore; giacchè, come scrive il Metastasio: aero ogni sventura Insoffribil, non dura, Soffribile, si vince; e prima di lui il poeta Marziale aveva sentenziato: Rebus in adversis facile est contemnere vitam; Fortiter ille facit, qui miser esse potest. 106 GIUSEPPE ALLIEVO La Staél ha essa raggiunto lo scopo educativo, a cui intese nel suo romanzo ? Io non oserei affermarlo. Essa non mostra di avere un chiaro concetto dei limiti che separano 11 giusto e l’onesto dall’ingiusto e dal disonesto, una netta conoscenza dei vincoli che legano la donna alla società. Quindi è che i perso- naggi del romanzo sono velati da certa penombra, la quale non ci consente di scorgere in modo franco e reciso, in che meritino il nostro plauso, in che la nostra condanna. I loro pregi e di- fetti appariscono confusi insieme in tal quale disordine. Nessuno di essi raccoglie intorno a sè la nostra schietta e spontanea simpatia. Nessuno grandeggia e risplende di tanta bellezza mo- rale che ci rapisca di entusiasmo, ci attragga con sè verso le alte idealità della vità, ci innamori del grande e del divino. Delfina medesima ci viene presentata quale esempio imitabile. Essa deplora, che la società si mostri ingiusta verso la donna rendendola vittima infelice de’ suoi pregiudizi, e si direbbe che vagheggi il divorzio siccome unico scampo per risolvere la lotta durissima tra il dovere della fedeltà coniugale e l’assoluta libertà dell'amore. Elvira sfida la pubblica opinione contraria al suo matrimonio dopo il divorzio (1); ed Enrico di Lebensel scrive una lettera (2) la quale è una scipita e meschina apologia del divorzio, inspiratagli dalla sua avversione per la povera Matilde o dal suo interesse personale, essendosi impalmato con Elisa, che aveva divorziato. Se di tal modo si educhi la donna al rispetto della vita coniugale, altri lo dica. Clarissa Harlowe di Samuele Richardson. La lotta tra il dovere della fedeltà coniugale e la passione amorosa forma l'argomento svolto nei due precedenti romanzi del Sienkiewicz (3) e della Staél, che abbiamo testè esaminato. Ora rivolgiamo la nostra attenzione ad un celebratissimo romanzo dell’inglese Samuele Richardson, che ritrae il conflitto tra il do- (1) Tomo 1, pag. 239. (2) Tomo 2, pag. 254. (3) A proposito di questo breve studio storico intorno il romanzo psi- cologico educativo, siami lecito ricordare la mia Nota pubblicata negli “ Atti,, XXXVIII, pag. 983, col titolo: Oltre il mistero, romanzo di Enrico Sienkiewicz. CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 107 vere dell’obbedienza figliale ed i diritti del cuore. Dalla lotta tra il dovere della fedeltà coniugale e la passione amorosa spunta un grave problema. Se Delfina avesse tenuto chiuso nell’intimo dell'anima il suo amore per Leonzio, sarebbe ella colpevole ? È delitto l’amare in cuor suo il marito altrui senza rivelarlo ad anima viva? Però il suo fu un amore corrisposto, alimentato dalla convivenza e dalle intime confidenze reciproche. È cosa disonesta e colpevole il rubare ad una sposa l'affetto del ma- rito? Dalla lotta del dovere dell’obbedienza figliale col diritto del cuore e della persona sorge quest'altra inchiesta: sonvi dei limiti ai quali deve arrestarsi l'autorità paterna, e dove cessa il dovere dell’obbedienza ? | La Clarissa Harlowe è un mirabilissimo esempio dello studio dell’uomo interiore. Io lo direi un profondo trattato di scienza psicologica in forma drammatica e viva ed anziche un romanzo particolare, dovrebbe dirsi un armonico ed elegante insieme di romanzi psicologici per la grande varietà degli avvenimenti ed il loro mirabile e complicato intreccio, e per il numero di circa quaranta personaggi, ciascuno dei quali ha idee sue proprie, conserva il suo singolare carattere, eppure tutti insieme cospi- rano nell'unità di un vasto disegno. La vita intima vi è stu- diata e stupendamente ritratta nelle sue più svariate movenze, nei suoi intendimenti più subdoli e disonesti, come nelle sue più nobili e generose aspirazioni. Le passioni ora vi sì manifestano scoppiando violente ed impetuose, ora si nascondono sotto il velo della scaltrezza e della dissimulazione. Clarissa Harlowe, giovinetta di diciotto anni, allevata da parenti virtuosi e cristiani, ama il gentiluomo Roberto Lovelace, il quale la dimanda in isposa, ma è insultato dal fratello di lei che per ignobili mire d'interesse insorge contro quella dimanda, la manda a vuoto, e sfidato in duello è salvato della gene- rosità del suo avversario. Indignati i genitori oltraggiano la persona di Lovelace, e scelgono per la loro figlia un odioso fidanzato. Per isfuggire da un forzato matrimonio Clarissa si abbandona alla protezione di Lovelace. Tuttavia offre ai suoi genitori di rinunciare per sempre all'amore di lui, a condizione che essi la lascino libera dall’aborrito fidanzamento. Di qui una asprissima lotta tra l'autorità dei genitori, che della loro figlia vogliono fare una vittima di obbedienza, ela scelleratezza di 108 GIUSEPPE ALLIEVO Lovelace, che vuol farne una vittima del suo odio. Clarissa è tenuta inesorabilmente chiusa in una camera, come in una or- ribile prigione, spietatamente torturata dal fratello e dalla so- rella, maledetta dai genitori, perchè irremovibile nel rifiuto del fidanzato propostole. Essa delibera di abbandonare la casa pa- terna coll’intendimento di procacciarsi un asilo presso una sua parente, e di là venire a proposte di conciliazione colla sua famiglia. Lovelace, sotto il pretesto di favorire quel suo disegno la trae ad un privato ritrovo, e coll’inganno riesce a trascinarla dietro il carro della sua miserabile esistenza. Da questo punto la vita della fanciulla fu tutta una iliade di sventure, la vita del suo seduttore un tessuto di infamie e scelleratezze. L'amore mentito e la vendetta implacabile sono le due passioni, intorno alle quali si svolge il dramma psicologico di Lovelace. Clarissa agognava di conciliarsi colla sua famiglia, e questa conciliazione è uno de’ tranelli, con cui Lovelace tradisce quell’anima incor- rotta. Essa sperava di essere in mano di Dio l’umile strumento per rigenerarlo alla vita morale, ed anche su questa nobile aspirazione egli fa assegnamento per conseguire il suo abbomi- nevole disegno di farne la sua concubina. La fanciulla sta ine- spugnabile sotto l’usbergo della sua coscienza religiosa. Per venire a capo delle sue mire egli abusa della ingenuità di Cla- rissa e la consegna incosciente in mano di detestabili donne, che fanno mercato della pudicizia e dell'onore; ma invano. Prima di usar violenza, scaltramente adopera a’ suoi fini una misera- bile conventicola di bricconi suoi amici: ancora indarno. Impo- tente ad espugnare la fortezza di quell’anima illibata ed a ra- pirle l'onore con mezzi ordinarii, ricorre all’infernale disegno di rapirle prima la coscienza di sè, togliendole l’uso dei sensi me- diante un malefico narcotico. Clarissa, stanca di combattere, ma sempre invitta, non cerca nel suicidio un facile scampo dalla tempesta delle sventure: soffre rassegnata, e cerca conforto nella pietà e nelle speranze immortali. Il dolore le ha consumata la vita. La sua famiglia tardi ha riconosciuta la incolpabilità della sventurata fanciulla, vittima della tirannia domestica. Alla vista del cadavere, che veniva ricondotto nella casa paterna, quelle anime di pietra sentirono il fremito del rimorso, che veniva tardo, ma giusto supplizio. Quel rimorso trasse alla tomba l’un dopo l’altro i genitori spietati. Lovelace soccombeva in un duello CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 109 col colonnello Morden, che vendicava Clarissa, e nell’ultima sua ora, cogli occhi rivolti al cielo e le mani giunte, esclamava : Benedici... Ricevi questa espiazione ! Questo romanzo è inspirato da un profondo e schietto sen- timento morale, che gli conferisce una potente efficacia educa- tiva. La figura di Clarissa grandeggia sublime, immacolata, simpatica; ci commuove, ci attrae a sè. Prima di condannarla siecome colpevole di aver opposto un irrevocabile rifiuto alla proposta dei genitori, si pensi alla ingiustizia del loro volere, alla tirannia esercitata sulla sua persona. L’autore, richiesto del perchè avesse rappresentata Clarissa cotanto infelice, rispose : “ Gli è perchè non ho mai potuto perdonarle di avere abban- donata la casa del padre suo ,; ma il suo perchè non regge, essendochè quell’abbandono fu un tranello del suo seduttore, ed egli stesso, l’autore, fa morire di rimorso i suoi genitori. Se la figlia ha un dovere sacrosanto di obbedire a chi le diede la vita, anche l’autorità paterna incontra dei limiti, che ha il dovere di rispettare. L'autorità rispetti se medesima, perchè abbia il di- ritto di essere rispettata. Lovelace è l’antitesi di Clarissa. Il suo carattere è detestabile, e, direi, alquanto arrogante. Esso ci inspira ripugnanza e ribrezzo, e quasi ci fa disamare e dispregiare l'umanità, a cul egli ap- partiene insieme con noi. È difficile il riscontrare in un uomo un cumulo di tante nefandezze. Abisso di infernale malizia, mostro di scelleratezze, potrebbe personificare in sè il genio del male, se questo vestisse forma umana. La morte incontrata in un duello mi pare una pena che risponda alla nefanda sua vita, se pure non fu per lui il più straziante castigo l'essere stato costretto a riconoscere, che la sua strapotenza satanica non giunse ad espugnare l’anima pura di una fanciulla. Però una preziosa confessione gli esce di bocca, allorchè riflettendo intorno la sua indole pervertita esclama: “ Perchè mai, perchè mia madre mi ha sin dall’infanzia avvezzato a non tollerare con- traddizione di sorta? Perchè raccomandava a’ miei precettori di non contrariarmi mai e di cedere a tutti i miei voleri? Po- teva essa ignorare, che questa indulgenza si convertiva in una crudeltà , (1). Tarda, ma giustissima confessione, la quale di- (1) Tomo IV, pag. 308, ediz. Parigi, 1845; versione francese di M. Barré. 110 | GIUSEPPE ALLIEVO | mostra, che la volontà del fanciullo va assai per tempo educata alla disciplina morale, e che più tardi mal si riesce a ritornarla sul buon sentiero, quando fin dalle prime fu lasciata crescere scapricciata e ribelle a ogni precetto del giusto e dell’onesto, secondo la nota sentenza di Ovidio: Principiis obsta: sero medicina paratur, Cum mala per longas convaluere moras. Non meno saggie e rilevanti, sebbene sotto un altro ri- guardo, sono le idee pedagogiche, che l’autore attribuisce a Cla- rissa intorno l'educazione femminile. Anima nobile ed elevata, sinceramente e profondamente virtuosa, fornita di uno spirito assennato e di una pietà illuminata, coltissima nell’idioma fran- cese ed italiano e non ignara del latino, essa voleva che la donna fosse educata al maneggio della casa ed al governo della famiglia, ma altresì a quella gentilezza e nobiltà di sentire, a quell’eleganza di modi, a quella coltura scientifica e letteraria, che ben si addicono all’indole propria del suo sesso. “ Nulla di più spiacevole in una donna, quanto l’esser tenuta, per il suo negletto costume, quale una dotta sgarbata, e pel suo maneggio di casa, quale una ignorante in economia domestica , (1). La vita umana debb’essere tutta quanta un'educazione seria; che sempre avanza e mai non s’arresta; epperò chi innanzi tempo ne tronca violentemente il corso, contravviene alla fina- lità suprema, a cui è rivolta, e compromette l’alta idealità, che la informa. Per conseguenza fallisce al suo compito educativo ogni romanzo psicologico, il cui protagonista chiuda col suicidio il dramma della sua esistenza, come ci venne veduto in quei pochi che abbiamo preso ad esame. Da macchia siffatta seppe tenersi illeso l’autore del lavoro letterario, che abbiamo sot- t'occhio. Maltrattata dai genitori, tiranneggiata dalla cruda cu- pidigia del fratello e dalla gelosia della sorella, perseguitata e pasciuta di atroci disinganni dal suo miserabile seduttore, ri- dotta al più triste abbandono e costretta, sebbene fornita di ricco censo, a privarsi delle sue vestimenta per provvedere al proprio sostentamento, sempre conturbata dalla maledizione di suo padre, che le pesa sull’anima come un incubo, Clarissa ben (1) Tomo IV, pag. 345. CENNI STORICI INTORNO II, ROMANZO PSICOLOGICO EDUCATIVO 1ll poteva essere tratta ad aborrir l’esistenza e far getto di una vita che poco più è morte. Pure essa non attenta ai suoi mi- serl giorni, non maledice nessuno, non dispera, ma si riconforta al pensiero della seconda vita, soffre e perdona a tutti, anche all'autore della sua rovina, a cui prega dal cielo il risorgimento morale. Oh quanto questa infelice, ma sublime fanciulla, quanto sovrasta a Delfina, la quale non seppe, non volle sopravvivere alla sciagura del suo Leonzio! Vero è, che Lovelace finì per soccombere in un duello per mano del colonnello Guglielmo Morden, il quale intese di vendicare l’onore della sua cugina Cla- rissa; ma da quel singolare certame essa aveva calorosamente sconsigliato il colonnello, riprovando il duello siccome una usur- pazione dei diritti della Divinità, un'azione che può avere per conseguenza di precipitare nell’abisso un’anima carica di tutte le sue iniquità, esponendo al medesimo danno quella dello sfor- tunato vincitore, poichè in un mortale combattimento nè l’uno nè l’altro degli avversarii intende di concedere al suo nemico la speranza nella divina misericordia, che ciascuno presume ri- servata per sè (1). Un singolarissimo pregio, che rifulge in questo romanzo e rinforza il suo valore educativo, sta nel giusto concetto e nella felice armonia delle due supreme forme dell’essere, il reale e l'ideale. La vita umana non vi si trova falsificata o foggiata a capriccio, benchè schiettamente ritratta nella sua realtà, quale scaturisce dalla interiorità della coscienza e si manifesta nell'esperienza esteriore. Il mondo in cui si muovono i perso- naggi del romanzo, è questo medesimo in cui ci muoviamo e viviamo noi: le passioni, da cui sono agitati, l’amore e l'odio, il perdono e la vendetta, il sacrificio e l’egoismo sono quelle medesime che ogni cuore umano sente fremere dentro di sè ; è la vita umana affettiva e reale colle sue gioie e co’ suoi dolori, colle sue speranze e co’ suoi disinganni, colle sue aspirazioni e colle sue brutture. Vale qui la sentenza del comico latino Te- renzio: “ Homo sum; humani nihil a me alienum puto ,. Non è la bassa ed inconscia realtà del bruto, che nulla vede, nulla sente intorno a sè ed al di sopra di sè, bensì la realtà del- l’uomo, che riconosce quel che è di fatto, e quel che debb’es- (1) Idem, pag. 821. 112 GIUSEPPE ALLIEVO — CENNI STORICI INTORNO IL ROMANZO, ECC. sere, ed attraverso le sue miserie e le sue nequizie scorge un ideale divino, che lo illumina, gli addita una vita oltremondana, lo attrae a sè e lo solleva in una regione superiore di purezza e di luce, dove lo spirito si rifà e si rigenera dalle sue mende e dalle sue corruttele. Questo divino ideale irraggia dall'anima. pura e verginale di Clarissa, la rende inespugnabile contro le infernali insidie dei suoi seduttori, la conforta nella lotta atroce colla propria famiglia, e colla fede in Dio e nell’immortalità le inspira la virtù del sacrificio. Questo medesimo ideale, vindice del giusto e dell’onesto, tortura coll’aculeo del rimorso la rea coscienza di Lovelace e de’ suoi complici, e si mostra giusti- ziere inesorabile della famiglia, che fece di Clarissa una vittima innocente della sua spietata tirannia. All’autore fu rimproverata la prolissità del suo romanzo, e ben se ne intende il perchè. Egli non lo compose a tutto suo agio, ma lo venne a brano a brano pubblicando sotto forma di giornale in fascicoli di due fogli. Quindi si capisce come tiran- neggiato dal tempo e dovendo pure consegnare al proto il ma- noscritto della giornata, tirasse per le lunghe il suo lavoro, ora perdendosi in particolari troppo minuti e punto importanti, ora ritornando sui suoi passi e ripetendo cose già dette. Di tal modo l’azione del romanzo, stemperata e prolissa, venne scemando di intensità e di efficacia sull’animo del lettore. A questo difetto intese di riparare Giulio Janin, il quale ricompose da cima a fondo lo sterminato romanzo e togliendone il troppo ed il vano, compendiò in due soli volumi i quattordici dello scrittore inglese, pubblicandoli a Parigi nel 1846 preceduti da un saggio sulla vita e le opere dell'autore di CLarIssa HarLowE, Samuele Richardson. Mano agosto 1909. 115 Cenno sull'opera del Prof. Santi Romano, I Comune. Parte cenerale (*). | Nota del Socio VITTORIO BRONDI. A Mia dA Il libro del prof. Romano fa parte dell’ampio trattato di diritto amministrativo, che si pubblica sotto la direzione del- l’Orlando nell'intento di esporre, con sistemazione scientifica, il ramo così vasto e importante della legislazione italiana che con- cerne la pubblica amministrazione. Il lavoro del Romano riguarda di questa un elemento es- senziale e capitale, 11 Comune, e del medesimo tratta soltanto la parte generale, rimanendo escluso dalla esposizione tutto quanto riflette l’ organizzazione e le funzioni comunali, punti riservati a successive monografie. L’opera, quantunque si basi sul circoscritto terreno giuridico del diritto nostro, trascende, per il suo carattere di generalità e per i fondamentali problemi con cui viene a cimentarsi, la pura sfera della nostra vigente legislazione e costituisce un ragguardevole contributo alla ela- borazione dogmatica delle teorie generali del diritto pubblico. L’autore, fissati in una introduzione i limiti della sua trat- tazione e premessi opportuni accenni sulle vicende della mo- derna legislazione comunale italiana, studia anzitutto il Comune rispetto alla categoria delle comunità politiche, mettendo in luce i caratteri differenziali del Comune, dello Stato e dei cosidetti frammenti di Stato; esamina in seguito il Comune- Riscaldando la toluolazo-p-toluidina verso 300°, essa si de- compone in modo quasi tumultuoso e dal prodotto della rea- zione si possono ottenere, per distillazione, le tre seguenti por- zioni: I I° da 195° a 220°, costituita in massima parte da p-to- luidina. : II: da 260° a 270°, contenente 3, 4-toluilendiamina. III* sopra 360°, costituita da p-toluilen-n-p-toliltriazolo. Dalla prima porzione si ottiene per ulteriore distillazione frazionata p-toluidina, fusibile a 45° e bollente a 198°, gr. 0,1739 di sostanza fornirono cc. 20 di azoto (Ho = 723,6 t = 12°), ossia gr. 0,022709. (1) Gorpscaminr e Roserr, B. 23, 497 (1890). — GoLpscamipt e PoLrzER, B. 24, 100 (1891). — Micr®arnis e FErpyann, B. 28, 2192 (1895). — Busca, B. 82, 2959 (1899). — MonLav e Heinze, B. 84, 881 (1901). (2) Journ. fiir prakt. Chem. [2] 52; 142 (1895). (3) G. Chim. 39, I, 561 (1909). AZIONE DEL CALORE SUGLI 0-AMIDOAZOCOMPOSTI 133 Cioè su. cento parti: trovato calcolato per CHgN ii — SL Tr_+ Azoto 13,05 13,08 Essa fu caratterizzata scaldandola con acido acetico, ani- dride acetica e acetato sodico e trasformandola così in p-aceto- toluide, fusibile a 153°. Dalla seconda frazione si ottiene, per ripetute distillazioni, una porzione bollente a 265°, che è costituita da 3, 4-toluilen- diamina, fusibile a 87-88°. er. 0,1032 di sostanza fornirono cc. 20,8 di azoto (Ho: = 70,7 t = 20°), ossia gr. 0,0253285. Cioè su cento parti : trovato calcolato per C,HiygNo Azoto 22,56 32195 Per controllo si trattò secondo Nélting e Witt (1) con ace- tato sodico e anidride acetica, si lavò il prodotto con etere freddo, lo si cristallizzò dall'acqua bollente, e si ottenne così l’etenil derivato CHx-C;HxrT O©>Ty_—t>£« si ammoniacale ... Ji — [0.127] -— [8.39] (— [0.410 s dell’istidina . .| — {0.167 — | 4.461 — (0.539 4 dell’arginina .. .| — 10.150]. — | 4.00] — (0.484 i della lisina... { — (0.166 — | 4.43î — 10.536 B) Azoto non determinato . {3.131} — [83.70 — [10.12 » insolubile ._. .| — {0.037f — | 0.98] — | — , nel precip. baritico| — (0.279 — | 7.45| — | — [msenenisgiicole (gato sile) nice Vi ” {baritico {pt È » argentico | — [0.246] — | 6.57] — | — a , fosfowol- framico — (0.1591 — | 4.24] — | — Se si paragonano i dati di questa tabella con quelli ripor- tati dai varì autori, che analizzarono altre sostanze proteiche sotto lo stesso punto di vista, appare subito una marcata diffe- renza tra la composizione di queste e la composizione della mo- lecola pepsinica. Poichè in tutte le sostanze proteiche note le cifre dell'azoto dovuto alle tre basi essoniche presentano tra di loro notevoli differenze, mentre nella pepsina queste cifre sono presso a poco le stesse. Il liquido, da cui mediante l’acido fosfowolframico si .era separata la lisina, viene ora trattato con acqua di barite fino a forte reazione alcalina: si filtra il precipitato di fosfowol- framato e di solfato di bario, e dal filtrato si elimina la barite con acido solforico: si filtra nuovamente ed il filtrato si con- centra a piccolo volume. Dopo lungo riposo si separa un preci- pitato cristallino che si raccoglie su filtro: la concentrazione e la cristallizzazione si ripetono ancora parecchie volte. Le masse cristalline si sciolgono in seguito in alcool bollente e si filtra a 250 SERAFINO DEZANI — CONTRIBUTO ALLO STUDIO, ECC. caldo: per raffreddamento si separa una sostanza (A) che si raccoglie: il filtrato evaporato a piccolo volume abbandona una seconda sostanza (B). La (A) ricristallizzata dall'acqua due volte, presenta al mi- croscopio l’aspetto caratteristico della Tirosina (acido p. ossi- fenil.a.amidopropionico) e di questa dà pure tutte le reazioni: la quantità ottenuta fu però assai piccola ed appena sufficiente per l'esame qualitativo. La (B), ricristallizzata pure essa dall'acqua, presenta al mi- eroscopio la struttura della Leucina (acido.a.amidoisobutilacetico). Scaldata cautamente in tubo secco essa sublima, sviluppando un odore assai ingrato. Gr. 0,1296 di sostanza seccata a 105° contengono gr. 0,014 di N. Calcolato per Leucina Trovato No 10,08 10,80. i Le acque madri vengono ora lavorate per la separazione dell’ Acido glutamico — acido a. amidoglutarico — (saturandole con HCI gassoso e tenendole per due giorni in un miscuglio frigo- rifero) e dell’Acido aspartico — acido amidosuccinico — (trasfor- mandolo in sale di rame): ma le quantità ottenute di questi due mono-amidoacidi fu così piccola che io non ho potuto con sicu- rezza identificarli. Da queste ricerche parmi si possa dedurre: ; 1° che la pepsina ha veramente natura albuminoidea e che la sua molecola ha una composizione assai complessa; 2° che allo stato attuale dei nostri studi non è. possibile avvicinarla a qualcuna delle sostanze proteiche note. Dal Laboratorio di Materia Medica e Jatrochimica dell’Università. Torino. G. CICCONETTI — LATITUDINE ASTRONOMICA, ECC. 231 Latitudine astronomica della Specola geodetica della R. Università di Napoli determinata nel 1909. Nota di G. CICCONETTI. Nel giugno 1909 è stata eseguita una determinazione astro- nomica di latitudine sulla Specola geodetica della R. Università di Napoli mediante il nuovo Universale di Bamberg recente- mente acquistato dal Gabinetto di Geodesia. Questo strumento, del tutto analogo a quelli già forniti dalla stessa Ditta al Ga- binetto di Geodesia della R. Università di Padova e all'Istituto Geografico Militare, è a cannocchiale spezzato con un'apertura obbiettiva di 64". ha i circoli reiteratori di 27° di diametro con lettura diretta del doppio secondo sulle rotelle dei micro- scopi micrometri ed è munito della nuova disposizione a bilancia per lo scarico del peso sui cuscinetti dell'asse orizzontale. L'Uni- versale dopo essere stato assoggettato ad un conveniente esame «dei circoli, del microscopi, delle livelle e dei perni del cannoc- chiale fu installato verso la fine di maggio sul pilastrino della Specola protetto dal cupolino rotondo al cui centro si riferisce la latitudine determinata. Tralasciando, per brevità, di esporre i buoni risultati dello studio dello strumento, condotto coi so- liti metodi, si riporta soltanto, come elemento necessario per le determinazioni eseguite, il valore angolare della parte della livella zenitale che in tre doppie serie di osservazioni compiute il 7 aprile 1909 col comparatore del R. Osservatorio astrono- mico di Capodimonte alla temperatura media di 12° e con una lunghezza della bolla di 22? circa risultò di 1,009 1,008 1.006. Si ritenne quindi il valor medio di 1',008. Cspupd G. CICCONETTI Il metodo adoperato per la determinazione della latitudine fu quello della misura della distanza zenitale meridiana di molte stelle fondamentali culminanti a sud e a nord a brevi intervalli di tempo. Le stelle osservate, le cui coordinate apparenti vennero tolte dal B. A. J. fiir 1909 furono 76, ripartite in 7 gruppi 5 dei quali di 10 stelle ciascuno, uno di 12 e uno di 14. Le stelle di ogni gruppo si scelsero in modo che l'intervallo di tempo . fra due culminazioni consecutive non fosse inferiore a due mi- nuti, necessari per fare le letture, per disporre il cannocchiale alla distanza zenitale voluta e per effettuare, quando occor- reva, la inversione del cerchio; d’altra parte si ebbe cura che il tempo occupato da un gruppo non superasse di molto un'ora per allontanare il pericolo di una troppo sensibile variazione dello zenit strumentale durante le osservazioni del gruppo stesso. Fra un gruppo e l’altro si lasciò il tempo necessario alla cor- rezione dello strumento e ad altre eventuali occorrenze. Per quanto riguarda la declinazione delle stelle osservate queste si scelsero in modo che in ogni gruppo venissero osservate metà stelle a nord e metà a sud, che le distanze zenitali meridiane non superassero il limite di 30° e che la somma delle distanze zenitali osservate a nord non differisse molto dalla somma delle distanze zenitali osservate a sud. | Al principio ed alla fine di ogni gruppo ed anche in tempi intermedi veniva determinata la pressione atmosferica ad un barometro Fortin preventivamente comparato ed installato nella camera sottostante alla terrazza della Specola e veniva letta la temperatura atmosferica ad un ottimo termometro di Fuess, di correzioni insensibili, convenientemente sospeso sulla terrazza stessa. Ecco i gruppi della stelle osservate. Le distanze zenitali meridiane sono dedotte assumendo come valore della latitudine locale 40°,51°. LATITUDINE ASTRONOMICA DELLA SPECOLA GEODETICA, Ecc. 233 ‘I° Gruppo. Stelle (2 Can. ven.| |6 Can. ven.| | [74 Urs. mai.| 24 Comae sed. 76 Urs. mai. 8 Draconis e Virginis [17 Can. ven.| i 43 Comae [20 Can. ven.] | Stelle t Bootis lè Draconis] II Bootis o Draconis d Bootis |1 Bootis] 6 Bootis p Bootis Z Bootis Gr. 2164 | Asec. retta Declin. 5,9 te. 5,3 21 5,6 26 5,1 30 6,2 38 50 52 2,8 58 6,1 13.06 dp È 08 4,60 13 | Ì ali dee. | i + 41.10 39.31 58.54 18.53 63.13 65.56 11.27 38.59 28.20 41.03 II° Gruppo. ‘Declin. Grand, | Asc. retta | h un 4,5 19,49 4,8 49 6,9 uh 5,4 14.02 4,9 06. 4,6 Agi a: dt dà du 28 0 A 0 49 i + 17.55 65.10 SID 64.49 Gol LAT 52.16 30.46 14.07 59.40 Ze asn1606 i | Dist. zenit. merid. nord sud 0.19 hl 1.20 18.03 21.58 22.22 25.05 29.24 1:52 12.31 0.12 | Dist. zenit. merid. nord 24.19 | 23.58 10.56 LL38 18.49 } 330 ubi: x 2. — sa 19,04% i DO ie ee) pa Stelle IH. Urs. min. | 8 Coron. bor. | vi Bootis : a Coron. Bor. [@ Bootis] |y Coron. bor.] B_Serpentis [Gr. 2296) 9 -Draconis |@ Herculis] | Î Stelle [Gr. 2343] 8 Herculis A Draconis o Herculis n Herculis fe 007 e Herculis [60 Herculis] | Z Draconis a Herculis Grand. o SI x. o » » <» so H> UO Ut 3 13 Ut DI H> dI UL DI 00 HS > 00 VI II 00 I VI <® Ze: ipa SIE) = 7 torta i Grand. è SI No =» » wo 2 CO = 00 > CO = Ut DO Gt ®i e 9 SI DO DOO DI DG ED SI LEI | @. CICCONETTI TIEP° Gruppo. Ase. retta. 1V° Gruppo. Asc. retta Zena + 00,308, Dist. zenit. merid. Declin. === nord sud erat desezino aan BILE i 26 41.09 0.18 27.01 1:18.50 40,99 | 0.12 Pa) "o 14116 15,42 (1:125.09 55.00 | 14.09 58,48 LiASTARI 4510 4.19 Dist. zenit. merid. Declin. bee nord sud 456.26 14,94 urla 21.41 19.10 65.598 29.0. ADS 1.46 39.06 145 OG. 16.06 51.04 id 12.52 419 65.50 24,09 14.50 IG: LATITUDINE ASTRONOMICA DELLA SPECOLA GEODETICA, ECC. | O Dist. zenit. merid. Stelle | Grand, | Asc. retta | Declin. ne | | | nord sud I h m © # D) t Herculis d,6° i dt 46.03 3:13 big u Herculis 3,0 43 2746 | 15.05 Z Draconis 3,6 DE 56.58 16.02 |E Herculis] | 3,7 54 29.15 | 11.36 o Herculis 3,8 18.04 98.45 12.06 [Gr. 2593] | 5,6 L3 42.08 dia 109 Herculis | 3,9 20 21.44 19.07 b Draconis | 5,1 28 58 45° 17:54 a Lyrae 1,0 aL 98.42 2.09 |Gr. 2640] 6,2 36 65.24 D4.S ir 110 Herculis | 4,1 42 20.28 LO B Lyrae 48 1 47 Z3IA5 GA URo o Draconis 4,6 50 bo. Biuao 16:26:16 R Lyrae 4,5 | De 43.49 1 2.58, I dii rica ae. VI° Gruppo. | 1 Dist. zenit. merid. Stelle | Grand. | Asc. retta | Declin. ni “ee | | | nord | sud 6 Lvrae 4,3 TO. POPITRae SREgio eva RAISI Ppew Be x Cygni 3,9 15 59.12 L2.91 i Cygni 39 27 51,32 10.41 6 Cygni 4,5 54 50.01 9.10 [15 Cygni] 5,2 41 37.08 3.43 ò Sagittae 3,9 43 18.19 24.92 yw Cygni 336 PR DI gg. rd ili gi 0, ot Cygni sq. | 4,3.| 20.11 46:88 “ue 07 24 Vulpecul | 5,7 13 PURO". 16.28 r Cygni 3-8 19 39.580 0.53 De nord V° GRUPPO. lit <5o pit _ sa | fat 30 DO (DX d 256 ‘ G. CICCONETTI VII° GruPPo. a Dist. zenit. merid. Stelle i Grand. | Asc. retta Declin. © dita derd "i sud 6 Delphini | 3,5 (| 20.33 |4-14.17 | 26.94 o Delplida 97 36. | ‘15.96 9, 20.16 _ a Cygni 1,3 38 44,57 4.06 [6 H. Cephei]| 4,5 43 57.15 16.24 32 Vulpecul. | 5,3 DIL TZ o 13.08 v Cygni 2 bi 0° dA ila E Cygni] 3,9 21.02 43.94 2.43 |Gr. 3415] | 5,8 DA: °D 18.46 la-Cyami] | 13,8 tal 37.99 | She a Cephei 2,5 16 62.12 21.21 |g Cygni] 5,4 26 #0. 06. ot 74 Cveni | 5.1 33 £0.00 loi esa — 22m == — 09.26". Riassumendo | IL Gruppo DST IR là A AEM ER IC II° i 1 _ + 1.21 III° ; 9 — 1.19 1° ; i + 0.30 Vo - ; — 0.20 Le È ì Ù + 1.41 VII° S i — 0.26 + 09,29’ Il programma delle osservazioni comprendeva quattro notti alternate in ognuna delle quali doveva osservarsi la serie com- pleta dei sette gruppi di stelle reiterando il cerchio verticale di 90° fra una serie e l’altra. Ma le condizioni meteoriche non sempre ottime si opposero al perfetto adempimento del pro- gramma e le sere d’osservazione divennero cinque, qualche volta incomplete, e distribuite in un intervallo di dieci giorni come è Tau LATITUDINE ASTRONOMICA DELLA SPECOLA GEODETICA, ECC. 237 indicato qui appresso insieme ai gruppi osservati ‘ed ai valori dello zenit strumentale. Notti d’osservaz. | Gruppi osservati Zenit strumentale ‘1909 Giugno 2. (D-I-II-IV-V-VI MECERRTTAI A, gu coda tardo Fd 90 hat 6-11 (040 180 slabbi 7. (D-I2-II-(IV)-V-(VI)-VII 180 nai (ESRI 270 Dei gruppi posti fra parentesi non furono osservate tutte le stelle. Nel 1905 venne determinato l’azimut assoluto del punto trigonometrico di 1° ordine Campanile de’ Camaldoli sull’oriz- zonte del pilastrino d’osservazione (*) sicchè era possibile e fa- cile disporre la linea di mira in meridiano. Questa operazione che nell’applicazione del metodo usato va ripetuta frequente- mente, giacchè le stelle di ogni gruppo vanno ripartite in tante coppie consecutive, in ognuna delle quali una stella viene osser- vata col cerchio ad Est e l’altra col cerchio ad Ovest, può ef- fettuarsi fissando le due letture da farsi al cerchio orizzontale perchè il cannocchiale sia in meridiano nelle due posizioni coniugate. Ma si trovò più spedito stabilire sul parapetto nord della terrazza un collimatore meridiano la cui posizione veniva rettificata ogni giorno, prima di cominciare le osservazioni, me- diante la conoscenza dell’azimut de’ Camaldoli. Fissato lo zenit strumentale e nota per ogni stella la di- stanza zenitale meridiana si notava preventivamente sul registro delle osservazioni la lettura zenitale che doveva farsi per at- tendere la stella nel campo del cannocchiale in relazione alla posizione del cerchio ed alla culminazione nord o sud della stella considerata. Una volta posto il cannocchiale in posizione di at- tesa veniva pressochè centrata, se vi era bisogno, la livella zenitale per eliminare l'eventuale necessità di doverla toccare dopo effettuata la collimazione della stella che veniva eseguita (*) G. CiccowertI, Determinazione astronomica di azimut eseguita nel 1905 sulla Specola geodetica della R. Università di Napoli. Napoli, 1906. 238 G. CICCONETTI fra 1 due fili abbinati orizzontali del reticolo. L'ora dei passaggi si leggeva ad un orologio tascabile regolato a tempo siderale entro il minuto. Si riporta qui appresso la pagina del rogittià corrispon- dente alla osservazione del IV° Gruppo la notte del 12 giugno 1909 ‘omettendo le colonne contenenti i valori osservati che condu- cono a quelli dell'ultima colonna. | | | Asc . |Posizione | Lettura. | Lettura e] SPA Stelle | | i zenitale retta di Cerchio | I | zenitale — osservata 16:22; ob Hiu.P@r.):29489]|. 6/80] 1284,34 | 284. 38, 24,8 26/10: O. Br Herenlis;w02,6. > 289/10, | 289.08. 58,1 dSsrara0. LA Daconia: 15,0: 241,59, :241.52.59,0 Gli... @ Hofenlx 4 LL 21.46 VET ii #0 le N OFC 009,9, 206,16 | 268.14.99,7 44 PSE, SOB td le «70537 “0 ALI MEBIGLO 05,4 57 i 0I0t8grievitertulig #18, 604027947. | 279.46.43,8 14, 01 16 B | 160 Herculis| 4,9 | 242.01, | 242.01.22,0 4 «Z Draconis.. 3,0 | 294.59, 294.58.03,8 ft... # Meseglito SH 000001. n 296.20.23,9 Osservazioni di temperatura e pressione. 160.20"... T—1798.,, B=757"75 4=2494 16.35 17,8 (7a 18,0 lataoZA7,D5 24,4 Il calcolo della latitudine per ciascun gruppo procedeva poi così. | Da precedenti operazioni geodetiche, non definitive, si era determinato come valore assai prossimo della latitudine geode- tica del pilastrino 40°50° 44,4. Col valore 40°50’' 45" che dopo le prime determinazioni sl rivelò più prossimo al vero e colle declinazioni apparenti delle stelle osservate si calcolavano le zenitali meridiane delle stelle medesime che venivano poi di- minuite delle rispettive rifrazioni calcolate in base a quei va- lori delle zenitali. Si ottenevano così valori assai prossimi delle distanze zenitali meridiane apparenti che combinate colle let- LATITUDINE ASTRONOMICA DELLA SPECOLA GEODETICA, ECC. 259 ture zenitali L effettivamente eseguite davano origine ad altret- tanti valori Z dello zenit strumentale. La media Z, di questi per ciascun gruppo si assumeva come valore dello zenit stru- mentale durante le osservazioni del gruppo stesso. Calcolate allora le distanze zenitali meridiane apparenti come differenze fra le singole L e Z, e corrette per la rifrazione, esse combi- nate coi valori dè delle rispettive declinazioni davano luogo ad altrettanti valori della latitudine locale q. Nella Tabella in fine della Nota diamo il calcolo completo relativo al gruppo già considerato. Per le prime cinque stelle la temperatura atmosferica si è ritenuta di 17°,8 e per le altre cinque di 17°,9. La pressione By si è ottenuta dalla media delle due letture 5 corrette per la costante, per il dislivello, e ridotte a 0°. Segue qui appresso il quadro riassuntivo dei valori della latitudine ottenuti dai singoli gruppi nelle diverse notti d’osser- tazione. E anche riportato il numero delle stelle osservate in ciascun gruppo come peso del valore corrispondente della lati- tudine per la ricerca del valore finale ed è infine annotato lo zenit strumentale nei vari gruppi per dare un'idea della stabi- lità dello strumento durante le osservazioni. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 17 Za U. CICCONETTI — LATITUDINE ASTRONOMICA, ECC. Dini ROSSO | Latitudine | Stelle o Zenit ppi. osservata osservate: strumentale 1909 - Giugno 2.| I 40.50.45,85 7 359.59. 52. S , à Neg elba 45,30 10 51,7 3 7 ; III 46,36 10 50,1 3 Ù IV 459,23 10 Ra 6 i V 45,16 14 51,0 ; le i VI 44,54 10 51,4 " È 4 I 40.50.44,30 10 89.59.40,6 ; 3 , TE 44,48 10 40,5 A i sot VALE 44,79. 10 42,3 6 È IV 44,56. | 10 41,8 x i i 40,56 10 42,1 ù È 6 LC | 40.50.40,21 de, 179.59.94,2 vi o II 45,49 10 34,5 n . Ù Ì 40.50.4559 9 179.59.35,9 ù ò È Il 44,79 10 309,9 A P i II 45,50 10 32,9 È A ; dida 49,22 9 39,9 ” * , V 44,85 14 DO, ; p' VI 45,79 8 SO, ì x ; VII 44,81 12 55,0 y 12 I 40,50.44,00 n) 269:59.42,3 A ; 5 Il 45,06 10 12,2 Ù s ì HI 49,57 10 43,3 E A IV 44,78 10 41,7 ' x ” N 45,19 14 41,0 , o E b: VASO 45,46 10 42,0 i ii. A gt 40,9 I Dalla media ponderata dei precedenti valori della latitu- dine si ottiene come valore definitivo I d — 40°.50'.45",105 + 0,092 (errore medio) risultante da 271 culminazioni di 76. stelle fondamentali all’e- poca 1909,43. Napoli, 11 novembre 1909. G. CICCO] stelle e Herculis Mil Ladin 9 40.50.45 2494 947112 p 9,7 dpi] | 9.47,01,5 È, .| 279.46.43,8 CARD 42,8 W......| 269.59.41,6 9 .| 27946.43,8 } | 947.021 r gt B4, 9.47.11,81 ò | 81.08,83,80 1) 45,61 Atti della R. Accad. delle Scienze di Torino, Vol. XLV. t= 179,9 60 Herculis] +5 40.50.45 27.58.53,3 29,9 27.58.23,4 242.01.22,0 45,4 269.59.41,6 242.01.22,0 27.58.19,7 29,90 27.58.49,60 12.51.51,73 41,83 294 .58.03,8 Z Draconis + 65.49.3948 40.50.45 24.58,49,8 26,2 24.58.23,6 40,2 269.59.41,6 294.58.03,8 24.58,22,1 26,22 24.58.48,32 65.49.3482 46,50 a Herculis | 14.29.3955 40.50.45 26.21.11,0 27,9 26.20.43,1 296.20.23,9 40,8 269.59.41,6 296.20.23,9 26.20,42,2 97,87 26.21.10,07 14.29.33,50 43,57 The valo GAI a di wo deu ig d f-* 3 1 Ù * si : i é ohi | ) b 3 % i due È $ * |! È À: i H 4 st i) È , è » 8g "i | î * ; 4 N 3 Va . CIA 5 0 v io “ i fa £ 4 È La 4 si, Ani, Aia ag Ateo È VEST Pa "RI, È i sa o j a - I vw sk i Y 0, ehi . Ù s) È De DI \ i ; i LI È X ia $.: % x 5 } è ' t i “er H pai * G@. CICCONETTI — Latitudine astronomica della Specola geodetica, ecc. TATA CC (CNIT NN-©———mm6TT_ oÈnr_____m_______________— r uvlkbkuo______mr___y_m—____m_mù@—É 9 _——_—_——————m—_.m—_—_———————————rrT "1 ____————rT———__——————mmkkmcÒ@@6. Wi... -.cx-x<-.-..ìksit& 000’ Cmorlccomm@@tec@@qc@@ccrmsu concemcro mean mnomenm on .161‘11)161 ne ———————mÈm—&—_t—_——&&€—t6@oe€©@u cei pr ———_c——’__——_—__mi nn ‘i n n —r—"——_—_r—t—t—t—t——— i. ne] COTTI nn cfr mete = 17°,8 B Herculis + 31.41.1298 40.50.45 19.09.32,2 19,6 19.09.12,6 289.08.53,1 269.59.41,6 289.083.593, 1 A Draconis L 68.57.5611 40.50.45 28.07.11,1 30,1 28.06.41,0 241.52.59,0 269.59.41,6 241.52.59,0 IV° Gruppo — 12 Giugno 1909. B= 754mm 86 o Herculis n Herculis Gr, 2off | 409%: << agosdio ——£ 5656302 Atti della R. Accad. delle Scienze di Torino, Vol. XLV. e Herculis 4 31.08.35'8 40.50.45 9.47.11,2 9,7 9.47.01,5 279.46.43,8 269.59.41,6 279.46.43,8 t= 179,9 (60 Herculis] + 1451517 40.50.45 27.58.53,3 29,9 27.58.23,4 242.01.22,0 269.59.41,6. 242.01.22,0 —Arr@——1——11111111111111166—*—*--°0’’hhc/—cc-ò._______1m1Z_@%—___—11=m@%= _.-_.,.o-..- yy \_°Ò _____—______—_—————_>_>_>_ —F—— k—#"_ yk2mà%pk4k«AAkAh___r—r—_—rr__mm_tc___tkt ._———ém_rnm i ÀÀ] ] o _——__—_——_m—r_—_—_—____———_—_—_——_m————_—__—____—_____ _ _ _ _ _ _ _ _ _-—__—_—_—r—rrrrrrrrFFFr—rr———r—r—r—r——_—_————7 Stelle [Gr. 2843] D+ 552648 vs ___ 405045 e +104-% 14.33.58,8 ui... 14,6 ar 14.38,44,2 o... 2433,048 9454406 Do... 269.59416 do. 343348 500: 14.33.43,2 r 14,68 z4r 14.33.57,83 Ò 55,24.43,80 o 40,50,45,97 19.09,12,5 19,56 19.09.32,06 21.41.12,77 28.06.42,6 30,08 28.07.12,68 — 68.57.56,14 40.50.45 40.50.45 40.50.45 1.46,42,5 1.45.04,0 16.05.54,2 1,7 _T. ... 1.46.40,8 1.45.02,3 16.05.38,0 271.46.22,1 —268.14.397 253.54.05,4 415 42,0 43,4 Z, = 269°.59'.41",6 269.59.41,6 269.59.41,6 269.59.41,6 271.46.22,1 268.14.39,7 253.54.05,4 1.46.40,5 1.45.01,9 16.05.86,3 1,75 1,72 16,24 1.46.42,25 1.45.08,62 16.05.52,54 42.37.2749 39.05.40,96 56.56.3925 45,24 44,58 46,71 @, == 40°.50/ dk 79 9.47.02,1 9,71 9.47.11,81 31.03.33,80 97.58.19,7 29,90 27.58.49,60 12.51.51,73 Z Draconis + 65.49.3478 40.50.45 24.58,49,8 26,2 24.58.23,6 294.58.03,8 269.59.41,6 294,58.03,8 24,58,22,1 26,22 24.58,48,82 65.49.34,82 o Herculis L 14.29.3885 40.50.45 SATIN TE irc Ùa pi E 26.21.11,0 27,9 26.20.43,1 296.20.23,9 40,8 269.59.41,6 296.20.23,9 26.20.42,2 27,87 26.21.10,07 14.29.33,50 Tieni no © ine Da, La pedi stan pier TOMMASO BOGGIO — DIMOSTRAZIONE ASSOLUTA, ECC. 241 Dimostrazione assoluta delle equazioni classiche dell’ Idrodinamica. Nota di TOMMASO BOGGIO. Lo scopo di questa Nota è di mostrare come, per mezzo della recente teoria delle omografie vettoriali (*), sia possibile stabilire in modo assoluto, ed assai semplice, le equazioni clas- siche dell’idrodinamica. | Non vi si troverà dunque nulla di nuovo, quanto a risultati; la novità consiste invece nel metodo di dimostrazione, il quale eliminando ogni sorta di coordinate, ed operando quindi diret- tamente sugli enti geometrico-meccanici che compariscono nel- l’idrodinamica, permette di vedere, con tutta chiarezza, il con- cetto informatore che conduce alle varie equazioni idrodinamiche, mentre ciò è assar meno agevole da vedersi attraverso le mol- teplici coordinate ed equazioni, che sono richieste dalle ordinarie dimostrazioni col metodo cartesiano. È forse così che si spiega come a Cauchy siano sfuggite le equazioni che furono trovate, solo dopo circa un mezzo se- colo, da Helmholtz, benchè il procedimento impiegato da questo autore non differisca da quello seguìto da Cauchy per ottenere le equazioni che portano il suo nome: infatti entrambi gli au- tori eliminano dalle equazioni del moto, che hanno assunto ri- spettivamente sotto la forma di Kulero o di Lagrange, le forze di massa (che si suppongono derivare da un potenziale), indi, dopo qualche trasformazione, s'imbattono in una integrazione (*) Questa teoria è ottimamente esposta, con svariate applicazioni, nel- l'interessante volumetto Omografie vettoriali, ecc. (G. B. Petrini, Torino, 1909) dei Proff. Burali-Forti e Marcolongo. Nelle citazioni, indicherò questo libro con (0. v.). 242 fi + TOMMASO BOGGIO rispetto al tempo, la quale, se eseguita, porta alle stesse equa- zioni; tale integrazione non è però stata effettuata da Helmholtz. E ancora si può osservare che i dettagli di calcolo richiesti per ottenere le equazioni di Cauchy, sono meno semplici di quelli che occorrono De giungere a quelle Helmholtz. 1. Equazioni generali del moto. — Si consideri un fluido, non viscoso, di densità p, soggetto all’azione di certe forze di massa; per l'equilibrio del fluido deve essere verili- cata l'equazione indefinita : pF= gradp, ove_F è 11 vettore della forza di massa (riferita all'unità di massa) e p è l’intensità della pressione. © Quest'equazione si stabilisce con procedimento semplicis- SIMO): .. Prendendo la rot di ambi i membri, si ha (0. v. pag. DIC): prot. + grad p FAm deg onde la condizione per F: PARO — 0, Col principio di D’Alembert si passa poi subito all’ equa- zione del moto, espressa da: p (F sr de ma etadba dv i dit la derivata totale di v, calcolata cioè tenendo conto che dipende dal tempo # esplicitamente, e anche (implicitamente) pel tramite di P. oYe Ur indica la velocità di una particella fluida /, e (*) Cfr. Burani-Forti ‘e MarcoLonco, Elementi di Calcolo vettoriale, ecc. pag. 125 (N. Zanichelli, Bologna, 1909). DIMOSTRAZIONE ASSOLUTA DELLE EQUAZIONI CLASSICHE, Ecc. 245 Sl può ancora scrivere: i 1 (1) NS > grad p . Nel caso in cui le forze di massa derivano da un poten- ziale U, e la densità è funzione della sola pressione (il che avviene certo se la temperatura è costante), posto: (2) P=gradU, M=u—|®, la (1) diventa: (3) La = gradiT.. 2. Equazioni di continuità. — È molto facile otte- nere l'equazione di continuità (*): hi. : art div(p&e) = 0, che può anche scriversi (0. v. pag. 57, [8]): (4) Di Lgradp Xw+ pdive=0, ove DE 6 la derivata parziale di p, calcolata cioè riguardando P come indipendente da t. La derivata totale di p è invece data da: Milo DR AO ih di © di dP dt dt DR i ma l’ultimo termine vale (0. v. pag. 50, [3]): gradp X #, perciò si ha dalla (4): I (5) PD +opdivo=0. (*) Cfr.: Elementi di Calcolo vettoriale, pag. 126. DA44 TOMMASO BOGGIO Occorre trovare un’altra espressione per l'equazione di con- tinuità. Supponiamo che una certa massa fluida occupi all’istante iniziale &, un volume Sp, e diciamo S il volume occupato dalla stessa massa fluida all'istante #. Sia poi P, la posizione di una particella fluida in Sg, e P la posizione (in $) della stessa par- ticella al tempo #; diciamo inoltre po e p le densità in P, e P. Poichè la grandezza della massa fluida considerata deve rima- nere invariata per tutta la durata del moto (nell'ipotesi che esso avvenga con continuità), si avrà: È. Soi pds, D el ma se si considera l’omografia vettoriale: che è di grande importanza per il seguito, e si tiene presente la definizione di invariante terzo di un’omografia (0. v. pag. 6), si conclude: dS = (I30)dS, . e sostituendo si ha subito la nuova forma dell’ equazione di continuità: (6) pisa = po. 3. Equazione di Eulero. —— Per ottenere l'equazione del moto sotto la forma detta di Eulero, bisogna riguardare la velocità v come funzione del punto P e del tempo *, ciò che equivale a determinare lo stato di moto del fluido in un de- terminato istante e luogo, cioè a determinare la velocità colla quale le varie particelle fluide pagano per il punto. considerato, nei tempi successivi. i Si ha: DO GI DIMOSTRAZIONE ASSOLUTA DELLE EQUAZIONI CLASSICHE, ECC. 4 perciò la (1) diventa: (7) Sa TL O = F_- a gradp, che è l'equazione sotto la forma di Eulero (*). Alla (7) si deve poi associare la (5), oltre che l'equazione caratteristica del fluido. Si hanno così 3 equazioni colle varia- bili indipendenti /, #, e le tre funzioni incognite ®, p, p. Se si suppongono verificate le (2), la (7) assume la forma: dv dv dura (8) pra + AP e. gradTI 5 4. Equazione di Lagrange. — Per ottenere l’equazione del moto sotto la forma detta di Lagrange, bisogna riguardare la posizione P, al tempo #, di una determinata particella fluida, come funzione della posizione iniziale P, ciò che equivale a determinare il moto di una stessa particella fluida nei tempi Successivi. | Occorre dunque trasformare la (1) in guisa da farvi figu- rare la variabile indipendente P,. Si ha, per una funzione qua- lunque f (0. v. pag. 52, [8])): (9) gradp,f = K SM, eradpf, - dP Lo (*) Se s è l’arco di traiettoria descritto da P, a partire dalla posizione MY p TIRA ds iniziale Py, si ha (poichè modv= “pu' pid pc i gii E 1 VIDI agio SPV NE di quindi la (1) porge: dU,, dv | 1 ‘ht -modv= F—_— gradp, 6; de pò 1 che è un'altra forma dell'equazione di Eulero. birta | . {dv i ; n Se il moto è stazionario (Re =0). e si suppongono verificate lt (2), (PZA A si trae subito dall'equazione precedente, moltiplicando scalarmente per d P: vX de=4dTT, da cui, integrando, si ha il teorema di Bernoulli pei moti stazionari. 246 dazi TOMMASO BOGGIO perciò dalla (1) risulta: (10) Ka “® — Kar — "o grade, ), che è l'equazione sotto la forma di Lagrange. . Alla (10) si deve poi associare la (6), oltre che l'equazione caratteristica del fluido. Si hanno così 3 equazioni colle varia- bili indipendenti Pi, t, e le 3 funzioni incognite P, p, p. + Se si suppongono verificate le (2), e si ricorda la (9), la equazione (10) assume la forma: (11) Ko © = grade,TI. 15. Equazione di Helmholtz. — Alla forma (7) della equazione di Eulero si può dare un’altra espressione, trasfor- mando il secondo termine mediante una nota formola (0. ». pag. 56, [4]), e si ha così: SE + rote /\v-}- grad? = F_ n grad p . In tutto ciò che segue, supporremo soddisfatte le (2), perciò l'equazione precedente può ancora scriversi: du i Bai ni + rotv /\\vw= grad (TT i v) | Orbene, l'equazione di Helmholtz si ottiene eliminando il grad da quest’equazione; basta, per questo, prendere la rot di ambi i membri e si ha (0. ». pag. 58, [11]): drotv (a dv \ drotv SER IRA O ZA / ta i ( 3, * + |divw ap|otUt SM i sostituendo a dive il suo valore dato dalla (5), se ne trae: drotv drotv 1 dp d hs Son Ro dita 5 7 pa bag: Maat TC LARE 4° e e eg, DIMOSTRAZIONE ASSOLUTA DELLE EQUAZIONI CLASSICHE, ECC. 247 cioè: | drot®v 1 dp dv | SPS CISSE APRI SES I di pani iedidi aptotU, od ancora: (12) di Pea _ a avro dt p 8 CAPISIONA è; La (12) è l'equazione di Helmholtz, dalla quale egli dedusse i suoi teoremi fondamentali sui movimenti vorticosi. 6. Integrazione dell'equazione di Helmholtz. — La (12) è della forma: (13) | | rar ove < è un vettore funzione di , e 8 un’omografia pure fun- zione di t. Quest’equazione si può integrare molto ‘facilmente col noto metodo delle approssimazioni successive, che è. stato proposto per primo dal Peano (*), per integrare 1 sistemi di equazioni differenziali lineari ordinarie, 0, ciò che è lo stesso, le equazioni del tipo (13), ove + è un numero complesso d’or- dine n funzione di #, e Bf una sostituzione (od omografia) d’or- dine », pure funzione di #. Con tale procedimento si ottiene come integrale generale della (13) un’espressione del tipo: u = 0Ug, ove 0 è un’omografia (espressa sotto forma di serie), che si riduce all'identità per # == #,, ed % è il valore di w pert=t.. Del resto, è pressochè evidente che l’integrazione della (13) porta ad un'espressione del tipo precedente. (#) Il metodo delle approssimazioni successive è da lungo tempo usato in Astronomia. L'applicazione rigorosa ‘e generale all'integrazione delle equazioni differenziali ordinarie è stata fatta dal Prano nella sua Nota: Integrazione per serie delle equazioni differenziali lineari (Atti di questa Ac- cademia, a. 1887). In seguito, il Picarp e altri autori ne hanno fatto varie importanti applicazioni nella teoria delle equazioni a derivate parziali. Per altre indicazioni storiche, vedasi Prano, Formulario Mathematico, editio V, 1908, pag. 433. 248 TOMMASO BOGGIO Nel caso della (12), da serie fornita dal metodo del Peano si può sommare facilmente, e si’ ottiene così, come integrale - generale della (12): rotpv dp rotp,v e Ri ong dg ove Po, Vo. Po indicano, come nella (6), i valori iniziali di /, v, p, e rote, to il valore iniziale di rotp*. Del resto, si verifica subito, in modo diretto, che la (14) è l'integrale generale della (12); infatti prendendo la derivata (totale) rispetto a #, risulta dalla (14): d rotp®V i: dv rotp Vo ad dP rotp, o dirai Md e, per la (14) stessa, l’ultimo membro è identico al secondo membro della (12). Inoltre per t=# 1 omografia Li diventa l’identità, perciò il primo membro della (14) ha inizialmente, il rotp, Vo valore dato — È » codad 0 Dalla (14) risulta, fra altro, evidente il teorema di Lagrange sul potenziale di velocità. 7. Equazione di Cauchy. — Per ottenere l'equazione di Cauchy occorre eliminare il grad dall’ equazione di La- grange (11); prendiamo perciò la rot di ambi 1 miembri della (11), ed avremo: / tir: dv \ , tp (Ka | rotp, (RK n da e poichè (0. ». pag. 51, [6]): POTRO APRE E CI ABBPRENE TE (15) gradn, 3 dii PI dial KU, si deduce: I sd rotp, | ha LARE gi vi ul P ' dt 5 J cioè : DIMOSTRAZIONE ASSOLUTA DELLE EQUAZIONI CLASSICHE, ECC. 249 Integrando si ha: (16) rotp, (Kaw) = rotp, vo, perchè per i to l’omografia Ka (al pari di a) si riduce alla identità; quest'equazione può ancora trasformarsi, applicando la formola: rotp, (Kaw) = (Ira) a! rotp® (*), o meglio quest'altra, che ne è immediata conseguenza: a rotp, (Kae) = (I30) rotp®, e si ottiene così: (130) rotpv = a rote,V, che è l'equazione di Cauchy (**). pato ee REN e (*) Questa formola si dimostra molto facilmente; ricordiamo perciò che se e è un vettore funzione del punto P, e si indicano con dP, è P due spo- stamenti (o incrementi) arbitrari di /, e con du, da i corrispondenti in- crementi di x, si ha (Elementi di Calcolo vettoriale, pag. 66): (a) rotp X dP \ dP= du dP— du dP= du“ èdP)— de X dP). Ciò posto, applicando anche un'altra formola (0. ». pag. 18, [6]), si conclude: rotp (Kaw)XdP, AdP,=d(KavXdP)- d(KavXaP,)=d(vXadP)-drXad P= = d(vXdP)-dlvXdP)=rotpvXdP\dP=rotpvXadP\0dP,; quest'ultimo membro può scriversi (0... pag. 18, [8]): rotpv X (Ia) Ka-tH{(dP A dA), cioè (Ta) (a-!rotp®) XdR Ad, e confrontando col primo membro, si ha la formola richiesta. (*#*) Dopo la redazione del presente scritto, il Prof. Marcolongo mi ha gentilmente comunicato di aver stabilito anche lui quest’'equazione, con dimostrazione assoluta, che, necessariamente, non difterisce da quella del testo. Una dimostrazione più’ semplice delle ordinarie, trovasi già nella Nota del Prof. Burari-Forri: Sopra alcune operazioni proiettive applicabili nella Meccanica (Atti di questa Accademia, vol. XLII, a. 1906). 250 ‘ERO; TOMMASO BOGGIO Tenendo conto dell'equazione di continuità (6), essa può scriversi: e ritroviamo. in Vial modo la (14). Da questa equazione sì deducono, con facilità, 1 noti teo- remi sui vortici. Così ad es., per mostrare che le particelle fluide che all’ istante £, si trovano su una linea vorticosa Lo, si troveranno, ad un altro istante qualunque #, su una linea vorticosa LL; osserviamo che’ per i punti di L,, il' vettore rotp, 1 e parallelo a dP,, perciò: rotp,Uo _ had Pr , ove h è un numero reale; l'equazione (14) porge indi: rotev =" dP:; c. d. d. Po | 8. Estensione del teorema di Lagrange. — È facile mostrare che la differenza: (17) i BXdP* 0 XA; è un differenziale esatto, in ogni punto della massa fluida. Infatti, la (17) vale: DO rg cIOè ; (Kaw — e) X dPi: ora, affinchè tale espressione sia un differenziale esatto, è ne- cessario e sufficiente che l’espressione in parentesi sia il gra- diente di un numero, cioè che: rotp, (Kav — v)) = 0, la quale eguaglianza è certo verificata, in virtù della (16); c. d. d. Dalla (17) segue subito, come caso particolare, il teorema di Lagrange sul potenziale di velocità. DIMOSTRAZIONE ASSOLUTA DELLE EQUAZIONI CLASSICHE, ECC. 251 9. Equazioni di Weber. — Dalla (16) segue che si può porre: | | (18) Koaw—-w, = grads,9, ove @ è una funzione di P, e di #, che per #=#, si riduce evidentemente ad una costante (indipendente da P,); derivando rispetto a £ si ha: Ka si * ci v — gradp, “ ® cioè, ricordando le (11), (15): © | Fal, , 1 È d } gradp, (TI ni se 9 or, dei c.c 4 dt Ne risulta che si può scrivere: di, A TE+ Pte a 10 y essendo una funzione arbitraria di #; poichè però anche la @ era determinata a meno di una funzione di #, si può includere {y(t)dt nella @ sostituendo @ con @ + {w(t)d#, in guisa che si può scrivere: lia 40 (15) SE side E ove ora la funzione @ è completamente determinata, a meno di una costante addittiva. Le (18), (19) sono le equazioni di Weber. 10. Superficie vorticose. — Una superficie vorticosa I è caratterizzata dalla proprietà di essere tangente in ogni suo punto al vettore rotw relativo a quel punto; in altri termini, se N è un vettore normale a X in un suo punto qualunque P, si ha: (20) APR PORRO, Orbene è facile dimostrare che, pur non esistendo il poten- ziale di velocità, l’espressione w X d/ è un differenziale esatto 262 i TOMMASO BOGGIO nei punti della superficie vorticosa Z, e in essi soltanto (mentre invece non è un differenziale esatto in un campo a tre dimen- sioni). Siano infatti 4 P, èP due spostamenti arbitrari di P (però necessariamente situati sul piano tangente a XZ in P), e sup- poniamo che: ot Pad e quindi UX bd; ove f è una Faiz di P; se ne trae: d(u Xx bP)—dleX:dP)=0, vale a dire (cfr. la (a) della pag. 9, in nota): ve 05 e siccome il vettore N è parallelo a dP /\ dP, quest'equazione non differisce dalla (20). E viceversa. 11. Equazione di Clebsch. — Se v è un vettore qua- lunque funzione del punto P, si possono sempre determinare tre numeri @, w, 72, pure funzioni di P, tali che: (21) v= gradp --— m gradyw. Infatti dalla (21) si ha intanto: (22) rote= gradm /\ grady, ora, per stabilire questa formola (*), consideriamo le linee (vor- ticose) definite dall’equazione: rotw /\4P= 0. Se (23) m = costante, y == costante, sono le equazioni di dette linee, il vettore rotv è normale a grad m e grady, quindi è facile dedurne che esso si può porre DI (*) Tale formola è dovuta a Jacobi: cfr. Jacobi: Theoria novi multipli- catoris systemati aequationum, ete. pag. 202 (Crelle’s Journal; Bd. 27, a. 1844). DIMOSTRAZIONE ASSOLUTA DELLE EQUAZIONI CLASSICHE, ECC. 2583 sotto la forma (22). Si verifica poi subito per mezzo di una nota formola (*) che la div del secondo membro della (22) è nulla, come è pure nulla quella del primo. Dopo ciò, dalla (21) si trae: dive= Ap + mAy + gradm X grady, la quale determina la ©. Così la (21) è dimostrata; e dalla dimostrazione risulta che la decomposizione (21) può farsi in infiniti modi. Inversamente, data a priori la (21), che porge: vXdP=4d® + indy, risulta che le superficie definite dalle precedenti equazioni (23) sono superficie vorticose, perchè per i punti di ciascuna di esse l’espressione % X dP è un differenziale esatto. Del resto, tale proprietà segue pure subito dalla (22), osservando che se N è un vettore normale, ad es., alla superficie 1 = costante, allora N è parallelo a grad mm, quindi dalla (22) si conclude la (20). Torino, Gennaio 1910. (*) Elementi di Calcolo vettoriale, pag. 68, (7). 2954 MODESTO PANETTI y Teoria e calcolo delle molle discoidali. Nota dell'Ing. MODESTO PANETTI. 1. Premesse. — Si dicono discoidali le molle costituite da serie di dischi in lamiera di acciaio, ritagliati in forma di corona circolare e leggermente rialzati a tronco di cono, man- tenuti a contatto colle basi maggiori e colle minori alternata- mente. Ogni coppia di dischi combacianti lungo i perimetri delle basi maggiori forma un elemento. Parecchi elementi costitui- scono la molla, che ha quindi la forma di un mantice rotondo. Il carico portato dalla molla opera secondo l’asse comune a tutti gli elementi e provoca lo schiacciamento dei dischi, limi- tato evidentemente alla posizione per la quale, distrutta la co- nicità, avviene il contatto fra le faccie accostate... La somma degli appiattimenti dei singoli dischi costituisce la massima freccia disponibile; ben inteso se i limiti di resistenza del materiale non impediscono di raggiungerla. Costruendo quindi i dischi con una conicità così poco accentuata da poterne senza pericolo effettuare l’intero appiattimento, si ottiene per la molla un grado di sicurezza assoluto contro ogni pericolo di rottura, che può in alcuni casi costituire un vantaggio desiderabile, mal- grado gli inconvenienti a cui va congiunto. Le molle discoidali sono usate nelle macchine misuratrici della resistenza all'urto dei metalli (Frémont), e sopratutto nel materiale di artiglieria da fortezza, ove si adoperano corrente- mente negli affusti e sotto affusti degli obici e dei cannoni, sia come reagenti al rinculo, sia, nei primi, come molle portanti. La presente Nota ha lo scopo di svolgerne la teoria fon- data sul principio di elasticità, non risultando a chi scrive che ne sia già stato fatto lo studio. Dalle formole così dedotte, atte al calcolo numerico, si desumono tabelle di valori rappresen- tanti il comportamento di queste molle col variare del rapporto fra 1 raggi esterno ed interno dei dischi. Ne risulta il propor- TEORIA E CALCOLO DELLE MOLLE DISCOIDALI 255. zionamento più conveniente, che sensibilmente differisce da quello adottato in pratica per tradizione, e sul quale si Lain perciò l’attenzione di chi legge. pa 2 Ipotesi e ssi fondamentali. — Per evitare eccessive difficoltà nella ‘trattazione analitica si farà anzitutto astrazione dalla conicità degli elementi, supponendo ogni disco inizialmente piano e libero di deformarsi a foggia di imbuto sotto l’azione del carico. Tale sostituzione è lecita, poichè, per la piccolezza della deformazioni elastiche, il sistema scelto come oggetto della teoria si deve considerare in qualunque fase del suo comporta- «mento come una lamina piana a corona circolare, dalla quale si scosta pochissimo anche il disco reale per la sua conicità appena sensibile ed evanescente sotto l’azione del carico. La seconda ipotesi riguarda la indeformabilità delle fibre normali alle, faccie della. lamina. Di essa si è discusso nella Nota precedente sulla Teoria delle piastre tronco-coniche (4) della quale il presente problema è un caso speciale. Allora si con- statò l’attendibilità dell’ipotesi suddetta nel caso delle Jamine sottili. sa REDT Adottando pertanto gli stessi simboli introdotti in quella Nota indicheremo con | I | h la grossezza costante di ciascuna piastra «r ed È 1 raggi dei suoi contorni interno ed esterno; e=È il rapporto di tali raggi, dalla cui scelta dipende il proporzionamento della molla; P il carico uniformemente ripartito lungo il contorno interno e l’equivalente reazione di appoggio contro il lembo esterno; 0, le tensioni unitarie normali sugli elementi delle se- zioni diametrali della piastra; ot o. le tensioni unitarie normali sugli elementi delle se- zioni cilindriche, condotte lungo circonferenze concentriche ai contorni della piastra. (*) M. Panerti, “ Atti della R. Acc. delle Scienze ,, 5 febbraio 1905. Atti della RP. Accademia — Vol. XLV. 18 200 Ly ‘ MODESTO PANETTI Le o, ele o. sono furizioni al tempo stesso della distanza x dell'elemento su cui si sviluppano dall'asse della pasixa edi quella 2 dal suo piano medio. La Tensioni tangenziali si sviluppano sulle sole sezioni cilin- driche. È però inutile indicarle con un simbolo speciale, poichè non avremo a tenerne conto nelle verifiche della resistenza, e pel rimanente basta conoscerne la risultante per un elemento di sezione cilindrica esteso a tutta la grossezza della piastra e compreso fra 2 sezioni diametrali IRAN l'angolo da, che è uguale a. 8. Posizione e risoluzione del problema. — Si con- sideri poi l'elemento infinitesimo staccato da 2 sezioni diame- trali e da 2 cilindriche infinitamente vicine, e si scriva l’equa- zione di equilibrio fra i momenti delle tensioni applicate alle 4 sue faccie messe a nudo coi tagli. Come asse dei momenti si scelga quello normale al piano diametrale medio dell’elemento passante pel suo centro. Risulta allora, nel modo che la Nota sopracitata espone chiaramente per il caso generale, e tenendo presente. l'espres- sione (1), che (2) [e 3 eda) [rada = [0veds L'È Le. ove gli integrali si intendono estesi a tutta la grossezza della piastra, ossia da e=-- 4 fino a :— | 2 PRO La (2) è l’unica equazione di condizione del problema, se si ammette, come si è dimostrato nell’altra Nota, che, nel caso di piastre piane sottili, le tensioni normali sono proporzionali alle distanze dallo strato medio. In vero in tale ipotesi l’equa- zione di equilibrio alla traslazione dell'elemento in una qualsiasi direzione della sua giacitura si riduce ad una identità, annullan- dosi tutti i suoi membri. TEORIA E CALCOLO DELLE MOLLE DISCOIDALI i; 257 Data la legge di variazione di 0, e di o, in funzione di 2 ne segue che lo strato medio della piastra è strato neutro, in quanto i suoi elementi lineari non soffrono nè allungamenti nè contrazioni. Esso si inflette però sotto l’azione del carico secondo una superficie di rivoluzione, la cui linea meridiana avrà in corrispondenza di ogni ascissa x, compresa fra r ed È, — un’ordinata y che assumiamo positiva in senso op- posto a 2, una inclinazione y' = -—- ed una curvatura y" = +5; dalle quali dipendono gli allungamenti unitari nelle 2 direzioni fondamentali. L’allungamento unitario nella direzione del raggio, come quello delle fibre di una trave inflessa, è dato da 3 4 CND L’allungamento ‘unitario in direzione periferica è uguale alla dilatazione unitaria del raggio x corrispondente all’ elemento; quindi (4) €, TRE, a sa : tifizzalda ora le note relazioni fra tensioni e ALUARAMentI unitari 7 1 i Ee, = 0-0, Ee, = 0, ---- 0, mM Udi si deducono colle (3) e (4) i valori mi — 1 5 (5) | ci i (mi Ly). Malaga a lt | A mE (£ Se may") m' RM ir 258 © MODESTO PANETTI. Sostituendoli nella (2) e calcolato il fattore comune dei primi 3 termini si ottiene l'equazione differenziale della linea meridiana della lamina TÀ BI MEER y! 3 bei < posto per brevità (7) goa 6 ml P IT DI IE L’integrale generale della (6) si deduce da quello della mede- sima equazione resa omogenea (8) y=C0+È col metodo della variazione delle costanti C, e Cs. Risulta S Y S 0, (9) Cio=— 3 lgrx + SA LR adria + SB. È facile infatti constatare che, sostituendovi i precedenti valori, la (8) soddisfa identicamente la (6) qualunque siano A e Bb. Fi Queste alla lor volta si determinano utilizzando le condi- zioni della piastra lungo i contorni interno ed esterno. Invero, essendovi essa rispettivamente caricata ed appoggiata senza in- castro, vi sarà ? Lili (10) | Geass 0, Ora, come si deduce dalla 1* delle (5), la condizione pre- cedente equivale a porre per « = r e per «= (11) di + my = 0, TEORIA E CALCOLO DELLE MOLLE DISCOIDALI 359 ciò che corrisponde ad ammettere nulle le tensioni 0, su tutti gli elementi appartenenti agli orli della piastra. Quest'ultima condizione però, sebbene verificata in questo problema speciale e apparentemente intuitiva, non è in generale conciliabile colle premesse, secondo le quali si ammette la indeformabilità delle fibre normali alle faccie della piastra. Esse conducono sempli- cemente alla (10) come è stato detto. Sostituendo nella (11) i valori (8) e (9) ai due limiti sopra ‘indicati si ottengono le costanti \ 4 Pier lgr SE 1 m_-1 3(Ri 38) POE (12) 5 TAMA mt le R SP#I 2 2, de PO a 2(R? NE colle quali il problema analitico riesce interamente risolto. 4, Calcolo della freccia. — Dalle (8) e (9) del prece- dente paragrafo con una integrazione si ricava l’equazione della linea meridiana in termini finiti a meno di una costante: ne [45 + Blige +1 (1-lgn) e. Facendo poi la differenza fra i due valori che se ne ot- tengono colle sostituzioni x = R ed x = 7, si deduce la freccia di incurvamento di ciascuna piastra sotto l’azione del carico P 6 n° —-1' PIA 3e bl 1 m+1l e I ing SIR ° sara pati | bill rr dii 2 2 (19) (03 t mE Il 8 m+1 (ina 2 n-1e-1 lg 5 . dove si è introdotto per brevità il rapporto dei raggi € ass Per il calcolo numerico la precedente espressione sì può convenientemente sostituire con quest'altra che esprime la freccia di una molla discoidale composta di n piastre Lt (14) f=n|0,55 (@— 1) + 8,552 Lee dr 260 ciato MODESTO PANETTI. In essa i fattori numerici sono stati calcolati ponendo il coefficiente di Poisson pad 0,3 e sostituendo ai logaritmi natu- rali (9) i decimali (Lg). 5. Calcolo del cimento massimo del materiale. — Sostituendo nelle (5) i valori di y e di y° calcolabili cogli elementi del $ 3 si deduce dopo alcune trasformazioni i la we lge R) R DI QUAI fa \ mES 2 e 1 (1 3) +18 wo (15) < m 1 Gi m—- 1 foga La Lal R o Togni bara , à mES 2 PIE LE = Una SEDE E facile riconoscere che la prima di queste espressioni si annulla, come erasi preveduto, ai limiti dell’intervallo x = 7 x= È, e diventa massima per (16) | ELE | Ven La 2* invece, da cui dipende 0,, essendo la sua derivata costantemente negativa, decresce in modo continuo passando dal suo valore massimo 11R lio os 1 max o; P mES è - m_—_- 1 (my 0 “i pae che si verifica in corrispondenza dell’ pra interno Di PE al Laiora minimo bali ml min or "E Bo Agna) mES È che ha luogo negli elementi adiacenti al lembo esterno per Nella scelta del cimento del materiale, in base a cui de- vesi verificare la resistenza della molla, non vi può dunque es- sere dubbio che fra la tensione periferica in corrispondenza dell’orlo interno e la tensione radiale in corrispondenza della TEORIA E CALCOLO DELLE MOLLE DISCOIDALI "cao ascissa x, (*) calcolabile colla (16), ove si suo massimo. Ora il confronto fra queste due tensioni risulta in modo evidente dai valori registrati nel seguente quadro alle colonne 38 e 48. La 5*, contenente numeri proporzionali alle tensioni peri- feriche in corrispondenza del lembo esterno, serve a indicare in qual grado il materiale della piastra venga utilizzato anche lungi dalla regione del massimo cimento, dipendentemente dal rapporto e dei raggi estremi, registrato nella-1? colonna del quadro. Tale rapporto si è fatto variare fra termini molto di- scosti non trascurandone il valore speciale 1, pel quale furono. calcolati i valori limiti delle espressioni prese in esame. verifica il | | | I Valori | Massimo | dl m_l 0; R di ' valore di | mES 2 nare rasi [Blaclo CREDE ene ao Re Vacti Paone | petimetnò (al armeno O 1 0 ROSA eo RESI 0,910 0,0089° | 1,7816 | 1,3670 13 0,872 0, 0740, 0448208 1,2959." 1455. 0,937 | 0,0284 | 1,9125 1,2395 1,5 0,805 | 0,0408: |: (1,9988 1,1875 2 0,650 ili etto 3870, nd; 8006 ò 0,524. ‘la 0,2934 3,0108. | _0,8131 So 0,430 | IO, IOAEIO :0,72838 dereti 0,366 P_LO, STIPO 3.8915 0,6726 Baal 0,320 0,6907 4,2246 0,6409 Bor 0,257 0,8915 4763 0,6045 10 ! 0,216 1,0573 5,1897 0,5546. Ne risulta: 1° che l’utilizzazione del materiale per tutta l'estensione della piastra è tanto migliore quanto più il rapporto dei raggi (*) Effettivamente la combinazione delle tensioni radiali colle perife- riche dà luogo .a tensioni ideali il cui massimo non coincide in. posizione con quello delle 0,; ma potendosi conchiudere che il cimento più grave di gran lunga è quello periferico all'orlo interno, la ricerca sarebbe priva di importanza. 262; I MODESTO PANETTI si accosta all’unità, pel quale valore limite il cimento periferico riesce uniforme; 2° che il cimento periferico lùngo l’orlo interno è di ‘gran lunga maggiore di quello radiale massimo. Al primo dunque si deve ricorrere per accertare la resistenza della piastra, con- :‘frontandolo al carico unitario di > sicurezza & come nella formola seguente: ig MATT bat i 9 e” 448) mio lt +2ali REP. lge af Per un ceo diretto, fatte le stesse. sostituzioni che ser- virono a dedurre la (14), si ha (19) po 1% h=| (0 3934 +2 801 pesi Led) Di ùU colla quale, scelto prima di tutto il rapporto €, si ricaverà la srossezza della piastra. In seguito, sostituendola nella (14) in- sieme col valore richiesto della freccia f, si dedurrà il raggio del profilo interno » e in seguito quello del contorno esterno Res ey È interessante il confronto fra la resistenza della piastra a corona circolare, di cui tratta il presente problema, e la piastra circolare piena nelle identiche condizioni di posa e di carico, sotto l’ azione cioè di un peso /P ripartito uniformemente lungo la circonferenza. di raggio r concentrica al contorno di raggio le. La formola dedotta dal Grashof per questo secondo caso, scritta col. medesimi simboli della (18) è Essa fa vedere che il cimento massimo del materiale è più grande, come si intuisce, nel caso della piastra forata. Essen- dosi calcolato il rapporto W fra le tensioni unitarie massime nei due casi per i differenti valori di e, già presi in esame, risultò che tale DARDORLO varia poco bsngibilmcnte col modifi- carsi ‘di €. TEORIA E CALCOLO DELLE MOLLE DISCOIDALI 263 Il peggioramento delle condizioni statiche di una piastra appoggiata lungo il contorno, pel fatto che da essa viene aspor- tata la parte interna alla circonferenza lungo la quale il carico e ripartito, risulta dai numeri W del seguente quadro: TO] 280 I IRAN RO j09* PeSSOGGI 11318, PISA, Sy BAER | sscgit logo g 159 [92158 II »lppe [el 21Bgtia org 019 ga di id0o) 0241 Il confronto ha lo scopo di confermare la verosimiglianza della (18), la quale, come risulta dalle applicazioni numeriche alle molle usate nella costruzione degli affusti, accusa un ci- mento elevatissimo sotto l’azione dei carichi coi quali si usa collaudarle. | 6. Ricerca del proporzionamento più vantaggioso. — Il calcolo diretto di una molla discoidale richiede che si fissi anzitutto il rapporto e dei raggi esterno ed interno dei suoi elementi. Importa dunque farne la migliore scelta possibile. Ora il criterio a cui abitualmente si ricorre consiste nel calcolare per ciascun tipo di molla il rapporto fra il doppio del lavoro di deformazione che essa può sopportarè e che è dato dal prodotto del carico P per la freccia f e il volume V di i Mar i P metallo che la costituisce. Esprimendo il quozienze È in fun- zione delle caratteristiche meccaniche del materiale (k ed £) si trova un coefficiente numerico, che è giustificato considerare come l'indice del grado di perfezione della molla, e che si dice perciò il suo rapporto caratteristico. Questo criterio però, come si può prevedere, non conduce nel caso presente ad alcun risultato pratico. Invero già si è veduto confrontando i numeri scritti nelle 2 ultime colonne della 1 tabella, proporzionali alle tensioni periferiche sui lembi interno ed esterno, che l’utilizzazione del materiale negli ele- 264 GRIDO MODESTO: PANETTI menti di una molla discoidale è tanto migliore quanto più pros- simo all’unità è il rapporto e dei raggi. Evidente adunque che nello stesso senso deve andar cre- scendo il rapporto caratteristico, come risulta del resto dal prospetto a pagina seguente, e che esso raggiunge il massimo valore nel' caso limite di e = 1, privo di applicabilità pratica. Riesce invece allo scopo la condizione di ottenere il raggio esterno minimo fra quelli delle piastre che sotto un dato ca- rico P consentono una freccia determinata òd. Vi corrisponde la molla meno ingombrante, e, nell’ipotesi che il processo tecno- logico costringa a gettare nei rifiuti la parte di lamiera corri- spondente al foro centrale, si realizzerà pure economia nel ma- teriale occorrente alla fabbricazione. Ora dalle (14) e (19) insieme combinate, sostituendo nella 1* ad fin la freccia è di ogni singola piastra risulta (o, 0,334 + 2,860. ar R2? E: | : PE? : 1007 1 L8°€ 0,55 (e Essa ha servito.a celare i valori di ti TALIA, registrati nell'ultima colonna del prospetto alla pagina seguente, dal quale risulta la legge di variazione di.’ in funzione di €, nonchè il rapporto e per cui & diventa minimo e i corrispon- attico: ) di ig SIT denti valori del. rapporto caratteristico în ma Risulta che il minimo diametro esterno della molla sl ve- rifica per R/r prossimo a 1,7, il quale si deve quindi considerare come il. più conveniente dei rapporti fra i raggi dei contorni esterno ed interno, sebbene per una abitudine non giustificata si adottino comunemente valori assai più grandi e precisamente prossimi a 3. Per questi infatti, come si deduce dall'ultima co- lonna, il diametro esterno riesce più grande del 1,869 1; ,610 Ci rn deld ia UTI 1,610 sad a CDA, TEORIA E CALCOLO DELLE MOLLE DISCOIDALI 265 e il peso è più che duplicato, come appare dai rispettivi valori del rapporto caratteristico segnati nella 2* chlotina; > "Affa 4 SI Mididomdinibià dhrablioli por i pe 1 1/3 (#) I DO 1Broisidragin0O242 siigrroticd 959 1,3 0,235 1,769 14 uit. 1,675 1,5 CO deo LO 0,177 1,616 1,7 0,162 1,610 1,9 0,150 1,613 dix 189; 1015626 2: 0,150 I 1,668 9° ie n e 4 LA adi e 1: La determinazione precisa del valore di e per cui È è mi- nimo non ha importanza, essendo le variazioni del raggio in quelle vicinanze assai piccole. Si possono quindi scrivere senz'altro le formole di calcolazione della molla discoidale di diametro minimo, deducendole dalla (19) e dalla tabella precedente. Sup- posti noti il carico P e la freccia f, scelte le caratteristiche % ed £ e assunto il numero #- delle piastre costituenti la molla st deduce / AVA lo spessore 4 = 1,162 poro n° il diametro esterno 2/ —= 3,22 VPE Pa il diametro interno 2r = 0,58 . 2. Le dimensioni delle molle comunemente usate nella pratica, poste a confronto coi carichi pei quali si collaudano per mezzo i i ù ee 1 (*) Indipendente dalla scelta del valore del coefficiente di Poisson pe 266 MODESTO PANETTI — TEORIA E CALCOLO, ECC. delle formole desunte nella presente trattazione, dimostrerebbero la possibilità di adottare carichi di sicurezza molto elevati, anche rispetto al materiale eccezionalmente duro col quale si fabbri- cano. Il fatto si può attribuire sia al genere speciale di solle- citazione di questi sistemi, sia più probabilmente all’estendersi della zona di contatto dal centro verso la periferia a mano a mano che le deformazioni aumentano. | Questo fenomeno secoridario viene naturalmente a correg- gere il difetto di uniformità nella ripartizione del cimento, di- fetto grave sopra tutto nelle piastre il cui. raggio esterno è molto più grande di quello interno. Ma evidentemente è meglio evitare questo stato anormale di cose col proporzionamento più razionale, che qui si è sug- gerito. | Il rapporto caratteristico che gli corrisponde, uguale a 0,162, è tuttavia la metà appena di quello delle ordinarie molle di fles- sione (a balestra); ciò dimostra che, malgrado la scelta più op- portuna delle sue proporzioni, il presente tipo di molla non è dal punto di vista meccanico molto perfetto. L’ Accademico Segretario LoRENZO CAMERANO. CLASSE SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 6 Febbraio 1910. PRESIDENZA DI S. E. IL COMM, PAOLO BOSELLI VICE PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: ReNtER, Srampini, D'ErcoLe, BRrONDI, Srorza e De Saxoris, Segretario. — È scusata l'assenza del Presidente D’'Ovipio e dei Soci Manno, Direttore della Classe, CarLE e RUFFINI. K letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza precedente, 23 gennaio 1910. Su proposta del Presidente la Classe delibera alla unani- mità di porgere un saluto di congratulazione e d’augurio al Socio MAnvNo in occasione della sua nomina a Senatore del Regno. E presentata la Festschrift zur Feier des 500 jihrigen Bestehens der Universitàt Leipzig herausgegeben von Rektor und Senat (vol. 4, Leipzig, Hirzel, 1909) offerto in dono da quella Università. Il Socio BronpI presenta con parole d’elogio il volume di Umberto Borsi, Le funzioni del Comune italiano (estratto dal “ Primo trattato completo di diritto amministrativo , di V. E. OrLANDO, vol. II, p. 2). Milano, Società editrice libraria, 1909. Per gli Atti è presentata dal Segretario una nota del Socio CrpoLLa, assente, intitolata: Pensieri intorno a due famosi passi di Paolo Diacono. Pure per gli Afti 11 Socio Srampini offre il suo scritto, Giuseppe Regaldi commemorato in Novara il dì 16 del gennaio 1910, parte 2*, e Il Socio DE SAncTIsS un lavoro del Dott. Luigi PARETI, Intorno al Tlepì yîg di Apollodoro. Il Socio Srorza presenta per le Memorie la sua Bibliografia storica della città di Luni e suoî dintorni, Parte 2%. La Classe, presa cognizione del lavoro dello Srorza, ne delibera con voto unanime la inserzione nelle Memorie accademiche. seduta privata si procede poi alla nomina della Com- pel premio Gautieri per la Storia (triennio 1907- -1909). no eletti. a farne parte 1 Soci CripoLLrA, DE SANCTIS e ‘ td pera Wa Mt CLERO cl - ee i rn — n Re - | ff.ia = abbnine iu squat dtt Varie he tivi “ 5 anta st EINE cn PIE BORE AIDA bai Ei Dica AS gni sa vi tr IL EICGLIO aisi en ‘agi “ pk seg dani la. “a Appesa Ai dote delle erditiario rotte 4 fari TARE (i bbbatrado cià dirne alga to ta Soblta. faA HA Rapa nilo | pito ao lano Pi LORA, MOI cneidaiciatmatie dla cortrienmnttt tene sii ali» a Sori n slbb ottimi ser (ss, not le poby crei Traetta | cati ssuomobaid atto ste dtogio to: DI o srt ‘coi FREIRE ga si ‘dali 97 | cla veve: d è antalsiliivaziooo: i odifse ne binari: Cala: tn dreono sua sital stola ini orta si a) SEA ug ‘cati agn sana dip eee. | - Aida] 'allovre ab onob' ni: otialta (840 E .favdH sisgi o ‘amolow’ Hi oigo. ab aforag nido: iti Mamo ‘nido si tab ‘otiarites) avast petra) Je indie n "testo cid Sp. + ba ovitertaininros adtinib atelquioo visioni cb ,600E alii poiniba; ifbino? corali 8g I Jor si “A vi aio vii Lal alatagasig + nh dg 91 pa pom LO atrio inn ioni calubeza. ; 140% id PET RI “aston for, - ia RIE ni a Let Is “* Ji * n 1 ee AMIR si i - n si Tutor tri si Ali da mr a sà de I CARLO CIPOLLA — INTORNO A DUE FAMOSI PASSI, ECC. 269 LETTURE Pensieri intorno a due famosi passi di Paolo Diacono. Nota del Socio CARLO CIPOLLA. Dal Muratori (Ant. Ital., II, 147: dissertatio XXI) in poi, non c'è libro in cui si ricerchi la condizione degli Italiani sotto il dominio Longobardo, e nel quale non si pongano a base delle ricerche 1 due passi, divenuti perciò notissimi, di Paolo Diacono (II, 32: III, 16), che descrivono la condizione del regno, e parti- colarmente dei Romani, dalla uccisione di Clefi alla elevazione di Autari al regno. In II, 32, dice Paolo, dopo aver descritto il governo dei duchi iniziato dopo la morte di Clefi : “ His diebus multi no- “ bilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt, reliqui vero “ per hospites divisi, ut tertiam partem suarum frugum Lan- “ gobardis persolverent, tributarii efficiuntur ,. Paolo descrive lo stabilirsi del reggimento dei duchi, e nomina i duchi che ressero Pavia (“ Ticinum ,), Bergamo, Brescia, Trento, il Friuli. Il secondo passo III, 16, parla della fine del governo dei duchi, ai quali fu sostituito Autari, figlio di Clefi, che restituì la monarchia. “ Populi tamen adgravati per Langobardos hospites “ partiuntur. Erat sane hoc mirabile in agro Langobardorum, “ nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae: nemo aliquem “ iniuste angariabat, nemo spoliabat, non erant furta, non latro- “ cinia: unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat ,. Questa descrizione di felicità ha il suo riscontro con quanto precede al cenno sui populi tamen adgravati, poichè ivi si col- lesa la notizia dell’elevazione di Autari con una espressione che fa presentire buone condizioni di vita, in favore anche dell’ele- mento romano. “ Quem (Autar:) etiam ob dignitatem Flavium “appellarunt. Quo praenomine omnes qui postea fuerunt Lan- “gobardorum reges feliciter usi sunt ,. Segue Paolo dicendo che i duchi “ ob restaurationem ‘regni , assegnarono la metà 270 | CARLO CIPOLLA: delle loro sostanze, e dopo ciò vengono le parole sopra riferite populi tamen adgravati, ecc. Non entro a discutere, anzi neppure indico le difficoltà che presenta la ricostruzione storica in base a fondamento così oscuro ed incerto, quale è questa doppia testimonianza di Paolo. Limitandomi pure soltanto ad indicare gli ostacoli che più ovvii si presentano pur all'intelligenza del testo, essi non sono nè pochi, né lievi. Tutti sanno come in III, 16, verso la metà del secolo scorso molto si sia disputato intorno al verbo partiuntur nella frase per: Langobardos hospites p., ma quella disputa cessò quando l'edizione della Hist. Langob., curata da Bethmann-Waitz, mostrò come la lezione pattuntur non avesse sufficiente TORNA nella tradizione manoscritta. | Nella frase populi tamen adgravati, la parola tamen diede luogo ad incertezze. Il Crivellucci (1) vi dedicò attorno una eru- dita nota, in cui si riferisce anzi tutta la storia della disputa, venendo dal Manzoni e dal Troya fino a giungere al Pertile e allo Hodgkin, e si fa la proposta di una nuova spiegazione, se- condo la quale il significato di tamen presso Paolo non è fermo, dandoci il modo d’'interpretare qui quel vocabolo nel significato di etsì. La lingua usata da Paolo non pare senza incertezze. La difficoltà stava appunto in questo, che non si vedeva come mai questa descrizione delle sventure, cadute, con Autari, sopra i Romani, potesse stare a quel posto. ‘L'inno alla vita beata che con re Autari ritornò nel regno Longobardo, è così poeticamente idillico, che veramente rende il lettore incerto su ciò che debba credere. Le difficoltà più gravi si connettono con un pensiero gene- rale, che domina ambedue i passi di Paolo: l'esaltazione della monarchia e la condanna del governo dei duchi. Il governo di questi è accompagnato dalle sciagure dei Romani e dalla deca- denza di tutto intero il regno. Per contro, il ristabilimento della monarchia, nella persona del figlio di Clefi, significa il benessere generale. Che Paolo fosse legato fortemente alla monarchia lon- (1) Studi storici, 1899, VIII, 255 PENSIERI INTORNO A DUE FAMOSI PASSI DI PAOLO DIACONO 271 gobarda è cosa fuori di dubbio: dà tosto nell'occhio, appena sfo- gliamo la Historia, o leggiamo alcuni dei suoi carmi. Le sue relazioni colla famiglia di Desiderio continuano quelle con Ratchis, alla cui mensa era talvolta invitato. A proposito del bicchiere fatto dal: teschio di Cunimondo, dice (IH, 28) infatti: “ Ego hoc “ poculum vidi in quodam die festo Ratchis principem ut illut “ convivis suis ostenderet manu tenentem ,. Nè meno chiari sono i suol contatti con altri fra i grandi dello Stato, se si com- piace di narrare l’aneddoto famigliare di Giselpert, duca di Verona, che si vantava di aver veduto Alboino, mentre ne aveva scoperchiata la tomba (II, 28). | Quantunque Paolo, come ecclesiastico e come letterato, pro- vasse il fascino di Roma, sia antica, sia cristiana, la sua fa- miglia era strettamente legata alla stirpe longobarda. Paolo Diacono consegnò al suo libro alcune tradizioni sull’organizza- zione del ducato del Friuli (II, 9); e così pure riferisce quelle che contengono lo svolgimento storico della sua famiglia (IV, 58), ch'era facilmente fra le più illustri e le più vecchie della re- gione friulana. Il fratello di Paolo Diacono prese parte alla sventurata congiura, e dalle dolorose conseguenze, che per tale ragione lo colpirono, fu liberato soltanto dalla generosità di Carlo Magno. Paolo Diacono non è avverso alla romanità. Nel passo sulla elevazione di Autari (INI, 16) si fa ricordo, illustrandolo, del titolo di Flavio che egli assunse, essendo in ciò poscia imitato dai suol successori. Questo titolo era di buon augurio ai ko- mani, come osservò bene a proposito Tommaso Hodgkin (1): Nella rinnovazione del titolo di Flavio questo storico riconosce il segno del rinnovarsi della classicità, sempre rimasta nel pensiero della popolazione romana. Egli avverte che anche Odoacre ebbe il titolo di Flavio, e così pure Recaredo, re dei Visigoti, in Spagna. Questo esige che con Autari si ‘abbia avuto l'adempimento delle promesse, che stavano incluse nel suo titolo. Il carattere della romanità appare nella parola Flavia, che non comparisce che in molte monete longobarde e franche, (1) Italy and her invaders, Oxford, 1895, V, 234. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 19 did COOL I CARLO CIPOLLA decoro a parecchie città, come Lucca, Milano, Pavia, Tre- viso, ecc..(1). (Queste considerazioni finiscono, se non m'inganno, per far trovare uno stridente contrapposto fra la proposizione “ populi é tamen adgravati , e quanto ad essa precede e segue. L'an- nuncio della elevazione di Autari è un augurio di pace: la descrizione del regno, che segue, è un riposo lieto e profondo: ciò che sta in mezzo è desolazione lagrimosa. i Anzi la felicità descritta nel tratto “ Erat sane hoc mira- “ bile in regno Langobardorum , è un’esagerazione che sorpassa quanto si poteva aspettare. Questa. felicità corrisponde in un: modo abbastanza evidente con quanto l’.Anonimo Valesiano ci dice della buona fortuna goduta dagli Italiani nei migliori tempi di re Teoderico..I due quadretti si corrispondono, non solo nel concetto generale, ma nei particolari essenziali. Anche Il Anonimo Valesiano (2) pensa, oltrechè al restauro degli antichi edifici, alla sicurezza. materiale, e in generale alla sostanza dei beni da re Teoderico procurati al suo popolo: “ tantae enim disci- “plinae fuit (Zeoderico), ut si quis voluit in agrum suum ar- “gentum vel aurum dimittere, ac si intra muros civitatis esset, “ita, existimarevtur, et. hoc per totam Italiam tanto modo augu- “rium habebat, ut nulli civitati portam fecerit: nec in civitate “ portae claudebantur: quivis quod opus habebat faciebat, qua “ hora: vellet ac si in die ,. Nè meno concludenti ancora sono queste altre espressioni: “ cuius (di Teoderico) temporibus feli- “ citas est secuta Italiam per annos triginta, ut etiam pax per- “ gsentibus esset , (3). Paolo Diacono scrive, come notammo: “ securus sine timore “ pergebat ,. Nell’Anon. Vales. questa asserzione non è nè. ca- suale, nè di piccola nota, chè quel pensiero corrispondeva al- l'ambizioso e nobile disegno di Teoderico e al linguaggio offi- ciale, come tentai di dimostrare in un articolo che sta sotto stampa, per uscire nella. Miscellanea Hortis. (1) Rimando all'articolo di P. Borpeavx, Essai d’une interpretation du mot Flavia, © Rivista ital. di numism. ,, 1908, XXI, 97 sgg., senza volermi con questo far garante di ogni opinione in esso proposta. (2) Presso Momusex, Chronica minora, I, 324, r. 34 e segg. (3) Chron. ‘minora, 1,322} rr.041-2, PENSIERI INTORNO. A DUE FAMOSI PASSI DI PAOLO DIACONO 273. L'Anon. Vales. poteva esser noto forse a Paolo Diacono, o, se vuolsi, a Secondo da Trento; ma, ben s'intende, non nella forma di una serie di estratti, quale sta sotto i nostri occhi. Non vedrei motivo serio per escludere che la estesa storia, alla quale nella sua forma originaria si attribuisce origine ravennate, possa esser stata veduta o da Secondo o da Paolo. Alla storia teodericiana. si riferiscono pochi passi della Historia Langobardorum, ma questi non sono tali da dar campo a. conclusioni sicure. Poco ricavo dalle testimonianze di Paolo sulle guerre di Odoacre contro Feleteo, re dei Rugi (I, 19) e sulla ve- nuta di lui contro Odoacre (II, 2), le quali almeno in parte dipen- dono dalla Vita S. Severini di Eugippio e dalla Origo. Qualche cosa di più possiamo probabilmente intravvedere nel passo (IV, 21 riflettente il palazzo teodericiano di Monza: “ Quo in “loco Theodericus quondam Gothorum rex palatium construxit, “ pro eo quod aestivo tempore locus ipse, utpote vicinus Alpibus “ temperatus ac salubris existit ,. Qui c'è qualche cosa che si riferisce a. memorie antiche (1), che possono congiungersi fors'anche, in questa o in quella maniera, alle fonti dell’attuale An. Vales. Forse se avessimo il testo della Historiola di Secondo, il riflesso della fonte dell’ An. Vales. nella storiografia longobarda sarebbe più intenso e apparirebbe più chiaro. Se quest’ultima congettura ha qualche valore, la spiegazione proposta sulla descrizione della felicità d’Italia, ben può raffor- zarsi, ma non resta essa indebolita nel caso contrario. Se Paolo Diacono (o prima di lui Secondo da Trento) ado- però le frasi antiche applicandole all’età. longobarda, resta sempre che il governo di Autari voleasi deliberatamente rap- presentare sotto la luce più bella. Secondo e Paolo cercano pa- role altrui, quasi non trovando parole proprie abbastanza elo- quenti per dar veste al proprio pensiero. | Per il complesso di queste considerazioni, il convinta fra la proposizione populi tamen e quanto precede e quanto segue non potrebbe essere più evidente. Ciò posto, possiamo rilevare che la proposizione indicata non è che la pura e semplice ripeti- zione del passo II, 32, che abbiamo pure preso in considerazione. (1) Cfr. “ Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino ,, adunanza del 20 giugno 1909, t. XLIV, 1006. 274 GARLO CIPOLLA — PENSIERI INTORNO A DUE FAMOSI PASSI, ECC. Non c'è più che la parola populi sostituita a multi nobilium Romanorum, reliqui vero. Opportunamente Ernesto Meyer (1) mette in vista che la parola populi, usata senza alcuna pretesa. o scopo giuridico, vale in Paolo “ gruppo di cittadini ,, laonde lo storico scrive (IV, 10) “Italiae populis ,, (IV, 11) “ populus Veronensium ,, ecc. Sarebbe sottigliezza il voler intendere Paolo nel senso che alla morte di Clefi venissero divisi fra gli hospites Longobardi solo i mobiles, e all'elezione di Autari che ciò si ap- plicasse a tutta intera la popolazione. I nobili non erano già divisi? Prendendo i passi nel senso loro più ovvio, si deve ri- conoscere che mutuamente si corrispondono. Il passo III, 16 non fa quindi che ripetere fuori di posto ciò che era già stato detto in Il, 32, in luogo opportuno. À me pare adunque che Paolo Diacono non abbia fatto altro che ri- petere, per inavvertenza, ciò che aveva detto prima, e che perciò quel pensiero si debba idealmente omettere. Questa confusione meglio si spiega se ammettiamo che Paolo, in queste celebri testimonianze, trascriva da Secondo. Nè ciò è difficile, questa è anzi l'opinione più naturale e più propria. Pur testè il Meyer (2) mostrossi propenso a credere che Paolo qui (come, naturalmente, in tanti altri luoghi) dipenda da Secondo (3). Le due congetture che propongo all'esame degli studiosi della storia longobarda sembreranno ardite, tanto quella sull’ori- gine teodericiana della descrizione della felicità d’Italia, quanto questa sulla necessaria soppressione di un celebre luogo Paolino. E sia; ma non vorrei che venissero riguardate non solo come ardite, ma anche come temerarie. (1) Italienische Verfassungsgeschichte. Lipsia, 1909, I, 41. (2) Op. cit., I, 40. x (3) Ho il dovere di ringraziare il Meyer della cortesia che mi usa. Im un punto peraltro ci troviamo discordi, I, 413, dove egli accetta come au- tentico quel diploma di Berengario, che in questa Accademia (° Atti ,, XXXII, 1061) denunciai come falso; non dice su quali motivi si basi; non posso quindi disputare con lui di tale questione. "GIUSEPPE REGALDI commemorato in Novara il di 16 del gennaio 1910 dal Socio nazionale residente ETTORE STAMPINI PI. Le brevi, forse troppo brevi considerazioni, che son venuto facendo attorno a Giuseppe kRegaldi professore di storia e ora- tore cattedratico, debbono servire a ben valutare un altro fatto che lo riguarda, e sul quale naturalmente m'è d’uopo indugiarmi alcun che. Nell'anno 1866, quando già era stata pubblicata tutta La Dora(1), il Ministro della Istruzione Pubblica, Domenico Berti, trasferì il Regaldi dall'Ateneo di Cagliari alla cattedra di storia antica e moderna dell’Università di Bologna; argomento questo di meraviglia per parecchi allora, e per molti anche nell’età pre- sente. Non mancò, in vero, chi sentenziasse che a tutt'altro in- segnamento s’avesse a destinare, in così grande Università, il Regaldi; e senza dubbio sl dovette reputare — e forse v'è chi lo crede tuttora — che più conveniente sarebbe stato conservarlo nell'ufficio d’insegnare le lettere italiane, del quale non si sa- rebbe di sicuro appalesato men degno di quello che se ne mostras- sero, allora e poi, Luigi Settembrini a Napoli, Pietro Giuria a Genova, Giacomo Zanella a Padova, Luigi Mercantini a Palermo, Antonio Zoncada a Pavia, Michele Coppino a Torino, Giovanni Battista Giuliani a Firenze, Fabio Nannarelli a Milano, sostituito questo, pochi anni di poi, dal comediografo Paolo Ferrari, allora — certamente non per singolare competenza in materia — ordi- nario di storia moderna. Sono anch'io d’avviso che, se la cattedra di letteratura italiana dell'Ateneo di Bologna non fosse stata già occupata da Giosuè Carducci, l’assunzione del Regaldi a tale insegnamento non avrebbe probabilmente suscitato lo stupore di alcuni, le diffidenze di molti, la disapprovazione, più o meno (1) Cfr. il vol. II dei Canti e Prose cit., che è del 1865, sebbene porti nel frontispizio, per errore di stampa, la data del 1861. Così pure il fron- tispizio del vol.I ha la data del 1862, in luogo della vera 1861. Questi errori sl possono verificare esaminando le rispettive copertine. 2760 ETTORE STAMPINI - palese, di altri. Eppure, anche a costo di sembrar paradossale, confesso francamente. che penso il contrario: meglio il Regaldi alla cattedra speciale di storia, così antica come moderna, che non a quella di letteratura italiana. Badiamo: nel giudicare de’ fatti è mestieri sempre tener conto, quali che essi siano, de’ tempi, ne’ quali si svolgono, e delle circostanze che ne de- terminano e ne accompagnano lo svolgimento. Ebbene, torniamo nuovamente indietro, all’anno 1866, e cerchiamo quale uomo, fuori delle Università, si trovasse in Italia più competente del Regaldi nel campo della storia antica, il cui ambito non era, come oggi da noi nello insegnamento universitario, circoscritto alla storia de’ Greci e de’ Romani, ma abbracciava pur quella dell'Egitto e dell'Oriente. Lasciamo stare che, per ciò che s'ap- partiene alla storia moderna, Giuseppe Regaldi aveva dato ir- refragabili prove di perizia larga, se non ugualmente profonda, nella stessa Armeria Reale, della quale, diceva Giosuè Car- ducci (1), “ v'è chi preferisce alle ottave le note illustrative ,; ma ricordiamo ancora una volta ch'egli aveva per lunga serie d'anni pellegrinato nell’Italia continentale, in Sicilia, in Oriente, in Egitto, in Grecia, da per tutto studiando gli usi, i costumi, la storia, le leggende, i monumenti delle genti che visitava, e aveva acquistato in tal guisa, con l’ostinato incessante lavoro della mente, aiutato e da poderosa memoria e dalla cura costante di mettere per iscritto, via via, quanto di più notevole e inte- ressante gli veniva fatto di conoscere, una solida e, per que’ tempi in Italia, assai rara conoscenza del mondo antico, del quale non c’era, per dir così, reliquia di monumento, che incon- trasse sul suo cammino di viaggiatore poeta ed erudito, ch’ei non ne facesse oggetto di meditazione e continuo eccitamento per sè a novelli studî e ricerche. Dico con insistenza “ per que’ tempi ,, perchè amo e devo collocare, per giudicarle con serenità e rettitudine, persone e cose nel vero, preciso loro am- biente. E Giuseppe Regaldi, ripeto, per l’Italia de’ suoi tempi, sia per la riconosciuta larghezza di coltura, sia per quell’appa- rato accademico che si richiedeva ne’ professori di certe disci- pline, quali la letteratura e la storia, e che il nostro poeta pos- sedeva in massimo grado, doveva essere considerato un cospicuo (1) Opere, vol. 8, p. 6. GIUSEPPE REGALDI COMMEMORATO 204 professore anche di storia antica; ed era, in fondo e per dire tutto il vero, indubitabilmente migliore d’altri che occupavano od oc- cuparono, poco di poi, la stessa cattedra nelle nostre maggiori Università, e non sapevano il greco insegnando storia greca ; non s'intendevano d’egittologia, e narravano le vicende dell'Egitto antico, senza averne per nulla veduti da vicino i grandiosi eterni monumenti. Il Regaldi li aveva veduti, ammirati, studiati: tornò a rivederli, ammirarli, studiarli più tardi, con maggior possesso d'erudizione, che ogni giorno con incredibile pazienza e inde- fessa pertinacia veniva accumulando mediante il valido aiuto della lingua inglese ch’ei s'era dato a studiare intensamente; per modo che poteva, quasi’ direi, giorno per giorno — tale era la sua attività e perseveranza! — procurarsi direttamente esatta e particolareggiata informazione delle opere che Inghilterra e Francia venivan pubblicando nella cerchia degli studî egittologici ed orientali, ne’ quali le due nazioni tenevano quel primato che hanno gelosamente cercato di conservare a beneficio ed incre- mento dell’alta coltura. Del resto c'è poco da ridire: nell’anno scolastico 1866-1867 due erano coloro che professavano esclusi- vamente storia antica nelle Università italiane: Luigi Schiapa- relli in Torino e Giambattista Calvello in Napoli: aveva cattedra di storia antica e di geografia antica e moderna Bartolomeo Malfatti in Milano: storia antica e moderna ‘insegnavano, ad un tempo, Salvatore Chindemi in Palermo, Ferdinando Ranalli in Pisa: e come su di essi torreggiavano, dalla cattedra di Padova Giuseppe De Leva, che dettava lezioni di storia universale ma particolarmente moderna, e da quella di Firenze Pasquale Vil- lari, che insegnava la storia d’Italia, così non poteva davanti a quei nomi sentirsi piccolo Giuseppe Regaldi. E difficile, anzi quasi impossibile, trattandosi di tanto in- gegno che da sè, senza maestri, senza guide, fabbricò tutta la sua amplissima coltura, mettere in campo delle supposizioni e indovinare che cosa avrebbe fatto il Regaldi posto sulla cattedra di letteratura italiana in uno de’ maggiori Atenei. Ma, dato l'indirizzo che già aveva ricevuto la trattazione della storia let- teraria, da una banda per merito d’Alessandro D'Ancona e di Giosuè Carducci, dall'altra per opera di Francesco De Sanctis, il kRegaldi, poeta coltissimo ma non filologo, geniale prosatore ma non frugatore sagace e sicuro di vecchie carte; raccoglitore di 278 ETTORE STAMPINI canti popolari, quasi precursore del moderno folklorismo (1), ma non comparatore, e dall’altro canto non allenato, dirò meglio non disposto all’ indagine e all'analisi delle ragioni e motiva- zioni intrinseche de’ fenomeni letterari, a quella che si chiama la critica psicologica, non avrebbe forse — penso non sia arri- schiata Ja congettura — trovato nella immensa messe di cogni- zioni raccolta nella sua miracolosa vita di viaggi, di concezioni poetiche, di studî storici e archeologici, di ricerche erudite, come pure nelle particolari inclinazioni e attitudini della sua mente, tutta quella preparazione di dottrina, di metodo, di spirito, che i tempi già richiedevano, anzi esigevano, in una materia che, più d'ogni altra, toccava l’anima tutta della nazione di fresco richiamata a novella vita; per quanto di siffatta preparazione difettasse la maggior parte di coloro che sedevano sulla cat- tedra di letteratura italiana, egregie, benemerite persone — nessuno ne dubita —, ma per ben diversi titoli. da quelli che ora sono, ed erano già allora, indispensabili per l'insegnamento scientifico a cui erano addetti. È se si desidera averne prove mag- giori, sì esamini tutta la produzione del Regaldi; si consideri l’indole della sua coltura; si tenga conto delle peculiarità de’ suoi studî e perciò della specialità delle sue tendenze e preoccupa- zioni mentali, pur quando cercava soggetti per le sue canzoni: e si vedrà che la storia letteraria ben poco occupò il pensiero regaldiano (2), in confronto delle vicende politiche del nostro (1) Cfr. Giuseppina Gallo, op. cit., p. 51, n.3: * Fra i manoscritti del Regaldi, conservati nel Museo Civico di Novara, trovai molte sue lezioni di storia e di letteratura ancora inedite; in una di esse su Rosmunda, (te- nuta a Cagliari nel 1864), egli parla appunto de’ suoi studî sui canti popo- lari, e della raccolta che aveva già preparata per una nuova pubblicazione. , La stessa, con la scorta di quella lezione, ricorda, a p. 55, la raccolta fatta dal Regaldi di “ canzoni popolari, che in dialetto napoletano dal 1838 al 1849 si cantarono per le allegre vie di Chiaia e di Toledo ,, raccolta che lo condusse ad immaginare un romanzo dal titolo Luisella, cui non diede seguito a causa della sua incarcerazione e dello sfratto dal Regno di Napoli. Più tardi (cfr. Op. cit., p. 89) aveva preparato, © coll’aiuto di un colto giovane delle isole Jonie una preziosa raccolta di canti popolari greci pressochè tatti inediti ,, secondo quanto risulta ancora dalla menzionata lezione. — Ma di questi studî folkloristici non si ha più traccia alcuna. (2) Di lezioni, che riguardino più propriamente la letteratura ita- liana, oltre a quelle sulle carte d’Arborea, di cui più sotto si parla, pub- GIUSEPPE REGALDI COMMEMORATO 279 paese e de’ grandi popoli coi quali l’Italia ebbe relazioni molte- plici in tempi lontani e vicini. ( Per queste ragioni non mi fa maraviglia che Giuseppe kRe- saldi fosse tra coloro che credettero sempre. all’ autenticità de’ codici d’Arborea, nonostante l’irrevocabile condanna da cui era stata colpita sotto un cumulo di prove estrinseche ed intrin- seche, con le quali paleografi, filologi, linguisti, storici, lumi- nosamente ne provarono, come ancor recentemente ne confer- marono, la falsificazione (1). E il buon Regaldi se la pigliava con quelli che gridavano alla falsificazione, che non credevano — e qui avevan torto — alla buona fede de’ credenti nel verbo di quelle carte sarde ; egli che nella Università di Cagliari aveva letto un pregevole discorso Della vita e delle opere di Pietro Martini (2), il quale era stato uno de’ più ardenti propugnatori dell’autenticità, ma, come scriveva Adolfo Bartoli (3), era supe- riore “ ad ogni più lontano sospetto ,; egli, il Regaldi, che, in quel discorso, aveva apertamente dichiarato che “ nelle lezioni storiche del medio evo e in quelle di letteratura italiana , in Cagliari s'era giovato “ delle Carte d’Arboréa, come di argo- blicate in Lezioni inedite di Giuseppe Regaldi premessori il discorso inau- gurale di Carlo Negroni (in Novara, tip. Miglio, 1887), pp. 48-121, pochissime se ne trovano, ch’io sappia, fra i manoscritti regaldiani. Due ne menziona la Gallo in Op. cit., p. 104, nota 2, “ su Dante e Beatrice ,. Certo Dante fu uno dei tre libri sovranamente diletti al Regaldi, che lo portava sempre nella valigia, durante i suoi viaggi, fra le cose sue insieme con Omero e la Bibbia. Cfr. P. Rosinganna in Giornale di erudizione di Filippo Orlando, vol. III (1890-1891), Firenze, Bocca, p. 204. Vedi pure le terzine / tre libri, pubblicate già nell’ed. Napoletana cit., che cominciano: Bacio tre libri — Brsgra, Omero e DantE E in quei tre libri crede, spera ed ama Nelle tempeste sue l’alma anelante. Cfr. led. post., vol. II, p. 73. — E Dante fu pure il tema di parecchie sue improvvisazioni, fra le quali vedi i tre sonetti a fime obbligate improv- visati a Chieti e pubblicati da Antonio De Nino in hRivista Abruazese di scienze, lettere ed arti, ann. XV, fasc. V, 1900, p. 229 seg. (1) Cfr. Wendelin Foerster, Sull’autenticità dei codici d’ Arborea, in Atti del Congresso internazionale di scienze storiche (Roma, 1908), vol. IV, sez. III, pp. 53-56. (2) Cfr. Storia e Lett. cit., pp. 144-160. (3) Storia della lett. îit., Tom. II, Firenze, 1879, p. 414 seg. 280 ‘ETTORE STAMPINI menti assai profittevoli all'insegnare, per l’addietro non anco adoperati ,, ed era stato “ il primo ad introdurre nelle scuole’ la illustrazione dei rimatori italiani della prima metà del secolo duodecimo , (1); egli che anche più tardi, a Bologna, compose quelle lezioni sulle famose Carte e sui primordî della lingua e della poesia italiana in Sardegna, della cui pubblicazione siamo debitori al dottissimo novarese Carlo Negroni (2); egli, final- mente, che persino nell’ode per il sesto centenario di Dante Ali- ghieri volle accennare ai poeti della Sarda Corte d’Arborea, scrivendo : Da vetusto ed informe linguaggio Fra le plebi obblîato di Roma, Germogliò con leggiadro idioma La parola del nostro avvenir; Crebbe al Sole d’illustri memorie Da Toscani cantata e da Sardi, E si accese di spirti gagliardi Nelle prove del patrio martir. (3) Ma rifacciamoci al Regaldi eletto professore di storia a Bologna, dov'ebbe agio di esporre al numeroso pubblico, che sempre accorreva ad ascoltarlo e ad applaudirlo, la ricca sup- pellettile di memorie sull’Oriente, sull’Egitto, che già era stata almeno in parte grato argomento alle sue lezioni nell’Ateneo di Cagliari, e donde trasse più tardi, dedicandolo a Domenico Berti, quel volume L'Egitto antico e moderno (4), per il quale compose Giosuè Carducci la notissima ode Alessandria. * Le le- zioni storiche del Regaldi ,, scriveva nel 1874 Angelo De Gu- bernatis (5), “sono quadri immensi con giuste proporzioni; alto n'è sempre il soggetto e il disegno; ed alta, scelta e colorita suona la parola del festeggiato cattedratico. , Soggiungeva an- cora il De Gubernatis: “ Io non vorrei sicuramente che in Italia la storia s’insegnasse sempre e da ogni cattedra come usa il Regaldi, cioè a larghi tocchi, a larghi periodi, e nella sua sola ) Pag. 153. 2) Lezioni inedite di Giuseppe Regaldi cit. ) 4) Firenze, Le Monnier, 1882: seconda impress. 1884. ) Ricordi biografici in La Rivista Europea, ann. VI, vol. I, p. 24. GIUSEPPE REGALDI COMMEMORATO 281 fisionomia più esterna e luminosa; mi piace tuttavia che, poichè abbiamo uno splendido storico poeta, tra le molteplici forme con le quali può da una cattedra universitaria italiana insegnarsi la storia, una di queste forme più eloquenti resti quella del Regaldi, la cui parola infiammata ed animatrice non tuonerà certamente invano, dove battono cuori generosi. , (1) Senza dubbio cotal forma d’insegnamento universitario non è quella con cui si creano gli scolari e, per loro mezzo, si con- tinua e s'amplifica la scienza. Si può diffondere la coltura in un'orbita determinata; non già sviluppare, educare attitudini scientifiche, fortificandole con quel processo metodico, il quale è inconciliabile con un insegnamento puramente accademico ed oratorio. E però nessuno si deve stupire che il Regaldi non abbia fatto una scuola; come non l’ha fatta la maggior parte dei suoi colleghi del tempo in cui salì la cattedra di Bologna; e nemmeno è da attribuirgli colpa, se, ne’ suoi ultimi anni, le stremate forze del corpo, nonostante l’ammirevole lucidità dello spirito, e la trepida cura di pubblicare il Polimetro e, successi- vamente, il suo Egitto prima che gli venisse meno la vita, lo forzarono a restringere di molto il campo nel quale per l’addietro solevano spaziare le sue lezioni. Nè è da tacersi che l’ inse- gnamento assegnatogli nel 1866 era stato, alcuni anni dopo, diviso in due cattedre distinte, e al Regaldi s’era lasciata quella di storia antica, mentre aveva già messo insieme buon ricolto di materia per la storia medievale (2). Insomma il Regaldi fu un professore accademico, uno storico oratore, 0, come già l’ho indicato, un oratore della cattedra. Leggasi quell’ampio discorso consacrato a Roma (3), diviso in due parti, Roma pagana e Roma cristiana; leggasi quello più breve su Costantino Magno (4); e, se si prescinde da alcuni punti in cui un moderno storico non (1) Pag. cit. (2) Cfr. Giuseppina Gallo, Op. cit., p. 104, n. cit., ove è detto delle lezioni inedite, fatte in Cagliari, che si conservano nel Museo Civico di Novara: “ben ordinate, pronte per la pubblicazione ,. Sono, dice la Gallo, © nove lezioni di storia Medioevale su “ Z barbari ,, tenute ‘nell’anno 1863-64; e dell’anno seguente parecchie sui Longobardi, sul Monachismo, sul Carolingi. (3) Op. cit., pp. 181-247. (4) pp. 248-264. 2932 ETTORE STAMPINI potrebbe seguire il Regaldi, si dovrà pur convenire che sono splendidi modelli di eloquenza della scuola, splendidi anche là dove, a raschiarlo, per usare la frase francese adoperata da Eu- genio Camerini, esce sempre fuori il viaggiatore (1). Nessuna meraviglia adunque per quel molto concorso e quel molto plauso con cui era festeggiato in Bologna il Regaldi, sempre diligente, zelante, puntualissimo, inflessibile nell'osservanza del suo dovere. degno anche per questo di singolare ammirazione in un tempo — speriamo che sia finito! — in cui di non pochi professori uni- versitari l’ultima cura era quella di dettar lezione! lo vorrei, raccogliendo il voto recentemente espresso da Giuseppina Gallo in sua accurata monografia (2), che s'integrasse la pubblicazione delle lezioni del Regaldi, consegnando alla stampa anche quelle che, dopo il libro del Negroni (3), aspettano tuttora il giorno in cui siano chiamate alla luce insieme con le altre carte del poeta, le quali infallibilmente contengono pre- ziose notizie della vita di lui e dell’età che fu sua. Quelle lezioni non saranno, nel genere loro, indegne di stare accanto alle so- relle che già hanno avuto lettori e ammiratori, perchè, come al feretro dell’uomo, che commemoriamo, diceva Giosuè Car- ducci (4), il nostro Regaldi, poeta estemporaneo, si era “ con- dotto a pesare, infaticato e incontentabile, su bilance sempre nuova di giudizio e disamina, non pure ogni fatto, ogni cifra, ogni asserzione, ma ogni espressione ed ogni parola, prima di pronunziarla dalla cattedra o di consegnarla al libro. , E allora sì avrà più precisa cognizione della dottrina storica del Regaldi; della sua potenza coordinatrice de’ fatti; della sua attitudine alla sintesi storica; della lucidezza, della evidenza con cui sapeva dispiegare la tela degli avvenimenti; e, oltre a ciò, della efficacia della sua parola, della sua felicissima disposizione oratoria che, anche fuori dell’aula universitaria, gli valse ammirazione sincera ed applausi entusiastici, come quando, in Varallo, nella sua di- (1) Cfr. il Proemio alle Poesie scelte di Giuseppe Regaldi, Firenze, Le Monnier, 1874, p. 15 (la stessa pag. in Poesie di G. R. con pref. di Kugenio Parti sa ed. postuma cit., vol. 1). n Op. cit., p. 108 seg. (3) Op. cit. ! (4) Opere, vol. 11, p. 311. GIUSEPPE REGALDI COMMEMORATO 283 letta Varallo, sacra terra de’ suoi padri, stanza innocente de’ suoi primi studî, ove, giovanetto, per diversi anni aveva appreso i rudimenti del bello — sono parole dello stesso Regaldi —, il venerando oratore dell'Ateneo bolognese lesse per la solenne inau- gurazione del monumento a Gaudenzio Ferrari un discorso (1) che a lungo vivrà. Fermiamoci al 1878! In quell’anno Giuseppe Gando, il chiaro latinista, che nella lingua di Catullo e d’Orazio volse con rara eleganza non pochi carmi del bardo novarese, mandava al diret- tore del Baretti, che lo pubblicò il 15 d'agosto, il seguente sonetto a Giuseppe Regaldi: O pellegrino dall’acceso sguardo, Nato all’amor delle Castalie Dive, Italo Trovatore, italo Bardo Dalle canzoni or meste ora giulive! In te, qual fiamma elettrica; gagliardo L’estro de’ giovanili anni rivive Come allor che a’ tuoi versi, o buon Lombardo, Plauser d’Europa le commosse rive. D’Asia tu festi e d'Africa la gente Maravigliar coll’itala parola Che sì dolce nell’anima si sente: Nè ti riposi ancor sui còlti allori, Ma di quei veri, onde l’Istoria è scola, La studiosa Felsina innamori. (2) Questo sonetto, bel compendio della vita e dell’opera del poeta, soave espressione d’intima amicizia e d'altissima stima, accompagnava il Gando con una lettera nella quale annun- ziava al Perosino, direttore del Barettî, la prossima lettura del Polimetro L'Acqua, che il poeta doveva dare in Torino. Su questo stupendo frutto della sempre verde gioventù mentale del’ poeta, consolata, nella crescente debolezza delle forze fisiche, da perpetuamente vivace e fresca potenza di concezione, av- valorata da un’arte prodigiosa, che anche ne’ più aridi temi gli faceva cogliere l’espressione più efficacemente poetica, io scrissi, nella mia giovinezza, a pochi mesi di distanza dalla (1) Storia e Lett. cit., pp. 267-302. (2) Cfr. Poesie di Giuseppe Gando con prefazione dell’abate lacopo Ber- nardi. Torino, Tip. Candeletti, 1881, p. 56. 234 ETTORE STAMPINI memoranda lettura, un volume (1), prendendo le mosse da quelle liriche, a cominciare dall’Inno Aa Luna (2), che, come Il Te- legrafo elettrico, L’Occhio, Il Traforo delle Alpi Cozie, Roma, pre- cedono e, in certo modo, preparano la creazione del Polimetro. Del mio volume, anche dopo più di trent'anni, non sono pentito: (1) La lirica scientifica di Giuseppe Regaldi. Studio. 'Torino-Roma, E. Loescher, 1880, di pp. vir-159. La pubblicazione avvenne nel settembre del 1879. Ma già ne era stata stampata una buona parte, a cominciare dal 5 gennaio del 1879, nel Supplemento letterario all’Eco dell'Industria, Gazzetta Biellese, in parecchi articoli dal titolo Giuseppe Regaldi ed il suo Polimetro ‘* L'Acqua ,. | | (2) È un inno che potrebbe suppeditare argomento di molte conside- razioni a chi volesse esaminare le successive modificazioni apportate a’ versi suoi dall’incontentabile poeta. L'Inno alla Luna, pubblicato dal Regaldi in Torino (G. Pomba, di pp. 15) nel 1833, e già ritoccato nell’ed. cit. del 1840 (Poesie estemporanee e meditate ecc.), quasi più non si riconosce nella reda- zione definitiva che ci si presenta in Canti e Prose di G. Regaldi, Vol. 1, Torino, Seb. Franco, 1861, p. 195 segg., riportata nella ed. postuma cit. del 1894, vol. II, p. 439 segg. Basti confrontare la terza e quarta strofa della ed. del 1840 (p. 221 seg.) con la terza, che ha sostituito entrambe, della ed. del 1861. Ecco le due redazioni: | Ann. 1840: Il Sofo.... Te studia ed ammira, pacifica Luna, La legge, che i lampi di Febo raguna, E rende il tuo volto più caro del sol; Te studia adorando la possa divina Che desta che gonfia la vasta marina, È verso il tuo grembo sospingerla suol. Te mira tranquilla del tempo sui vanni Imprimer nell’orbe la legge degli anni, La tacita notte dal giorno partir, E scorge la terra, che mentre si lagna, In te si conforta fedele compagna i Cui svela ogni notte segreti desir. Aun. 1861: | Al volgo sembrando mutabil di forme, Costante prescrivi del tempo le norme, Custode gelosa del nostro avvenir; E l’umile terra che troppo si duole Se più non l’avviva sorriso di sole, T'affida i misteri del lungo patir. È degno d’attenzione che l'Inno non fu più pubblicato dal poeta nella edizione citata del 1874 delle sue Poesie scelte. *IUSEPPE REGALDI COMMEMORATU 285 poco avrei ora da aggiungere, poco da togliere, poco da modifi- care; io permango sostanzialmente nelle idee, ne’ giudizi allora esposti; io permango nella persuasione che nella lirica un posto debba spettare anche alla scienza; che sia un errore confondere con la poesia didascalica la lirica scientifica, in cui ben diverso è l'atteggiamento dello spirito del poeta; io permango nella persuasione che, se la lirica è manifestazione poetica di senti- menti; se lirico è il canto del poeta, che si commove di pietà, d'amore, d’ammirazione, d’entusiasmo; se lirico è il canto del poeta che s’esalta davanti all’infinite meraviglie della natura, ed effonde nel vario ritmo la parola che la natura gli dice al cuore, le speranze che gl’inspira, i ricordi che gli desta, i ti- mori che gli suscita, gli affetti che gli accende; è anche lirico il carme del poeta compreso d’'ammirazione e d’entusiasmo così di fronte alle meraviglie della scienza e ai misteri di essa sve- lati dall’ingegno e dal genio dell’uomo, come di fronte alle pro- digiose invenzioni onde la vita umana è dalla scienza beneficata ; è anche lirico il verso che dai portenti della scienza s'eleva ad un inno d'amore, poichè nulla più della scienza accomuna e affra- tella le umane generazioni. Si è scritto che il Regaldi era uno di que’ poeti i quali “non cantano perchè siano commossi, ma si commovono perchè cantano. , (1) Che il Règaldi s’esaltasse della sua stessa parola (2) lo sanno quelli che l’hanno udito improvvisare, lo sanno quelli che hanno conversato con lui; ma è pervertire totalmente il | processo del pensiero poetico del Regaldi nella formazione de’ suoi canti migliori l’affermare della sua poesia meditata quello che qualche volta, e solo qualche volta, potè esser vero delle sue creazioni improvvise. Del resto, è giusto ciò che un ingegno sottile ed arguto testè osservava in riguardo di Giacomo Za- nella: “ Chi fa una cosa sola, o la fa bene, o la fa male; e la sua fama, o la sua infamia, dipende tutta da quella cosa ll. (1) Olindo Guerrini, Giuseppe Regaldi, in Brandelli. Serie terza. Roma, A. Sommaruga, 1883, p. 39. (2) È espressione del Carducci nel bozzetto La Dora Memorie di Giu- seppe Regaldi, in Opere, vol. 3, p. 9, ove di lui dice: “ È un uomo egregio, che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica ,. 286 ETTORE STAMPINI Chi invece ne fa molte, è un po’ difficile che le faccia tutte bene ugualmente, e quante più ne fa, più è difficile. , (1) Ora il Regaldi ha scritto molto, forse troppo: non c'è da stupirsi quindi che, accanto a versi stupendi di lui, a carmi di arte insuperabile, ce ne siano de’ mediocri, ce ne siano de’ cattivi. Oh! io domando se è giustizia di critica il confondere in un solo giudizio generico una così estesa e svariata produzione poetica; e se non si cada per avventura in contraddizione, quando si concede — e lo concede l’arcigna critica — che il Regaldi “ poetava senza stento, come se la poesia fosse il suo linguaggio materno e il verso non potesse avere ribellioni per lui , (2); e di soprassello si conforta la fatta concessione no- tando che “ l’arte era in lui mirabile ,, sì che, “ dove gli altri stentano a rivestire le idee con le parole e coi versi e lottano faticosamente con la musa per domarla ,, egli riusciva a rap- presentare anche i più complicati meccanismi “ con la più grande abbondanza di modi e di imagini, senza mai abbassare la tona- lità della sua poesia, senza parer mai freddo o stentato. , (8) Ma questo è il miglior elogio che si possa fare del Regaldi; ed io di buon grado l’accolgo, augurandomi che, sceverata la non poca scoria dal molto metallo purissimo, e messo eziandio da banda il suo vecchio armamentario romantico, separandolo dalla nuova, ricca, varia, squisita suppellettile artistica del Regaldi, sia resa giustizia a lui poeta, pur se l’artista ci appaia supe- riore al poeta, come già s'è resa giustizia, è dolce constatarlo, all'autore de La Dora, delle Memorie d'Oriente, di Grecia, d'Egitto, scritture che indubbiamente lo collocano fra i migliori prosatori del secolo XIX (4). “ Il Regaldi , — così giudicò dalle sue prose (1) Giuseppe Fraccaroli, Giacomo Zanella, in Corriere della Sera, 8 gen- naio 1910, p. 3. (2) O. Guerrini, Op. cit., p. 83. (3) O. Guerrini, p. 41. (4) Anche alla prosa regaldiana il Guerrini ha creduto bene di esten- dere la sua tesi, sentenziando che il. Regaldi “ narra, infiora, abbellisce, incanta, ma non è mai il sentire suo che scalda le pagine, è il sentire di tutti che appena le intiepidisce , (p. 40 seg.). Così che, per tirar via, il Regaldi, secondo il Guerrini, non è nè vero poeta nè eccellente prosatore. Sarebbe un artista: se non che l’arte non gli concederebbe d'esser tale, perchè — lo dice il Guerrini, — © L'arte ha ucciso l'artista , (p. 41)! — Mi per: GIUSEPPE REGALDI COMMEMORATO 280: il Carducci (1) — “ non descrive per descrivere, anzi di-descrizioni propriamente è parco: non annebbia con la facilità della parola figurata e non pensata la natura, si la pone .in più scolpito ri- lievo con le circostanze dei fatti umani e delle. memorie sto- riche. E dei fatti. e delle memorie e delle notizie ricerca le più utili, che sono anche le piu. belle. , Onde ben a ragione scri- veva testè un giudice severo: (2) del Regaldi:.“ Chi non avesse mai letta La Dora del Regaldi, farebbe assai bene a. colmare questa lacuna della sua cultura, e compirebbe poi opera vera- mente utile chi intraprendesse un simile. lavoro per le altre parti del nostro paese ,; e, discorrendo de L'Egitto, soggiungeva che nelle nostre scuole secondarie “ si leggono molti e molti libri, o parti di libri, che per l'ordine della narrazione, per la efficacia descrittiva, per l'originalità delle osservazioni e per la profondità dell'analisi son ben lontani , da quel libro con cui il nostro Regaldi: ha chiusa la lunga e gloriosamente operosa ‘sua vita letteraria. Ma qui m'è forza arrestatmi. L opera di Giuseppe Regaldi è troppo vasta, troppo complessa, perchè in breve spazio. di tempo e di pagine se ne possa trattare in modo adeguato e degno dell’alto soggetto. Mi consola il pensiero che, se per dar rilievo ad alcuni aspetti della sua vita, tanto fortunosa e varia, della sua attività di poeta, di prosatore, di storico, di oratore, di maestro, di patriotto, mi sono soffermato. maggiormente su qualche punto, trasvolando su altri, e a parecchi appena accen- nando, mi farà ottener venia il ricordare che, appunto in questi ultimi mesi, e dalla lontana America (3), e da più parti d’Italia, ma, sopratutto, dalla sua città natale, dalla sua Novara, sempre pensata, sempre diletta dal pellegrino poeta, molte voci si leva- metto di pensarla diversamente e di restarmene col Carducci; e credo d’es- sere in buona compagnia. Vedi, del resto, lo speciale bozzetto su citato del Carducci su La Dora in Op., vol. 3, pp. 1-18. (1) Pref. cit., p. xv= Opere, v. 10, p. 126. (2) Rosolino Guastalla, Op. cit., p. 256 e 258. (8) Cfr. Doctor Alpha [Augusto Berta], Per i? Centenario di Giusewpe Regaldi in Gazzetta del Popolo della Domenica, n. 45,7 nov. 1909, p. 353 seg. Leggesi nello stesso num. un articolo di G. Deabate (p. 856), che comme- morò il poeta anche nel foglio politico La Gazzetta del’ Popolo, num. 312, 9 nov., p. 4. Atti della R. Accademia — Vol. XLIV. 20) 288 ETTORE STAMPINI rono, con somma concordia d’intenti, a confortarne la memoria che parea giacente nel silenzio d’immeritato oblio; e riscrutando così nelle estemporanee come nelle meditate pagine di lui, ne rie- vocarono la simpatica e radiosa immagine d'uomo e di scrittore, rinfocolando nuovamente la tramontante generazione a quel. culto d’'ammirazione e d'onore che alla grandezza del Regaldi è do- vuto, ed esortando la generazione novella a specchiarsi in quella figura, così nobilmente operosa, così intemeratamente gloriosa. Oh! io vorrei che di questa varia commemorazione, oltre alla doverosa rivendicazione de’ meriti, in parte disconosciuti, del Regaldi, e del posto che gli spetta nella letteratura italiana del . secolo XIX, un’altra cosa bella rimanesse, cosa bella di quella bellezza che non intristisce, che non ha tramonti; rimanesse perenne, sempre vivace, sempre feconda di bene: l’eredità d'idee, di sentimenti, ch’egli ci ha consegnato e che noi, ai quali l’opera sua fu esempio e sprone, dobbiamo trasmettere, prezioso e sacro tesoro, al giovani che è debito di noi, ormai. vecchia generazione, guidare sulla via della vita. I grandi non muoiono: scende nella tomba la fredda salma; ma vive ognora ed opera ognora il loro spirito ne’ loro scritti, nelle loro im- prese, e vive nell'animo nostro, che riscaldano, eccitano, con- fortano a tutto che è alto e generoso: e questo spirito passa di generazione in generazione insieme con la face della vita, che l’una tramanda all’altra nell’assiduo eterno cammino del- l'umanità verso la meta che le fu segnata nell’infinita armonia dell’universo. | Giosuè Carducci, che sulla bara del kegaldi disse parole che valgono il più perenne de’ monumenti, “ Or ecco , escla- mava “ quello che avanza. di Giuseppe Regaldi. La spoglia e gli affetti ultimi del poeta, la gentile alterezza della sua fama, alla terra nativa: le sue ispirazioni e gli studi alla storia letteraria e civile d’Italia : a noi suoi colleghi ed amici, la memoria sempre onorata, sempre cara, delle virtu sue e della bontà: a voi, gio- vani, l'’ammaestramento e l’esempio. , -—- E ai giovani della presente età, trascorsi ventisett’anni dalla terrena scomparsa del poeta Novarese, vorrei precipuamente rivolgere la mia parola; a que’ giovani, intendo, che, travagliandosi negli studî delle lettere e delle scienze, mirano anelanti alla conquista del loro posto d'a- zione e di battaglia nell’immenso multiforme laboratorio umano. ò GIUSEPPE REGALDI COMMEMORATO 289 La vera potenza, così come la vera nobiltà dell’uomo, sta nel sapere; ed il sapere — tal suona un proverbio — s’ottien col do- mandare; e chi si vergogna di domandare, si vergogna d’imparare. Uno scrittore tedesco, Giovanni Goffredo Herder, fa da un tale chiedere ad un saggio: “ dimmi, o saggio, con qual mezzo perve- nisti a tanto sapere? ,, E il saggio: “ con questo, che non mi sono mai vergognato d’interrogare altrui. , (1) E il Regaldi fu in tutta la sua vita ammirando esempio d’inesplebile sete di sapere; e la sua dottrina s'accrebbe man mano, non solo perchè egli chiedeva senza posa ai libri ciò che la sua mente desiosa cercava; ma inter- rogava a voce e per iscritto ogni persona che gli potesse suppeditare un'informazione, uno schiarimento; che gli potesse risolvere una questione, dileguare un dubbio, suggerire un'idea; tradurgli una pagina di scritto o di stampato, che fosse in lingua a lui ignota; esprimergli il proprio avviso su un lavoro cui attendesse, su una strofa, su una semplice frase, anche su una semplice parola! Ed egli aveva profondo il sentimento della gratitudine verso chi portasse un contributo qualsiasi all'opera sua di studioso e di scrittore; a chi gli porgesse conforto di consigli e d'aiuto nella sua perseverante ostinata ascesa verso una meta sempre più alta, nel suo ansio e febbrile aspirare ad una sempre mag- giore perfezione dell’arte sua. E questo sentimento di gratitudine aveva bisogno di espandersi; come aveva bisogno di espandersi la sua bontà, la sua ammirazione per ogni cosa buona e bella (2), (1) In Blumen aus morgenlindischen Dichtern gesaminelt. Erstes Buch, num. 15: Der Wey zur Wissenschaft : Sag’ o Weiser, wodurch du zu solchem Wissen gelangtest? “ Dadurch, dass ich mich nie andre zu fragen geschiimt. , Cfr. Herders S&ammtliche Werke. Herausgegeben von Bernhard Suphan, XXVI Band, p. 376. (2) Ma il bello doveva essere sempre associato al buono; ond'egli con- dannava apertamente i libri immorali, anche se opera di chiari ingegni. Al qual proposito è notevole il biasimo da lui inflitto alla * traduzione di Giovenale regalata dal Gargallo alle lettere italiane ,, scrivendo da Aci- Reale il 14 dicembre del 1842 ad una contessa (efr. il Giornale di erudi- zione cit., vol. II (1890), p. 141). Eccone alcune parole: Ella sa quale sia il genere del mio poetare, e di qual tempra in fatto d’ opinioni. Rispetto leggi e governanti quali incontro nel mio pellegrinaggio, odo parlare di codici, di trattati diplomatici, ed io chiudo nel silenzio il moderato mio 290 . (ETTORE STAMPINI, per ogni onesto generoso conato (1), e,. nella sua espansione, la lode gli fioriva sul labbro o sulla penna, sempre grande, sovente eccessiva: ma l’eccesso era frutto della bontà sua, era effetto di quel suo peculiare temperamento che lo traeva ad abbracciare persone e cose in un ottimismo senza confini. Così la lode ch'egli tributa, suonerà non solo per principi e potenti, verso i quali l’os- sequio di lui non degenerò mai in'adulazione'o servile umiltà (2), animo. Ma Pi; ‘mal contni sparso ne’ libri mi ha sempre RR però che l’uomo è già di troppo proclive a prostrarsi, e dobbiamo respingere quanto più facilmente Il può ritrarre dall’ altezza in che dalla ragione venne locato. LIDI Vale la pena di riferire qui ciò che fin dal 1885 (7 dicembre) scri- veva il Regaldi, quando si trovava in Bologna, “ Al S Ottavio Gigli, a Roma ,: © Se mai vi mosse indignazione perchè lodai Romani; riflettete un po’ attentamente, e dovrete confessare che è opera onorevole anzi che odiosa l’encomiare quegli uomini ‘che recano lustro alla nostra Italia, benchè, per mancanza di alcune doti, non siano presso alla perfezione. Io sono fra quelli che cercan virtù, opere generose per esaltarle, e non fra coloro che vanno frugando alle male opere per biasimare i nostri fratelli, ed umiliare sempre più la condizione umana. , Cfr. Filippo Orlando, Carteggi italiani inediti 0 rari antichi e moderni raccolti ed illustrati. Prima serie 1, Firenze, Bocca, 1892, p. 114. — Fra coloro che “trovarono ragioni per non apprezzare , Felice Romani, esaltato insieme col Bellini dal Regaldi nella sua lirica A’ Geni della Poesia e della Musica Drammatica Felice Romani e Vincenzo Bellini pubblicata :a Bologna in quell’anno (Cfr. l’ed. novarese del 1840, p. 226 segg.), è menzionato in quella lettera “il ch.v° Ranalli ,! (2) A buon diritto Domenico Nosenzo in Poesia Patriottica e Civile di Giuseppe Regaldi (Varallo, tip. Camaschella e Zanfa, 1900), p. 51, dopo aver notato “ come il Regaldi ad un caldo amor della patria unisse un sincero sen- timento di devozione per la Monarchia e per la Casa di Savoia ,, soggiunge :” “ Questi sentimenti di politico monarchico liberale egli affermò fin dai primi anni della sua vita raminga; e contro alle lusinghe degli altri principotti della Penisola seppe resistere sempre dignitosamente, senza rompere mai in un carme, che tradisse 1 doveri di un integro cittadino, o la coscienza onesta del poeta., Cfr. Regaldi, pref. a IZ Museo Santangelo (ed. post. cit., I, p. 182 seg.): “ Nel 1835..... fui dalla Polizia espulso dagli Stati parmensi, quasi colà a contristarmi il fiore della gioventù non bastassero i mali umori suscitatimi contro dal caustico vecchio Giordani. Nel 1836 su le sponde dell’Aniene..... ful di notte proditoriamente aggredito da parecchi, maltrat- tato e lasciato in grave pericolo di vita, perchè in Roma non volli piegare ai dittatori della poesia arcadica, fossero anche potenti Monsignori. Il Bor- bone di Napoli volle compiere l’iliade delle mie poetiche pellegrinazioni in Italia, carezzandomi in pria, deludendomi poscia, e infine, non trovatomi GIUSEPPE. REGALDI COMMEMORATO 29 ma. suonerà anche per .l’umile; suonerà così per il collega dotto e celebrato, come per lo scolaro che muove i primi passi nella strada della scienza; suonerà per l’uomo. politico che ha ben meritato della patria, come per il “ modesto sacerdote... il quale; benefico operaio della vigna del Signore, per le contrade d’Eu- ropa è fuori, erra instancabile a fine di raccogliere elemosine pel riscatto in Oriente delle fanciulle more. , (1) E quest'uomo tanto buono, tanto ottimista, ebbe bensì qualche invincibile an- tipatia, come per Giovanni Prati; ebbe ragion di rancore, come pel Giordani e pel Ranalli; ma non conobbe invidia, non conobbe gelosia (2). Visse tant'anni vicino al Carducci; insegnava agli stessi scolari :. ebbene, pel Carducci, che pur era di lui più giovane e più grande, il Regaldi conservò perennemente inalterato il più schietto e caldo sentimento di fraterna amicizia; ed il Carducci gli volle sempre tanto bene! Oh! tale corrispondenza d’affettuosi sensi fra due uomini così insigni, così diversi nelle idee e nelle azioni, ma pur così somiglianti quando si pensi a ciò che loro deve la patria nostra, è un altro esempio degno d'essere pro- posto alla, educazione della gioventù. La gioventù sarà ottima- mente educata, se. per virtù de’ suoi maestri sappia inspirarsi a quelli che furono. gl’ideali di Giuseppe hegaldi: Patria, Uma- ligio alla sua politica, facendomi incarcerare, ‘e, per grazia sovrana, come’ mi asseriva il Direttore di polizia, bandire dal paradiso del suo regno, che, per somigliare adequatamente all’Eden, ha pure il suo serpente infernale. , (1) Cfr. le agio di prefazione a Lo schiavo redento in Poesie cit. (a. 1894), vol. II, .p. 309. (2) Vedine una bella prova nella iobblaiana lettera scritta dal Regaldi allo Sgricci, che era “ salutato da tutto il mondo letterario ‘come il genio straordinario dello improvvisare ,, da Firenze il 16 luglio del 1835 (?), e pubblicata in Giornale di erudizione cit., II (1890), p. 176 seg. Fra altro gli scriveva: © Pare che V. S. abbia colti tutti gli allori sui campi della poesia estemporanea, e restino poche speranze ad altri cantori, ma siccome dopo Omero si tentarono poemi, dopo Sofocle si-composero ancora tragedie, così dopo Scricci [così scriveva il Regaldi] si tenti ancora sciogliere qualche canto improvviso. Dopo Omero, Sofocle, etc. abbiamo uomini grandi nel- l’epica, e nella tragica poesia, benchè non vantiamo poeta ch’abbia. supe- rato di quei due l’alta potenza. Così potrà essere della mia musa. n» E gli mandava due biglietti, pregandolo di volerlo onorare della sua presenza ad una accademia di poesia estemporanea che doveva dare “al Pubblico fiorentino , 292 ETTORE STAMPINI nità, Dio; ma non il Dio individuato: secondo la peculiare con- cezione d’una età o d'una civiltà o d’un singolo popolo; bensì un Dio pensato in sè, nella purezza assoluta della sua nozione; il Dio di tutti 1 tempi e di tutte le genti; il gran Dio di tutti i culti, come lo appellava il Regaldi, allorchè, quasi alla vigilia del più fausto avvenimento dell’Italia redenta, lo invocava “ fra le memorie dei superbi Faraoni , ad Ismailia, perchè arridesse al “ magnanimo Kedive , (1) nella festa che la civiltà celebrava davanti al tagliato Istmo; il gran Dio di tutti i culti, che stende le amorose onnipossenti braccia a tutte le famiglie umane er- ranti e faticanti per vie diverse; a quel Dio “ Verbo infinito , dal quale, ai tempi del patrio servaggio, in Mongibello, là sull’ arso vertice Dell’ignivome balze, (1) Ecco la chiusa del sonetto improvvisato per il “ poetico invito del comm. Negri ,: Deh! Ti arrida il gran Dio di tutti i culti, Sì che l'Egitto ad onorata meta Per Te s’innalzi, e del Tuo scettro esulti. Cfr. la Prelezione del Regaldi al corso di storia antica dato nell’anno 1870 alla Università di Bologna, p. 24 seg., in Negroni, Op. cit.: “ Il Cristiane- simo e l'Islam concordi invocarono la benedizione celeste su le acque del Canale; inneggiarono insieme al Dio del Corano e al Dio del Vangelo, nel- l'ora istessa, nel luogo istesso, e sotto la medesima tenda del cielo africano; e a quello spettacolo di concordia erano commossi monarchi, filosofi ed artisti, uomini autorevoli di ogni nazione. Per me fu dolce ventura l'avere in certo modo divinato la sublime concordia dei due culti nel 1857, dodici anni prima di quelle feste, quando poetando l'umano concetto di Lesseps, fidente nell’avvenire esclamavo : Oh meraviglia! attoniti, Alla Mecca anelando ed al Giordano, Il doppio mar viaggiano ‘1 romei del Vangelo e del Corano, Che per civil prodigio Cessan l’antico insulto In Dio fidenti con diverso culto. , Cfr. Poesie, ed. post., II, Il Bosforo di Suez, p. 483, ove in luogo di attoniti leggesi estaticiî, che è la vera lezione. Vedi, in fine, L'Egitto. Note storiche e statistiche di G. Regaldi cit., p. 116, e L'Egitto antico e moderno cit., p. 462. GIUSEPPE REGALDI. COMMEMORATO 2953 il poeta, esule e pellegrino, volea invocare Sovra il discorde secolo D'amor l'eterna legge Che gli stellati giri anima e regge (1). (1) Zeno a Dio. Le parole sono tolte dalla redazione definitiva, pubbli- cata nel 1861 (Op. e vol. cit., p. 35 = ed. postuma, vol. II, p. 108). Nella terza ed. Napoletana del 1847 dei Canti di G. Regaldi la prima strofa co- mincia con le parole (p. 32): Gran Dio! sull’arse inospiti Balze di Mongibello il guardo ho fiso ecc. La strofa poi, con la quale chiudo questa commemorazione, era assai di- versa e suonava così: Se mai foss'io di eserciti Duca, o legista, or qual Moisè del Sina Sull’ignea vetta assorto, Da te trarrei conforto Alla norma che i popoli avvicina; E rinnovando i codici, Invocherei la legge Che in un amor le sfere avviva e regge. Invece la redazione definitiva è: Se mi foss'io di popoli Duce o legista, io qual Mosè rapito In sulle cime sante Del Siniîi fiammante, Invocherei da te, Verbo infinito, Sovra il discorde secolo ecc. 294 : ‘ETTORE’ STAMPINI. EE “ APPENDICE Il più into ritratto, in litografia, di Giuseppe Regaldi è, a mia conoscenza, quello che è sopra riprodotto a pagina ll, lievissimamente rimpicciolito in confronto. dell’originale che io posseggo. Ebbi cura che, nella riproduzione zincografica, non solo fosse conservata la leggenda Lit. D. Festa 18383.,-ma risul- tasse abbastanza leggibile, mentre tale non è riuscita quella che si vede nella Gazzetta del Popolo della Domenica del 7 no- vembre 1909, N. 45, pag. 356. Per non ridurre maggiormente le proporzioni del ritratto, dovetti far tralasciare le parole che leggonsi nell’ originale litografico sotto la figura del poeta; perciò le trascrivo qui. Dopo la sacramentale frase del: tempo Con Permissione, e sotto di essa, sono ‘le parole : a. REGALDI; CIME na GI CRA, i è “a Pi Ass ne alleno ora se. ve DO canto, Pa % y 2, Po) P, DE ora Che ile a quest E VIN d fiano, (0) Aa 9) ferito 7. eletn VALI Più in basso ancora, e a destra di chi legge, e agshixto in due righe di piccolo carattere fot i, x Inno al Sonno - improvvisato in Torino nel Teatro Carignano - la sera del 8. X.bre 1883. Di fatto quella è la terzina finale dell’inno /l Sonno, “ Dedi- cato all’Ill.® Sig. Contessa Carolina Giaime di Pralognano st col quale principia il Vol. 1 dei Canti lirici editi ed inediti im- provvisati dall’ Avvocato Giuseppe Regaldi pubblicati da Cesare Giani a Voghera nel 1834, e che fu ristampato con parecchie variazioni nell edizione novarese del 1840. Senza dubbio è il ritratto più importante che si abbia, anche perchè ci rappresenta il giovane cantore con una ca- pigliatura affatto differente da quella chioma lunga, spiovuta, senza increspature, che osserviamo nelle numerose litografie e fotografie, dalle quali ci è conservata la sua maschia e pensosa GIUSEPPE: REGALDI COMMEMORATO 295: figura: per non dire che mancano i baffi ‘e il pizzo. Invece il nuovo tipo della testa del Regaldi, che con gl’immancabili ri- tocchi successivamente apportati dall'età è rimasto, nel suo. com- plesso, per così dire immutabile sino alla morte, è già dato dalla. litografia’ premessa all'edizione novarese del .1840, come sì può facilmente scorgere nella riproduzione che qui presento valendomi del rilievo in zinco gentilmente inviatomi dall’egregio direttore del Museo Civico di Novara, G. B. Morandi. Il quale mi ha for- nito, a tal riguardo, una preziosa notizia. Nel menzionato Museo cè un ritratto a carboncino, chiaramente firmato G. B. Biscarra 10bre 1838, del quale il disegnatore dell’ edizione novarese del 1840 (1) si è evidentemente giovato. Se non che, come mi ’ U ° ca: ° i ® del ") 0 (1) Nell'esemplare, che: io ne. posseggo, leggesi chiaramente a sinistra del ritratto e in basso, al di sopra del nome G.. Regaldi, la scrittura; 296 ETTORE STAMPINI scrive il Morandi, “ il busto del poeta col mantello all'italiana, la fodera a quadretti, il braccio ripiegato sul petto col rotolo in mano, il largo cravattone orizzontale, colletto rovesciato, etc., sono precisissimi; soltanto che l’immagine nella litografia è rove- sciata, come se il quadro del Biscarra fosse visto in uno specchio; per cui mentre nel quadro è il braccio destro quello che è ripiegato e tiemte il rotolo, nella litografia è il sinistro; la spalla scoperta che nel ritratto è la destra, nella litografia è la sinistra. Tutta la persona insomma che nel quadro si presenta obliqua a si- nistra, nella litografia risulta naturalmente obliqua a. destra. Ma, ripeto, tranne questo ribaltamento, la figura è nei suoi più piccoli particolari fedelmente riprodotta. Dove invece c'è una enorme differenza è nella faccia. Il volto disegnato dal Biscarra e più affilato, degli occhi si vede in preponderanza il bianco, perchè le pupille sono rivolte in alto come in atto di Ispira- zione, e nei capelli, più ondulati, passa come un fremito di ri- beltono. La fisionomia è grave e malinconica. , Non saprei attribuire con esattezza la data di composizione al ritratto in fototipia che ho premesso alla Commemorazione. Anche in questa fototipia è disegnato il busto del poeta assai di poco ridotto dalle proporzioni che ha nella bellissima lito- grafia policroma dalla quale è stata presa e che fu eseguita a Napoli dall’officina di Gatti e Dura, come vi si legge ia mente. Solo, per non diminuire di più la grandezza, fui costretto a far trasportare a sinistra e molto più in alto la dedica scritta di pugno del Regaldi alla sorella Maria, madre di mia madre, dedica la quale trovasi nella estremità del margine inferiore del quadro. La varia coloritura della litografia distingue assai bene il biondo fulvo della lunga zazzera dalla tinta quasi di paglia dei baffi e del pizzo, e fa spiccare il bellissimo celeste degli occhi, mentre diffonde sul viso una tenue porpora che dà mag- gior risalto al candore dell’alta fronte. Da essa sembra tolto il ritratto in litografia che adorna l’edizione napoletana de’ Canti di G. Regaldi uscita dalla stamperia del Fibreno (3* ed., a. 1847); se non che nella litografia colorata il busto del poeta è voltato alquanto a sinistra di chi guarda, ossia è obliquo verso la propria destra, al contrario di quanto si riscontra nell’altra. Ora io suppongo che la litografia a colori sia stata tratta dal SOER > 2 MR i e Fleissner dis., che nella riproduzione in zinco fu trascurata. È qui colgo l'occasione per dichiarare che la stessa zincografia fu impiegata per illu- strare alcune note del Regaldi, che si conservano manoscritte nel Museo di Novara e furono dal Morandi pubblicate in Verbania, an. 1909, n. 10, pp. 14-16 dell’Estratto. Rieuardano La Riconciliazione di Intra e Pallanza nel novembre del 1847. GIUSEPPE REGALDI COMMEMORATO 297 quadro, forse ad acquerello, che gli fu fatto da quell’insigne acquerellista e paesista napoletano, Consalvo Carelli (1), al quale il Regaldi dedicò le terzine dell’Amalfi, che già si leggono nel- l'edizione testè nominata, e la Casa del Poeta dettata a Napoli nel giugno del 1847 (2). Ma il Regaldi conosceva già da prima il Carelli, del quale fa menzione in una nota (3) a Il Museo Santangelo che è del 1841. Ed è pur risaputo che, mentre il Carelli lo ritraeva co’ suoi colori, il Regaldi gl’improvvisò il seguente sonetto (4): Pingi, o Carelli, sulla docil tela Occhi cilestri, spaziosa fronte, Turgide labbra e quelle accese impronte Da cui s’agita l’alma e si rivela. Ma se del tuo pennello il genio anela Di mie voglie a scrutar l’arcana fonte, © Pingi sembianze alla mestizia pronte, Pingi un labbro che freme e si querela. Pingi crin biondo, libero e disciolto, Siccome il verso che dal cor mi parte, È schietto emerge dall’aperto volto. Pingi un vate dai caldi estri che suole Con ansia interrogar natura ed arte Per dar concetti all’Itale parole. Un bellissimo ritratto, del pari a mezzo busto, è quello che fu eseguito dalla litografia torinese Giordana e Salussolia, e, per essere stato messo innanzi, su cartoncino, al primo volume dei Canti e Prose edito da Sebastiano Franco nel 1861, è anche il più conosciuto, e fu, in questi ultimi tempi, riprodotto nel già ricordato numero della Gaazetta del Popolo della Domenica, nella Kivista Valsesiana (5), ed altresì, assai rimpicciolito, a pagina 256 dell’articolo più volte mentovato di Rosolino Gua- stalla nella Nuova Antologia. E non posso neppur passar sotto silenzio la grande e rassomigliante litografia fatta dalla Casa Ronchi di Milano, su disegno, se ho ben distinto il nome, di (1) Così va scritto, e non Garelli, come stamparono l’Orlando (Valen- tuomini ecc. cit., p. 71) e Giuseppina Gallo (Op. cit., p. 32). Per altro l’Orlando nel sonetto sotto riportato del Regaldi ha dato la vera grafia del nome. (2) Cfr. led. postuma cit., vol. II, p. 76 segg. e 89 segg. (3) Cfr. la stessa ed., vol. I, p. 147, n. 11. (4) Cfr. Orlando, p. 71 cit., donde lo traggo. Non può essere quindi “ quasi sconosciuto ,, come lo dice Giuseppina Gallo (p. cit.), che lo assegna all'anno 1840. Accetto questa data come verosimile, sebbene non mi sia riuscito di documentarla. (5) Anno IV, N. 45, novembre 1909, p. 323. È ristampato con un arti- colo commemorativo scritto dal dottore Pietro Strigini, insegnante nella R. Scuola tecnica di Varallo Sesia. 998 ETTORE STAMPINI — GIUSEPPE:REGALDI COMMEMORATO G..Zannoni. Vi si osserva l’immagine del poeta già un po calvo sopra la fronte, ma con la lunga, chioma argentina che gli scende, tuttora: abbondante, sulle spalle: barba e pizzo bianchissimi : la testa piena d’espressione e dritta sul busto (1). Non era divenuto! il Regaldi corpulento, calvo sino alla sommità del capo, curvo di spalle e colla testa-chinata verso il petto, come lo. vidi ne’ suoi ultimi anni ‘e come già era quando lesse in Torino il suo Polimetro, nella quale. occasione fu effigiato, in caricatura, nel Pasquino (2). Ed è appunto dell’ultimo periodo della sua vita la litografia con la firma G. Dalsani, che si conserva, come mi comunica il Morandi, a Novara nel Museo Civico, sul cui scalone è collocato un busto marmoreo del poeta, opera dello scultore Cassano, inaugurato il 14 marzo del 1887 con quel discorso di Carlo Negroni, che: fu poi preposto al libro delle Lezioni inedite del Regaldi, del sona ho varie volte fatto cenno nella Comme- morazione. | E qui faccio TO vigila! di non aver modo, per più d'una ragione, di presentare una meno incompleta iconografia regaldiana, e senza nemmeno. potere accennare alle molte foto- grafie che di lui conosco. » (1) Così: era ancora, quando in Torino, nell’ autunno .del 1873, egli. Cosimo Bertacchi ed io, per non. agevole scala;di legno entro l’impalcaturà non per anco rimossa, salimmo. sino ad un ponte sovrastante allo zoccolo del monumento a Camillo Cavour'— che s’inaugurò poche settimane dopò —, guidati dal Duprè, il quale colassù, all'altezza del gruppo principale, mò- sini da:.vicino i particolari della posa. dell’ Italia; sì lagnava con hoi delle acerbe ‘critiche di:coloro che non.avean voluto riconoscere com’essa, non già. fosse nell'atto. d' inginocchiarsi, ma avesse, per contro, la posizione di chi s'alza, nel momento in' cui lo spirito del Cavour piano in pisa verso il cielo. qa (2) Anno 1878, “15 setter) num. 37. darai tatta la pagina 991. T'ozzo, col grande testone bianco, ma con lo: sguardo: rivolto in alto, il Regaldi è rappresentato come 'se fosse seduto su:di un sandolino a fior d'acqua, nell'atto di adoperare un piccolo remo ‘a due pale; la cui asta porta scritto POLIMETRO. Gli fan corona, nuotanti oppure librate nell’aria, alcune ondine e ninfe, che l’accompagnano e gli sorridono. Sopra l’immagine del poeta è il titolo: Un nuovo Borrox; e in'basso si legge: “ Mentre il capitano Boyton percorre i fiumi ad uno ad uno, il poeta Regaldi, altrettanto idrofilo, dal Niagara al Nilo, dal Tigri alla Dora, dall’Eufrate al Tevere, li percorre tutti in una: sola volta col suo apparecchio polimetrico, tiran- dosi dietro tutte le ondine e le ninfe dei più o meno azzurri elementi.., Questa caricatura mi fu ricordata dall'egregio direttore: del Museo Civico di Novara, ove se ne conserva un esemplare. LUIGI PARETI — INTORNO ‘AL TTepì Yfîg DI APoLLODORO 299 "REA SESTO NERO. TN MLT Mat Pa è Rd TEN i a Rovila 1; PETE Mi Li 3 Co a dI: I De Intorno al: Tepì rig di Apollodoro. Nota di LUIGI PARETI. Strabone (1) in uno dei punti in cui combatte affermazioni di Apollodoro, discute se l’Asia tra Sinope ed Isso formi un triangolo come aveva affermato il grammatico ateniese èv Toîg Tepì veùv, o non piuttosto un quadrilatero, e finisce con questo periodetto: vOv dé re Tpioyilioug otTadiovi Grorermoviwv uerazù TÙYv Um aùtoò Nerouévwyv oTEvùv, Guagia TÒ NéYew TpPITWwVOEIdÈS TÒ TOIOÙTOV TETPATÀEUPov, OUdÈ Xwpoypagikov® ò dè kai yw- porpagiav ézédwxkev év kKwuilkù PuÉTpw Yîg Te- piodov émiypàyac. uéver è N aùtù) duadia kxùv eis TOUNd- XIOTOV. Katayàyn didotnud. TIg TÒv ioduòv, Ocov. eipnkadiv oi T\EToTOV wevoduevor TÒ fuou TOÙ TavTég, d0ov eipnxe kai ‘Apre- uidwpog, xiMiovc. kai mevtaxogioug otadioug x. t. A. Stefano Bizan- tino in 13 luoghi almeno (2) ricorda un'opera d’Apollodoro TTepì yfis, di cui cita sempre il solo secondo libro (3). Si è voluto trovare anche accenni del primo e del settimo libro, ma senza dubbio erroneamente. Infatti, ecco i due passi che risalirebbero al primo libro di quell’opera, e che entrambi sono presso Stefano Bizantino : | Avorda, molig AiBung, oùdetépwe, ws Ka\Niuayoc. ‘Ekataîoc | dé vficov oîde. TÒ éAvikòv AUoITdOor. oUTWw Yàp “AmtéXAwY Tuatar. | Taupoeis, mole KeXtikxn, MacocaliwTtùv èrooc. Oî Ttorîtar Taupoévtioi. ’AtoModwpog év TpwTW Fewrpagovuévwy CEIARIV; 225 DE PT: (2) Sui frammenti d’AroLLoporo 105 e 116 (secondo la numerazione del MiLer in F. H. Gr., I) vedi in seguito. (8) Ecco precisamente in che modo fa le. citazioni: ’Ato\6dwpog èv deutépw mepì Yig (f. 106, 117); ’Am. B' mepì Yiis. (fr. 108); ’At. év B' Tepì Yiig (fr. 120); “At. deutépw epi vg (fr. 115,.118); "Att. deutépa mepì yMg (fr. 109), ‘o Tepimynoer (fr. 114); “At. mepì yiig devtépw (fr. 113); “At. èv TA mepì yfig p' (fr. 111); "Att. Èèv TW mepì yiîg devtépw (fr. 110, 112, 119). 300 LUIGI PARETI pnoiv, STI tavpo@opog fiv fi vadg Î diakcopicaca TOÙg Tùàv mov xticavtac: oì AToppipevteg darò TOÙ OTONOU TÙV Dwkaéwyv Kai mpoceveyoévtes aùTtooI dirò TOÙ ETIONUOV TÒg veg TAV mOlv Wwopaoay (fr. 105). Nel primo caso sì è voluto correggere (1): oùtw Yàp "Arro)- \édwpog tpwTw (col che non si alluderebbe ancora in modo sicuro al TTepì yfig), ma senza nessuna base, neppure paleografica. Nel secondo passo già l’Heyne riconobbe che il titolo dell’opera poco s'accordava con quanto ci vien detto del TTepì ric nostro, e ben vide che il passo doveva parlare di Artemidoro, il cui nome egli sostituì all’ ’AroM6dwpog del testo. Il Niese (2) in seguito supplì: °AttoXX0(dwpog év TW Tepì rig B', Apteui)dwpog év a' l'ewrpagou- uévwyv, fondandosi sul fatto che il Pseudo Scimno, che secondo lui non faceva altro che trascrivere dal TTepì yfg di Apollodoro (v. oltre), ricorda la città di Taup6erg (v. 215). Se invece si os- serva come Apollodoro poteva benissimo parlarne a proposito della fondazione di Marsiglia nel primo libro delle Cronache, credo ci dovremmo limitare a restituire °AtoMé(dwpog kai “Ap- teui)dwpog..., il che paleograficamente par più probabile (3). Ma potrebbe forse non esser lontana dal vero la supposizione del- l’Heyne, che si tratti del solo Artemidoro. Quanto poi all’accenno al settimo libro non si basa che su quest'altro passo di Stefano Bizantino: Aitai, todig Aakwvikn. “Ato\\édwpog éBdéuw (f. 164) ‘che da tempo fu riconosciuto come appartenente con ogni pro- babilità all'opera TTepì vemv. Resta quindi assodato che del TTepì yîg. attribuito ad Apollodoro non abbiamo che citazioni del secondo libro. Il Pseudo Scimno nella prefazione al suo poemetto geogra- fico, dice d’aver seguito come modello, per la composizione della, sua opera, una cronografia comprendente 1040 anni di storia, (1) E. Tourxier, “ Rev. de phil. ,, IT, 175; vedi contro: Niuse, Die geo- graphische Schrift Apollodors in * Hermes ,, 1909, p. 105, n. 3. (2) Op. dit pi ‘108: ; (3) Il Pseupo Scrmno poi, se proprio sì vuole che citasse Taupderg perchè la trovava in ApoLLoporo, potrebbe aver attinto dalle Cronache che conosceva. Nulla però vieta che questo frammento 105 risalga al TTepì ye. INTORNO AL Tlepì yfjg DI APOLLODORO 501 dalla presa di Troia ai suoi giorni, scritta in versi giambici (1): il suo modello eran dunque i tre primi libri delle Cronache di Apollodoro, di cui egli descrive il contenuto. La prima cosa che cl par risultare da queste parole, e che infatti già da tempo fu affermata (2), si è che il Pseudo Scimno non doveva conoscere Il Tlepì yfis di Apollodoro, perchè altrimenti sarebbesi servito senza dubbio come modello di quest’ultima opera. Se non che furono rilevati alcuni passi del Pseudo Scimno che si accordano con frammenti del TTepì rîîg attribuito ad Apollodoro; non rima- nevano che due vie: o il Pseudo Scimno copiò dal TTepì vrfig, che quindi sarebbe senza dubbio d’Apollodoro, e naturalmente. anteriore alla periegesi del Pseudo Scimno (3); o fu da quest’ul- timo che attinse l’autore nel TTepì yfig, sia poi egli stato, come fu sostenuto variamente, o A pollodoro stesso (4); o un falsario (5) d'epoca posteriore. Prima di entrare a studiare le varie teorie, riprendiamo in esame i passi stessi, per così dire, incriminati. Incominciamo dal corrotto fr. 119 di Apollodoro: Stef. Biz. ‘YMeîg, EAvog ’IMupixév. “AroMédwpog èv TD TTepì ig deutépw* ‘Yrrèép dè ToÙg “YMoug Aifupvoì kai TiIveg “lotpor Nerbuevor Opdkeg. Kai tÒò @nAukòv “YMig. TTpé- keitar Xeppovnoog “YMikm udhota TTeXorovwvoou, We paot, mevtexaidera ToNerg éyouca Tauuerédeis oikovuévac. Il Meineke tentò la ricostruzione in versi giambici del frammento: Umep dé ToÙg “YXXoug Aupvoì kai TIveG "lotpor Nerduevor Opàakes..... (1) Versi 15-49. Cfr. anche versi 103-104. (2) Da questi presupposti partono ad es. il Diers, È Rh. Mus. ,, 31, p. 9; lo ScHwartz, in PauLy-Wissowa, R. Enc., II, 2862 e seg.; l'Unckr, “ Phil. ,, 41, p. 606. (3) Questa ad es. è la tesi del Nrixse, “ Hermes ,, 1909, p. 168. Già prima l’aveva sostenuta ad es. il Mernkke, Scymmni periegesis, p. 29. Il di- lemma fu stabilito ad es. dal MiLrer, H. Gr Fr., 1, p. DXXIX., (4) Questa tesi propose, ma senza volerla sostenere, il MtnLukr, G. Gr. Min., LXXIX, anzi la credette improbabile. (5) DreLs, “ Rh. Mus. ,, 31, p. 8 e seg.; Scawartz, in PavLv-WissowA, R.-Enc., I, 2862 e seg.; Jacosy, Apoll. Chr., p. 24 e seg.; 70. 302 ‘* LUIGI, PARETI see YXXig Tipokerta1 Xeppovnooc hMikn uebigieo: TGA AAA 9s, UG. QAO1 iii scalata MONTEKOIOGOI médee éyouca tauueyédeie olkovuévag. Ed ecco i passi del Pseudo Scimno: verso 391 ’Everùv éyovtai Opakeg *IoTpoi LL. (1). verso 405 éZfig dè uerdìn yeppovnoog YXikn | tpòg thv TTerotovvnodv ti éZioovuévyn mole d Év aùTtf) Paoi TÉVTE Koi déka: YM0ug Kkatorxeîv, Ovtag “E\nvag Yéver: «_: TÒv.‘HpaxXéoug Yap “YXov cixothdv Xafeîv, 410 èkBapBapwofivar di TOUTOUE TÙ xpovw ‘ toîg EBeoiv iotopodor toîg TÙY. TANCIOv, Us paoi Tiuaidg Te iraranione Io ho dei gravi dubbi. che i due passi non siano dipendenti l'uno dall'altro. L'unica cosa che hanno in comune è la ma- teria (2), non si può parlare sicuramente. di dipendenza nella (1) Sugli Istri vedi anche .v. 194 e seg. AroLLoporo e il Psevpo Scimxo chiamano gli Istri, Traci. Ciò riesce meno strano ove si osservi che que- st'ultimo dichiara esplicitamente al v. 380 e seg. che l'Adriatico è vicino al Ponto. Per lui poi (v. 773 e seg.) il fiume Istro con un'ramo sbocca nel Ponto, con un altro nell’Adriatico (cfr. v. 664 e seg.). Non era una teoria nuova. A quanto ci dice il Pseupo Sciuno (v. 870) egli segue per il mare Adriatico Tropompo, il quale se ne occupava nel libro XXI, come ci dimo- strano i frammenti pervenutici, tra i quali il fr. 140 ci mostra come egli eredesse che l’Istro. mandava un ramo all’Adriatico, e che tra questo mare e il Ponto v'era così poca distanza; che da un monte sì vedevano entrambi. (Le stesse cose vedi in ArrsroreLe, Mir ab., 111. Livro, XL, 21, che attinge a PoLisio [v. anche FLoro, II, 12] racconta come Filippo, padre di Perseo, credesse davvero a quella tradizione). — ‘T'utto questo si deve tener pre- sente per giudicare donde provenissero quelle notizie al Pseupo Sco. Che poi egli attingesse direttamente a Tropompo è un’altra questione; non lo si può escludere, ma poteva valersene anche per mezzo di ErarosteNE. (2) Si badi però che nel Psrupo Scimno ci sono-molti particolari i in più di quanti paiano esser stati in ApoLLoporo. Questi infatti dopo d’aver par- lato degli Illei, e accennato appena ai Liburni, passava agli Istri; quegli invece in .senso opposto parla degli Istri e del loro paese, di due. isole (le Apsirtidi), degli Ismeni e Mentori, dell’Eridano (dove parla dell’elettro), poi dei Pelagoni, e finalmente dei Liburni, e prima di venire agli Illei, accenna ancora ai Bulini. vaio I INTORNO AL ITepì Yffg DI APOLLODORO 303 forma, tanto più ove si badi che la ricostruzione ‘del Meineke dal passo corrotto di Stefano non è che ipotetica, e fu fatta partendo dai versi del Pseudo Scimno. Ed anche vi è qualche differenza : il Pseudo Scimno procede da nord a sud, l’autore del TTepì yfis in senso opposto, quegli cita le sue fonti, questi, a quanto pare dal testo di Stefano, dava solo: Wg paco. Se poi osservo che le fonti citate dal Pseudo Scimno sono Timeo ed Eratostene, ossia Timeo attraverso ad Eratostene, è chiaro che già In questi due autori dovevan esservi le stesse notizie; e poichè è noto che sì uno che l’altro, e specialmente il secondo, furono fonti di Apollodoro come dice Strabone (1), e, d’altra parte, il Pseudo Scimno enumera nella prefazione tra le fonti della periegesi come fonte principale Eratostene (v. 114), e tro- viamo dei versi di quello (785 sg.) corrispondenti ad un fram- mento di questo (Schol. Apoll. Eh., IV, 310), par chiaro che se ne può concludere collo Unger (2) che tanto Apollodoro quanto il Pseudo Scimno possono aver indipendentemente attinte le notizie di cui sopra dalla loro fonte comune: Eratostene (3). Così pure nel frammento 120 del ITepì yîs, parlando delle città del nord del Ponto e della palude Meotide, si usa la parola Kfimnog che ricorre anche nel Pseudo Scimno al verso 899 (4), mentre nelle altre fonti il nome di quella città suona Kfjtor. Per il resto non v'è nulla di comune: nè per l’ordine in cui viene nominata quella città relativamente alle altre, nè per le notizie che nel Pseudo Scimno sono assai più minute che in Apollodoro, che si limitava a dare i nomi: "Emerra è’ ‘Epuwvaoca kai Kfrtog, tpitov dé TÒ Ynoowy éevog. Ora noi sappiamo che per il Ponto il Pseudo Scimno seguiva Demetrio di Callatis (cfr. i versi 117, 719, 796,879) ed Eforo (842, 870, 880); non v'è difficoltà ad am- mettere che alle stesse fonti ricorresse Apollodoro per descrivere le stesse regioni. (1) Cfr. ad es. Strasone, I, 2, 3, p. 44; VII, 3, 6, p. 298, 299. (2) Uncer, “ Philol. ,, 41, 1882, p. 607. (3) Vedi indietro pei rapporti con Tropompo. È possibile che il Pskupo Scimxo conoscesse direttamente Eroro e Tropompo, e in questo caso li segua di prima mano valendosi anche di Erarosrene; ma poteva conoscerli en- trambi attraverso ad ErarostENE. (4) Vedi MiiuLer, G. Gr. Min., I, LXXIX. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. SI ‘904 | (LUIGI PARETI Un ultimo arl si stabilì tra il STATA 145 di depoll- un Stef. ra "Qpikég..... ‘Exataîtog Muéva xaleî "Hrreipou tÒv | *Qpikòv... °Ato)\6dwpog dè è davuaciwTaTog TOIV aAÙTiv 0106; I AR sa anna ‘ed il verso 441 del Pseudo Stio : ‘EMinvig ’Qpuég Te mapadiog mode * éE Mou Yàp éravarovteg EuUfoeîg KTIZOvOI, KOATEVEXBEVTEG ÙmÒ TW TVEVUATWY. sì Niese (1) nota come sia strano che solo Apollodoro e il Pseudo Scimno dicano città e non porto Orico: dunque il Pseudo Scimno anche qui dipenderebbe da Apollodoro; per il Jacoby invece, ‘ sarebbe stata la periegesi del Pseudo Saro fonte anche qui del falsario scrittore del TTepì rfig. Ma in realtà le cose posson porsi in ben ‘diverso aspetto. Di Orico, il Pseudo Scimno dice che fu fondato da Euboesi di ritorno da Troia, e la stessa tra- dizione è in Lucano III, (a I | Tune qui Dardaniam tenet. Oricon.. Plinio invece (N. H., I, 145, ‘cfr. anche 152) dice: “at in ora oppidum Oricum a Colchis conditum ,. Anche da Cesare (8. C., III, 11), risulta che veniva considerata ‘come città greca. Quindi è molto probabile che Apollodoro ne parlasse nel primo libro delle Cronache, e che ad esso e non al TTepì vfig si riferisca Ste- fano Bizantino. In tal caso, se proprio si vuole che il Pseudo Scimno abbia attinto ad Apollodoro, non avrei nulla da obbiet- tare. In conclusione non ritengo punto dimostrato che tra la ‘periegesi del Pseudo Scimno e i frammenti del TTepì yfis ci siano relazioni tali da dedurne una reciproca dipendenza (2). (1) “ Hermes ,, 1909, p. 164. (2) Inoltre non ammetto come dimostrato che ArorLoporo e [Scimno] considerino come città Orico contrariamente alle altre fonti, giacchè se anche questo ha voluto dire Srerano, è troppo chiaro che le fonti che parlan di colonizzazione greca colà intendon trattarsi di una città. Ecarkro stesso (fr. 75) dicendo: uetà dè BovApwTdc TONI, uerà dè "Qpixòs Munv, non viene punto ad escludere implicitamente che vi fosse anche una città di tal nome. INTORNO AL ITepì T‘g DI APOLLODORO 5305 Ed ora esaminiamo le varie teorie che si sostennero intorno al TTepì yfig. Il Miller (1) espose una volta i motivi per cui cre- deva che non si trattasse d’altro che dei libri delle. Cronache. In primo luogo perchè il Pseudo Scimno non conosce un’opera di A pollodoro: specificamente geografica, che pure sarebbe stata il suo modello migliore; pol perchè non ci vien citato che il secondo libro TTepì Yffis e si vede chiaramente che conteneva la: descrizione di tutta la terra allora conosciuta, essendovi fram- menti relativi all'India, alla Libia, alla Tracia, all'Italia ed all’Iberia, in modo da non comprendersi che mai contenesse il primo libro; infine, perchè dei frammenti citati la maggior parte si possono VEGTTT, alle spedizioni di Alessandro Magno, ed in genere possono comprendersi entro 1 fatti enumerati dal secondo libro delle Cronache, tra le guerre Mediche e la morte di Alessandro. Ma a tutto questo si può obbiettare: che bastava il fatto che quando. il Pseudo Scimno compose la sua periegesi nori fosse ancor composto il TTepì rig per intender com’egli non lo citi (2), che se dell’opera non viene citato che il secondo libro compren- dente la vera periegesi, par probabile che esistesse un primo libro di geografia generale, in cui l’autore aveva trattato quelle stesse questioni che trattò Strabone nei suoi due primi libri (3); e che se è vero che con un po’ di buona volontà si potrebbero far rientrare le notizie geografiche nei fatti tra il 480 e il 323 che venivan enumerati nel 2° delle Cronache, non bisogna far a fidanza con argomentazioni così elastiche (4). D'altra parte non bisogna dimenticare questi altri gravi fatti che ostacolano la teoria in questione. Strabone e Stefano Bizantino, vedemmo, par- lano esplicitamente di una periegesi di A pollodoro, e il contenuto ——— (1)00. ‘Mutter, HH. Gn Fr:, di po XLIV, (2) Vedi oltre. (8) Questa teoria era già stata sgstennta fa GurscumimD, e dn Dists, “ Rh. Mus. ,, 81, p. 10. Vedi ora Niesr, “ Hermes ,, 1909, p. 165 e seg. (4) Si intende infatti come in quel periodo venissero in campo fatti di tutto il mondo allora conosciuto, specialmente colle spedizioni di Ales- sandro; ciò spiega come vi sian frammenti sicuramente del 2° delle Cro- nache simili a quelli del TTepì Yfis. Ma vi son pure per il 1°, il 3° ed il 4° delle Cronache, e si intende facilmente che vi fossero ove si rilegga: quanto per il contenuto delle Cronache stesse disse il Psrupo Scrmxo nella prefa- zione al suo poemetto. 306 | LUIGI PARETI dei frammenti non ripugna punto ad un’opera periegetica, clò anzi in alcuni di essi ricorrono delle frasi come le seguenti, che paiono assai bene adatte ad una descrizione continua geografica: fr. 111 ...Evtòg dè TTupivns “IBnp T° éotìv uérag motauòe gpepouevog ÉvdoTEpw. fr. 119 cit., da cui risulta che prima parlava degli Illei, poi dei Liburni, poi degli Istri. fr. 120 ...Emeita è ‘Epuwvacca kai Kfftoc, tpitov dè TÒ Ynoowyv éavoc. fr. 121 ...Eterta d Lpitag te kai Fedpwotiouc uv Toùg Pv "Ivdovc, We ÈvoikodvTtag Tétpav... Non migliori di questa identificazione del TTepì yfig colle Cronache, sono alcune altre teorie presentate o presentabili cer- canti di connetter insieme le due opere. Vi fu infatti chi sup- pose, ad esempio, che Apollodoro avesse fatti due libri TTepì yfg come prefazione delle Cronache (1). Ma quest’ipotesi, abbastanza improbabile di per sè stessa, è gravemente ostacolata dal Pseudo Scimno, che dove descrive le Cronache di Apollodoro non dà il minimo cenno che possa favorirla: egli non conosce evidente- mente che 1 primi tre libri delle Cronache, senza alcuna prefa- zione periegetica. Poi non si intenderebbe perchè si trovino ci- tati sempre come del primo libro dell’opera di Apollodoro, quelli che in realtà verrebbero ad esser del terzo e così via. Si propose anche l’ipotesi, poco plausibile a primo aspetto, che il TTepì yfig non sia che la prefazione del secondo libro delle Cronache (2), ma anche questa teoria è insostenibile, come pure che si tratti di un’appendice di quel libro. Lascio anche qui di notare come dal Pseudo Scimno dovremmo in tal caso averne una conferma, e come bisognerebbe ammettere che l’opera si fesse già staccata dalle Cronache prima dei tempi di Strabone: basti invece notare come sia impossibile ammettere che in un sol libro fosse contenuta tutta la cronologia tra il 480 ed il 323 insieme colla periegesi ; e come citazioni, ad esempio la seguente, (1) C. Micter, Fr. H. Gr., V, p. L. (2) Vedi le obbiezioni mosse a simili teorie dal Diets, “ Rh. Mus. ;, 3, p. 10. INTORNO AL ITepì Yîg DI APOLLODORO 307 di Stefano di Bisanzio: ’AroMé6dwpog év TO mepì Yfîig B' (fr. 111), non possan lasciar dubbio alcuno che la periegesi, nonchè occu- pare una parte sola di un libro delle Cronache, occupava da sola almeno due libri (1). : Di fronte alle difficoltà che presenta la nostra questione si intende come ben presto si sia battuta un’altra via da quella che presuppone il TTepì yfig come opera di Apollodoro (2). E così il vecchio Gale, fondandosi sul. fr. 116 Stef. Biz.: ’Opfitat, éAvog ’Ivdikòv, we "AtoMédwpog deuTEpw Tepì ANezavdpetag, sostenne che l’autore del ifepì yfig era Apollonio d’Afrodisia. Bastava contro quest’ipotesi addurre quel che già lo Heyne addusse, ossia il passo di Strabone che riferimmo in principio (3). Ma v’era un’altra via per sottrarre ad Apollodoro l’operetta : dichiarandola opera di un falsario. E su questo punto parecchi furono d’accordo, non sull’epoca in cui avrebbe scritto il fal- (1) Non è da tener nessun conto per la nostra questione di un passo di Tzerze, St., 100, v. 805, il quale a proposito delle relazioni tra Ercole e Lico, il quale avrebbe dato da quello il nome ad Eraclea, dice: 6 "AtoMbdwpog pnow Taùtnv TÙiv iotopiav TH Tmepìi viowyv, TO\ewv xai ènuwv dé BiBXiw ZTépavog è BuZavTtiog 0Ù Ypdper mepì tavtng, tepì dé ‘HpakXeiag dé Ypdoper TÙÒg év TU TTovtw, perchè è troppo chiaro che il secondo verso non si riferisce ad ApoLLoporo, ma bensì a Srerano. Vedi F. H. Gr., I, p. XLIV. (2) Fu anche proposta l’ipotesi (MiLLer, H. Gr. Fr., I, p. XLIV) che non si tratti che di un’opera non d’ApoLLoporo, ma composta con excerpta dalle Cronache di AroLLoporo. Ciò si combinerebbe con l’inciso del fr. 45; sul quale però vedi in seguito. Srerano citerebbe ora le cronache, ora il sunteggiatore. Ma sorgon subito le obbiezioni, ad es. che già SrrABONE citò il TTepì Yfig come opera di AproLLoporo, e che non si intenderebbe affatto che cosa contenesse il 1° libro di quel TTepì yîg, dato che nel secondo trattava delle regioni Europee, Asiatiche ed Africane. Poi non si vedrebbe troppo bene come mai in tanti luoghi Srerano attribuisca senz'altro il Tlepì vYîg ad ApoLLoporo. (3) Inoltre è vero che il fr. 116 può far parte del TTepì yîc, ma è pur vero che si può sostenere, e fu sostenuto, che provenga dal terzo delle Cronache. 308 UgOd0I, LUIGI PARETI sario, che secondo alcuni (1) sarebbe tra la composizione della periegesi del Pseudo Scimno e della geografia di Strabone; se- condo altri tra la composizione di quest’ultima ‘e il tempo di Stefano Bizantino (2). La diversità d’opinione proviene ‘ancora da quel passo di Strabone, da cui risulterebbe, secondo gli uni, che già quel geografo non aveva riconosciuto che il TTepì yfig era una falsificazione ; il Jacoby invece tentò di dimostrare che in Strabone l’inciso: è dè kai ywporpagiav ézéduxev Èv xwuikù METpW, YÎg Tepiodov eTIYPAWaG, è un'interpolazione dovuta ad un lettore che conosceva l’opera falsificata, e fu provocata dall’oùdè xwporpa@ixév (3). Qui mi associo col Niese (4) per respingere questo modo un po’ violento per scioglier la questione: l’inciso è pienamente a posto nel brano di Strabone, anzi viene ad aggiun- gere una nota ironica giusta in quel passo tutto rivolto a com- battere Apollodoro. Si può, è vero, ribattere che Strabone non si vale mai del Ttepì ris (5), ma, se anche lo si ammette (6), è facile trovarne la spiegazione : in primo luogo egli non era troppo ammiratore di Apollodoro come autore geografico, come. prova e il passo in questione (in cui dà implicitamente il suo giudizio sul TTepì yfjg) e parecchi altri (7); inoltre l’opera di A pol- lodoro non era che breve e di carattere popolare: Strabone si valeva invece delle opere storiche e geografiche più grandi e per così dire scientifiche (8). I Resta adunque l’altra teoria secondo cui il Tlepì vyfic sarebbb stato falsificato prima di Strabone. Ed allora vediamo se ci sono davvero argomenti solidi per sostenere che si tratti di una (1) Drers, “ Rh. Mus. ,, 31, 9; Scuwarrz, in Paury-Wissowa, PR. Ene., ‘I, 2862, 60. (2) Jacosr, Apollodors Chronik, in © Philol. Unters. ,, 16, p. 24, n. 28. (3) Ip., Ibid., p. 295, n. (4) Niese, “ Hermes ,, 1909, p. 162. (5) Nixse, “ Rh. Mus. ,; 82, 267, 1; JacoBr, op. cit., p. 24, n. 28. (6) Può esser dubbio infatti se non risalgano proprio al Tlepì vg i frammenti 123=161; 165; 168. Se ciò fosse, sarebbé naturalmente tanto meno possibile considerar interpolato l’inciso di cui sopra. Leni (7) Vedili raccolti tra i frammenti di AproLLoporo, specialmente del TTepì vewv. (8) Nirse, © aa 5; 1909, p. 100. INTORNO AL TTepì Yfjg DI APOLLODORO 309. falsificazione. L'unico ‘argomento apparentemente valido (1) che si può portare è questo: il Pseudo Scimno non conosce quel- l’opera, in cui d'altra parte ricorrono luoghi che si posson con-. frontare coi versi del periegeta. Non restan che due vie: 0° Apollodoro scrisse dopo la periegesi del Pseudo Scimno, e valen-' ‘dosene ; o questo fu fatto da un falsario; ma poichè il Pseudo. Scimno scrisse quando Apollodoro probabilmente era già morto, . non resta, sempre secondo tale teoria, che la seconda. ipotesi.‘ ‘Ora tutto questo, oltre a farci ammettere che già Strabone. si lasciasse ingannare, è basato su due presupposti ch'io ritengo indimostrati: il primo, intorno al quale discussi più sopra, che tra la periegesi attribuita a Scimno ed il TTepì vyfig ci sian somi- glianze tali da obbligare a ritener l’una delle due opere dipen-. dente dall’altra ; il secondo, di cui mi occupai in un saggio a. parte, ossia che il Pseudo Scimno abbia scritto il suo poemetto . intorno al 90 av. Cr.: 10 spero d’aver dimostrato ch'egli invece . scrisse prima della pubblicazione del quarto libro delle Cronache. di Apollodoro negli anni tra 11130 e il 110 e forse pal Regena: mente tra il 121 e il 114 av. Or. a alti | De Si è GUiGL anche un mita del fr. 45 di. IS] iù Biz.: Aùun, Toélig ’Axatac... Kai Auun 1 xWwpa maia èkaleîto, i de mode Zrpatéc. “Yotepov dé kai i mois kai 1 xwpa Auùun éxinonoav. Néyetar kai: Ting@uv- | Tikùc, uo "Aro\\6dwpoc: ToùTwy drméxovoa oTAdiove ‘px', EOXATN KeÎTaL TPpÒc duo Avpuar. ‘O Toritng Avpaîog.. “ATo\\X6dwpog i è Ta TOUTOU èmite-. uvbpuevog*:Tnv dé xwpav Éxouoi Avuaîor.. Kai Ato 6dwpog Èv Xpovikwy a” TTéAeuoc évéomn Toîg te Avyaiors. Ma è difficile ammettere che coll’in- ciso della seconda citazione si debba intendere che Srerano sapeva o sup- poneva che il TTepì Yîg non fosse di AroLLoporo; nè d’altra parte alcuno ‘ vorrà ripetere le supposizioni del Miter, Fr. H. Gr... 1, p. XLIII, secondo. cui si alluderebbe ad un sunto delle Cronache, ponendolo in relazione col © v. 82 del Pseupo Sciuno. Per lo stesso MiLer le due prime citazioni di. ApoLLoporo nel frammento sarebbero del TTepì yîg. Invece per il Jacosy e | il Wiramowrrz nel primo accenno si deve leggere, invece di "Ato 6dw pos, °Apteuidwpog; ed il secondo passo sarebbe tolto dal TTepì ve®v di ApoLto- Doro, come proverebbe la mancanza di traccie di versi. Per la seconda citazione io m’accordo con essi, e credo col Nirse, * Rh. Mus. ,, 32, 276, n. 2, che il famoso inciso alluda ad Eparroprro, compendiatore del TTepì vewv. Quanto alla prima citazione ritengo che per la materia possa bene esser stata del TTepì yfig. Certo è che le tre citazioni di ApoLLoporo sono fatte in modo diverso: la prima ti cita 'ApoLcoporo, la seconda AroLr. 0 il suo compendiatore, la terza Apotrt. nelle Cronache: ciò si intenderebbe bene riferendole a tre opere diverse. 310 LUIGI PARETI. Ciò posto mi è facile dire in breve in che cosa io dissenta dal recente studio del Niese sul nostro problema (1). Egli ac- cettando la cronologia comune per la periegesi del Pseudo Scimno deve implicitamente credere che questi scrisse dopo di Apollo- doro, e le somiglianze tra le due opere gli fanno concludere che il Pseudo Scimno si valse del TTepì yfig senza darsi la pena di parlarne. Per me invece può benissimo Apollodoro aver scritta la sua opera TTepì yfis nei tempi stessi in cui componeva il quarto libro delle Cronache, contemporaneamente, o, più proba- bilmente, dopo la composizione della periegesi del Pseudo Scimno. Ma un altro dei punti che il Niese considera come dimo- strati è che il Pseudo Scimno dipenda dal TTepì yfig di A pollo- doro. Abbiamo già esaminato prima i passi di [Scimno] che si pongono in relazione coi frammenti 119, 120 e 145 di A pollo- doro, e ne abbiam concluso che non è punto sicura la dipen- denza degli uni dagli altri. Per chi poi volesse ad ogni costo vedere una dipendenza tra il fr. 119 e i versi del periegeta, non crederei impossibile ammettere, pur ritenendo ciò un'ipotesi inu- tile e tutt'altro che sicura, che Apollodoro siasi valso del Pseudo Scimno, non già per la forma che non è punto identica, ma per la sostanza. Ma senza dubbio più probabile è che entrambi di- pendan dalle stesse fonti. Ma per il Niese anche altri fatti concorrono a provare che il Pseudo Scimno copiava dal TTepì yfic. Nella periegesi attri- buita a Scimno infatti non si trovano delle notizie che invece sono conservate nei frammenti del TTepì Yfig: le notizie sull’Ebro (fr. 111) (2), sulla città di Laos (fr. 112), su quella di Terme in Tracia (fr. 134) (3) e di Mende (fr. 136); sul Tevere (fr. 141) (sul qual punto però poco si può dire, dato lo stato del testo relativo della periegesi). Ora tutto questo se può provare col Niese che 1l Pseudo Scimno non fu fonte del Tlepì Yfîg, non (1) Nixse; Die geographische Schrift Apollodors, “ Hermes ,, 1909, p. 161-169. — Già lo Hrywe aveva creduto che Apollodoro avesse scritto un’opera periegetica a parte. (2) Si aggiunga sui Pirenei. Per questa mancanza nel Pseupo Scimno : Niese, op. cit., p. 165, n. 2. 3) [Scrmno] però (v. 626) parla di Tessalonica. Vedi oltre. INTORNO AL ITepì Yfîg DI APOLLODORO S1Ì1 basta a provare l’opposto (1), che cioè il TTepì rig fu fonte del Pseudo Scimno. Seguendo infatti lo stesso metodo, si possono trovare varie notizie in |Scimno| che dovevan mancare nel Tlepì yfis attribuito ad Apollodoro, insieme con molte diver- genze: dal che si può con pari diritto concludere che il TTepì vyfig non fu fonte del Pseudo Scimno. Questi ai versi 69 e sg. dice: Touùrwv è’ 600. uèv eUonuda T' EOTÌ Kai Cagf ÈTÌ Ke@adaiou Cuvteuwy EKkONoopar, 600 d' Éotiv aùtùv cÙ cdamuc èrvwopéva, 6 xatà uépoc TAÙT’ èFakxpiBwoer Néroc... e che proprio così sia io non vorrei sostenere, ma è certo che su di alcune regioni si dilunga assai più che sulle altre, ad esempio sul Ponto, e talora si estende in veri excursus, come su Sibari (v. 387 sg.) e Samotrace (v. 679 sg.). Ora io non so se Apollodoro abbia composta la sua periegesi in un modo altret- tanto inarmonico : quel che par certo è che, ad es., sulle regioni del Nord del Ponto si diffondeva meno del Pseudo Scimno, al- meno da quanto si può giudicare confrontando i versi 886-899 di quest’ultimo col frammento 120 del TTepì fig. E così nel fram- mento 119 d’Apollodoro si vede che questi, dopo d’aver accen- nato agli Illei, aggiungeva: ‘Yrèp dè toùg “YMoug AiBupvoì xat tivec “Iotpor \eyouevot Opàkec, dei quali due popoli quindi faceva un cenno assai breve: si vedano invece 1 particolari che dà 1l (1) Anzi tutto questo potrebbe spiegarsi bene, ammettendo che il TTepì TÎs non fu fonte del Pseupo Sermno. Se poi si tien conto anche dei fram- menti di ApoLLoporo che, pur non essendo citati come parte del TTepì YMc, sono probabilmente tolti da quell’opera, aumenta assai la lista dei par- ticolari che dovevan esser in ApoLLoporo e che mancan nella periegesi del Pskupo Scimno. E così questi tace, tranne per uno di essi (v. 619), dei vari monti chiamati Olimpo (cfr. fr. 35); delle due Anticire nella Focide e in quel dei Maliensi (fr. 129); del fiume Ilisso (fr. 44); di Pefno sulle coste della Laconia (fr. 139); di Amfigeneia e della Macistia (fr. 128); e su Sosicrate come fonte di cose Cretesi (fr. 169); su Dime di Acaia (fr. 45, vedi indietro); su Ocalea (fr. 144); su Bessa dei Locresi (fr. 181); su tutti i particolari sull’Etolia che sono nel fr. 168 di ApotvLoporo; sull’etimologia delle Echinadi (fr. 133); sulla Sicaria ed il fiume Sicano (fr. 140); su Adrano (fr. 124); sugli Allobrogi (fr. 127), etc. 312 13 10S/LUIGIS PARETI! Pseudo Scimno ai versi 301-404 (1). E vi sono tra le due opere differenze ben più gravi; il TTepì yfig di Apollodoro in un primo libro doveva, come dicemmo, quasi certamente occuparsi di quelle cose stesse che Eratostene trattava nei due primi libri. della sua opera geografica, cioè della storia della geografia (cfr. 111° libro di Eratostene), e di quegli stessi problemi di geo- grafia fisica e generale che ritroviamo nei due primi libri di Strabone (cfr. il 2° libro di Eratostene) (2). Nel Pseudo Scimno non abbiam nulla della seconda parte e per la prima è vero che si disse ch’egli tolse di sana pianta le notizie che dà sui suoi autori ai versi 109 sgg. dal TTepì 1g; ma è pur vero che non è ancor stato dimostrato ch'egli quegli autori, che poi continua- mente ritorna a citare e non a sproposito nel corso della perie- gesi, non li conoscesse che attraverso ad un’unica fonte: ed inoltre in quei versi è chiaro ch’egli nè copia una storia della geografia, nè intende di scriverla in breve, ma si limita a dare al lettore la lista delle sue fonti: “Hòon d èn àpyMv elur Tg CUVTAZEWG TOÙC CUTTYPapeîe éKkdéuevoc, oic di Xpwuevos TÒv idTOpiKòv €ig Tiotiv Avartéumtw \brYov, e segue tanto le sue fonti, che ne nasce spesso che la sua pe- riegesi rispecchi, non i tempi dell’autore, ma quelli del suo fonte: nel quale errore dubito assai che incorresse anche un uomo così colto com'era Apollodoro (3). Ma su queste e simili questioni dovrò tornare occupandomi altrove di proposito delle fonti della periegesi del Pseudo Scimno. — Noto ancora alcune divergenze tra quest’ultimo ed Apollodoro, che anch'esse militano contro la ‘ (1) Vedi indietro dove confrontammo i due autori. — Così pure dal frammento 120 di ApoLLoporo si vede come questi accennasse appena ad Ermonassa, poi a Cepi, poi agli Psessi. Il Pseupo Scruxo invece tra Ermo- nassa e Cepi parla di Fanagoria, Sindico e della penisola che le contiene, e di Cimmeris, dando su ognuna di esse alcune notizie. Quel che dicesse dopo Cepi, e se parlasse degli Psessi, ignoriamo, perchè v'è una lacuna tra i due frammenti 886:899 e 899 seg. QU (2) Vedi Curist, Gr. Litt?, II, 1, p. 195; KwnaAcK in Pavnr-WiIssowa, R. Enc., VI, 366 e seg., e le opere ivi citate. (3) Vedi contra: Nirse, “ Hermes ,, 1909, p. 166. INTORNO AL TTepì YÎîg DI APOLLODORO 313 teoria del Niese. Nei versi 731 sg. della periegesi è detto che Apollonia fu fondata dai Milesì cinquant'anni prima del regno di Ciro, dunque nel 610 circa av. Cr. Eliano (V. H., III, 17) dice: "AvaZiuavdpog dé NMoato Tfg eis “AtoMwviayv ék MANTO dttorKiag. Ma da Laerzio Diogene (II, 2, cfr. Apollodoro, fr. 79) risulta che Apollodoro dava ad Anassimandro 64 anni nell’0). 42, 3: dunque lo considerava nato nel 610 av. Cr. Esistevano dunque due tradizioni diverse. — Vediamo un altro caso. Il Pseudo Scimno; parlando dell'Asia Minore, dice ch'è abitata (v. 931-940) da quin- dici popoli di cui tre Greci (Eoli, Ioni, Dori) e. gli altri barbari o misti. Ora questi altri dodici popoli egli enumera in tal modo: Cilici, Lici, Cari, Mariandini, Paflagoni e Pamfili lungo il mare; Calibi, Cappadoci, Pisidi, Lidi, Mili e. Frigi nell’interno. Ora da un passo di Strabone (XIV, pag. 677) veniamo a conoscere che l'opinione di Apollodoro era diversa. Questi nel TTepì vewmv aveva accolta la enumerazione di Eforo (cfr. fr. 80 di Eforo, 178 di Apoll.), secondo cui l'Asia Minore era abitata da 16 popolazioni : Cilici, Pamfili, Lici, Bitini, Paflagoni, Mariandini, Troi, Cari al mare; Pisidi, Misi, Calibi, Frigi, Mili nell’interno: Apollodorò poi aggiungeva un altro popolo, quello dei Galati, posteriore ad Eforo. Dunque non solo Apollodoro poneva nell'Asia Minore di- ciassette popoli invece di quindici, ma invece di darne sei ma- rittimi come lo Pseudo Scimno, ne dava. otto, aggiungendo i Bitini ed i Troi, e per le popolazioni dell’interno scendeva a cinque da sei, perchè, pur aggiungendo i Mili, non teneva conto dei Cappadoci e dei Lidi. IAT ot i . Apollodoro nel libro terzo delle Cronache, a quanto dice Stefano Bizantino, dava il nome di una colonia dei Locresi in Italia sotto la forma Méoua (St. Biz. Meéoua: mélig ’ItaMias. "Amo 6dwpog év Tpitw (1) Xpowikèv, fr. 92 Jacoby). La stessa forma troviamo nell’Etimol. Magn. (Méopua, mtolig KmtiodETca Ut Aokpwyv, duwvuvuog Ttù morauò) e nel Pseudo Scilace, giacchè il (1) Par necessario corregger il in A. Si veda Jacosy, al fr. 92. La notizia relativa alla parte presa dai Medmei nel 396 al ripopolamento di Messina (Drop., XIV, 78) cadrebbe nell’ambito del II libro. Di Medma nel terzo libro però potrebbe intendersi riferendolo a qualche fatto. con- temporaneo alla presa delle isole Lipari da parte dei Romani, ma non sappiam nulla. I 514 LUIGI PARETI Méoa del codice risale evidentemente a Meéoua. Ma tutta una serie di altre fonti ci dà invece per quella città il nome Meòdun, come Ecateo (fr. 41, presso St. Biz.), e Teognosto (Kavòves, in Anecd. Oxon,, II, pag. 112, 4): Medun. Nei codici di Strabone ricorre così Médua come Médaya, e la prima forma si trova pure in Plinio (III, 10) e in Mela (II, 4, 9). In Diodoro poi ricorre per corruzione ner i cittadini di quella città il nome di Mediuvaiovg (XIV, 78, 5). Dunque si hanno due correnti: la prima, cui si unisce Apollodoro, dà Méoua; la seconda, cui evidentemente si unisce il Pseudo Scimno quando al verso 308 dice: ‘Immuviov xaì' Médvav (cod.) Wkicav Aokpoi dava invece la forma Médua. E che non si possa parlar di cor- ruzione (1) nè da una parte nè dall’altra stanno a provare le monete di quella città, su cui ricorrono così le leggende MEAMA, MEAMAISN, come quelle MEZMA, MEZMAI, MEZMAIQN (2). Dunque anche qui è chiaro che il Pseudo Scimno si valeva di altre opere oltre quelle di Apollodoro, e col resto sta contro le tesi di chi lo fa un plagiario di Apollodoro, anzi del TTepì vfig. Il Pseudo Scimno ai versi 748 e sg. parla della città di Odesso; se vediamo quanto dice Stefano:di Bisanzio: Oòdnooòg TONE év TW TTovtw, mpg TO Za\uudnood. AtoMédwpog (fr. 137, probabilm. del TTepì yfîig) d° dpog péra Tùv ’Odnooov pnow, par probabile che Apollodoro non parlasse di Odesso come città. Un altro frammento di Apollodoro (125) dice presso Stefano Bizan- tino: Aîvog, tolig Opdxng... tatnv “Ato M6dwpdg gnow wvoudodar TTo\tuvofpiav, invece il Pseudo Scimno dice semplicemente (v. 696) che dopo Maronea v'è la città di Aîvog, abitata da coloni di Mitilene. Subito prima (v. 679 sgg.) il Pseudo Scimno ha fatto una digressione su Samotrace, indicandone i successivi abitatori: prima v'eran dei Troiani, ma dopo il delitto e la morte di Gia- sone, Dardano andò a fondar Dardania ai piedi dell’Ida, 690. toùg dé Zauo@pàkag, Tpwag Ovtag TÙÒ Yéver, amò TOÙ TOmOU dé Opdkag émixadouvpévouc, dl eUcéferav éykatapueîvoar TÒ TOTW. (1) Vedi Niese, © Hermes ,, 1909, p. 165, n. 2. (2) Vedi ad es.: Samson, Recherches sur les monnaies de la presqu'ile italique, Naples 1870, p. 340. INTORNO AL ÎTepì Yfîg DI APOLLODORO 315 "Ev Gitodeia TOV Zauiwv d’ aùTtoîg mote ÉTAPKECAVTWYV, TNviKadT° ék Tfig Zduov ETMIDEZAUEVOI Tivag GUVOIKOUG EOYOCav. Ora la cosa non vien raccontata in questo modo da altri. Alcuni dicevano che Samotrace ebbe questo nome da esuli Samî, sia cacciati dagli Efesii, sia dai tiranni. Così Eraclide Lembos (Polit. 21= H. Gr. F., II, p. 218), Pausania (VII, 4, 3), Antifonte (presso Suida Zauo0pdxn). Secondo altri l'isola prima st chiamava Samo, e poi da coloni Traci prese il nome di Sa- motrace. Per noi quel che più conta è che da un frammento di Apollodoro, non è chiaro se del TTepì yîg o delle Cronache, si vede ch'egli non condivideva affatto l’opinione del Pseudo Scimno: Schol. Il, N, 12 (= fr.180): Zduior oi év Iwvia uetà diaxooiootàv kai Evvatov éToe TÙv Tpwikòv xpnouòv éiaBov mapà Toi TTugiou eig T)v év Tpwdadi Opdxknv peronfoar dp’ ov i ZauoBpdkn Tpoo- nropevon. ‘H iotopia mapà ’AroModwpw. In un altro frammento del TTepì yfig di Apollodoro (fr. 114) è detto: Nootog, mélig Opdaxns. Fpa@etar xa Neotoc. “AtoMé- dwpos deurépa TTepinynoei (sic). — Arcadio (pag. 91, 8 Schmidt) dice: tò dè Néotoc (TOMI) Kai k6oTog Kai vootog (Bapuveroi). Il Pseudo Scimno invece al verso 672 sg. ha: Tavtng d’ Emitade TmoTaUÒG ÉOTI Keluevoc Neotòs (codice) Nerduevoc... Per la città di Tessalonica cui il Pseudo Scimno accenna con tal nome al verso 626, pare che Apollodoro (fr. 134) pro- babilmente nel TTepì yfig usasse l’antico nome di Oépun. Ai versi 546 sg. il Pseudo Scimno, seguendo Eforo, che cita, dice che Creta prendeva il nome àmò Kpntog TIvog, TOÙ di) revouévou Baoréws aùutéygovog; ed Apollodoro, a quanto pare, non la pensava così sull'origine del nome dell’isola, giacchè l’Etimologic. Magn., ad es., ci dice (Apollodoro, fr. 219): Kpfteg... ò "AroMbédwpoc mapà TÒ eEÙ KeKpaogar TÒVv Tepìi TùV vijooy dépa. Ad un’altra non piccola differenza tra le due periegesi (per lasciarne parecchie altre, su cui è inutile insistere), ho già al- luso prima: dal framm. 111 dove Apollodoro parla del Pirene prima dell'Ebro, dal 118 in cui gli Illei precedono i Liburni, e questi gli Istri, dal 120 dove ad Ermonassa segue Cepo e gli 316 LUIGI PARETI . Psessi, si vede ch'egli procedeva in ordine precisamente opposto per tutta la. sua descrizione, a quello seguìto dal Pseudo Scimno. Tutto questo che son venuto notando: la differenza di me- todo tra le due periegesi, le notizie maggiori di Apollodoro su di alcuni punti, e del Pseudo Scimno su di altri, le divergenze di opinione tra i due autori, mi pare ci offra prova sufficiente che non solo il TTepì rig, ma neppur le ‘opere di Apollodoro nel loro insieme, furono uniche fonti del Pseudo Scimno. Che se poi ricordo come le cause per cui si sostenne che quest’ultimo conobbe il TTepì yîîg siano deboli (come m'illudo d’aver pro- vato), e d’altra parte trovo che da quanto ci dice il Pseudo Scimno stesso risulterebbe ch'egli tale opera non conobbe, io non indugio ad accoglier questo come vero (1). Il Pseudo Scimno poteva derivare l’idea del metro dalle Cronache, e così dice d’aver fatto; egli cita le sue fonti e co- scienziosamente le copia, ricitando spesso nella sua periegesi a quale autore si attiene. Egli dice è vero (v. 128 sgg.) che dei paesi di cui parla ha conoscenza personale, e sono dis a prendere la sua affermazione cum grano salis come vuole il Niese (2): fin qui non si tratterebbe che di una esagerazione, assai comune, specialmente su questo tema, negli scrittori antichi (3). Ma non è ancor provato ch’egli facesse quel: che di lui recen- temente si disse, ossia che tacesse dell’opera di Apollodoro TTepì yfis da cui dipenderebbe servilmente: si potrà dimostrare ch'egli, bene o male, di prima o di seconda mano attinga agli scrit- tori che cita, ma che attinga tutto al TTepì yfig, tacendone, siamo ben lontani aal poterlo affermare. E basti per ora questo su di lui. Ed ora concludiamo intorno al TTepì rYfig. Innanzi tutto ri- tengo come assodato ch’esso fu opera di Apollodoro, in secondo (1) [Quando il presente lavoro era già composto, e corretto, il 9 marzo 1910 lessi appena giunto lo scritto di ULrica Hoxrer, Apollodoros Titepì Yg®, “Rhein. Mus. , LXV (1910), pag. 121 sgg.; col quale vedo che sono d’ac- cordo nel negare l’uso da‘parte del Pseubo Scimmo del Ttepì Yîig; mentre non m’accordo con lui nelle conclusioni, che negano esser il TTepì YÎîg opera di ApoLLoporo. Credo d'aver nel corso del lavoro dimostrato, prima. di co- noscere il saggio dello HoerER, come la teoria ch'egli accoglie. sla infondata.] (2) “ Hermes ,, 1909, p. 167 e seg. (8) Insegnino qualcosa tutte le discussioni che si fecero e si faranno ancora sul viaggi, ad es., di Erodoto. | INTORNO AL ITepì vYfig DI APOLLODORO 917 luogo ch’esso fu scritto contemporaneamente (133-110 d.C.) o poco dopo la periegesi del Pseudo Scimno (quest’ultimo caso resterebbe l’unico possibile ove si ammettesse ch'egli conoscesse già quest’ultima opera, ma è cosa tutt’ altro che sicura). Per il contenuto credo anch'io, come già dissi, che fosse di due libri, il primo di geografia generale e di storia della geo- grafia, il secondo contenente. la periegesi veramente detta. Del primo libro ci mancano frammenti, tranne che si voglian con- siderar tali alcuni che parlano genericamente delle regioni, come il 158 per l’Attica, il 109 per Creta, e forse anche l’inciso del 122 per la forma dell'Asia Minore. Ma tutto questo è malsicuro. Egli doveva, io credo, seguire in massima i due primi libri della geografia di Eratostene, ma ci mancan i termini di confronto. Del secondo libro possiamo farci un’idea più adeguata: pro- cedeva in ordine inverso alla periegesi del. Pseudo Scimno, e descriveva tutto il mondo allora conosciuto, così l'Asia, come l'Europa e l’Africa. Non si erra probabilmente ricostruendo in tal modo il suo giro : l'India, la: Persia, la Fenicia, l'Asia Mi- nore, le coste del Ponto, la Tracia, la Grecia e le isole, l’Illi- rico, l’Italia, i paesi Celtici, l’Iberia, il nord dell’Africa. Chi volesse poi farsi un concetto frammentario sempre, ma più spe- cificato, dovrebbe riordinare seguendo quest'ordine geografico i frammenti sicuramente del TTepì fc, e quelli che con probabi- lità si possono assegnare a quell’opera: per supplire alle lacune in certo modo possono concorrere gli accenni geografici che ri- corrono in frammenti sicuramente di altre opere di Apollodoro ; ne nascerà naturalmente più di una volta che si supporrà che Apollodoro abbia nella sua periegesi accennato a luoghi cui in realtà non accennò e viceversa, ma molte volte si coglierà nel segno. Fino a prova contraria però resterà come probabile che gli elementi onomastici del TTepì Yîîg si accordassero con quelli delle altre opere, come pure gli accenni storici e leggendari. Ho quindi creduto bene di aggiungere uno specchietto secondo l'ordine geografico che credo seguisse nel TTepì Yfig col richiamo ai frammenti del TTepì îîs, sia sicuri, sia supposti, ed a quelli delle altre. opere (1). (1) Segno semplicemente con un numero 1 frammenti. I numeri senza asterisco o parentesi corrispondono ai frammenti datici dalle fonti come 318 LUIGI PARETI India, Persia etc. #116. 'OpRita1, é6vog ’Ivdikév. Apollodoro ne accennava parlando mepì 'ANeZavòdpeitac, in India (1). *121. "Eterta d 'LQpitag te xaì Fedpwoiouc Uv tToùg uèv "Ivdoùg, ws èvoroovtac TéTpav... 117. Mapondauirovog monte, e Taponauiooddai, il popolo che avrebbe dato il nome al monte. 107. ’Apiravia (sic) é8vog mpoceyxèe toîs Kadovoioic. 113. Mapdoi, éavog Ypkavwv..... Anotaì d’ oùTOoI Kai TOEGTAL. I *138. Taccapràdai. 110. Fauyaunia, témrog Tepoidoc. [159]. Secondo Ap. Omero non aveva notizie sulla ArABIA. Combatte Evemero per ITTaYryxaia. Fenicia, Asia Minore. 122. Forma dell'Asia Minore. [63]. Aùpocg, città della Fenicia: Eig AWpov oùocav ém- FaX&TTIOv TOÉÙIv. [178]. Sinope, Isso. #35, *ONuprtog della Cilicia. Sulla Cruicra ed i Cilici fr.[178]. *1429—=179. Tévedoc, ch'egli riteneva città della Pamfilia. [178]. v. Strabone XIV, 667. TTioida1, Aùkio1, MiXdar, XaXuRfes. [178]. CHELIDONIE. [98]. Ropr. [177]. Kapes. Cfr. [178]. [93]. Cwmo. del TTepì Yfg; quelli con asterisco * indicano i frammenti supposti di quel- l’opera; quelli tra parentesi | ] indicano i frammenti delle altre opere di ApoLLoporo sicuri o supposti. — Non fa bisogno ch’io noti come questo mio tentato riordinamento, non possa non esser dubbio in molti punti, ma io stesso non lo dò che come tentativo ipotetico; che però potrà forse ser- vire per ulteriori ricerche. — Naturalmente una delle cose più dubbie è il punto di partenza, ma tutto sommato credo più probabile che incomin- ciasse dall'estrema India. (1) Questo frammento potrebbe benissimo esser del II° delle Cronache, ma altrettanto bene del Tlepì yffg. Vedi indietro. INTORNO AL ÎTepì Yffjg DI APOLLODORO 5319 *126. ‘AX\rxapvaoocdc, etimologia. Venuta di Anthes da Trezene. [178]. Dpures. | [48]. Muodg, città della Iowra. 49]. XAo10v, ’Iwviag Toliyxviov. CIRO Dans Cf 70] 0] [80] e passim. Sarpi. [105]. Focensi, coloni in occidente. [78], [92], [95]. MrriLENE, e MrriLentI. 152]. TTapmépwv, ywpiov év ’Acig ’Aro\ik6v in cui sa- rebbe morto Tucidide. #35. "OXuprog in Mista. Sui Muooit |178]. [178] Ascanra città e lago della Misia. > |178| Tpweg. Sui Troiani vedi passim, ad es. [1° Jacoby]. 156]. PAuaE1T6g, moMixviov Tfig Tpwddog. I cittadini ’Apa- Zitnvoi. [95]. LAMPSACO. [178]. Crzico, MiLEToPOLI. | 147. Nnreitacg mediov év Dpuria. Ponto. [178]. Bir@uvot. . [150]. (EM\nvornoXig, fondata da Attalo con coloni Greci d'ogni parte. re [178]. Mapiravduvoi, Tapriayéveg, FaXdta:. Sulla Paflagonia anche |159]. gd; [159]. Fiume Harys. Cfr. [176] per esso e gli ‘AMZwves. Il Ponto ha 40 fiumi. [176]. PAu106g, che EKcateo avrebbe detto Heneta. [159]. Fiumi TermoponTE e FASIDE. *123=161. "IBnpeg orientali, emigrati eig toÙg ùmèp TOÙ TTovtou xai Tic KoXyidog TéTouc... oÙc kai è ApdEns... artò tic “Apueviag OpiZero " 118. Topéta:, éavog TTovtiKkév. 120. *Eterta d’ ‘Epuwvaocoa kai Kfitog, tpitov dè tÒ Wnoowùy éavoc. | +. [159]. Fiumi HypAnE e TANAIS. s Monti Ripri, di cui discuteva Apollodoro. À Sorti. + Fiumi BoristeNE ed Isrro. #137. ’Oònoods, grande monte. (e | Atti della R. Accademia — Vol. XLIV. 22 ® 34%: (I LUIGI PARETI Tracia, Macedonia. 164]. Ka1rvoi, é0vog Opdkiov. *125. Aîvog, città della Tracia, che Apollodoro chiama TToXTUOBRPIa. 1180]. Zauo@pdxkn, colonizzata dai Sami. Etimologia. Cfr. [170]. | 170]. ImBro. 114. Neotòog città della Tracia. [172]. Taso. *136, Mévdic. [57]. AiYrrog, gpovpiov Kacocavdpéwv... Arrraîos. *134., Oépyun, città della Macedonia. *35. "OXuutocg della Macedonia. Grecia ed isole. | [172] e [174]. Tessagnia. Nomi antichi, etimologia; divi- sione in PrLasciotIDE, TessAgLIOTIDE, IoLcItIDE, FTIOTIDE. *35. "OXuyutog di Tessaglia. 152]. “Aprovpa, città tessalica, prima “Apyi0ca. Perchè si dicessero ’Apyeîot. 1170]. “E@upa, per cui Omero intendeva CRANNONE. [159]. Apollodoro combatteva chi parlava falsamente di TleXeQpoviou... év TTnXiw. #129. ’Avtikupa... év MalledDorw. *131. Bfiooa, TÒÙdig Aokpùv. [149]. Deucalione visse oùk év ’OtodvTti, di èév Kuvw... [151]. Brozia. K®rar e Kwraîg, etimologia. Per la Beozia anche [155] e |156]. [153]. ZTtANdWY. [92]. CALciDE dove morì Platone. [146]. ’LQpeòg, t6ig EùBoiag... (1). [159]. AULIDE. [158]. Amica. Etimologia; forma dell’Attica. Sunro. Tribù ActEA e PARALIA. [154]. *Eoti d’ N Fpaîa TOTO, TOv ’Qpwtiréwyv mois. [82], [89], [200] Dzto. [Jacoby, 103]. TrrA; TERASIA. (1) Dal contesto risulta delle Cronache. JAcoBY, op. cit., p. 24, n. 90. INTORNO AL TTepì YÎîg DI APOLLODORO 521 *44. ‘IA1006g, fiume dell’Attica, dove si venerano le Muse THissidi. [6], [18], [28], [159] e passim. Arene, ed Ateniesi. [32]. CoLono. 196]. CerIso. [163]. Z1d0dg Tg Kopiv@ov... xwun. 192]. CALAURIA, dove morì Demostene. *126. TREZENE, da cui va Anthes ad Alicarnasso. *165. H Aiunpà ’Etidavposg... vicina a CiTERA se- condo Apollod. Etimologia. *169. Creta. Apollod. cita Sosicrate come fonte su di essa. 219]. Etimologia. *135. I Kudwvidta: si dicon KUdwveg secondo Apol- lodoro. 165]. XaAkntopiov, moig Kpimng... XaXkntopevc. 159]. Apoll. contraddice chi identifica l’isola di GaAupo con quella di Calipso. 135. Aakedaiuwv..... Nakedaruovioc..... KOTÀ. CUYKOTTV Adxkwv. Sugli Spartani vedi [20], [36], e pass. specialmente per la cronologia dei re. *139. Ié@vov, Apoll. la diceva un'isola. [159]. GERENIA. [164]. Artat, modig Aakwviki. *128. ’Au@irévena... tig Makiotiac. [8]. Arcapra. Cfr. [10] dove si parla di ZtùZ èv Nwvdxpi kpnwn tig “Apkadiag: ma non è certo che ciò risalga ad Apol- lodoro. #55. "ONuutog d’Arcadia. [159]. AcaAcEsIO. 170]. Orcomeno d’Arcadia. *35. "OXNuurtog dell’Elide. [170]. “Egupa nell’Elide ed il fiume SELLEENTE. #45 (1). Aùun, molig ‘Ayxatag. Apollod. dice ch'è la più oc- ‘cidentale città a 120 stadi da un’altra di cui il testo non ci dà il nome. Ma se è del TTepì rfig si ricordi ch’egli ve- niva descrivendo dal sud. Nomi vari della regione e della città: ZTpàtog. (1) Vedi indietro. 322 LUIGI PARETI [166]. Tòv *QNevov kai tiv TTaXXNvnv vdv puèv oùkéti eivar cvuRéBnkev. | | [31]. KuAANvn, monte: altezza, etimologia, culto. [43]. Sicrone, dove si onora Dioniso Acrorita, da “Axpwpera, dkpov dpouc. [159]. Errone, detta giustamente da Omero moXikvnuov. [151]. PLATEA, etimologia. 1159]. Omero ha ragione di chiamar abbondante di colombe TisBe, e erbosa ALIARTO. *144. °QxaXéa, molig Bowsriac, QxdXeia in Omero, [55]. CHERONEA. [155]. "I00g in Beozia. +129.0/Amvrlicupia di 0 weLd0 [156]. “Yavteg, venuti dalla Beozia in Etolia. *168 (1). ‘AtroM\ddwpog..... dtép To MoXukpiac kai thv Xaikida kai tqhv Taguraooòyv kai Tàdv KaXuddùva uertazù idpÙoda1 gnoì tig XaXkidog. — Inoltre pone gli ’Epuo1- xaîo1: presso il confine coll’Acarnania dell’Etolia. *133. ‘Eyxî vat (anche ’Eyxivadeg) vico. Etimologia. 167]. Antichi nomi di Cefallenia: Same, Samo. DuLicHTO. Isola di AsTERIA, kai moMyviov NMérer ('AtoMédwpoc) év aùtf) °AXNa\kouevàg TÒ éT° duTtùò TÙ i00ud Keiuevov. 1159]. Apollodoro diceva che altri mentivano tepì... Afiuov év “l0dkn. Epiro, Iliria. [101 [175]. Tesprozia, "Egupa, SeLLI, SELLEENTE fiume. MotLossI. | +1. Bwdwwn, tolig TTepparBixn (= Dodona). [159], [160]. CorcirA è corrispondente a Scheria come vo- leva Callimaco. [145] (2). ’Lpix6g: Apollodoro la dice città. [66]. TTapdog, mois IXXvpixn. 119. YXX1x, estensione, numero delle città contenute. (1) Io lo credo del TTepì yYfic. Certo anche qui troviamo l’ordine che ci aspettavamo da oriente ad occidente. Se così fosse, Srrasone si sarebbe valso del TTepì yîg. Vedi indietro. (2) Vedi indietro. INTORNO AL TTepì Yfîg DI APoLLODORO «== 323 ‘Yrèp dè toÙùg “YMoug A1Bupvoì att TIVE "lotpot Xeybuevor Opàkec. (Vedi indietr 0). Italia. [43]. METAPONTINI. [87]. Turi. [173]. Kpiuroa fondata da Filoctete. Città. di Cone, e popolo dei XWwvec. CROTONIATI. [46], [159]. Srerura; |181], [183], SrogLiont. *124, Etna m.. "Aòdpavov, médig ZikeMac. ’Adpavîta:. [148]. Etwer. dia non era di Etna, ma di Siracusa). [46]. PAoowpév, télic ZikeMiac. [50]. Mevat, méhig Zikeliag èrròg TTaXikèv. [51]. Néoar... mois Zikeliaggir:) 188]. LeonTINI (patria di Gorgia). 187], [148]. Siracusa. 147]. ‘EXwpég, molig ZikeMiac, amò ‘EXWwpouv morauoî Tod kata Tiayxuvov. . *140. Zikavia, fÎ Tepixwpog ’Akpayravtivwv. Kai to- Tauòg ZLikavoc.. [173]. Filoctete ‘fa mandato a coat urre EGEsTA, presso ERICE. 158]. ’Ykkapa, città della Sicilia. [61]. PAunoTtpatog, molig ZikeMiag. [Jacoby 92]. Méopua, mélig ’Itariag. 112. A&og, mélig Aeukavias. *141. TiRepig, tmotauòg ‘Itariag, évoa n ‘Pwoun (cfr. fr. [101 Jacoby]), Kaì ) TOv Aativwv éotì yupa. Celtica. [105] (1). Taupoerg, mohig KeXtiki, MaocaliwTtdv àroxoc. Taupoévtor Etimologia. 54]. Dapia, tONig KeitoraXatùòv, xticua Pafiov.otpa- TNYoù Neige (2). (1) Vedi indietro. (2) I codici dànno per questo frammento: "AroMbodwpoc èv devtépw Xpo- vixòv. — Ne verrebbero gravi conseguenze per la cronologia delle opere di Apollodoro, ma risulta troppo chiaramente da tutto il resto che si tratta di un errore di trascrizione. L’Uncer “ Phil. , XLI, pag. 640 corregge év d', 324 LUIGI PARETI — INTORNO AL TTepì Yijg DI APOLLODORO [59]. “Eoti Kai KeXtik mOMig ’Aepia. 127. ‘PAXX6Bpurec, éavog duvatwiatov Falatixbv. [60]. Aidovoioi, CvuÎayor ‘Pwuaiwyv Ttpòg Ti KeXtiki FaMig. 162]. PAp6epvot, éevog uaxmwratov Tòv Tpòs Ti. KeXtixf Farlatwv. « KeXTÒò Vv ’Apoépvoucg». Iberia. 111. ’IBnpiar duo, fl pèv mpòg taîs ‘HpaxkXeia1g oTmXa1g, àmò “IBnpog motauoî... «"Evtòg dì TTupnvng "IBnp tT° éotìv UETAG TOTAUÒG MEPOMEVOG EVdOTENW ». 159. EspPERIDI, paesi delle Gorgoni inesistenti per A pollodoro. Libia. | .*1184 Maoovio1, AirBukòv égvog. *130. AùtOuoada. 108. AÙTtXa, ...t6Mig ArBune. 109. Aùcoeîg, é0vos Aipuns. Egitto (1). 115; 106; [159]. Niro. | [159]. Omero secondo Apollodoro non sa nulla toò icguod toÙ uetazù Tic PE puApag kai tTfiig Aifuttiag da\doons. *143. PIAwTEpig .....T60 Mg Tepìi thv TpwrXodutIKAVY, Zatupou xtioua (cfr. fr. 106). #132. Aauaîot, éivog Tapà Toîq Ixyduogatro1sg. *115. No0fBa1, éavog Aipung mapà NeiXlw. Aérovtar xai Noufaîo1, ug Aafaîo:, xaì Novpidecg ci aùrtoi. 106. ”ABuXXo1, é@vog Tpòg Ti Tpwr\odutikîj, ÈETTIOTA TOÙ NeiXou. [159]. Erropi. [159]. Apollodoro non ammetteva év ...tîì AiBin Atovuooyu TONLv eivar. Roma, Gennaio 1910. ed il Jacory, 0. c., fr. 110 accetta. Certo si può confrontare il fatto che per il framm. 59 i codici dànno così è’ come B'. Io quindi credo ad un errore, che forse risale alla diversa interpretazione év è’ come abbreviazione di év deutépw, 0 di Èv TETApPTW. (1) Può benissimo AroLLoporo aver parlato dell'Egitto prima, insieme coi paesi Asiatici, ma è probabile ch’egli ne parlasse dopo la Libia, come Drowisio, che tra i suoi modelli aveva probabilmente anche l’opera di ApPoLLonoro. L' Accademico Segretario Garrano DE SANCTIS, Sato dal zioni # riga in Retro LIST È eg” Vr Y vi ùl i, i 9 Adunanza del 18 Febbraio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: della Classe di Scienze fisiche, matematiche e naturali: NaccarI, Direttore della Classe, SPEZIA, CAMERANO, SEGRE, PEANO, «| JADANZA, Foà, GuaARESscHI, GuipI, PARONA, MaTTIROLO, FUSARI. — Scusa l'assenza il Socio FILETI; della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche: RenIER, Pizzi, Rurrini, StAMPINI, D’ERrcoLe, BRONDI, SFORZA e De SAncTIS Segretario. E approvato l’atto verbale dell'adunanza antecedente a Classi Unite, 13 giugno 1909, Invitato dal Presidente il Socio CAmERANO legge la rela- zione della 22 Giunta per il premio Bressa (quadriennio 1905-1908, premio nazionale). — La Giunta presenta all'Accademia in or- dine di merito: 1° Il Prof. Ernesto ScHIAPARELLI, per i suoi studi, esplo- razioni e scoperte in Egitto e per l’ordinamento scientifico del Museo Egizio di Torino; 2° G. B. Rizzo, per i suoi studi sulla legge di propaga- zione dei terremoti. Il Presidente dichiara aperta la discussione, ma nessuno prendendo la parola, si procederà senz'altro al voto nella pros- sima adunanza del 20 Febbraio. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 23 ( Ne, 326 Su invito del Presidente, il Socio D’ErcoLe legge la rela- zione della Commissione pel premio Gautieri per la filosofia (triennio 1906-1908). — La Commissione propone che il premio venga conferito al periodico “ La Critica , e per essa al due prin- cipali collaboratori, Benedetto Croce e Giovanni GentILE. Nes- suno dei Soci prendendo la parola per fare osservazioni in pro- posito, anche per il premio Gautieri si voterà senz'altro nella prossima adunanza. helazione intorno al XVI premio Bressa. CHIARISSIMI COLLEGHI so Dalla relazione intorno ai lavori della prima Giunta per il concorso al XVI premio Bressa, che io ebbi l'onore di leggervi nella seduta a classi unite del 2 maggio 1909, risulta che gli autori che la Giunta stessa ritenne degni di essere presi in con- siderazione per il premio, sono i seguenti: G. B. Rizzo ERNESTO SCHIAPARELLI. Nessun altro nome essendo stato proposto nella seduta anzi- detta, si dichiarò chiuso il concorso. A nome della Giunta stessa vi esporrò i suoi giudizi e le sue proposte. I lavori del prof. G. B. Rizzo presi in considerazione per il premio sono: Li 1° Sulla velocità di propagazione delle onde sismiche del terremoto della Calabria del giorno 8 settembre 1905 {(“ Memorie Acc. Sc. di Torino ,, serie 22, LVII, 1906); 2° Sulla propagazione dei terremoti — Saggio di interpre- tazione dei diagrammi sismici (“ Atti Acc. Sc. di Torino ,, XLII, 1907). 3° Nuovo contributo allo studio della propagazione dei mo- vimenti sismici (£ Memorie Acc. Sc. di Torino ,, serie 2%, LIX, 1908). Nei sismogrammi prodotti da un terremoto lontano si di- stinguono tre serie di oscillazioni. Le prime due sono quelle dei tremiti precursori. Viene ultima la fase principale. I tre sistemi di ondulazioni si sovrappongono nei sismo- grammi degli osservatorii, che non sono abbastanza lontani 328 dall’epicentro, vale a dire, dal punto della superficie terrestre che sta immediatamente al di sopra del centro di scuotimento; ma poi, essendo diverse le loro velocità, si separano, e al cre- scere della distanza dall’epicentro, crescono gli intervalli di tempo che passano fra gli istanti d'arrivo in un dato punto di due fasi successive. | Gli è su questo fatto che sono fondate tutte le regole em- piriche, con le quali sì deduce dalle registrazioni raccolte in un osservatorio, qual sia la distanza del punto da cui 1 movimenti provengono. — Si ammette dai più che le ondulazioni spet- tanti alle due prime fasi non si propaghino lungo la superficie terrestre, ma bensì attraversando la massa interna della terra. — A. Schmidt nel 1888 cercò di spiegare in tal modo il fatto che la velocità di propagazione delle onde sismiche, misurata sulla superficie terrestre lungo un cerchio massimo passante per l'epicentro e per il luogo d'arrivo, va diminuendo, al crescere della distanza, fino ad un certo valore di questa, poi cresce. — Secondo lo Schmidt, i raggi di propagazione degli scotimenti sismici sarebbero curvilinei. — Altri trattarono la questione ma- tematicamente. — Col progredire degli studi e sopratutto col perfezionamento degli apparecchi registratori si venne ad am- mettere che la fase principale, che è la terza fra quelle sopra enumerate, si propaghi lungo la superficie; ma per le due prime. fasi si ritenne probabile l'ipotesi dello Schmidt. Il prof. Rizzo, esaminando la legge, secondo la quale gli scotimenti spettanti alle diverse fasi andavano variando al cre- scere della distanza nel caso del terremoto di Calabria del 1905 e anche in altri terremoti, si convinse, che le diverse fasi erano già separate a tali distanze dall’epicentro, per le quali avreb- bero dovuto essere ancora sovrapposte se si fossero propagate attraverso la massa della terra, — Egli osservò inoltre che la legge, la quale lega la velocità alla distanza, era la stessa per tutte tre le fasi. Per determinare la velocità alle diverse distanze, il profes- sore Rizzo tenne lo stesso metodo dello Schmidt, costruendo le cosiddette linee odografe, le cui ascisse sono proporzionali alle di- stanze e le ordinate rappresentano i tempi. — Questa costru- zione grafica dà modo di determinare agevolmente la media velocità fra l'epicentro e un punto qualunque e anche la velocità 329 vera spettante ad un punto, cioè la velocità con cui il movi- mento si propaga in viemanza di quel punto. Nel caso del terremoto calabrese del 1905 le velocità vere delle tre fasi raggiunsero il loro valore minimo a circa 800%, poi crebbero e andarono accostandosi ad un valore che sembra costante e che fu raggiunto a circa 6000" dall’epicentro. Chil. Sec. Col medesimo intento il prof. Rizzo esaminò le osserva- zioni relative al terremoto di Calabria del 23 ottobre 1907. — Egli potè discutere i sismogrammi di 51 osservatorii. Egli riconobbe che anche nella fase principale, che è la terza, si possono distinguere tre gruppi di ondulazioni. — Ap- paiono per prime delle onde di lungo periodo e di piccola am- piezza, poi delle onde molto più ampie, a periodo ancora lungo, e seguono, infine, delle onde rapide, che, per lo più, compren- dono le oscillazioni di massima ampiezza. I) prof. Rizzo, quanto alla fase principale, tenne conto di questi tre gruppi di oscillazioni, sicchè i tempi di cui egli si valse per il calcolo delle velocità sono cinque: quelli dell’arrivo dei due gruppi precursori e quelli dell'arrivo dei tre gruppi testè indicati, spettanti alla fase principale. Il prof. Rizzo costruì per questi cinque gruppi di scotimenti le curve odografe dello Schmidt e dall'esame di esse trasse la conclusione che tutte quelle serie di ondulazioni si propagano con velocità, che, contate sulla superficie terrestre, variano al variare delle distanze con la medesima legge, e che non vi è dunque ragione di non ammettere che i tremiti precursori si propaghino per la superficie come si ammette per la fase prin- cipale. Secondo il prof. hizzo, le differenze fra la velocità delle varie fasi provengono da ciò che i primi tremiti sono vibrazioni longitudinali e i secondi sono vibrazioni trasversali parallele all'orizzonte. — Quanto alla fase principale, il prof. Rizzo, pur tenendo conto delle obbiezioni fatte a tale ipotesi, crede pro- babile che le ondulazioni di quella fase siano effetto di varia- zioni periodiche dell’inclinazione del suolo. I lavori ora esaminati del prof... Rizzo sono molto prege- voli. Egli ha fatto un esame diligentissimo dei sismogrammi I valori limiti rispettivi sarebbero 16.7, 7.6, 4.5 330 relativi a due grandi terremoti ed è venuto in una opinione intorno al modo di propagazione delle varie fasi dei moti sismici, la quale trova. notevole fondamento nei fatti da lui addotti. I Il prof. ERNESTO SCHIAPARELLI, direttore del Museo archeo- logico di Torino, è da vari anni capo della missione archeolo- gica italiana in Egitto e con grande attività presiede sul luogo al suoi lavori. — Dei risultati di essa si hanno notizie per opera specialmente di alcuni collaboratori dello Schiaparelli, come il prof. Evaristo Breccia e il prof. Roberto Paribeni, che ne pub- blicarono alcune parziali relazioni. Esse, e sopratutto l’esame del materiale rinvenuto dallo Schiaparelli e da lui ordinato nelle sale del Museo Egizio di Torino, concedono di fare un giusto ap- prezzamento dell’importanza dei trovamenti fatti dalla Missione. Si può affermare che il suo scopo, quello di arricchire il Museo di Torino e di rimetterlo in grado di gareggiare per copia di ma- teriale coi più importanti Musei di antichità egiziane, è stato pienamente raggiunto. Il prof. Schiaparelli non si è tuttavia limitato a raccogliere oggetti di interesse museografico. I suoi scavi di Assiut for- nirono un notevole contributo alla conoscenza dell'Egitto pre- istorico. — Egli vi scavò, infatti, una necropoli in cui i cada- veri erano sepolti in posizione rattrappita con un rito diverso al tutto da quello dominante nell'età storica. E la suppellettile preistorica da lui trovata colà od acquistata altrove ed esposta nel Museo di Torino è assai importante per lo studio dell’ar- gomento, oggi così controverso, delle relazioni tra la civiltà sto- rica e preistorica dell'Egitto. A Ghizeh poi, scavando ad oriente della grande piramide di Cheope, il prof. Schiaparelli trovò alcuni monumenti riferibili all'antico impero, tra cui una grande iscrizione concernente un funzionario della IV dinastia. — A Gàn (Anteopoli) egli esplorò le tombe della XII e XIII dinastia e rinvenne il sarcofago me- raviglioso per bellezza di pitture di un grande sacerdote di Set, che è ora speciale ornamento del Museo di Torino. — Ad EKlio- poli fu da lui esplorato un santuario del Sole, ove si trovava una sfinge rappresentante Totmes III. La SSL Anche più importante fu la escavazione di quasi ottanta tombe della Valle della Regina in vicinanza del tempio di Me- dinet-Habu, che fa parte della grande necropoli tebana; fra le quali erano tombe di personaggi di famiglia reale, ricche di ri- lievi, di iscrizioni e di suppellettile. In altra parte della necropoli tebana fu ritrovata la tomba dell'ingegnere Kha e della moglie. Molto opportunamente, se- guendo l’esempio dato per qualche tomba etrusca dal Milani, lo Schiaparelli ha voluto dare ai visitatori del Museo l’idea precisa di una tomba egiziana, riproducendo in adatto ambienté, il cavo sepolcrale di Kha e disponendo la suppellettile funebre nel modo stesso in cui l'aveva rinvenuta nella tomba.. È pure in special modo da ricordarsi l’opera data dallo Schiaparelli agli scavi di Eschmunèn (Hermopolis magna), coi quali ha contribuito a provvedere i papiri greci che vengono illustrati nella pubblicazione fatta a cura del Comparetti e Pulel Vitelli. Dall'esame dell’opera compiuta dal prof. Schiaparelli appare che non vi è quasi periodo della storia egiziana dalla età fa- raonica all’età romana alla cui conoscenza essa non abbia re- cato qualche notevole contributo. Il prof. E. Schiaparelli si è reso dirlo irbnidemrento be- nemerito col pronto e sapiente ordinamento del materiale da lui raccolto nelle sale del Museo archeologico di Torino. Dopo aver discusso il merito assoluto e relativo dell’opera scientifica presa in considerazione per il premio, la Giunta una- nime delibera di presentarvi i nomi dei due Autori sopra men- zionati nel seguente ordine di merito: 1° Prof. ErnESTO SCHIAPARELLI, Per i suoi studi, esplora- zioni e scoperte in Egitto e per l'ordinamento scientifico del Museo Egizio di Torino. 2° G. B. Rizzo, Per i suoi studi sulla legge di propaga- zione dei terremoti. | Il Segretario della Giunta L. CAMERANO. Sa) ILLustRI COLLEGHI, È con animo veramente lieto. che la Commissione da voi nominata pel conferimento del Premio Gautieri per la Filosofia nel triennio 1906-1907-1908, avendo assolto il suo compito, ve ne fa la presente Relazione. La lietezza deriva dal progresso assai grande, che nella nostra patria han fatto negli ultimi tempi gli studî filosofici. In virtù del qual progresso, essendo cresciuti l'interesse, il valore e la produttività di essi, è anche cresciuto in proporzione il numero di quelli che possono concorrere al Premio in questo triennio. E, a spiegare maggiormente il lietissimo fatto, va rilevato che tra i lavori apparsi nel medesimo, non solo ve ne sono di molto importanti, ma che parecchi di essi sono già stati persin premiati da qualche altra nostra Accademia. Per ciocchè concerne il carattere e l'indirizzo di questi la- vori, è bene anche notare che una parte considerevole di essi si riferisce ‘alle grandi quistioni morali e sociali del nostro tempo. Il che mostra alla sua volta un altro fatto importan- tissimo, che, cioè, la filosofia non si muove più in un campo teorico astratto, ma è già entrata nella stessa corrente della vita pratica e sociale. | È bene, per giunta, di rilevare un altro fatto, che, cioè, l’accennato progresso non è avvenuto soltanto nelle opere, ma anche ne’ Periodici di filosofia, che negli ultimi tempi son cre- sciuti anch'essi di numero, d'importanza e di valore critico e scientifico. | Anzi la Commissione vi riferisce subito che essa vi pro- pone di conferire il Premio proprio ad una pubblicazione pe- riodica filosofica, per un merito speciale e singolare che si è acquistato nel campo de’ nostri studî filosofici, e propriamente 333 al Periodico intitolato: “ La Critica, Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da Benedetto Croce ,. Nel proporvi il Premio per la medesima, aggiunge che questo non deve intendersi conferito all’attività e produttività del solo Direttore B. Croce, ma anche a quella del suo princi- pale Collaboratore, prof. Giovanni Gentile. E, affinchè la cosa sia più determinatamente intesa e sta- bilita, la Commissione dichiara di proporvi che il Premio sia conferito, da una parte, al Periodico “ La Critica , pel generale movimento filosofico da esso suscitato nella coscienza filosofica italiana, dall’altra, ai lavori personali de due valorosi Collabo- ratori della “ Critica ,, non che ad una serie di altri lavori, che, congiuntamente ai propril, sorti per l’iniziativa da essi presa e ispirati e curati per comune opera loro, va sotto il nome di “ Classici della Filosofia moderna a cura di B. Croce e G. Gen- tile ,, e si pubblica a Bari da’ Librai-Editori Gius. Laterza e Figli. Quanto al generale movimento filosofico suscitato dalla “ Cri- tica ,, è fuori d'ogni dubitazione, ed è anche generalmente ri- conosciuto, che le idee filosofiche da essa propugnate e dibat- tute, versanti su tutto l'ambito teorico e storico della filosofia in cenere e della filosofia contemporanea in ispecie, hanno suscitato un interesse vivissimo nella coscienza filosofica italiana. La qual coscienza, mentre dopo i tempi memorabili della filosofia italiana nazionale del Galluppi, del Gioberti e del Rosmini, per ricor- darne i nomi maggiori, era decaduta, quasi spenta, e persin dileggiata dalla rimanente coscienza della nazione, è stata, per opera appunto della “ Critica ,, resa di bel nuovo vivente, mi- litante e popolare. È questo, certamente, un merito grandissimo di essa, derivato dalla comune opera del Croce e del Gentile. Rispetto al qual merito va, inoltre, messo in rilievo che i dibattimenti vertevano non sul solo campo generale e teorico della filosofia, ma anche su quello pratico, sociale e politico: . con che la “ Critica , ha anche fatto entrare il valore e l’azione della filosofia nella corrente, testè mentovata, della vita sociale. Quanto poi ai lavori personali de' due valorosi Collabora- tori, il Croce, operante per la filosofia in genere, e più speci- ficamente rappresentante il lato estetico della medesima, ha anche dei lavori filosofici suoi particolari. Accanto alle moltis- dI4 sime recensioni, sparse qua e là nella “ Critica ,, ha anche spe- ciali pubblicazioni filosofiche. Tra queste meritano di essere ricordate sopratutto due. La prima è quella, sempre ampliata e migliorata con varie edizioni, intitolata: “ Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale ,. Quest'opera, importante non solo per il lato teorico, ma anche per quello storico, è, tra le produzioni del Croce, forse quella che ha più possentemente contribuito al citato suscitamento della riviviscenza e popolarizzazione della filosofia. La seconda è quella che porta il titolo di: “ Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel ,. La quale seconda, oltre alla generale trattazione, assai notevole, dell'argomento, è accompagnata da una ricchissima bibliografia intorno all’he- gellanismo, la più compiuta apparsa finora. La Commissione non intende punto di entrare in un esame critico di tutte le idee affermative e negative sì dell'una che dell'altra di queste due pubblicazioni personali del Croce, ma essa ne riconosce in genere la importanza grandissima tanto dal punto di vista critico e teorico, quanto dal punto di vista storico. Quanto ai lavori personali del Gentile, a voi noto e favo- revolmente noto, essendosi già parlato e discusso di lui in questa Accademia, egli, oltre alle sue moltissime recensioni, ricorrenti qua e là nella “ Critica ,, ha in questa una speciale produzione critico-espositiva sotto il titolo di: “ La filosofia in Italia dopo il 1850 ,. Questa, iniziata fin dal 1903 con gli Scettici d’Italia (tra cui notevoli Giuseppe Ferrari e Ausonio Franchi), fu da lui continuata senza interruzione nel triennio del Premio coi Platonici maggiori e minori italiani (tra cui Mamiani, Gioberti, Rosmini, Augusto Conti, Luigi Ferri, Bonatelli ed altri), per trattar poi dei Positivisti (Carlo Cattaneo, Aristide Gabelli, Pasquale Villari, già pur tutti trattati nel triennio predetto). Anche questa è senza dubbio un'attività e produzione filo- sofica, che, pur uscente dal Periodico “ La Critica ,, ha con questi lavori personali di lui anche contribuito al generale movimento e suscitamento dello spirito filosofico italiano. Quanto poi, da ultimo, alla mentovata Serie dei £ Classici della Filosofia moderna ,, essa, come è già detto, consiste in 330 opere annotate ed illustrate a cura tanto del Croce quanto del Gentile. A dare una idea della importanza di questa serie, basta citare, cominciando dal glorioso Rinascimento, i nomi dei filosofi che la costituiscono, cioè, Giordano Bruno, Campanella, Bacone, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hobbes, Locke, Vico, Berkeley, Hume, Kant, Herbart, Fichte, Schelling, Hegel. SEA Basterebbe la ideazione ed esecuzione di questa serie di Classici a rendere benemeriti degli studi filosofici italiani i due ispiratori ed effettuatori di essa. I quali non si sono neppur soltanto limitati alla ispirazione e promozione dell’opera, ma vi han collaborato essi stessi eccellentemente, il Croce con una egregia traduzione dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel in compendio, e il Gentile con due volumi delle opere italiane e de’ dialoghi morali del nostro Bruno. Dalla lettura di questa £elazione avete dunque udito, Illustri Colleghi, che la proposta della Commissione è di conferire il Premio Gautieri per la filosofia al Periodico “ La Critica ,, e per essa ai due principali Collaboratori Croce e Gentile. Ed è fermamente convinta di aver fatto una proposta buona e giusta. La Commissione GIAMPIETRO CHIRONI FrANcEScO RUFFINI Pasquare D'ErcoLe, relatore. Gli Accademici Segretari LorENZzo CAMERANO. Garrano DE SANCTIS. 396 CLASSE SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 13 Febbraio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti i Soci: NaAccari, Direttore della Classe, SPEZIA, SEGRE, PrANO, JADANZA, Foà, GuarEescHI, Gurpi, Mart- tiroLo, FusarI e CAMERANO Segretario. Si legge e s1 approva l’atto verbale dell'adunanza precedente. Scusa l’assenza il Socio FILETI. Il Presidente comunica la morte del Socio Corrispondente Prof. Federico KoHLRAUScH avvenuta il 7 gennaio 1910, ed av- verte che la Presidenza già ha inviato le condoglianze alla famiglia. Il Socio JADANZA presenta in omaggio la sua Storia del Cannoechiale. Il Socio PARONA presenta, a nome anche del Comitato geo- logico italiano, il vol. V, parte 1% delle Memorie per servire alla descrizione della Carta geologica d’Italia, il quale contiene un suo lavoro intitolato: La fauna coralligena del cretaceo dei monti d’Ocre nell’Abruzzo Aquilano. Vengono presentate per l'inserzione negli Atti le Note se- guenti: 1° Prof. F. GroLittI e F. CarnevaLI: Ricerche sulla fab- bricazione dell'acciaio cementato: V. (Cementazione con gas forte- mente compressi), dal Socio GUIDI; 2° Dott. Mario GHIGLIENO: Su alcuni nuovi derivati tri- metilenpirrolici, dal Socio GUARESCHI; 3° Leopoldo CHIinaGLIA: Dell'influenza esercitata dalla temperatura sull’apprezzamento di oggetti posti sopra la nostra pelle, dal Socio Foà. F. GIOLITTI - F. CARNEVALI — RICERCHE, ECC. Soy LETTURE licerche sulla fabbricazione dell'acciaio cementato. V. (Cementazione con gas fortemente compress?). Nota di F. GIOLITTI e F. CARNEVALI. (Con una Tavola). Lo studio della cementazione eseguita mediante varî gas carburanti, mantenuti a diverse pressioni — uguali od inferiori alla pressione atmosferica ordinaria (1) — ci aveva già permesso di dimostrare che, sia la velocità del processo della cementazione, come la concentrazione del carbonio negli strati cementati, di- pendono direttamente dalla pressione del gas carburante: e ci siamo valsi appunto di questa osservazione come di uno dei più validi argomenti per dimostrare come nel processo della cemen- tazione intervenga anche l’azione diretta dei gas, ed in modo speciale dell’ossido di carbonio. Ora abbiamo potuto iniziare — sulla via tracciata da molte ricerche di officina, condotte con scopi tecnici — una serie di esperienze di laboratorio, eseguite in condizioni ‘ben definite, di- rette a stabilire il decorso delle cementazioni eseguite coi gas fortemente compressi. Le prime esperienze, delle quali riferiamo qui i risultati, comprendono alcune cementazioni di un acciaio dolce ordinario, eseguite con ossido di carbonio in presenza di carbone di legno, sotto pressioni non superiori alle sedici atmosfere. L'acciaio del quale ci servimmo aveva la seguente compo- sizione: Carbonio 0,84 °/ Manganese 80, Silicio SR: Aa Zolfo DOD, Fosforo 0,02 (1) V. Grotirti e CarnevaLi (6 Gazz. Chim. It. ,, 1908, pag. 309-351). 398 F: GIOLITTI — P. CARNEVALI Lo adoperammo sotto forma di cilindretti del diametro di 18 mm. per 120 mm. di lunghezza. Eseguimmo le cementazioni in un apparecchio rappresen- tato nelle sue varie parti, in sezione, nelle fig. 1, 2 e 3 qui. unite. La fig. 4 (V. Tav.) riproduce una fotografia dell'apparecchio montato ed in funzione. | La costruzione ed il funzionamento dell’apparecchio sono molto semplici e risultano chiaramente dai disegni uniti: talchè basteranno poche parole di spiegazione (1). Il corpo dell'apparecchio è formato da un recipiente cilin- drico d’acciaio fuso, costituito da due metà sovrapposte, adat- tate luna all'altra per mezzo di una serie di bolloni a vite, 1 quali permettono di stringere fortemente l’una contro l’altra le due flangie ben piallate (C, D, fig. 2), fra le quali si interpone uno strato di carta di amianto imbevuta di olio extra-denso. Alle due estremità il recipiente si prolunga in due appendici, pure esse cilindriche, fornite di flangie piallate, sulle quali si adattano due coperchi E, S (Fig. 1) tenutivi aderenti ciascuno mediante otto bolloni a vite: la tenuta del gas è ottenuta anche qui mediante uno strato di amianto imbevuto di olio. Un’appendice cilindrica, identica alle due or ora descritte, esiste nella parte centrale del corpo dell’apparecchio (£, Fig. 2): essa è chiusa, in modo identico alle altre due, mediante 1] disco. d'acciaio H (Fig. 2). ed il suo asse è inclinato da circa 45° sul piano orizzontale. Vedremo fra breve il suo scopo. Attraverso ai due coperchi £ ed S (Fig. 1) passano due tubi di rame a piccola luce (A e 0), mediante due giunti a vite (Bed E) con guerniture a tenuta di gas. Inoltre il coperchio E ha ancora un foro H, comunicante — mediante un giunto a premi-stoppa — coll’interno del tubo di porcellana CD, formante la custodia per la pinza termoelettrica destinata a misurare la temperatura dell’interno del forno: i due fili di platino e di platino rodiato — isolati l'uno dall’altro mediante i soliti tu- betti di porcellana — escono dall’apparecchio appunto attra- verso al foro H. (1) Non diamo misure, perchè le figure sono in scala (indicata nelle figure stesse). di LG PT PE RA e i n i nc CT I N O e E 0 CORO 340 F. GIOLIITI —:F. CARNEVALI Nell’apparecchio è disposto -— in senso longitudinale — il tubo di porcellana OP (Fig. 1), attorno al quale è avvolto a spirale un filo di nichelio, isolato mediante avvolgimenti di carta d’amianto e di cordoncino d’amianto; i capi del filo sono con- nessi ai due morsetti a tirante di bronzo, N ed M, isolati elet- M | I | i I } i I i" i | Fig..2 (Scala 1 :5). tricamente dal corpo dell'apparecchio — attraverso al quale passano — mediante quattro coni di fibra premuti a vite sulle bocche coniche dei due fori, in modo da-produrre una perfetta chiusura. Una corrente elettrica. di opportuna intensità, lan- ciata — per mezzo dei morsetti M ed N — nel filo di nichel, permette di portare questo, ed il tubo di porcellana attorno al quale è avvolto, ad una temperatura che può raggiungere i 1200°, e può essere mantenuta perfettamente costante per molte ore. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 341 Tolto il coperchio S (Fig. 1) si introducono nel tubo OPi pezzi da cementare. Nella nostra prima serie di esperienze, della quale ora parliamo, riempivamo poi tutto lo spazio an- cora libero del tubo OP mediante carbone di legna granulare (1) lavato successivamente con acido cloridrico e con acqua e cal- cinato a lungo verso 18300° C': il carbone era mantenuto nel tubo mediante due tamponi d’amianto. Chiuso il coperchio S (Fig. 1) sl stringevano i due morsetti N ed M (Fig. 1) intro- ducendo la mano e la chiave attraverso l’apertura E (Fig. 2): per mezzo di questa stessa apertura si riempiva di fibra d’a- mianto tutto lo spazio compreso fra il tubo di porcellana e la parete d’acciaio, in modo da proteggere questa dall’effetto della temperatura elevata alla quale si deve portare il tubo di por- cellana. Infine si ricollocava il coperchio H (Fig. 2), stringendo bene i bolloni. Congiunto il tubo A (Fig. 1) col recipiente nel quale il gas cementante è compresso ad una pressione superiore a quella alla quale si vuole eseguire la cementazione, il gas stesso pe- netra nell’apparecchio, vi circola attraversandolo da un capo all’altro, e ne esce pel tubo @ (Fig. 1). Il tubo di rame @ (Fig. 1), pel quale il gas esce dal forno, è connesso con un apparecchio regolatore della pressione, rap- presentato in sezione dalla Fig. 3 (scala 1:4). Tale apparecchio è costituito da una camera di bronzo H, nella quale — pel duplice effetto del rallentamento della corrente gassosa, dovuto all'allargamento della sezione, e del raffreddamento, ottenuto mediante un bagno a circolazione d’acqua (D) — si condensano le sostanze meno volatili, che si formano talora in grandi quan- tità (per esempio, quando si adoperano come cementi i vapori di certi idrocarburi pesanti). I gas raffreddatisi ulteriormente nel serpentino (del solito tubo di rame) /, /... giungono nella scatola di bronzo N, dalla quale possono uscire soltanto solle- vando la valvola di bronzo smerigliata Q, caricata di un peso regolabile a volontà, mediante il romano U, scorrevole sulla leva 7. Lungo il percorso del tubo /, congiungente l’apparecchio (1) Passato attraverso aj crivello di 16 maglie al cm.°, e trattenuto dal crivello di 81 maglie al cm.?. Atti della RP. Accademia — Vol. XLIV. 24 e E anita E bi ’ 4 A % "0 TI VV II RSA SI TOTI II GIS GONO SPINA N ETA CTV SS O O E I TV 0 NO O les par : i H i i H i | Ù Ì i ‘ i } j i di de arte i era n mor sini di n, n lia Tel LE Pa se e eo rne d RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 343 refrigerante colla scatola N, è inserito — per mezzo di un pic- colo tubo di rame — un manometro, indicato schematicamente in X, nella nostra figura. Le guerniture dei varî giunti a vite erano fatte con anelli di stagno puro. Riferiamo per ora una sola delle varie serie di esperienze — tuttora in corso — eseguite con l'apparecchio or ora descritto operando a diverse temperature e pressioni, ed impiegando di- versi gas carburanti. É precisamente riferiamo i risultati di una serie di cementazioni eseguite a 1100° C. impiegando ani- dride carbonica sotto diverse pressioni, in presenza di carbone solido granulare, preparato nel modo al quale accennammo poco fa. La velocità colla quale l'anidride carbonica reagisce col car- bone a 1100°, è tale (come dimostrano varie esperienze, i cui risultati riferiremo fra breve) che basta far sì che l’anidride «carbonica che giunge nel tubo di porcellana caldo del nostro apparecchio con una velocità di quindici a venti litri l’ora, at- traversi uno strato di carbone granulare dello spessore di 6-7 cm., prima di arrivare alla zona nella quale sono collocati, insieme allo stesso carbone, i cilindri d’acciaio, per essere sicuri che in questa zona siano già raggiunte, per l’anidride carbonica residua e per l’ossido di carbonio da essa formatosi, le concentrazioni corrispondenti alle condizioni di equilibrio dei due gas col car- bonio libero alla data temperatura. Possiamo dunque pratica- mente ritenere — date le note concentrazioni di equilibrio dei due gas a 1100° — che le cementazioni della nostra prima serie sì compiano come se avessimo impiegato direttamente l’ossido di carbonio in luogo dell'anidride carbonica. Ciò posto, riportiamo senz'altro, nella seguente tabella, i risultati della nostra prima serie di esperienze (1): (1) Gli spessori indicati per le varie zone sono la media di misure micrometriche eseguite in molti punti di ciascuna provetta, e non diffe- renti l’una dall’altra di più di 0,05 mm. Lo spessore delle zone ipoeutec- tiche è misurato dal punto di inizio dei lembi di ferrite primaria, fino al punto nel quale la concentrazione del carbonio è ridotta all'incirca al 0,8%; è quindi possibile, in questo gruppo di zone, un errore anche di 0,1 mm. 344 VAIO ORIOGIOLIBIE ##0p CARNEVALI | D È Su D a . | è 3 s (ou) = z eigviba| Sisti nose e a 2 m-allo O 4 D 5 .9S | ROGN O dr NE NOI N Si n 19° gif 5 Bale) pere CRE 3 a DELI pe Ro dt. Ani Se Da ca i A sg SA Sei AS © da 583 DÒ = Si Ro E dai n | eg DIRI ' il di I Th È BE ia. 1100°C% 9,5 2 1,9 0,6 RS du 3 press. ord. | 2 0) 0,5 Dali £,0 dii dito 15 Li 0,8 0,7 1,0 Dub "BR SE, SE 6 i Abc ir i 2,0 Dl a L press. ord. | 7 0 LS 3,4 I numeri contenuti nella nostra tabella pongono subito net- tamente in evidenza il notevole effetto della pressione del gas cementante, sia sulla velocità della cementazione, sia sulla con- centrazione del carbonio nelle zone cementate. | - Per quanto riguarda il primo punto la velocità della dif- fusione del carbonio nell’acciaio — basta confrontare i risultati della esperienza 1% con quelli della seconda, per vedere come — rimanendo costanti tutte le altre condizioni — l’innalzamento della pressione, dal valore corrispondente alla pressione atmo- sferica ordinaria a quello corrispondente ad un eccesso di 9,5 Kg. per cm? su tale valore, raddoppi quasi lo spessore totale della zona cementata ottenuta in due ore, portandolo da mm. 1,6 a. mm. 9,1. I i Il confronto fra la 4° e la 5? esperienza dimostra che — per una cementazione di sette ore a 1100° — l'innalzamento di pressione, dalla pressione atmosferica ordinaria alla pres- sione di 6 Kg. per cm°, eleva lo spessore totale della zona ce- mentata nel rapporto di 3 o 2 (da mm. 3,4 a mm. 5,1). Infine, il confronto della 3* esperienza colla 2% fa vedere come, operando alla pressione ordinaria, occorrano due ore per ottenere una zona cementata il cui spessore non raggiunge 1 due terzi di quello della zona che si può ottenere in un'ora, operando — a parità di ogni altra condizione — sotto la pres- sione di 15 Kg. per cm?. Quanto all’effetto della pressione del gas sulla concentra- zione del carbonio nelle zone cementate, esso risulta pure evi- RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 345 dente dal confronto della nostra 18 esperienza colla 2*, e della 42 colla 58. Tali confronti dimostrano, infatti, che — mentre nelle zone cementate ottenute alla pressione ordinaria manca la zona ipereutectica, nè la concentrazione del carbonio può quindi superare in esse il 0,9% — le zone ottenute eseguendo la cementazione sotto pressioni comprese fra 6 e 9,5 Kg. per cm?, contengono sempre zone ipereutectiche ben sviluppate. I dati ricavati da queste prime esperienze sarebbero evi- dentemente insufficienti per dedurre alcuna regola quantitativa nei rapporti ai quali abbiamo accennato: tali regole ci propo- niamo di stabilire fra breve, in base ai risultati di più nume- rose serie di esperienze (attualmente in corso di esecuzione), eseguite in condizioni molto varie con altri gas carburanti e su vari tipi di acciai. I dati attuali bastano, però, a dimostrare in modo assolutamente certo che nel processo della cementazione i gas carburanti intervengono direttamente ed hanno, anzi, un’a- zione preponderante. Le esperienze descritte or ora, e quelle che ad esse fanno seguito e che saranno descritte fra breve, sono l'applicazione su scala minore, ma in condizioni meglio definite, dello stesso principio che uno di noi ha già da tempo applicato su scala industriale, ricavandone utili risultati pratici. Torino, Laboratorio di Chimica metallurgica e metallografia del R. Politecnico, Febbraio 1910. UD ci MARIO GHIGLIENO Su alcuni nuovi derivati trimetilenpirrolici. Nota I del Dott. MARIO GHIGLIENO. In una Nota: Sintesi di derivati glutarici e trimetilenici (1), Guareschi e Grande descrissero una 3-3metiletil1-2-dician-trime- tilendicarbonimide CH° C°H° n'eg ottenuta dalla metiletildicianglutarimide OH C*HD ZA C mediante bromurazione in a e a' e successiva eliminazione del bromo. La metiletildicianglutarimide si ha, passando pel suo sale d’ammonio, grazie alla reazione sintetica del prof. Guareschi (2), per cui da un chetone, etere cianacetico ed ammoniaca si for- mano dei composti diaignadiclangiitaniei di cui questo non è che un esempio. (1) © Atti R. Accad. d. Scienze di Torino ,, Vol. XXXIV, Giugno 1899. (2) I. GuarescuI, Sintesi di composti glutarici e trimetilenpirrolici. * Mem. R. Accad. d. Scienze di Torino ,, Serie II, Vol. L, Novembre 1900. *SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 347 Essa lascia con facilità sostituire con due di bromo i due atomi di idrogeno in posizione 0, dando il composto bromurato : CH: 03H? Sil C 6 A CN.Br.C C.Br.CN che poi, scaldato a lungo di per sè, o meglio in presenza di acido acetico, elimina il bromo con formazione dell’anello tri- metilenico: CHI-(H° Hi: C3H5 ava Luv (0) C ho CN.Br.C C.Br.CN CON.C-—C.CN | | = Bro + | OC CO CO a o NH NH Gli autori citati ottennero questa imide trimetilenica cri- stallizzata dall’acido acetico diluito “ in prismi rombici, duri, brillanti, che fondono a 220°-225°9, ma scomponendosi e anne- rendo; già a 210°-205° dà segni di fusione e se si scalda len- tamente si scompone, fondendo, a 210° ,. Questa sostanza non fu però da loro preparata in gran quantità. Allo scopo di completare lo studio di questa sostanza e di ottenerne il corrispondente acido trimetilenico, io preparai, se- guendo le norme date da Guareschi e Grande, la imide gluta- rica primitiva ed il suo derivato bromurato. Nella sbromura- zione di questo, eseguita prima nell’identico modo indicato dai due autori e poi con un procedimento alquanto modificato, i0 ottenni sempre dei prodotti cristallizzati con proprietà analoghe a quelle da essi attribuite al loro composto, ma con un punto di fusione variabile da caso a caso e da frazione a frazione di una stessa bromurazione (da un minimo di 160° circa a un mas- simo di 2309-2359). 348 MARIO GHIGLIENO . Da questi prodotti, che evidentemente erano dei miscugli a proporzioni variabili (e probabilmente miscugli isomorfi, perchè non erano discernibili due diverse specie di cristalli), con una serie di cristallizzazioni. frazionate in diversi solventi riuscii a separare due isomeri, entrambi cristallizzati e incolori, fon- denti l’uno a 241°-248° con decomposizione e l’altro a 202°-203°, che tutti e due diedero all’analisi e alla determinazione del peso molecolare risultati assai ben concordanti coi valori teorici per la formola C!9H?N30?, i La sostanza ottenuta da Guareschi e Grande doveva dunque essere anch'essa molto probabilmente, come apparve dall’esame di un campione conservato in questo laboratorio da circa otto anni, un miscuglio di questi due isomeri. Le solubilità dei due isomeri nei diversi solventi, sempre alquanto maggiori per il composto che fonde più basso, non differiscono però in modo notevole altro che per l’acido acetico e per l’etere. | Tutte le altre proprietà sono per i due corpi perfettamente analoghe. Entrambi formano sali e si comportano come deboli acidi monobasici, nettamente titolabili colla fenolftaleina. Trat- tati con soluzioni diluite di idrato sodico, assorbono tre mole- cole d’acqua svolgendone una d’ammoniaca e dando origine a due acidi diversi, ma isomeri anch'essi e in tutto perfettamente analoghi fra di loro, che saranno descritti in una prossima nota. Resistono poi notevolmente ad una ulteriore idratazione per mezzo degli alcali. Nè l'uno nè l’altro si colora col cloruro fer- rico. Per quanto ho potuto vedere, sono tutti e due egualmente stabili, e un tentativo di trasformare l’uno nell’altro per lunga ebollizione con acido acetico non diede alcun risultato. Entrambi sono inattivi sulla luce polarizzata. Date queste proprietà, non mi sembra probabile che la isomeria di questi due composti sia da attribuirsi alla contem- poranea esistenza delle due forme chetonica ed ossidrilica: CH? C°H° MAI NOE? Ni 1 c 7X o canta CN.C-——C.CN CN.C-—C.CN | | | OC CO OC C.O0H SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 849 che facilmente dovrebbero trasformarsi l’una nell’altra. La per- fetta analogia riscontrata fra i due composti induce piuttosto ad ammettere per entrambi la medesima costituzione ed il loro modo stesso di formazione, come pure la mancanza della colora- zione col cloruro ferrico, mi fanno ritenere più probabile delle due la formola chetonica, che ho adottata nella scrittura e in base alla quale mantenni la nomenclatura usata da Guareschi e Grance. Questo però senza considerare affatto la questione come risolta. PERE Comunque, per ciascuna delle due precedenti formole è spie- gabile l’esistenza dei due isomeri dipendentemente dalle posi- zioni rispettive dei singoli gruppi atomici nello spazio. Infatti, secondo le teorie generalmente ammesse di Le Bel e van’ t Hoff, le due valenze libere d'ogni atomo di carbonio del nucleo trimetilenico devono essere dirette in modo simmetrico da parti opposte del piano determinato dai tre atomi dell’anello stesso. E, ammessa la teoria delle tensioni di Baeyer, è logico supporre che levalenze degli atomi di carbonio trimetilenici legate ai gruppi CN e CO, sebbene questi ultimi siano poi a loro volta riuniti a for- | 00 | mare il complesso eterociclico NH, si mantengano però + CO: sempre vicine quanto è possibile alle direzioni dei vertici di un tetraedro, e perciò da parti opposte del piano del nucleo trime- tilenico. Ciò posto, diventa evidente la possibilità delle due forme stereoisomere, secondo cioè che il complesso eterociclico viene a trovarsi rispetto al nucleo trimetilenico dalla parte del «gruppo metilico o da quella del gruppo etilico. Un buon argomento in favore di questa interpretazione del- l’isomeria sarebbe dato: dal fatto che l’isomeria stessa non si osserva nei corrispondenti composti dietilsostituiti, come risul- terebbe finora da esperienze già iniziate a questo scopo. ‘Per ragioni di comodità ho chiamato forma a l’isomero a punto di fusione più elevato e che si ottiene in maggior quan- tità e forma 8 l’altro a punto di fusione più basso. 350 MARIO GHIGLIENO Pa La metiletildicianglutarimide venne preparata nel modo in- dicato da Guareschi e Grande (1), decomponendo cioè con acido cloridrico il suo sale di ammonio, che si forma dalla sintesi diretta fra metiletilchetone, etere cianacetico ed ammoniaca. Lamelle ‘bianche fusibili a 193°. Queste, sospese nell'acqua allo stato di polvere fina e trattate con quattro molecole di bromo sciolto in acido acetico, diedero direttamente il derivato bromu- rato sotto forma di polvere bianchissima fusibile verso 185°. Eliminazione del bromo dalla metil-etil-dibromo-»dician- gluta- rimide. — Guareschi e Grande sbromuravano il composto bro- murato scaldandolo per lungo tempo a 100° in una cassula con acido acetico al 50 °/. Per quantità un po’ grandi di sostanza, questo procedimento diventa però lunghissimo e rende anche poco. Dopo alcune prove, io eseguii quindi sempre la sbromu- razione scaldando a bagno maria entro un pallone di Claisen con acido acetico della stessa concentrazione, ma facendo passare nel liquido una viva corrente d’aria che asporta rapidamente il bromo via via che sl mette in libertà. In 6-7 ore la reazione è in questo modo completa e, regolando opportunamente la concentrazione della soluzione, dà subito per raffreddamento del liquido giallo una buona quantità di prodotto ben cristallizzato e privo di bromo. Concentrando successivamente l’acido acetico, si hanno poi altre porzioni di prodotto sbromurato cristallizzato. In totale, dall'80 al.90 ° del rendimento teorico. Si hanno così delle miscele (molto probabilmente miscele isomorfe) dei due isomeri in proporzioni assai variabili e in cui il punto di fusione non è che un indizio assai fallace del rap- porto di quantità fra i due componenti (2). (1) Su una idroetildicianmetildiossipiridina. * Atti R. Accad. d. Scienze di Torino ,, Vol. XXXII, Giugno 1898.. (2) Nelle successive ricristallizzazioni ottenni, p. es., varie volte dei cri- stalli fondenti esattamente a 202°203° come l’isomero f, mentre contene» vano ancora buone quantità dell’altro isomero a punto di fusione più alto. Così, nelle frazioni fusibili sotto a 205°, vari casi di miscele collo stesso punto di fusione contenenti i due isomeri in proporzioni ben diverse. SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 951 La separazione dei due composti allo stato puro è piuttosto penosa e richiede una serie di sistematiche soluzioni parziali nell’etere, seguite poi da varie cristallizzazioni in diversi sol- venti. Il metodo della dissoluzione parziale della sostanza mista, agitando a lungo, in polvere finissima, colla quantità di etere che sarebbe sufficiente a sciogliere un egual peso del composto più solubile, dà risultati abbastanza buoni ed offre il vantaggio di non dover poi riscaldar troppo le sostanze in presenza di sol- venti, col che in parte si alterano dando dei prodotti vischiosi. 1-1. .Metileetil:2-3-dician-etrimetilen:2-3-dicarbonimide o metil:etilB-B'-dician-trimetilenca-a'- pirrolidone. CHPSe*R I gd C LO CN.C-—C.CN Letti 00. CO DEA NH (forma a) Fu ottenuta insieme col suo isomero come già dissi, e se- parata da questo mediante soluzione frazionata in etere e suc- cessive ricristallizioni dall’acido acetico e dall'alcool diluiti. Bei cristalli rombici o prismetti incolori, anidri, duri, bril- lanti, di sapore caldo e dolciastro, poco solubili in acqua fredda, abbastanza facilmente nell’alcool, nell’acido acetico e anche più nell’acetone, poco o niente in benzene, cloroformio, solfuro di carbonio ed etere di petrolio. Nell’ etere a freddo si scioglie all'incirca in proporzione di 1 a 150. Nei tubi capillari fonde, decomponendosi e annerendo, a 241°-243°, temperatura che può variare un po’ secondo la rapi- dità del riscaldamento. Sul blocco Maquenne si ha la fusione istantanea a 248°-249° in un liquido incoloro che tosto rapida- mente annerisce. 302 MARIO GHIGLIENO Disseccata a 100°, diede all’analisi i risultati seguenti: ba er, 0.109 7 di’‘agoro a lo” (‘tuUut) (tam) (Uru) (Cura) (‘tTI) | | È : xa 3 |momoagnatadI| nrossads 943 | Rotppaznoodi | eorpoagno — | voIppamoradi | | stre 2. | euoz top 10p VUOZ V[]AP VUOZ e|]ep euoz g[[jop | (tam) | | si | + S.P 098 e10ssadg eururog | Q10880dg Q108s0dg o1ossadg | opuequawoI ser = 8 p0 22 ‘QUOISSAI] Ren eo so De” su 6 RS o 25% | g orvmoy I y 01NI00w | È DD D N | | 7 » ‘II VITISV], RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 383 giungendo a provare come in essi (accanto agli analoghi feno- meni di liquazione della ferrite negli acciai più dolci) debba sopra tutto ricercarsi la causa della sfaldatura dei pezzi mec- canici in acciaio cementato superficialmente. Appare quindi opportuno esaminare qui un po’ meglio le cause e gli effetti pratici del fenomeno dell’ “ accumularsi , della cementite: poichè è appunto negli acciai dei quali ora ci occu- piamo, che il fenomeno si verifica in maggior misura. Quanto alla seconda causa della sfaldatura — la liquazione della ferrite — la lasciamo per ora da parte, come quella che non può pre- sentarsi negli acciai dei quali ci occupiamo ora. Il fotogramma 1 riproduce un tratto dell’orlo esterno di una sezione piana praticata — perpendicolarmente all’asse — nel cilindretto di acciaio B che ha servito per la 1% espe- rienza riportata nella nostra Tabella II (cementazione di tre ore a 1100° con etilene sotto la pressione atmosferica ordinaria). La sezione — levigata e attaccata con soluzione alcoolica di acido picrico al 5% — è riprodotta con un ingrandimento di 50 diametri (1). In questo fotogramma si nota subito l’esi- stenza di una zona esterna eutectica — dello spessore di circa un millimetro — accanto ad una zona più profonda ipereutectica. Ora questa caratteristica distribuzione del carbonio — già con- statata altra volta da uno di noi (2) — si verifica (come fra poco vedremo) molto di frequente nei prodotti delle cementa- zioni eseguite con cementi gassosi, in condizioni tali da otte- nere zone cementate ad alto tenore di carbonio. Essa è, eviden- temente, opposta a quella che dovremmo prevedere partendo dall'ipotesi che la cementazione sia dovuta alla diffusione del carbonio per differenza di concentrazione; poichè non possiamo ammettere che una differenza di concentrazione di una sostanza in una soluzione solida produca la diffusione della sostanza stessa (1) Come si vede facilmente, la nostra micrografia — che comprende una gran parte della zona ipereutectica — risulta dall'unione di quattro fotografie eseguite spostando la provetta d’acciaio parallelamente a sè stessa per mezzo di una vite micrometrica. — Nello stesso modo sono eseguite le micrografie 2, 4 e 5. (2) Vedi Gioritti e Tavanti, “ Gazz. Chim. It. ,, 1909, pag. 386. 984 F. GIOLITTI + F. CARNEVALI dai punti nei quali la sua concentrazione è minore a quelli nei quali essa è maggiore. Il fenomeno (che abbiamo già detto — e vedremo più avanti — verificarsi frequentemente) si. spiega facilmente in base a considerazioni del tutto analoghe a quelle che hanno già per- messo ad uno di noi (1) di spiegare le brusche variazioni della concentrazione del carbonio lungo le superficie di raccordo delle tre zone (ipereutectica, eutectica e ipoeutectica) caratteristiche degli acciai cementati ad alto tenore di carbonio. Abbiamo già dimostrato poco fa come — sopra tutto per le temperature superiori ai 1000° — intervenga nella cemen- tazione l’azione diretta dei gas carburanti; azione diretta che si «rivela in special modo nelle piccole differenze della concentra- zione del carbonio degli strati successivi costituenti la zona esterna del pezzo cementato (2). Ora, data tale grande omoge- neità della soluzione solida costituente — sopra 900° — la serie degli strati esterni della zona cementata, è ben naturale il pre- vedere che 1 cristalli di cementite che se ne separano per opera del raffreddamento, non debbano necessariamente formarsi da prima negli strati superficiali (come dovrebbe avvenire se in questi il carbonio avesse una concentrazione molto più elevata che non negli strati contigui) (3), ma si formino invece nei punti nei quali. trovano dei “ germi , di cristallizzazione, la cui for- mazione è spesso dovuta — come è ben noto — ad eterogeneità del tutto accidentali della massa d’acciaio (grani di scorie, no- duli di solfuri metallici... ecc.) o può provenire da leggere va- riazioni locali della concentrazione del carbonio, prodotte da momentanei cambiamenti della temperatura o della pressione del gas cementante. Intorno a tali germi si accumuleranno i cristalli di cementite primaria, a mano a mano che il raffred- damento procede; e la cristallizzazione procederà secondo lo schema già indicato altra volta da uno di noi per un caso ana- logo (4), fino a che — raggiunta la temperatura eutectica — (1) Vedi Grorirti, * Rendiconti della Società Chim. di Roma ,, 1908 b, ) ? pag. 354 e seg. 2) Vedi GroLitti e Tavanti, l. c. ) 8) Vedi l. c. ( ( (4) © Gazz. Chim. ,, 1909, pag. 401-404. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 8385 rimarranno ampie zone nelle quali il carbonio avrà la concen- trazione costante 0,9%: tali zone sono appunto quelle che ap- paiono al microscopio formate di perlite pura. Una valida conferma del nostro modo di interpretare questi fenomeni, è fornita dall’esame di un cilindretto del solito ac- cialo B, cementato a 1100°C. durante dieci ore con undici litri di etilene sotto la pressione atmosferica ordinaria. Il nostro fotogramma 4° riproduce (coll’ ingrandimento di 50 diam.) un tratto del lembo esterno di una sezione trasversale di tale ci-. lindretto, levigata ed attaccata nel solito modo. In esso si ve-. dono alcuni cristalli di cementite all’estremo orlo esterno della sezione: tale prima zona ipereutectica è seguita da una zona eutectica, la quale è a sua volta seguita da una seconda zona ipereutectica: una simile distribuzione della cementite non può evidentemente essere attribuita se non all’azione di “ germi di eristallizzazione , in una massa di soluzione solida di concentra- zione praticamente uniforme. Del resto, la miglior prova che la distribuzione della cementite, quale l'abbiamo osservata, non è dovuta a variazioni della concentrazione del carbonio nei varî strati della zona cementata, causate da variazioni dell'andamento del processo della cementazione, la si trova nel fatto che la distribuzione della cementite negli strati successivi non è uguale in tutte le parti del cilindretto: ciò che invece dovrebbe neces- sariamente verificarsi se fosse vera l'ipotesi ora enunciata. Così il nostro fotogramma 3° riproduce un altro tratto della zona cementata della stessa provetta alla quale si riferisce il toto- gramma 4°, e in questo secondo tratto abbiamo una sola zona ipereutectica all’orlo esterno della sezione. Quest'ultima osservazione esclude anche immediatamente che la diminuzione della concentrazione del carbonio che si ve- rifica, nei varîì casì citati, alla superficie esterna dei pezzi ce- mentati possa esser dovuta -— invece che a fenomeni di liqua- zione della cementite — a fenomeni (del resto “ a priori , inverosimili, date le condizioni sperimentali nelle quali ci siamo posti) di “ inversione , del processo della cementazione (1). Alla (1) A fenomeni di “ inversione , del processo dell’affinazione della ghisa (mediante miscele di anidride carbonica ed ossido di carbonio) attribuì il Wiist (£* Metallurgie ,, V, 1908, pag. 7-12) variazioni della concentrazione 386 F. GIOLITTI - F. CARNEVALI stessa esclusione conduce, oltre che l’esame del fotogramma 4°, anche quello del nostro fotogramma 2°, il quale riproduce un altro tratto della stessa sezione della provetta alla quale si riferisce il fotogramma 1°: anche qui appare, infatti, una “ vena , di cementite la quale, attraversando tutta la zona eutectica, raggiunge l’estremo orlo esterno della sezione. Del resto apparrebbe anche assai poco verosimile che un supposto processo di affinazione si limitasse sempre a ridurre la concen- trazione del carbonio esattamente al valore 0,9%: e ciò sopra tutto quando si osservi che 1 fenomeni descritti si verificano in un grande numero di casi, per tutte le cementazioni eseguite con cementi gassosi e spinte fino a raggiungere elevate concen- trazioni del carbonio nelle zone cementate. Così fra i cilindri. cementati ottenuti nelle esperienze riferite nella Tabella II, oltre al gia citati, presentano una zona eutectica esterna, seguita da una zona Ipereutectica più profonda, ancora quelli di acciaio B corrispondenti alla 3°, alla 4* ed alla 8® esperienza. Il nostro fotogramma 5 riproduce, ad esempio, l'orlo di una sezione del cilindretto cementato nella 3% esperienza della Tabella II. Sono ben note le difficoltà che si incontrano sempre nella pratica per far sì che il riscaldamento che precede la tempre del pezzi cementati valga a far sparire tutti i cristalli di ce- mentite, la cui presenza nel pezzo temprato è causa di perico- losi fenomeni di fragilità. E quindi facile capire quanto tali difficoltà siano accresciute dai fenomeni di liquazione che ab- biamo studiati poco fa; abbiamo, infatti, veduto che tali feno- meni producono un “ accumularsi ,, in determinate regioni del pezzo cementato, di cristalli di cementite di grandi dimensioni, 1 quali ben di rado passano di nuovo totalmente in soluzione del carbonio analoghe a quelle da noi osservate (ora ed altre volte) negli acciai cementati. — Abbiamo però già dimostrato l’inverosomiglianza del- l'ipotesi del Wiist, sostituendola con un’altra, fondata sugli stessi principî sul quali ci basiamo per spiegare i fenomeni dei quali ora ci occupiamo {Vedi © Rendic. R. Acc. dei Lincei ,, 1908, pag. 662-667 e 748-754). Abbiamo, poi, già accennato all’assoluta ed evidente impossibilità che tali fenomeni di inversione si verifichino nelle cementazioni eseguite mediante idrocarburi. dell'acciaio IGAZIONE F. GIOLITTI e F. CARNEVALI - Ricerche sulla fabbr tato. Ut della . Accad. dello Scienze di Terno. Vol. XLV. F. GIOLITTI e F, CARNEVALI - Ricerche sulla fabbricazione dell'acciaio cementato. - Ati della SR. Accad. delle Scienze di Terino. Vol. XLV. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 887 nel ferro y, durante il riscaldamento che precede la tempra, qualora tale riscaldamento non venga prolungato in modo dif- ficilmente compatibile colle esigenze della pratica. Le caratte- ristiche di questo fatto sono poste in evidenza -— in condizioni appositamente esagerate, per renderle più chiare — dall'esame della superficie di frattura del cilindretto di acciaio B, cemen- tato nelle condizioni indicate per la 3? esperienza della nostra Tabella II, lasciato raffreddare lentamente dopo la cementazione, riscaldato per 10 minuti a 900° e temprato da 850° in acqua a 15°. Il nostro fotogramma 6° riproduce appunto, coll’ingran- dimento di tre diametri, una tale superficie di frattura. In esso. si vedono chiaramente i grossi cristalli fragili costituenti preci- samente la zona nella quale — come dimostra il fotogramma 5° — si è accumulata la cementite. Il fotogramma 5° mostra infatti che tale “ accumularsi , della cementite si è verificato nella zona che segue lo strato eutectico superficiale dello spessore di un mil- limetro; ed è appunto questa la zona nella quale appare la strut- tura giù grossolanamente cristallina della superficie di frattura. Da quanto abbiamo riferito risulta sempre più chiara l’im- portanza pratica di tutti quei mezzi che permettono di evitare i fenomeni di liquazione della cementite nei pezzi di acciaio ce- mentati. Tali mezzi abbiamo già indicati altra volta (1), ed abbiamo veduto che possono dividersi in due gruppi principali, a seconda che consistono in una modificazione del processo di cementazione o del processo di tempra che segué la cementa- zione. Non vi è dubbio che i primi sono i più sicuri: ma quando non si possa ricorrere ad essi, l’eseguire almeno una doppia tempra, nelle condizioni che abbiamo altra volta indicate (2), potrà in molti casi evitare gravi accidenti. E ciò dimostrano chiaramente gli esempî riportati nelle pagine che precedono. Torino. Laboratorio di Chimica metallurgica e Metallografia del R. Politecnico. Febbraio 1910. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 27 988: C. BURALI-FORTI Gradiente, rotazione e divergenza in una superficie. Nota di C. BURALI-FORTI (Torino). Le regole generali, ormai note (*), di calcolo assoluto delle omografie, sono stabilite nell'ipotesi che tali omografie operino in campi vettoriali continui a fre dimensioni. Se il punto, del quale i vettori del campo sono funzioni, varia in una super- ficie 2, allora i suoi spostamenti, in ogni posizione, hanno luogo in un campo vettoriale a due dimensioni, e le regole di calcolo omografico possono subire delle modificazioni. Le questioni che si presentano in tale ipotesi si risolvono facilmente; pure cre- diamo utile esporle e risolverle, per toglier di mezzo alcune difficoltà che certamente si presentano a chi inizia lo studio del nuovo calcolo assoluto. | 1. — Il punto P vari in una superficie X, e sia N un vettore unitario normale a X in P ed avente un verso stabilito rispetto a X. Il vettore N è funzione del punto P e sorge spontanea la considerazione della omografia 0, derivata di N rispetto a P, (1) | P, api Per definizione (0. v., n. 20) (#**) o è l'operatore che appli- cato ad uno spostamento dP qualsiasi di P, produce il corr? spondente spostamento 4 N di N, (2) odP=dN. (#) C. Burari-Forti e R. MarcoLonco, Omografie vettoriali con applica- zioni alle derivate rispetto ad un punto e alla fisica-matematica (G. B. Petrini, Torino 1909). (#) Con l'abbreviazione “O. v., indichiamo il libro, già citato, Omo- grafie vettoriali... GRADIENTE, ROTAZIONE E DIVERGENZA IN UNA SUPERFICIE 389 “i _ E chiaro che se gli spostamenti d P possono avvenire, ‘ alineno, in tre direzioni non complanari, allora la condizione (2) definisce (purchè esista) l'operatore 0 in un campo a tre dimen- sioni. Ma se, come per P variabile in %, dP può variare sol- tanto in un piano a, allora la (2) definisce 0 per tutte le dire- zioni parallele ad a, e occorre ancora conoscere, ad es., il valore di o.N perchè o sia individuato come operatore in un campo a tre dimensioni. | Per P variabile in X la (2) definisce, dunque, o per le di- rezioni giacenti nel piano tangente a X in P; vale a dire o ha, come i quaternioni (*), un campo di applicazione a due dimensioni. Ora se noi vogliamo applicare il calcolo omografico in tutta la sua generalità, e, quindi, non limitarne affatto la potenza, è necessario fare in modo che 0 rimanga operatore in un campo a tre dimensioni. Tale scopo può raggiungersi in uno qualunque dei due modi A, B, seguenti. A. — La (2) definisce o per tutte le direzioni normali ad N. Basterà dunque dare a o N un valore determinato perchè o ri- sulti definita in un campo a tre dimensioni. È però certo che tale valore di o.N non è del tutto in nostro arbitrio. Se per un momento supponiamo che P vari in un campo continuo a tre dimensioni e N sia vettore unitario funzione di P. allora da N NL NO i=e si trae subito (0. v., n. 9, [6]]) (3) DON RUE ma se P varia in un campo continuo a tre dimensioni dP può assumere tre direzioni non complanari e la (3) dice che KoN è normale a tre direzioni distinte, cioè (4) KoN=0. Se, invece, P varia sulla superficie X la (3) dice soltanto che Ko.N è normale a qualsiasi direzione del piano tangente, cioè che Ko.V è vettore parallelo ad N. (*#) Non è però un quaternione, ma un operatore più generale. 390 C. BURALI-FORTI Non faremo dunque nulla di contrario alle proprietà gene- rali delle omografie, anzi conserveremo la continuità, assumendo la (4) per assegnare a 0 la condizione che le manca affinchè possa operare nel campo a tre dimensioni dei vettori (*). B. Si consideri il campo T continuo a tre dimensioni formato dai punti Q= P+rN, variando r in un intervallo, contenente nel suo interno lo cero, (o da -- 0 a — 0) tale che da ogni punto @ del campo si possa condurre una sola normale QP a 2 (o ad una parte di >). In tali ipotesi ad ogni punto @ di F corrisponde un solo punto P di %, e .N, che è funzione di P, è pure funzione di @, ed è determinata (supposta esistente) l’omografia Ciò posto definiremo o come il valore di à per r = 0 O = ((0),55 o ovvero in punti nei quali si presentino delle singolarità O. dim dy r=0 L’omografia 0 così definita opera in un campo a tre dimen- sioni, il campo determinato da Z, e si ritrovano le proprietà gia ottenute col metodo A (**). 2.-- Una volta ottenuta o come omografia in un campo a tre dimensioni, la rotazione e la divergenza di un vettore funzione di P sono enti ben determinanti perchè si possono esprimere (0. v., n. 24, 2) mediante i corrispondenti rispetto (*) Ho seguìto questo metodo nella mia nota, Alcune nuove espressioni assolute delle curvature in un punto di una superficie (Rendic. R. Accademia Lincei, vol. XVIII, s. 5%, 1909). (#*) Cfr. la mia nota, Sulla geometria differenziale assoluta delle congruenze e dei complessi rettilinei (Atti Acc. Torino, 1909), specialmente i ni 1 e 3. GRADIENTE, ROTAZIONE E DIVERGENZA IN UNA SUPERFICIE 391 a o di due vettori normali ad N e del vettore N (*); inoltre risulta determinata la derivata di un qualsiasi vettore w fun- zione del punto P (0. v., p. 107, 108). Lo stesso non avviene per il gradiente di un numero @ (e, più in generale, di una omografia) funzione del punto P. Invero. Il gradiente di 9 è definito in generale (0. v., n. 22) d® DE che applicato allo spostamento d4P produce il corrispondente incremento d@ di @® come una funzione dell’ operatore lineare 7: O RE 4 ii ed è chiaro che potendo avere dP soltanto delle direzioni nor- mali ad .V ci rimane, come col metodo A, da stabilire quale, almeno, è il valore, ad es., di | Anche per il gradiente si può operare in due modi, che esponiamo nei seguenti n' 3, 4, corrispondenti ai modi A, B esposti nel n. 1. 3. — Per non fare confusione tra il gradiente, che si’ in- dica con grad, ottenuto nel campo a tre dimensioni, e quello che noi vogliamo ora considerare nel piano tangente a X in P, indicheremo quest’ultimo con Grad@ in luogo di grad ©. |. Definiremo il Grad®, come vettore normale ad N, valendoci della ordinaria proprietà (5) Grad p X dP= d® inteso che dP possa avere soltanto direzioni normali ad N. Grad così definito è un vettore normale ad .N e normale in Palla linea di 2 di equazione @ = cost (**), e quindi N A Grado I ha la direzione della tangente in P alla linea @ = cost. (*) Cfr. la mia nota, Sulla rappresentazione sferica: di Gauss, Atti Isti- tuto Veneto, 1910. (**) Cfr. le mie due note citate dei Lincei e Istituto Veneto. 392 C. BURALI-FORTI Nel campo a tre dimensioni la rotazione del gradiente è costantemente nulla. Non avviene lo stesso per la rot Grad © che, in generale, è vettore non nullo ma sempre normale ad N, (6) N X rot Grado —0. Ciò si dimostra facilmente. Siano 4P e d due spostamenti qualunque di P; si ha rot Grad © X dP /\dP=(dGrad 9) X èdP — (d Grado) X dP (3); ma applicando dè e d alle due condizioni dpi dead X d P, bessbrado x dl si ha subito rot Grad @ X dP /\ dP=0 che per esser dP /\ dèP parallelo ad N dimostra la (6). Questa ed altre proprietà possono permettere di assegnare dp dP definendo o nel modo B, cioè unendo alla superficie 2 il campo T a tre dimensioni. a N un conveniente valore. Ma tutto ciò può essere evitato 4. — Inteso che si operi nel campo l il vettore grad@ è ben determinato (se esiste). Noi definiremo il Grad @ come com- ponente normale di grad@ rispetto ad N, cioè porremo (7) Grado=(XN/\ grad9) /\ N= grado — (N X grado) N. Questa def. di Grad © concorda con quella data nel n. 3. Moltiplicando (XX) i due membri della (7) per dP e ricordando che N X dP=0 si ha la (5). Operando nei due membri della (6) con rot e ricordando che rot grad@ = 0 si ha (0. v., n. 24, |7]) rot Gradg= — (N X grad@)rot. N — }grad(N X grado): /\\ N; (#) C. Burari-Fortr e R. MarcoLongo, Elementi di calcolo vettoriale..... (N. Zanichelli, Bologna, 1909), -p. 66, n. 3. — Oppure O. v., n. 24, 8 [1]. GRADIENTE, ROTAZIONE E DIVERGENZA IN UNA SUPERFICIE 393 ma (Lincei, 1. c.) rott.N=0 e quindi moltiplicando (X) i due membri per _N si ha la (6). Non moltiplicando per .V i due membri si ha la formula rot Gradg = N /\ } grad(N X grad g} ! che stabilisce l'esatta corrispondenza tra rot Grad@ e grado. Risulta chiaramente da quanto abbiamo ora esposto che il modo B, cioè la considerazione del campo T a tre dimensioni, toglie qualsiasi incertezza sull’uso delle formule generali delle omografie vettoriali (*), e quindi il modo B è preferibile al modo À. Volendo, per le superfici, considerare il gradiente di @ sul piano tangente è opportuno far uso della notazione Grad@ in. luogo di grad @; ma ciò non è necessario purchè si tenga pre- sente (come abbiamo fatto nei lavori precedenti) il significato speciale del gradiente sul piano tangente. Quanto ora abbiamo esposto permette di ottenere, senza coordinate, resultati che si ottengono con cinque, o almeno, con due coordinate. Vediamone qualche esempio. 5.-— Cominciamo col dimostrare che: se @ è una soluzione della equazione differenziale (di LaPLACE) (8) div Grad @ = 0 allora XY /\ Grad@ è il gradiente di un numero y funzione di P. (*) Notiamo ancora che posto neefP) alla (7) si può dare la forma grad f(P) = Gradf(P) + pica ani i N. Invero. Per » infinitesimo si ha, a meno di infinitesimi, (0. v., n. 23, [3]) e+ = PA EI pa p(P) +e NX gradf(P) . che dimostra quanto abbiamo affermato. 394 C. BURALI-FORTI Siano w;== cost. le linee di X traiettorie ortogonali delle linee @ = cost. soluzioni della (8). Allora Grad @ è normale a Gradw,, cioè esiste un numero %, funzione di P, per il quale (a) Gradg=/ N /\ Grad yr,. Operando nei due membri con div e tenendo conto della (8) si ha (0. v., n. 24; [8]; [9)) 0=h}Grady,Xrot.N—.NVX rotGrady, + gradà XV Grady,; ma rot_N è nulla e rot Gradw, è normale ad N (per la 6); inoltre, per la (7), si può nell'ultimo termine sostituire Grad 7 a gradh; dunque Grad /\ Grady, X N=0. Osservando ora che i due gradienti (in 2) di % e yw, sono normali ad .V, l'eguaglianza precedente dice che Grady, è pa- rallelo a Grad/A, cioè che Grady, = # Grad; moltiplicando (Xx) per dP si ha, per la (5), dw, = kdh la quale prova che A è funzione di wi. Se allora poniamo hGradyw, = Grad | hdy, = — Grady da (a) risulta Grad@ == — N /\ Grady e ancora N /\Grad@=(.N /\ Grady) \\N ed eseguendo il doppio prodotto vettoriale N /\ Gradp = Grad y. GRADIENTE, ROTAZIONE E DIVERGENZA IN UNA SUPERFICIE 395 E chiaro che @, w (soluzioni coniugate della (8) (*)) sono i parametri isometrici del sistema isotermo @= cost., w= cost., perchè Grado Xx Grady = 0 e (Grad @)? — (Grad y)?. Risulta pure subito che: se 0 è numero funzione di P le linee 6 = cost. formano con le loro traiettorie ortogonali un si- stema isotermo solamente quando div Grad0 (Grad 9)? è funzione di 0. Posto @ = f(0) dovrà essere verificata la (8). Ma, indicando con gli apici le derivate rispetto a 0, Grad @ = f' Grad 6 div Grad 9 = f’ div Grad 6 + gradf' Xx Grad 9 = 0 e per la (7) f'div Grad 0 + Gradf' Xx Grad 0 = 0; ma si ha pure I Gradf —f'"Grado e quindi div Grad @ __ È (Grad@? © f° Viceversa, questa verificata vale la (8) per @. Dimostriamo infine che: le linee @ = cost. soddisfacenti alla equazione (9) (Grad @)? = 1, hanno per traiettorie ortogonali delle: geodetiche delle quali ® è l'arco. (*) Anche w è soluzione della (8) perchè essendo Grady = N / Grad © st ha subito div Grady = Grad p X rot N— NX.rot Gradp= 0. 396 C. BURALI-FORTI Se y= cost. sono le traiettorie ortogonali delle linee yressveost sia | ag /\ Grad @ mod Gradyw —— e quindi Grady o mod Grad w = +} Grad@ X rot.N— NX rot Grado {=0; ma il primo membro è la curvatura: geodetica (Lincei, I. c.) nella direzione della tangente in P alla linea w = cost. e quindi il teorema è dimostrato. 6. — Sia O un punto fisso ed é un vettore unitario costante. Indichiamo: con x la distanza di P dal piano uscente da O e normale ad é; con p il semiquadrato della distanza di P da O; con w la distanza di O dal piano tangente a X in P. Cioè po- niamo (10) | api Xthopa LO L'OK Differenziando la prima delle (10) si ha dz KB da cui, come è ben noto, gradx = <, e quindi per la (7) (11) Grade =(N/\@/\N=i-(NXédi)N (*). (*) Per gli ordinari simboli 4;, 4», y si ha A,p= (Grad @), A;,p@ = div Grad v(P, y)= Grad X Grad y. Con tali simboli la curvatura geodetica per @ è espressa dalla formula A,9 1 VA .@ VA: mod Grad © operando con la [8] a pag. 57 delle O. v. Si osservi ancora che dalla (11) si ha subito A,x == (Grade) = sen*(N, è) che è la formula ordinaria GRADIENTE, ROTAZIONE E DIVERGENZA IN UNA SUPERFICIE 397 Per il gradiente del coseno dell’angolo che .N forma con è, cioè per il gradiente di .V X é, si ha subito (0. v., p. 51, [5]) grad (N Xx èd) = 0° e poiche cè è normale ad N si ha pure (12) Grad (NX 4) = grad (NX d) = 07 (*). Dalla seconda forma della (11) si trae (0. v., p. 57, [8]) div Grada = divé — (N X è) divN- NX grad (NX è); (#) Se x è vettore qualunque si ha (Cfr. la mia nota, Una dimostra- zione assoluta del teorema di Gauss, ....., Rendic. Acc. Lincei 1909) Rox=Roj(N/@)/\ N+(NXa)N{= =0(N/\x)\0N+(NX @x)RoN=(l09)(NX@)N e quindi, per la nota identità (0. v., p. 24, [2]) o°=(L0o)o — 104 Ro st ha o°x = (1,0) 0a — (60)} € (NXa) Ni. Da questa formula si trae (cià = 0 Xoi=i Xo'd=(1h0)è XK oi — (0) }1-(NX dò. Se ora %,J, & formano un sistema ortogonale destrogiro, e ricordiamo (O. v., p. 8, [4]) che o=iXod 4+jX0oj +% X ok st ha subito (a) (0)? + (03)* + (0%)° = (1,0)? — 2120 che, confrontata con la (12), dà una nota formula, osservando che il 2° membro è la somma dei quadrati delle curvature principali di 2 in P. La (a) si può dimostrare più facilmente senza calcolare 0° (che a noi occorre in seguito). Da O. v., p. 20, [15] si ha, per a=B=0, 10° = (1,0)? + 21,0 — Ix(20) = (1,0)? — 21,0 e quindi osservando che (od)? -|- (0j)? + (ok)? = è X o% +-...= 10° si ha subito la (a). 398 C. BURALI-FORTI ma la divé è nulla, la div_N vale I,o (Lincei, 1. c.) e, per la (12), grad (.NX é) è normale ad N; dunque (13) div Grade = — (40) VX è che è una notevole formula di Berrrami (*). E notevole l’espressione della derivata rispetto a P di Gradx. Dalla seconda forma della (11) si ha (0. v., p. 53, [11]) Ca e e e quindi per la (12) Corana dP (14) = (NX io — H(ci, N). L’invariante primo di questa derivata dà la formula (13); il vettore dà (0. v., p. 21) (15) rot Grade = N /\ cè. Da questa, con le formule precedenti e con l’espressione (in nota) di 02, si hanno le formule (16) | ci = (rot Grada) \\ N (17) oz = (1,0) (rot Grad %) A N — (10) Grade. Per il differenziale di p si ha dp=(P—.0) X dP e quindi gradp= P— 0 che, per la (7), dà (18) «Gradp =} NA(P—- O) AN = P_-0—-wN (*%). (*) Applicando alla 1* forma della (11) si ha div Grada = N X rot (N / 4) e da 0. v., p. 58, [11] si ha div Grade = NX }oé — (Lo)d! che, per esser N normale a od, dà ancora la (13). (*#*) Da questa si ha subito la formola ordinaria A;p=(Gradp}}=(P— 0)}-+u®°— 2w(P—_ 0)XN=2p +w°— 2w?=2p — w*. GRADIENTE, ROTAZIONE E DIVERGENZA IN UNA SUPERFICIE 399 Per il differenziale di 2 si ha, osservando che dP è nor- male ad N, | du=dPX N+(P—0)XdN=(P- 0)XodP=0(P—0)X dP; e poichè o(P— 0) è normale ad N si ha | (19) Grad w = gradw = c(P — 0). Da questa e dalla (18) si ha subito (20) "pri Gradw= 0 Gradp (*). alta seconda forma della (18) si ha, per regole già citate, div Gradp = div(P— 0) — wdiv.N— gradw X_N; osservando ora che Satira). div(P—0)=lh<—-=h1=? perchè P varia in 2, si ha, per la (19), (21) div Grad p = 2 — (1,0). Operando con rot nei due membri della (18), seconda forma, si ha rot Grad p = rot (P— 0} — wrot.N-- (gradw) \ N; ma rot.N=0 e si ha pure GPIZIO)N rot(P_0)=2V —- =2V1=0, e quindi, per la (19), (22) rot Gradp= N /\ o0(P— 0), mentre la rot gradp vale zero. (*) Si noti ancora che Gradw =" 0 grad p. 400 G. B. SANTANGELO | Volendo la divergenza di gradw, o, il che equivale per la (19), di Gradw, si ha (0. v., p. 57, [10]) div grad w = divo(P— 0) = Jo + (grad Ko) X (P— 0); e poichè Ko =0 si ha (23). divgradu—=divGradw=1,04+(P_ 0) Xx grado. La rotazione di gradw non sappiamo esprimerla sotto forma semplice. | Gennaio 1910. Su di una estensione del teorema di Habick. Nota di G. B. SANTANGELO, in Palermo. lì} MannHrIiMm ha generalizzato il concetto di trocoide a base rettilinea e di podaria di una curva piana rispetto ad un punto del piano (!). La trocoide può invero esser considerata come la traiet- toria M di un punto £, trascinato nel moto di una curva piana A, che si sviluppa sopra una retta; e la podaria come il luogo P delle proiezioni del punto sulle tangenti alla curva mede- sima. Però nella ordinaria definizione delle curve M, P, 11 punto B è supposto fisso rispetto alla curva mobile, se noi gli diamo un movimento proprio, allora al punto di quest’ultima, che è centro istantaneo di rotazione nel moto di sviluppo, corrisponderà ad ogni istante un punto 5, la di cui traiettoria assoluta ed il. luogo che si ottiene proiettandolo sulla tangente alla curva A, nel punto che gli corrisponde, sono due curve evidentemente più generali della trocoide e della podaria ordinaria. La trocoide M e la podaria P di una stessa curva A ri- spetto ad un punto fisso B godono, come è noto, la seguente (*) Cfr. Mannarim, Recherches géométriques sur les longueurs comparées d’ares de courbes différentes [Journal de l’École Impériale Polytechnique, Jère série, XL® cahier (1863), pp. 205-230]. Vedi anche l’opera dello stesso autore: Principes et dévelonppements de Géométrie cinématique (Paris, 1894), pp. 511-528. SU DI UNA ESTENSIONE DEL TEOREMA DI HABICH 401 proprietà: se si fa sviluppare P sulla simmetrica di M rispetto alla retta base o viceversa la simmetrica di P su .M, in modo che all’inizio del movimento siano a contatto due punti corri- spondenti delle due curve, il punto b, trascinato nel movimento, descrive la retta base della trocoide stessa. Ciò precisamente costituisce il teorema di HaBIcH (?). Questo teorema in generale non sussiste nel caso che il punto B sia dotato di un movimento proprio, cioè quando si tratti di trocoidi e podarie generalizzate alla maniera di MANNHEIM. Nella presente Nota ci proponiamo perciò di ricercare la legge con cui il punto B deve muoversi sulla sua traiettoria affinchè il teorema si verifichi (8). 1. — Supponiamo che due punti propri A, B, funzioni de- finite nell'intervallo th +:% della variabile numerica #, descrivano due curve complanari e che, almeno per i valori di # dell’in- tervallo, le derivate di 4, sino a quelle del secondo ordine, siano vettori determinati non nulli. Indicando con s l’arco in A(t) contato a partire dal punto A(#), con @ un vettore unità parallelo alla tangente in dae supponendo che questo vettore debba rotare di @ radianti, nel senso delle rotazioni positive, per. prendere la direzione ed il verso del vettore Bb —- A, di cui indicheremo con r il modulo, avremo . (1) B= A+ rePa, dove 7, @ le supporremo, nell'intervallo considerato, funzioni derivabili e determinate di #. Si faccia sviluppare la curva A sulla retta (base) Ou, cioè su quella condotta per un punto fisso O parallelamente ad un (2) Cfr. Mathesis, Tome II (1884), p.145; od anco: BuraLi-FortI, Lezioni di Geometria metrico-projettiva (Torino, 1904), pag. 305. (*) Mi avvalgo, come strumento di ricerca, dei metodi del calcolo vet- toriale sistematicamente esposti, con le notazioni del sistema minimo, dai Proff. C. Burari-Forti e R. MarcoLonen: Cfr. Elementi di Calcolo vettoriale con numerose applicazioni alla geometria, alla meccanica ed alla fisica-mate- matica, Bologna, 1909. 402 I G. B. SANTANGELO vettore unità costante %, in modo che all’inizio del movimento il punto A(#) coincida con 0. Se la curva B è invariabilmente legata con la curva mobile A, al punto A, dove questa tocca la retta base, corrisponderà ad ogni istante un punto , che sarà soggetto a due moti distinti: uno di trascinamento e l’altro proprio sulla curva 5, secondo una legge dipendente da quella. con cui si muove il punto A e definita dalle due funzioni 7, ©. La trocoide della curva A, rispetto al punto mobile 5, che si viene allora a generare, sarà descritta dal punto (2) M=04su4re?u. Inoltre il punto H{5) P= A+ rcosqga descrive la podaria generalizzata di A rispetto al punto 5 e si ha pure, in virtù della (1), | (4) P-=B—rsinpia. 2. — Differenziamo la (8), tenendo presente la formula di FRENET (4) | (5) dd = ia, dove ,p misura in valore assoluto il raggio di curvatura in 4; avremo (6) dP=d(s+ rcosp)a + rcosgp ‘a , da cui idP= d(s 4 rcosp)i& — rcosg ; a. Queste due relazioni ci forniscono facilmente l’altra rC0S® _- dP+ d(s + rcosq)idP= (moddPfia, che ci permette di porre la (4) sotto la forma soraprtato dei ai a cl gi ME ica . ) Lagoa 5 (mod aP}? r COS i + id(s+1 cos) dL (#0 doo, cit. (, pag. 89, SU DI UNA ESTENSIONE DEL TEOREMA DI HABICH . » ‘403 e dalla quale, se p dinota un vettore unità parallelo alla tan- i sante in Fia RN DD): si trae subito B=P_- SERE (reosp È + id(s + + c0s9)| p. 3. — Facciamo sviluppare la curva P su quella descritta dal punto (7) M,= 04 swu--re?u, cioè sulla simmetrica di M rispetto alla retta 0w; supponendo che all’inizio del movimento i punti P(t), Mi(f) siano coinci- denti, la trocoide rispetto al punto mobile B, che allora sì ot- tiene, sarà descritta dal punto (Gino ti='Afp+] 40, (rcosp È Bigi id sà r0089)| Analogamente, indicando con 5, il simmetrico di 5 rispetto ad una direzione fissa, la curva descritta dal punto PB i [rcosp È + id(s + rcoso)] p, che rappresenta la simmetrica di P rispetto alla direzione pre- cedente, sviluppandosi sulla curva M, darà luogo ad una tro- coide generalizzata rispetto a B, descritta dal punto 1, "sin® dM (9) ,=M—- Sa r COS — Ch id(s-- rC08S®) ai) 4. — Differenziando le relazioni (2), (7), si hanno le altre \ dM = d(84- rcos®)u + d(rsing)iv, (10) | dM,= d(s + rcosp)u — d(rsing)iv, in virtù delle quali, le (8) e (9) assumono la forma | F=-0+Eu-- nu | r=0+84+ nie, Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 28 (11) 404 G. B. SANTANGELO dove si è posto per brevità Bid rsing ig i, z — (s---rc0sp)+ modaPmodali, "08° +d(rsing) d(s+rc089), AS rsim® 4 ite N = moddP moda M, Î [d(s + rc0s®)| — d(rsin@)rcosp È — mod4PmoddM,l, (12) DS EDT, a rsin® Va ; z=($+ rc089) ‘de \rcosq . d(rsin9)] d(s+rcosp), Lia: 11. rsin® br, i. ni lira modd P moddM ) |d(s + rcos®)| 4 + d(rsingp)rcosp $ — modd Pmod aM| I Ù Affinchè i punti F, T, descrivano la retta UOw, evidente- mente è necessario e basta che si abbia _0O)/\u=(1_-0/\uw=0, cioè, per le (11), nen=0. Queste condizioni, in virtù delle (12), si traducono nella e seguente: (13) |d(s + rcosp)]? + d(rsinp)rcosg — F- LIRE ERRO E ar giacchè dalle (10) si ha (mod dM)} = (moddM,)? =[d(s + rc0s9)]? + [d(rsing)P. Per mezzo poi di questa relazione e dell'altra (mod dP)? = [d(s + rcosp)]? + (rcos9 al che subito si ricava dalla (6), la (13) si trasforma facilmente e ci da | (14) r COS sa +d(rsing) = 0, SU DI UNA ESTENSIONE DEI TEOREMA DI HABICH 405 che ci rappresenta adunque la condizione necessaria e suffi- ciente affinchè il teorema di HaBrcH si verifichi per le trocoidi e podarie generalizzate. Essa lega le due funzioni 7, 9 in modo che, lasciando arbitraria la traiettoria del punto B, determina la legge con cui esso vi si muove in dipendenza da quella con cui A si muove sulla propria traiettoria nel moto di sviluppo. Una interpretazione geometrica della legge suddetta scatu- risce dall’osservare che la condizione (14) è equivalente all’altra modd.M = moddP, da cui si trae subito pe dM 4 dP (mod SE] dirsi (mod a di 5: lo b to | cioè: affinchè il teorema di HABrcH si verifichi per la trocoide e la podaria di una curva data rispetto ad punto mobile B, è ne- | cessarto e basta che questo si muova sulla sua traiettoria in modo che in ogni istante siano eguali gli archi della trocoide e della podaria in questione. Questo fatto si verifica quando il punto B è fisso in virtù del teorema di STEINER (°). 5. — Dalla relazione (1), differenziando e tenendo presente la (5), sl ottiene dB=|d(s+rcosp) — rsing è a + \rcosp "i i d(rsino)| ia ; posto inoltre K=P+(P--B), od anche, per la (4), K=P—Trsingia, si ha ancora, invocando le (5) e (6), ds _dK=|d(s+ rcosg) + sin S| a-| \rcosg — pf d(rsing) ia. (5) Cfr. Sremer, Vom Kriimmungsschuwerpunkte ebener Curven [Crelles Journal, Bd. XLI (1840), pp. 33-68]; vedi anco: Burari-Forti, loc. cit. (*), pag. 305. 406 G. B. SANTANGELO — SU DI UNA ESTENSIONE, ECC. Evidentemente le due condizioni dB/\a=dK /\ di == sono equivalenti alla (14); quindi, la legge cercata, con cui il punto B deve muoversi sulla sua traiettoria, deve esser tale che in ogni istante la tangente in esso o nel punto X risulti parallela a quella nel punto A corrispondente (5). 6. — Se ci fermiamo a considerare il primo caso, in virtù del teorema dimostrato, potremo facilmente conchiudere che se una curva A si sviluppa sopra una retta Vu, trascinando una curva B ad essa invariabilmente collegata, il luogo M dei punti in cui la curva B è successivamente toccata da una retta parallela alla retta base, ed il luogo dei vertici P di un angolo retto, avente - un lato costantemente tangente alla curva A e l’altro normale alla B, sono due curve tali che, se la seconda si sviluppa sulla prima, la curva B, trascinata in tal movimento, inviluppa la retta Vu stessa ("). Se la curva B si riduce ad un punto si ricade evidentemente nel teorema di HABICcH. (9) Il MannHeim ha invero mostrato sinteticamente che, quando ciò avviene, si verifica la eguaglianza degli archi tra la trocoide e la podaria generalizzata. Cfr. Géométrie cinématique, pp. 519-522. (‘) Questo teorema può fornire proprietà cinematiche di curve speciali. Quando la curva A si riduce ad un punto si ottiene un teorema notissimo (Cfr. MannHEIM, Géométrie cinématique, pp. 256-257). Palermo, Dicembre 1909. L’ Accademico Segretario LorENZo CAMERANO. 407 CLASSE. DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 6 Marzo 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA. Sono presenti i Soci: Renrer, Pizzi, SramPinIi, D' ErcoLe, Sforza e De Sancris Segretario. — Scusa l'assenza il Socio RUFFINI. ‘ E letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza prece- dente, 20 febbraio 1910. Il Presidente ed il Socio SrAamPINI ricordano con parole di vivo rimpianto il Prof. Filippo PoRrENA, Socio corrispondente della nostra Accademia per la sezione di geografia ed etno- grafia dal 21 giugno 1903, morto in Napoli il 15 febbraio scorso. La Classe delibera d’inviare condoglianze alla famiglia del defunto. Si comunicano le dimissioni da Socio del Prof. Roberto Ar- DIGÒ, corrispondente della nostra Accademia per la sezione di scienze filosofiche. La Classe ne prende atto. 11 Presidente dà comunicazione dei ringraziamenti del Pro- fessore Ernesto ScHrAaPARELLI pel conferitogli premio Bressa, del Senatore Benedetto Croce e del Prof. Giovanni GenTILE pel premio GAUTIERI. 408 Il Socio D’ErcoLe offre lo scritto di Filippo Masci: Paolo Raffaele Trojano, parole commemorative (estratto dal “ Rendiconto della R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli ,, anno 1909) e il proprio seritto: Neerologio ovvero il pensiere, gli scritti e l'insegnamento del Prof. P. R. Trojano (estratto dal- l “ Annuario della R. Università ,, anno 1909-1010), Torino, Paravia, 1910. Il Socio RenIER presenta per l'inserzione negli Atti il la- voro del Dr. Arturo Bersano: Adelfi, federati e carbonari. Pure per gli Atti, il Socio De Sanoris presenta alcune Noterelle epi- grafiche cretesi del Dr. Amedeo Masuri. ARTURO BERSANO — ADELFI, FEDERATI E CARBONARI 409 LETTURE Adelfi, Federati e Carbonari. Contributo alla Storia delle Società segrete. Nota di ARTURO BERSANO. Il documento inedito su cui si fonda essenzialmente questa memoria, ossia gli Statuti deì Federati Italiani pervenne a me dalle carte dell'Abate Francesco Bonardi, cortesemente affida- temi dalla nipote di lui, Damigella Lia. Dell’autenticità di esso non è possibile dubbio alcuno. Il Bonardi, già Deputato al Corpo legislativo di Francia pel dipartimento di Marengo dall’anno 1804 all'anno 1811 (1), dopo la Ristorazione prese parte attiva, fino alla morte, a tutte le cospirazioni nostre. Nel 1821 il Brofferio lo ricorda col kattazzi, il Prina ed altri tra i principali carbo- (1) Vi fu eletto insieme con Ferdinando Dal Pozzo e Prati Pio maire di Alessandria. Nel 1808 fu confermato con G. Cavalli conte di Olivola e (+. Boidi Ardizzone. L’abate Malvezzi, suo compagno d’ esilio, insigne cri- tico d’arte e restauratore di dipinti, nell’Elogio funebre che disse del B. in Roveredo e stampò a Capolago (tip. Elvetica, 1884), lo fece erroneamente intervenire alla consulta di Lione (p. 7), mentre il B. non potè prendervi parte, nè quindi il nome suo appare nelle dotte memorie che ne pubblicò il Casini. Il B. era nato in Villanova presso Casale nel 1766 da Domenico e Margherita Caldana; fu pubblico accusatore al Tribunale di Alta Polizia di Casale nel 1799 durante il governo democratico; indi, durante l’inva- sione austro-russa, scampò colla fuga alla morte e riparò in Genova. Ri- tornato dopo Marengo, fu sotto-prefetto ad Asti ed a Voghera. Morì nel 1834 in Roveredo di Mesolcina (cantone Grigioni), ov'è tuttora vivo il ricordo della beneficenza sua (Morta, in Boll. Svize. Ital., XXV, 1903, 10-12). Carlo Botta, che gli era stato collega a Parigi e, insieme col Gre- goire e Vincenzo Marocchetti, gli fu amicissimo, quando ne apprese la. morte il 19 marzo, scrisse di lui ad A, Bianchi Giovini: “ Sulla sua tomba ben si potrà scrivere ciò che si scrisse su quella di G. G, Trivulzio mare- sciallo di Francia: Qui riposa Francesco Bonardi, che non ebbe mai riposo se non qui, (Borra, Lettere, Torino-Alessandria 1841, pag. 141). 410: CROSS ARTURO BERSANO nari che diedero opera a propagare la Federazione in Pie- monte (1). Per le “ relazioni , da lui tenute con altri federati durante 1 moti di Piemonte, il 25 maggio 1822 egli venne contumace condannato a venti anni di galera (2). kRifugiatosi in Mesolcina, a Roveredo presso Bellinzona, nel 1822, diede all’Andryane, prima che questi entrasse in Italia per la sua sfortunata missione, commendatizie per patrioti di Lombardia ed insieme consigli di prudenza, inspirati ad una visione reale delle condizioni d’Italia, ed in diretto contrasto colle istruzioni a lui date dal Buonarroti, consigli che l’Andryane rimpianse poi di non aver seguito (3). Negli ultimi anni della sua vita aderì alla Giovane Italia: il Mazzini ricorda che “ un prete Bonarda, patriota e affigliato di Buonarroti , doveva fornirgli i fondi per la spedizione di Corsica (4): suo è anche l’articolo apparso nella Giovane Italia col titolo: Il Cristianesimo distrutto dal despo- tismo (5). Della sua attività di cospiratore, mi riprometto di dire più ampiamente altrove, nella biografia che di questa no- bile figura di patriota sto curando sui documenti familiari (6). (1) I miei tempi, XI, 60-61. (2) Fu in quel tempo in attiva relazione coi patrioti di Piemonte e di Lombardia, ove frequentò Casa Traversi, e suscitatore di energie liberali in Monferrato e ‘nelle terre vercellesi; sentirono l’influenza sua special- mente l’avv. Prina di Candia, condannato contumace a morte, l’arciprete De Ambrogi di Motta, morto nelle carceri di Fenestrelle, e i gruppi libe- rali di Balzola e Caresana. (3) Luzio, Nuovi Doc. Proc. Confalonieri, pag. 223, 226, 229. Ve lo diresse il Malinverni, già capo politico a Vercelli, allora condannato contumace a morte, e profugo a Bellinzona. L’Andryane dovette avere un’impressione ben profonda di questa visita, se dopo quasi venti anni ne parlò a lungo nelle Memorie, colla consueta vivacità di colorito, e anche con verità so- stanziale di particolari; poichè il Bonardi è appunto quel vecchio proscritto piemontese di cui lA. in Memorie di un prigioniero di Stato, trad. Rego- nati, 1861, I, pag. 22-27. Il convegno però ebbe luogo non presso Lugano, come, con errore forse voluto, l’A. depose nei costituti e scrisse nelle me- morie, ma presso Bellinzona in Roveredo. (4) Scr. cd. ed ined., I; pag. 49 e seg., in Srorza, Le rivoluzioni del 1831, pag. 40. (5) Prerro Cironi, La stampa nazionale italiana, Prato, 1862. “ Il Crist. distrutto ece. è del prete Bonnardi esule e ottuagenario (inesatto) dimorante nel Canton Ticino ,. (6) Sul B. cfr. pure: GrorceLLi, in Riv. Sf. Aless., 1900, 29, pag. 101; 32, pag. 106; Torrk, idid., anno XII, f. 10; Morta, loc. cit. ADELFI, FEDERATI E CARBONARI 411 La larga partecipazione dell’aristocrazia piemontese al pro- nunciamento militare del: 1821 in ‘Piemonte non stupirà chi consideri quanta parte l'aristocrazia e l’ufficialità del Piemonte avessero già avuto verso la fine del sec. XVIII nella introdu- zione, prima delle idee, quindi, conseguentemente, delle armi francesi in Piemonte. Questo nuovo orientamento spirituale e politico era, com'è noto, ferventemente propugnato dai Franchi Muratori. Ora, ad es., in Casale Monferrato nel 1790 della loggia di rito scozzese La Candeur, affigliata allora al G..0.-. sardo e presieduta dal venerabile Ignazio Chiesa capitano di fanteria, i dignitari ed i membri erano tutti (tranne il Caccia- piatti, dottore in diritto, e il marchese Del Borgo) ufficiali (delle guardie, di marina, dei reggimenti della regina, di Ca- sale, Aosta, Vercelli, Savoia cavalleria, dragoni del re, dragoni del Ciablese) e tutti appartenevano alla più eletta aristocrazia piemontese (march. di Cocconito, conte di Sannazzaro, Gambera, Alciati, Leardi, Panissera, Della Palma, Patono, De la Risse, march. d'Altavilla, Della Rovere, D’Arborio, Avogadro, De Bettex, Vacherano, De Miolans, De Lodi, cav.*Morelli, Di Chiesi); depu- tato al G..0.. sardo il f.°. Vibert de Massingi, ufficiale nel reggimento. della regina (1). Di questa loggia non ho più no- tizie fino al 1806. | Durante l'impero la massoneria, com’è noto, fu a Napo- leone valido strumento di polizia e dispotismo, e scaduti gli antichi ideali umanitari, si era screditata sia presso le popo- lazioni nostre, perchè eccessivamente ligia a Napoleone, sia presso le stesse sfere dirigenti; secondo l’Helfert, per il vicerè Eugenio essa era in Italia un sodalizio di buontemponi e di gozzovigliatori (2). © (1) © Tableau des Loges dépendantes du Grand Orient sarde, et de “ celles constituées par la Grande mère Loge nationale de Saint Jean des “ trois Mortiers è l’époque du 1° décembre 1790, stile vulgaire, avec les “noms de leurs officiers suivant l’élection de la Féète de Saint Jean 1790 “ et de leurs membres , (senza luogo e data di pubblicazione). Esiste nella biblioteca dell’Accademia di Savoia di Chambéry. Della cortese comunica- zione ringrazio la sig.* prof.* B. Marcolongo. , i (2) Lozio, Il processo Pellico-Maroncelli, p. 228; CoxnraLonierI, Memorie, p. 91; Wirrr-Dérine, Les sociétés secròtes de France et d’Italie, Paris, 1830: “ Aussitòt que Napoléon parvint au tròne il détruisit en la favorisant une 432 ARTURO BERSANO Riorganizzatesi dovunque per ordine napoleonico le loggie, anche in Casale nel 1806 si riattivò la loggia La Candeur affi- gliandola al G..0.. di Francia. Il carattere ufficiale della mas- soneria d’allora mi appare sia dagli statuti che di essa pos- seggo, approvati 11 16 del 7° mese dell’anno della vera luce 5808 (1808 dell’era comune), sia dall'elenco dei soci (1). An- ch'essa al suo nascere, come le consorelle del Piemonte, si era dichiarata sotto gli auspici del Grande Oriente di Francia e formellement soumise aux lois de V Empire. In ogni assemblea era stabilito un triplice vivat à la gloire et à la prospérité de Na- poléon le Grand, e, per celebrare la cerimonia della sua instal- lazione e dell’inaùgurazione del busto di Napoleone il Grande, ogni anno il 21 agosto si teneva un'assemblea in cui l’oratore pronunciava un morceau d’architecture analogue à la circonstance. Il primo comma delle disposizioni generali proibiva ad ogni membro della loggia di “ ne jamais parler en [1 mì directe- ment, ni indirectement contre l'État ou la heligion ,, ossia contro Napoleone e la Chiesa concordataria. Scorrendo poi l'elenco dei dignitari e dei soci, vediamo quanta parte vi avessero gli ele- menti della burocrazia dell'Impero. Ne fu primo venerabile il fratello Jean Francois Croze de Montbriset: ignoro su quali fondamenti il Chiuso dia come primo capo della loggia casalese il Gozzani di Treville (2). Un altro funzionario francese ne era venerabile nel 1808, Amable Faye, greffier alla Corte criminale, association qui avait du danger pour lui. Elle perdit ainsi son indépen- dance et devint une institution de police qui ne servit qu'è surprendre les sentiments des adeptes, dont elle se composait. Alors s’assemblèrent les francs-magons qui étaient encore pour la défunte république; ils formè- rent... une autre affiliation. Besangon était le quartier général de ces macons charbonniers et M::philadelphes. , (pag. 18). (1) Règlement de la R..|.:.| de S.. Jean de la Candeur etc. (ms.). Questi statuti mi pervennero non dalle carte del Bonardi, ma da quelle dei Magnocavalli. Furono redatti dai “ ff‘. Deroman et Cassinis, commis- saires à ce délégués ,. Constano di 25 pagine divise in 9 capitoli. Vi si tratta della fondazione della C_] (loggia), delle sue assemblee, polizia, deliberazioni, serutinî, dignitari e attribuzioni loro, onori massonici, visi- tatori, feste e banchetti, finanze, collette, ecc.; segue l’elenco dei dignitari e dei componenti la loggia, colle loro qualità civili, gradi massonici, luogo di nascita e domicilio. (2) La Chiesa in Piemonte, I, 230. ADELFI,, FEDERATI E CARBONARI 415 nativo di Riom (Puis de Dome): segretari il Sobrero, professore al Liceo Imperiale, e Paolo Cassinis, vercellese, direttore delle Poste. Con altri funzionari francesi facevano parte della Loggia il maire di Casale, barone Giorgio Rivetta, il Commissario. di polizia Laurimo, qualche ex monaco, e, di nuovo, parecchi bei nomi dell’aristocrazia monferrina: Cavalli di S. Germano, Della Valle, Natta, Gozani di S. Giorgio e Gozani Treville, Sannazzaro, Magnocavalli Corrado ed Ippolito. Della Loggia massonica casa- lese non ho più notizie dopo il 1809, nel quale anno ancora il Canonico Deconti nel suo Giornale storico di Casale dall’anno 1785 all'anno 1810 notava che “ la sala dei franchi muratori a S. An- tonio andava dilatando con tutta libertà il suo locale, giacchè cresceva di proseliti ogni anno , (1): probabilmente seguì le vicende dell’Impero e cadde con esso. Di contro alla massoneria asservita a Napoleone si era formata in Francia e diffusa in Piemonte l’ Adelfia. Si volle che essa sorgesse nel 1804 per opera specialmente dell’Angeloni. del La Fayette, del Servan e di altri patrioti: ma forse le sue origini sono più remote e da ricercarsi entro all’organizzazione stessa dei Franchi Muratori da cui si staccò, diventandone la propaggine antiufficiale; certo negli ultimi anni dell'impero gli adelfi furono in opposizione alla massoneria ufficiale rimasta fedele a Napoleone e alla Francia. Il Bonardi, che non figura nei soci della Loggia casalese, fu adelfo: all’adelfia egli era portato, sia dalla sua avversione alla politica di Napoleone, sia dalla sua religiosità non mistica, ma attiva, per cui voleva un cristianesimo nemico del despotismo e fedele ai dettami di Cristo, primo maestro e prima vittima della democrazia (2): ora è noto (1) Riv. St. Aless., 1900, 29, pag. 82 e seg. (2) Nella corrispondenza del B. col Marocechetti e col capitano Prina del 1813 si accenna a Napoleone col nome di Minotauro. Più tardi, nel- l'articolo ricordato della Giovane Italia, il B. scriverà di Buonaparte che “ ricercò il feudalismo coi suoi ciondoli e si concordò col Papa per farsi sacrare alla guisa dei Carolingi ,. Discepolo sincero di Cristo fu Rousseau, “ che avrebbe voluto detronizzare la forza e la frode. per far regnare sulla terra la giustizia e la morale, estendendola dagl’individui alle nazioni... I sacerdoti, martelli nati del despotismo ed avvocati dei miseri popoli, dovrebbero bandire un’altra volta il Vangelo e dissociarsi da chi lo cal- pesta e deride rendendone l’osservanza impossibile , (ed. Menghini, II, 211). 414 ARTURO BERSANO che adelfi e carbonari esplicarono un’azione politica sicuramente democratica entro forme talora quasi religiose (1). Dopo il 1815 si ritirano dai Franchi Muratori quanti vi erano appartenuti per seguire l’andazzo o quasi per obbligo di ufficio (il Salvotti stesso fu massone), e le forze più vive e ope- rose delle nostre società segrete si raccolgono attorno agli Adelfi e ai Carbonari; secondo un rapporto dello Hager al Belle- garde nel 1814 si fecero anche intrighi di carattere politico che potevano “ esser considerati come una riproduzione della nordgermanica Tugendbund, parimente derivata dalla masso- derig ga Di fronte al malcontento generale era ovvio che tra le sette liberali scomparisse ogni ragione di interno dissidio. Già nel 1814 si era cercato, pare, una unione fra le società di Mu- ratori e quelle di Carbonari (3). Durante i Cento giorni il Buo- narroti chiedeva al Fouché di esser richiamato, dall’esiglio in cui Napoleone lo aveva cacciato, ‘nella Francia “a cui Napo- leone aveva ridato indipendenza e libertà ,; e a Napoleone e ai suoi volsero spesso le loro speranze anche le società segrete italiche. Però la unificazione delle sette avvenne solo più tardi, verso il 1818. Prima di questo tempo è tutta una tumultuaria ed incomposta attività ‘sotterranea di sette che talora s’igno- rano, tal’altra s'incontrano, s'incrociano e tentano di soverchiarsi fra loro, pressochè concordi negli intenti, varie di nomi e di forme, quantunque la loro varietà spesso risponda soltanto ad una varietà di gradi, oppure sia voluta per intralciare l’opera delle polizie. Chè se non è agevole sceverare l’azione delle singole società segrete, specie per la mancanza di tracce scritte Coerentementé ai suoi principî il Cristianesimo nel Bonardi non si irrigidì nel dogmatismo nè si stemperò nelle pratiche del culto; quando celebrò in Mesolcina non volle ricevere compensi; il Cristianesimo fu in lui una forza intimamente viva, un principio di continua operosa bontà. (1) Romano Catania, F. Buonarroti, pag. 151. È noto che il passaggio dal 1° al 2° grado carbonarico ritraeva la passione di Cristo. Cfr. 0. Drro, Massoneria, Carboneria ed altre società segrete, Torino, 1905, pag: 160, e Cantù, Cronistoria, II, A, 219. (2) Lemmi, La restaurazione austriaca a Milano, pag. 430. (3) Ip., Id., pag. 482. ADELFI, FEDERATI E CARBONARI 415 della loro azione (1), questo però possiamo affermare come pro- vato: la unità di direzione delle società segrete europee sotto il Gran Firmamento di Parigi, mentre a Ginevra era pure un centro internazionale di azione intorno a Filippo Buonarroti, e la parte massima che ebbero gli adelfi in quest'opera di rior- ganizzazione e disciplina di tutte le società segrete liberali. Quanto ai rapporti tra adelfi e carbonari ricordiamo intanto che il principio fondamentale dell’Adelfia era quello di penetrare in altre società esistenti e valersi di esse e dirigerle secondo lo spirito loro. “ Tutte le società di scopo non opposto al nostro, si abbiano per buone. Tutte ammettansi all’affigliazione, e di- rigansi, e migliorinsi; e rendansi cooperatrici ad un unico scopo: la rigenerazione dei popoli, e l'abbassamento del despotismo ,,. Così il Confalonieri nelle sue memorie (2). Secondo il rapporto segreto alla polizia austriaca di un iniziato (3), gli adelfi ave- vano, in un loro sinodo in Torino, ritenuto opportuno in Pie- monte di prendere la direzione e l'esatta conoscenza di tutte le altre società segrete. Poichè in gran parte d’Italia era diffusa la Carboneria, così l’Adelfia sì compenetrò, senza però confon- dersi totalmente, con essa (4). Errerebbe a mio avviso chi ve- desse negli Adelfi e nei Carbonari una organizzazione unica. Avevano essi comuni le origini e comuni i propositi; diverse erano le parti d’Italia in cui operavano; era anche tra loro una differenza di forme (gli adelfi ad es. erano fratelli, i carbonari cugini tra di loro), forse anche di gradi. Infatti nel 1818 gli adelfi, come è noto, diventarono i Sublimi Maestri Perfetti; ora gli aggettivi indicanti la sublimità e la perfezione dell’adelfo erano, se non erro, un innocuo ed inutile accessorio, mentre era essenziale la designazione di maestro, che equivaleva al grado di (1) Se ne lagna il Conte di Strassoldo col Conte di SedInitzkj e col Principe di Metternich (D'Ancona, Confalonieri, pag. 275-288). (2) ConraLonierI, Memorie, pag. 108. Anche nella relaz. uff. della con- giura dei Lombardi, pag. 220 in Cantù (Cronistoria, I)? “ l’Adelfia che nel 1818 assunse il nome di Sublimi Maestri Perfetti animava i suoi addetti a stringersi colle altre sette, a trarne le fila nelle mani dei suoi capi per collegarle al centro di Torino e di là per via del centro di Ginevra col corpo supremo che Gran Firmamento denominavasi ,. (3) Rinieri, Della vita e delle opere di S. Pellico, Il, pag. 62. (4) Romano CaranIA, op. cit., 160-61. 416 ARTURO BERSANO carbonaro maestro: gli apprendisti carbonari probabilmente non avevano riscontro in Adelfia, se non forse, come vedremo, nei federati. Adelfi e carbonari vengono ricordati come due società distinte in Liguria (1). In Piemonte noi sappiamo dal Witt e dal Salvotti quanto numerosi, specie a Vercelli, fossero i S. M. PD. Il Brofferio ricorda come importatori della Carboneria in Pie- monte il Gastone e il Grandi; ora ci è noto (2) che il Gastone era diacono mobile della Chiesa centrale degli Adelfi; in- sieme al Grandi e al capitano Prina lo vediamo nel 1819 in Reggio creare Sublime Eletto il S. M. P. Giacomo Farioli adelfo già dal 1816 (3). Nel ducato di Modena dai processi di Rubiera appare af- fatto distinta l’organizzazione degli Adelfi da quella dei Carbo- nari. Ad es.: il Conti e G. B. Farioli furono S. M. P., nel 1820, e nell'autunno dello stesso anno cugini carbonari. Così pure l’Umiltà, già Adelfo, poi, dopo il convegno di Alessandria del 1818, S. M. P., fu esso pure nel 1820 creato cugino carbo- naro. Quasi tutti anzi gli accusati di quel processo furono prima S.M.P. e poi carbonari (l’Andreoli però fu solo carbonaro); quasi tutti assistettero a recezioni distinte tanto di adelfi quanto di carbonari. Gli inquirenti di quello sciagurato processo con- siderarono pure come affatto diverse le due società senza aver idee precise dei nessi che correvano tra di loro. — Prima dei moti di Napoli in Alta Italia abbiamo solo qualche nucleo isolato di carbonari; dopo i primi successi di quei moti che erano e si dicevano dovuti ai carbonari, i S. M. P. pur mantenendo la loro organizzazione si fecero qua e là anche carbonari; almeno nel ducato di Modena ove la carboneria fu l’ultima forma esterna, f’ul- tima divisa delle forze rivoluzionarie organizzate dagli Adelfi; (1) Iswarpi-CeLesra, Storia dell’Università di Genova, TI, pag. 270. © La setta degli Adelfi, tramutatasi allora in quella dei S. M. P., sordamente agitavasi. Non poghi partigiani, in ispecie fra gli studenti, noverava in Genova la Carboneria; quanto vi era di illustre nell’esercito, nel clero e negli uffici civili tuffavasi nelle congiure... ,. (2) Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli, pag. 505 (dalle conclusioni di Salvotti nel processo Orselli). (3) Dei processi e delle sentenze contro gli imputati di Lesa Maestà... negli Stati di Modena; notizie scritte da Antonio Panizzi, Madrid, 1823, pag. 172 (edito a Lugano). ADELFI, FEDERATI E CARBONARI 417 dovunque poi in Alta Italia assunsero come denominazione gene- rica e profana il nome di carbonari, che, già altrimenti noto, era per la sua origine popolare più atto a diffondersi che non quello affatto artificiale di adelfi: per tal modo essi venivano pure a nascondere ai profani, col nome, anche il loro centro straniero di azione e le forme più alte della organizzazione loro. Questa funzione direttiva esercitata dai S. M. P., real- mente maestri nell'arte di conquistare le altre associazioni segrete e organizzare le forze liberali, non fu vista dal tribu- nale di Rubiera. “ Ritenuto che non consta per altro sin qui che le sette degli Adelfi e dei S. M. P. che non ponno non ripu- tarsi una più raffinata Massoneria, siano una diramazione di quella dei Carbonari... si è giudicato che chiunque delle prime ha fatto parte non debba venir punito come reo di Lesa Maestà se non sulla prova che ne sapesse il pravo scopo... ,. Così quel Tribunale (1). Meglio informato è invece su queste sette il Sovrano Decreto 1° marzo 1824 di Francesco IV di Modena: “ tutte queste sette non sono che emanazione della preesistente setta dei Franchi Massoni o Liberi Muratori, la quale... imma- ginò di dare diversi nomi, diversi segni, diversi emblemi a quelli fra i suoi rami subalterni che destinava ad una attività che poteva compromettere il segreto, affinchè se taluno di essi mal riuscendo nell’intento provocasse contro di sè la severità delle leggi... l’effetto se ne limitasse al solo ramo colpito, ecc., (2). Quanto alla Lombardia il Confalonieri nei suoi costituti am- mise la presenza contemporanea di due centri di cospirazione: “accanto ai federati un’altra società di più pronta azione, e che dicevasi dei Carbonari, esisteva in Milano, di cui aveva as- sunto la direzione l'ex generale De Meester ,, quegli di cui è noto che nell’ordine massonico aveva nel 1814 i gradi più alti (3). Questa società che si diceva di carbonari era senza dubbio di adelfi. Lo stesso Confalonieri nelle sue Memorze rico- nosce di aver fatto contemporaneamente propaganda con alcuni pochi della setta degli adelfi, e della federazione con un numero (1) /d., pag. 149. (2) Documenti riguardanti il Governo degli austro-estensi in Modena dal 1814 al 1859, p. I, Modena, 1859, pag. 40. (3) Luzio, Salvotti e i processi del 1821, p. 85; Lemmi, op. cit., p. 297. 418 ARTURO BERSANO maggiore (1); nuclei di carboneria vera e propria ci furono pure in Lombardia importativi dall'Italia centrale, come appare dal processo Maroncelli, ma più tardi; sì che ben possiamo affermare che in Alta Italia noi troviamo in questo tempo due società segrete attive ed intimamente collegate fra loro, quella degli Adelfi e quella dei Federati. I Federati pur non conoscendo nei gradi inferiori che la loro associazione s’innestava sul tronco di altre società segrete, possono rappresentare la forma ultima e la più lontana, mentre gli Adelfi, le forme più nascoste e direttive di un'unica setta, avvincente con legami fraterni tutti i liberali d'Europa, mossa quasi sempre per l'Italia da Filippo Buonarroti, il genio occulto delle rivoluzioni italiche prima del Mazzini. o Con Filippo Buonarroti il Bonardi fu in continua relazione: in Piemonte egli fu intimo del generale Gifflenga, di cui non sospettò mai il triste contegno tenuto nei moti del Piemonte. Importantissimo tra i documenti del Bonardi è appunto una carta manoscritta che contiene gli scopi, l’organizzazione, i segni di riconoscimento, la parola d’ordine, il giuramento della federazione, la formula per la nomina dei capitani, e l'obbligo fatto agli Adelfi diventati S. M. P. di aiutarla e dirigerla. Il suo formato è all’incirca in-4° ed è scritta nelle prime tre fac- ciate. Essa, senza dubbio, è quella stessa carta che il Confalo- nieri descrisse ripetutamente con qualche variante, nei suoi costituti (2), dichiarando di averla avuta dal Pecchio, e mo- strata al Borsieri, al Pallavicino, all’Ugoni, al Tonelli e ad altri come cosa interessante. La ebbero da lui tutti i capitani d’unione che egli creò, poichè i vari esemplari circolavano manoscritti solo tra 1 capitani d’unione, dei quali ognuno ne possedeva una copia trascritta di proprio pugno, forse anche, a miglior garanzia di segreto, firmata col proprio nome; così almeno arguisco dal fatto che la copia nostra porta in alto in un angolo un nome: Corelli m. (maestro ?), probabilmente quello di uno dei capi- tani d’unione creati dal Bonardi. Questa carta fu ricercata inutilmente dalla polizia austriaca, che ne fece anche oggetto di una speciale perquisizione nella casa del Confalonieri: ne (1) Memorie, pag. 108. | (2) Luzio, Nuovi documenti, pag. 17 e 62. ADELFI, FEDERATI E CARBONARI . DE I parla più volte il Salvotti nella sua requisitoria. Per quanto essa veda la luce ora per la prima volta, a quanto mi consta, nella sua forma precisa (confr. Appendice), pure la massima parte del suo contenuto fu già facilmente ricostrutta dal Sal- votti attraverso alle deposizioni dei processati del 1822. Va- lendoci di essa e ad, essa coordinando le notizie che troviamo «nei costituti di quel processo e nella letteratura relativa, ci sia concesso di dire più a lungo, e forse, in qualche punto, in modo definitivo, di questa nobilissima fra le società segrete italiche. La Federazione Italiana forse nacque, certo si propagò per opera degli adelfi, e agì sotto la loro direzione. Ben vide così il Metternich quando nel suo colloquio col Confalonieri (1) notò che dovunque erano federati ivi erano carbonari, di cui quelli non erano se non un'emanazione, un ultimo grado: a lui il Confalo- nieri nello stesso colloquio riconobbe che i Federati erano una derivazione ed un'ultima affighiazione della carboneria (2). Nella carta che pubblichiamo c'è appunto un comma in cui della Fe- derazione è esplicitamente detto: “ la direzione di questa asso- ciazione essendo specialmente affidata all’ordine dei S... M... P... questi debbono porre ogni loro opera affinche la medesima possa sortire l’effetto che i suoi istitutori si sono proposti ,. Niun dubbio che l'ordine dei S... M... P... non sia quello dei Sublimi Maestri Perfetti, e che S. M. P. fossero i comandanti di distretto e i capitani di unione. È poichè nella stessa carta è detto che il capitano accoglie i federati in virtù dei poteri affidatigli dal comandante di distretto, mentre nella formula analoga il co- mandante accenna genericamente al suoi capi da cui riconosce il diritto di nominare i capitani, così è supponibile che al grado di comandante, se non prima, la Federazione s’innestasse defini- tivamente sul tronco dell’Adelfia; i federati erano così rispetto ai S. M. P. quello che furono in altre parti d’Italia rispetto ai carbonari le turbe carbonariche, le quali appartenevano alla car- (1) Memorie, pag. 165-3. (2) S'intende che qua, come nel passo ricordato del Brofferio e in gran parte della letteratura relativa ai moti del 27 in Alta Italia, la parola car- bonari dev'essere appunto intesa come l'equivalente comune di quella più precisa di adelfi: il Cusani (Storia di Milano, VIII, 5, 38) lamentò pure la confusione fatta comunemente tra federati e carbonari, che egli concepiva come sette non solo distinte ma aventi scopo opposto. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 29 420 ARTURO BERSANO boneria per mezzo dei loro capi che di esse rispondevano (1). Il Witt (2) tra le inesattezze e le imprecisioni troppo frequenti nell’opera sua ammette implicitamente, se non erro, una tale organizzazione della Federazione, quando rivela che 1 capitani di circoli (forse i comandanti di distretto ?) “ communiquaient avec la grande junte composée de carbdonazi, dont les vues se rapprochaient plus des projets du Grand Firmament que de ceux de la Haute Vente ,. Invero, questi carbonari che si accosta- vano al Gran Firmamento, piuttosto che all’Alta Vendita, non possono essere che adelfi. Nella schermaglia spesso contraddit- toria dei costituti del Confalonieri troviamo a un dato momento prospettate da lui due diverse ipotesi: la prima che esistesse oltre a quella dei Federati un’altra società segreta, “ da cui questa derivasse come un corpo avanzato ,; la seconda, per cui egli in quel costituto propendeva, che entro alla società stessa non esistesse che una specie di comitato superiore, dal quale partisse l'impulso e la direzione. Queste ipotesi non solo non si escludono ma, se ben vedo, sono entrambe parzialmente. vere. Verissima la prima, essendo appunto la Federazione un corpo avanzato dell’Adelfia, e vera anche l’esistenza d’una giunta superiore da cui dipendevano adelfi e federati di ogni paese. Che questa giunta o comitato direttivo degli adelfi e quindi della federazione risiedesse in Ginevra io credo assai probabile. È infatti noto che gli adelfi d’Italia comunicavano per mezzo del centro di Torino con quello internazionale di Ginevra, che alla sua volta era in continui rapporti col Gran Firmamento di Parigi. Falliti i moti di Napoli e di Piemonte, quando sl vol- lero riannodare in Italia le fila troncate e preparare nuove som- mosse, anche allora la direzione e l'impulso vennero, sia pure dopo accordi col centro parigino, da Ginevra, dal Buonarroti. E dei moti di Piemonte, con piena esattezza, così dice il prin- cipe di Carignano: “ À Genève existait un club... dont le but “ fut d’organiser la révolution chez nous. A Genève s’y arréè- taient tous les voyageurs suspects qui allaient ou venaient de Paris: de là on envoyait les proclamations les plus incen- diaires. Du club de Genève nos meneurs paraissalent recevolr “ 6 (1) Luzio, Il processo Pellico- Maroncelli, pag. 486. (2) Op. cit., pag. 87. ADELFI, FEDERATI E CARBONARI 421 “ les ordres que les directeurs étrangers envoyaient des: a “ rents pays... » (1). ju Gli Adelfi alia instituirono e diressero la Vedbandiine) sì proposero di creare in Italia un movimento più largo del loro, e analogo a quello che fu in Germania il Tugendbund: ricor- diamo che anche del Tugendbund, allargato ormai sino a di- ventare la società dei patrioti europei, gli Adelfi avevano i gradi maggiori (2). Quest’'analogia col Tugendbdund io arguisco anche dal primo comma della carta ricordata: ben si può dire che la Federazione sia il vero e proprio Tugendbund italico, quando nei suoi statuti è detto che la Federazione si propone di unire con un vincolo comune tutti gli italiani virtuosi. Così con questi mezzi il Buonarroti e i compagni suoi tentavano di orga- nizzare, contro la santa alleanza del principi, la santa alleanza dei popoli. Se non si vuol fare una oziosa questione di parole, non è sostenibile che la Federazione non fosse una setta. Taluno, pur benemerito della storia di questo periodo, disse che la Federa- zione ‘non era una setta, perchè non portava l'obbligo del giu- ramento se non per i capi (3). Il vero è che tutti i federati, per diventar tali dovevano prestare un giuramento stabilito in cui si impegnava il segreto degli aderenti chiamando Dio a te- stimonio. 1] giuramento di federato era anzi di più e forse sol- tanto necessario nei gradi minori: se qualcuno poteva esserne esente, questi dovevano essere quei capi che facevano pre- stare a sè giuramento di obbedienza dai loro affigliati, ma non avevano nella Federazione altri sopra di se, ed erano d’altronde (1) Manno, Informazioni sul ’21 in Piemonte, pag. 60. (2) Rimieri, op. cit., II, cap. I, II; Carte segrete e Atti uff. della Polizia usb. in..Italia, 1, 14, I (3) Torta, La Riv. Piemont. nel 1821, pag. 34. Lo Strassoldo al Prin- cipe di Metternich (D'Ancona, Confalonieri, pag. 229), scriveva: * Les li- béraux révolutionnaires de Milan qui ont pris le nom de Fédérés au mois de février 1821 n’appartenoient è aucune secte, et ils avoient réellement évité par précaution d’adopter les formes, emblèmes, diplomes, etc., dont la secte des Carbonaris et d'autres sociétés secrètes font usage. En effet ils se méfiaient trop de notre vigilance, et connoissoient trop bien que les papiers ou diplòmes peuvent étre saisis pour s'exposer à ce danger ,. Questo giudizio dello Strassoldo dev’esser inteso nel solo senso che i sem- plici federati non appartenevano a nessun'altra setta. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 99% ADR ARTURO BERSANO vincolati già da giuramento in altre società segrete maggiori. Il conte Ducco, ad es., non prestò nessun giuramento ; così pure il Confalonieri. Il Pallavicino, pur dichiarando incautamente che il Confalonieri lo aveva creato capitano dei federati, ripetutamente nei suoi costituti dichiarò ch'egli non sapeva se questi fosse fe- derato, ma solo lo presumeva (1). Ora è realmente possibile che il Confalonieri quando, pur convinto di aver federato altri, di- chiarava di non essere stato federato egli stesso, non ubbidisse solo ad un legittimo istinto di difesa, ma dicesse cosa in qualche parte rispondente a verità: il Confalonieri propagatore dell’ Adelfia e della Federazione poteva benissimo federare altri, valendosi di questa società come di utile strùmento, senza essere in stretto senso federato egli stesso e senza aver prestato mai il giura- mento di federato; ciò che al Salvotti pareva una contraddizione in termini (Luzio, Nuovi Doc., p. 50). | La Federazione aveva, invece, della setta, non solo il giu- ramento, ma anche la gerarchia ed il segreto. Le unità fonda- mentali della Federazione erano unioni composte di cinque in- dividui che avevano a capo un capitano di unione e questo solo conoscevano. I capitani ubbidivano ad un comandante di distretto : il numero fisso di cinque componenti l'unione è nella carta che pubblico; esso è conforme a quanto dissero il Bossi nei suoi ricordi (2) e il Pallavicino (3), che ogni capitano doveva fare quattro proseliti. Il conte di Strassoldo al principe di Met- ternich scrisse erroneamente che il Pallavicino come capitano “ pouvait associer deux individus è ce parti , (4). Il Confalo- nieri nei suoi costituti portò questo numero a dieci (5); dieci invece erano, secondo il conte Ducco, i capitani che il coman- dante doveva aggregare; in tal modo ogni comandante po- teva, nel giorno dell’azione, disporre di un nucleo di almeno cinquanta uomini. Nella nostra carta non vi è nessun accenno (1) D’Axcoxwa, Confalonieri, pag. 242. (2) De Castro, Ricordi autob. di Benigno Bossi, in “ Arch. Stor. Lomb. ,, 1890, pag. 918. (8) D'Ancona, op. cit., pag. 236. (4) do. 20.) pae. :279. (5) Luzio, Nuovi documenti, p. 62; Il processo Pellico-Maroncelli, p. 278, 304, 444. Cfr. anche Cusani, Storia di Milano, VIII, pag. 33. ADELFI, FEDERATI E CARBONARI 425 al numero dei capitani. Ma il Ducco era comandante di distretto in federazione, e come tale poteva avere, forse negli statuti dell’Adelfia, istruzioni più ampie che non quelle contenute nella carta riservata ai capitani; in queste maggiori istruzioni si par- lava forse anche della quota da versarsi da ogni federato, a cui accennò il Confalonieri, se pure questi non riferì senz'altro al federati l’art. 194 dello statuto dei carbonari. Notevole la coincidenza del numero minimo di capitani che il comandante doveva creare con quello minimo necessario ai cugini perchè potesse stabilirsi una vendita di carboneria (1). Il numero delle unioni era indefinito. Il capitano con giu- ‘ramento era vincolato a non parlar mai in comunicazioni im- portanti ai membri della sua unione riuniti, ma di rivolgersi a caduno individualmente. I membri della stessa unione dove- vano evitare di parlare in pubblico in più di due assieme: divieto che troviamo già tra i Guelfi; tutto ciò, come osserva il Bossi, permetteva di riunire un gran numero di persone intorno ad un centro comune, in modo che ognuna di esse non conoscesse che un anello della catena (2). Per la sua ori- gine e intima struttura, pel segreto di cui s’avvolgeva, e le formule fisse di giuramento e di iniziazione la Federazione fu così una setta, ma essa aveva abbandonato delle altre sette tutti i riti e 1 simboli e i diplomi, era di tutte la più aperta e ten- deva a diventare libero movimento di tutto un popolo. Il suo titolo era Federazione Italiana. Il Confalonieri tentò nei suoi costituti quanto potè di na- scondere con abilità non fortunata il carattere nazionale della Federazione, quando volle far credere che la carta avuta dal Pecchio e trascritta dal Pallavicino portasse scritte in alto le parole “ Società dei Federati Piemontesi , (3). La carta che noi possediamo porta invece come titolo: Associazione dei Fe- derati Italiani; certo ogni carattere regionale doveva essere scomparso dalla Federazione italiana, nella quale i nostri patrioti, (1) Luzio, op. cit., pag. 281, art. 3, tit. I: © In qualunque paese dove esistono dieci buoni cugini carbonari alla meno potrà istallarsi una ven- dita regolare ,. (2) De Castro, loc. cit., pag. 918. (3) Luzro, op. cit., pag. 62. 494 ARTURO BERSANO abbattendo già idealmente tutte le barriere che ci frazionavano, associavano le loro forze per realizzare storicamente quella unità italiana che già esisteva nelle loro anime. Quanto agli scopi della Federazione, uno solo poteva essere ricordato dal Confalonieri ai suoi inquisitori: la trasformazione degli Stati dispotici in Stati a sovranità popolare: il secondo scopo egli tacque quanto potè: la cacciata degli stranieri dal- l’Italia: invece il Pallavicino dichiarò come scopi della Federa- zione l'unione di tutti gli Stati italiani e la loro indipendenza (1). Veramente nel primo comma della carta ricordata è detto che “ la Federazione si è proposta di render nulle le macchi- “nazioni degli stranieri ed opporre un argine alle massime “ dei nemici dell'ordine sociale ,, con che sì parrebbe accennare, rispetto agli stranieri, a scopi difensivi. Per altro nel giuramento si afferma energicamente come scopo l’indipendenza di tutta Italia, e l'impegno di prestare aluto a tutti gl'Italiani per libe- rarli dal giogo straniero. Che duplice fosse lo scopo della Fe- derazione appare anche da un proclama del 13 marzo 1821, che non si può leggere senza emozione (2). Quarant'anni prima che il Parlamento e i plebisciti sancissero il Regno d’Italia esso porta scritto in alto la intestazione superba di: REGNO p'IrALIA, di quel Regno, di cui Carlo Alberto doveva. essere re. In esso, a firma Ansaldi e Luzzi, si annunzia costituita in nome della Federazione Italiana la giunta provvisoria di governo, e si dichiara che la Federazione ha appunto come scopo una causa santa, “ quella di sottrarre l’Italia tutta al predominio straniero che ci danna alla politica nullità, e di vincolare con legami costituzionali i principi italiani e i loro popoli ,. — Anche a Torino il 12 marzo, dopo il primo colpo di cannone, si chiede al Principe di Carignano la guerra all'Austria e la costituzione spagnuola: “ voilà ce qu@exige la situation de la patrie, et ce que le peuple demande.... , (8). | Quanto alla forma di governo ricordiamo un fatto notevole: sia per le grandi speranze che i liberali d’Italia avevano sul Principe di Carignano, sia per l’esempio degli altri Stati d’Eu- (1) D'Ancona, Confalonieri, pag. 286. (2) Ve n'è un esemplare nell'Archivio comunale di Alessandria. (3) Sanrarosa, De la Révolution Piémontaise, 3° éd., Paris, 1822, pag. 87. ADELFI, FEDERATI E. CARBONARI 425 ropa, gl’iniziatori della Federazione, adelfi, e quindi per origine e tendenze repubblicani, riconoscono che la monarchia ha in suo favore il vantaggio di “ essere meno soggetta a turbolenze intestine e più vigorosa pel centro suo di azione , e rinunziano alle loro idealità più care a favore della monarchia di popolo con Carlo Alberto re: è noto quanto si pentì più tardi di queste che egli chiamava le sue “ reali tresche piemontesi , l’Angeloni. Del giuramento il Confalonieri protestò nei suoi costituti di non aver presente la formula, attesa la fugacità dell’impres- sione (1). Il Rinaldini disse che esso era un giuramento molto lungo, col quale si prometteva in sostanza segretezza, onore, fedeltà alla costituzione e al Re che sarebbe stato proclamato (2). Secondo il Cusani, il federato prometteva segretezza e fedeltà alla costituzione e al Re che sarebbe stato eletto; di cooperare con ogni mezzo ad ottenere la costituzione di Spagna o quella che fosse reputata più analoga; d’invocare il castigo di Dio sopra colui che violasse il segreto (3). Nelle memorie del Pal- lavicino la formula del giuramento è la seguente: “ giuro a Dio e sull’onor mio di adoperarmi con tutte le forze ed anche col sacrifizio della vita a redimere l’Italia dal dominio straniero , (4). La formula del giuramento, come appare dalla carta che pub- blico, corrisponde sostanzialmente a quanto ne disse il Cusani. Essa è la seguente: “ Giuro avanti a Dio e sull’onor mio di proteggere con “ tutti i miei mezzi la Federazione Italiana il di cui scopo è “ l’indipendenza di tutta Italia, di considerare come miei fra- “ telli tutti indistintamente gli abitanti d’Italia e di prestar “loro ogni soccorso, sia per liberarli dal giogo degli stranieri, “come dal dispotismo interno. Giuro d’ impegnare ogni mio “ mezzo per far adottare in tutta ) Italia la costituzione spa- “ gnuola promulgata dalle Cortes da Cadice nel 1812 e di ese- “ guire puntualmente quanto mi verrà ordinato dal mio capitano “a questo riguardo ,. | Assai notevole il fatto che in questa carta noi troviamo (1) Luzio, Nuov. Doc., pag. 62. (2) Ip., id., pag. 159. (3) Storia di Milano, VIII, pag. 34. (4) Memorie, I, pag. 19. 4926 ARTURO BERSANO traccia nella formula del giuramento, per quanto si riferisce alla scelta della costituzione, di due momenti diversi nella vita della Federazione. Il Confalonieri nei suoi costituti accennò alla presenza in «Piemonte di due centri operatori discordi: quello dei demagoghi stretti coi vincoli delle società segrete, che volevano la costi- tuzione spagnuola, e quello del ceto nobile, che propugnava la costituzione francese (1). Secondo il Perrone, nel colloquio che ebbe verso il San Martino del 1820 in Vigevano col Confalo- nieri, alla testa del partito costituzionale francese era in Pie- monte il Principe di Carignano; vi aderivano la metà dei mi- nistri, l'ufficialità dei diversi corpi, molti generali, e il Perrone sperava che ad istanza del Principe vi avrebbero acconsentito anche i pochi renitenti. Ora in questo primo periodo la Fede- razione non aveva ancora nel suo giuramento alcun accenno alla costituzione spagnuola ed i federati giuravano solo di “ con- “ siderare come sacri i diritti de’ monarchi italiani che per “ mezzo di vincoli costituzionali saranno uniti ai loro popoli ,; tale era infatti nella carta ricordata la forma originaria del giuramento. ob | Quando il parlamento di Napoli conservò la sua costitu- zione spagnuola respingendo la carta francese proposta dal re, i liberali di Piemonte in gran numero sì raggrupparono “ autour “ d'une constitution que cinq millions d’Italiens juraient de “ soutenir, et que l’Empereur d’Autriche jurait de détruire , (2). Così il Pecchio, al ritorno dal suo secondo viaggio in Pie- monte, potè annunziare raggiunto ormai colà l'accordo per la costituzione spagnuola; vi aveva contribuito validamente il mi- nistro spagnuolo Bardaxi. Coerentemente a queste condizioni di spirito mutate, la Federazione, la quale, mentre preparava l’opi- nione pubblica, ne seguiva anche nella sua forma, con la duttile pieghevolezza delle società segrete in questo tempo, tutte le modificazioni, meglio determinò nella formula del giuramento le sue aspirazioni politiche: nella carta a cui mi riferisco trovo così cancellate le parole più sopra riferite e sostituite invece in calce quelle che diedi, riportando la formula completa, ossia (1) Rinisri, Della vita di Silvio Pellico, II, pag. 114-15, ed altri. (2) SAnTAROSA, Op. cit., p. 47. ADELFI, FEDERATI E CARBONARI 427 il giuramento d’'impiegare ‘ogni mezzo per far adottare in tutta Italia la costituzione spagnuola. | Mi sia ancora permesso di trarre da questa carta una di- lucidazione ad una discrepanza fra le deposizioni del Pallavicino e del Confalonieri. E ‘noto che il Pallavicino imprudentemente depose che il Confalonieri lo aveva nominato capitano all'atto stesso della sua aggregazione, facendosi promettere di prestare obbedienza a lui e di esigerla per sè dai suoi proseliti (1). È pur noto che il Confalonieri, dopo aver tentato di attribuire l'aggregazione del Pallavicino al Pecchio lontano, che il Governo più non po- teva colpire nè nella persona nè negli averi, ammise di aver mostrato al Pallavicino, quasi per giuoco fanciullesco, la carta della Federazione e di avergli permesso di prenderne copia (2). Se i giudiei inquirenti avessero conosciuto le istruzioni conte- nute nella carta che pubblichiamo, avrebbero visto che le due deposizioni così diverse in apparenza, di fatto si equivalevano. Invero in queste norme è detto che il comandante deve far prender copia dell'associazione di loro pugno dai capitani all’atto stesso della loro nomina, mentre loro è specialmente proibito di darne copia ai federati semplici. Ed ancora, quando il Con- falonieri nelle sue Memorie (3), scritte, per vero, allo Spielberg, dichiara di non aver fatto altro che endicare i segni dei federati colla nuda enunciazione che era questa una riunione tendente a favorire le istituzioni costituzionali in Italia, implicitamente di- chiara d’aver fatto proseliti alla Federazione, perchè l’aggre- gazione dei semplici federati consisteva appunto nella nuda enunciazione delle segrete norme dei federati, comunicandone i segni e ricevendone il giuramento. Così malgrado il silenzio che tutti i reduci dallo Spielberg mantennero rispetto alla loro opera di diffusione delle società segrete, risulta ormai dalle parole stesse del Confalonieri ciò che d'altronde, dope le pubblicazioni recenti, era indubbio, che il Confalonieri era organizzatore e capo dei Federati in Lombardia; l'intensità dell’opera sua di (1) D'Axcoxa, loc. cit., pag. 243. (2) In, id., pag. 345 e seg. (3) Memorie, pag. 108. 498 ‘<. ARTURO BERSANO cospiratore, ‘sé non. potrà mai giustificare, spiega però il rigore del..goverio anstriaco.contro dislnieoage saoluiitano gi. sbagli Tale nelle sue linee > generali, la Società dei Federati Ita- liani (1). Su di essa ci sia ancora permesso un ultimo rilievo. Quantunque i suoi legami coll’Adelfia siano stati così stretti, comé abbiamo veduto, pure a mio giudizio errerebbe chi ravvi- sasse nella Federazione in tutto e per tutto uno strumento degli Adelfi, davessi foggiato e da essi distrutto dopo irovesci del 1821. Il suò stesso sorgere, se non erro, ci indica che già fin d’allora gran parte dello spirito pubblico non poteva più essere rinchiuso nelle vecchie forme delle società segrete, dalle quali pure la Fe- derazione proveniva. Mentre l’'Andryane si avviava in Italia, spinto dal Buonarroti e dai suoi, e forse anche dagli agenti provocatori dell'Austria che non mancavano tra i patrioti, il Bonardi non nascose a lui la sua sfiducia per i simboli, gli ‘statuti, i diplomi di cui il Buonarroti aveva l’ossessione. Questa incompatibilità tra lo spirito nuovo e le antiche forme di cospi- razione sarà presto sentita dal Mazzini: sì che possiamo affer- mare che la Federazione Italiana preannunzia la Giovane Italia. APPENDICE Associazione dei Federati italiani. 1. — La Federazione Italiana si è proposta di riunire con comune vincolo tutti gl’Italiani virtuosi per rendere nulle le macchinazioni degli stranieri ed opporre un argine alle massime . dei nemici dell’or- dine sociale. (1) È probabile che si debba pure riferire alla Federazione l'emblema allegorico dell’Italia dolente sorpreso al Manzini e riprodotto dal Luzio (proc. Pell.-Mar., 72). La tradizione, ora messa in dubbio, che esso risalga a Carlo Alberto e fosse quasi un contrassegno tra compagni di cospira- zione, trova valida conferma nella lettera del Gifflenga, il quale era stato intermediario tra l’Angeloni e Carlo Alberto, allo stesso Angeloni, in cui il 27 nov. 1820 annunziandogli l'invio di una Jtalia piangente aggiunge pure: © essa sta in mano di quanti qui la vorrebbero in letizia e lo sarà ,. La descrizione fattane dall’Angeloni corrisponde perfettamente a quella della polizia austriaca. Si veda per tutto questo il La Ckcitra, in Pantheon dei martiri della libertà italiana, I, 392. ADELFI, FEDERATI E CARBONARI EE A 429 2. — Questa federazione è formata da un indefinito numero di Unioni, le quali sono composte di cinque individui, uno dei quali chia- mato Capitano d’unione e dirigge (sic) i quattro subordinati nei loro lavori. | 8. — Ogni individuo, prima di venir nominato capitano d’unione, dee giurare che nelle comunicazioni di qualche importanza non parlerà mai ai membri della sua Urzione riuniti, ma bensì sì indirizzerà a caduno di essi individualmente. 4. — I membri della stessa unione eviteranno altresì di parlare in pubblico più di due insieme, per ischivare le insidie degl’inimici dell’or- dine. sociale. 5. — I capitani di unione sì uniformeranno in tutto alle istruzioni che loro verranno date dai rispettivi Comandanti di distretto. 6. — I Federati italiani si riconoscono fra di loro per mezzo di un segnale, di una divisa e di una interrogazione e risposta. 7. — Il federato che vuol farsi conoscere si impalma le proprie mani in segno di fraterna unione; quello che dee rispondergli porta la mano destra sul fianco sinistro in atto di impugnare una spada. 8. — La divisa consiste nel portare una spilla nera comune al lato sinistro dell’abito sul petto, in modo visibile. _9. — L’interrogazione, che non verrà mai fatta che dopo veduta la divisa e ricevuto il segnale, è la seguente: D. Cosa bramate ? R. La liberazione d’Italia. 10. — Oltre la divisa, ciascun federato porterà presso di sè un nastro del colore che gli verrà indicato dal suo capitano d’unione, il quale si renderà ostensibile all'uopo. 11. — Ogni individuo, prima di essere ammesso a far. parte della Federazione, dovrà impegnare l’onor suo col seguente giuramento: “ Giuro avanti Dio e sull’onor mio di proteggere con tutti i miei mezzi la Federazione Italiana, il di cui scopo è l'indipendenza dì tutta Italia, di considerare come miei fratelli tutti indistintamente gli abi- tanti d’Italia, e di prestar loro ogni soccorso per liberarli, sia dal giogo degli stranieri come dal dispotismo interno. Giuro di impiegare ogni mio mezzo per far addottare (sic) in tutta l’Italia la Costituzione Spa- gnuola promulgata dalle Cortes da Cadice nel 1812 e di eseguire pon- tualmente quanto mi verrà ordinato dal mio capitano a questo riguardo. La mia divisa è Patria, Onoré e Costanza. Possa la mia memoria essere in esecrazione de’ miei fratelli e di tutti i buoni Italiani, se violerò il presente giuramento. Iddio è testimonio della mia promessa e dell’in- violabile segreto che m’impegno di osservare sopra quanto mì venne comunicato dal miei capi ,. 430 ARTURO BERSANO — ADELFI, FEDERATI E CARBONARI Istruzione. I Capitani d’Unione terranno nota dei federati della loro Unione e del loro domicilio per trasmetterla ai Comandanti di distretto. Non si può essere nominato Capitano d’Unione senza prima essere stato fatto federato. | Il Comandante di distretto nel ricevimento dei. capitani comincia dal dar la lettura dell’associazione dei federati italiani; farà quindi giurare il segreto, poscia lo costituisce capitano colla seguente formula: “ Io N. N. Comandante di distretto instituisco il federato N. N. Capitano d’unione a N. colla facoltà di unirsi quattro Federati dei quali dee personalmente rispondere, e ciò in virtù dei poteri affidatimi da’ miei capi ,. | Si farà poscia prender copia di sua mano dell’associazione e gli comunicherà verbalmente le altre istruzioni. Formola di ricevimento dei Federati. Il capitano d’unione legge al . federato l’associazione, essendogli specialmente proibito di darne copia; gli fa pronunciare il giuramento, gli comunica i segni, ecc., e lo proclama federato come segue: “Io N. N. Capitano d’unione, in virtù dei poteri affidatimi dal mio Comandante di distretto, istituisco N. N. Federato Italiano all'Unione dif. "e La direzione di quest’associazione essendo specialmente affidata al- l’ordine dei S... M... P..., questi debbono porre ogni loro opera acciò la medesima possa sortire l’effetto che i suoi institutori si sono proposti. Fed.: nero — Cap. d’unione: turchino — Com.: rosso. Le vicissitudini attuali Italiche, le manifestazioni dei primi Poten- tati, e l'ordine politico d’Europa tendono al sistema Monarchico Costi- tazionale, come quello che è meno soggetto a turbolenze intestine e più vigoroso pel centro suo d'azione. Questo solo ordine di cose forma lo scopo dell’Unione Italiana. La Costituzione di Spagna € stata scelta per modello. A. MAJURI — NOTERELLE EPIGRAFICHE CRETESI 431 Noterelle epigrafiche cretesi. del Dr. A. MAJURI. In una mia breve dimora della scorsa estate a Venezia, ho avuto agio di collazionare due iscrizioni cretesi comprese nella silloge del Blass (1), con gli originali conservati nel Museo del ‘Palazzo Ducale. Da una revisione di due testi mutili come sono le iscrizioni BI. 5024 e 5075, non era speranza del tutto vana, ricavare qualche emendamento di più. Per l’iscr. 5075 sono stato preceduto dal Deiters (2), che ne ha pubblicato un testo più sicuro e completo sulla scorta della copia fatta dal Mattaire di un esemplare diverso dell’iscri- zione (A); la mia fatica, per questa parte, non può valere che a confermare le lezioni del Deiters, non avendo questi fatto la revisione direttamente sull’originale marmoreo del Palazzo Du- cale (B) (3). Quanto all’iser. 5024, pubblicata dal Bergmann (4), ed emendata solo di una grave menda dal Voretsch (5), revi- sione che il Blass ha del tutto trascurata, ecco una collazione parziale del testo: I lin. 8. Il Blass sulla scorta del Bergmann legge: d|midwg kai adoiwsg Kai eù|vonofiv Toîg Foprtuviois kai Toîc ‘lepatutvior|g kai moréuw kai ipivag drmlui xa duvwvTAI KTÀ. Ognun vede che eùvoéw non può andare con mto\éuw kai ipnvag e con quel che segue. Ma la pietra non ha EY, sì bene EY, sfuggito al Bergmann, perchè il solco dell'asta mediana ha su- (1) Blass Kretische Inschriften 1904 = S. G. D. I. vol. IN, parte IL, fasc. 2. (2) Deiters De Cretens. tit. publ. quaest. epigr. Jena 1904 p. 27 segg. * (3) La lezione 50753; érrì talî]g eùvopia[1]g è falsa, ed è evidentemente dovuta a un falso computo dello spazio epigrafico che è fra Ta e gin frat- tura. Si deve leggere: érì Tag edvopias. (4) Bergmann R. Festschr. des Gymn. cu Brandeburg 1860 p. 1-18. (5) Voretsch Ueber einige Kretische Staatsvertràge p. 18... 432 A. MAJURI bìto un incavamento tale da obliterare più o meno completa- mente i solchi obliqui minori. Un integramento migliore del testo viene offerto dall’iscr. 5018; sgg. dove ricorre la forma xyf66a. Non par dubbio che si debba leggere anche nel nostro caso: kai éy|f0dar Ttovg TTpravoréag toîg ‘Iepamtutvior]g kai to\éuw kai ipnvag (1). lin. 10. Il Blass espunge WA) qui e a lin. 70: 1.10: dò ywp]ag Wi) xa kaù ò Foptuv|1og - - 1. 70: dmò xwpag wi) xa xò l'optuv|10g - - L'editore, in sostanza, ha inteso con il Brugmann Griech. Gramm.3 225 che W1) (0mw), fosse come nel locrese © (6mw), un caso ablativo fossilizzato dell’antico relativo. Un confronto con l’isecr. 50416: mtoleunoù dmtò yxwpag ù ka kai 6 ‘lepatitvioc (cfr. ibid. 1. 23 e 5042,,), mette in dubbio l’espunzione del Blass. L'espressione ha un significato perspicuo dove appare il locativo è, cioè, chi giura si obbliga a non portar guerra sulle terre dove ci siano cittadini della città federata; non ugualmente chiara parmi se si pone l’ablativo di provenienza, wi) (0rw). Più legittimo sarebbe mantenere la forma wi (Wi) con va- lore sineretistico di dativo-locativo (2), e di cogliere così nel caso in questione, uno dei momenti principali dello sviluppo sto- rico della morfologia del nome nel dialetto cretese: della scom- parsa del locativo, e del suo fondersi nel caso più affine (3). Nella stessa linea il supplemento |rmoXeuiovtag Tavtì cdéver drrò ywp]ag non può approvarsi; mavtì o0éver è una zeppa fuori di posto; ha ragion d’essere invece a |. 15. lin. 18. La lettura x]aì oî Foptuvio(1 TtOèv)g Tipiavoréa[g è falsa. La copia del Bergmann ha: FOPTYNIOZ; il calco dava al Blass: TIOPTYNIONZ. Ma nè l’uno nè l’altro ha visto quel che dalla pietra appare abbastanza perspicuamente MPOPTITONEZ = ‘Iepamutv]ior moptì tòvg Tipravoréag. (1) Sulle forme come èéw09a: (00 da 00) v. Brause Lautlehre der Kretisch. Dialekte Halle 1909 p. 164 sgg (2) Cfr. Brugmann Griech. Gramm. p. 373 sg (3) Altrove 5039, appare il genitivo vvverbial di spazio: 0Ù kai oi — ‘lepatuùtvior. NOTERELLE EPIGRAFICHE CRETESI 433 lin. 16-17. Il supplemento |"Lpog fuev Tpiavoréwy], do- vrebbe essere mutato in ["Opor t&g TTpiavoréwv xwpa]|s, perchè le tracce apparenti dalla pietra e dal calco non sono di N come pone il Bergmann, ma di X; per il testo cfr. 5075;,. lin. 24-25. Colgo l'opportunità di chiarire la parola Bwiav. In questa iscrizione e in 5075;9 dove appare nella forma wiav, sta a indicare una determinazione speciale della linea di con- fine fra due territori; ad es. ég Tàv d(vw wWiav TGS TéTpag). S'im- pone quindi un riavvicinamento ad Wa-Wa = orlo, estremità. "Qa si ritrova nel composto òrepwov allo stesso modo che Bwia ritroviamo a Creta nelle feste ‘YrepBwia 5040,;, 5073,3, 5100, con significato più precisamente temporale. Che Bwia = wia possa avere di per sè un vero valore di determinazione spa- ziale, mostra Athen. p. 57,. Di più ’Opuk6mmrav non va letto sicu- ramente così; il p ha tutta l'apparenza di un r sul marmo cor- roso e nel calco. Par quasi certo: òru(1) Komtav? (1). In Korttay si può vedere una consonante geminata dell'elemento Kom-. Di dubbio riferimento può essere anche il nome di persona Kòr- ta\ios di un’iscr. della Cilicia, Kretschmer, £inl. 326. La lettera che il Blass ha visto nel calco prima delle let- tere del testo, non è nè A nè A, ma sicuramente 4, quindi AAIEAXAI. Senza troppi dubbî accetterei dal Bergmann almeno la lettura xd 6 morauòs ktÀ., supponendo in quel che precede la finale d’un nome di località. lin. 27. Prima di tòv Papavyitav non v'hanno tracce di A!, ma sicure e visibili di N e bagnando la pietra di 0; quindi ancora motau]òv tòv Papavyitav xig t|òv... lin. 39. Prima di -|evor traccia sicura di P. Convien leg- gere, credo ép|mev Giagov. L'unica difficoltà è offerta dal @ che ha piuttosto il corpo minore dell’O che quello maggiore del O (2). (1) Sull’uso a Creta e a Rodi di òru e érvs v. Brugmann Griech. Gramm. 49, 244; cfr. sui locativi nel dialetto cretese V. Schmidt Die Griechischen Ortsadverbia in KZ. XXXII, 394 sgg.; Kieckers Die lokalen Ver- schiedenheiten im Dialekte Kretas Marburg 1908 p. 92. (2) In questa iscrizione, il Biacog apparendo nelle solennità pubbliche religiose delle città alleate, ha stretta attinenza con la menzione che se ne trova in un contesto affine, i. 5075,,j: v. un mio art. in ‘ Ausonia’ 1910. 434 A. MAJURI lin. 41. x]6ppov(6) KOTOMoO- è dubbio. Se, come il Blass riconosce, la pietra ha PMONEKATO (ma in verità anche un altro O è visibilissimo), occorre forse intendere: (otatfipag) Ékaotov | x]opuov ékatò[v katà tà È|jv TAI OT] ANar rerpaupévo ... |? lin. 51. Invece di TTpravoréw[v djè, si legge sicuramente sulla pietra e sul calco YPIAEZT®, e si deve supplire: x]upia gotw: [ai] dè cuvku[pntar ?|. Tutti i termini giudiziari che se- guono, confermano la lettura, che giova a far intendere il dif- ficile contesto relativo a un tribunale comune tra le città alleate. lin. 58. fiudtiov per èviautév è stato già corretto dal Voretsch (1). | lin. 63. La lettura ‘Eppu@v [xJaì Ku[pBavtag ktÀ....] è del tutto arbitraria. Quel che si legge nella pietra e nel calco è: AAKYTI e non AAIKYT come vuole il Blass. Il supplemento non può esser dubbio: Aakùti|og...] 0 Aakuti|vog...], ed è epiteto nuovo di Ermete. Senza ricorrere ad ipotesi poco plausibili, parmi che dalla toponomastica cretese ci si possa render ragione dell’esistenza di un Ermete Dakytios a Creta. Steph. Byz.: "Akutog. vfjcog tepì Kudwviav tig Kpnmng. è vnorwmng “Akùtiog. Se la lezione di Stefano è la vera, la scomparsa del -ò- in “Akùtog - Adkutog, può rientrare in un fenomeno peculiare, per quanto scarsamente documentato, del dialetto cretese, della riduzione cioè del -ò- a spirante e della sua successiva scomparsa. Così in Hesych. mépiz* Tépdiz e dynpov: dypada. Opportunamente il Brause (o. c. p. 115) riaccosta a queste due forme, le altre arcaiche 4987 a? e 5013 II, Fnpovti per Fepdovii. Di più l’esistenza del culto di un Ermete Dakytios presso Cidonia, ci verrebbe confermata dal ricorrere in questa città delle feste “Epuoia, e dal mito che fa di Kudwv il figlio di Ermete e di Akakallide. Anche a lin. 79 convien leggere: Aa|kutiov]. (1) Sul passo discusso delli. 50753; v. Deiters o. c. p. 44 sgg.; quel che intende il Brause o. c. p. 167 5g. nota, della parola da@pavò (dupavò) par meno probabile. NOTERELLE EPIGRAFICHE CRETESI 4935 Ma le emendazioni proposte non danno ancora al testo un assetto definitivo, e al contenuto di esso un valore più giusto. Quasi sicuramente fallaci sono i supplementi degli etnici Fop- tuvior, ITpravoeîg, lepamutvio:, con i quali si cercò abilmente dal. Bergmann di dare al testo la forma d’una convenzione di tre città. Credo invece assai più probabile che non si tratti di una’ Cuvonka corsa a pari condizioni fra tre Stati, ma bensì di un arbitrato, grazie al quale, la delimitazione del territorio della città minore, di Prianso, si dovesse all'influenza e alla superiorità politica di una delle altre due, di Gortina o di Ierapitna. Certo è che nell’iser. 5040, sg., che sembra immediatamente riferirsi all’iser. in questione, con le parole kai èrì TG Ywpar di ÉEKaTEpor Eyovteg kai xpatov|Tteg TÀv Cuv|ONxav Èégevto, ci si richiama a una delimitazione dell’6pog fra due città, fra Prianso e Ierapitna. I fatti quindi devono essere passati presso a poco così: Iera- pitna. durante il tempo a cui possono attribuirsi le due iser. 5024 «e 5040, mirava ad allargare il proprio dominio sulla costa me- ridionale verso Malla e Prianso; l'intervento di Gortina e un patto stretto fra le tre città, mantiene l'equilibrio in quella parte dell’isola, che era minacciata dall’egemonia di Terapitna. Da una collazione dell’i. 5052 con l'originale conservato nel Museo Maffeiano di Verona (= Mus. Veronese n° 56), riveduta dal Ricci (Mon. An. d. Line. II col. 306) (1), ricavo: lin. 6-7. Un supplemento probabile secondo le vestigia conservate sulla pietra, sarebbe Edu]apog; cfr. Eduapidag di Ci- donia, Sylloge?® nr. 241-243. Leggo opp O MYAIZ in luogo.\di \.... otulic, ed è più comune terminazione di nomi femminili. lin. 10. Il Ricci legge: t]ò èm° duè revog MeNav@up(w). Ma la pietra bagnata con cura, dà MeXav@upos, apposizione sintatticamente chiara di tò èém° duè Yévog; il K|]apavog che segue è il figlio del MeXdv@upog che precede. (1) La revisione è attribuita dal Blass al Comparetti, forse perchè la citazione ch'egli fa del vol. dei Mon. A. d. L. è errata. (2) La copia del Ricci ha difatti anch’essa ////{[ANOYPO, emendato, dal revisore in MeA|avQup'w). 436 SERIOSO SIE RI Aggiungo una breve iscrizione frammentaria dell'età ro- mana, contenuta. nell’ importante silloge epigrafica cretese del ms. Ambrosiano D 199 inf. fol. 100,r-103v, e già pubblicata in copia, senza tentativi di lettura, dal Falkener (1). Di questo ms. s'è valso il Ricci in una prima collazione con il testo del Boeckh, ma esso meriterebbe, da chi s'accingesse a uno studio delle iscrizioni romane di Creta, ancora qualche cura. Il codice, a giudizio di Mons. Ratti che con l’usata cortesia ha voluto dar- mene il suo parere, è, nei fogli della silloge cretese, tutto di mano cancelleresca. La capitale rustica fatta con la disinvoltura di persona che ha domestichezza grande di caratteri greci, ma anche con tutto lo studio e l’agio di chi s'accinge a fare un bell’esemplare, tradisce la mano del copista, la quale appare anche più evidente nelle didascalie premesse a gruppi o a sin- gole iscrizioni. Solo nella didascalia premessa ad uni. del fol. 102 »v (= Falk. p. 17), e che suona: nella caréga d’una statua che senta — la mano par dotta. Duole che queste e altre didascalie, relative al luogo del rinvenimento delle iscrizioni, al. genere del monumento a cui appartenevano, non siano ancora conosciute insieme al testo a cui si riferiscono. Chi non riconosce ad es. l’importanza di questa nota finale nel ms. fol. 102v: Se bene pare che questi epitafti siano doppi et però superflui, nondimeno sono pure et trovati nelle rouine di diversi edifici - ? fol. 1000. in marg.: AXTYNOISNKOAI fragmento . IXYNENAIAAAOTC EMEAHOHNKAT NTONBOMO N CALZA. LONA0: OE NGBZIEIT ON TA BIT O AZIONE 4002 IM AOERONMOA (1) Falkener Description of some Theatres and other remains in Crete, p. 18, la 2° epigrafe inedita ch'egli pubblica dal ms. anche in copia, ha troppi errori di lettura perchè si possa tentare con frutto una decifrazione dei nomi che racchiudono le due linee frammentarie. NOTERELLE EPIGRAFICHE CRETESI 437 [Qoi. Ara0Gi TÙyaL. Eri TOV] - aGuvOiwv Kko(o)| LLOvVTWY TÙ |v oÙv ’Evdidiw(1) Ttò [KwuaoTà ét |]eueMMOnv Kkat[aptioof - 5 ue ]v tòv Bwyòv] - - - KATA. TÒv dO0É|vta xpno - uò]v éK TW T(d)g m|ONew6g mpo - o ]6d(1)wv © ékéou|iov dè Ev - dia ]jog Kwuao| Ta - - 01): lin. 2. Forse ‘Ya(k)uv0iwv, secondo una bella congettura del Prof. De Sanctis ? lin. 3. Il Falkener ha trascritto: IEYNEN. ‘Evdiaiog è nome nuovo ch'io sappia, ma esso ha la stessa ragion d'essere del suo affine *“Evdiog. Hesych. "Evdiog | ueony- Bpivocs e ’Evdidiw* ueonufpiag Wpa...; nomi di persona dunque presi l'uno e l’altro da determinazioni temporali del giorno, come altri più comuni se ne hanno derivati dai mesi e dalle stagioni (2). lin. 3-4. La forma éreueXn0nv accanto ad émeueMMoev (4949,, 5029, ed ’Eq. ’Apy. 1908, 199 lin. 8 (3)), trova il suo riscontro a Creta nella forma dieXérnv 51813435, 5184 accanto al più comune dieXérev, e nel delfico àreXvOny, Brugmann, Griech. Gramm.3 285. Kar]aptio@fue]v mi viene offerto, secondo un pre- zioso suggerimento del Prof. Halbherr, da un'iscrizione, ora per- duta, di Litto dello stesso genere e dello stesso tempo, pubblicata in un breve opuscolo non facilmente reperibile (4). (1) Avverto che non è da farsi troppo affidamento alla divisione gram- maticale delle sillabe secondo gli spazi epigrafici della copia; perchè non sappiamo quanto risponda al vero il disegno del ms. e il contorno ch’esso dà dell’iscr. offrendola frammentaria da tutti i lati. (2) Dubito che nell’i. C. I. G. 2965 a ’Evdiavés e ’Evdiavod, vada sosti- tuito ’Evdiaroc — “EvdidAov. (8) Questa iscrizione è anche da confrontare per la sconnessione sin- tattica érì TOv..... émeueinonv. (4) Xoupuoùtng BuZdvtios, Kpntixd, Atene 1842: il testo che può valere per un confronto è a lin. 3-4 èreueA\nen TÒv vaòdv TAG “Aptémdog TAG ZwTEIpac KkaTapTioonpev. 438 A. MAJURI — NOTERELLE EPIGRAFICHE CRETESI lin. 5. Parmi opportuno il katà TtÒv dobé|vta xpnoyò |v, dovendosi escludere per quel che segue alcun che da riferirsi alle spese necessarie della restaurazione del Bwuòs. Al con- trario èidovar xpnopov (1), trattandosi di fondazioni religiose è regolare, per il frequente accenno che si fa in decreti relativi a nuove istituzioni di culti pubblici e privati, a xpnouoAoyia divina. lin. 8. Kwuao|tds - -] è un gentilizio comune nelle iscri- zioni romane di Litto. Cf. Boeckh C. L G. HI p. 424 e Halbherr Am. Journ. of Arch. 1896 p. 541 n.1. I luoghi in cui il genti- lizio ricorre, sono ricordati in Blass p. 349-350. (1) Cfr. Michel, Recueil! n° 852 B;. L'uso della xpnopoXovia si ha spe- cialmente frequente in quelle città della costa dell’Asia Minore, che più diretti rapporti ebbero con Creta: cfr. Michel, n. 854-856 e Kern, Die Griin- dungsgesch. v. Magnesia a. M. 1894. p. 7. L’Accademico Segretario Gaetano DE SANCTIS. F, GIOLITTI e F. GARNEVALI - Acciai cementati. - I Ati della N Clooad? delle Sorona di Torino. Vol. ZEN et e at Mei Sisloao 14 "AREE a Sa La de TAI FI RAUSSÀ e CIR “ata GE MT rate A LA i x Sa 5 ra sera Be A Di RIT, de È. gi INEv-"i sig #44 paÈ pra Ve AE, NI î LA ii . rà dea = Lo pali Pia 0) TECA PA mb ni al n AT ARE "lol mu sa gl Th (4 uan 4 TE a BERLINO u puri Teide è CLASSE SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI. Adunanza del 18 Marzo 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA. Sono presenti i Soci: NAccaRI, Direttore della Classe, SEGRE, PraANO, JADANZA, GuarEscHI, Gurpi, MATTIROLO, SOMIGLIANA, FusarI e PARONA ff. di Segretario. Scusano l'assenza il Segretario Senatore CAMERANO ed il Socio SALVADORI. Si legge e si approva il verbale dell'adunanza precedente. Il Presidente legge una lettera del prof. E. SCHIAPARELLI, che ringrazia per il conferimento del XVI premio Bressa, e le lettere dei signori Senatore Benedetto Croce e prof. G. GENTILE, colle quali ringraziano per il premio loro assegnato. Sl presentano in omaggio all'Accademia: 1° Luigi Mosca, parole commemorative del Socio Mar- TIROLO; 2° Francesco VeRrcELLI, Le teorie idrodinamiche delle sesse e loro applicazione al calcolo dei periodi e dei nodi delle sesse del Benaco, dal Socio SomigLIANA, a nome del Socio corrispondente Prof. G. CeLorIA, Presidente della Commissione per lo studio dei laghi lombardi. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 30 440 Si presentano per la pubblicazione negli Atti le note seguenti : 1° P. VoeLimo, Ricerche intorno alla “ Sclerotinia Ocymi ,, n. sp. parassita del Basilico, dal Socio MATTIROLO; 20 M. GruieLIENo, Su alcuni nuovi derivati trimetilenpir- rolici, dal Socio GUARESCHI; 3° M. Grameona, Serie di equazioni differenziali lineari ed equazioni integro-differenziali, dal Socio PrANO. n___7__T—__T_44f4<<--<<<=--% PIERO VOGLINO — RICERCHE, ECC. 441 LETTURE Iicerche intorno alla © Sclerotima OVcymi , n. sp. parassita del © Basilico ,. Nota del Prof. PIERO VOGLINO. Negli orti di Venaria Reale, in sul finire del settembre (1908), si verificava una disastrosa infezione nei seminati a basilico (Ocymum basilicum). Le piante, già ben sviluppate, apparivano di color bruno-rugginoso nelle infiorescenze. Nei fiori terminali, le corolle non potevano svolgersi, il calice imbruniva, mentre, nella porzione basilare dell’infiorescenza, i frutti si mostravano piccoli ed atrofici. Nell’ottobre, i ?/3 superiori della pianta erano di colore giallo-castaneo ed una muffa grigia ne rivestiva la su-. perfice esterna. Poche foglie ancora restavano attaccate ai fusti ed in gran parte marcescenti. Fra gli individui rivestiti dalla muffa grigia ve n'erano molti colla epidermide che, marcescente e secca, sì staccava in strisce lasciando fusti biancastri con numerosi corpuscoli o scle- rozii emisferiei, duri, neri, disposti in serie longitudinali. L'esame mieroscopico mise in evidenza, nei tessuti sotto- epidermici, numerose ife jaline, larghe 4-6-8 u, ramificate, in- trecciantesi a croce ed in fasci di 3 a 4 e con frequenti ana- stomosi, irregolari nel decorso, con loculi corti e grossi, sferoidali,. ellissoidali, clavati, oppure lunghi, stretti, cilindrici. Da fasci di ife ingrossate e prolungantesi a l’esterno, hanno origine dei conidiofori bruno-fuligginosi, inducenti la muffa grigia super- ficiale. | | I conidiofori, a completo sviluppo, sono quasi sempre un po’ ingrossati alla base, quindi cilindrici, a numerose ramifica- zioni ad angolo retto e terminate da ciuffi di conidii inseriti od all'apice del conidioforo, sopra speciali ingrossamenti,. o lungo il suo decorso sopra esili e brevi filamenti. 442 PIERO VOGLINO I conidii, sferoidali od ovali, hanno un colore grigio-sbia- dito e misurano una lunghezza di 10-14-16 up per 10-12 di lar- ghezza. Gli sclerozii appaiono solo nell'ottobre sulle porzioni di fusto essiccate, raramente nei tratti fuligginosi ancora ricoperti dai tessuti corticali e dal deposito grigio-bruno, vellutato, dei coni- diofori. Essi sono o strettamente aderenti a l'epidermide od alla porzione legnosa dei cauli o debolmente fissati ai cordoni fibrosi. Hanno forma emisferica od ellissoidale-allungata, colore nero, ed una lunghezza di !/, a 3/, di mm. sino ad un mm. e 1/3; raramente isolati, si formano, per lo più, in serie lineari di 4-5-6 od anche 7 ad 8, per un decorso di 4-5-6 cm., mantenendosi però staccati l’uno dall’altro. In sezione, essi presentano una zona avvolgente tegumentale con una o due serie di loculi rom- boidali, pentagonali, poliedrici, ovoidali, a membrana nero-fu- ligginosa e molto resistente dal lato esterno. I loculi grossi sono, in senso radiale, lunghi sino a 14-16u per 8-10u, i più piccoli misurano 8-10-12u per 4-6u. Sotto alla zona dei loculi colorati sì distinguono ancora una o due serie di loculi a membrana in- colora, tondeggianti, ovoidali o poliedrici, del diam. di 15-12-8yu: quindi vi ‘è un fitto intreccio di ife larghe 3-54, con piccole porzioni, qua e là, dei tessuti della pianta ospite. I conidiofori ed 1 conidii non si possono che riferire alla specie fungina Botrytis cinerea Pers.. Per definirne bene il rap- porto cogli sclerozii ed il parassitismo, ho creduto opportuno sottoporre a germinazione gli sclerozii e procedere quindi ad infezioni artificiali. Nel novembre, da un certo numero di piante di Basilico, che erano state portate in laboratorio (Temper. 14-18° C), ed ivi lasciate per qualche giorno, presi alcuni sclerozii e li misi in sabbia sterilizzata, e tenuta continuamente umida. Altri scle- rozii furono staccati, nel gennaio, da piante lasciate a l’aperto e collocati pure in sabbia umida ma sotto a campane. I primi si mantennero, in gran parte, nello stato di quiescenza e quindi si disgregarono. Solo alcuni produssero, dopo pochi giorni, ciuffi di conidiofori e conidii di Botrytis. In quelli invece lasciati prima a l’aperto e perciò ben formati, poi collocati in camera umida, si potè ottenere la formazione di apotecii. RICERCHE INTORNO ALLA « SCLEROTINIA OCYMI » N. SP. 443 In uno scelerozio, dopo due mesi, si notò una piccola spor- genza che si prolungò in un esile peduncolo nero, duro, della lunghezza di un mm.. Da questo si svolse, lentamente, un fila- mento bruno-violaceo poi cereo-violaceo (lungo 2-2,5 mm.), che si allargò in una minuta cupola concolore, larga 1!/-2 mm.. Dopo una ventina di giorni A VI non verificando più alcun ulteriore accrescimento, esaminai il corpo che si era formato e riscontrai in esso tutti i caratteri di un apotecio di Sclerotinia. Il peduncolo è formato da filamenti cilindrici, strettamente aderenti fra loro, incolori nell’ in- terno, a membrana leggermente co- lorata a l'esterno: nella porzione su- periore, imeniale, fra numerose para- fisi cilindriche ingrossate a clava a l’apice, lunghe 70-75u, larghe 2 e 4u nella porzione superiore, spiccano aschi clavato-allungati, di solito più corti delle parafisi (55-60-70 . 6-8) contenenti otto spore ovoidali, in colore (5-80 4-5 rar. 6) (fig. 1). Per il colore del peduncolo, la grandezza dell’apotecio, delle spore, nonchè per la matrice, credo sia opportuno distinguere questa forma Fig. 1. — Porzione di imenio. con a bi . «3° parafisi edaschi(Mic. Kor. oe. 8 come specie a sè e propongo di indi- cp. 9*). | carla col nome di Sclerotinia Ocymi. “Sclerotinia Ocymi Voglino. - Stipitata, minuta, carnoso- “ ceracea, castaneo-violacea; stipite tenui, cylindraceo, 2-2,5 mm. “longo, basim atro, sursum castaneo-violaceo; cupula minuta “ cyathiformi, 1, 5-2 mm. lata, castaneo-violacea; ascis cylin- “ draceo-clavatis, 8 - sporis, 55-70 è 6-8, sporidiis ovoideis, hya- “ linis, 5-804-5, rar. 6; paraphysibus filiformibus, supra cla- «“ vato-incrassatis, 70-75 0 2-4. ; “ Hab. In selerotio, ad caules Ocymi basilici, quae morbo “ efficiuntur. Venaria Reale (Ital. bor.). I 444 i | PIERO VOGLINO “ Status conidicus, Botrytem cineream sistens, in floribus et “ caulibus oritur. Sclerotium globosum, el ellipso1deo-oblongum, nigrum, 0,5-1,5 mm. diam. , Lo sviluppo completo ai osservarlo solo in due apotecii, forse perchè sollevavo troppo di frequente la campana per se- guire, colla lente, l'accrescimento. In parecchi sclerozii gli apotecii si mantennero sterili. La germinazione avviene sempre dalla parte piana dello sclerozio ed in seguito alla formazione di una minutissima sporgenza. Dalle sezioni fatte in quattro sclerozii e nelle varie fasi di germinazione, potei verificare quanto segue. Verso la zona corticale si spinge un fascio dalla porzione interna, incolora. Le ife disposte senza alcun ordine negli scle- rozil in riposo, a l’inizio della germinazione o si allungano di- rettamente per le estremità od emettono rami i quali, riuniti in fasci, tendono a portarsi verso l'esterno. Il cuneo che si viene così a formare fa ernia dapprima, poi rompe la zona corticale bruna. L'allungamento delle ife avviene dapprima lentamente e la porzione periferica si divide, verso i lati, in brevi loculi i quali si addensano in una fitta. zona corticale, con membrana esterna bruna ed indurita. Ma allungandosi più rapidamente, il fascio di ife si protende dal cilindretto nero e si mantiene di consistenza carnosa, di forma cilindrica, di color porporino 0 bruno-ocraceo. Nel peduncolo, in sezione longitudinale, appaiono ife cilindriche, regolari, larghe 3,5-4u, con rami verticali ed ana- stomosi (fig.2). Verso l’esterno, le ife emettono brevi rami a guisa di loculi ingrossati a clava, ovoidali, sferoidali, larghi da 7 a 12, con membrana a tinta ocracea ma non indurita. A l’apice del peduncolo, le ife si restringono nel mezzo ma si ingrossano verso l'esterno e diventano fuligginose. Nella porzione imeniale le ife si intrecciano variamente e prime a protendersi, verso l’alto, sono le parafisi, quindi si originano gli aschi (fig. 3). Quando la cupola è formata, nella zona esterna, periferica, avvolgente l’imenio, e che sporge a guisa di sottile anello dal peduncolo, le ramificazioni delle ife si addensano in un fitto intreccio con membrana bruno- fuligginosa, come nella massa avvolgente dello sclerozio. Ai lati od all'apice dei peduncoli in via di prolungamento, alcuni loculi si ingrossano a clava a guisa di basidi, e producono uno o pa- recchi microconidi uniti anche in catenelle di 4 o 5, sferici (fig. 4), (13 RICERCHE INTORNO ALLA « SCLEROTINIA OCYMI » N. SP. 445 del diametro di 3 a 44 come quelli già indicati da altri autori nello gran = Îl | I ‘ Fig. 4. — Sezione longitudinale di un peduncolo in via di allunga- mento (Micr. Kor., oc. 3, ob. 8°). Fig. 2. — Sezione di selerozio con apo- tecio in via di formazione (Micros. Koristka, oc. 2, 0b. 2). o Fig. 8. — Sezione dell’apice di apotecio Fig. 5. Sez. longit. di un peduncolo i con parafisi ed aschi in via di for- rimasto sterile e con microconidi mazione (Mic. Kor. oc. 3, ob. 8*). _lateralm. (Mic. Kor., oc. 8, ob. 8*) sviluppo di varie specie di Sclerotinia. Questi microconidi sono abbondanti sui peduncoli che non producono apotecio (fig. 5). . 446 PIERO VOGLINO La presenza degli sclerozii quasi contemporanea a quella dei conidiofori della Botrytis, sui medesimi tessuti della pianta ospite, non potrebbe lasciare dubbio sulla intima concatena- zione fra Botrytis e Sclerotinia, ma ho creduto opportuno chia- rire bene il fatto con colture di ascospore prese dalla Sclerotinia e di conidi di Botrytis. PR; . Le ascospore dì Sclerotinia germinano anche se collocate su vetrini con goccioline d’acqua, in camere umide, purchè vi sia una temperatura di 12° C. a 20°-22° C.. Da una estremità o da un lato, la spora emette un filamento incoloro che si allunga ben poco, e produce numerosi microconidi a catenella. I micro- conidi si possono anche formare’ direttamente dalla spora; di essi non si potè ottenere la germinazione. Il tubetto germina- tivo della ascospora può anche allungarsi, produrre rami laterali, con ingrossamenti a guisa di organi di attacco, ma non si di- stende mai in un fitto micelio, le ife producono un numero limi- tatissimo di ramificazioni, raggiungendo una lunghezza comples- siva di 150-200. | i | Le spore germoglianti, trasportate sopra quattro piante sane di Basilico, coltivate in vaso e tenute in Laboratorio (tempera- tura 16-20-22° C), produssero in breve, lateralmente alle ife, numerose ramificazioni che, a guisa di pennello, aderirono ai tessuti della pianta sàna disgregandone le cellule epidermiche, e svolgendosi in fitto micelio, specialmente fra le cellule a clo- rofilla. I a: Due delle piante infettate si collocarono in ambiente ad alto grado di umidità, con temperatura di 16°-20°-22° C... Dopo pochi giorni, sulle zone infettate, apparivano fitti cespuglietti di coni- diofori fuligginosi con conidi jalini di Botryt:s, identici a quelli osservati sulle piante a l’aperto. Seminai anche ascospore in decotti di foglie di Basilico resi leggermente gelatinosi. Esse germinarono prontamente in nu- merose ife, disponendosi in fitto micelio grigiastro, che si man- tenne, però, sempre sterile. Le ife erano molto irregolari nel loro decorso, per lo più ingrossate a clava od a fuso (dia- metro 12-14-16u) o ristrette sino a 4-6u; da corti e grossi rami laterali si protendevano numerose proliferazioni di lunghi ed esili (diam. 4u) filamenti. Altri rami invece si ingrossavano a l'estremità, si contorcevano gli uni sugli altri, con numerose RICERCHE INTORNO ALLA.« SCLEROTINIA OCYMI » N. SP. 447 anastomosi, formando dei noduli sferici a fitto intreccio, a guisa di ammassi scleroziali. Ed infatti, in una placca, si osservarono piccoli corpuscoli bruni, lunghi !/3-1 mm. Questi erano costituiti da fitto intreccio di ife incolore a l’interno, giallo- brune Verso l'esterno, molto simili agli selerozi. S1 può quindi affermare che: l’ascospora della Sclerotinia pro- duce un micelio parassita, che si svolge in conidiofori, e conidi di Botrytis. Essa può anche produrre micelio sterile e masse scle- roziali. Nuove colture potranno definire meglio la formazione degli sclerozi che per ora si ottennero, ma imperfetti; bisognerà anche studiare la funzione dei microconidi. Le spore di Botrytis, prese nell'autunno da piante di Ba- sttico molto infette, germinano in acqua, in rapporto col grado di calore dell’ambiente. Alle temperature fra 10° C. e 26° C. il tubetto germinativo viene emesso in due o tre ore, ma si al- lunga molto lentamente. A 30°-32° C. c'è ancora emissione di tubetto germinativo ma di breve durata. A 36° C. cessa lo svi- luppo. L’allungamento delle ife si continua sino alla tempera- tura di 6° C. con un optimum fra 14°-20°-24° C.. Nell’acqua, qualunque sia il grado di calore, lo sviluppo si arresta dopo 2 od al più 3 giorni. Nei decotti, anche molto diluiti, di piante di Basilico, ed alle temperature sopra indicate, l'allungamento delle ife, se non più rapido, è molto più prolungato, tanto che si forma, dopo 3 giorni, un fittissimo intreccio di ife bianchicce, che si disten- dono sino a coprire tutta la placca. Sopra vetrini, in camere umide aerate, il micelio, in pochi giorni, produsse conidiofori e conidi. La formazione dei conidiofori, alle Matite indicate, è sempre in relazione colla umidità e colla aerazione, aumentando queste è facilitata la produzione dei conidi. Essi si staccano in breve dal conidioforo e, cadendo in ambiente umido, germinano prontamente. Il conidio germina da una o dalle due estremità, qualche volta emette anche rami laterali. Di solito, da protuberanze sfe- roldali si allungano ife cilindriche che, a 20-30u, emettono rami laterali contorti, di varia larghezza e che si dividono, alla lor. 448 #, PIERO VOGLINO — RICERCHE, ECC. volta, in altre ramificazioni. Dopo breve sviluppo, a l'estremità di alcuni rami principali, si protendono aumerosi rametti a ciuffo, a pennello, i quali tendono a portarsi verso la periferia della coltura ed aderiscono alle pareti del vetrino. Sono questi gli organi d’attacco che inducono l’adesione e la penetrazione del micelio nelle pianticine di Basilico. La facoltà germinativa nei conidi si mantiene anche per due mesi purchè siano tenuti in ambiente non molto umido. Anche dai loculi bruni dei conidiofori si può avere proli- ferazione in ife che si distendono in micelio con nuovi conidio- fori e conidi. MICRA ds: In due placche a gelatina di succo di Basilico, a fitto mi- celio, e con «conidiofori nel solo centro, tenute in ambiente a 12°-14° C., si potè ottenere, verso il margine, dopo circa un mese, la formazione di piccole masse scleroziali, costituite da un nucleo centrale di ife contorte ed addossate strettamente le une alle altre, e da strati avvolgenti di ife segmentate in loculi sferoi- dali e con membrana giallastra. Dall'esame di materiale preso dalle colture, a varie riprese, risulterebbe che gli sclerozi si formano da fittissimi ciuffi di ife, disposte parallelamente, e che emettono, verso la base, grossi rami laterali che si allungano in senso orizzontale, s1 contor- cono gli uni sugli altri, e formano, successivamente, l'intreccio di ife che si accresce per nuove unioni, finchè da un lato, e così tutt’attorno, si vanno differenziando le estremità dei rami in loculi a membrana gialliccia. Conclusioni. La forma di Botrytis parassita del Basilico è uno stadio di sviluppo della Sclerotinia Ocymi. Le ascospore di questa Sclerotinia possono produrre, in am- biente poco aerato, micelio che si riduce direttamente in am- massi a forma di sclerozi. In via normale, il micelio sporifica in forma di Botrytis e poi da sclerozi. ugo: | Le spore di Botrytis germinano in abbondante micelio con nuovi conidiofori e sclerozi. | MARIO GHIGLIENO — SU ALCUNI NUOVI DERIVATI, ECC. 449 Su alcuni nuovi derivati trimetilenpirrolici. |. Nota Il del Dott. MARIO GHIGLIENO. In una Nota precedente (1) ho descritto due metil-etil- dician-trimetilen-dicarbonimidi isomere (e probabilmente stereo- isomere) corrispondenti alla formola: le quali cogli alcali. diluiti anche a temperatura ordinaria svol- gono una molecola di ammoniaca. La prima interpretazione che si presentava alla mente per questa così facile idratazione era che l’azoto che in essa si elimina provenisse dal gruppo imidico, con apertura del cor- rispondente anello e formazione di acidi -dialchil-dician-trime- tilen-dicarbonici. La preparazione di questi acidi trimetilenici senza più Idrogeno attaccato all’anello sarebbe stata di un certo interesse, viste le difficoltà finora incontrate per ottenere sif- fatti composti. Con questo peonia avevo anzi cominciato il pre- sente lavoro. Nella accennata reazione di idratazione non si ha però, com'era supponibile, assorbimento di due molecole d’acqua se- condo l’equazione: C10H®Ns02 + 2H20 = CIOHIN?204 + NH3 (1) Su alcuni nuovi derivati trimetilenpirrolici, Nota I, © Atti R. Accad. delle Scienze di Torino ,, vol. XLV, Febbraio 1910. 450 ‘MARIO GHIGLIENO ma invece di tre, perchè dai due isomeri primitivi si formano due acidi che corrispondono entrambi alla formola C!°H'!2N?205 e non contengono acqua di cristallizzazione. Per spiegare questa composizione, ammessa l’apertura del- l'anello imidico, bisognava pure ammettere che già a freddo e con alcali così diluito (4°/;) si fosse anche parzialmente idra- tato uno dei due gruppi nitrilici, così: CH3: }..C*H5 ‘CH? 003H5 A | ERA SITTTICh 0: ZE pa A CONO 00M SRO ON | | | | GEA cto COOH C00H da NH E difatti l’esperienza dimostrò nei due nuovi acidi l’esistenza di un gruppo — CONH?, Ma una volta stabilita una così facile idratabilità di uno dei gruppi cianici, nasceva logicamente il dubbio che l’idrata- zione potesse anche avvenire esclusivamente a spese di questi gruppi, restando l’anello imidico inalterato: CH? C®H5 CH* C*H5 RA Raf È C 27 "} | alle NON ie a Bia | | | TOPINO I DE 66 i agi NH NH E le successive esperienze confermarono pienamente questa supposizione. Si ha dunque qui un caso degno di nota di due gruppi nitrilici terziari che si idratano — l’uno totalmente e l’altro in parte — con grande facilità, pur essendo per di più in condizioni tali che a priori si potevano ritenere molto sfavo- revoli all’idratazione. È noto infatti che per i nitrili aromatici ed anche piridi- nici la presenza di radicali alcoolici oppure di gruppi molto SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 451 negativi in immediata prossimità del —CN ne ostacola più o meno fortemente l’idratazione. Questo fatto fu anche verificato da G. Piccinini (1) appunto nella metiletildicianglutarimide, che differisce dai miei composti solo per due atomi di idrogeno in più e la conseguente mancanza del legame trasversale fra 1 due atomi di carbonio cui sono attaccati i gruppi —CN, i quali sono perciò secondari. Questi gruppi non poterono infatti essere completamente idratati se non per via indiretta mediante l’acido nitroso. È abbastanza curioso che nei miei composti, con una così grande analogia di costituzione, i gruppi nitrilici, qui di- ventati terziari, si idratino tanto più facilmente. Ameno che la causa di ciò non consista proprio nella formazione del le-. game trasversale e forse nella conseguente deformazione del nucleo centrale. In presenza della soda diluita e fredda, in quantità tale che durante la reazione viene anche completamente salificata, uno dei —CN si trasforma in carbossile e l’altro si arresta invece allo stadio di gruppo amidico. In queste condizioni la cosa si capisce facilmente, perchè salificandosi il carbossile for- matosi viene a mancare la soda per continuare l’idratazione. Ma anche in presenza di un eccesso di alcali la completa idra- tazione del secondo gruppo cianico non si raggiunge che con grande stento, dopo varie ore di ebullizione con soda concen- tratissima. Di questo così diverso comportamento dei due gruppi ni- trilici, o per meglio dire dei due gruppi amidici che da questi si formano, non si riesce a vedere una ragione soddisfacente. Per quanto la formola, così com'è scritta, possa a prima vista far apparire altrimenti, essi sono infatti nella molecola in po- sizione simmetrica e in condizioni del tutto analoghe. Come già dissi nella mia Nota precedente, essendo i due gruppi nitrilici certamente in posizione cis rispetto all’anello trimetilenico, essi devono perciò trovarsi entrambi dalla stessa parte con uno o con l’altro dei due diversi radicali alcoolici. Solo ammettendo per entrambi i composti la forma ossì- (1) Idrolisi delle dialchil-dician:glutarimidi, “ Rendic. Soc. Chimica di Roma ,, Anno VI, N. 14. 4592 | MARIO GHIGLIENO drilica vi sarebbe una differenza nei gruppi che fiancheggiano 1 due — CN, differenza che, sebbene non molto grande, potrebbe essere la causa del diverso comportamento (1). Oppure si po- trebbe pensare che l’influenza ostacolante la idratazione del secondo gruppo amidico sia esercitata appunto dal carbossile che si va formando a spese del primo. Riflettendo, anche per spiegare il comportamento tanto diverso degli atomi di idro- geno acidi negli acidi bi- e poli-basici a molecola simmetrica bisogna in fondo ricorrere a supposizioni di questa natura. Un altro fatto pure degno di nota che emerse dallo studio di questi composti si è che in essi l’aggruppamento imidico, lungi dall’aprirsi con facilità per azione degli alcali, sì mostra invece di fronte a questi del tutto stabile, resistendo anche a un’ebollizione di parecchie ore con idrato sodico concentratis- simo. Uno studio sistematico della resistenza del gruppo imi- dico nelle non molte imidi finora note manca tuttora, e eredo sia questo il primo caso in cui sì constata in esso una stabi- lità così forte. | | Dal più abbondante dei due amidoacidi isomeri già nomi- nati (forma a) ho ottenuto successivamente tre prodotti di tras- formazione in cui la struttura fondamentale non può essere stata modificata. L'esame del potere acido di questi composti, riassunto a pagina seguente insieme colle due formole di strut- tura possibili per ognuna di essi, rende senz'altro persuasi della conservazione dell’ anello imidico inalterato in tutti questi composti. I Ricorderò che nei due isomeri derivati bicianici l'idrogeno imidico ha carattere di acido monobasico. (1) Ciò non è sufficiente a giustificare una preferenza per la isomera forma ossidrilica anzichè per quella chetonica, ma comunque resti inteso che l’aver io conservato quest’ultima nella scrittura non implica punto una scelta fra le due forme possibili, che ritengo per ora tutt'e due ugualmente probabili. SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI Ora QUI SV 0 i 4 HOOC.C——C.CONH? | | 00:55 C0 k° NH CB? C3H5 a 0 di Ro, He—C.CONH' o | C4HI?2N205 2 basicità, di cui | una debolissima, non titolabile con fenolftaleina. C®H!2N208 1 basicità deboliss.; non titolabile con fenolftaleina. C!°H!NO" Nettamente bibasico C*H! INO? Una basicità estremamente debole (19% titolab. con fenolft.). 453. . OH? C3H° a Cc ALY H°NOC.C-———C.CN | COOH COOH CH? C*H? i ba [da ‘ La H*?NO.C——CH.CN o: ‘ COOH "ail il AID C do: MO RD an nidi COOH COOH In conclusione, se pure il primitivo scopo del lavoro, cioè la preparazione degli acidi trimetilenici, non è stato ancora raggiunto (ciò che del resto spero di poter fare fra non molto mediante l’azione degli acidi minerali), si è però preparata una serie di composti derivanti da uno speciale nucleo trimetilenpir- rolico, e dall'insieme dei fatti raccolti si può per intanto dedurre: 1° Che i nitrili terziari, generalmente ritenuti assai dif- ficilmente idratabili, si possono invece idrolizzare in certi casi con grande facilità ; 2° Che l’influenza dei gruppi alchilici o dei radicali ne- gativi nel senso di ostacolare l’idratazione del — CN non è del 454 MARIO GHIGLIENO tutto generale, o almeno varia di molto secondo la natura del nucleo fondamentale; 3° Che il gruppo imidico è forse in genere più resistente agli alcali di quel che generalmente si creda, e in certi casi può mostrare una notevolissima stabilità; 4° Che, mentre l’atomo di idrogeno imidico possiede un debolissimo carattere acido quando non ci sono in prossimità — che atomi o gruppi neutri o quasi, questo carattere sembra essere influenzato con una certa regolarità per l’introduzione di gruppi sostituenti più attivi, nel senso che aumenta note- volmente in presenza di gruppi molto elettronegativi come il — CN, e diminuisce fino ad annullarsi del tutto quando si trova vicino ad uno o più gruppi acidi di per sè (carbossili). Lo studio, che ho già intrapreso, dei composti analoghi a questi, ma con due radicali alcoolici eguali, permetterà, oltre alla migliore dilucidazione delle isomerie osservate, di verificare anche meglio le suesposte conclusioni. Acido metil-etil-trimetilenca-a' pirrolidon -Bamido-8' -carbonico CH? C°Hî pi de ‘90° #0 HOOC.C——C.CONH? | | OC: ..00 STA NH (forma da) Si può anche considerare come imide 2-3 dell'acido 1-1-me- tiletil-2-amido-2-8-3-trimetilentricarbonico. | Si forma dal dinitrile corrispondente C!°H?N30? (forma a, fusib. ist. a 247°-248°) per azione di due molecole o più di idrato sodico, diluito o concentrato e tanto a freddo quanto all’ebollizione, svolgendosi una molecola di ammoniaca (dosata in diverse esperienze). Sì prepara comodamente facendo agire sopra 5-10 grammi del dinitrile, in largo cristallizzatore, la quantità di soda nor- male corrispondente a te molecole per una del composto. Ope- SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 455 rando sotto campana a tenuta in presenza della quantità di acido titolato corrispondente all’ammoniaca che si deve svol- gere, arrossato con una goccia di metilarancio, dopo 4-5 giorni, secondo la temperatura dell’ambiente, l’indicatore avverte che la reazione è finita. Salificando allora la soda impiegata con l'occorrente di acido cloridrico normale, precipita l’acido ben cristallizzato. Rendimento diretto 83-84 0/0. Con una sola cristallizzazione dall'acqua si ha subito l’acido puro in prismetti rombici tabulari, incolori, che nei tubi capil- lari fondono decomponendosi con forte sviluppo di gas verso 194° (1). Sul blocco Maquenne si ha la fusione istantanea solo a 2329-2359. E | E poco solubile in acqua fredda (0,79 in 100 a 15°), più facilmente all’ebullizione. Solubile in alcool e in acetone, poco o nulla in etere, cloroformio, benzene ed etere di petrolio. All’analisi la sostanza asciutta all'aria diede: I — Da gr. 0,1134 gr. 0,2058 di CO? e 0,0526 di H?20; Hina cQal84 ami 10,2 ai N a 16° 0, 727 pae: III — i 0,1177 gr. 0,2152 di CO? e 0,0558 di H?0; IN x 0.1162em.* da. di N agli 0020 mm, trovato calcolato per C'H!?2N°0* I II Ti a IV e Creo, 49,49 — 49,86 —. 49,95: Ha 5,19 - 5,30 — 5,05 N0 var Lina L 11567 11,69 Non contiene acqua di cristallizzazione; infatti non solo non perde apprezzabilmente di peso restando un’ora a 100° in istufa e un'ora e mezza a 90°-95° nel vuoto su acido solforico, (1) Questa, che non è una vera temperatura di fusione, ma piuttosto di decomposizione, varia molto secondo la rapidità del riscaldamento. Il solo dato che costituisce una vera costante della sostanza è la temperatura di fusione o decomposizione istantanea sul blocco Maquenne, intesa come la definì quest’autore (Bulletin, 37 (1904) pag. 471) cioè nel senso che delle particelle minutissime di sostanza, cadendo sul blocco, vi si fondono istan- taneamente o ‘almeno entro un secondo. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. Si 456 MARIO GHIGLIENO ma anche si decompone per ulteriore riscaldamento senza svol- gere acqua. . La presenza di un gruppo amidico è dimostrata dal fatto che con acido nitroso svolge, lentamente a freddo e a caldo prontamente, una molecola di azoto, dando l’acido carbossilico corrispondente, descritto a pag. 16. Due determinazioni di questo azoto, fatte col metodo di Gattermann leggermente modificato (in acido solforico al 20 °/ scaldando a 100° per un’ora) diedero: I. — Da gr. 0,1728 di acido cm. 14,5 di N puro ridotto a 0° e 760 mm.; Li. Da sr. Urtool di acido cm” 16,L di N'pitro ridetto a 0° e 760 mm. N°% ottenuto: I) 10,50 — II) 11,66. Calcolato per una molecola: 11,66 °/. L'acido di per sè, scaldato per un'ora a 100° con acido solforico al 20 °/,, si de- pone poi inalterato per raffreddamento. Scaldato da solo sopra 100° si decompone a una tempera- tura tanto più bassa quanto più è lento il riscaldamento, dando una molecola di CO? e un residuo giallognolo che è liquido a quella temperatura ed è l’amide dell’acido metiletil-trimetilen- pirrolidon-B-carbonico (V. pag. 15). In una decomposizione di 6 gr. circa di acido asciutto al- l’aria, durata un’ora circa, a 160°-165°, si ebbe: ; CO? H*0(1) Perdita 20 EC, _LAPIAO (assorbiti (assorbiti di peso SOT Ruloglato LNpiegato da KOH) da CaCl°) della sost. ERE RA, gr, 6,0050 bi: dosi >. ciag “gior iau La sostanza ha proprietà acide ben spiccate e si comporta, come un acido bibasico, però debolissimo — più debole della fenolftaleina — per la seconda basicità, dovuta all'idrogeno imidico. Il carattere acido di questo idrogeno, che nel corri- spondente dinitrile è nettamente titolabile, viene dunque note- (1) Nella decomposizione si forma pure una traccia non dosabile di ammoniaca e un po’ di un prodotto liquido che distilla, talcheè il piccolo aumento del tubo a CaCl?, in immediata prossimità colla sostanza, non si può nemmeno tutto attribuire ad acqua (acqua igroscopica). SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 457 volmente diminuito sostituendo i due 5 cianici con un car- bossile e un gruppo amidico. corsi I. — Gr. 0,1990 di acido, in 20 di acqua più una goccia di SR n Hades eo-ana roseo persistente con cm.5 24, È di Na0H E, ._ IL — Gr. 0,3983, sospesi in 10 di acqua, si sciolsero e diedero colorazione rosea sensibile con cm.8 25,2 di soda decimo- normale: Soda teorica per 2 basicità I 0,0492 0,0663 74,2 LÉ, | 0,1008 0,1328 15,9 Soda impiegata “lo del teorico Forma sali con due e con un equivalente di metallo. Sale acido di ammonio — C!°H!!(NH4)N205. — Sciogliendo l’acido in eccesso di ammoniaca e lasciando evaporare fino a peso costante in essiccatore a calce si ottiene questo sale in croste bianche cristalline, molto solubili in acqua, con reazione acida debole. Da gr. 1,0000 di acido ottenni così gr. 1,0682 di sale secco. Teorico gr. 1,0708. Sale neutro di sodio. — Si ha in prismetti allungati dis- posti a raggiera per lenta evaporazione della soluzione acquosa, ottenuta aggiungendo all’acido la quantità di soda corrispon- dente a due molecole. È molto solubile in acqua, ha reazione nettamente alcalina e contiene acqua di cristallizzazione. Sale biargentico — C1°H!0Ag?N?05-- 2H?°0. —. Precipita come fina polvere bianca, un po’ solubile in acqua, trattando con nitrato d’argento la soluzione dell'acido in due molecole di ammoniaca. I. — Gr. 1,4062 di sale asciutto all’aria persero in 2 ore e mezza a 105°-110° er. 0,1106, dei quali 0,0942 nei primi 80 minuti. Poi continuarono a perdere regolarmente 16-20. de- cimilligrammi per ogni mezz'ora, mentre il sale si andava in- giallendo; II. — Gr. 0,4455 di sale asciutto all’aria diedero gr. 0,1968 di Ag; III — Gr. 0,5369 di sale asciutto all’aria diedero gr. 0,2359 di Ag. 458 PO CIOS I VIRA, aMARiIO LERIGRIENO ‘calcolato per Rovito | UT CONICA G*N?0* | 2HP0 - ron — gg — = air ia Zenon ibra III i a. ib HR00°h beianlalero css 1900507,85 Ag %o PA 44,17 48,94 44,08 : Altrì sali. — I sali di bario e di calcio, discretamente so- lubili, precipitano come polveri microcristalline dalle soluzioni abbastanza concentrate del sale di sodio. Assai poco solubili in acqua fredda i sali di piombo, bianco, e di rame, azzurro-verde. Tutti prontamente solubili negli acidi, anche nell’acetico. Acido metil-etil-trimetilenca-a' -pirrolidon-B'- amido-B-carbonico CH' C°H° da C PR II | II DAG O ll deg SI NH (forma B). . Ottenuto dalla forma isomera 8 del composto bicianico, fu- sibile a 203°-204°, in modo perfettamente analogo a quello de- scritto per l’acido a. Solo il rendimento minore e la maggiore difficoltà a depurare l’acido grezzo fanno supporre la formazione di prodotti secondari in quantità notevolmente maggiore (Forse la seconda forma stereoisomera che è possibile per ognuno di questi due acidi?). | stà | Cristallizza da molta acqua bollente in minuti cristallini assai brillanti, fusibili con decomposizione e forte sviluppo di gas verso 206° nei tubi capillari (1). La decomposizione istan- tanea sul blocco Maquenne, neanche questa ben nettamente de- terminabile, avviene solo intorno ai 280°. Assai poco solubile in acqua fredda (0,21 in 100 a 18°), così pure in alcool e in acetone, meno ancora negli altri solventi. (1) Valgono qui le stesse restrizioni fatte nella nota di pag. 9 per il corrispondente isomero a. SU ALCUNI NUOVI. DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 459 L’analisi del composto asciutto all’aria diede: I — Da gr, 0.0944 cm.3 10,2 di N a 25° di 726 Tit I — =, 0,1416 gr. 0,2582 di CO? e 0,0702 di H?0,. trovato calcolato per C!°H!?N*0° —r— ——_’ i er —, so scali A a 49,73 49,95 HL0fe — 5,54 5,05 N°, 11,82 A 11,69 bealdato per un’ora a 100° non perse di peso. A. cagione della scarsità del composto il comportamento a temperatura più elevata non fu studiato che qualitativamente, constatando che, come l’isomero a, si scompone liquefacendosi a tempera- tura variabile e sviluppando molta anidride carbonica. Quanto all'esistenza del gruppo amidico, tre dosamenti ese- guiti come per l'isomero a diedero risultati più largamente ap- prossimativi (dal 75 all’85 ° del teorico), ma sufficienti a dimostrare l’esistenza di questo gruppo, essendochè anche questo acido ricristallizza inalterato Sa un'ora di riscaldamento a 100° con acido solforico al 20 Anche il potere dii; È uietioai a gere del suo isomero: I. — Gr. 0,2502, sospesi in 20 di acqua con fenolftaleina, dànno colorazione sensibile con cm.5 16,4 di soda decimonormale; II. — Gr. 0,2526 ne richiedono. nelle stesse condizioni em.3 16,6. Soda impiegata iO, °/o del teorico I gr. 0,0656 0,0834 9, t IL ,s 0,0664 0,0842 78,8 Sospettando che il minor rendimento della preparazione e le ripetute cristallizzazioni dipoi necessarie potessero dipendere dalla facile trasformazione di questo acido nella forma isomera a per la sola azione dell’acqua, ne feci bollire per due ore la so- luzione acquosa, riottenendolo però quasi completamente inal- terato. 460 VArTHa MARIO GHIGLIENO | Sale d’argento — C!0H!0Ag®2N205 4 2H20. — Precipitato col nitrato d’argento dalla soluzione dell’acido in due molecole di ammoniaca. È bianco, microcristallino, facilmente alterabile alla luce e abbastanza solubile in acqua. Ha la stessa composizione del sale d’argento dell’isomero a, ma perde però l’acqua assai più facilmente, anzi in piccola parte fors'anche a temperatura ordinaria, come sembra indicare l’analisi del sale asciutto all’aria (temperatura ambiente 25° circa): | I. — Gr. 0,2145 arrivano a peso costante in mezz'ora a 95°, perdendo gr. 0,0140; II. — Gr. 0,2324 di sale asciutto all'aria dànno gr. 0,1040 di Ag; Fi) III. — Gr. 0,2142 dello stesso dànno gr. 0,0962 di argento: calcolato per trovato prata I [0 Canto ITI i 09: it) H?01%g ant 6,58 ac A 7,35 Ag o — 44,75 © 44,91 44,08 Altri sali. — Anche gli altri sali hanno aspetto e proprietà uguali a quelli dell’isomero a; solo il sale di piombo è notevol- mente più solubile. | Come si vede adunque, in tutte le proprietà studiate e per- fino nei sali vi è fra questi due isomeri, come per i corrispon- denti dinitrili, perfetta analogia, il che conforta l'ipotesi di una semplice isomeria nello spazio. Curioso è anche il fatto che da quello dei due nitrili che è meno solubile e ha un punto di fusione più alto si ha il de- rivato acido più facilmente solubile e fondente a temperatura più bassa del suo corrispondente isomero. Di questo isomero 8 non ho preparati gli ulteriori derivati come per l’isomero a a cagione della scarsità del composto. SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 461 Amide dell'acido metil-etil*trimetilen'a-a'-pirrolidon:B-carbonico CHE CH RIDE C LEN HC——C.CONH* | | 0000 NO ._ NH (forma a). Ottenuta, come già dissi, dall’acido metiletil-trimetilenpir- rolidon'amido-carbonico (forma a) per eliminazione di una mo- lecola di CO? riscaldando per circa un'ora a 165°-170°. Deter- minata l'anidride carbonica svolta e la perdita di peso che si corrispondono (V. pag. 10). Con qualche cristallizzazione dall'acqua si ottiene pura in bei cristallini brillanti, anidri, fondenti a 141°-143° nei tubi ca- pillari e a 142°-143° sul blocco Maquenne. Poco solubile in acqua fredda, discretamente nell’ #16501 & facilmente nell’acetone, pochissimo o niente in etere, benzene ed etere di petrolio. Disseccata a 100° non perde peso e all’analisi dà: I. — Da gr. gr 0) di sostanza gr. 0,3842 di CO? e 0,1070 di H?20; II. — Da gr. 0,856 di sostanza cm.3 11,0 di N a 18° e 128 mm.: trovato calaglato per CO” e IT Cda 55. I4 — 55,05 H % 6,30 _ 6,17 N % — 14,45 14,91 Con acido nitroso dà, come il composto da cui proviene, una molecola d’azoto. Un dosamento, fatto collo stesso metodo seguito per gli altri composti, diede da gr. 0,2016 di sostanza, cm.3 24,8 di N ridotto a 0° e 760 mm,, ai a gr. 0,0310, give corrispondono a 15,4%. Calcolato 14,3. 462 © MARIO ‘GHIGLIENO Il composto ha carattere acido, dovuto all'idrogeno imi- dico, ma di acido debolissimo, non dosabile colla fenolftaleina. Gr. 0,1996, sciolti in 10 di acqua (soluzione decimonormale per la sostanza considerata monobasica) diedero arrossamento sen- sibile con em.8 7,7 di idrato sodico decimonormale. . Soda adoperata Calcolata per 1 basicità °lo del teorico er. 0,0808 —0,0407 75,6 L’acidità dell'idrogeno imidico viene dunque leggermente accresciuta per la soppressione del carbossile in 8’. Questa amide-imide forma regolarmente dei sali con un equivalente di metallo. Sale d’argento. — Polvere bianca, amorfa, insolubile. in acqua, che precipita trattando con nitrato d’argento la solu- zione dell’amide neutralizzata con ammoniaca. Gr. 0,3880 di sale asciutto all’aria diedero gr. 0,13862 d’ar- gento, corrispondenti al 35,13 °/,. Calcolato per C°H!!AgN?03 = = db I | I Altri sali. — I sali di sodio e di potassio sono facilmente solubili in acqua, i sali di piombo e di bario sono precipitati bianchi, azzurro quello di rame, assai poco solubili in acqua, ma facilmente negli acidi, compreso l’acetico. ° Acido metil-etil-trimetilenca-a'-pirrolidon:B-B'-dicarbonico. Ci° 0° sila C Pi ‘A ego OC CO RE NH (forma a) Si può anche considerare come la 2-3-imide dell'acido 1-1-metil. etil.2-2-8-3-trimetilentetracarbonico, Per. prepararlo, gr. 8 di acido metiletil-trimetilenpirrolidon» amidocarbonico (forma a) vennero sospesi in 200 circa di acido solforico 20 °/, e trattati a freddo con gr. 2,3 di nitrito di sodio SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 463 (una molecola) sciolti in: poca acqua. Il miscuglio, bene agitato, fu scaldato lentamente a bagno’ d’acqua fino a dissoluzione della sostanza, aggiungendovi poi ancora un’altra molecola di nitrito e continuando a scaldare fintantochè, dopo un'ora. circa, non si aveva più svolgimento di gas. Estratto ripetutamente con etere il liquido acido così ottenuto, distillata la maggior parte del solvente e lasciate evaporare all'aria le ultime porzioni di questo, rimase un residuo costituito da una massa di fini aghetti lieve- mente colorati in giallognolo che, fortemente premuti fra carta, divennero quasi bianchi e pesavano circa cinque grammi. Questo prodotto, cristallizzato dall’etere acquoso, diede in una prima cri- stallizzazione due grammi circa di minuscoli aghetti bianchi, contenenti due molecole di acqua di cristallizzazione. L’acido asciutto all'aria, messo nel vuoto su acido solforico concentrato, perde lentissimamente quest’acqua, arrivando dopo circa venti giorni a peso costante. Gr. 0,5308 di acido perdet- tero così gr. 0,0697, corrispondenti al 13,13 °/,. Calcolato per C!0H!!N06+ 2H?20 = 13,0 9/0. Scaldato in stufa-termostato a 489-500 perdette in 20 ore 8,9 °/ del proprio peso (corrispondente a 1 molecola e un terzo circa di acqua) restando poi a peso costante. Portando la tem- peratura a 60° si eliminò in circa quattro giorni anche la rima- nente acqua di cristallizzazione, ma contemporaneamente l’acido subiva una lenta e regolare decomposizione. L'acido asciutto all’aria diede all’analisi: I. — Da gr. 0,2335 gr. 0,3738 di CO? e 0,1198 di H?20; I. — =, 0,2522 cm.8 11,6 di azoto a 19° e 734 mm.: use calcolato per past C'°H4N064-2H?0 ‘TP Tr r "T_s— I II at 453,6 — 43,29 5 ir def — 5,45 Ve: Gato — 5,20 5,06 E molto solubile in acqua anche a freddo e nell’etere ace- tico, facilmente solubile in etere e in acetone, Miscratamanta nell’alcool e poco o niente in benzene. 464 MARIO GHIGLIENO Nei tubi capillari non ha un punto di fusione fisso, decom- ponendosi a temperatura variabile. Anche qui la sola costante è la temperatura di decomposizione istantanea sul blocco Ma- quenne, che avviene a 182°-183°. i Per azione del calore quest’'acido perde dapprima, da 50° a 100° circa, la sua acqua di cristallizzazione, poi fra 100° e 140° elimina due molecole di anidride carbonica dando origine a un metil-etil-trimetilenea-a'-pirrolidone (V. pag. 20). Le due reazioni non sono però del tutto separate e successive l’una all'altra. “In un'esperienza in cui gr. 0,9756 di acido idrato furono scaldati per un’ora e mezza circa da 70° a 100° in comunica- zione con un tubo a cloruro di calcio e un apparecchio a po- tassa, il cloruro di calcio assorbì gr. 0,1220 di acqua (= 12,53 %; teorico per 2H?0 = 13,0 °/;) e contemporaneamente la potassa aumentò di gr. 0,0390 (= 3,9 °/). Scaldato poi ancora nello stesso apparecchio per mezz'ora a 130°-135° l’acido non diede più che gr. 0,0016 di acqua e invece gr. 0,2780 di anidride carbonica, corrispondenti al 28,48 °/. In totale: . Ottenuti nell’esperienza Calcolati per 2H*0 e 2C0° H?0 gr. 0,1236 corrisp. a 12,66 % 13.00 Î CO? ” 0,5170 ” | 32,49 0/0 31, (ih E la perdita di peso subita dall’acido corrispondeva alla somma dell’acqua e dell’anidride carbonica dosate. | Alla titolazione con idrato sodico e fenolftaleina questo acido si mostra nettamente bibasico. Gr. 0,1186 di acido anidro sciolti in 9,8 di acqua (soluzione decimonormale per l’acido considerato bibasico) diedero netto passaggio al color roseo con cm.3 9,8 di alcali decimonormale. Soda adoperata Soda calcolata per 2 basicità °/ del teorico gr. 0,0392 0,0393 99,75 Questo è il solo composto di questa serie in cui l’idrogeno imidico dell'anello pirrolico non mostra reazione acida, il che può esser dovuto appunto alla presenza in 8 e 8' di due gruppi carbossilici già acidi di per sè. | SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 465 Sale acido di sodio — C!°H!°0NaNO6+# H?0. — Ottenni questo sale quando cercai di preparare l’acido libero distillando per parecchie ore il dinitrile corrispondente con idrato sodico concentrato fino ad avere due molecole di ammoniaca, precipi- tando poi il liquido alcalino con nitrato d’argento e decompo- nendo col gas solfidrico il sale d’argento così ottenuto. Bisogna dunque che in queste condizioni invece del sale biargentico si formi un sale argentico-sodico. Cristallizza da molto alcool a 95° in Soto pagliette solu- bilissime in acqua. Cristallizzato e asciugato all’aria con una temperatura dell'ambiente di 25°-30°, diede all’analisi: Na °/o C/o 2% N Sa an: O aio i; 42,96 7 SAP AI o- Calcol. p. CiOHIONANO® |-H?0 = 21M 071): SIN e AGNA RC Pare che cristallizzando a temperatura più bassa si separi con due molecole di acqua; da una cristallizzazione eseguita con una temperatura ambiente di 10°-14° ebbi infatti un sale che asciugato all'aria fino a peso costante e posto nel vuoto su acido solforico perdette prima, in circa tre giorni, il corri- spondente a poco più di una molecola d’acqua, arrivando poi. dopo nove giorni a peso costante con una perdita totale del 12,28 .°/,. Calcolato per C!°H!°NaNO-+ 2H?20 = 12,04 9/0. Questo sale ha ancora, come lo mostra la formola, un car- bossile non salificato, che è infatti perfettamente dosabile con soda e fenolftaleina. Altri sali. — Il sale bisodico, neutro, è ben cristallizzato e pure solubilissimo in acqua. Più o meno solubili sono pure i sali di bario, di calcio, di rame e di zinco. Il sale di piombo è un precipitato fioccoso solubile in molta acqua. Insolubile in- vece è il sale d’argento. Il sale mercuroso è un precipitato bianco che tosto rapidamente imbrunisce. La soluzione del sale bisodico ‘dà con una goccia di cloruro ferrico diluito una debole colorazione gialla, troppo debole e in- certo indizio in favore della formola ossidrilica. 466 a MARIO GHIGLIENO Metil: etil-trimetilen» a-a'-pirrolidone. N gl NH (forma a) Questo composto, che si può anche considerare come 1.1-metil-etil-2-3-trimetilendicarbonimide e rappresenta come il nucleo fondamentale comune a tutti i composti fin qui de- scritti, proviene, come è detto a pagina 18, dalla decomposi- zione al calore del corrispondente acido 8-8'-carbossilico, secondo l'equazione: CIOHUNO6 — OSHLINO? + 2002, Il prodotto della reazione è una massa semisolida gialla, facilmente solubile in acqua. Per evaporazione spontanea della soluzione acquosa si separano delle sottilissime lamelle ancora un po’ colorate in giallo e miste con un poco di sostanza amorfa, e ripetendo la cristallizzazione per evaporazione si ottiene il composto puro in belle laminette sottili con lucentezza quasi madreperlacea, fusibili a 61°-63° nei tubi capillari e più netta- mente a 61°-62° sul blocco Maquenne. La sostanza asciutta all’aria non perdette peso nel vuoto su acido solforico e all'analisi diede: I. — Da gr. 0,1604 font 13,0 di azoto a 16° e 735 mm.; Il — ; 0,1096 gr. 0,2512 di CO? e gr. 0,0726 di H?0: trovato i calcolato per CHENO' 0 II i Ge _ 62,50 La 62,69 E[:9%, 7,96 7,24 N o 9,37 _ 9,17 SU ALCUNI NUOVI DERIVATI TRIMETILENPIRROLICI 467 Discretamente solubile in acqua fredda, solubilissima in alcool, etere, acetone, etere acetico, e anche nel benzene, inso- lubile nell’etere di petrolio. | In questo composto in cui non vi sono più gruppi sosti- tuenti elettronegativi l'idrogeno imidico — sia poi esso vera- mente nel gruppo NH o nell’isomera forma ossidrilica — ha ancora proprietà acide ma però estremamente deboli, appena sensibili in soluzione concentrata alle carte di tornasole. Il sale di sodio è in conseguenza assai fortemente idrolizzato e in un tentativo di titolazione con idrato sodico decimonormale e fe- nolftaleina con gr. 0,1098 di sostanza sciolti in 7 di acqua (so- luzione decimonormale nell'ipotesi di una basicità) si ebbe già colorazione rosea con cm.3 1,4 appena di soluzione alcalina. Soda impiegata Soda calcolata per 1 basicità */ del teorico gr. 0,0056 0,0287 19,5 Sarà interessante vedere se anche in questo composto meno sostituito sia ancora così grande la resistenza dell’anello imidico o pirrolidonico all’azione degli alcali. Sali. — Dalla soluzione della sostanza, neutralizzata con la piccola quantità di soda occorrente, si ha direttamente precipi- tato bianco dei rispettivi sali con nitrato d’argento e con ace- tato di piombo. Analogamente col solfato di rame precipita 1l sale di rame, azzurro. Col cloruro di bario il sale, bianco, cri- stallino, non precipita che in presenza di acetato sodico, ma poi non è più solubile neanche in un eccesso di acido cloridrico. Col nitrato mercuroso non si ha niente. Anche questo composto dà col cloruro ferrico una debole colorazione gialla. Nella pagina seguente sono raccolte le formole dei com- posti descritti in questa e nella precedente mia Nota, colle loro relazioni di formazione e alcune proprietà. 468 MARIO GHIGLIENO — SU ALCUNI NUOVI DERIVATI, ECC. CH°.;:.: C°H° OPP. CHO INIZI RR O G A | Vo “dai NC.0——C.CN | do | Hadahion. anita 1 00 CO (forma a) 00 CO (forma B) NA p.fus. ist. 2479-2489, pata p. fus.ist. 203°-204° NH monobasico NH monobasico Y 100) “rp GREP: C?H°. CH3 Sti I nie Peire | a HOOC:0—-C.CONH° der | | OC CO (forma a) OC CO (forma B) Dl p.fus.ist. 232%235° NE p. fus. ist. 280° NH Due basicità NH Due basicità di cui 1 deboliss. di cui 1 deboliss. | Uy CHESS. nre de “i SANTI OH” CH Riga ra 0005 Nan DON Co LIT, A p. fus. 182°-183° HC——C.CONH? NH bibasico | | OC CO p. fus. 142°-143° | de A Una basicità NH debolissima CHSt30*H° AT C a HC-—CH | | OC CO p. fus. 61°-62° . e Una basicità NH debolissima Torino. Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica della R. Università. Marzo 1910. MARIA GRAMEGNA — SERIE DI EQUAZIONI, ECC. 469 Serie di equazioni differenziali lineari ed equazioni integro-differenziali. Nota di MARIA GRAMEGNA. E noto come si integrino le equazioni differenziali lineari: da dx I dx, da pr is; Uni XI A Un9 X9 e 006 + Unn La, . . Detto x il complesso (x, «.... %,), e v la sostituzione U11 00° U1n | . ...|, le equazioni precedenti si possono scrivere: Una DINI Unn (1) Pirata: Se la sostituzione v è costante, cioè gli «,, sono indipen- denti dal tempo #, l'integrale di questa equazione è: ) Ae a Se la « dipende da £ si ha: (3) zi=(14 [dt + ['ude [udt + ..) zo. Jo 0 0 Le formole (1), (2), (3) furono date dal Prof. Peano nel 1887. Vedasi il suo Formulario Mathematico (t. V, pag. 433, del quale libro userò le notazioni). La formula (3) costituisce il metodo detto delle integrazioni 0 approssimazioni successive. Mi propongo di estendere questa teoria ad » infinito. Di- pendentemente dal modo di passare all’infinito, i secondi membri 470 si MARIA GRAMEGNA delle equazioni date diventano serie infinite oppure integrali, e si avrà o una serie di infinite equazioni differenziali lineari, 0 un'equazione integro-differenziale. Perciò premetto la teoria delle sostituzioni o funzioni li- neari con infinite variabili, od omografie in uno spazio ad infi- nite dimensioni. | $ 1 — Complessi infiniti. ‘ Siano «, è dei complessi o successioni di infiniti numeri reali, cioè: | a, begF N. Il numero di posto r si indica con a, anzichè con ar, e di- cesi coordinata del complesso, o elemento di posto r. © Risulta dalla definizione di eguaglianza di 2 funzioni, che due complessi d’ordine infinito sono eguali quando hanno ri- spettivamente eguali tutte le coordinate: sd (1) aci talia dA da, Per la somma si può definire in generale: ueCls . f, geqgFu.9 fi g=|fx 4 gela, vu] Def. cioè somma di due funzioni numeriche degli individui di una stessa classe v, è la funzione tale che (f + 9)x = fr + ga, per ogni x nel campo w. Così si può definire: heq.9 .Af=|[hfx|2,u]. Def. E sussistono le comuni ‘proprietà come pei complessi d’or- dine. finito, scritte nel Formulario Mathematico, t. V, pag. 144-45, P 1'1:213:4:5:6°7. Non si definisce il prodotto di due complessi perchè nessuna definizione che si può dare presenta interesse; hanno interesse invece i prodotti di sostituzioni, $ 4. SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 471 $ 2. — Modulo e mole d’un complesso. Veniamo ora a trattare per i qFN, la questione analoga a quella del modulo per i complessi d’ordine %, dove n è un numero finito. | Il Prof. Peano nel 1887 definisce per modulo d’un com- plesso d’ordine » la radice quadrata della somma dei quadrati delle coordinate: Nair) Def. che è la generalizzazione del modulo d’un vettore, o modulo d’un imaginario, o distanza di 2 punti in coordinate cartesiane ortogonali. Il Jordan, Cours d’analyse, a. 1898, t. I, pag. 18, invece del modulo considera l’écart, che definisce come la somma dei moduli delle coordinate: seta 9, Boartoa = Ning pra Sì può considerare una terza quantità che indicherò con ur e che chiamerò mole di x, secondo Leibniz, e che è il massimo dei moduli delle coordinate: pe =imax(ma.|e 1°). Se n= 1, modulo, scarto, mole coincidono. Se n= 2, 1 punti del piano il cui modulo è 1 formano un cerchio che ba per raggio 1 e per centro l’origine delle coor- dinate; 1 punti del piano che hanno scarto = 1 formano il qua- drato iscritto nel cerchio precedente e avente i vertici sugli assi coordinati; i punti del piano per cui ux = 1 sono i punti del quadrato circoscritto al cerchio di raggio 1 avente i lati paral- leli agli assi coordinati. Valgono per lo scarto e per la: mole relazioni analoghe a queste: x,yeCn.9.m(a+y) = max + my Atti della R. Accademia — Vol. XLV. VI DU 4792 MARIA GRAMEGNA e tutte le conseguenze, sicchè per i complessi d’ordine finito, modulo, scarto e mole sono idee praticamente equivalenti. Per i complessi d’ordine infinito possiamo estendere i tre concetti: | me = Ve? +2 +... Def. scartox = mx; + mx» +... Def. pei ma N: Def. Risulta: scarto xeQ .9.mxeQ . mere... pred . Quindi l'ente che può essere finito mentre gli altri pos- sono essere infiniti è l’ultimo; perciò ci conviene di considerare la mole. Noi considereremo in modo speciale le successioni limitate, e le diremo semplicemente “ complessi d’ ordine infinito , 0 “ complessi infiniti ,, e li indicheremo con Co, cioè: xeCo. =. weqFN,;.uxeQ. Def. Si ha che: x,yeCc0.0.u(e + y) = Ha + uy . Ossia la mole della somma è minore o eguale alla somma delle moli. Se la mole è nulla, il complesso è nullo, e viceversa: ud 1-0; ult) B RO $ 3. — Limiti. I limiti dei complessi infiniti si debbono trattare un po. diversamente dai limiti dei complessi finiti. Diremo che la suc- cessione variabile « ha per limite la successione a, quando ogni elemento x ha per limite il corrispondente elemento di a. In simboli, mettendo tutte le ipotesi sottintese: ueCls'q sitgedicictelionita - aeCoo coem) I snéNp.0k limi tene Def. SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 473 Ossia, se u è una classe di quantità, e 4, è un elemento appartenente al campo derivato di u, x è un complesso infinito funzione degli «, ed a è pure un complesso infinito, allora dire che a è il limite del complesso x, quando la variabile varia in « e tende a £, equivale a dire che il limite della coordi- nata ennesima quando la variabile varia nel campo « e tende a to è an. | Se il limite della mole di x — @ è zero, anche x ha per limite a: | I limu(a— a)=0.9.lima=a. Infatti se il massimo o limite superiore di più quantità. verge a 0, altrettanto fanno ognuna di queste. La proposizione inversa, vera per i complessi d’ordine finito, cessa di valere per i Coo. La condizione limu(a — a) = 0 dice che x converge equabilmente ad a. Le Unità dei complessi infiniti. Chiamiamo 1,, corrispondente ad unit (00,7) del Formu- lario, pag. 145, il complesso d'ordine infinito, di cui l’erresima coordinata è 1, e tutte le altre sono nulle: reN;.. Oi (11) D MON. ar). Def, SI avrà: aeCo0.). a = XY (ai, N) espressione del complesso mediante le sue coordinate. La serie nel 2° membro si deve trattare estendendo le definizioni date per le serie reali, ossia a è il limite della somma Y(a,1,'r, 1°) ove n tende ad 00; purchè il limite sia definito come sopra si è fatto; altrimenti questa somma non converge equabilmente al suo limite. 474 Sa ss iniett + MARIA GRAMEGNA $ 4. — Sostituzioni. Generalizzando le note definizioni, diremo che a è una so- stituzione od omografia dei complessi d’ordine infinito ‘0 sosti- tuzione infinita, e scriveremo: ae Subst Coo, quando: 1° Ad ogni complesso d’ordine infinito x corrisponde un altro complesso ax | reco .). arxelCo. 2° Al complesso somma corrisponde la somma dei va- lori di 4 r,yeCo0 .9.a(x 4 y).=ax +ay. 3° Il limite superiore della mole di ax ove x è un com- plesso qualunque di mole minore od uguale ad 1, sia finito. l'ua ‘Co n ra (pa =1)eQ. Dalla seconda e terza condizione risulta che se % è una quantità, a (fx) = A(a2). Questa conseguenza esige la terza condizione già per 1 complessi d’ordine finito, anzi per i numeri reali. Vedi Formu- lario, pag. 148, P 1. Si estendono alle sostituzioni le definizioni di somma, pro- dotto funzionale, potenza con esponente intero e positivo, come nel Formulario, pag. 150. Mole d’una sostituzione. ae Subst Co. 9. unt "> |a'Con 10 ! Def, ossia se a è una sostituzione infinita, consideriamo per ogni « h Uax + i x : PIENO il rapporto pi facciamo variare x nei complessi non nulli: il “x limite superiore di questo rapporto variabile è la mole della sostituzione. SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 475 Si deduce dalla definizione che la mole d’una sostituzione dei complessi d’ordine infinito ha sempre valore finito: ae Subst Coo . 9. paeQ . Infatti, se xeCc non è nullo, si ha: Malti nia (a s) duel © n (3 ° CI Ora siccome — ha per mole 1, e siccome, per la terza ipo- ua tesi fatta, il limite superiore delle moli dei complessi di mole eguale ad 1 è finito, si deduce che il limite superiore dei rap- porti - è eguale al precedente, ossia è finito. Quindi se x è un complesso d’ordine infinito qualunque, uax = Mama. POT). MAR Dana, La mole della somma di due sostituzioni è = alla somma delle moli: a, be Subst Co.) .u(a 4 d) ua + wb.. La mole del prodotto di due sostituzioni è = al prodotto. delle moli: I -O.h(ab) = ua X pb. Per queste ultime due proposizioni basta ripetere le stesse dimostrazioni del Formulario, pag. 149, P.2°1, ‘3. Esponenziale d’una sostituzione. Data una sostituzione a definiremo per e elevato ad a la serie ma a? eta ot 3% Questa serie è assolutamente convergente; infatti la serie delle moli dei suoi termini ha i termini minori od eguali a quelli della serie che dà lo sviluppo di e/?, 476 MARIA GRAMEGNA $ 5. — Germe d’una sostituzione. Se ae Subst Co, e se seN;, ai, è un complesso d'ordine infinito, ed il suo elemento di poste » che chiamerò: U,s = (dis), è una quantità. Quindi veqF(N,‘N,), cioè « è una quantità reale funzione d'una coppia di numeri naturali. Questa funzione w si suole chiamare matrice, poichè spesso si rappresenta sotto forma di matrice infinita in due direzioni: ARI U9 2 Ug1 U99 Si dice anche funzione generatrice o funzione caratteristica della sostituzione, o Kern, o germe (*). Sia v una quantità Hatbioda di 2 variabili numeriche, cioè ueqF(N:N;), o come si suol dire abbiasi una matrice infinita in due direzioni di cui v,, sia l’elemento generico; indicherò con sv la sostituzione rappresentata da , ossia: | uegF(N,: N;).9.8Uu=3}Y{(w,2,1s,;Ni){r, Nil|eygFN1{. Def. (*) HrLserr, nel caso degli integrali di cui parleremo più tardi $ 8, la chiamò Kern, che secondo i vocabolari comuni significa granello, nocciolo, nucleo. Secondo i vocabolarî etimologici, il tedesco Kern è parola germa- nica affine al tedesco Korn, inglese corn, che significa grano, e deriva dal- l’indo-europeo; ha infatti per rappresentanti il latino grano, il russo cerno (sepno), ed il sanscrito girna (Ha). Non essendo comoda la traduzione Kern per il letteralmente identico grano, adotterò la parola germe, già usata dal Prof. Peano nelle sue lezioni e che ha le tre prime lettere comuni con Kern. La corrispondenza del g latino col %X germanico è secondo la legge di Grimm. o Queste indicazioni sono tratte dal “ Vocabulario commune ad linguas de Europa , di G. Peano. SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 477 Scriveremo sua anzichè (su)x. Quindi sotto forma svilup- pata si ha: (sue), = Uali T Usata] (SUx), = gt, + 29%» + Ù sur sarà effettivamente una successione di quantità, se ognuna delle serie nel 2° membro è convergente. E affinchè quelle serie siano convergenti per ogni valore del complesso x, è necessario e sufficiente che siano assolutamente convergenti le serie che formano le varie orizzontali della matrice v. Infatti se pongo i 2) SQ Vj = B2114#3, SU BADO: (sua), = mun + muj3 +... che dovrà esser convergente. La notazione “ signuma , ove aeq è stata introdotta da Kronecker, Werke, t. 2, pag. 39, e si definisce così: aeq.0).egna=l.sgn(—a)=—1.sgn0=0. Def. Inoltre affinchè sw sia una sostituzione è necessario, per la 3* condizione data nella definizione di sostituzione, che la mole di sux, per ogni x di mole 1, abbia un limite superiore finito, usu; «quindi ognuna delle serie: XY (mu,;]s, Ni) = su; onde: se v è un germe, 0 matrice, e se ogni serie formata coi valori assoluti degli elementi posti su una orizzontale è con- vergente, e il limite superiore delle somme di queste serie cor- rispondenti alle varie orizzontali è finito, allora: su è effettivamente una sostituzione, ed il modulo di su è precisamente eguale al limite superiore detto. Cioè: uegF (N; i N). l'[X (mu,;|s, Ny)!r ‘ N] €Q.0. sue Subst (00, usu == l'[X(mgt8}N,) [e N |. 478 o: MARIA GRAMEGNA Infatti: xeCoo. reN, . 9. p(sux), = uN (0,4:|5, NI ZH: ur, ls, NE <= ne (us Ni) = (Me) ove sl ponga: t1=1l'[X(uw,,;|s, Ni)[r ‘ Ni] quindi: | ni xeCo0.9 .u(sux) = (ue)! quindi ad un complesso infinito fa corrispondere un complesso infinito. Divido per px, ho: Re. ad quindi: È u(sur) ua E pe cioè u(su) è una quantità minore o eguale ad 2. Allora data una quantità positiva 4, ci sarà un r tale che: | X (uu. |s N) ] ma u(sux) = u(sux), dunque u(sur) = — h e.isiccome.px =] u (sur) peg sue) MP NIETÌ e quindi | pr psn) ur cioè u(su) >L —W quindi uisuaato SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 479 Sussistono evidentemente le proposizioni : u, vegF (N, : N) .9. sutso=sluH 0). sosu= s|X(0,,0,: 9, Ni)](r, 8) Ni Nil. Ossia la somma di due sostituzioni rappresentate dalle ma- trici u, v è la sostituzione rappresentata dalla matrice somma. Il prodotto delle sostituzioni di germe v ed « è rappresen- tata da un germe il cui elemento di indice r, s è formato moltiplicando gli elementi dell’erresima orizzontale del primo fattore, cioè «, per gli elementi della verticale di posto s nel secondo fattore, cioè v, e sommando. $ 6. — Serie di equazioni differenziali. Avendo data la definizione di limite d’un complesso fun- zione d’una variabile reale #, possiamo definirne la derivata fatta rispetto a #, come è fatto già nel Formulario per i complessi d’ordine finito (Formulario, pag. 284, P.15), e si verifica che per essi valgono le comuni regole di derivazione. Allora abbiasi un sistema di infinite equazioni differenziali lineari con infinite incognite: da, reni MZ U 11 d4 — U19X9 LL DICO dé dxs Agr : "a SIE: Uo91%1 A Ugg Lg pnt sex ceo dove le « sono costanti rispetto al tempo. Indichiamo con « la sostituzione rappresentata dalla matrice delle x, supposto che rappresenti una sostituzione, cioè usueQ. Chiamo x il complesso (x; 3 ...), e sia x, il suo valore iniziale. Le equazioni differenziali date si potranno scrivere: (1) Da: K l'integrale è: (2) ai= ed 480 MARIA GRAMEGNA ossia 1 diversi valori di x corrispondenti ai diversi valori di # si hanno applicando al complesso x, la sostituzione e“ cioè la sostituzione: | In simboli: aeSubst Co. 9: reC0 Fq. Da =ax.=.£=( e'“xo|t, q). Infatti, da Dx = ax, si ha che la funzione Dx — ar è iden- ticamente nulla, cioè: De — ax =(10:5g) .! ossia [e“(Dx, — ax) t,q]= (10 iQ) quindi Detgteal=(0%9) ossia ta. de e AL MIO i Va (e xo | È, q). Consideriamo le equazioni differenziali lineari non omogenee, cioè la serie di equazioni: dx o = higt Unti + U1002 +». ca = ha + Ug,%, + Usata +... dove le u sono costanti date, e le % sono funzioni date di #; le x funzioni di # da determinare. Supponiamo che il germe determini effettivamente una sostituzione, cioè che la sostitu- zione rappresentata da u abbia mole finita. Posto a = su, la serie di equazioni differenziali si riduce a: Dea ax+ h. | SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 481 In simboli: + aeSubstCo.heCoFq.9:re00Fq.De=axr + h.=. «it ale et 1 070 Seth: 20234) gl. Infatti: teq.9di. Da, = az; hi ossia Da, — dg — i, ero (Da, "agri ax) sn e“ h, D (e “x,/t,g) = (e“4.|t, q). Integrando ambo i membri da 0 a #: teq.9. o e“x. — x =BS(e7h;]t;0,3) da cui . "MR e IT + S(e7“%,/8;30,8) ossia . = e" [xo + S (e7“%,]t;0,6)] cioè, separando la «x dalla #: a=}e"[x0 + S(em“A4,|t;0,é][f,q}. Il valore di x corrispondente ad un valore qualunque di f è: Mt x, = ex, + Ver 9h, du. * * * Supponiamo ora che le «,.da cui è rappresentata la sosti- tuzione @, siano funzioni continue della # Allora la funzione « si ricava col metodo delle integrazioni successive e si ha: a t 1 t t (3) = 2 + | stadi + [dl | aratodt +... 482 DAR MARIA GRAMEGNA In simboli: ae (Subst Coo Fq) cont. 5600 Pg PD = Ga È =.a=% LA 15 (av 50, t)|t]|o }"|re, No} %o. Infatti il limite superiore della classe formata dalle moli della sostituzione a per i vari valori di # è finito; indichiamolo con m: allora la serie ur ha i suoi termini minori o eguali a quelli della serie (uxo)e”; ossia la serie x è di convergenza normale. Formando la serie delle derivate, e ricordando la proprietà associativa delle sostituzioni, si ha che è I 4; [vo + S (&x0]8 30,4) + ...], ossia che è la serie Ax \ e che è quindi di convergenza normale. Allora la serie delle derivate è la derivata della serie, e quindi : basa ossia la x soddisfa all’equazione differenziale proposta. * *o_>* Ora vogliamo integrare il sistema: da, a = h, + d11%1 e d19X9 -L- dela x da n = hg 4 4912 + ag9%9 Da dove le a,, e le /, sono funzioni date di f. Allora, se a è una sostituzione dei Co, funzione d’ una variabile reale e continua, e se fo è una quantità reale, indi- cheremo con E (a $ to, t) la serle ® 14 | adi + [ad fade +... SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 483 Coi simboli del Formulario: ae(Subst Coo Fq) cont. to, t1€9.9. E(a;to,t) = Y[{[SK(a0; tb, 5|t]|oy]r, Noli Def. si ha: dla E(a;t,;t) = E(a;ta, t)" E(a;ts,t) E(a;t,,t) = E(a; hr) < Blasi D|E(a;t%,t)|t,q]t=@E(a;%,)) .D[E(a;t,t)|t,q]t= —a.E(a;t, to). Se a è costante, si ha: DACI ppi regia L'integrale (3) della serie d’equazioni nepcitali omogenee prima considerata si potrà scrivere: LICATA A . Ritornando alla nostra serie di equazioni si ha: ae(Subst Co Fq) cont .heCo Fq.9: geCo0 Eq. Da = [a,x, + hi[t,.g]. = e=[E(0:0,8)} 20 + S[E(a;8,0)h,}t;0, {tal Infatti: LEG.) Dax, = 4% + hi ossia Da, — ax, = hi E(a;t,0)[Dx, — a, x;] = E(a ;t,0) A, DIfba ste p0)artt dg) to, a Integrando : E(a;t,0)x,— = S[E(a ;t,0) ht|t: 0, t| da cui se teq dea LE I E(a;t,0) re = © + STE (ax) 0) 26]#; 0,3] 484 | MARIA GRAMEGNA ossia | e=[E(@;0,8)} 20 -+ S[E(a;t, 0) Rt[t;0,t]}jt,9]= =|}E(a;0,4) xo + S[E(azu,t)}ku|u0,t]}t, ql. Dando all’integrale la forma oggi più comune, il valore di x; sarà: | x: = E(a;0,t)x0 + | Ela su) h,du. $ 7. — Determinanti d’una sostituzione infinita. Se ueqF(N,‘N,) cioè è una matrice di quantità reali, infi- nita a due sensi, cioè il germe d’una sostituzione infinita, si chiama determinante «, in simboli Dt«, il limite del determi- nante formato colle prime » orizzontali e verticali di u, per x vergente ad infinito: Dt (UN Again 1 a 1%). Def. Per riconoscere che un determinante d’ordine infinito ha valore, si ha la regola di Poincaré (1886). Se i termini della diagonale principale sono tutti l’unità e gli altri formano serie doppia convergente, il determinante infinito ha valore, cioè quel limite esiste. Von Koch (1891) ha esteso il criterio di convergenza al caso in cui gli elementi della diagonale principale formano un | prodotto infinito convergente, e tutti gli altri una serie doppia convergente. Premesso che: Determinante d’una sostituzione è il deter- minante del suo germe: ae Subst Co0.9.Dta = Dt sa. Def, Questi casi noti si possono riassumere nel seguente teorema: . ueqF (N; N). XY (mu; N {N;) eQ.9.Dt(14+ sv) eq SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 485 cioè se v è una matrice infinita in due direzioni e la serie doppia formata coi valori assoluti degli w è convergente, il determinante della sostituzione 1 + su ha valore determinato e finito. Si dicono invarianti della sostituzione a, o del suo germe, 1 coefficienti dello sviluppo di Dt(14+- la) secondo le potenze ascendenti del numero /. Conviene però di definirli direttamente come è fatto nel Formulario per il caso delle sostituzioni d'ordine x. Indicando con I l’invariante primo, si ha: lu — U A Ugg Li ceo v a i rà, N). Def. Si ha allora il notevole teorema: ae Subst Co. Iaeq.9. Dte = e". Ossia: Essendo a una sostituzione infinita, se la serie che rappresenta il suo invariante primo è convergente, allora il determinante della sostituzione esponenziale e“ vale l’esponen- ziale dell’invariante di a. | Pel caso di n finito vedi Formulario, pag. 249, Prop. 11'4. Siccome le sostituzioni infinite sono limiti di quelle d’or- dine finito, così il teorema varrà anche in questo caso. Ecco così dimostrata l’esistenza del determinante d’una sostituzione in cui non sono verificate nè le ‘ipotesi del Poincaré, ne quelle di Von Kock. $S 8. —- Sostituzioni continue. Le sostituzioni si incontrano di nuovo nell’equazione che il Fredholm (*) chiamò di Abel: 1 ge= | k(2,y)fydy (*) Acta Mathematica, 1908, t. 27. 486 | MARIA GRAMEGNA k qui è una funzione delle due variabili, varianti entrambe fra 0 ed 1; la suppongo continua per semplicità: keqF (9 : 8) cont. Dirò complesso continuo una funzione reale definita nell’in- tervallo da 0 ad 1, e continua; e scriverò: Cc = (qF90) cont. Def. Nell’equazione precedente, feCc, ed xe8. Supponendo x va- riabile, cioè posto: g=}S|k(e,y)fy|y.0][2,0}, quest'equazione fa corrispondere ad ogni complesso continuo f, un altro complesso continuo 9g; e la 9g è funzione lineare di f. Chiamiamo sk, cioè sostituzione di germe %, la sostituzione che trasforma f in 9; cioè poniamo la definizione: ke [qF(0*60)]cont.0. sk= [) S[k(,y) fyly,8]|x,9{|f, Ce] Det. e la chiameremo sostituzione continua. | Scriveremo skf invece di (sk)f, e skfx invece di (skf)x. Estendo le definizioni di mole ai Ce: uf SS mf. 8; Def. Definiamo, come in $ 4, la mole d’una sostituzione continua: dic) gn MANTO Def. | uf i Ripetendo quanto si è visto al $ 4, si ha: pal DS mela9)|701/0* 91, Ossia la mole della sostituzione che ha per germe % è eguale al limite superiore dei valori che l'integrale, preso fra 0 ed 1, SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 487 del modulo di X(x,y), considerando y come variabile Dici zione, assume ove x varii fra 0 ed 1. Si ha subito: fe0e 0. (SE) = ask XK uf Abbiamo poi la formula per il prodotto funzionale di due sostituzioni continue : k,he[qF(0:6)]cont ..0 . (sk) (54) = Cioè il prodotto delle sostituzioni di germe % ed % corri- spondentemente ai valori x e y, amendue a fra 0 ed 1, è dato da: Porremo per definizione: 14 elet SI TMT che è di convergenza normale, come quella del $ 4. $ 9. — Equazioni integro-differenziali. Passo ‘ora a considerare l’equazione integro-differenziale : df(t,x pi! Mil = l'(w,y) f(t,y) dy dove % è una funzione data di 2 variabili, varianti tra 0 e 1, ed f è la funzione incognita da determinarsi; f è funzione di #, ove t varia nel campo delle quantità reali, e di x, ove x varia fra 0 ed I. Pongo (ft)x invece di MA n), L'equazione (1) si scriverà: (1) Df = (80). Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 3 VI 488 n 4; MARIA GRAMEGNA E il suo integrale è come prima: (2) fas ero, In simboli ideografici si ha: | keqF(0 ‘6) cont. 9 : feCeFq i bet =le"]0(t,9). Scrivendo 1 primi bath della serie che dà l'integrale del- l'equazione integro-differenziale data: | fa, x) =f(0,2) tif k(e,y) f(0,9) dy + * ('il,may |! k(y,2) f(0,2) de +... Ossia l'equazione (1) si integra con una serie. Il primo ter- mine è f(0,x). Un termine qualunque si ottiene dal precedente moltiplicandolo per È, sostituendolo al posto di x, una nuova variabile y, moltiplicandolo per %(x,y) e integrando rispetto ay fra 0 ed È, Per la dimostrazione si ripete letteralmente la dimostra- zione data al $ 6, ove, naturalmente, invece di « si metta sé. * x» > L'equazione differenziale lineare non omogenea: Ia 2 |'K@,)f0,y) de + (1,9) si tratta come la corrispondente del $ 6, e si ha: keqF (96) cont. heCcFq.0: feCcFq.Df= skf+h.=. £ = [el"{f0 + S[e*ht|t;0,t]}]t, ql. Per la dimostrazione si ripete la stessa data al $ 6, ove si ponga invece di a, sk. | SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 489 * * * Veniamo ora al caso d’una sostituzione continua e varia- bile: ossia vogliamo Agg iii l'equazione: I df(t, x) AT ('itte,y) fm In simboli si ha il teorema: (3) keqF(0:9) cont Fq.9:feCceFq. Df= skf.=.f=|E(sk;0,4) f0|t,q]. La E(sk;t6,t) è definita | in modo identico alla E(a; Îo, t) del $ 6. Per essa valgono b sota proprietà che dn per ia Bi(dgtag th La dimostrazione del teorema è identica a quella data al $ 6. * * o * Vogliamo ora integrare l'equazione: AO = |'h(6,0,y) f(t,9) dy + h0,4). Sì ha: keqF (0 : 6) cont Fq. he CETTE: feCerg. Dfe=eskf-b ha f=|[E(sk;0,9)} f0 + S[E(sk;%,0) kt]; 0,%]{{t, a]. La dimostrazione è identica a quella data al $ 6. $ 10. — Sostituzioni continue e discontinue. Non ogni sostituzione dei Cc è necessariamente della forma: skfx = \'k(0,y) fudy. 0 490 o ona 1 vMABIA GRAMEGNA Non è tale l’identità, o la moltiplicazione per un fattore costante: g=cf, O) i per un fattore variabile, ecc. lai usi De In generale sia wx una classe di numeri compresi fra 0 ed 1, determinata quando sia determinato x compreso fra 0 ed 1, cioè: we(Cls'° 0) FO. Se wr è una classe. d'un numero finito di elementi, pongo: ge= X|he,y)fy|y, wa], avremo che g è funzione lineare di Y, cioè una sostituzione dei Ce. Lo stesso avviene se wr è un insieme di infiniti nu- meri, ma un insieme numerabile, e i coefficienti sono presi in modo che la serie precedente sia convergente. Un esempio è ywx = xN, cioè le successive potenze di x. Se poi wx è un in- tervallo, nell’ intervallo 8, si trovano integrali che sono però riduttibili alla natura di quelli considerati nel $ 8, in cui il germe % presenta discontinuità senza impedire l’integrazione. Se a è una sostituzione del tipo espresso con integrale, o del tipo sommatorio, o somma d'una d’un tipo e d’un’altra del- l’altro, si applicano senz'altro tutte le formule precedenti. Tale è l'equazione: TO RETE OTO) dt che si integra coll’esponenziale e°**. Un’equazione simile alla (1) è trattata da V. Volterra nei “ Rendiconti della R. Accademia dei Lincei ,, 6 febbr. 1910 (*). (*) Nella nota V. VoLrerRrA, Questioni generali sulle equazioni integrali ed integro-differenziali, “ R. Accademia Lincei ,, 20 febbraio 1910, l’autore indica il procedimento col quale possono trasportarsi le considerazioni svolte nel caso dei limiti variabili in quello più generale dei limiti costanti. Recentissimamente il Moore. dell’Università di Chicago nell’ “ Intro- SERIE DI EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI, ECC. 491 In generale l’equazione: as = ['#(2,9) f(t,4) dy + X[h(t;2,") f(t,4)|y, we] + 9(4,2) ) si integra colla serie E. Supposto g=" 0, vale adire che l'equazione in f sia omo- genea, chiamisi a la somma della sostituzione continua di germe % e della discontinua di germe 4. Allora l'equazione differenziale si scriverà: (1) Df = af, e il suo integrale è dato dalle formule (2) e (3) del principio della presente nota, ovvero dalle corrispondenti (2) e (3) del $ 6, ovvero da quelle del $ 9. I primi termini dello sviluppo di f(t, x) sono: fl, 2) =f00, 2) + ['ae} ['k(;2, )f(0,9)dy + LA: M)f(0, yy, we] | ui | ‘de | '(t:0, y)dy) |a i CC :, 2)f(0, 2) da + X[A(t; 4, 2)f(0, 2){2, yy] | xi D[a(:2,)|a}|'k@:4 90,9% + D [it 910,2) 1e, vg yi ve] | de * Se l'equazione contiene anche il termine g(f, x), alla serie scritta bisogna aggiungere la serie indicata in simboli dall’ul- timo termine della formula del $ 6, o dalla corrispondente del $ 9. duction to a form of general analysis , 1910, tratta coi metodi e coi sim- boli della logica matematica (pag. 11) le equazioni integro-differenziali. Però mi pare che tutti i risultati contenuti nel presente mio scritto siano nuovi, come pure i metodi per trovarli, cioè l’esponenziale d’una so- stituzione e la sua mole, che permette di riconoscere la convergenza asso- luta di questa serie, come per le serie comuni. L’Accademico Segretario LoRENZO CAMERANO. — 492 CLASSE: DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 20 Marzo 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti i Soci: Manno, Direttore della Classe, Ross, ALLIevo, RENIER, RurrINI, D’ErcoLe, BronpI, SrorzA e DE SANCTIS Segretario. È giustificata l'assenza dei Soci CArLE, Pizzi, CHIRONI, STAMPINI. no È letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza antece- dente, 6 marzo 1910. Ù Il Presidente comunica una lettera della sig. Enrichetta vedova Porena nella quale ringrazia l'Accademia per le condo- glienze inviatele per la morte del suo consorte prof. Filippo | PorENA, Socio corrispondente dell’Accademia. I È poi partecipata la morte del Socio straniero prof. Adolfo ToBLer dell’Università di Berlino, avvenuta il 18 marzo. La Classe delibera d’ inviare le proprie condoglianze alla famiglia del defunto. I Il Presidente dà quindi notizia della grave malattia della sig. Corinna BoseLtI consorte del nostro Vice presidente. Si deli- 493 bera d’inviare a S. E. l'On. Paolo BoseLLi un telegramma per chiedere notizie e augurare la guarigione dell’inferma. È presentato il volume inviato ‘dal Senatore Benedetto Croce in omaggio all'Accademia: Problemi di estetica e contri- buto alla Storia dell'estetica italiana. Bari, Laterza, 1910. Il Socio De SAnctIS presenta per gli Att. una nota del Socio corrispondente Giovanni ParRONI, intitolata: L'Alybas omerico. e LNAMNSONNNA MSI NANNA I 494 GIOVANNI PATRONI LETTURE mr——————mm .« L’Alybas Omerico. Nota del Socio Corrispondente GIOVANNI PATRONI. Nella sua recente Nota su L'eroe di Temesa (1), il De Sanctis, avendo occasione di ricordare quel luogo, anzi quella città — poichè le si attribuisce un re e £ inclite case ,, — detta nel- l'Odissea (XXIV, 304) Alybas, aggiunge che questo Alybas ome- rico è certo nel nostro paese, ma probabilmente il poeta inten- deva di collocarlo nell'isola di Sicilia. Con minore circospezione aveva già detto il Pais (2): “ A me pare non si possa dubitare che in questi versi si parli di Alybas come di un luogo posto nella Sicania ricordata al v. 307 ,. Se non che a questo periodo ne segue immediatamente un altro che sta con esso in perfetta contraddizione: “ È vero che dal testo omerico potrebbe pure ricavarsi che Ulisse, partito da Alibante, muove verso la Si- cania ,. E noi lasceremo stare la considerazione che questa è proprio l’unica cosa che a nessun patto si può intendere in quei versi; nè ci occuperemo della totale confusione fatta dal Pais, con l'intendere per Sicania la parte meridionale della penisola italica, interpretazione nella quale io non credo che alcuno abbia finora consentito, nè possa consentire (3). Il Costanzi (4) è anzi (1) © Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino ,, vol. XLV. (2) Storia della Sicilia e della Magna Grecia, p. 5, nota. (3) Ibid. e p. seg. L’identificazione sarebbe fondata, ognun vede come, sul nome di persona (sic) Sikainia (sic), che ricorre in una tessera di bronzo trovata a Policastro sopra Crotone, apud Ron, Inscr. Gr. Antiquiss. n. 544. (4) © Riv. di Storia Antica ,, n. s., anno XIII, 4. Cfr. p. 479. A torto il Costanzi attribuisce a me ed al mio articolo edito nell’ “ Anthropologie , del 1897 la conversione dell’Orsi alla teoria dell’affinità siculo-ibero-ligure A ciò io lo trovai già convertito, e non sarebbe potuto accadere diversa- mente in quel tempo, quando si riconoscevano concordemente gli Italici- Arî o nei terramaricoli o al più tardi nei Villanoviani; chi era andato in L’ALYBAS OMERICO 495 ora pervenuto, e secondo me giustamente, alla conclusione che pel poeta siano nettamente distinti il nome dei Siculi (che per Sicilia persuaso di dover trovare una civiltà simile a queste, non poteva non accorgersi, dopo varî anni di ricerche, che la civiltà preistorica del- l'isola è affatto diversa, e veramente affine a quelle della Liguria e della Spagna. Quindici o sedici anni fa (io fui con l’Orsi a Siracusa nel 1895-96) nessun antropologo credeva ancora poter accedere all'opinione di taluni linguisti e conciliarla con le proprie osservazioni proponendo di vedere nei Liguri una gente mediterranea attratta di buon’ora nell'orbita del lin- guaggio ario; si era poi allora lontanissimi dalla nuova ed ardita teoria testè proposta dal De Sanctis, che vede negli eneolitici l'immigrazione aria, anzi l'archeologia preistorica pareva andar dimostrando che gli eneo- litici erano gli stessi neolitici cui veniva per commercio qualche pugnale di rame. Il mio dissenso dall’Orsi verte sopra un punto affatto secondario, e giacchè mi accorgo che è così difficile coglierne il significato, nè so : se e quando tornerò su tali questioni, lo dichiaro brevemente qui ancora una volta, riassumendolo in poche proposizioni: | | ; I — La questione della lingua è del tutto indifferente alla disputa, poichè tanto l’Orsi quanto io non ammettiamo in Sicilia nè differenze di razza, nè differenze fondamentali di cultura, quali esistono tra popoli non affini. Potremmo tener fermo ambedue che si tratti di popoli prearii, po- tremmo accettare tutti due la teoria degli arii eneolitici, potrebbe uno ac- cettarla e. l’altro respingerla; la disputa resterebbe immutata. II. — Il punto principale della nostra divergenza è il trasformarsi della civiltà eneolitica siciliana nella speciale e locale civiltà del bronzo. Per l’Orsi trattasi di evoluzione in situ; io noto qualche cosa di contrario al concetto di evoluzione, mentre ciò non vedo nel passaggio dal neolitico all’eneolitico. Il Petersen (Ròm. Mitth., XII, p. 150 e seg., cfr. p. 170 e seg.), dandomi ragione per questa parte, mi combattè per l’altra, immaginandosi, contro le mie testuali parole, che io ritenessi di razza diversa il popolo dell’età del bronzo. Ma egli adoperò un metodo che già sarebbe cattivo nella pura archeologia dell’arte classica da lui coltivata, e che in archeo- logia preistorica non è da usare in alcun modo, poichè prescinde dalle norme stratigrafiche. La pretesa evoluzione della ceramica del bronzo dalla neolitica locale è senz'altro impossibile, perchè, tra le altre cose, vi sono importanti stazioni e depositi di materiale eneolitico puro, che presentano ceramica quasi esclusivamente a due colori, di pasta affatto diversa dalle altre ceramiche brune, e della qual pasta è fatta perfino la poca ceramica rustica che accompagna la colorata. Nemmeno l’Orsi, stratigrafo insigne, ammette tali strane teorie; v. quanto osservai in Archivio per V Antropo- logia, XXXIII, p. 213 e seg., e confronta come diversamente dal Petersen tratta delle mie osservazioni lo Hoernes (UrgescA. d. bildenden È Kunst, pa- gina 281 e seg.). | | III — Mentre l’eneolitico siciliano, con la sua ceramica oltremodo caratteristica, resta isolato, l'evoluzione che colà manca dalle forme neo- 496 GIOVANNI PATRONI me è anche il loro paese, il mezzogiorno della penisola) e la Si- cania, che certamente è l'isola. Alla medesima conclusione ero litiche a quelle del bronzo è continua e ininterrotta nell'Italia meridionale, con forme affini e precorritrici di quelle dell’età del bronzo siciliana. Per ciò, oltre a constatare il fatto dell’interruzione di sviluppo, io sostengo che esso fu poi ripreso sotto l'influenza dell’Italia meridionale. [Contro tale mia opinione si è recentemente schierato anche T. FE. Peet, nel suo libro The Stone and Bronze Ages in Italy and Sicily, Oxford 1909, v. pag. 485 sgg- Ma in parte egli ripete teorie altrui, in parte fraintende le cose da me dette. Qui mi limito ad osservare: a) che non ho mai più insistito sui vasi di Reggio, appunto perchè d'incerta origine; 2) che non ho mai detto lo stile delle ceramiche dell’ Italia meridionale con ornati incisi (di cui anzi pel primo feci risaltare l’analogia con quelle di Butmir, cosa che il Peet avrebbe dovuto ricordare) esser simile nè poco nè molto a quelle di Cozzo Pantano e Thapsos; c) che invece mi fondo sulle forme costruttive della ceramica liscia a sagome angolose, simili salvo il maggiore sviluppo di collo e di piede in Sicilia, e su l’ansa forata, caratteristica dell’Italia me- ridionale, ignota al neolitico ed eneolitico siciliano, mentre comparisce poi nell’isola all’età del bronzo, in continuazione tipologica delle peninsulari. Vorrei poi tacere di altre inesattezze, ma poichè non so, lo ripeto, se e quando tornerò mai su tali questioni, mi si consenta di rilevarne una assai grave. È un errore che le tombe scavate nella roccia siano quadre a Matera e tonde in Sicilia. Quadre sono soltanto quelle della Murgia Timone, ec- cezionali nella stessa Matera, dove, in altre località (contrada Cappuccini, S. Martino, la Selva), queste tombe sono sempre rotonde o ellittiche come le siciliane.] IV. — Subordinatamente io ammetto che meglio spieghi tali feno- meni l’ipotesi di un passaggio nell’isola di genti strettamente affini, ma alquanto differenziate dalle isolane, dalle quali erano rimaste separate durante l’eneolitico. | V.— Più subordinatamente ancora a me parve che i fatti da me constatati dessero consistenza alle notizie degli antichi scrittori secondo le quali i Siculi sarebbero venuti nell'isola dall'Italia, sovrapponendosi ai loro predecessori Sicani; tanto più che queste notizie, esaminate da stu- diosi non accusabili certo di mancanza di coraggio o di buona volontà nel maneggio dei più potenti ordigni della critica, avevano dato luogo alla dichiarazione che il passaggio di una gente dalla penisola nell’isola prima del secolo VIII a. C. era un fatto storico superiore ad ogni dubbio. Ma in- tendiamoci, dalla storicità o meno di tali notizie non dipendono in alcun modo le mie osservazioni archeologiche su lo sviluppo delle civiltà e loro relazioni topografiche. Se fossero inutili o inesatti i nomi di Sicani e Siculi, potrei adoperare come i geologi nomi locali, od anche formole algebriche. Rappresentando con lettere le civiltà divise da una interruzione o pertur- L'ALYBAS OMERICO 497 pervenuto anch'io da parecchi anni in un lavoro che andavo preparando su tutta la questione sicula, e che è poi rimasto interrotto; ma ne avevo letto alcuni capitoli a qualche amico, e tra gli altri uno in cui mi occupavo proprio della questione di Alybas. A quelle carte, cui ormai mi pareva difficile poter tornare (data la grande distanza e diversità archeologica della regione alla quale ora sovraintendo, e la mia decennale assenza dalle regioni ove potevo cercare nuovi dati per la soluzione dei difficili problemi), mi ha richiamato l’accenno fatto dal De Sanctis alla questione di Alybas. | Tale questione a me pare che si possa formulare a un di- presso così: i nomi di Sicania e di Alybas, ricordati dall’Odissea in tale connessione che non si può cercar l’uno separatamente dall’altro, stanno veramente tra loro nel rapporto di tutto a parte? Ovvero abbiamo dal testo stesso qualche indizio che il poeta intendesse porre Alybas fuori della Sicania? Esaminiamo dunque i quattro versi in questione (304-307). Ulisse, che dopo la strage dei proci è andato a trovare il padre in villa, e che non si vuole ancora far riconoscere, domandato da quello donde egli venga e chi sia, così risponde: “ Io sono di Alybas, dove abito inclite case, figliuolo del re Afidante Polipemonide, ed ho nome Eperito; ma un demone mi fece er- rare sul mare dalla Sicania, finchè approdai qui, nolente ,. A me sembra che già alla prima lettura si riceva. l’impressione che Alybas non possa stare nella Sicania, e che tale impres- sione sia confermata da un più riposato esame. Se il finto Epe- rito volesse, con la menzione della Sicania, ripetere semplice- mente, amplificandola, la sua provenienza originaria, l'indicazione del porto ov'egli ha preso primamente il mare, e che era anche la sua patria, non s'intende il senso della frase; poichè se prima egli non si metteva in mare, certo nessun demone poteva spin- gerlo sui flutti; nè è verosimile che proprio all'uscita dal porto bazione di sviluppo, e con numeri le fasi di esse, la classificazione delle civiltà preistoriche della Sicilia dal neolitico all’età del ferro sarebbe per l’Orsi: a, bl, b2, b3; per il Petersen: al, a2, a3, a4; per me: al, a2, bl, b2. A questo si riduce la ormai famosa e così male interpretata contro- versia tra l’Orsi e me. Il resto va d’accordo tra noi, o almeno è nella me- desima direzione. | 498 GIOVANNI PATKONI lo cogliesse tale tempesta da sbalestrarlo ad Itaca, o almeno un così fatto particolare non è di quelli che possano sottin- tendersi. E in tal caso, per non pungere la curiosità del vecchio Laerte, che gli lia fatte tante domande, e che il finto Eperito ha pel momento assai più premura d’acquetare che d’insospet- tire, ci aspetteremmo che quest’ultimo accennasse allo scopo, alla vera meta del suo viaggio, invece della quale egli ha toc- cato Itaca, e troveremmo anche più strano questo silenzio, di fronte alla inutile ripetizione del punto di partenza; senza dire che tale ripetizione o amplificazione mal si troverebbe in una frase opposta alla precedente dalla avversativa GMMéd del v. 306, la quale sta li a mostrare come Kperito venga ora a parlare di cose affatto diverse dalla sua patria’ e paternità ‘e nome, che ha. prima enunciati (1). E il midyze del v. 3807 ha signifi- cato certissimo e stabile nell’Odissea, fin dalla protesi del poema; è il verbo tipico con cui si esprime il vagare di Ulisse qua e là, sbattuto dalle tempeste, e si. riferisce a chi già si trova in navigazione e viene continuamente allontanato dalla meta del viaggio, non già ad una partenza, a chi vivendo in una città che è sua patria e dove suo padre è re sia mosso da qualsivoglia ragione a partire. Se vogliamo dunque stare al testo, abbiamo parecchie ra- gioni per credere che la Sicania sia introdotta nel discorso come un termine geografico nuovo e distinto dal precedente, come un accenno al viaggio di Eperito dopo la sua partenza da Alybas, o meglio prima del suo arrivo ad Itaca. La Sicania non è la prima terra donde egli è mosso, bensì l’ultima ch'egli ha toccato innanzi di approdare ad Itaca; Eperito ne ripartiva (dò Zixavins), e per la mancanza della indicazione d'una meta ulteriore è lecito arguire che dalla Sicania volesse appunto ri- tornare in patria, cioò ad Alybas. Naturalmente tutti questi ragionamenti presuppongono che l'Ulisse del poema, benchè (1) L'opposizione del mAdyYZE ad eiui o a vaiw, che precedono di ben quattro versi, riesce molto stentata ed improbabile, perchè tali concetti sono separati dall’intero comma: aùtàp éuory’ dvop’ éotiv “Empitoc. Parmi preferibile intendere che quanto segue è contrapposto a tutto l’insieme dei concetti precedenti, che evidentemente formano un tutto (patria, pa- ternità e nome). , L'ALYBAS OMERICO . . 499 inventando un viaggio, e dandosi nome, paternità e patria falsi, inventi e finga nei limiti della possibilità, anzi della verosimi- glianza; essi non persuaderebbero chi opinasse che la inven- zione di Ulisse sia tutta quanta una fandonia senza nessuna corrispondenza con i dati della realtà. Ma io non credo dovermi preoccupare di tale obbiezione, vuoi perchè si ha sempre il di- ritto di assumere un presupposto in via d’ipotesi, per verificare se mai con essa si spieghi meglio una serie di fatti, e, ciò ot- tenuto, dichiarar buona l’ipotesi fino a prova contraria; vuoi perchè l’importante accenno di geografia realistica, contenuto nel nome di Sicania, impedisce qui di credere che tra esso e l’altro termine realistico d’Itaca trovino collocazione ed intima connessione paesi irreali e favolosi. E se così è, Alybas va cercato fuori dell’isola di Sicilia, ma in tale situazione, tanto rispetto a questa quanto rispetto ad Itaca, da rendere possibile e verosimile il viaggio del falso Eperito. Evidentemente la città del re Afidante non va cercata nella Grecia propria nè in genere nei paesi ad oriente d’Itaca (1), bensì ad occidente. Dal cercarla ancor più ad occidente della stessa Sicania dissuade il fatto che già questa è la terra più occidentale che apparisca nei poemi omerici non più tra la ne- bulosità delle favole, ma con un nome perfettamente storico. Inoltre Eperito, nel tornarvi dalla Sicania, sarebbe prima stato risospinto su questa, anzichè portato tanto ad oriente, fino ad Itaca; per lo meno il racconto sarebbe riuscito. poco chiaro, anzi del tutto privo di evidenza, e tale da mettere in sospetto Laerte. Alybas deve dunque. collocarsi tra l'isola di Sicilia e quella d’Itaca; in tali condizioni non resta che porlo sulla costa ionica della penisola italica. Così avevano fatto sin dall’anti- chità scoliasti e grammatici, i quali anzi identificavano l’ome- rico Alybas con Metaponto; è vero che noi ignoriamo quale fondamento avesse tale identificazione specifica, ma in quanto alla situazione generica. sulla costa ionica d’Italia non vedo la impossibilità che Eustazio e Stefano di Bizanzio seguissero una buona tradizione, la quale conservava memoria di ciò che le (1) E quasi superfluo avvertire che nulla cambierebbe ai nostri ragio- namenti l’accettare per Itaca Pubicazione tradizionale o quella del Dòrpfeld. 500 GIOVANNI PATRONI — L’'ALYBAS OMERICO generazioni vicine alla composizione del poemi avevano ritenuto che il poeta volesse significare. I ‘. - Basta infatti riflettere alla rispettiva situazione dei luoghi per trovare subito nel racconto di Eperito, pur così parco di dati, quella verosimiglianza ed evidenza che l’occasione in cui esso è introdotto nel poema rendono necessarie. Di ritorno dalla Sicilia, Eperito vuol condurre la sua nave alla spiaggia ionica della penisola; un vento contrario, un grecale fortissimo, gl’im- pedisce di accostare e lo costringe a bordeggiare prudentemente; nel bordeggiare al largo, la nave non riesce a serrare la pe- nisola sallentina ed a mettersi sottovento, ma oltrepassa il capo di Leuca, ed è poi costretta ad approdare ad Itaca. Ecco un discorso che ha del buon senso marinaresco, e che risponde alle condizioni di fatto: la costa ionica d’Italia è veramente impor- tuosa, gli approdi alle navi che vengono dalla Sicilia vi sono difficili; vi dominano venti contrari a tali approdi, e le etesie hanno appunto tale direzione contraria. Gl’'Itacensi erano pra- tici di quella navigazione, e col bel tempo si recavano al paese dei Siculi anche valendosi dei remi (èv vnî moXuxMmidi, XX, 382); per tanto come era difficile infinocchiarli se patenti inesattezze avessero tradito il narratore, così viceversa pochi cenni basta- vano a Laerte, o che è lo stesso alla gente per cui il poeta compose quell’episodio, perchè intendessero le ragioni ed i modi d'uno di quei viaggi. | Che se poi gli antichi fossero arrivati alla loro identifica- zione dell’Alybas omerico ed alla collocazione di esso sulla costa ionica d’Italia, movendo da ragionamenti a un dipresso simili ai miei, non sarebbe forse privo di valore il fatto che io abbia potuto rifare tali ragionamenti senza conoscere quelli degli an- tichi. Benchè infatti, alla presenza del cardinal Federigo, don Ab- ‘bondio non ci pensasse, pure, dal trovarsi d’accordo con quelle d'altri, ricevevano un certo valore anche le ragioni di Perpetua. L’ Accademico Segretario GAETANO DE SANCTIS. 501 CLASSE SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 3 Aprile 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF..ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: SPEZIA, SEGRE, JADANZA, GUARESCHI, Guipi, Parona, MaATTIROLO, SomIgLIANA, FusARI e CAMERANO Segretario. Si legge e si approva il verbale della seduta precedente. — Scusa la sua assenza il Socio NAccaRI. Il Presidente comunica il ringraziamento del Vice Presi- dente S. E. BoseLLi per l’ interessamento dell’Accademia alla salute della sua signora. Il telegramma che nell’atto di assumere la carica di Ministro della Pubblica Istruzione, S. E. CrepARO ha inviato all’Acca- demia. La Classe incaricò il Presidente di ringraziare S. E. il Ministro. Gli inviti all'Accademia per i Congressi seguenti: “ Congrès scientifique international Américain , di Buenos Aires , e del “IX° Congrès Géologique international , di Stoccolma. La Classe dà mandato al Presidente per designare chi possa rappresentare l'Accademia a detti Congressi. Il Socio GUARESCHI presenta in omaggio la 18 parte di un suo lavoro: La Chimica in Italia dal 1750 al 1800, con una in- 902 troduzione Sullo stato dell’Italia nella seconda metà del sec. XVIII, specialmente riguardo all'istruzione. | Il Socio JADANZA presenta per l'inserzione negli Atti una nota intitolata: Determinazione delle costanti in un cannocchiale distanziometro. _ N Socio MartiroLo presenta per l'inserzione nelle Memorie il lavoro del Dr. Angelo Casu, intitolato: Lo stagno di S. Galla (Cagliari) e la sua vegetazione. Parte 12. Il Presidente delega i Soci MaTTIROLo e PARONA per esa- minare il detto lavoro. | | NICODEMO JADANZA — DETERMINAZIONE DELLE COSTANTI, ECC. 503 LETTURE Determinazione delle costanti in un cannocchiale distanziometro. Nota del Socio NICODEMO JADANZA. E, Su di un terreno piano si misuri colla massima diligenza possibile la distanza D tra due punti A e £ fissati sul terreno mediante —_ n a Oz O, O, A b due picchetti; quindi sull’allineamento BA si facciano diverse stazioni in diversi punti 0,, 0 ... 0, le cui distanze da A sieno rispettivamente d;, da, d3 ... d,. Poste due stadie, debi- tamente campionate, in A e B si leggano da ciascuna stazione i segmenti di stadia compresi tra 1 fili estremi del reticolo (il cannocchiale essendo orizzontale) tanto sulla stadia situata in B quanto su quella situata in A. | Sleno Sp, Sg!', Sg si pa: SR) ed ELA PE iP PARE, c( 1 segmenti compresi tra i fili estremi del reticolo letti rispetti- vamente sulle stadie in B ed in A, si avranno, per l'equazione della stadia: De \ d+D=c+KSyg tdi se+ KS et bi dida KS n: do set KSY' i dr d, + D= ce KS$ in @, (ra =c+ KS Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 34 504 NICODEMO JADANZA Da queste per sottrazione si ottengono le diverse equa- zioni di 1° grado: (1) Di = SE Sw Turca 4 le quali servono a trovare il valore più probabile di * Esso sarà dato da 9 1 (Sp —S4)+(S8"— S4")+... + (SE) — sh) e Sa pri 0 n Ponendo I SE — sw 0 fa Ko D i BE | 2 L’errore medio di + Sarà dato da I di qiD6] (8) | de dg fe e quello di X, poichè è ae TRE. ie. dall’altra (4) mx =. / DETERMINAZIONE DELLE COSTANTI IN UN CANNOCCHIALE, ECC. 505 Esempio numerico. Il reticolo di un tacheometro del Costruttore Simms è com- posto di 5 fili orizzontali ed uno verticale. Ai due fili estremi è assegnato dal costruttore il rapporto 50 ed alla coppia for- mata dai fili 2° e 4° è assegnato il rapporto 100. I risultati delle esperienze fatte nel modo indicato innanzi sono i seguenti: Coppia dei fili estremi | Coppia dei fili 2° e 4° Sp —19,11990 Sg = 0%,5590 di — 6 metri \ | ; Ù 8 =0,1200) S/=0 ,0600 È î \ Dar ses 1 1425 | 55 ron () ,5705 o ” | CA Di: 0 ,1405 | Su pesa () ,0700 ( Sp"=1 ,1600 ( S."=0 ,1600 D= 50”. Sg'"= 0 5795 S."=0 ,0800 Ponendo per brevità X — Sx -- S,, si ottiene: per la coppia dei fili estremi i = 0). 999 $ di = 18.002 3 Ls nn 1,000 e per la coppia dei fili 2° e 4° I E,=2049909; 2g e'0"/5005% E3.0) 4905. Si avrà quindi per la coppia dei fili estremi: + PISTONE 0,999 + 1,002 + 1,000 Rap Ri 3 Ap K == 49,98 = 0,0200067 e per la coppia dei fili 2° e 4°; 1 1 0,4990 + 0,5005 + 0,4995 o +=. TOO 2-.(.0099984 Ersa00/07° 506 NICODEMO JADANZA Per il calcolo dell’error medio si ottiene: Per la coppia dei fili estremi . v; = + 0,0000267 v3 = — 0,0000333 v3 = + 0,0000067 e. perciò my, = + 0,00003037 K ed mr 10,046, Per la coppia dei fili 2° e 4° & vi = + 0,0000184 va = — 0,0000166 vg = + 0,0000034 e quindi Di | m, = 0,0000152 ed Meg Lo , II Le diverse osservazioni Sg ed S, non debbono, a rigore, ritenersi dello stesso peso; conviene quindi esaminare come si modifica la (2) quando si tien conto dei pesi di ciascuna os- servazione. | L’error medio ms di una $S qualunque è dato, in generale, indicando con D la distanza dalla relazione & mp= Kms =m0.D dove mo è l’error medio dell’unità di distanza. Sarà quindi: me,= (D+d) DETERMINAZIONE DELLE COSTANTI IN UN CANNOCCHIALE, ECc. 507 Indicando con X la differenza Sg — S, si otterrà: UR ba 2 mM so = ST I UA ossia: PONE > cia i i MI 19 my ga (DLP +7 d e quindi, ponendo sr p ms sarà: pazi K? 00 K* Fil dARI LI 2d , 2d 0 [( gi; tte J mò D' [14 D A DÌ ed anche 1 poi Bi gn tt Pel valore più probabile di DI si prenderà la media ponderata: (5) pl _ pitt. +pada Ko Pa + pa “|. - Pa dove è Br La pi . "Bi i Ai AVA ITC RONN TORE. PEER 2a 2d 2An pit} Cig a Tan tropo I valori di p;, ps ... p, si calcolano facilmente nella pratica. Esempio numerico. Calcolando il valore di X per la coppia dei fili 2° e 4° del reticolo di cui è parola nell'esempio precedente sì ottiene: z,=0,4990 = p,= 0,79 z,—0,5005 pa =0,76 x,=0,4995 py=0,73 508 NICODEMO JADANZA — DETERMINAZIONE DELLE COSTANTI, ECC. p.E,= 0,3894210; psZ3 = 0,3803850; p3Z; = 0,3864635 PEPPE 4 Pa = 2,28 Pi: + Pata + P3 3 = 1,1839195 e quindi: Lx 80196 Ba e Re =0,009993 OSSsIa: K, 100,07, Sì ottiene così lo stesso valore che si è avuto considerando le osservazioni dello stesso peso. Ciò era da prevedersi visto che i diversi pesi sono presso a poco eguali tra loro. Nella pratica si ottiene facilmente tale proprietà facendo i valori di da, dg ... poco differenti tra loro. Considerando adunque che si può sempre applicare la for- mola (2) con opportune disposizioni delle esperienze, si vede facilmente come il metodo da noi proposto sia il più semplice tra tutti quelli finora indicati dai cultori della Geometria Pratica. La costante c che entra nell’equazione della stadia è sempre conveniente misurarla direttamente. Ciò si vede subito osservando che si ha: e=D— KS e quindi: (6) m, = Kms. Se m, indica l'errore medio di una lettura sulla stadia si ha: ms = mi V2 e perciò: (7) m, = KV2.m. Ponendo m,= 0,001 e XK = 50, si ottiene per mc il va- lore 0",07 che è inammissibile. Qualunque misura diretta di € non darà mai un errore così grande. L’Accademico Segretario LorENZO CAMERANO. CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 10 Aprile 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA à bono presenti i Soci: Manwo, Direttore della Classe, CARLE, RenIer, Pizzi, CnIronI, RUFFINI, STAMPINI, Bronpi e DE SANCTIS, Segretario. — È scusata l'assenza dei Soci BoseLLi, Vicepresi- dente e GRAF. È letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza precedente, 20 marzo 1910. | Si comunica il telegramma inviato da S. E. il ministro CrepARO, nell’atto di entrare in ufficio, alla nostra Accademia. Si delibera di rispondere augurando e ringraziando. Il Presidente dà notizie della salute del Socio GrAF ed esprime l’augurio di rivederlo presto tra noi. Legge poi il telegramma inviato dal Vicepresidente BosELLI in risposta ad altro telegramma speditogli a nome dei colleghi in occasione della grave malattia della sua signora; e ripete i voti per la guarigione di essa. | Si comunicano i ringraziamenti della famiglia ToBLER per le condoglianze inviate dall'Accademia in occasione della morte del Socio straniero prof. Adolfo ToBLER. Il Socio CaTRONI presenta con parole di vivo encomio il volume De la personnalité juridique, histoire et théories (Paris, 510 Rousseau, 1910) del prof. Raymond SarerLLes, dell’ Università di Parigi, dall'autore offerto in omaggio alla nostra Accademia, di cui è Socio straniero. Le parole del Socio CHIRONI saranno inserite negli Atti. Il Socio Pizzi presenta per la inserzione nelle Memorie un lavoro di Emilio Pinna, intitolato: II complesso dele stagioni, poemetto lirico-erotico tradotto dall’indiano antico, con note critiche sul testo e sull’'interpretazione e un raffronto col Meghaduta. Il Presidente delega i Soci Pizzr e SrAmPINI a riferirne in una prossima seduta. Raccoltasi poscia la Classe in seduta privata, procede alla elezione di tre Soci nazionali residenti e riescono eletti, salvo l'approvazione Sovrana, i seguenti signori: Dr. Prof. Cav. Luigi Ernaupi, Professore nella Regia Università di Torino; I | Nobile Alessandro dei Conti Baupr pi Vesme, Direttore della R. Pinacoteca di Torino; Dr. Prof. Comm. Ernesto ScHiaparELLI, Direttore del R. Museo di Antichità di Torino. | L’ Accademico Segretario Garrano DE SANCTIS. CLASSE SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 17 Aprile 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Hg: Sono presenti i Soci: NaccarI, Direttore della Classe, SPEZIA, Sere, JapANZA, Foà, GuarEscHI, GuIpi, Fineti, PARONA, GRASSI, SowieLiana, Fusari e Camerano Segretario. — Scusa la sua assenza il Socio MaTTIROLO. Sì legge e sl approva l'atto verbale dell'adunanza precedente. Il Presidente annunzia la morte del Prof. Francesco A RpIs- SONE Socio corrispondente. La presidenza già inviò le condo-. glianze alla famiglia. | Vengono presentate per l'inserzione negli Atti le note seguenti: 1° Prof. Vincenzo Fino, Brucîte di Viù, dal Socio SPEZIA; 2° Dr. A. RoccatI, Ricerche petrografiche sulle Valli del Gesso - Aplite del lago delle Rovine - I suoi fenomeni di contatto ed è suoi inclusi, dal Socio SPEZIA; 5° Sopra alcuni presunti effetti chimici e fisici della pres- sione uniforme in tutti i sensi, del Socio SPEZIA; 4° Prof. F. GroLitTI e G. TavantI, Ricerche sulla fabbri- cazione dell'acciaio cementato; VII. Studio di un processo di ce- mentazione fondato sull'azione specifica dell’ossido-di carbonio, dal Socio GUIDI; Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 85 512 5° Prof. Pietro GamBÈRA, Alcune conseguenze dedotte dal- l'ipotesi moderna sulla entità del calorico e della temperatura, dal Socio FILETI. Il Socio PARONA, a nome anche del Socio MatTIROLO, legge la relazione sulla Memoria del Dr. A. Casu, Lo Stagno di Si Gilla (Cagliari) e la sua vegetazione. La relazione favorevole è approvata all'unanimità e pure con votazione segreta unanime la Classe approva la stampa del lavoro nelle Memorie acca- demiche. | VINCENZO FINO — BRUCITE DI VIÙ 513 LETTURE Brucite di Va. Nota del Prof. VINCENZO FINO. Durante la perforazione di una galleria sotto il colle di Fubina, eseguita dalla Società Elettrica dell'Alta Italia per il nuovo impianto idroelettrico di Pian Funghera, nel quale si trae partito dalle acque della Stura di Viù, si trovò, alla profondità di metri163 dall’ imbocco ovest, un minerale bianco incluso nel serpentino che costituisce la roccia di cui è formato il colle. Devo alla cortesia dell’ Ingegnere Arnold von Gunten, di- rettore dei lavori, un campione di questo minerale il quale at- tirò tosto la mia attenzione. Nelle mie precedenti esplorazioni delle roccie di quella zona delle pietre verdi, colà largamente rappresentata, io non avevo mai incontrato nulla di simile. Lo sottoposi ad alcuni saggi per conoscerne la composizione e sic- come il risultato delle mie ricerche dimostra l’esistenza di una specie mineralogica finora non constatata nelle valli di Lanzo e finitime, parmi meritevole di darne una breve relazione, Il campione che ebbi a mia disposizione si presenta costi- tuito da una massa avente superficialmente una crosta bianca a struttura nettamente mamellonare, translucida cristallina dello spessore di circa tre millimetri nella quale sono sparsi, da un lato dei cristalli incolori prismatici i quali sono tappezzati da una materia bianca quasi opaca. Sotto a questa crosta havvi uno strato di talco e nuclei di serpentina incastrati in una massa bianca cristallina sfaldi- bile in tavole rombiche trasparenti incolore. Staccata con cura una parte della crosta dal talco aderente e priva di cristalli prismatici trasparenti, la sottoposi all’azione dell’acido cloridrico diluito freddo, e poi constatai che poco a poco si discioglieva senza produrre effervescenza. Ripetei il | saggio a caldo ed osservai che la dissoluzione si fece rapida». 514 | VINCENZO FINO mente e con leggerissima effervescenza. Nel liquido non trovai altro che magnesia, solo traccie di ferro, e totale assenza di calce. Un po’ di materia primitiva sottoposta al riscaldamento in un tubettino di vetro mi diede abbondante sviluppo di acqua. Non vi era dubbio, questa crosta doveva essere costituita da idrato magnesico. Infatti all'analisi quantitativa ottenni : ‘Quantità teorica Ossido di magnesio 63.97 63.96 Acqua 30.38 308 9995 100.00 Il rimanente era materia insolubile in acido cloridrico, os- sido ferroso ed anidride carbonica e data la quantità esigua totale, non credetti il caso di determinarne le singole quantità. Il peso specifico mi risultò di 2.28. Il minerale calcinato assume un leggero colore rossastro dovuto alle traccie dî ferro ché contiene. Colla soluzione di nitrato d’argento (saggio di Lemberg) a freddo si annerisce dopo un certo tempo, mentre 1 cristalli pris- matici trasparenti non si colorano. Con una soluzione alcoolica, molto diluita, di curcuma, si colora in giallo più o meno ranciato. Polverizzat@®e trattato con cloruro ammonico in polvere ed umettando leggermente con acqua il miscuglio, già alla tempe- ratura ordinaria, mette in libertà dell’ammoniaca riconoscibile all'odore ed ai fami bianchi con una bacchetta di vetro bagnata di acido cloridrico diluito a pari volume con acqua. Questo saggio eseguito di confronto sopra un campione di brucite fornitomi cortesemente dal prof. G. Spezia, diede lo stesso risultato. Tale saggio, che non vidi finora accennato per la ricerca della brucite, mi sembra molto convincente. Questi caratteri mi dimostrano che la crosta esaminata è costituita da brucite. Per contro la materia cristallina trasparente sopradescritta mi risultò essere sostanzialmente carbonato di calcio sotto forma di calcite, ma contenente disseminato dell’idrato di magnesio | BRUCITE DI VIÙ 515 ossia brucite, allo stesso modo come ebbe Cossa (1) ad osser- vare in una roccia del monte Somma. Questa constatazione la potei eseguire col nitrato d’argento, come già dissi, col cloruro ammonico e colla soluzione di curcuma. Data questa associazione in quantità evidentemente varia- bile da un punto all’altro, mi dissuase dall’eseguire l’analisi quantitativa di questa parte del minerale. Anche il talco con cloruro ammonico dà i fumi bianchi con acido cloridrico, ciò che dimostra che anch’esso contiene disseminata della brucite. Se ora noi paragoniamo la brucite di Viù con quella di Cogne, che fu pure trovata nel serpentino e che fu studiata da Friedel (2) noi vediamo che differisce sia nella struttura come nella composizione chimica. Mentre la prima è a struttura ma- mellonare e corrisponde quasi esattamente alla formola Mg(0H)? con solo traccie minime di ferro e di anidride carbonica, la se- conda si presenta in grandi lamine d’un bianco leggermente giallastro, tenera ed a facile sfaldatura, rassomigliante quindi alla nota brucite di Hoboken e che dedotta la silice e la parte insolubile nell’acido cloridrico conterrebbe secondo Friedel: Ossido magnesiaco 68.53 Protossido di ferro bito Acqua 30.13 ia Pat Io ritengo pertanto che forse non sarà difficile ritrovare lo stesso minerale da me studiato in altre località delle nostre Alpi e che forse sia passato finora inosservato perchè si pre- senta con una struttura diversa da quella delle comuni bruciti. (1) “ Atti della R. Accademia dei Lincei ,, vol. III, serie II e Ricerche chimiche mineralogiche su roccie e minerali d’Italia, pag. 204. (2) “ Atti R. Accademia delle Scienze di Torino ,, vol. XVIII, ‘pag. 75. 516 ALESSANDRO ROCCATI Ricerche petrografiche sulle Valli del Gesso. Aplite del Lago delle Rovine. I suoî fenomeni di contatto ed i suoi inclusi. Nota del Dr. ALESSANDRO ROCCATI. (Con 1 Tavola). In alcune delle precedenti Note (1) in cui ho trattato della costituzione litologica delle Valli del Gesso (che si aprono nel noto massiccio gneissico dell’Argentera nelle Alpi Marittime), ho già avuto occasione di indicare la presenza di numerose. roccie filoniane, le quali, con una certa frequenza, specialmente nella parte centrale del massiccio, intersecano con potenza e posizione variabili la massa gneissica. Queste roccie filoniane sono rappresentate da micrograniti, microgranuliti, granititi, porfidi, microdioriti, microanfiboliti, ecc., ma specialmente da apliti, che sono le più frequenti, come anche quelle i cui dicchi variano di più nelle dimensioni; infatti so- vente la loro potenza non è superiore a pochi centimetri, mentre in certi casi raggiunge parecchi metri. Tra. i filoni di aplite allora menzionati feci rilevare (2) l’im- portante dicco che comparisce nella ripida e quasi verticale pa- rete limitante la sponda destra del lago delle Rovine (o della Rovina) in prossimità del gias (3) del Monighet sottano. (1) Ricerche petrografiche sulle Valli del Gesso (Valle delle Rovine), “ Atti R. Acc. d. Scienze di Torino ,, XXXIX, aprile 1904. — Ricerche petrogra- fiche, ecc. (Serra dell’Argentera), Id. id., giugno 1904. — Ricerche petrogra- fiche, ecc. (Valli di S. Giacomo), Id. id., XL, maggio 1905. (2) Ricerche petrografiche, ecc. (Valle delle Rovine), Loc. cit. (8) Gias è il vocabolo con cui nel dialetto locale sono indicate le ru- dimentali abitazioni estive dei pastori. RICERCHE PETROGRAFICHE SULLE VALLI DEL GESSO DI In quella regione l’acqua del lago si avanza fino a poca distanza della parete gneissica e gli abbondanti detriti di falda che se ne staccano in conseguenza dell’azione del gelo e disgelo, fortemente agevolata dalla mancanza si può dire totale di ve- getazione, vengono a precipitare nel lago, formando un buon tratto della sponda sinistra e fra di essi svolgendosi la mulat- tiera reale di caccia. | All’epoca delle mie prime ricerche nella Valle delle Rovine (estate 1902) una grande frana staccatasi, appunto in corrispon- denza della roccia filoniana, dalle falde della punta Barbis, aveva messo allo scoperto il dicco di aplite, che spiccava nettamente per il suo color biancastro sulla parete grigia gneissica, e di esso già allora molti e voluminosi blocchi e frammenti si po- tevano osservare nel detrito di falda. Tornato nella località lo scorso estate potei constatare che una nuova, potente frana si era staccata alla primavera (ostruendo in parte la mulattiera) dalla parete rocciosa in cor- rispondenza dell’affioramento dell’aplite e, fatto non osservato nelle mie prime visite, potei constatare la presenza nella roccia filoniana di numerosi inclusi di gneiss, alcuni anzi molto volu- minosi. Il fenomeno mi parve degno di esser menzionato, perchè © corrisponde bene ad un fatto analogo che ebbi occasione d’os- servare e descrivere (1) per un microgranito della regione del lago Brocan, cioè della parte estrema della valle delle Rovine, e che, come facevo allora rilevare, costituisce un fenomeno non comune nelle roccie filoniane del massiccio dell’Argentera, ove non avevo osservato mai antecedentemente la presenza d’inclusi. Il dicco di aplite del gias del Monighet sottano, dicco che in seguito al nuovo scoscendimento è sempre meglio visibile, per- corre tutta la parete rocciosa perdendosi in essa verso la som- mità ed ha una larghezza che in alcuni punti è di parecchi metri. Non saprei dire se l’aplite viene ad affiorare nella parte ter- minale del rilievo gneissico, le condizioni topografiche del luogo, tutt'altro che agevoli, non avendomi permesso di raggiungerla, nè dal versante opposto al bacino del lago (verso il vallone (1) Microgranito con inclusi di gneiss del Colle Brocan (Valle del Gesso delle Rovine), “ Atti R. Ace. d. Scienze di Torino ,, XLI, febbraio 1906. y 518 I ALESSANDRO ROCCATI del Chiapous), nè, tanto meno, dal versante del lago, ove, come già dissi, la parete è pressochè verticale per qualche centinaio di metri. La roccia costituente il dicco ha color bianco omogeneo, con struttura finamente granulare o saccaroide, afanitica spe- cialmente in vicinanza del contatto con il gneiss, mentre di- venta alquanto più grossolanamente granulare in prossimità degli inclusi, siccome indicherò in seguito. Ad occhio nudo non si distinguono i componenti, eccetto qualche granulo maggiore di quarzo e poche lamelle sporadiche di muscovite, bianca argentea. È molto compatta e dura, non presentando quella facile divisione secondo piani paralleli alla direzione del dicco, feno- meno che ebbi invece a verificare molto evidente nel micro- granito del lago Brocan (loc. cit.). La composizione mineralogica, che già indicai a suo tempo (1), corrisponde a quella delle tipiche apliti, come del resto vi cor- risponde anche la giacitura. . Consta cioè essenzialmente di: Quarzo, abbondantissimo, in granuli con dimensioni va- riabili, ma si può dir sempre microscopiche, con non rare inclu- sioni di 2ircone. | Ortosio in grani, alcuni voluminosi, quasi porfirici, altri invece minuti, analoghi a quelli del quarzo e geminati secondo la legge di Karlsbad. Nei grani maggiori è comune la penetra- zione del quarzo, dando luogo alla struttura vermicolare (Michel- Lévy), e la presenza di inclusioni di quarzo, generalmente sfe- roidali. Plagioclasio, rappresentato essenzialmente da microclino (raro) ed oligoclasio con associate le geminazioni dell’albite e di Karlsbad e, meno comune, quella del periclino; questa però sempre con strie finissime, interrotte e limitate a zone ristrette del cristallo presso la periferia. Frequenti poi sono i casi d’in- curvatura e piegatura nelle linee di geminazione. Alcuni individui di feldspato si presentano con la solita geminazione di Karlsbad, avendo però una parte semplice, l’altra con finissime strie della geminazione dell’albite, oppure tali strie (1) Ricerche petrografiche, ecc. (Valle delle Rovine), Loc. cit. RICERCHE PETROGRAFICHE SULLE VALLI DEL GESSO 5]9 finissime ritrovandosi sopra i due individui; osservai pure una certa struttura zonata dovuta ad alterazione interna. Oltre a questi componenti, che sono i predominanti, la roccia contiene esili laminette di muscovite e dell’apatite discre- tamente abbondante; mancano poi assolutamente minerali me- tallici. Credetti interessante l’istituire un’analisi complessiva della roccia, 1 cui risultati serviranno appunto in seguito per oppor- tune considerazioni sulla ‘modificazione dell'aplite al contatto degli inclusi. Ottenni nell’analisi i seguenti valori: ST06 75,08 Al O: 14,80 Fes 0g tri Ca0 1,78 . Mg0 Dr, K,0 4,63 Na30 2,07 Perdita per arrovent.. . 1,02 99,38 Tale composizione corrisponde quindi bene a quella nor- male delle apliti (1). In prossimità degli inclusi gneissici la roccia prende una tinta alquanto grigiastra; la grana della roccia si fa più gros- solana e diventa abbastanza abbondante la diotite (vedi Tavola, fig. 1, 2,3, 4) con lamelle a contorno poco distinto, mentre la mica nera è nella roccia normale rarissima e sparsa soltanto qua e là in laminette isolate. Per il rimanente la composizione mineralogica dell’aplite si manifesta si può dire uguale, essendo soltanto forse un po’ (1) RosenBuscH, Elemente der Gesteinlehre. Stuttgart, 1898. 520 ALESSANDRO ROCCATI meno abbondante il quarzo ed essendo più intenso il fenomeno della penetrazione di questo nell’ortosio, penetrazione che porta nuovamente alla struttura vermicolare e ad un aspetto pegmati- tico dovuto a numerose inclusioni di varia forma e dpr Comune è pure nell’ortosio l’estinzione ondulata. Presso il contatto con il gneiss limitante la litoclasi riem- pita della roccia magmica, come pure in prossimità degl’inclusi, comparisce nell’aplite un componente dapprima raro, se non affatto mancante. È questo il granato, i cui individui possono essere localmente così abbondanti da stiparsi gli uni sugli altri, gremendo in modo assoluto le zone di contatto; ho già avuto occasione di indicare il fenomeno e di figurarlo nella mia de- scerizione delle roccie della valle delle Rovine (loc. cit.). Il granato, per quanto abbondante, è sempre molto minuto e difficilmente visibile ad occhio nudo; si presenta in forma di granuli tondeggianti, senza forma cristallina distinta, con color roseo chiaro od essendo affatto incoloro. I grani sono sovente minutamente piego) e qualcuno presenta anomalia ottica di birifrazione. Noterò qui che la presenza ‘Atei granato nelle apliti del massiccio dell’Argentera non è un fenomeno costante; ricordo però a questo proposito che in un dicco della regione del Mu- rajon, nel vallone del Mont Colomb, esiste il granato in indi- vidui macroscopici, di color rosso scuro, con forme ia di rombododecaedro ed icositetraedro. In prossimità del contatto, sia della roccia incassante che degli inclusi, sì osserva pure nell’aplite del lago delle Rovine della ‘3illimanite inclusa nel quarzo; essa è in cristalli prismatici allungati, bacillari, incolori, non di rado rotti, incurvati o de- formati. Il minerale però più che nell’aplite e negl’inclusi, esiste abbondante nel quarzo del gneiss limitante il dicco. Nel complesso la roccia aplitica mantiene nel contatto con gli inclusi la sua composizione chimica primitiva, per quanto però vi si possa rilevare una leggera basificazione, che risulta qall’analisi. Trovai infatti per l’aplite del contatto con inclusi la seguente composizione: RICERCHE PETROGRAFICHE SULLE VALLI DEL GESSO ca pad 510, 73,30 Als0; 14,59 Fes 0; . FeO 1,49 Ca 2,08 Mg0 ici: K50 3,19 Na, 0 L,05 Perdita per arrovent. 1,27 99,04 dove la presenza della magnesia, prima mancante, si spiega con l’esistenza della biotite nella roccia di contatto. Il gneiss che forma la parete in cui è insinuato il dicco di aplite è la varietà abbondantemente sviluppata in tutta quella zona del massiccio gneissico ed in cui è, ad esempio, scavato il vallone del Chiapous ed il colle omonimo, che fa comunicare l’alta valle del Gesso di Valdieri con la valle del Gesso di Entraque. È cioè un gneiss normale a biotite che, all'incontro di molti altri tipi esistenti nel massiccio, non presenta, o soltanto poco pronunziata, la struttura cataclastica e che ha schistosità sempre ben netta, con ripiegature e contorsioni frequenti, sovente ac- centuate e curiosissime, fenomeno che ebbe già a descrivere e figurare il Prof. F. Sacco (1). Della stessa natura sono pure i frammenti di gneiss in- clusi nell’aplite, i quali devono evidentemente esser stati strap- pati dalle pareti della spaccatura attraverso alla quale ascen- deva la roccia magmica; notevole è però il fatto che gli inclusi sono ricchissimi in biotite (Fig. 1-2 e specialmente 3), in parecchi casi certamente più della roccia incassante, al punto anzi di pre- sentare talora color nero. Il fenomeno potrebbe provenire o da maggior ricchezza in biotite del gneiss in profondità, oppure, fatto già osservato e (1) Fenomeni di corrugamento negli schisti cristallini delle Alpi. * Atti R. Acc. d. Scienze di Torino, XLI, aprile 1906. 522 ALESSANDRO ROCCATI descritto da molti autori fra cui dal Lacroix (1), dall’arricchi- mento della roccia in mica nella sua reazione colla massa fusa, per quanto però molti inclusi non presentino altra modificazione all'infuori di questa, nè nella struttura nè nella composizione. Questa corrisponde alla composizione del gneiss della località, con abbondante quarzo (contenente inclusioni di zircone), ortosio, albite ed oligoclasio. L'ortosio, benchè contenga frequenti inclusioni di quarzo, non ha. però la struttura vermicolare che vedemmo osservarsi comunemente nell’ortosio dell’aplite; dei feldspati triclini sono da ricordare le alterazioni, per cui dall’oligoclase si forma del- l’epidoto e dall’albite un minerale di aspetto micaceo, fatto comune del resto in tutte le roccie feldspatiche della regione. Accessori del gneiss sono: muscovite, tormalina incolora, rutilo in aghi inclusi nella biotite, magnetite e rara apatite. è Degli inclusi, come ho detto sopra, alcuni non sembrano aver subìto alcuna modificazione nel contatto con la roccia eruttiva e nessuno ha forma arrotondata. Vi è per lo più un distacco ben netto (Fig. 2, 3 e 4), per quanto. vi sia sempre un’aderenza molto forte, tra l’incluso e la roccia includente, a differenza di quanto notai invece per gli inclusi del microgranito del lago Brocan, ove l’aderenza è minima, potendosi con un colpo di martello staccare nettamente l’incluso dalla roccia includente. Altri inclusi dell’aplite (Fig. 1 e 2), pur essendo a distacco ben netto, presentano una zona di contatto di alcuni millimetri avente color biancastro e costituita essenzialmente da quarzo granulare con pochi individui di feldspato e rare lamine di bio- tite; questa zona sembra con tutta probabilità provenire dalla trasformazione del gneiss, che sarebbe quindi stato parzialmente digerito dalla roccia magmica, risultandone la leggera basifica- zione dell’aplite che ho indicato sopra e viceversa una notevole acidificazione del gneiss, il quale è normalmente invece alquanto (1) Les Enclaves des Roches volcaniques. Macon, 1893. — Le Granite des Pyrénées et ses phénomènes de contact (Premier Mémoire). — Les contacts de la Haute-Ariège, È Bull. des serv. de la Carte géol. de la France, ecc. ,. Paris, 1898. — (Deuxième Mémoire). — Les contacts de la Haute-Ariège, de l’Aude, des Pyrénées-Orientales et des Hautes Pyrénées, IA. id., 1900. RICERCHE PETROGRAFICHE SULLE VALLI DEL GESSO 099 basico in confronto della roccia filoniana. Infatti l’analisi del gneiss di un incluso mi diede 1 seguenti valori: | Siani 64,24 Als0g 1501 Fes0,. FeO 9,17 Ca0 MOI RA Mg0 3,02 Na;0 2,16 K40 3,61 Elementi volatili D47 401,50 Altri inclusi sembrano essere stati in parte digeriti dalla roccia magmica ed aver poi ricristallizzato perdendo la strut- tura schistosa, specialmente nella parte marginale (Fig. 1-4); in questo caso non si osserva distacco netto fra incluso e in- cludente, ma è evidente la penetrazione dell’aplite nel gneiss (Fig. 4), oppure si scorge un passaggio graduale dall’includente all’incluso. Anzi, l’aplite arricchendosi di hiotite nel contatto, ne consegue che è difficile il distinguere esattamente, anche al mi- croscopio, il punto ove cessa l’una roccia per incominciare l’altra. Finalmente vi sono casi ove il gneiss dovette essere com- pletamente digerito dal magma, e la sua presenza originaria si può soltanto desumere dall’esistenza nell’aplite di accentramenti ove abbonda la biotite, non essendovi più nessuna distinzione fra incluso e includente. In conclusione si può ritenere che la roccia magmica ebbe una certa azione metamorfica sopra il gneiss incassante il dicco e sopra quello degli inclusi, per quanto in generale tale azione non sia stata molto profonda e non sembri essersi spinta a grande distanza. Essa si limitò a parziale fusione con susse- guente cristallizzazione, accompagnata da reazioni limitate però alle pure zone di contatto, ove ne sarebbero conseguenza la formazione del granato e della sillimanite e fors’anche del rutilo incluso nella biotite. Il fenomeno può essere attribuito, come già feci osservare a proposito del microgranito del lago Brocan, a ciò, che il magma nel farsi strada attraverso al gneiss non ebbe nè tem- 524 ALESSANDRO ROCCATI — RICERCHE PETROGRAFICHE, ECC. peratura nè forse tempo sufficiente a provocare profonde rea- «zioni fra le due roccie, Deve pure essere mancata la presenza di elementi volatili o solubili, che avrebbero potuto avere una azione più o meno intensa sulla trasformazione chimica della roccia incontrata dal magma ascendente. Quindi, secondo ammette il Rosenbusch (1) in casi analoghi, nella fusione limitata e ricristallizzazione non dovette manife- starsi che una parziale nuova ripartizione delle molecole, spie- gandosi così la formazione del granato e della sillimanite in vicinanza dei contatti. Del resto la mancanza di profonda reazione fra incluso e includente può essere pure conseguenza della relativa analoga composizione chimica e mineralogica del gneiss e dell’aplite, risultando bene dai citati lavori del Lacroix che, soltanto nel caso di roccie differenti per composizione, come ad esempio cal- care e granito, si hanno profonde metamorfosi con abbondante formazione di nuovi minerali, sia a spese dell’incluso che della roccia fluida. | Finalmente la frequente presenza nelle apliti di filoncini costituiti da quarzo, albite e epidoto, o da quarzo, epidoto e la- minette di ematite o semplicemente da epidoto, mi pare potersi spiegare seguendo l'opinione di Lacroix (2), ammettendo cioè che la loro formazione rappresenti l’ultima eco del fenomeno endogeno, che ha prodotto l'emissione della roccia filoniana. In quanto poi all’epoca in cui dovette avvenire la forma- zione dei numerosi filoni di aplite del massiccio dell’Argentera, io credo che si possano ritenere come corrispondenti all’ultima fase eruttiva del granito formante la grande massa che occupa, st può dire, la parte centrale dell’elissoide gneissico nella re- gione Vallasco-Fremamorta-Saleses-Mollieres. Difatti si osserva come si è specialmente nelle vicinanze più o meno immediate di tale massa granitica che esistono più abbondanti i filoni di aplite. Torino. Gabinetto Geo-mineralogico del R. Politecnico. Aprile 1910. (1) Mikroskopische Physiographie der massigen Gesteine, IL. Stuttoart, 1896. (2) Le Granite des Pyrénées et ses phénomènes de contact. Les contacts de la Haute-Ariège, Loc. cit. GIORGIO SPEZIA —— SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI. ECC. 525 Sopra alcuni presunti effetti chimici e fisici della pressione uniforme in tutti è sensi. Nota del Socio GIORGIO SPEZIA Prof. di Mineralogia nella R. Univ. di Torino, (Con 1 Tavola). Dalla relazione di Spring, al Congresso internazionale di fisica (1), sulle proprietà dei solidi sotto pressione, sulla diffu- sione delle materie solide e sui movimenti interni delle materie solide, ne risulterebbe la legge : che i corpi dotati della facoltà di deformarsi sotto pressione senza rompersi, si saldano così solidamente come se essi fossero stati fusi; mentre quelli in cui la malleabilità non si rivela sotto la pressione sono ridotti allo stato polverulento. | Dalla saldatura poi specialmente dei metalli, lo Spring de- duce che, per causa della diffusione delle molecole attraverso le superficie di contatto, debbono prodursi delle leghe colla sola pressione e senza l'intervento del calore, ed asserisce di avere infatti prodotto delle leghe metalliche in dette condizioni. E tale concetto di formazione di leghe è anche, sull’autorità di Spring, ammesso nei trattati di leghe metalliche, e, p. es., il Guillet (2) nota: che si possono fare le «leghe metalliche colla sola pressione e a temperatura ordinaria, sebbene industrial- mente non convenga simile processo. Ora i detti risultati di Spring potrebbero interessare anche la minerogenesi, la litogenesi ed in complesso la geologia chi- mica. Lo stesso Spring considerando la formazione delle zone sedimentarie fece delle esperienze in proposito ; ma trovò che molti minerali, fra 1 quali il diffusissimo quarzo, i silicati e la calcite, si lasciano rompere ma non saldare. (1) Rapports présentés au Congrès international de Physique, 1900, p. 402. (2) Etude industrielle des alliages métalliques, 1906, pag. 41. 526 GIORGIO SPEZIA Inoltre l’ipotesi, che il semplice contatto fra due corpi possa sempre produrre una diffusione molecolare fra la superficie di essi colla sola pressione ed a temperatura ordinaria, appari- rebbe come appoggio alle teorie di coloro che sostengono essere la pressione da sola capace di far reagire fra di loro i mine- rali, ossia vorrebbero sostituire la pressione alla necessaria tem- peratura per le reazioni chimiche. | Siccome poi le leghe metalliche si considerano come solu- zioni solide, così se la sola pressione producesse leghe metalliche, il fatto potrebbe essere addotto come prova che la solubilità nella maggior parte dei casi dipenda essenzialmente dalla pres- sione e non dalla temperatura. Avendo io già pubblicate molte esperienze, nelle quali ho dimostrato che la pressione, nè per le reazioni chimiche, nè per la solubilità, sia una forza genetica come il calore, costituendo essa, secondo i casi, o soltanto un aiuto, od un ostacolo facil- mente superabile dalla temperatura, così ho creduto opportuno di fare qualche esperienza su una lega metallica, per vedere se sì possa realmente attribuire alla pressione l'importanza nei processi chimici datale da Spring. Le mie esperienze riflettono la lega di rame ed argento. Ho preparato delle fine limature di rame e di argento e le disposi nel cilindro, da sottoporsi a pressione, facendone uno strato di pura limatura d’argento, un altro di pura limatura di rame ed un altro della mescolanza delle due limature, interpo- nendo fra gli strati un disco di sottile lamiera di rame. Il foro del cilindro d’acciaio, nel quale vi erano dette sostanze, aveva due centimetri di diamretro e fu posto sotto la macchina a com- pressione, già usata in altre esperienze e descritta in un pre- cedente lavoro (1), mantenendo la pressione continua di 8000 at- mosfere per un mese ; e tale pressione fu data perchè lo Spring (2) asserì che il rame si salda come l’alluminio alla pressione di 6000 atmosfere; adottando quindi la maggior pressione di 2000 atmosfere ponevo l’esperienza in migliori condizioni per il risultato. (1) © Atti R. Acc. Scienze di Torino ,, vol. XXV, pag. 750. (2) “ Bull. Ac. roy. des sciences de Belgique ,, 2° série, T. XLIX, 1880, pag. 349. SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI CHIMICI E FISICI, ECC. 927 Dopo il mese di durata dell’esperienza ottenni un cilindro compatto, il quale però con colpi si lasciò dividere, dove vi erano i dischi di lamiera, in tre piccoli cilindri corrispondenti ai tre strati di limatura. Detti cilindri, aventi diametro di due centimetri, presentavano lo spessore di circa 4 millimetri per quelli di puro fame e puro argento e di circa 7 millimetri quello della mescolanza dei due metalli. Tali cilindri avevano una perfetta consistenza, talchè ho potuto segarli, limarli e levigarli per le osservazioni metallo- grafiche. | Ora, all'osservazione al microscopio, le sezioni dei cilindri di puro rame e d’argento, se la superficie era ben levigata, non presentavano traccia alcuna di unione fra i granuli di limatura, ma trattando le singole superficie con acido nitrico diluito si presentavano delle corrosioni indicanti i granuli, come appare dalle fig. 1 e 2 nelle quali con ingrandimento di 40 diametri la fig. 1 rappresenta la superficie di puro rame e la fig. 2 la superficie di puro argento. Quindi rimane palese che si tratta di una fortissima adesione fra le particelle fisiche dei metalli, ma non di fusione ossia di movimento molecolare, perchè le figure di corrosione rivelano la struttura granulare della lima- tura e non la struttura del rame o dell'argento fusi. | Parimenti dal cilindro costituito dalla mescolanza delle limature di rame e di argento avendo segato e preparato una superficie levigata, questa presentava l'aspetto riprodotto dalla fig. 3 con 36 diametri d'ingrandimento, e si scorge che le sin- gole plaghe oscure di rame e chiare d’argento costituite cia- scuna da uno o da alcuni minuti granuli di limatura, appaiono perfettamente omogenee senza visibili tracce di unione fra 1 granuli di limatura; ma assai diverso è l’aspetto quando si sot- topone la superficie levigata alla corrosione. Per tale scopo io ho segato e levigato un altro preparato, ma non credetti conveniente di trattare direttamente la super- ficie levigata con acido nitrico come avevo fatto nel precedente caso della limatura separata di ciascun metallo, perchè l’acido nitrico corrode più facilmente il rame dell’argento, massima- mente quando 1 due metalli sono in contatto. Perciò operai nel seguente modo : trattai a lungo la superficie con ammoniaca finchè le plaghe di rame fossero corrose sino alla profondità di Atti ciella R. Accademia — Vol. XLV. 36 528 GIORGIO SPEZIA circa mezzo millimetro ; poi coprii tutta la superficie di un velo di paraffina fusa in modo che penetrasse nelle plaghe corrose di rame; quindi levigai di nuovo la superficie tanto da pulire le plaghe d’argento e lasciare coperte di paraffina quelle cor- rose di rame, e la superficie così preparata fu trattata con acido nitrico facendo corrodere l’argento sino al livello della corro- sione del rame ; infine ho pulito la superficie togliendo la pa- raffina con l'etere. | La fig. 4 rappresenta con 25 diametri d’ ingrandimento l'aspetto della superficie corrosa e sl vede come esista ancora la struttura granulare della limatura dei due metalli, e come non vi sia traccia di diffusione e di lega. A meglio dimostrare la mancanza di diffusione ho riprodotto alcune plaghe della superficie levigata, nelle quali vi fosse qualche frammento più minuto di: rame nell’argento e di argento nel rame e la fig. 5 ne dà con ingrandimento di 160 diametri l’a- spetto, da cui sl scorge come frammenti di argento e di rame di pochi micromillimetri di dimensione non siano stati rispetti- vamente assorbiti dal rame e dall’argento. Per la mia esperienza mi sono contentato di comprimere la limatura finissima di rame e di argento, e non ho seguito il pensiero di Spring che bisogna limare il primo blocco e con tale limatura fare un secondo blocco, poi limare questo secondo e farne un terzo e così di seguito; pensiero espresso da Spring, perchè ammette che, se l’azione meccanica di suddivisione si potesse eseguire perfettamente, si dovrebbe potere colla polve- rizzazione far passare un corpo allo stato di gas (1). Data quindi tale imperfezione meccanica, ho esperimentato soltanto con limatura finissima, tanto più che osservai in tale limatura qualche granulo avente soltanto 2 o 3 micromillimetri di dimensioni. Dalla mia esperienza risulta quindi che la sola pressione statica, anche di 8000 atmosfere, per la durata d’un mese non dà luogo a diffusione fra rame ed argento, ossia con tali pres- sioni a temperatura ordinaria non si forma lega. E noto che fra due metalli, le cui superfici sieno in con- tatto perfetto, havvi diffusione e formazione di lega ad un certo (1) “ Bull. Ac. roy. de Belgique ,, 2° sér., T. XLIX, pag. 388. SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI CHIMICI E FISICI, ECC. 529 grado di temperatura minore sempre di quella del più fusibile. Spring fece esperienze in proposito unendo temperatura e pres- sione; ma Hallock dimostrò che la pressione non è necessaria ed infatti le belle esperienze di Roberts-Austen (1) dimostrarono che la diffusione avviene sempre alla pressione atmosferica e dipende soltanto dalla temperatura e che la intensità di dif- fusione dipende anche dal tempo, a partire dal limite della sufficiente temperatura. Invece lo Spring ammettendo che sia sufficiente il I IUILO fra 1 metalli per la diffusione ritiene che la sola pressione pro- duce le leghe; infatti egli da una di quelle molto geniali benchè poco persuasive disquisizioni, che accompagnano sovente le sue interessanti esperienze, dopo una serie di considerazioni con- chiude : S7 ces considérations sont exactes, il faut que les. corps solides sotent doués de la propriété d’entrer en réaction chimique sitot qu’ils seront au contact réel (2); e adduce, come prova del suo concetto, le leghe metalliche ottenute da lui COROpE LACAN O a freddo i loro costituenti in polvere fina. Quindi per lo Spring la pressione che produce il contatto reale sarebbe l’unica causa della diffusione dei metalli e for- mazione delle leghe; ed alla temperatura non darebbe alcuna importanza. Invece a riguardo dell’altro agente, il tempo, pare che esso, secondo lo Spring, sia molto influente, almeno così appare in tesi generale da alcune sue conclusioni a proposito del movi- mento delle molecole e del loro adattamento alle condizioni esteriori ; egli nota che il tempo entra come fattore capi- tale (3). Ora quando nelle speculazioni chimico-fisiche s1 considerano i fattori temperatura, pressione e tempo, è evidente che per le ipo- tesi basate sui due primi fattori sia facile cercare un controllo nell'esperienza, perchè è possibile sperimentare sino a pressioni fortissime e temperature altissime. Ma quando vi entra il fat- tore tempo, la difficoltà e più sovente l'impossibilità dell’espe- (1) “ Philosophical Trans. R. Society ,. London, vol. 187, pag. 407, (2) “ Bull. Ac. roy, de Belgique ,, 8° série, T. XI, pag. 399. . (3) Rapports présentés au Congrès internat. de physique, T. 1, pag. 430. DO GIORGIO SPEZIA rimento servono invece a sostenere l'ipotesi; perchè a chi cre- desse di dimostrare il niun valore di un'ipotesi con un’esperienza della durata, p. es., di 10 anni, si potrebbe rispondere che la durata dell'esperimento deve essere di un secolo. Quindi per la conoscenza delle proprietà del fattore tempo, quando essa non è possibile colla diretta esperienza, diventano di grande valore le osservazioni mineralogiche su quanto av- viene in natura. Se per l’ipotesi sopraindicata di Spring, che i corpi deb- bano entrare in.reazione chimica tosto che essi siano in contatto reale, si volesse sostenere che la reazione avviene col tempo, l'osservazione in natura non darebbe all’ipotesi un valido ap- poggio. Parecchi sono gli esempi che si potrebbero citare di mine- rali che si trovano in perfetto contatto da epoche geologiche ed anche sotto pressione senza che abbiano reagito fra di loro, sebbene l'equazione chimica scritta sulla carta dimostri la faci- lità della reazione. E nel presente caso delle diffusioni fra il rame e l'argento, che dovrebbe avvenire, secondo Spring, per il semplice reale contatto, si ha la prova negativa nel celebre giacimento cupri- fero di Keveenaw Point. In tale giacimento si trova il rame nativo inchiudente l'argento, e i due metalli sono in perfettis- simo contatto da epoche geologiche! La fig. 6 mostra coll’in- grandimento di 40 diametri |’ associazione del rame e dell’ar- gento osservato in un esemplare proveniente dal detto giacimento, e si vede chiaramente come non havvi traccia di diffusione, la quale, se avesse cominciato, è certo che dopo le migliaia d’anni trascorsi avrebbe dato luogo alla lega. Quindi dalla mia esperienza che prova essere la pressione di 8000 atmosfere per la durata di un mese, senza effetto per la diffusione a temperatura ordinaria fra il rame e l'argento, e dal- l'osservazione sull’associazione dei due metalli del giacimento di Keveenaw Point, i quali, pur essendo in perfetto contatto da epoche geologiche, non dimostrano traccia di diffusione, risulta ad evidenza provato che se il contatto perfetto è necessario, non è però sufficiente sia per formare leghe metalliche, sia per produrre le reazioni chimiche in generale, per le quali si richie- dono altre energie che saranno o termiche, o elettriche, o rag- SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI CHIMICI E FISICI, ECC. Sal gianti. La pressione sarà sempre soltanto causa predisponente, perchè aiuta il contatto, ma non sarà causa efficiente di rea- zione, per la quale altra causa predisponente essenziale è l’affi- nità chimica. L'affermazione di Spring che i metalli si uniscano in lega per la semplice pressione e dedotta dal ritenere che i metalli sottoposti a pressione uniforme in tutti i sensi diventino plastici, semiliquidi od anche liquidi. Ora un principio di plasticità può osservarsi nel compri- mere limature di metallo ed avviene naturalmente perchè gli spazi fra i granuli delle limature, per minimi che siano, per- mettono un piccolo moto della sostanza, ossia intorno a ciascun granulo di limatura la pressione non è uniforme in tutti 1 sensi. Parimenti e con più evidenza la plasticità e la fluidità si osservano quando i metalli si costringono colla pressione ad escire da un foro dell'apparecchio, come fu dimostrato dalle prime esperienze di Tresca sui metalli e continuate poi dallo Spring estendendole a molti altri corpi, con importanti ricerche sulle relazioni fra i caratteri fisici dipendenti dalla coesione. Ma è evidente che, nel caso dell'esperienza sulla fluidità, la pressione non è eguale in tutti i sensi, essendo essa nulla all'apertura da cui fluisce il corpo. Quindi non si può dedurre che, p. es., il piombo, che se- condo Spring fluirebbe alla pressione di 5000 atmosfere, non potendo fluire, debba diventare liquido od anche solo plastico e rimanere tale nell’apparecchio, quando la pressione uniforme in tutti i sensi fosse di 5000 atmosfere od anche maggiore. In una mia esperienza sulla solubilità del quarzo nelle so- luzioni acquose di silicato sodico (1) io ho descritto la disposi- zione dell'esperimento che, indicata qui in poche parole, si ri- duceva a comprimere un recipiente di paraffina contenente 1l liquido circondante la lamina di quarzo sospesa. La pressione fu di 6000 atmosfere per 8 giorni, e ho trovato dopo l’esperienza che la paraffina aveva mantenuta la sua posizione. Se fosse di- ventata liquida per la pressione io avrei dovuto trovare la pa- raffina, per la sua minore densità, costituente uno strato sul (1) “ Atti R. Ace. Scienze di Torino ,, T. XXXV, pag. 750, 932 GIORGIO SPEZIA liquido, perchè la paraffina, secondo l’esperienza di Spring, fluisce alla pressione di 2000 atmosfere. Tale fatto potrebbe già essere di valore per dimostrare il diverso comportamento dei corpi fra quelli sottoposti a pres- sione non uniforme e quelli sottoposti a pressione uniforme in tutti i sensi. Ad ogni modo, essendo sempre meglio avere il risultato di un'esperienza diretta, 10 ne esegull una con un corpo che di- venta molto fluido sotto pressione non uniforme, scegliendo a a tale scopo la cera, per la quale lo Spring ha trovato che alla temperatura di 13° ed alla sola pressione di 700 atmosfere fluisce come l’acqua (1). | L'esperienza fu eseguita col principio indicato da Hopkins, nelle sue ricerche sull’influenza della pressione sul punto di fu- sione, quando la forte pressione non permette l’uso di recipienti trasparenti, cioè di osservare, finita l’esperienza, lo spostamento dall'alto al basso di un corpo di densità maggiore della sostanza che deve passare allo stato liquido. In un piccolo recipiente perfettamente cilindrico di 2 centi- metri di diametro esterno e 5 di altezza, fatto di lamiera di stagno di mezzo millimetro di spessore, posi una pallottola di piombo di 8 millimetri di diametro e poi vi colai dentro della cera fusa procurando che fosse completamente riempito. Tale recipiente, dopo raffreddata e consolidata la cera, fu posto capo- volto in un recipiente d’acciaio, in modo che la pallottola di piombo rimaneva, durante la pressione, in alto sopra la cera e se questa fosse per la pressione divenuta liquida, avrebbe do- vuto discendere al fondo. Îl recipiente di compressione d'acciaio, col fondo a vite e chiusura ermetica, era un cilindro di 11 cen- timetri di diametro esterno avente nel mezzo un foro di 2 cent., nel quale entrava a contorno esatto il piccolo recipiente conte- nente la cera; sopra questo poi fu posto il cilindro compressore, pure d’acciaio, colle disposizioni analoghe a quelle che uso per le esperienze di pressione coi liquidi, e ciò affinchè la cera non potesse in modo alcuno fluire dall’apparecchio, il quale fu quindi posto sotto il torchio a pressione continua. (1) “ Bull. Ac. roy. de Belgique ,, 2° sér., T. XLIX, pag. 364. SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI CHIMICI E FISICI, ECC. 599 La pressione esercitata fu di 9000 atmosfere, la durata di 48 ore ed in tal tempo la temperatura del recipiente d’acciaio taidia Lofi Or bene, dopo l’esperienza ho trovato la pallottola di piombo al suo posto nella parte superiore. Ma tale esperienza non mi parve molto coneludente a causa della breve durata, perchè sebbene io avessi osservato che dopo 48 ore non vi era stata traccia di spostamento della pallottola di piombo, tuttavia mi rimaneva ancora il dubbio, che la cera potesse assumere uno stato vischioso analogo a quello di certi bitumi, nei quali a temperatura ordinaria, essendo il fatto sempre dipendente dal grado di temperatura, un corpo di maggiore densità affonda con grandissima lentezza. Perciò a togliermi tale dubbio ripetei l’esperienza portando la durata di essa a 12 giorni ed in pari tempo ho aumentato di poco la pressione che fu di 9900 atmosfere ; la temperatura fu di 15°. Ma anche dopo questa seconda esperienza la pallot- tola di piombo non dimostrò di aver subito traccia di movi- mento verso il basso. Ciò prova evidentemente che se la cera con la pressione non uniforme fluisce come acqua alla sola pressione di 700 atmosfere, non diventa liquida, nè semiliquida o vischiosa nemmeno alla pressione di 9900 atmosfere se la pressione è uniforme in tutti i sensi. I Le esperienze dirette quindi dimostrano, che non sì possono paragonare gli effetti della pressione uniforme in tutti i sensi cogli effetti di una pressione che tende a far fluire un corpo da un'apertura, dove naturalmente la pressione è nulla. E la grande differenza fra i due effetti è data anche da considerazioni teoriche. Quando si esercita una pressione per far flulre, p. es., un metallo da un foro, la forza viva che dà la pressione si con- verte nel lavoro cinetico della fluidità del metallo ; invece, se la pressione è uniforme in tutti i sensi, la forza viva deve ne- cessariamente trasformarsi, per l'elasticità di volume, in un la- voro potenziale di elasticità, avendo poi un limite che può chia- marsi di compressibilità, oltre il quale il volume deve rimanere costante sotto qualsiasi pressione; perchè nella pressione uni- forme in tutti i sensi non vi può essere un limite di rottura, 534 GIORGIO SPEZIA come nella compressione in una sola direzione, a meno che si spezzi l'apparecchio nel quale avviene la pressione uniforme della sostanza. | E detta elasticità di volume comparve molto evidente anche nelle descritte esperienze colla cera, e fu dimostrata dallo spon- taneo sollevamento di 4 millim. del cilindro compressore quando tolsi la pressione. | Quindi per detta differenza di lavoro prodotto dalla forza viva che fornisce la pressione, non havvi ragione di ammettere che la pressione uniforme in tutti i sensi produca una plasticità od una fluidità, come avviene quando la pressione non è uni- forme, quando cioè il corpo ha modo di fluire ; ed in conseguenza io ritengo che non si possa, dalla plasticità e fluidità dei metalli od altri corpi sottoposti a pressione non uniforme, dedurre che la pressione uniforme in tutti 1 sensi debba produrre plasticità e fluidità atte a costituire leghe metalliche o reazioni chimiche, per le quali fattore principale è sempre il calore. L'idea della plasticità e della fluidità prodotta da una pres- sione uniforme in tutti i sensi pare mantenuta da Spring e da Kahlbaum per spiegare il curioso risultato di alcune loro esperienze, che cioè la pressione uniforme in tuttii sensi, quando ‘ fosse molto grande, produrrebbe l’effetto fisico di aumentare il volume di un corpo sottoposto ad essa. Lo Spring (1) asserisce che dopo avere compresso il piombo sotto forte pressione trovò che la sua densità da 11,501 prima della compressione, era discesa a 11,492 dopo la compressione, quindi era aumentato di volume. E detto autore afferma pure che, sul principio rimase dubbioso di ammettere ciò che gli pa- reva paradossale, ma poi in seguito alle esperienze di Kahlbaum, sì persuase che la pressione uniforme i tutti i sensi, che egli chiama idrostatica per meglio indicare l’uniformità di pressione, possa fare aumentare il volume. Il Kahlbaum (2) avrebbe sperimentato prima sul rame ed avrebbe trovato che comprimendolo a 20000 atmosfere era di- (1) ©“ Journal de ckimie physique ,, T. I, 1903, pag. 594. (2) © Verhandlungen der Naturforschender Gesell. in Basel ,, 1903, Bd. XV, pag. 1. SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI CHIMICI E FISICI, ECC. 555 minuito di densità ; inoltre il Kahlbaum, per esperienze fatte su altri metalli, afferma che la densità dei metalli, aumenta prima colla pressione sino a 10000 atmosfere e poi diminuisce per pressione maggiore, ossia a pressioni maggiori di 10000 at- mosfere havvi aumento di volume. Ma nelle esperienze di Kahl- baum comparve un fatto il quale non serve certamente a dar loro valore. Tale sperimentatore dice che per le esperienze sul rame adoperò il metallo tagliato in piccole aste e la compressione fu fatta nell'olio di ricino, affinchè la compressione fosse perfetta- mente uniforme, e per evitare la penetrazione dell'olio nel metallo, le piccole aste erano avviluppate nella carta e nella gomma. | Dopo l’esperienza eseguita colla pressione di 20000 atmo- sfere il Kahlbaum trovò (1): che le aste di rame erano dive- nute piatte, piegate, contorte, insomma avevano perduta la forma primitiva, e ne dedusse che il metallo era diventato plastico. Ora io ritengo che un corpo, sia esso plastico, o si sup- ponga diventi plastico per pressione, non possa cambiar la sua forma qualunque essa sia, se è sottoposto a pressione uniforme in tutti i sensi come è quella esercitata da un liquido ; perchè il corpo viene uniformemente compresso in se stesso; esso di- minuirà entro un dato limite di volume per l’elasticità di vo- lume, ma la sua forma sarà sempre perfettamente simile. E se il corpo viene, come nell’esperienza di Kahlbaum, molto defor- mato, bisogna, a mio avviso, conchiudere che per difetto del- l'esperienza la pressione intorno alle asticelle di rame non era uniforme in tutti i sensi. | A prova della mia asserzione ho eseguito un'esperienza comprimendo in un liquido della cera a cui avevo dato una de- terminata forma. La forma era quella di un piccolo prisma a base quadrata di millimetri 7,5 di lato, e l'altezza del prisma era di 15 milli- metri. Inoltre in una faccia del prisma avevo inciso un circolo. e sopra un'altra un rettangolo per conoscere se anche leggere incisioni si mantenevano sotto la pressione. (1) “ Verhand. Naturf, Gesellschaft in Basel ,, 1903, T. XV, pag. 14. 536 GIORGIO SPEZIA Il prisma era sostenuto da un sottile filo di platino, affinchè si trovasse sempre circondato dall'acqua che era il liquido ado- perato nell’esperienza. La pressione fu soltanto di 3200 atmosfere, pressione più che sufficiente trattandosi di cera, sostanza già plastica e che secondo Spring, come fu già detto, fluisce come acqua alla pres- sione non uniforme di sole 700 atmosfere. La pressione fu mantenuta per 24 ore e la temperatura era di 15°; dopo l’esperienza ebbi il prisma perfettamente conser- vato nella sua forma e nelle incisioni. | Ma tale esperienza mi parve esposta all’obiezione che la pressione fosse piccola, benchè io la ritenessi sufficiente trat- tandosi di cera, ed anche la durata troppo breve. Perciò feci una seconda esperienza analoga alla prima e con la pressione di 8000 atmosfere durante 6 giorni. Anche in questa esperienza il piccolo prisma parimenti a base quadrata, sulle cui facce avevo pure fatto delle incisioni, si mostrò perfettamente inal- terato. i Faccio notare che per evitare i possibili effetti sulla forma prodotti da un rapido annullamento del potenziale di elasticità costituitosi nella cera per la pressione, ho tolto questa assai lentamente, sollevando il cilindro compressore con la velocità di mezzo millimetro per minuto primo. Dette esperienze concordano col fatto che la teoria non sa- prebbe trovare una ragione perchè una sostanza anche plastica debba mutare di forma, quando sia sottoposta ad una pressione perfettamente uniforme in tutti i sensi come quella esercitata da un liquido. E se anche si volesse ammettere collo Spring (1) che un corpo plastico assolutamente omogeneo di forma qua- lunque debba prendere, con una sufficiente pressione, la forma sferica, il passaggio alla forma sferica non potrebbe avvenire con piegamenti, contorcimenti, stiramenti e insomma con quella serie di deformazioni osservate da Kahlbaum nelle sue esperienze sul rame. E p. es., nelle mie esperienze colla cera, anche ammessa l'ipotesi di Spring, dalla forma di un prisma a base quadrata il passaggio alla forma sferica doveva effettuarsi coll’assumere (1) “ Journal de chimie physique ,, T.T, 1903, pag. 596. SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI CHIMICI E FISICI, ECC. 9397 gradatamente la forma di un elissoide di rivoluzione e da questo poi la forma di sfera. Ma io non ho osservato traccia alcuna di tale passaggio ; gli spigoli e le facce dei prismi erano rimasti perfettamente inalterati. Se poi, secondo le esperienze di Spring sulla pressione non uniforme, si confronta la resistenza del rame alla plasticità con quella della cera, si può, dal risultato delle mie esperienze sulla cera massime di quella eseguita con 8000 atmosfere, con sicu- rezza dichiarare che il rame anche alla pressione di 20000 atmo- sfere, purchè questa sia uniforme in tutti i sensi come quella trasmessa da un liquido, non possa alterarsi nella forma che gli fu data, qualunque essa sia. Dalle mie esperienze debbo quindi anche conchiudere che, in quella eseguita sul rame da Kahlbaum, le deformazioni av- venute non siano da attribuirsi, come vuole detto sperimenta- tore, al fatto che il rame sia divenuto plastico, ma bensì da attribuirsi ad un difetto dell’esperienza, pel quale le aste di rame per la malleabilità del metallo si sieno molto deformate. Perciò dall'esperienza di Kahlbaum, non essendo dimostrato che il rame diventi plastico alla pressione di 20000 atmosfere uniforme in tutti i sensi, non sì può ammettere che l’aumento di volume, che potrebbe essere spiegato dallo stato di plasticità, debba attribuirsi alla pressione. Ma oltre il difetto sopra indicato dell’esperienza di Kahl- baum si può fare un’altra obiezione, importante, a mio avviso, a riguardo della diminuzione di densità, ossia aumento di vo- lume, osservato sia da Spring sul piombo, sia da Kahlbaum sul rame ed altri metalli; ed è che la densità fu presa sui metalli dopo che essi furono tolti dall’azione della pressione e non quando erano sotto pressione. Capisco che il determinare una piccola variazione di densità sotto forte pressione sarà impossibile; ma tale impossibilità non autorizza di attribuire direttamente alla pressione l’aumento di volume osservato dopo che la pressione fu tolta, ma invece per- mette di supporre che il piccolissimo aumento di volume sia devoluto ad altre cause forse inerenti all’elasticità. Come più sopra ho accennato, nella pressione uniforme in tutti i sensi, a differenza di quella non uniforme, colla quale si costringe il metallo ad escire da un foro, si deve nel metallo compresso costituire un potenziale di elasticità. 538 GIORGIO SPEZIA — SOPRA ALCUNI PRESUNTI EFFETTI, ECC. Ora avviene che in generale nelle esperienze che si fanno sugli effetti della sola pressione uniforme in tutti i sensi, quando essa sia molto forte, viene data assai lentamente, sia per la conformazione dell'apparecchio, sia per impedire che la piccola quantità di calore, che naturalmente deve prodursi man mano che si comprime, abbia tempo di disseminarsi nel recipiente me- tallico in cui sta la sostanza e non infiuisca sull'esperienza. Ma poi quando si termina l’esperienza la pressione in generale viene tolta con gran rapidità in paragone della lentezza con cui fu data e direi quasi istantaneamente, se alla lentezza si unisce una lunga durata di tempo in cui si lascia la sostanza sotto pressione. Con tali condizioni di esperienza è evidente che il grande lavoro potenziale di elasticità, risultante dalla lenta pressione uniforme in tutti i sensi, sì trasforma per la rapida scarica della pressione in forza viva così violentemente, che potrebbe darsi avvengano fenomeni, forse appartenenti alle così dette azioni susseguenti d’elasticità. Essi meglio spiegherebbero il piccolis- simo aumento di volume osservato dopo l’esperienza, ossia dopo la repentina trasformazione del lavoro potenziale d’elasticità e non quando il corpo era sottoposto alla pressione; e forse anche osservato subito dopo tolta la pressione e non dopo trascorsa quella quantità di tempo proporzionale alla grandezza della pres- sione e durata di essa, la quale è richiesta perchè il corpo ri- prenda il suo volume primitivo. Quindi io ritengo che i risultati ottenuti da Spring e spe- cialmente da Kahlbaum, sebbene sieno già annoverati in recenti ed autorevoli trattati di fisica (1) quasi come fatti indiscutibili, non siano convincenti per ammettere che possa esistere una pressione uniforme in tutti i sensi di tale grandezza da far au- mentare di volume un corpo sottoposto ad essa. (1) A. WrwxkeLmann, Handbuch der Physik, 1908, vol. I, pag. 876. F. GIOLITTI - G. TAVANTI — RICERCHE, ECC. 5599 Ricerche sulla fabbricazione dell’ acciaio cementato. VII. (Studio di un processo di cementazione fondato sull'azione specifica dell’ossido di carbonio). Nota di F. GIOLITTI e G. TAVANTI, (Con una Tavola). In alcune memorie pubblicate nello scorso anno (1) potemmo dimostrare che la causa dei fenomeni di fragilità che si mani- festano frequentemente — sopra tutto in forma di sfaldatura — nel pezzi meccanici in acciaio cementato, sono dovuti a ca- ratteristici processi di liquazione della cementite e della ferrite primarie, o di ambedue questi costituenti. L'entità di tali pro- cessi — che si compiono durante il raffreddamento lento pre- cedente la tempra dei pezzi cementati, e che dànno luogo a variazioni brusche della concentrazione del carbonio nei pezzi stessi — può ridursi notevolmente eseguendo la cementazione e la tempra secondo alcune norme che abbiamo avuto occasione di indicare nel corso delle varie memorie già citate. Quelle norme si riferiscono, però, in ispecial modo ai fenomeni di liqua- zione della cementite: fenomeni che abbiamo sottoposti ad un esame più accurato in una serie di ricerche 1 cui risultati sono stati pubblicati recentemente (2). Ne parve, perciò, giustificato il sottoporre ad uno studio più preciso anche la seconda serie di fenomeni, — quelli di liquazione della ferrite primaria — prefiggendoci sopra tutto lo scopo di ricercare un processo di cementazione, nfediante il quale l’entità di tali fenomeni potesse ridursi ad un minimo. (1) V. “ Gazzetta Chimica Ital. ,, XXXIX, parte II, 1909, pag. 386. — “ Rend. della Soc. Chimica di Roma 4, 1908. — “ Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino ,, marzo 1910. (2) V. “ Atti della R. Accad. delle Scienze di Torino ,, marzo 1910. 540 F. GIOLITTI. — (0. TAVANTI Nelle memorie citate sopra, abbiamo già riportato parecchi esempi pratici atti a porre in evidenza i caratteristici fenomeni di fragilità dovuti ai processi di liquazione della cementite, da noi già studiati dettagliatamente. Similmente ora, prima di procedere nel nostro studio, vo- gliamo citare un esempio pratico — fra i molti che abbiamo avuto occasione di esaminare — dal quale risultino chiare le caratteristiche dei fenomeni di fragilità dovuti alla liquazione della ferrite nei pezzi meccanici di acciaio, cementati superfi- . cialmente. Le nostre Figure 1 e 2 (V. Tavola) sono la riprodu- zione fotografica (all’incirea in grandezza naturale) di due fram- menti dell'albero, in acciaio dolce cementato e temprato, della ruota posteriore di una bicicletta. L'aspetto caratteristico della frattura di questo albero — rottosi in servizio — si ritrova di frequente in pezzi meccanici simili, in acciaio cementato e tem- prato, e può facilmente spiegarsi in base ad un esame più ac- curato del pezzo cementato. La Fig. 3 (V. Tavola) riproduce — con un ingrandimento di 3,7 diametri — la sezione piana, normale all’asse del nostro cilindretto, costituente la base inferiore del frammento ripro- dotto nella Fig. 1. Tale sezione fu praticata dopo aver ricotto il cilindretto di acciaio durante circa un’ora a 900°, fuori del contatto dell’aria: essa è stata levigata all’ossido di cromo ed attaccata colla soluzione alcoolica al. 5%, di acido picrico. Nella fotografia si vede chiaramente che la superficie di frat- tura corrisponde ad una superficie lungo la quale la struttura dell'acciaio varia bruscamente. Lo stesso fatto risulta ancor più evidente nella Fig. 4 (V. Tavola), la quale riproduce (col- l'ingrandimento di 3,7 diametri) la sezione — eseguita e prepa- rata in modo analogo alla precedente — che forma la base superiore del pezzo riprodotto nella Fig. 2. In ambedue le sezioni (Fig. 3 e 4) la variazione di struttura è sopra tutto evidente nei punti ai quali non si è ancora estesa la frattura: ed in questi punti è facile riconoscere che la linea di separazione fra le zone a strut- tura differente non è che la continuazione della linea di frattura. Vediamo ora in che consistano queste variazioni di strut- tura, e come sia costituita la linea più chiara che segna il pas- saggio dall’una all’altra struttura, nei punti ai quali non si è estesa la superficie di frattura. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMeNTATO 541 La nostra Fig. 6 (V. Tavola) riproduce (coll’ingrandimento di 60 diametri) un punto della sezione riprodotta integralmente nella Fig. 3; e, precisamente, un punto nel quale la frattura si è appena iniziata. È facile riconoscere immediatamente che la linea lungo la quale la frattura si va formando segna una brusca variazione della concentrazione del carbonio nell’acciaio del pezzo cementato : si vede, infatti, dalle proporzioni della ferrite e della perlite dell’acciaio ricotto, che nella zona a destra della linea di frattura (cioè verso l'esterno del pezzo cementato) la concentrazione del carbonio supera il 0,6 °/,, mentre dalla parte opposta della frattura essa si abbassa bruscamente al di sotto del 0,2 9/0. La stessa variazione brusca della concentrazione del car- bonio si osserva — ed è anche più marcata — nella Fig. 5, la quale riproduce (ancora coll’ingrandimento di 60 diametri) un altto punto della stessa sezione: e, precisamente, un tratto della linea di demarcazione fra le due zone a struttura diversa, al quale non si è ancora estesa la frattura. Questo fotogramma ed il seguente (Fig. 6) dànno subito la spiegazione della linea netta che nelle sezioni del pezzo ricotto, riprodotte nelle Fig. 3 e 4, segna la demarcazione fra le zone a diverso tenore di carbonio: i due fotogrammi mostrano, infatti, come tale linea sia appunto dovuta alla brusca diminuzione della concentrazione del car- bonio: diminuzione che nel pezzo ricotto si manifesta con un brusco aumento della proporzione della ferrite, lasciata inalte- rata dall'attacco all’acido pierico. Una tale distribuzione della ferrite e della perlite in rapporto così evidente colla posizione della superficie di sfaldatura, è una nuova conferma sicurissima della relazione, da noi già stabilita anteriormente (1), fra i feno- meni di sfaldatura degli acciai cementati ed il processo di li- quazione della ferrite che ha luogo durante il lento raffredda- mento al quale sono sottoposti i pezzi cementati, prima e durante la loro estrazione dalle cassette di cementazione. . Quanto alla speciale struttura dell’acciaio quale si nota — sopra tutto nella Fig. 5 — nella striscia immediatamente adia- cente alla zona più carburata del pezzo (striscia che corrisponde appunto alla linea chiara che abbiamo già fatta notare nelle (1) ‘ Gazz. Chim. Ital. ,, XXXIX, 1909, parte II, pagg. 386-415. 542 FP. GIOLITTI 45060 /PTAVANTI sezioni riprodotte nelle nostre Fig. 3 e 4), essa può spiegarsi, a parer nostro, colle seguenti osservazioni. E evidente che, nel pezzo temprato, la zona nella quale l'acciaio ha subìto le mag- giori deformazioni permanenti sotto l’azione degli sforzi (i quali — superandone il limite elastico — hanno condotto alla frattura del pezzo) è appunto la zona del metallo meno duro immedia- tamente adiacente alla superficie di raccordo col metallo più duro : ciò che, del resto, è dimostrato evidentemente dal fatto che la frattura si è appunto prodotta lungo tale linea. Ora è noto che tali deformazioni del metallo temprato — nel quale il periodo di riscaldamento precedente la tempra non ha potuto certamente produrre una completa uniformità della concentra- zione del carbonio — si manifestano appunto, dopo la ricottura, con un “grano , più fine; ossia, precisamente con una maggior suddivisione dei lembi di perlite quale si osserva (V. Fot. 5) nella striscia più chiara che segna il passaggio dall’una all'altra delle due zone a diverso tenore di carbonio. Avendo dimostrato con questo esempio — scelto fra i molti analoghi che si presentano quotidianamente — che l'influenza della liquazione della ferrite sui fenomeni di sfaldatura degli accial cementati può essere pari a quella del processo analogo che abbiamo già studiato per la cementite, vediamo quali criteri possano seguirsi per evitarne gli effetti dannosi. Un primo mezzo — analogo a quello che può seguirsi per evitare la liquazione della cementite — si presenta subito alla mente, quando sì ricordi che 1 processi di liquazione dei quali ci occupiamo si compiono durante il raffreddamento lento che segue la cementazione e che precede il riscaldamento che si deve far poi subire ai pezzi cementati per portarli alla tempe- ratura di tempra. E chiaro che per raggiungere il nostro scope basterebbe sopprimere quel periodo di raffreddamento lento, so- stituendolo con un raffreddamento brusco, atto a “ fissare , la distribuzione, sempre più uniforme, del carbonio, quale risulta dal semplice processo di cementazione. Bisognerebbe, quindi, temprare i pezzi cementati direttamente alla temperatura della cementazione, senza lasciar loro subire alcun raffreddamento lento; poi riscaldarli fino alla temperatura di tempra più conve- niente per l’acciaio di cui sì tratta e per gli scopi ai quali i pezzi 4 RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 543 ‘cementati sono destinati, e temprarli una seconda volta. E noto che in molti casi una doppia tempra, eseguita nelle condizioni ora accennate, non presenta alcun inconveniente pratico: ed, anzi, può essere applicata con grande vantaggio delle proprietà mec- caniche dell’acciaio. Ma esistono molti altri casi nei quali un tale procedimento non potrebbe essere adottato, sia per la natura dell'acciaio, sia perchè la temperatura di cementazione è troppo elevata, sia per le deformazioni che i pezzi subirebbero nella prima tempra..... ecc. E dunque opportuno esaminare se sia possibile indicare un procedimento atto almeno a ridurre l'entità dei fenomeni di li- quazione della ferrite, pur senza richiedere la soppressione del raffreddamento lento dei pezzi cementati. Un tale procedimento non può evidentemente consistere se non in una opportuna mo- dificazione del processo stesso della cementazione. Studiando i fenomeni di liquazione della cementite nei pezzi cementati, abbiamo dimostrato che i fenomeni stessi potevano evidentemente evitarsi in modo radicale eseguendo la cementa- zione in condizioni tali da impedire addirittura la separazione di cementite primaria : ed abbiamo indicato (1) i mezzi assai semplici per ottenere tale scopo: mezzi che possono applicarsi senza alcun inconveniente ogni qual volta non sia necessario che le zone esterne dei pezzi cementati siano formate da acciaio contenente più del 0,9 °/, di carbonio. È chiaro, però, che criteri analoghi non possono adottarsi per evitare i fenomeni di liquazione della ferrite: poichè essi dovrebbero condurre alla soppressione — evidentemente assurda —- del “ nucleo dolce , dei pezzi cementati. Vediamo, dunque, quali altri criteri sì possano seguire. Dall'esame dettagliato che nelle precedenti pubblicazioni, già più volte citate, abbiamo fatto dei fenomeni di liquazione della ferrite e della cementite, quali si presentano nel raffred- damento dei pezzi di acciaio cementato, risulta che le conseguenze di tali fenomeni consistono sempre in una maggiore “ accen- tuazione , — 0, per così dire, una “ esagerazione , — delle differenze (dovute al modo stesso nel quale si compie il processo (1) V. © Gazz. Chim. Ital. ,, 1909, XXXIX, parte II, pagg. 386-415. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 37 544 PF. GIOLITTI — 6. TAVANTI della cementazione) della concentrazione del carbonio fra gli strati successivi costituenti la zona cementata. Da questa osser- vazione — della cui giustezza sono una prova tutti i numerosi dati sperimentali riferiti nelle nostre pubblicazioni precedenti — risulta evidente che l’entità dei fenomeni di liquazione dei quali ci occupiamo sarà tanto minore, quanto più uniforme e graduale sarà la variazione di concentrazione del carbonio negli strati successivi della zona cementata, quale risulta direttamente dal processo di carburazione, prima di ogni raffreddamento lento. Ora, dalle nostre precedenti ricerche (1), risulta chiaramente dimostrato che quest’ultima condizione è soddisfatta nel miglior modo quando la cementazione è eseguita con cementi, i quali debbono la loro azione carburante all’azione diretta dei gas che contengono (2): e che fra tutti questi “ cementi gassosi , pro- priamente detti, quello che meglio si presta nella pratica è l’os- sido di carbonio. Dalle stesse ricerche risulta, però, che l’uso dell’ossido di carbonio puro — sopra tutto quando sà operi a temperature piuttosto elevate (1000°-1100° C.), adoperando una correnté di CO non molto rapida, quale può convenire nella ‘pratica (3) — conduce (4) a zone cementate, nelle quali la con- centrazione del carbonio è assai poco elevata (0,3-0,4%): con- dizione questa, che — se in molti casi, in cui si vogliono ce- mentare certi acciai speciali, può riuscire utilissima — non consentirebbe di cementare utilmente acciai al carbonio destinati agli usi ordinari. È chiaro (e lo abbiamo dimostrato con vari esempi nelle pubblicazioni precedenti) (5) come si possa ovviare a questo inconveniente, e giungere a “ graduare , la concen- (1) V. specialmente “ Gazz. Chim. Ital. ,, XXXVIII, 1908, pagg. 309-351 e XXXIX, 1909, parte II, pagg. 386-415. (2) Intorno alle caratteristiche dei gas che danno luogo alla cementa- zione per azione diretta (in contrapposto con quelli la cui azione è — al meno in parte — dovuta ai loro prodotti di decomposizione), si vedano i lavori citati sopra. (3) Per es. da uno a due litri l'ora, per ogni dm* di superficie di ac- cialo da cementare. (4) A causa dell’equilibrio che si stabilisce rapidamente fra l’ossido di carbonio ancora indecomposto, l'anidride carbonica formatasi dalla porzione di esso che si è dissociata, ed il carbonio passato in soluzione nell’acciaio. (5) V. specialmente: “ Gazz. Chimica .Ital. ,, XXXIX, parte II, 1909, pagg. 386-415 e vol. XL, 1910, parte I, pagg. 1-20. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 545 trazione del carbonio nei pezzi cementati, mescolando all’ossido di carbonio determinate quantità (di solito assai piccole) di gas riducenti (sopra tutto idrocarburi) atti a ridurre — fino ad una certa proporzione — l’anidride carbonica a mano a mano che si forma. Lo stesso scopo si raggiunge in pratica assai meglio — e lo dimostreremo or ora — facendo agire l’ossido di carbonio come “ cemento , in presenza di carbone libero, il quale eser- cita una azione riduttrice perfettamente analoga a quella degli idrocarburi adoperati nelle nostre precedenti esperienze. Lasciando da parte, per ora, tutte le considerazioni teoriche — la maggior parte delle quali possono dedursi direttamente da quelle che abbiamo fatte nei nostri lavori precédenti, a pro- posito dei processi analoghi, ai quali abbiamo accennato poco fa — indichiamo semplicemente alcune delle varie condizioni nelle quali può applicarsi questo processo ed i risultati tecnici che se ne possono ottenere. Nell’indicazione delle condizioni sperimentali nelle quali abbiamo operato, ci riferiremo soltanto alle esperienze eseguite in laboratorio: sia perchè in queste esperienze fu possibile de- terminare le condizioni di temperatura, di pressione..... ecc., con esattezza assai maggiore di quanto non fosse possibile fare nelle esperienze eseguite su scala industriale: sia perchè le esperienze industriali sono state eseguite mediante speciali dispositivi, per i quali sono tuttora in corso le domande di brevetto in vari paesi. Per le nostre prove di laboratorio ci siamo serviti di un forno elettrico Heraeus, cilindrico, a nastro di platino, lungo 60 cm. Nella camera cilindrica del forno — disposto di solito orizzontalmente — collocammo un tubo di porcellana verniciata, lungo circa 77 cm. e del diametro interno di 35 mm., raffred- dato alle due estremità mediante due serpentini di tubo di piombo (avvoltivi a spirale per due tratti di circa quattro cen- timetri) nei quali circolava acqua fredda. Le due aperture del tubo di porcellana, funzionante da camera di cementazione, erano chiuse con tappi di gomma, attraverso ad uno dei quali passava il tubo di vetro di efflusso dei gas, mentre attraverso ai due fori del secondo passava il tubo adduttore dei gas e la canna 546 F. GIOLITTI — G@. TAVANTI di porcellana verniciata — chiusa all'estremità disposta nell’in- terno della camera di cementazione — costituente la custodia della pinza termoelettrica destinata a determinare la tempera- tura della camera di cementazione. ; Nelle esperienze che riferiamo più avanti, la carica del tubo era fatta in generale (salvo esplicite indicazioni diverse) nel se- guente modo: dopo aver collocato il tappo attraverso al quale passava la canna di porcellana del pirometro ed il tubo addut- tore dei gas, la prima parte del tubo (a cominciare dall’orifizio interno del tubo adduttore dei gas) era riempita, per un tratto di 7 cm, di fibra di amianto calcinata preventivamente a 1300° durante tre ore. Un secondo tratto del tubo, della lunghezza di 25 cm., era riempito di carbone di legno pestato, mantenuto per sei ore a bagnomaria con acido cloridrico, lavato con acqua pura fino a scomparsa della reazione acida e calcinato, fuori del contatto dell’aria, per quattro ore a 1300°: del carbone così preparato adoperammo soltanto la parte che — passata attra- verso ad un setaccio di 16 maglie per cm.? — era trattenuta dal setaccio di 81 maglie per cm.?. Nel tratto successivo del tubo di porcellana collocammo un cilindro (di 18 mm. di dia- metro per 150 di lunghezza) di acciaio dolce della seguente com- posizione : Carbonio UTET Silicio OOo Manganese pier Zolfo Oa Fosforo VR e Riempiti accuratamente (collo stesso carbone pesto usato pel tratto precedente) tutti gli interstizi compresi fra la canna del pirometro, il cilindro d’acciaio e la parete della camera di cementazione, tiempivamo ancora la camera stessa, per un tratto di circa due centimetri, col solito carbone; poi collocavamo un secondo cilindretto di acciaio, circondato anch'esso di carbone, e completavamo la carica del tubo col carbone, mantenuto a posto da un tampone di fibra d’amianto collocato presso l’orifizio interno del tubo di efflusso dei gas. I cilindretti di acciaio dolce erano accuratamente calibrati in tutta la loro lunghezza, a meno di 0,03 mm,, allo scopo di poter determinare le eventuali va- RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 5947 riazioni di volume dovute alla cementazione: ciò che presenta (v. in fine) uno speciale interesse pratico nell’applicazione del processo di cementazione del quale ora parliamo, come quello che non produce la minima alterazione esterna dell’acciaio, la- sciandone la superficie perfettamente netta e brillante, quale era prima della cementazione. | Portato il forno alla temperatura voluta, facevamo passare nella camera di cementazione una corrente di anidride carbonica pura e secca, con una determinata velocità, che mantenevamo poi costante durante tutta la cementazione. Cominciammo col fare alcune esperienze preliminari, desti- nate a stabilire se lo strato di 25 cm. di carbone mantenuto a temperatura elevata, che l’anidride carbonica deve attraversare prima di raggiungere i cilindri di acciaio, sia sufficiente a ri. durre l’anidride carbonica ad ossido di carbonio fino a raggiun- gere praticamente, pei due gas, le concentrazioni corrispondenti alle condizioni di equilibrio completo del sistema carbonio- anidride carbonica-ossido di carbonio, alla temperatura dell’espe- rienza: per stabilire — in altri termini — se, operando nelle condizioni indicate, si possa ritenere di essere nelle stesse con- dizioni nelle quali ci troveremmo adoperando ossido di carbonio in luogo di anidride carbonica. Per queste esperienze preliminari ci servimmo dello stesso apparecchio già descritto, modificato in modo da poter prele- vare i campioni del gas mediante un sottile tubo di porcellana immediatamente al di là del primo strato di carbone (di 25 cm.). Una serie di analisi eseguite facendo circolare l’anidride carbonica colla velocità di un litro in 9°, più che quadrupla di quella da noi adoperata nelle nostre cementazioni (un litro in 40)‘ diedero i seguenti risultati medi : Temperatura CO3% 1) 1000° pre 2) 1100° 0,2 3) 1200° 0,2 Se si tiene conto del fatto che i gas prelevati per l’analisi, nel percorrere — se bene assai rapidamente — il tubetto di porcellana, si sono trovati per qualche istante a temperature 548 FP. GIOLITTI — G. TAVANTI più basse di quelle della camera di cementazione (alle quali le concentrazioni dell'anidride carbonica corrispondenti alle condi- zioni di equilibrio sono già assai elevate) prima di aver raggiunto una temperatura abbastanza bassa da rendere trascurabile la velocità delle reazioni, si vede che i dati, or ora riferiti, dimo- strano che bastano 1 25 cm. di carbone perchè le condizioni di equilibrio completo fra l’anidride carbonica e l’ossido di car- bonio, alla temperatura della cementazione, possano considerarsi come praticamente raggiunte (1): e ciò anche quando la velocità della corrente gassosa raggiunge un valore di gran lunga supe- riore a quello da noi impiegato per le nostre cementazioni. Per porre subito in evidenza, nel miglior modo possibile, le differenze fra la distribuzione del carbonio nelle zone cemen- tate, quale può ottenersi operando nelle condizioni indicate sopra, e quella che si ottiene eseguendo la cementazione con uno dei gas cementanti noti, riproduciamo nelle Fig. 7 e 8 (V. Tavola) (2) le micrografie degli orli delle sezioni di due cilindretti dello stesso acciaio, cementati l’uno con etilene, l’altro con ossido di carbonio e carbone (secondo il processo descritto sopra), man- tenendo identiche per ambedue tutte le altre condizioni speri- mentali. Così ambedue furono sottoposti alla cementazione a 1050° durante cinque ore, facendo circolare nell’apparecchio, durante questo tempo, sette litri di gas. L'esame delle due micrografie pone subito in evidenza la profonda differenza fra le forti e brusche variazioni della con- centrazione del carbonio quali si presentano nella zona cemen-' tata ottenuta coll’impiego dell’etilene (Fig. 7) e la variazione continua e graduale della concentrazione stessa, quale si verifica nel cilindretto di acciaio cementato con ossido di carbonio e carbone (Fig. 8). Infatti, nel primo caso si passa da prima bru- scamente dalla zona esterna ipereutectica (dello spessore totale di mm. 1,2) alla zona eutectica (spessa mm. 0,7), e da questa si passa di nuovo bruscamente alla zona ipoeutectica, nella quale (1). V. i risultati delle determinazioni di Boudouard (* Ann. de Chim. et de Phys. ,, (7), 24, pagg. 5-85). (2) Ingrandimento: 60 diametri. Attacco colla soluzione alcoolica di acido picrico al 5 ‘/o. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 549 la concentrazione del carbonio si abbassa dal valore 0,99/ al valore che aveva nell’acciaio dolce originario, in un intervallo di meno di 0,5 mm. Nel secondo caso, invece, la zona ipe- reutectica manca, e la zona puramente eutectica (dello spessore di circa 1,1 mm.) si connette gradualmente colla zona ipoeutectica, nella quale la concentrazione del carbonio varia in modo con- tinuo e graduale, per un tratto di oltre due mm., dal valore massimo di 0,9°/ (alla profondità di circa 1 mm. dove comin- ciano ad apparire 1 primi sottili filamenti di ferite) al valore che aveva nell’acciaio dolce originario. Queste osservazioni confermano dunque pienamente le ve- dute che abbiamo esposte nella prima parte della presente nota, sia per quanto riguarda le relazioni che passano fra la distri- buzione del carbonio nelle zone cementate, prima e dopo il raf- freddamento lento (1), sia per quanto riguarda la più uniforme distribuzione iniziale — e quindi anche finale — del carbonio, quale può ottenersi mediante l’impiego di determinati cementi. Basta, poi, tener presente quanto abbiamo detto in principio (anche riferendoci ai risultati di precedenti lavori), per vedere come nella zona cementata ottenuta col nuovo processo, nelle condizioni or ora indicate, siano totalmente eliminate tanto le cause di fragilità dovute ai fenomeni di liquazione della cemen- tite (2), quanto quelle — esaminate poco fa — dovute alla liquazione della ferrite, Abbiamo già riferito in varie pubblicazioni precedenti — ed anche in principio della presente — un numero sufficiente di fatti atti a dimostrare la somma importanza che, nella pra- (1) È chiaro che anche nella provetta della fig. 8 ha avuto luogo una certa liquazione della ferrite: ciò che è dimostrato (in base a quanto ab- biamo detto nelle note precedenti, già citate) dalla presenza in tale pro- vetta della zona esterna di pura perlite. Varia invece enormemente dal- l’una all'altra provetta la misura della liquazione, la quale — come abbiamo già detto — non fa che “ esagerare , le variazioni di concentrazione del carbonio dovute all'andamento del processo della cementazione, diverse per le due provette anche prima del raffreddamento lento, durante il quale la liquazione ha potuto norifonzzi (2) V. specialmente : © Gazz. Chim. It. ,, 1909, parte II, pagg. 383 e segg “ Atti R. Acc. delle Scienze di Torino ,, marzo 1910. do - 590 / Po GIOLITTI 16, TAVANTI tica della cementazione dei pezzi meccanici, ha l'eliminazione dei fenomeni di liquazione della cementite e della ferrite ; talchè non occorre citare altri dati meccanici per porre in evidenza il valore pratico dei risultati che si possono ottenere col processo di cementazione da noi proposto: valore che i risultati delle nostre precedenti ricerche permettono di dedurre dal semplice esame micrografico delle zone cementate; come risulta in modo evidente dai molti dati da noi raccolti e pubblicati a più riprese (1). . Lasciando, quindi, da parte per ora i risultati delle ricerche destinate a stabilire direttamente le qualità meccaniche dei pezzi cementati secondo il nuovo processo (risultati che forme- ranno oggetto di altre pubblicazioni), ci limiteremo qui a studiare i] processo dal punto di vista chimico, onde stabilire se, ed in quali condizioni, esso possa presentare vantaggi pratici sugli altri finora adottati generalmente, sia per quanto riguarda la distribuzione del carbonio che esso permette di ottenere, sia per quanto riguarda (ciò che è almeno altrettanto importante) la velocità di penetrazione del carbonio da esso consentita. .»_ A tale scopo cominciamo col riportare nella seguente ta- bella i risultati di una prima serie di cementazioni, eseguite mediante l'apparecchio già descritto, nelle condizioni indicate nella tabella stessa per ciascuna esperienza. Furono mantenute identiche per tutte le esperienze, oltre alla disposizione dell’ap- parecchio, la pressione del gas (pari alla pressione atmosferica ordinaria), la velocità della corrente gassosa (un: litro di gas in 40’), la composizione (già indicata sopra) dell’acciaio sotto- posto alla cementazione, e la qualità (anch’essa già indicata) del carbone disposto attorno ai cilindretti di acciaio (2). (1) V. le varie pubblicazioni già citate. | (2) Data la grande influenza che (secondo abbiamo già altrove dimo- strato) la velocità del raffreddamento esercita sulla distribuzione del car- bonio nelle zone cementate, è opportuno far qui notare che, nelle nostre esperienze, la temperatura della camera di cementazione si abbassava (dal momento in cui si interrompeva .la corrente che alimentava il forno) in 30” da 1000° a 800°; in 40° da 1100° a 8009; ed in 48 da 1200° a 800°. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL ACCIAIO CEMENTATO dol TABELLA T. Durat SSOr Spessore | Ssor essor N° Tempera: det dda pae ale god della Bos “RARO j | tura cemen-| ipereu- TROIE ipoeu- |della zona d'ord. (C.) tazione | tectica tectica . | cementata (ore) (mm.) (mm.) (mm.) (mm.) i 1000° visa = "UO 0,5 1,0 a 1000° 6 — Ko Tia 2,2 3..| 10000 | «12 DA 1,5 1,5 3,0 4 1000° SACE RI PIREO, 1,0 5,2 6,4 5.. | ..1060° 2 nu: 0,7 1,2 1.9 6 | 1060° 6 > 1.5 1,5 3.0 “7 | 1100° 9 Li dui: 1,4 2 4 o) L£00° 6 nad 1,6 NI Sd Guob) 008 butbda siallot4 1,6 25 5,5 10 | 1200° 9 bi 1,2 2.0 32 11 1200° 6 -- 3, deh 5,9 Gli spessori delle singole zone furono determinati osser- vando al microscopio le sezioni normali all’asse dei cilindretti cementati, levigate ed attaccate colla soluzione alcoolica di acido picrico : per le misure ci valemmo di un buon oculare micro- metrico. Come limite della zona ipoeutectica, in profondità (il solo sul quale possa presentarsi qualche ambiguità), assumemmo il punto nel quale la concentrazione del carbonio (determinata in base al rapporto fra le aree occupate, sulla sezione, rispet- tivamente dalla ferrite e dalla perlite) si abbassa al disotto del 0,3 9/0. I Un confronto fra i dati contenuti nella nostra tabella e quelli (contenuti in molte pubblicazioni: e, fra le altre, nelle nostre già più volte citate) (1) riguardanti le profondità delle (1) V.i vari lavori pubblicati negli ultimi due anni da Charpy, Guillet, Portevin, ecc...... nella “ Revue de Meétallurgie ,. Ci pare anche interessante citare qui — per il confronto coi nostri — i dati contenuti in un “ Fascicolo-réclame , pubblicato dalla “ American Gas Furnace Co. , di Elizabeth (N. J. Stati Uniti) per porre in evidenza i 392 F. GIOLITTI — G. TAVANTI zone cementate ottenute in determinati tempi, operando a tem- perature determinate, mediante i vari cementi noti, dimostra subito come il nuovo processo non sia certamente inferiore agli altri per quanto riguarda la rapidità colla quale permette di ottenere una zona cementata di dato spessore: ed, anzi, chiunque abbia avuto occasione di applicare i processi di cementazione abitualmente in uso nelle officine meccaniche, riconoscerà subito quanto essi siano — anche sotto questo punto di vista — infe- riori a quello del quale ora ci occupiamo. Stabilito questo fatto — la cui constatazione era eviden- temente condizione essenziale per potere considerare dal punto di vista delle applicazioni tecniche gli altri vantaggi che il pro- cesso in questione può presentare — consideriamo la distribu- zione del carbonio nelle zone cementate nelle esperienze ripor- tate nella tabella I. Un primo fatto che l’esame della nostra tabella mette subito in evidenza è la possibilità di ottenere, mediante questo processo di cementazione, zone cementate di notevole profondità, nelle quali non appaiono tracce di cementite. Si vede, infatti, che la zona ipereutectica compare soltanto nelle zone cementate di profondità superiore ai 5 mm., ottenute nelle esperienze 4 e 9%: mentre in tutte le altre (e cioè per profondità di cemen- tazione che giungono fino a mm. 5,8, come nella 11? esperienza) la concentrazione del carbonio non supera mai il 0,9°/,. Che un tale risultato — della cui importanza pratica abbiamo già par- lato — non possa ottenersi coi processi di cementazione abi- tualmente adottati nella tecnica, lo prova subito un esame dei vantaggi di un suo nuovo processo di cementazione fondato sull'uso di un gas carburante (la cui composizione, del resto, è mantenuta segreta). Ecco alcuni dei dati relativi alle velocità di cementazione che la sud- detta Società dà come straordinarie: Durata della Cementazione Profondità dello strato carburato (ore) (mm.) e LD: 12 2,00 16 2,06 E si noti che qui gli spessori delle zone cementate sono determinati in base all'esame del “ grano , delle superficie di frattura dei pezzi tem- prati: ciò che — come è noto — fornisce valori superiori a quelli che si ricavano dall'esame microscopico delle sezioni levigate e attaccate. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 553 dati contenuti — oltre che nelle nostre pubblicazioni precedenti, già citate più volte — anche in vari trattati ed in recenti pub- blicazioni: così i numeri contenuti nella tabella IV della recente memoria di A. Portevin e H. Berjot, sulla durezza degli acciai cementati e temprati (Ievue de Métallurgie, 1910, n. 1, pag. 69), dimostrano che risultati analoghi ai nostri non possono nem- meno ottenersi eseguendo la cementazione mediante una miscela contenente il 60° di carbone di legna ed il 40°/ di carbonato di bario; se bene sia nota che una tale miscela, fra le molte polveri da cementazione usate nella tecnica, è appunto quella che permette di ottenere cementazioni più uniformi, o — per usare il termine abitualmente adottato nella pratica — più “ progressive ,. Dalla tabella — or ora citata — della memoria di Portevin e Berjot, risulta infatti che, nelle cementazioni ese- guite colla miscela sopra ricordata, la zona ipereutectica appare già nella zona cementata dello spessore totale di mm. 1,02 (ce- mentazione di 3 ore a 1000°) — nella quale essa occupa più del 30°/ dello spessore totale — ed aumenta poi sempre di spessore nelle zone cementate più profonde. Un altro fatto — anch'esso di grande importanza pratica, per le ragioni che abbiamo già più volte indicate — risulta dal- l'esame dei dati contenuti nella nostra tabella: la profondità della zona ipoeutectica in confronto colla profondità totale della zona cementata è di gran lunga maggiore nei pezzi cementati col processo del quale ora ci occupiamo, di quanto non lo sia nei pezzi ottenuti cogli altri processi di cementazione. Questo fatto (che abbiamo già notato nel confronto fra le zone cemen- tate, ottenute rispettivamente con etilene e con ossido di car- bonio e carbone, riprodotte nelle nostre Fig. 7 e 8, e che — come abbiamo allora mostrato — corrisponde necessariamente ad una diminuzione più lenta e graduale della concentrazione del car- bonio) si verifica per tutte le zone cementate alle quali si rife- riscono 1 numeri della nostra tabella: in tutte quelle zone, in- fatti, lo spessore dello strato ipoeutectico (zona di “ degradazione, del carbonio) raggiunge almeno il 509, dello spessore totale della corrispondente zona cementata, superando per molte tale proporzione (66 °/, nella 118 esperienza). Ora — lasciando da parte le zone cementate ottenute col- l’uso degli idrocarburi volatili o mediante cianuri, per le quali ’ BOL TE ROGIOLITTIN 0 PAVANTE lo spessore della zona ipoeutectica è tanto piccolo da corrispon- dere addirittura ad una variazione brusca della concentrazione del carbonio (1) — se confrontiamo i nostri risultati coi dati contenuti nella memoria di Portevin e Berjot, sopra citata, ve- diamo che, anche nelle zone cementate ottenute colla miscela di carbone e carbonato di bario, il rapporto fra lo spessore della zona ipoeutectica e lo spessore totale della zona cementata è sempre di gran lunga inferiore a quello che si ottiene normal. mente col nostro processo. Deducendo, infatti, — in base ai numeri contenuti nella tabella IV della memoria citata (pag. 69) — gli spessori delle zone ipoeutectiche, per sottrazione, dallo spessore totale, degli spessori delle altre due zone (eutectica ed ipereutectica), si vede che per nessuna delle cinque esperienze di Portevin e Berjot per le quali compare almeno un’altra zona accanto alla zona ipoeutectica (2), quest'ultima supera il 30 °/, dello spessore to- tale: ed, anzi, soltanto nella terza esperienza (cementazione di 1,02 mm.) lo spessore della zona ipoeutectica raggiunge il 30°/, dello spessore totale, mentre in tutte le altre zone cementate un po’ più profonde, la porzione ipoeutectica non raggiunge mai il 20°/, dello spessore totale della zona cementata. | | Si vede dunque che la distribuzione del carbonio caratte- ristica della zona cementata ottenuta col nostro processo, quale è riprodotta nella nostra Fig. 8 (e della quale abbiamo dimo- strato i notevoli vantaggi pratici) si ottiene costantemente, anche facendo variare, entro limiti assai larghi, le condizioni sperimentali. Ciò che costituisce appunto — accanto alla prova della notevole velocità della penetrazione del carbonio — la base essenziale per la dimostrazione della pratica applicabilità del processo in questione. La parte importante che all’ossido di carbonio spetta nel processo di cementazione del quale ci occupiamo, risulta evidente (oltre che dalle considerazioni già svolte) anche dai risultati di (1): Viclec; lett, (2) È evidente che non possiamo, in questo caso, tener conto della zona cementata corrispondente alla prima esperienza, poichè in essa com- pare soltanto la zona ipoeutectica. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 55 una seconda serie di esperienze, eseguite in condizioni uguali alle precedenti, ma adoperando — in luogo del carbone granu- lato preparato come abbiamo detto sopra — della polvere sot- tile dello stesso carbone di legno: e, precisamente, adoperando tutta la porzione del nostro carbone, passata attraverso al se- taccio di 81 maglie per cm.?. I risultati di queste esperienze sono raccolti nella seguente tabella : Tasstta Il. 5 ° È Te Durata, Spessore | Spessore | Spessore 2.555 2.5 ia È i P della ‘della zona|della zona oo & ES SH Osserva- » ratura ;cemen- : ipoeu- ‘cella zona. £ © 2 \200 SARE o (C)) tazione| ©U!SCHeA | sectica |cementata = 8° ? prom zz i (mm.)| (mm.) | (mm. (mm.) SSAA x e o. C.°/o 1 | 1000° 2 _ 1,0 ee 0,70 | Fornoorizz. 2 10000) 6 ma 1,2 1,2 0,70 Id. DOO 2 — 0,6 0,6 0,60 | Forno vert. 410000) 2 0,5 0,4 09 | 0,90 là. Questi dati provano in modo non dubbio quanto abbiamo or ora asserito. È infatti evidente che se la diffusione del car- bonio nell’acciaio fosse dovuta all’azione diretta del carbonio solido posto in contatto con esso, la cementazione dovrebbe avvenire assal più rapidamente nelle esperienze riportate nel- l’ultima Tabella che non in quelle (eseguite nelle identiche con- dizioni) riportate nella prima: poichè è chiaro che il contatto fra l’acciaio ed il carbone è assai più intimo quando si adoperi quest'ultimo sotto forma di polvere sottile, che non quando lo si usi sotto forma granulare. Dobbiamo quindi ritenere il fatto che nelle cementazioni riportate nella Tabella Il la ve- locità della penetrazione del carbonio è assai inferiore a quella che sl verifica nelle corrispondenti esperienze della Tabella I, come una prova evidente della scarsa azione diretta del carbone (per contatto) e dell’azione preponderante dell’ossido di carbonio come efficace “ veicolo , per la penetrazione del carbonio nel- l'acciaio : infatti la velocità della penetrazione del carbonio è tanto maggiore quanto più l’ossido di carbonio può circolare liberamente attorno al carbone e all’acciaio, coi quali deve al- 56 F. GIOLITTI —< (Gi TAVANTI Ut ternativamente reagire, secondo abbiamo indicato precedente» mente. Di ciò è ulteriore conferma il confronto fra i resultati delle esperienze 1) e 3) della Tabella II : tale confronto dimostra, infatti, che la cementazione è assai meno profonda quando — mantenendo costanti tutte le altre condizioni — si disponga verticalmente, anzichè orizzontalmente, il tubo di porcellana fun- zionante da camera di cementazione: ed è evidente che la di- sposizione verticale, mentre favorisce il contatto fra la polvere di carbone e la superficie dei cilindri di acciaio, rende assai difficile la circolazione dei gas nell’apparecchio (1). In queste osservazioni trovano la loro facile spiegazione i risultati che si ottengono nella tecnica, nelle cementazioni ese- guite con miscele pulverulente di carbone di legno e carbonato di bario. Ciò posto, rimaneva ancora da definire un punto — assai importante per l'applicazione tecnica del processo del quale ci occupiamo — riguardante i limiti di “ spazio , entro i quali l’ossido di carbonio può esercitare ancora efficacemente la sua funzione specifica caratteristica di “ veicolo , pel trasporto del carbonio dalla massa cementante solida alla massa di acciaio : nè l’importanza di definire praticamente tali limiti può sfuggire a chiunque — conoscendo la tecnica delle ordinarie cementa- zioni eseguite con cementi solidi — sappia quanto sia difficile operare in condizioni tali da essere assolutamente certi che l’imperfetto contatto del cemento con qualche tratto della su- perficie del pezzo da cementare non abbia a lasciare pericolose lacune nella zona carburata. A tale scopo ricorremmo al seguente dispositivo sperimen- tale: Disposto verticalmente il nostro forno, collocammo nel centro di esso e secondo l’asse della camera di cementazione, un cilindro del solito acciaio dolce, lungo 30 cm. e di 10 mm. di diametro. Lungo una generatrice del cilindretto erano prati- cati dei tratti di lima, distanti un centimetro l’uno dall’altro, numerati progressivamente dall’1 al 28, a partire dall’estremità inferiore del cilindro. Soltanto la parte inferiore del cilindro era immersa, per un tratto di 13 cm., nella solita massa gra- (1) Quest'ultimo fatto si constata subito in modo evidentissimo nell’e« seguire l’esperienza. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 557 nulare di carbone di legna; il tratto superiore era invece com- pletamente libero. Mentre una corrente lenta di ossido di car- bonio (circa due litri all’ora) circolava nell’apparecchio, giun- gendovi dal basso per mezzo del solito tubo di vetro piegato a gancio, elevammo la temperatura della camera di cementazione fino a 980°, mantenendola poi costante per quattro ore. Lasciato raffreddare lentamente l’apparecchio, tagliammo longitudinalmente il cilindretto d'acciaio, secondo un piano pas- sante pel suo asse; e sulla sezione così ottenuta — levigata ed attaccata nel solito modo — potemmo facilmente osservare al microscopio le variazioni di struttura della zona cementata in tutta la sua lunghezza. Riportiamo nella seguente Tabella i risultati di alcune delle nostre osservazioni : TaBELLA III. SES4 | £ E 5.2 è 54 i) O == SNA N Na 89 ® PEArRT| cs d.2 VA 9 pre feline d IDO O‘ d ® 5 s È: ld 2 era bee: e = c$ È Sp: Osservazioni Ssssg| 283 | 223 808 I GP o Sl NIE È Cia EER sE0oSs] è È. Sage ra O O QI N N D n 5 0,6 1,2 0,9% | Parte immersa nel carbone 10 0,6 pai QU9*8TO id. id. 13 0,6 hi 0,9 %/ id. id. A: 0,6 41 0,9% | Parte non immersa nel carbone tdi h 0,3 12 Od Pla id. id. 16 1,5 O.05.7.a id. id. 19 — Li 05% id. id. 20 — 1,2 OE id. id. 26 — juU. 0390 id. id. I dati contenuti nella precedente Tabella dimostrano chia- ramente come, nel processo del quale ci occupiamo, la cemen- tazione abbia luogo — per opera dell’ossido di carbonio — con la sua intiera efficacia anche nei tratti della superficie dell’ac- ciaio che non sono in contatto diretto colla massa granulare di carbone, ma ne distano di circa un centimetro : e che l'efficacia 3598 F. GIOLITTI — G. TAVANTI della cementazione non rimane affievolita se non in piccolissima misura anche per le parti dell'oggetto di acciaio assai più lon- tane (5-6 cm.) dal carbone. Chiunque abbia qualche conoscenza delle condizioni nelle quali in pratica si presenta il problema della cementazione dei pezzi meccanici, anche i più complicati, deve riconoscere che 1 dati or ora riferiti costituiscono la più completa garanzia della omogeneità delle zone cementate che si possono ottenere col nuovo processo : e ciò sopra tutto quando si tenga conto del fatto che la massa granulare di carbone di legno calcinato ha (al contrario della maggior parte delle pol- veri da cementazione usate nella tecnica) una straordinaria “ scorrevolezza , la quale fa sì che — anche sotto la semplice azione del suo peso — essa vada, colla massima facilità, a riem- pire tutte le cavità dell'oggetto sottoposto alla cementazione. Sarebbe poi superfluo qualsiasi commento per dimostrare come i dati della Tabella III pongano ulteriormente in evidenza l’importanza della funzione specifica dell’ossido di carbonio — da noi esplicitamente definita — nel processo della cementazione. L'importanza in tal modo constatata della funzione specifica dell’ossido di carbonio come “ veicolo , atto a facilitare la dif- fusione del carbonio nell’accialo, ci indusse a studiare l’azione dell'’ossido di carbonio come mezzo per rendere più omogenea e “graduale , la distribuzione del carbonio nelle zone cementate quali risultano dall’applicazione dei processi di cementazione abitualmente impiegati nella tecnica. Alcune esperienze ci di- mostrarono subito l’efficacia di questo mezzo. Una prima volta introducemmo nel nostro apparecchio un cilindretto del solito acciaio dolce, cementato ; riempimmo la camera di cementazione (chiusa a perfetta tenuta di gas) con ossido di carbonio puro (avendovi fatto il vuoto più volte, e sostituendo ogni volta il gas estratto con ossido di carbonio), ed elevammo poi gradualmente la temperatura, mantenendola per sette ore a 1000°: durante questo tempo facemmo circolare nell'’apparecchio una corrente lentissima di ossido di carbonio puro. (Nelle sette ore passarono nell’apparecchio meno di due litri di gas). La seguente Tabella pone in evidenza la variazione della distribuzione del carbonio nella zona cementata, dovuta all’azione caratteristica dell’ossido di carbonio : RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 559 int IV. 2 ES a È è & ds: EU Sao ba e (©) i o O Se (=) S O SQ Se 2° S|3° 08 83808 Del | oa da ca RI ai |eadnesì piu mo, sr 3 =) mm mm. mm. mm. a) Nel cilindretto originario . 1,4 1,3 1,5 4,2 b) Dopo laricott.(7 orea10009) | — | 2,5 | 3,5 6,0 Un secondo cilindretto del solito acciaio dolce, cementato, fu ricotto — nelle identiche condizioni del precedente — a 1000°, in atmosfera di ossido di carbonio puro, durante sette ore. Dopo raffreddamento, ne fu prelevato un tratto lungo 3 cm. per l’e- same microscopico, ed il resto fu di nuovo ricotto — ancora nelle identiche condizioni — durante otto ore. I risultati di queste esperienze sono raccolti nella seguente Tabella : TABELLA V. è Re: ES è è. @ èÈÎRdaea SE o0AsgsspSsstste_. bos SS 3/08 9PRELAS98L 3318282824 SELE ogdgiora Vor iìîg5aHo dis lia È ar SRg589° NoN LvaNoLLo "N DN e mm mm. mm mm ore a) Nel cilindretto originario | 2,1| 0,9 | 1,8 | 4,8 cs b) Dopo la prima ricottura [Pcore W” TO009 "IND RI 8269 7 c) Dopo la seconda ricottura (SCOPRO RO e te en I Cardo n 15 I numeri delle due ultime tabelle (IV e V) pongono imme- diatamente in evidenza — senza che occorra alcuna ulteriore considerazione — la grande efficacia dell’ossido di carbonio come “ veicolo , per facilitare la diffusione del carbonio anche nel- Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 88 a | 560 F. GIOLITTI — G. TAVANTI l'interno della massa d'acciaio, dai punti delle zone cementate nelle quali esso è più concentrato a quelli dove lo è meno. Del meccanismo di questo processo (fondato sulle variazioni delle condizioni di equilibrio dell'equazione reversibile 200 27” C03+ C, col variare della concentrazione delle soluzioni nel ferro Yy del carbonio che appare nel secondo membro) abbiamo già parlato altre volte (1) : ci limitiamo qui a far rilevare l’importanza pra- tica che questo processo può assumere come mezzo per modi- ficare (rendendola più uniforme, e più adatta ai vari scopi) la distribuzione del carbonio nelle zone cementate ottenute coi so- liti processi di cementazione. Torna qui opportuna un’osserva- zione a proposito di aleuni risultati ottenuti da Portevin e Berjot nel lavoro già citato (“ Rev. de Mét. ,, VII, 1910, p. 61). Alla fine della loro Memoria i due autori riferiscono i risultati di alcune esperienze destinate a stabilire “ l’influenza della ricot- tura sulla penetrazione del carbonio ,: tali esperienze essi ese- guirono riscaldando a 1000°, durante 5, 15 e 30 ore, dei cilindri di acciaio, cementati, immersi nella tornitura di ghisa: gli stessi Autori fanno notare che, dopo esperienze eseguite su cilindretti di acciaio dolce, risulta che la ghisa esercita, nelle condizioni in cui essi hanno operato, una energica azione cementante, la quale deve alterare ‘i fenomeni dovuti alla semplice ricottura. Ora, noi vogliamo far qui notare che una tale causa perturba- trice non si presenta nelle nostre esperienze : di che è prova prima di tutto il fatto che (contrariamente a quanto si verifica in modo marcatissimo nelle esperienze di Portevin e Berjot) la quantità totale del carbonio delle zone cementate non aumenta in modo sensibile per effetto delle ricotture da noi eseguite in atmosfera di ossido di carbonio ; e di ciò è facile persuadersi confrontando i dati contenuti nelle nostre Tabelle IV e V, con quelli dell’ ultima Tabella (pag. 75) del lavoro di Portevin e Berjot. Ma anche di ciò abbiamo voluto accertarci direttamente: ed abbiamo trovato la prova certa dell’esattezza di quanto ave- vamo già dedotto (secondo abbiamo or ora detto) dai risultati delle esperienze riportate nelle Tabelle IV e V, nel fatto che sottoponendo dei cilindretti di acciaio dolce ad un trattamento identico a quello al quale avevamo sottoposti i cilindretti ce-. (1) V..£ Gazz. Chim. It. ,;} XXXVIII, parte II (1908), pagg. 341-344. RICERCHE SULLA FABBRICAZIONE DELL'ACCIAIO CEMENTATO 561 mentati (ricottura a 1000°, in ossido di carbonio, durante sette e quindici ore) non potemmo constatare, nemmeno nelle zone esterne dei cilindretti, un aumento della concentrazione del car- bonio superiore al 0,15 %. Questo risultato il quale avrebbe potuto essere preveduto anche in base a quanto uno di noi potè altra volta stabilire intorno all’azione cementante dell’ossido di carbonio) (1) ci permette dunque di considerare come del tutto precise le deduzioni tratte poco fa dalle nostre esperienze, in- torno all’efficacia dell’ossido di carbonio come agente “ diffusore , del carbonio nell’accialo: o — per usare la parola adottata da Portevin e Berjot -— come agente di “ omogeneazione , delle zone cementate. Per riassumere, da quanto abbiamo detto nelle pagine pre- cedenti, ciò che può avere un interesse pratico, enumeriamo bre- vemente i vantaggi pratici che possono ottenersi seguendo per la cementazione dell’acciaio i processi che abbiamo descritti, in luogo di quelli abitualmente in uso nella tecnica: salvo, natu- ralmente, ad introdurvi nella pratica quelle modificazioni che valgano a renderli più adatti agli scopi speciali che si vogliono ottenere in ogni singolo caso. 1° Maggior velocità di penetrazione del carbonio. È inu- tile enumerare i vantaggi noti — e d'altra parte evidentissimi — di tale caratteristica. 2° Maggiore uniformità nella distribuzione del carbonio. Anche i vantaggi di questa caratteristica del processo in que- stione non hanno bisogno di essere enumerati, dopo i numerosi fatti citati e le ampie considerazioni svolte — sia nella pre- sente memoria, che nelle precedenti, più volte citate — per porre in evidenza i dannosi effetti che le brusche variazioni della concentrazione del carbonio (dovute generalmente ai fe- “nomeni di liquazione, che abbiamo largamente illustrati) eserci- tano sulle proprietà meccaniche degli acciai cementati. 3° Possibilità di regolare la concentrazione del carbonio nella zona cementata, in modo da mantenere il suo valore mas- simo al di sotto dei limiti — variabili a seconda dell’acciaio (1) “ Gazz. Chim. It.,, 1908, XXXVIII, parte II, pagg. 340-345. 562 F. GIOLITTI - G. TAVANTI — RICERCHE, ECC. sottoposto alla cementazione — oltre i quali cominciano a ma- nifestarsi i fenomeni di fragilità. 4° Possibilità di stabilire “ a priori, con sicurezza le condizioni (di temperatura, pressione, velocità della corrente gassosa..... ecc.) atte ad ottenere risultati determinati (profon- dità della cementazione ; concentrazione del carbonio ; ...ecc.). . 5° Uso “ continuo , degli stessi materiali cementanti (carbone e ossido di carbonio) i quali non si “ esauriscono , mai, e possono essere adoperati fino al loro totale consumo. Ciò che permette anche di ottenere cementazioni di qualsiasi profon- dità senza che sia necessario di “ rinnovare , mai il cemento. 6° Sicurezza assoluta di non introdurre nell’acciaio alcuna sostanza estranea, all’infuori del carbonio : condizione che non si verifica per la maggior parte delle polveri da cementazione abitualmente usate (contenenti sostanze organiche azotate, cia- nuri... ecc.) e che presenta in molti casi grandissimi vantaggi (per esempio, nella cementazione del ferro puro destinato a for- nire — per fusione al crogiuolo — acciai duri di una grande purezza) (1). | iabo 7° Facilità di conservare perfettamente inalterata e lu- cente la superficie dei. pezzi cementati: ciò che in molti casì (come, ad esempio, nella cementazione delle placche d’acciaio per incisione) può presentare notevoli vantaggi; e può talora anche permettere di evitar di rettificare i pezzi cementati (ad esempio, quando si cementino acciai — quali gli acciai ad alto tenore di nichelio — la cui superficie carburata assume la struttura martensitica anche senza tempra). L'abolizione della rettifica finale è resa facile dalla piccolezza delle variazioni di volume dei pezzi cementati e dalla possibilità di determinare “ a priori , in ogni caso e con assoluta precisione, l’entità di tali variazioni. Abbiamo già detto che 1 cilindretti dei quali ci siamo serviti per le ricerche riferite sopra, erano stati sempre accuratamente (1) Facciamo notare, a questo proposito, come nelle cementazioni ese- guite secondo il procedimento da noi indicato, resti escluso il dubbio sol- levato da Heyn (Communications de Association internationale pour l’essai des matériaux, Maggio 1909, pag. 5), che nell'esame della cementazione si debba necessariamente considerare il sistema ternario ferro-carbonio- azoto, anzichè il sistema binario ferro-carbonio. Nel nostro caso il sistema da considerarsi è evidentemente il sistema ferro-carbonio-ossigeno. PIETRO GAMBERA — ALCUNE CONSEGUENZE, ECC. 563 calibrati prima di sottoporli alla cementazione, nelle condizioni indicate. Orbene, misure precise eseguite sui cilindretti stessi cementati, ci hanno dimostrato che in nessun caso il loro dia- metro ha subìto un aumento superiore ai 0,03 mm.: nemmeno nelle cementazioni più profonde, quali la 4% e l11* della Tabella I. 8° Facilità di trovare, per tutti i casi pratici che possono presentarsi nella tecnica, dispositivi tali da permettere di evitare l’uso incomodo e costoso delle solite “ cassette da ce- mentazione ,. Di tali dispositivi parecchi sono già stati studiati e posti in opera, sopra tutto per la cementazione di grossi pezzi. Abbiamo iniziato, e condotto già a buon punto lo studio di analoghi dispositivi, adatti per la cementazione di piccoli pezzi meccanici. Torino, Laboratorio di Chimica metallurgica e metallografia del R. Politecnico, Marzo 1910. Alcune consequenze dedotte dalla ‘ipotesi moderna sulla entità del calorico e della temperatura. Nota del Prof. PIETRO GAMBÈRA. 1. — Numerosi esperimenti, relativi alla genesi meccanica del calorico (causa della sensazione di calore), hanno indotto 1 fisici moderni ad ammettere che il calorico attuale o sensibile di un corpo qualunque, solido, liquido od aeriforme, non sia altro che la totale energia (forza viva) delle sue molecole ele- mentari, dette atomi (*). Gli atomi componenti un corpo tendono, per azione e rea- zione reciproca, ad acquistare eguale energia. Ma ci limitiamo a supporre che la intensità calorifica (temperatura assoluta) di (4) L'energia atomica, comunicata ad un corpo, ne aumenta il calorico attuale ed in parte si trasforma in lavoro interno ed esterno al corpo stesso, ossia in calorico potenziale. Tutto il calorico di un corpo è uguale alla somma del suo calorico attuale col suo calore potenziale. 564 PIETRO GAMBERA un corpo, in equilibrio termico, sia la media energia £ de’ suoi atomi. Quindi, se » è il numero di questi atomi, la energia ter- mica attuale del corpo, ossia il suo calorico attuale, sarà n£. La intensità calorifica E del corpo sarà proporzionale alla sua temperatura assoluta 8 espressa in gradi di un termometro a gas, ossia sarà £ = 0 X #, essendo # un numero costante. Per conseguenza, se indichiamo con gqg l'energia termica, ossia il calorico attuale del corpo, sarà: puernb=cn00k: Essendo adunque q= 0 X £, risulta che è! calorico attuale di un corpo qualunque è proporzionale al numero de’ suoi atomi ed alla sua temperatura assoluta. 2. Calorico specifico assoluto. — Se la temperatura assoluta 6 di un dato corpo, solido, liquido od aeriforme, au- menta di 46, e se indichiamo con Ag il corrispondente aumento del suo calorico attuale g, la precedente relazione: GEA AE qt+ Aq=n(0 4 40) X k. diventa : Quindi si deduce, sottraendo, Aq=n4A98 X k e per conseguenza. dii tech PAR p rat se p è il peso del corpo considerato, bilanciato in chilogrammi. Ma il primo membro dell'ultima eguaglianza definisce il calorico specifico assoluto (c) del corpo, ossia l'aumento di calo- rico attuale in un chilogramma di esso corpo, corrispondente all'aumento di un grado della sua temperatura. Essendo adunque: sarà: ALCUNE CONSEGUENZE DEDOTTE DALLA IPOTESI MODERNA, ECC. 565 Dalla eguaglianza Ag = pcA0 risulta che l'aumento di ca- lorico attuale în dato corpo è proporzionale all'aumento della sua temperatura. E dalla relazione c = sa X k risulta che dl calorico specifico assoluto di un corpo è indipendente dalla sua temperatura, dal suo stato fisico e dalla pressione esterna. Anzi, la detta relazione po- tendosi trasformare nella c = È: ca ed essendo sa il peso medio degli atomi del corpo, risulta che il suo calorico specifico as- soluto dipende esclusivamente dal peso medio i; de’ suoi atomi. Se il corpo considerato è chimicamente semplice e se indi- chiamo con «a il peso di CERETTO de’ suoi atomi, sarà p = an. Quindi dalla dedotta relazione È CA c==k si ottiene, sostituendo, an 5 — Xe=k ossa ‘geszhki=.c0st, AA Adunque < prodotto del peso atomico per il calorico specifico assoluto è identico per tutti è corpi semplici, qualunque sia la loro temperatura ed il loro stato fisico. Pertanto la legge di Dulong e Petit, la quale si verifica con grossolana approssimazione, diverrebbe matematicamente esatta e indipendente dalla temperatura, se fosse enunciata so- stituendo, al calore specifico volgare, il calorico specifico asso- luto, come fu già supposto da Hirn. Inoltre dalla predetta relazione, di Xe=k= = così., risulta che è peso medio (1 2) degli atomi di un corpo composto chimica- mente, o soltanto misto, moltiplicato per il suo calorico specifico as- soluto, dà un prodotto identico per tutti i corpi composti o misti, qualunque sia la loro temperatura ed il loro stato fisico. Ma, se si tratti di un corpo chimicamente composto, è chiaro che il peso medio de’ suoi atomi sarebbe il peso medio degli atomi componenti una delle sue molecole. Così il peso 2H4+0 "Me Adunque anche la legge di Woestyn diverrebbe matema- ticamente esatta e indipendente dalla temperatura, se fosse medio degli atomi di una massa d’acqua sarebbe 566 PIETRO GAMBERA enunciata sostituendo, al calorico specifico volgare, il calorico specifico assoluto. 8. Calcolo del calorico specifico assoluto. — Il ca- lorico comunicato ad un dato gas, mantenuto a volume costante, resterebbe esclusivamente impiegato ad aumentare la sua tem- peratura e quindi anche il suo calorico attuale. Infatti sarebbe nullo il lavoro esterno; e sarebbe anche nullo il lavoro interno, perchè la media distanza fra gli atomi del gas resterebbe in- variata. Perciò il calorico specifico assoluto di un gas è il suo calorico specifico a volume costante. Secondo Cazin, per l'idrogeno il calorico specifico a volume costante è 2,419. Quindi questo numero è anche il suo calorico specifico assoluto. Adunque, se si prende per unità dei pesi atomici il peso atomico dell’idrogeno, per questo gas sarà: SEME OI, Palo Ma abbiamo dimostrato che ac=%= cost. per tutti i corpi semplici. Perciò sarà ac = 2,419 per qualunque corpo semplice, se il suo peso atomico 4 è riferito al peso atomico dell’ idro- geno, preso per unità. Dalla precedente uguaglianza si deduce che ce = , ossia 2,419 0) che il calorico specifico assoluto di un corpo semplice sì ottiene dividendo, per il suo peso atomico, il numero costante 2,419. Calcoliamo ora il-calorico specifico assoluto di un corpo chimicamente composto, per es. dell’acqua. Applicando la legge di Woestyn, precedentemente corretta mediante la sostituzione del calorico specifico assoluto al calorico specifico volgare, otteniamo: e XK cer 232/419 Ossia: i e 2419 e quindi: e i e ig) 11138 ALCUNE CONSEGUENZE DEDOTTE DALLA IPOTESI MODERNA, Ecc. 567 Adunque il calorico specifico assoluto dell’acqua, qualunque VOLA , È sai È sia Il suo stato fisico, è poco più di ci Essendo, per convenzione fatta, il calorico specifico volgare dell’acqua liquida = 1, ed essendo 1 —-= do, risulta che 4 ma del calorico, comunicato ad una massa d’acqua liquida, sono impiegati ad aumentarne la temperatura e quindi anche circa il calorico attuale; e che i rimanenti 10 8 trasformano in la- voro interno ed esterno all'acqua stessa, ossia in calorico po- tenziale. il calorico specifico del vapore ; DI». + 1 acqueo a pressione costante ed essendo ada no Pda 1 è ì segue che appena To del calorico comunicato ad una massa Inoltre, essendo quasi n di vapor acqueo, sotto pressione costante, si trasformerebbe in lavoro esterno, pure ammettendo che il lavoro interno al vapore sia trascurabile. Fra il calorico specifico assoluto c di un composto chimico ed i calorici specifici assoluti e’, e‘... dei componenti si può sta- bilire una relazione. Così, per esempio, essendo per l’acqua: SO a e quindi H+ o0=, ed essendo inoltre: VEE PE Uo' 2 i risulta : le ke Sk I af pier e per conseguenza: 3 2 1 URRA 4. Calcolo del calorico attuale di un corpo. — Dalle relazioni : GNA Xk e St LI state dedotte al n° 2, si ottiene, dividendo: green Iodice e quindi: peo. 568 PIETRO GAMBERA — ALCUNE CONSEGUENZE DEDOTTE, ECC. Questa formola esprime, in calorie, il calorico attuale (9) di un corpo qualunque in funzione del suo peso (p) in chilo- grammi, del suo calorico specifico assoluto (c) e della sua tem- peratura assoluta (0) in gradi di Celsio. Adunque il calorico attuale di un corpo dipende dalla sua massa e dalla sua temperatura, ma non dal suo volume. Se, per diminuita pressione esterna, il corpo si dilata adiabaticamente, la sua temperatura diminuirà perchè il suo calorico attuale si trasformerà parzialmente in calorico potenziale. Se indichiamo con 6, la temperatura. assoluta del ghiaccio fondente, ossia la temperatura assoluta corrispondente allo zero termometrico di Celsio, e con t la temperatura ordinaria del corpo considerato, la precedente formola diventa: q=pe(00+-0). Inoltre, se # aumenta di At e se Ag indica il corrispondente aumento del calorico attuale 9g, si ottiene: q+Agq= pe(0+t+- At) e per conseguenza: Aq=peht. 5. Equazione termodinamica dei corpi. — Suppo- niamo che tutto il calorico Q (attuale + potenziale) di un corpo aumenti di AQ. Abbiamo sopra dimostrato che pc At sarà l’au- mento del calorico attuale del corpo, se p chilogrammi è il suo peso e A? è l’aumento della sua temperatura #. Inoltre l’au- ed b mento del calorico potenziale del corpo sarà dichiamo con AL; l'aumento del lavoro interno, con AL, l'aumento del lavoro esterno al corpo e con J l'equivalente mec- canico della caloria. Per conseguenza abbiamo: AQ== pe At + 4 E questa, in generale, l'equazione termodinamica dei corpi. 569 Relazione sul lavoro del D.' A. Casu, dal titolo: Lo Stagno di S.° Gilla (Cagliari) e la sua vegetazione. La memoria che l’A. presenta consta di due parti, delle quali la prima, da considerarsi come la prefazione allo studio botanico, è di natura quasi esclusivamente geofisica. Essa è frutto di lunghe, continuate ricerche sulla località sopranomi- nata, la quale, dagli studiosi che precedettero il D." Casu, fu lasciata quasi in disparte. Essì, invero, si limitarono ad osservarne ed a descriverne. la esterna configurazione, ed a darne poche notizie che l'A. rias- sume, ridotte ad una nuda descrizione della zona salmastra ed all’enumerazione di qualche pianta palustre o stagnale, comune ad altri luoghi consimili dell’isola. Molto meno poi questi Autori hanno avuto in pensiero di ricercare le cause prossime o remote della genesi dello stagno di S.!* Gilla e delle sue variazioni attraverso al tempo. Il Casu presenta, sotto questo punto di vista, un lavoro degno di molta considerazione. Frequentissime escursioni e sta- zioni sul luogo, sperienze ed osservazioni fatte e ripetute con minuziosa cura, gli fornirono dati fisicì sicuri e numerosi, co- ordinati poi, in parte, a quelli dell’Osservatorio meteorologico di Cagliari. Su queste basi e con questi elementi l'A. potè risolvere diversi quesiti riguardanti la storia dello stagno di S.** Gilla, Uno fra i più originali e, fino ad un certo punto in relazione colla botanica, di natura ecologica, mentre da un altro lato esso tocca un argomento archeologico, è quello discusso dall'A. sulla possibile esistenza di una flora antichissima, risalente all’epoca romana nell’area occupata oggidì dallo stagno. L'A. confortato dai dati fisici attuali e da altri storici antichi o recenti, ma inoppugnabili, dimostra l'insussistenza di una simile ipotesi. In verità lo stagno esisteva già all’epoca romana, meno ampio, ma in condizioni tali di rapporto col mare, malgrado le alternanze della sua eostituzione più o meno salata, da esclu- 570 dere assolutamente la possibilità di una qualsiasi vegetazione arborea, quale doveva essere quella ornamentale di palmizi o di qualsivoglia altra essenza di alto fusto. Nè pure (dimostra il Casu) poterono esistere giardini o ville nella località occupata dallo stagno, nè a suo giudizio, future esplorazioni del fondo potrebbero esumare ruderi di abitazioni romane sepolte. In un seguente capitolo l’A., premesse le linee generali di posizione, di forma, di fondo, di livello, di orientazione e di alimentazione dello stagno ne studia la costituzione attuale fisica. Egli passa in rassegna gli Autori che prima di lui se ne occuparono, accennando alle lacune delle loro opere ed alla scarsa contribuzione floristica, compresa piuttosto nella indicazione ge- nerale di flora stagnale dell’isola fattane dal Moris, dal Barbey, dal Griinow, dal Marciali, dal Gennari, dal Falqui, dal Cavara e dall’Herzog, avvertendo che questo difetto di contribuzione di- pende dall'essere ancora oggidi lo studio della Flora Sarda, in generale, addietro assai di fronte alle profonde investigazioni di che fu ricca la Penisola. K di qui il fatto che molte specie sono indicate per poche località le quali possono essere frequentissime altrove, e di qui la mancanza di distinzioni, comuni ormai nel continente, di piante /uviatili, palustri, salmastre, alicole, xerofite ecc. ecc. delle quali la prima indicazione venne data dal Cavara. Anche l’Herzog, che si occupò delle stazioni e formazioni vegetali in Sardegna, obliò completamente la vegetazione sta- gnale, ondechè, sia per il complesso dell'ambiente e per la pe- culiare stazione dello stagno di S.t* Gilla, sia per i dati fisici tutt’affatto nuovi, esatti, ripetuti e controllati che ne dà l’Au- tore, questa parte del suo lavoro assume un innegabile valore e costituisce un contributo prezioso per coloro che in avvenire si occuperanno della fitogeografia dell'isola. Un altro punto del lavoro che parve ai relatori degno di attenzione è quello nel quale VA. discorre della genesi dello stagno il quale capitolo si riattacca naturalmente a quella parte che di questa memoria riguarda, come già si disse, la botanica in senso stretto. L'A. premette le relazioni anteriori sull’argo- mento; quelle del Lamarmora, del SoLmi, dello Scano, del VI- vaner, del TArameLLI dalle quali ricerche emerge già l’incer- tezza sulla storia originaria dello stagno stesso. E mentre 571 l’esistenza di resti di una città romana nella località attualmente occupata dallo stagno vien dimostrata essere leggenda, pare poi certo che, nella parte alta dello stagno, dove il fondo è roccioso ed elevato, esistessero, al dire del Taramelli, le più ricche di- more dell'età imperiale. L'A. estende il suo studio fisico-archeologico anche alla Plaja, vale a dire, alla zona compresa fra lo stagno di S.! Gilla e il mare, accennando alle vicende che essa subì attraverso ai secoli per opera del fiumi sboccanti nello stagno da un lato e dell'urto del mare dall’altro. Di queste due forze l’ultima, pre- valente, mantiene alla Plaja la caratteristica di zona pretta- mente litoranea con vegetazione affatto marina, e con questo studio l’Autore completa la disamina fisica della zona che serve di limite allo stagno dalla parte del mare. . Per ultimo, nei paragrafi rispettivamente denominati “ Fat- tori dell'ambiente , (Venti, evaporazione, piogge ecc.) — “ Ca- ratteri fisico-chimici dell’acqua , (Movimenti, salsedine, tempera- tura, piene invernali, magre estive ecc.) — “ Studio fisico-chimico del terreno , (Analisi ecc.) l'A. espone i resultati di quelle per- sonali osservazioni di che fu fatto cenno al principio di questa relazione. Le quali da se sole mostrano già un non comune pregio della memoria, e fanno sperare che la seconda parte (che l'A. presenterà fra breve) abbia ad essere di pari valore della pre- fazione. Riuscirà così l’opera nel suo insieme, l’illustrazione di un angolo poco noto ed interessante della Sardegna. La memoria è corredata di una tavola esplicativa, molto accurata, dello stagno di S.°* Gilla. Per questi motivi i relatori credono di pro- porre alla R. Accademia delle Scienze l’accettazione della me- moria per la stampa. C. F. PARONA Oreste MarTIROLO, relatore. L’ Accademico Segretario Lorenzo CAMERANO. 972 CLASSI UNITE Adunanza del 24 Aprile 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: della Classe di Scienze fisiche, matematiche e naturali: SPEZIA, CAMERANO, SeGrE, Prano, JADANZA, Foà, GuARESCHI, Gurpi, FiLeti, PARonA, MaArTIROLO, SomigLIANA. — Scusano l’as- senza SaLvapori e Fusari; della Classe di Scienze morali, storiche e filologiché: BoseLLI, Vice-Presidente dell’Accademia, MAnNO, Direttore della Classe, ALtievo, RenIER, Pizzi, CHTtRONI, RUFFINI; STAMPINI, Bronpi, Srorza e De SanoTIS, Segretario. — Scusa l’assenza. il Socio CARLE. E letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza antece- dente a Classi unite, 20 febbraio 1910. Il Presidente comunica il telegramma inviato dal Socio BoseLLI per ringraziare delle condoglianze a lui espresse in nome dell’Accademia nella luttuosa circostanza della morte della sua Signora. Dà notizie della salute del Socio GrAF inviandogli un fervido augurio di pronta guarigione. Invitato dal Presidente, il Socio SomI@LIANA legge la Com- memorazione del defunto Socio MorERrA. Essa sarà inserita negli Atti. Radunatesi poi le Classi in seduta privata, si procede alla elezione del Presidente e del Vice-Presidente per.compiuto se- condo triennio dei Soci D'Ovipio e BoseLLI, che rivestono al presente tali cariche e che non sono più rieligibili. Riescono eletti, salvo l'approvazione Sovrana, a Presidente il Socio BoseLLi e a Vice-Presidente il Socio NACccARI. TENEVA SANINIRIVA NINA AL CARLO SOMIGLIANA — COMMEMORAZIONE DI GIACINTO MORERA 573 LETTURE GIACINTO MORERA Commemorazione letta dal Socio SOMIGLIANA CARLO. Il parlare oggi davanti alla nostra Accademia di Giacinto MorERA e della sua opera scientifica, mentre rinnova in me il dolore grandissimo della perdita prematura di un collega pre- zioso, di un amico affezionato, è pure accompagnato da un sen- timento di conforto, poichè mi porge un mezzo di mettere in luce i molti meriti di lui, forse non tanto conosciuti quanto lo dovrebbero. Poichè Giacinto Morera fu di quegli uomini, che, anzichè mettersi in vista, cercano quasi di nascondersi, poco curando che altri sappia quanto essi valgono. Nè ciò proveniva in lui da un insufficiente apprezzamento di sè stesso; che anzi del proprio valore ebbe un concetto adeguato e dignitoso, ma proveniva da una concezione seria della vita, e da una profonda antipatia per tutto ciò che sapesse di vanità o di superficialità. Nacque il Morera in Novara il 18 luglio 1856 da Giacomo e da Vittoria Unico. Fece i primi studi in patria e percorse poi qui, in Torino, gli studi di ingegneria, laureandosi nel 1878. L'anno dopo, seguendo la sua naturale inclinazione per gli studi teorici e non premuto da necessità economiche, chè la fortuna paterna nel commercio gli permetteva di attendere liberamente agli studi, si laureò anche in matematica. La sua tesi Sul moto di un punto attratto da due centri fissi con la legge di Newton, mostra come egli fosse già fin d’allora in possesso delle più elevate teorie della meccanica e dell’analisi. La predilezione per la Meccanica era stata suscitata in Lui dal Sciacci, che allora qui in Torino ed in Italia primeggiava sia come cultore della Mec- canica teoretica, che delle sue applicazioni, specialmente alla Balistica, di cui fu celebrato maestro. Ottenuto un posto di perfezionamento all’interno, il Morera fu a Pavia nel 1881-82, ove insegnavano Eugenio Beltrami, Fe- 574 | CARLO SOMIGLIANA lice Casorati, Eugenio Berbini e passò l’anno successivo a Pisa per seguire 1 corsi del Betti, del Dini, del De-Paolis. Eravamo allora in un periodo splendido per gli studi matematici in Italia, ed in special modo per le Facoltà di Pavia e di Pisa; ed il Morera, già forte degli studi fatti in Torino, corroborò presso quelle Università quell'amore intenso, appassionato per le scienze matematiche, che non doveva più abbandonarlo per tutta la vita. In questi anni egli si era dedicato specialmente alle ri- cerche relative alle equazioni fondamentali della Meccanica, ricerche allora in massimo onore pei trovati del Mathieu, del Mayer, del Lie; allo scopo di meglio approfondirsi in questi argomenti nel 1884 si recò a Lipsia, ove, oltre il Mayer, inse- gnavano il Klein e Carlo Neumann. Nel 1885 seguì alcuni corsi anche all’Università di Berlino, ove ancora risplendeva il genio di Helmholtz, di Kirchhoff, di Welerstrass. Tornato in patria, sulla fine del 1885 la Facoltà di Scienze di Pavia lo chiamò ad un Ufficio, da poco allora fondato, quello di professore interno per la scuola di magistero, ma l’anno suc- cessivo, apertosi il concorso per la cattedra di ordinario di Mec- canica razionale nella Università .di Genova, 11 Morera lo vinceva appena trentenne. A Genova Egli trascorse il più lungo periodo della sua carriera universitaria, e là si formò una famiglia, sposando la sig.na Cesira Faà, sua concittadina ; finchè nel 1901, la Facoltà di Scienze di Torino, lo volle successore al Volterra. Fu in Ge- nova per due trienni (dal 1891-92 al 1896-97) preside della Fa- coltà e nel due anni successivi Rettore dell’Università, portando anche in queste cariche quella dirittura di giudizio, quella sem- plicità di maniere, quella lealtà di carattere che lo resero così caro ed amato anche fra noi. Di forte costituzione fisica si può dire non avesse mai avuto alcun male, quando nel principio dello scorso anno un violento attacco di polmonite quasi improvvisamente lo spense, il giorno 8 di febbraio, ancora nel pieno vigore della virilità. Apparteneva alla nostra Accademia dal 1902, all'Accademia dei Lincei dal 1896. Lavoratore indefesso, fu sempre al corrente delle più inte- ressanti quistioni dibattute nel campo scientifico e la sua pro- duzione, cominciata giovanissimo, si susseguì senza interruzione COMMEMORAZIONE DI GIACINTO MORERA 575 fino agli ultimi tempi, nessuna cosa avendo mai potuto distrarlo dagli studi prediletti. | I Sarebbe assai lungo il parlare completamente di tutte le sue ricerche, svoltesi su argomenti assai vari e spesso intima- mente collegate con lavori di altri studiosi, det quali converrebbe pure parlare, per porre in giusta luce i lavori del Morera. Nelle matematiche è possibile ad una fantasia fortemente creatrice fondare e svolgere teorie che abbiano una base del tutto ori- ginale e vivono quasi staccate da ricerche precedenti. Questo carattere non è prevalente nell'opera scientifica del nostro ma- tematico, che sentiva anzi tutto il bisogno di approfondire l'opera altrui e vi riusciva mirabilmente, in virtù di una forza di penetrazione non comune, di una mente lucidissima, nella quale non trovano mai posto idee vaghe od incomplete. Perciò quasi ogni suo lavoro si presenta come naturale risultato di un profondo lavoro d’analisi su teorie che già hanno subìto un grado elevato di elaborazione. Riassumerò, come meglio mi è possibile, i molti e svariati materiali, onde è costituita la sua poderosa opera scientifica. Senza dubbio il gruppo più considerevole riguarda la teoria dell’integrazione delle equazioni fondamentali della dinamica, e la lunga serie di questioni d’analisi che, imperniate sui lavori classici di Lagrange, Hamilton, Jacobi hanno dato origine a quella vasta dottrina che, sebbene ora non sia più con tanta vivacità coltivata, conserva sempre un grande interesse per la sua virtù applicativa ai problemi della Meccanica, e per il con- tributo che porta alla teoria generale dell’integrazione delle equazioni differenziali. Il Morera esordì in questo campo con una diretta e inge- gnosa dimostrazione di una formula trovata dal Mathieu, nella sua Dynamique analytique, con un lungo e complicato procedi- mento di calcolo. La formola si riferisce alla trasformazione di quelle formazioni analitiche che sono conosciute sotto il nome di parentesi di Poisson. | . Nel 1880 Sciacci aveva pubblicato un Teorema fondamentale nella teoria delle equazioni canoniche del moto, che non differisce sostanzialmente da un classico teorema di Lie sulle trasforma- zioni di contatto, ma che allo Sciacci non era ancor noto. Il Morera ne diede tosto una nuova dimostrazione, deducendola da Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 89 576 CARLO SOMIGLIANA alcune considerazioni, puramente algebriche, stabilite da Fro- benius nella sua classica memoria Ueber das Pfaff sche Problem. Egli si trovò così portato allo studio di questo famoso problema, le cui relazioni strettissime col problema della inte- grazione delle equazioni canoniche del moto erano state poste in luce da poco. Vi si dedicò con giovanile ardore ed in breve i profondi e non facili lavori di Frobenius, di Darboux, di Sophus Lie sopra questo argomento non ebbero più segreti per lui. Nessuno certamente in Italia conobbe allora meglio del Morera, questo genere di quistioni, che nelle matematiche hanno forse i maggiori caratteri di generalità e comprensione, e ri- chiedono, per essere trattati, i più svariati sussidi dell'analisi. Egli vi portò poi un contributo notevole sia dal punto di vista metodologico, sia per risultati originali, come la estensione del metodo di Pfaff ad un sistema jacobiano di equazioni a derivate parziali. Ma i risultati più completi e maturi sopra questi argo- menti il Morera li portò assai più tardi, quasi vent'anni dopo, quando assunse a Torino l'insegnamento della Meccanica Supe- riore. E del 1903 infatti un bel gruppo di memorie sulle equa- zioni canoniche del moto, sotto la forma di Lagrange e di Hamilton, e sulle trasformazioni di queste equazioni, pubblicate negli Atti della nostra Accademia, e nei Rendiconti dell’Acca- demia dei Lincei e dell'Istituto Lombardo. In esse sì propone di stabilire con precisione le proprietà di relazione che esistono fra il problema fondamentale del moto, il problema di Pfaff ed il problema della trasformazione di un sistema canonico in un altro della stessa forma, mettendo in evidenza come il problema della determinazione degli integrali del movimento si possa sempre ridurre all’uno od all’altro di questi. Sebbene queste proprietà fossero sostanzialmente note, la loro portata non era però con precisione stabilita. Il Morera dimostra che esistono infinite forme differenziali di cui un dato sistema canonico può .essere il primo sistema delle equazioni di Pfaff, e determina quali possono essere queste forme differenziali. Ne deduce che la trasformazione di un sistema canonico in un’altra equivale a trasformare una certa forma differenziale in un’altra della stessa natura, ma che ne differisce per un differenziale esatto e riesce quindi a determinare la forma generale di tali trasformazioni. COMMEMORAZIONE DI GIACINTO MORERA ST Trova inoltre alcune proprietà analitiche interessanti, seb- bene meno strettamente collegate col problema dinamico. Così, generalizzando alcuni risultati di Clebsch, dimostra che qualsiasi sistema di un numero pari di equazioni differenziali è sempre riducibile a forma Hamiltoniana, e che qualunque trasforma- zione delle variabili, che converte un sistema canonico in un altro, è necessariamente di contatto. E da deplorarsi che al Morera sia mancato il tempo di preparare una esposizione completa ed organica di tutte queste teorie, la quale riassumesse i risultati precedenti ed i propri, ed usufruisse di tutte le semplificazioni. e di tutti i perfezio- namenti da Lui trovati. Egli ne possedeva largamente i mezzi e la sua lucidità e precisione di esposizione era sicura garanzia di successo. Passando ora a considerare lavori che hanno carattere meno strettamente analitico e possiedono più diretta applicazione a quistioni fisiche, troviamo anzi tutto una bella serie di ricerche intorno al classico problema dell'attrazione degli elissoidi. Uno dei risultati più notevoli e suggestivi a cui sia arri- vata la geodesia è l’aver dimostrata la possibilità di determi- nare teoricamente i valori della gravità superficiale terrestre, senza bisogno di fare alcuna ipotesi intorno alla distribuzione, a noi sconosciuta, della massa nell'interno della terra. Il nostro Pizzetti nel 1894 ha dato la formola definitiva che risolve questo problema (formola stabilita primamente da Stokes nel 1849 per via puramente approssimativa) considerando poi anche il caso in cui lo sferoide terrestre si ammette di forma elissoidica non di rotazione. Il problema risolto analiticamente dal Pizzetti si riduce alla determinazione della funzione armonica esterna ad un elissoide, quando 1 valori ad essa assegnati sulla superficie sono rappresen- tati da una certa funzione di secondo grado delle coordinate. Il Morera trovò facilmente l’origine analitica della solu- zione del Pizzetti e risolvendo in generale il problema della determinazione di una funzione armonica nello spazio esterno ad un elissoide, la quale sulla superficie di questo si riduce ad una funzione data qualsiasi omogenea di secondo grado, potè estendere il risultato del Pizzetti rendendolo applicabile ad un elissoide ruotante intorno ad un suo diametro qualunque. 578 CARLO SOMIGLIANA Di qui il Morera si trovò portato allo studio della qui- stione più generale relativa al caso in cui la funzione rappre- sentante i valori dell’armonica cercata sull’elissoide è una fun- zione omogenea di grado qualsiasi. E poichè, partendo dagli sviluppi per funzioni sferiche, si può sempre rappresentare una funzione arbitrariamente data sull’elissoide mediante una serie di tali funzioni, egli ne dedusse una soluzione del problema di Dirichlet per lo spazio esterno, mediante la serie delle solu- zioni precedentemente trovate. Questa soluzione che il Morera studiò con la solita acu- tezza in tutti i suoi non facili particolari algebrici ed analitici, offre, rispetto a quella classica di Lamè, il vantaggio che le soluzioni elementari, di cui si compone, possono essere linear- mente determinate. Esse però non godono della proprietà del- l’ortogonalità e però riesce meno semplice la determinazione dei coefficienti dello sviluppo in serie. Nella indagine matematica ha spesso una importanza fon- damentale non solo il fatto di arrivare alla soluzione di un dato problema, ma anche il modo col quale vi si arriva. Poichè può darsi che una soluzione, logicaniente esatta, offra tali difficoltà di procedimento da renderla quasi inaccessibile e talvolta anche inapplicabile ai casi concreti a cui dovrebbe servire. Negli scritti del Morera la sicura padronanza dell’analisi e l’ingegnosità dei mezzi di ricerca si traduce quasi sempre in una grande eco- nomia di ragionamento e di calcolo, e conferisce ad essi un carattere di perfezione quale si riscontra nei migliori autori. Si può dire, sotto questo riguardo, che non inutilmente egli era stato allievo del Beltrami. Per un tale desiderio di perfezione, anche formale, si in- tende come molte quistioni di metodo lo abbiano tO interes- sato, portandolo ad eleganti risultati. Tipiche fra quelle sue numerose note, brevi e concettose, sono alcune che riguardano la definizione di variabile complessa. Egli aveva fatta l'osservazione che alla definizione classica di Cauchy-Riemann, basata sul concetto della derivata della fun- zione, se ne può sostituire un’altra più comprensiva basata sulla condizione che sia nullo l'integrale della funzione esteso ad un contorno qualsiasi, nel quale essa sia regolare. Questo risultato lo portò a trovare un metodo di assai semplice applicazione, per COMMEMORAZIONE DI GIACINTO MORERA 509 riconoscere se espressioni infinite, come le serie od i prodotti infiniti, soddisfano alla condizione di rappresentare funzioni ana- litiche, mentre i criteri, di solito usati, sono generalmente di. assai difficile e penosa applicazione. Il modo di comportarsi dell’integrale di Cauchy per la rap- presentazione delle funzioni di variabile complessa, le disconti- nuità delle derivate seconde delle funzioni potenziali di spazio e delle derivate normali per quelle di superficie, oggetto spesso nel trattati di pesanti e non sempre soddisfacenti discussioni, furono da Lui studiate con un unico e semplicissimo artificio e con un rigore perfetto. | Desideroso di mantenersi al corrente di tutte le questioni del giorno, era spesso portato a fare sopra argomenti diversi osservazioni acute ed ingegnose, che hanno dato origine ad una lunga serie di note staccate, che ora ci rilevano l’intimo e con- tinuo lavorìo della sua mente. Ricordiamo quella memoria giovanile in cui l’equilibrio di una superficie flessibile ed inestendibile è rappresentato come l'equilibrio di un doppio sistema di fili isolati ed intrecciantisi, come 1 fili di un tessuto. Ricordiamo quell’elegante Nota pubblicata nei Mathema- tische Annalen sull’integrazione delle espressioni differenziali, ottenuta con un procedimento, che è forse il più semplice pos- sibile. i Ricordiamo infine l’ultimo suo lavoro del 1907 sull’equi- librio dei corpi elastici, in cui una speciale singolarità, quella dell’esistenza di un centro di pressione, viene genialmente inter- pretata come rappresentante analiticamente le condizioni insta- bili d’'equilibrio di masse vetrose che per piccole deformazioni possono essere completamente disgregate. Ingegno versatile Egli conosceva profondamente tutto il campo delle teorie analitiche e delle loro applicazioni a que- stioni fisiche e meccaniche; nè cessò d’interessarsi delle que- stioni tecniche, oggetto primo dei suoi studi. Egli aveva così acquistato nel suo lavoro scientifico quel senso speciale di metodo e di ragionamento, che solo proviene dalla conoscenza non superficiale di tante disparate dottrine. Senso di equilibrio tra i mezzi e lo scopo, che mantiene l’analisi lontana da spe- culazioni troppo astratte e mette nelle mani dello studioso dei 580 CARLO SOMIGLIANA fenomeni naturali i mezzi più potenti per arrivare a rappresen- tarli in modo semplice e preciso. | Ad una così vasta coltura nel campo delle scienze fisiche e matematiche, ad un così intenso desiderio di sapere, non cor- rispondeva nel Morera che uno scarso interesse per le scienze che non fossero la sua. E ciò per un suo modo particolare di vedere che lo portava ad escludere, e quasi a temere, tutto ciò che non fosse coltura completa e strettamente scientifica. Nel suo discorso inaugurale del 1889 all’Università di Genova dopo aver ricordato un detto curioso del Tait “ Schivate la scienza “ popolare, essa è tanto più perniciosa, quanto più pretenziosi “ sono quelli che la diffondono ,, soggiunge: “ Nella scienza chi “ ha cognizioni salde e profonde, in un campo anche ristretto, _“ possiede una vera forza e all'uopo sa giovarsene; chi invece “ ha solo cognizioni superficiali, anche molto estese ed appari- “ scenti, possiede nulla, anzi spesso ha in sè un elemento di “ debolezza, che lo sospinge alla vanità ,. Giudizio magnifico; che non deve però essere spinto all’ec- cesso, cioè fino a portarci ad una coltura esclusivista, che faccia trascurare tutto ciò che non è prodotto dal campo che noi col- tiviamo. Oggi che la scienza domina e trasforma tutta la vita intellettuale e morale, è pur d’uopo che un cultore di scienza abbia un’idea, sia pure sommaria, ma chiara del movimento d'idee che anima i campi limitrofi al suo e dei risultati che in essi st raccolgono. È del resto il Morera aveva mente agile e versatile per afferrare ed apprezzare qualsiasi manifestazione intellettuale. La sua vita dedicata per intero ad una alta idealità disin- teressata, che ne assorbì ogni energia; le eccellenti qualità del suo carattere leale, rettissimo; la sua serenità nel giudicare uomini e cose; l’arguzia incisiva del suo conversare; l’estrema coscienziosità in ogni contingenza, non meno che il suo alto valore scientifico, lasciano in tutti quelli che lo conobbero, gli furono amici, un indimenticabile ricordo. L'Accademia, l'Uni- versità, il paese nostro, possono scrivere il nome di Giacinto Morera fra quelli dei loro uomini migliori. COMMEMORAZIONE DI GIACINTO MORERA 581 ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI È Giornale di Matematiche di G. BatrAGLINI. . Sul moto di un punto attratto da due centri fissi con la legge di Newton (Vol. XVIII, 1880). di, Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino. . Sopra una nuova costruzione geometrica del teorema dell’addizione degli integrali ellittici (Vol. XV, 1880). . Sulla separazione delle variabili nelle equazioni del moto di un punto ma- teriale su di una superficie (Vol. XVI, 1881). . Sulle proprietà invariantive del sistema di una forma lineare e di una forma bilineare alternata (Vol. XVIII, 18883). . Sul problema di Pfaff (Vol. XVIII, 18883). . Sulle equazioni generali per l'equilibrio dei sistemi continui a tre FAMA sioni (Vol. XX, 1884). . Sulla rappresentazione delle funzioni di una variabile complessa per mezzo di espressioni analitiche infinite (Vol. XXI, 1886). . Sul problema della corda vibrante (Vol. XXIII, 1888). . Sulla definizione di funzione di variabile complessa (Vol. XXXVII, 1901). . Sulle equazioni dinamiche di Lagrange (Vol. XXVIII, 1901). . 1 sistemi canonici di equazioni ai differenziali totali nella teoria dei gruppi di trasformazioni (Vol. XXXVIII, 1903). . Sull’attrazione di un ellissoide eterogeneo (Vol. XXXIX, 1904). . Complemento alla Nota precedente (Id. id.). | . Sulle equazioni dinamiche di Hamilton (Vol. XXXIX, 1904). . Sull’attrazione degli strati ellissoidali e sulle funzioni armoniche ellissoi- dali (Vol. XLI, 1906). . Intorno all'equilibrio dei corpi elastici isotropi (Vol. XLII, 1907). . Francesco Siacci; Commemorazione (Vol. XLIII, 1908). III. Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino. . Sulla integrazione delle equazioni ai differenziali totali del secondo ordine (S. II, T. XLII, 1902). . Sulla attrazione degli ellissoidi e sulle funzioni armoniche ellissoidali (Id., T. LV, 1905). 582 CARLO SOMIGLIANA Pi > © 090 SI gen Lia 12. LE Rendiconti del R. Istituto Lombardo dai Scienze e Lettere. . Sopra una formola fondamentale di Meccanica analitica (S.I1I, Vol.XV, 1882). . II * Teorema fondamentale nella teoria delle equazioni armoniche del moto , del prof. Siacci (Id. id.). . Il metodo di Pfaff per l'integrazione delle equazioni a derivate parziali del 1° ordine (Id., Vol. 16, 1883). . Intorno alla risoluzione di certe equazioni modulari (1d., Vol. XVIII, 1885). . Sui sistemi di superficie e le loro traiettorie ortogonali (Id., Vol. XIX, 1886). . Un teorema fondamentale nella teoria delle funzioni di variabile complessa (Id., Vol. XIX, 1886). . Un piccolo contributo alla teoria delle forme quadratiche (1d., Vol. XIX, 1886). . Sulle derivate seconde della funzione potenziale di spazio (Id., Vol. XX, 1887). . Intorno alle derivate normali della funzione potenziale di superficie (Id., id.). . Intorno all’integrale di Cauchy (Id., Vol. XXII, 1889). . Intorno ai sistemi di equazioni a derivate parziali del 1° ordine in invo- luzione (IA., Vol. XXXVI, 1903). vd Atti della R. Accademia dei Lincei. . Sull’equilibrio delle superficie flessibili ed inestendibili (S.IT1, Vol. VII, 1883). . Sui moti elicoidali dei fluidi (S. IV, Vol. V, 1889). . Sulle equazioni fondamentali della termodinamica (Id., vol. II, 1891). . Sulla capacità termica dei vapori (Id., id.). i . Soluzione generale delle equazioni dell'equilibrio di un corpo continuo (S. V, Vol. V, 1892). . Appendice alla Nota precedente (Id., id.). . Un teorema fondamentale di Meccanica (Id., Vol. II, 1893). . Alcune considerazioni relative alla Nota del prof. Pizzetti: Sull’espres- sione della gravità alla superficie del geoide supposto ellissoidico (Id., Vol. III, 1894). . Stabilità delle configurazioni d'equilibrio di un liquido in un tubo capil- lare di rotazione attorno ad un asse verticale (Id., Vol. XI, 1902). . Sulla trasformazione delle equazioni differenziali di Hamilton (Id., Not.X1L 1908), | Alcuneconsiderazioni sulle funzioni armoniche ellissoidali(1d.,Vol.XV,1906). Sulla funzione potenziale di un doppio strato ellissoidieo(14., Vol. XVII, 1908). VI. Mathematische Annalen, . Ueber einige Bildungsgesetze in der Theorie der Theilung und der Trans- formation der elliptischen Functionen (Bd. XXV, 1885). . Ueber die Integration der vollstiindige Differentiale (Bd. XXVII, 1886). COMMEMORAZIONE DI GIACINTO MORERA 5835 NAT, Beriehte iiber die Verhandlungen der K. siichsischen Gesellschaft È DI DI Pai der Wissenschaften zu Leipzig. Zur Transformation und Theilung der elliptischen Functionen (Bd. XXXVII, 1885). VIII Rendiconti del Circolo matematico di Palermo. . Sui sistemi di forze che ammettono la funzione et w La SH . Alcune considerazioni relative all’equazione differenziale È SÒ 10 3: là i (T. VII, 1898). . Sopra una formola di calcolo integrale (T. X, 1896). . Sui polinomi di Legendre (TT. XI, 1897). IX. Rivista di Matematica di G. Pravo. . Osservazione relativa al resto nello sviluppo di Taylor (Vol. II, 1892). . Dimostrazione di una formola di calcolo integrale. xD. Il Nuovo Cimento. . Sulla espressione analitica del principio di Huygens (S.IV, Vol. II, 1895). . Intorno alle oscillazioni elettriche (S. V, Vol. III, 1902). . Sulla teoria dell’ellissoide fluido in equilibrio di Jacobi (lettera al prof. Vol- terra) (Id., Vol. XVI, 1908). XI. Giornale della Società di Letture e Conversazioni scientifiche I di Genova. . Sulla integrazione delle equazioni a derivate parziali del 1° ordine (Anno X, 1887). XII. . L'insegnamento delle Scienze matematiche nelle Università italiane. Discorso inaugurale per l’anno accademico 1888-89 nella R. Università di Genova. . Lezioni di Meccanica razionale. Litografia Paris, Torino, 1902. Gli Accademici Segretari LoRENZO CAMERANO. GAETANO DE SANCTIS. 584 CLASSE SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 24 Aprile 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti i Soci: BosenLi, Vice-Presidente dell’Acca- demia, Manno, Direttore della Classe, ArLievo, RENIER, PIZZI, CaIRONI, RUFFINI, STAMPINI, BRONDI, Srorza e De SAncTIS Se- gretario. — Scusa l’assenza il Socio CARLE. E letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza antece- dente, 10 aprile 1910. Il Socio ReNIER presenta per l’inserzione negli A#i una Nota del Dr. Paolo NegrI, col titolo: Note e documenti per la storia della Riforma in Italia. 1. Venezia e Istria. Il Socio Prizzi, anche a nome del Socio STAMPINI, legge la relazione sul lavoro del signor Emilio Pinna, intitolato: Il ciclo delle stagioni; poemetto lirico-erotico tradotto dall’indiano antico con note critiche sul testo e sull’interpretazione e un raffronto col Meghadita. La Classe approva la relazione con voto unanime; delibera a scrutinio segreto la stampa del lavoro del Pinna nei volumi delle Memorie. Il Socio StamPINI, anche a nome del Socio De Sanctis, legge la relazione sulla Memoria del Dr. Massimo LENCHANTIN Dr GuBERNATIS, intitolata: La polimetria nella commedia latina. 585 La Classe approva all'unanimità di voti la relazione e poi de- libera con pienezza di voti segreti l’inserzione dello scritto del LencHANTIN nelle Memorie accademiche. Raccoltasi poscia la Classe in seduta privata, procede alla elezione del Direttore e del Segretario della Classe scaduti per compiuto triennio, e sono riconfermati in detta carica il Socio Manno ed il Socio De Sancris, salvo l'approvazione Sovrana. IASSNMISNSSINSSANSNSNASNANI SN un (0.0) (Cop) PAOLO NEGHI LETTURE L) Note e documenti per la Storia della Riforma in Italia. I. Venezia e Istria (1). Nota del Dottor PAOLO NEGRI. Sebbene manchi una storia compiuta della Riforma in Italia, che è desiderio di molti, tuttavia le indagini qua e là fatte negli archivi e gli studi che si vengono pubblicando, sia pure lentamente ed in maniera, per così dire, frammentaria, han tolto di mezzo molti errori e molti pregiudizi. Certo il moto della Riforma in Italia non fu così rapido nè così vasto come nella Germania, nella Francia, nell’Inghilterra e nella Svizzera. Tuttavia gli studi più recenti han confermato quanto aveva già notato, e, s'intende, a modo suo, Girolamo Tiraboschi: “ Appena vi ebbe città d’Italia in cui l'errore non “ tentasse d’insinuarsi, e in quasi tutte trovò partigiani e se- “guaci. Il nome di Riforma che facevasi altamente sonare, la. taccia d’ignoranza, che non senza qualche ragione, davasi al- lora ai teologi, il corredo d’erudizione con cui si rivestivano le nuove opinioni, poteva facilmente trarre in inganno gli uo- mini dabbene non meno che i letterati. E molti di fatto furon coloro che dapprima si lasciaron sedurre, singolarmente prima che si celebrasse il concilio di Trento , (2). Vane sono ormai riconosciute quelle accuse per le quali lo spirito latino, nella sua imperturbabile serenità, privilegio di (1) I documenti riportati tanto in nota quanto in appendice sono tratti dall'Archivio di Stato di Parma, Carteggio Farnesiano. Mi propongo di ampliare e compiere a miglior tempo le ricerche archivistiche che per ne- cessità e doveri d’ufficio sono qui limitate all'Archivio farnesiano. Rendo vivissime grazie al chiar.»° prof. Pietro Fedele il quale volle rivedere questo lavoretto e giovarmi de’ suoi preziosi consigli. (2) G. Trraposcni, Biblioteca Modenese, I. Modena, 1731, pag. 20. - NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 587 nostra gente e pur segno evidente di morale inferiorità, sarebbe stato incapace di ogni sentimento men che profondo. Parimenti s1 potè dire che il nostro popolo quasi avvolto dalla maestà emanata dalla Reggia papale, respingesse l’audace e fredda dot- trina boreale, nemica d’arte nello splendido cinquecento, lasciando ai dotti, al principi, agli esteti la contemplazione di quei prin- cipî riformatori che potevano appagare la ragione ed esercitare lo spirito, ma non muovere l’animo ; si affermò che “ se le ten- “ denze letterarie della Riforma appaiono per tanta parte in contrasto con lo spirito della Riforma, l'avanzamento stesso della nostra coltura favorì la professione di ogni più azzar- data dottrina, perchè anche nelle nuove idealità, nelle dispute “ teologiche, nella teatralità dei giudizi inquisitoriali trovò pa- scolo e alimento il sentimento dell’arte, l'ambizione erudita delle classi colte, (1). Vero è che, allorquando la Germania st levò pronta come un sol uomo all’appello bellicoso di Martin Lutero, anche per l’Italia corse un brivido innovatore che si manifestò in ogni regione con varietà significativa di forme e di modi, ma collo scopo unico di scuotere quel formalismo sempre più vuoto di contenuto etico e morale ove miseramente naufra- gava lo spirito del cristianesimo. Che se dal risultato negativo ch'esso parve avere di fronte alle minacce e alla repressione rapidamente e spietatamente organizzata dal Sant'Uffizio si vo- gliano trarre illazioni sulla precarietà del movimento che pure. assunse fin dal principio forme gravissime, troppo si concede- rebbe alle facili conclusioni che fino a pochi decennî ebbero tanta fortuna nella nostra storia letteraria e civile. Lunghe e pazienti ricerche d’archivio, compiute infaticabilmente e indefessamente per ogni città e regione d’Italia potranno render conto di tutti i varî atteggiamenti morali del nostro popolo in quegli anni de- cisivi. E sarebbe gran fortuna che dopo gl’incitamenti dati da illustri scrittori, come, ad esempio, il Mariano e il Barzellotti (2), una serie ininterrotta di studiosi indagasse minutamente ogni figura, ogni fatto, ogni avvenimento generale o particolare di 66 % % ‘% (1) L. A. FerrAI, Bernardino Tomitano e l’Inquisizione, in “ Studi Sto- rici ,. Venezia-Padova, 1892. (2) Del Marrano, cfr. le Opere (ed. Barbera); del BarzerLomtI, Dal Ri- nascimento al Risorgimento, Palermo, 1910. 588 PAOLO NEGRI quegli anni agitati (1). La distruzione quasi completa o la ge- losa custodia degli atti processuali di eretici ed eresie richiede veramente un lavorio molteplice, fidente, anche se non sempre coronato da successo. A questi studi intorno alla Riforma in Italia daranno, senza dubbio, grande incremento, insieme ai Nuntiaturberichte aus Deutschland editi a cura dell'Istituto Storico Prussiano di Roma, le pubblicazioni già iniziate per opera particolarmente della “ Gorresgesellschaft $ di tutto ciò che riguardi il concilio di Trento, opera che promette di riuscire veramente monumentale e che colmerà una sentitissima lacuna. Segnerà essa un passo di più verso l'edizione diplomatica di tutti i documenti riguar- danti la vita civile e religiosa anche nelle età moderne, mentre le grandi collezioni che hanno reso possibile un rinnovato e intenso studio del Medio Evo, difettano gravemente man mano che ci avviciniamo al tempi più recenti (2). — Si sono a sufficienza illustrati gli sforzi eroici di quell’e- (1) Cfr. tra gli studi più noti quelli del Masi sui Burlamacchi e Renata d'Este, del FonraNA su Renata d'Este, dell’Amanre, del BenraTH su Giulia Gonzaga, del Boxwer su Fulvia Morato, del Youwna su Aonio Paleario, del BenratH su Ockino (28 ediz.), del MirLer-FrrrERO, del Campori e del Luzio su Vittoria Colonna, del Manzoni sul Carnesecchi, del MaccrIE Sul progresso ed estinzione della Riforma in Italia (trad. it., Genova, 1858), del Cantù su Gli eretici in Italia, del FontANA sui Documenti vaticani contro Veresia lu- terana in Italia, dell’AneLLI sui Riformatori italiani nel secolo XVI, del Coma su I nostri protestanti, del Fumi su Gli Eretici nell’ Umbria, del Rosi sull’Eresia in Liguria, del BarristeLLA sul Sant Ufficio e sull’Inquisizione nel Friuli, a Bologna e a Milano, dell’Amasine sul Sant'Uffizio a Napoli, del Davari sull’Inquisizione a Mantova, del Corvisreri sull’Inquisizione a Roma, del De Leva su Gli eretici di Cittadella, del PirccoLomini e del Sormi sul- l’Eresia a Siena, del Rora sulla Riforma a Milano. Si guardi ora il pode- roso volume di P. TaccÒi VentURI, Storia della Compagnia di Gesù in Italia, Vol. I (La vita religiosa in Italia durante la prima età dell'ordine), Roma- Milano, 1910, pagg. 305 sgg. Per più particolareggiate notizie bibliografiche rimando al capitolo sulla Riforma in Italia contenuto nel MòLLER, Lehrbuch der Kirchengeschichte (ult. ediz.). (2) Sul Concilio di Trento cfr. I. Susra, Die Roòmische Curie und das Concil von Trient unter Pius IV, vol. I, Wien, 1904 (“ Arch. Stor. It. ,, S. V, T. XXXVI, pag. 410-12) e il recentissimo studio di L. CarceRERI, Il Concilio di Trento dalla traslazione alla sospensione. Marzo-Settembre 1547. Bologna, Zanichelli, 1910. NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 589 letta schiera di porporati insigni quali il Polo, il Ghiberti, il Contarini, il Fregoso, e di donne quali Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, per un'interpretazione conciliativa della dottrina fon- damentale della Riforma, la quale, pur così accolta, avrebbe portato nella compagine del Cristianesimo mutamenti di non trascurabile importanza. Ma il fattore più notevole, che merita in tal caso la mas- sima considerazione, è senza dubbio il popolo. | Uscito dal Medio Evo dopo che le signorie l'avevano a poco a poco addomesticato coll’illusione della pace e della tranquil- lità, e abbagliato coi tesori d’arte profusi con piena ricchezza, entrato poi nel secolo XVI, quando le invasioni straniere cal- pestavano e sfrondavano tante glorie, era rimasto in gran parte estraneo alle discussioni e al fervore portati dagli studi umani- stici, e doveva ora guardare naturalmente con diffidenza ogni innovazione religiosa recataci d’oltralpe. Ma quando, evitate le astruserie, avesse intravisto sotto quelle parvenze dottrinarie un reale mutamento delle coscienze, una purificazione ed elevazione dello spirito sia pure attraverso e malgrado gli estesi e congegnati interessi della Chiesa, stra- namente alleata colla rinata civiltà pagana, il moto sarebbe esploso con rapidità fulminea e avrebbe gettato semi fecondi. E questo parve avvenire. Da Lucca, da Siena, da Firenze, da Perugia, dalle Romagne, da Ferrara, da Modena, dalla Liguria (1) sorsero ardenti figure d’apostoli, ben presto ascoltati da schiere elette di fervidi seguaci: là dove più stridente era il contrasto fra la bella e semplice dottrina cristiana e l’opprimente fasto ammantato di corruzione, nei conventi e nei monasteri, nelle anime più sentitamente pie e assetate della buona parola, ivi più vivida brillò la nuova luce di fede e di carità. (1) Al motivo economico come ad una causa della Riforma in Italia, ha recentemente accennato E. Rota, Il Giansenismo in Lombardia e i pro- dromi del risorgimento italiano, linee e appunti, in Raccolta di Scritti storici in onore del Prof. Giacinto Romano nel suo XXV anno d’insegnamento, Pavia, 1907, pag. 384 e segg., e meglio prima in La reazione cattolica a Milano, Pavia, 1906. Allo stesso scopo tendono gli studi di Gino Arras su La Chiesa e la Storia economica nel Medio evo. Cfr. “ Arch. della R. Soc. Rom. di Storia Patria i SATX, 150,181, 200, 590 PAOLO NEGRI Il popolo non si distingue dai principi nel dare sublimi ed eroici esempi di virtù, di abnegazione e di sacrifizio, quando Roma scuotendosi finalmente ad un'azione energica gravò la sua mano su di essi. Nella terra d’esilio di Francia s'incontrano la soave figura della spodestata Renata d'Este, cui volava il pen- siero accorato, dalle rive del Neckar, di Olimpia Morato, con l’angelica Renata Burlamacchi (1). Giovani fiorenti e fiduciosi, lasciati 1 parenti o la vecchia madre nello strazio e nel pianto, preferirono portar seco nelle nostalgiche brume del nord, che ne intristivano la fibra, il tesoro gelosamente cu- stodito delle credenze recentemente accolte; padri e madri, magistrati e medici, sacerdoti, monaci, uomini di lettere, maestri di scuola, artieri, contadini, barcaioli, turbati e dispersi da crudel destino gli affetti più cari, resistettero a lungo e ostinatamente con indomata costanza alle pressioni e alle minacce del potere ecclesiastico cui spesso tenea man forte il potere secolare. Che sarebbe avvenuto se il sentimento dei principi italiani, unito, come in Germania, alle rivendicazioni laiche contro le estese giurisdizioni della Chiesa, avesse, se non assecondato, almeno tollerato 11 movimento popolare ? Che forme avrebbe assunto questo movimento che così vivacemente divampò, e tante ade- sioni e tante illusioni fece concepire, qualora la gravità del- l'incendio suscitatosi in Germania non avesse chiamato a pre- cipitosa difesa le forze della Chiesa romana anche in Italia ? La disunione e le gelosie dei principi italiani, l'attitudine risoluta della Chiesa, gli sforzi sparsi e non coordinati dei riformatori italiani fecero necessariamente fallire un moto a cui occorreva maggior agio di penetrazione, una coscienza popolare più ma- tura, adattamento pronto e rapido alla riforma troppo presto balenata e sorta, e troppo presto soffocata. Una piccola circo- stanza avrebbe indubitatamente avuto per la storia conseguenze incalcolabili, e non ci avrebbe lasciati pensosi a chiederci se la mancata riforma fu per noi un danno, come credono i più, o un vantaggio. I luoghi più esposti al contagio e più aperti alle influenze straniere erano naturalmente i luoghi di confine. Anche non eccedendo nel vantare incondizionatamente la tradizionale libertà (1) Morkr, Masi, Fontana, Opp. citt. L NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 591 concessa dal governo della Serenissima, che, pur essendo più illuminato e prudente degli altri Stati, pure non merita lodi di mitezza e di tolleranza, che esso non ebbe, giacchè più che da altre considerazioni era guidato dal sentimento geloso dei suoi interessi e del suo diritto (1), è duopo riconoscere che la vici- nanza della Germania in fiamme e una certa longanimità da parte dei governanti contribuì a dare al movimento riformatore negli Stati. veneti un carattere più generale e deciso. Numerosi e insistenti giungevano d’ogni parte i lamenti alla Curia romana sull’eresia dilagante, sulla resistenza del governo veneto ad alutare la pronta repressione, o ad ostacolarla indirettamente con continue inframmettenze, con prudenza o con esigenze eccessive sui vari Juoghi ad ora ad ora pericolanti e bisognosi di urgente soccorso. Monsignor Mignanello annunziando l'arresto di un in- dividuo a Treviso fa rilevare aver questi confessato che non attendeva che un'occasione “ per pigliare una bandiera, et far “ predicare la legge evangelica , e poco appresso aggiunge che in Padova “ si vede il veleno molto universale et l animi de “ populi assai sollevati , (2). Il fermento cresceva di giorno in giorno, alimentato da un fatto nuovo e impressionante: l’entrata in campo, a pro’ delle nuove dottrine, di una schiera di predi- catori appartenenti a svariati ordini religiosi, ma per lo più ai poveri cappuccini, agostiniani, eremitani, minoriti, serviti, late- ranensi, disagiati e poverissimi (3). Scriveva fra Tommaso Stella, vescovo di Lavellina e futuro successore nel vescovado a Pier Paolo Vergerio (4) iuniore, al cardinale di San Clemente: “ Il fomento “ dell’heresie che oggi dì regnano, dipende per la maggior parte (1) A. BarrisreLiLa, Notizie sparse sul Sant Officio in Lombardia durante i secoli XVI e XVII,in * Arch. Stor. lomb. ,; S. III, vol. XXVII, pag. 121-132, iii (2) 6 Febbraio 1643. L’eresia era anche molto diffusa nei dominii d’oltre mare della Repubblica, come per Cipro ci informa il Vescovo di Cipro con lettere dell'11 sett. 1543. (8) Cfr. Fonrana, Doc. cit. passim; BartIsteLLA, Il Sant Ufficio e la Ri- forma Religiosa in Bologna, Bologna, 1905, pagg. 18-9 e segg. E. SoLmi, La fuga di Bernardino Ochino secondo i documenti dell'Archivio Gonzaga di Mantova, in “ Bollett. Senese di Storia Patria ,, pagg. 58 e segg. (4) Cfr. F. Swipa, Miscellanea, in * Archeografo Triestino ,, N. S., XIV, pag. 3. , Atti della R. Accademia — Vol. XLV. | 40 593 PAOLO NEGRI R da quelli che predicano. Preti d’ogni conditione, et frati simili- “ mente, Romiti et altre humilissime persone s’ingeriscono a pre- “ dicare et si non si pone rimedio a predicatori, certo S.°" mio “ Rev.®° et Ill. temo che ’1 male divenga irremediabile. Ognun “ disputa, ognun cicala et per fare iudicio de fideliss.° suo pare “ che finiscano con tutte l’heresie et biasmo di questa S.* Sede “ contro la quale tanto incrudeliti et fieri pareno questi animi “ che non bisogneria havessero alchuna occasione di male , (1). Qualche anno dipoi l'Arcivescovo di Corfù, lamentando che si fosse concesso di predicare in S. Stefano “ luogo di concorso et “ de grande importanza , a un frate “ chiamato il Volterra “ dell'Ordine di S.*° Augustino... huomo cattivo et di malissime “ opinioni ,, invoca da Venezia energici provvedimenti, perchè costui “ potrebbe infestare maggior parte di questo Populo, et “ facilmente cagionare uno scandolo di grandissima importanza, “ tanto più, quanto ch'io vedo, che la maggior parte degl’huo- “ mini di questa Città sono inclinati a quella maledittione , (2). Male aveva speso i suoi sforzi fra Bonaventura da Zara, il fiero accusatore del Vergerio, allorquando era riuscito con mille sacrifici ad avere i cappuccini in Venezia, sperando “ per “ via loro la redemptione de Israel ,, poichè era costretto poco dopo a scriverne con amarezza a Roma: “ Son certificato da “ fedelissimi testimonj che li Capuzinj heretici d’Alemagna seri- “ veno in Venetia a soi complici, li quali hanno fatto molte “ conventicule con li Capuzini che habitavano a la Zudecha (se- “ parati con muri da me alhora inscio di tale perversità), et “ hano tractato che Venetia si separi de lunione de la sancta “ ecclesia, per la qual hano sempre pugnato, et rebelli al summo “ pontefice non prestando obedientia, sperando che tuta Italia “ a lor exemplo apertamente si levasse contra la S.î* Ecclesia “ catholica. Et a questo fine dicti Capuzini hano uniti molti soi “ predicatori da mandare uno o doi per le cità ad exclamar et “ commover li populi suscitandoli in favor de li heretici. Kt “ hano messo effecto in le cita dove hano possuto con strage “ de anime robate a Cristo sotto velame de Cristo , (3). (1) Lettera del 6 febbraio 1543. (2) Lettera del 4 febbraio 1548. (3) Lettera dell’11 ottobre 1543. NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, Ecc. 5983 I procedimenti che dovettero intentarsi contro costoro ven- gono direttamente ad attestarci come l’eresia serpeggiasse in quel primo periodo di vita nelle nostre città più di quanto cer- tamente non si creda, nota con giustezza il Battistella (1); fiori- tura forse effimera, destinata a morire al -primo levarsi delle raffiche della reazione cattolica, ma pur sempre un fatto di cui è necessario e giusto che la storia raccolga ed esamini gli sparsi elementi. Tanto più che il Consiglio dei X pretendeva giustamente di aver parte essenziale nell’emanazione di provvedimenti che penetravano pur tanto nel diritto dello Stato; e suo era il de- creto col quale si prescriveva ai priori, ai privati e ai padri dei monasteri di S. Stefano esistenti in Venezia e nei domini della Serenissima “ ut in proxima et in futuris congregationibus seu capitulis ad eligendos praesides et officiales ipsorum mo- nasteriorum procedatis rite et recte per secretas ballottationes, omni ambitionis arte penitus amota, ut electiones ipsae fiant; de viris idoneis ac virtute probatis , (2). Per il suo carattere inquisitoriale il nobile consesso era naturalmente alieno a lasciar sorgere un’altra inquisizione con caratteri d’intolleranza e d’in- dipendenza, anche quando i disordini e le licenziosità di cui offrivano numerosi esempi i monasteri (3) non paressero invo- care, più che la giurisdizione ecclesiastica, la civile. A maggior - ragione doveva sentirsi spinto su questa via quando il predetto monsignor Mignanello, precorrendo le teorie intransigenti del Bellarmino, cercava sostenere in pieno Consiglio che “ secondo “ el’ordini del Mondo, et secondo ogni legge divina et humana, el caso de la Reformatione de Monasterij era puro Ecclesia- stico, et spettava a l’auttorità di N. S.'° la cui B.r° è collo- cata in quella S.f2 Sede, che in simili negotij spirituali non errò mai, et non può errar , (4). Infine che il popolo non fosse anch'egli troppo tenero della K “% K“ 6 “ (1) Notizie cit., pag. 132. L. MorteanI, Notizie storiche della città di Pirano, in “ Archeografo Triestino ,, N. S., vol. XII, pag. 92. (2) Decreto a stampa del 10 aprile 1543. (8) Cfr. G. Marcorti, Donne e monache. Curiosità, Firenze, 1884, pagg. 143-185 e cap. XIII e P. MoLmenti, Storia di Venezia nella vita privata*, Bergamo, 1908, parte II, pagg. 536 e segg. SoLmi, La fuga cit., pagg. 29-30. (4) 14 Gennaio 1544. Lettera del Mignanello al Card. di S. Clemente. 594 PAOLO NEGRI ® controriforma che si prevedeva giustamente aggressiva e inva- dente si vide quando si adoperò a tutt'uomo col Governo perchè la designazione di Vicenza come sede di un sinodo conciliare abortisse, come di fatto avvenne (1). Nell’Istria poi le nuove dottrine, a fatica sboccianti altrove, acquistarono da un concorso di fatti speciali un aspetto pecu- liarissimo é distinto da ogni altro. Nulla infatti di simile, di- remo col Ferrai (2), ci offre la storia della Riforma: nell’àm- bito delle singole chiese episcopali il movimento religioso non scende già dall’alto in basso, ma è resistenza più o meno osti- nata all’autorità ecclesiastica costituita, e il più delle volte aperta ribellione, ma pur sempre parziale, del clero al suo pa- store, è transitorio turbine che non arriva a scuotere dalle fon- damenta l’edifizio secolare della tradizione. A Capodistria, a Pirano, a Rovigno, a Pola, le lettere di S. Paolo e i luoghi dell’Evangelo che più si prestano alle nuove interpretazioni sono invece letti e interpretati non conformemente al dogma catto- lico dagli stessi vescovi; sono essi che, nell’entusiasmo delle nuove dottrine, per iniziare nella loro diocesi la reclamata Ri- forma de’ costumi, delle credenze, del culto, se ne fanno propu- gnatori dal pergamo, diffondono nelle famiglie, nelle scuole, nei monasteri i libri che avidamente si leggono in Germania, e che a Venezia, a Roma e a Napoli non sono ricercati che dai lette- rati avidi di novità, dall’alta società ecclesiastica, dagli interes- sati della causa papale. | I motivi che indussero Pier Paolo e Giambattista Vergerio, l’uno vescovo di Capodistria, l’altro di Pola, ad assumere 1l loro atteggiamento, sono stati illustrati da una copiosa bibliografia, sebbene ancora si desideri sui due fratelli una monografia che li collochi, in tutta la loro interezza, nella loro piena luce (3). (1) B. MorsoLin, Il Concilio di Vicenza. Episodio del Concilio di Trento. (1537-1538), in “ Atti del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti ,, Venezia, 1888-89, S. VI-VII; e G. Capasso, I legati al Concilio di Vicenza, Parma, Battei, pagg. 6 ec segg., pag. 31 e segg. (2) FerrAI, Studi Stor. cit., 176-177. (3) La più copiosa bibliografia vergeriana è data dal Dr. Fr. HuBert, Vergerios publizistische Thdatigkeit nebst ciner bibliographischen Uebersicht, Gottingen, 1893 (Vedine recensione in ° Giorn. St. d. Lett. it. ,, XXIV, pag. 290-92). NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. ‘595 Una delle cause sarebbe da ricercarsi in ostacoli pertinaci e quasi astiosi posti dalla Curia romana a Pier Paolo in certe pretese d'ordine economico che ne avrebbero inasprito e aspreg- giato il carattere già naturalmente intemperante (1). Una tale particolarità merita davvero qualche considerazione, se pensiamo che anche Giambattista era alieno, o per amor del danaro o per ‘una qualsiasi affermazione d'indipendenza, a pagare pensioni 0 sovvenzioni sulla sua mensa episcopale, ordinate dalla Curia ro- mana (2). E le pretese di questa in campi che esorbitano da quello strettamente religioso, muovono e rivelano nel clero ve- neziano un diffuso spirito d'insofferenza, che per poco non origina dal patriarca d’Aquileia, che pure in questi anni è sì fido alleato di Roma e avversario del Vergerio, un atto d’altera affer- mazione (3). Altre notizie sulle lotte che si svolgevano tumultuosamente in quel giorni nell’Istria si possono trarre da parecchie lettere indirizzate da Pola ad Antonio Elio (4), già amico, poi implacabile avversario dei Vergerio e successore di Giambattista nella dio- cesi di Pola. Le due prime sono di Annibale Grisoni, celebre negli annali della controriforma istriana come istruttore dei tre processi contro Pier Paolo Vergerio e contro gli eretici dell’alto Veneto. (1) G. Capasso, Nuovi documenti vergeriani, Estr. dall’ © Arch. Stor. per Trieste, l'Istria e il Trentino ,, vol. IV, fasc. III. (2) Un certo D. Giuseppe De Bollis chiede per vicariato tenuto sotto Mons. Giambattista Vergerio il pagamento di “ ducatoni Lx in co” , invano chiesti al vescovo testè defunto. Lettera ad Ant. Elio del 6 Gennaio 1549. (3) Volendo i tutori di Marinetto Grimani avere libero il castello di S. Vito per il pupillo chiesero l'intervento della Curia romana contro il patriarca d’Aquileia. Questi, invocata e ottenuta l’assistenza dei Pregadi, fece opposizione vivissima a Roma, uscendo anche in minaccie esplicite e chiare, e solo a stento si indusse all’obbedienza, Altri motivi di lamento aveva il Card. Grimani, poichè impunemente alcuni malfattori avevano rubato dalla sua vigna nei dintorni di Roma una delle più belle statue di Venere che fossero in Roma. Lett. del 12 Gennaio, 24 Marzo, 19 Maggio, 22 Settembre 1548; 28 Settembre 1549. (4) Sull’ Élio cfr. G. B. Gorna nel Thesaurus Antig. et Hist. Italiae, Lugduni Batavorum, 1722; lo Srancovica, Biografie degli uomini distinti del- l’ Istria, Trieste, 1828, vol. I, pagg. 266 e segg.; L. FerRAI, Studi cit., pagg. 124 e segg. A. ZenattI, Sette lettere di Antonio Elio Capodistriano, Estr. dal- l'“ Archivio Stor. per Trieste, l’Istria e il Trentino ,. vol. IV, fasc. I, pagg. 3-9, e G. Capasso, Nuovi doc. cit., pagg. 3-11. 596 PAOLO NEGRI Il Grisoni, commissario apostolico di Capodistria, ricordato dal Papadopoli (1) come uomo dotto, e dal Vergerio per “ inet- tissimo bargello dei papi ,, dottore dei sacri canoni, conterraneo del vescovo riformatore, era stato uno dei suoi avversari più implacabili (2); e prima che a lui fosse affidata l'istruttoria che condusse alla deposizione e alla fuga di Pier Paolo, aveva inveito pubblicamente contro di lui, attribuendo alle sue malignità inno- vatrici la siccità e i mali cagionati in quell’anno dalle intem- perie (3). Dopo il concistoro del 3 luglio 1549 nel quale il pon- tefice, accogliendo le accuse contro il Vergerio (4), lo dichiarava spogliato della dignità episcopale, costringendo il vescovo spo- destato alle torture dell’esilio, il Grisoni continuò la sua opera di epurazione in quelle contrade così combattute dall’eretica pravità che, secondo il focoso Muzio, altro non meno accanito avversario dei Vergerio e amico dell’Elio (5), era divenuta un’an- fesibena, i cui capi serpentini tutto il corpo si affaticavano di avvelenare. Le lettere che riproduciamo in appendice (6) sono datate (1) Cfr. Historia Gymnasti Patavini, Venetiis, 1726, vol. Ii, pag. 67. (2) La parte rilevante avuta dal Grisoni nel processo risulta, oltre che dalle ricerche del FerraI, da un breve papale altamente laudativo, e da un secondo breve col quale si concede al Grisoni di estendere la sua in- chiesta a Conegliano e ai paesi circonvicini. Cfr. Fontana, Doc. cit., pp. 408-10. Brevi del 1° Febbraio e 20 Luglio 1549. (3) Cfr. FerraI, Studi Stor. cit., pagg. 112 e segg. (4) Cfr. C. H. Srxn, P. P. Vergerius pipstlicher Nuntius, Braunschweig, 1855, pag. 108. (5) Tra il Muzio e l’Elio passò ‘anche una certa amicizia (Cfr. ZenantI, Sette lettere cit., pag. 3 n.), che raffreddatasi alquanto sì rinvigorì nei me- mori anni della vecchiaia, quando cessato il rumore e trapassati i tempi degli ardori pugnaci, dei trionfi e degli onori, il Muzio sopravviveva ormai a se stesso. In una celebre lettera scritta pochi mesi prima della morte l'antico malleus haereticorum, riandando nella solitudine accorata gli eventi . fortunosi della sua vita battagliera e agitata, ricordava al Cardinal Farnese: “ Essendo ultimamente stato a Roma tre mesi in letto gravissimamente “ammalato et caduto della goccia, non è stata persona, che mi abbia sove- “nuto di un baiocco, o di un pane, se non quanto il Povero Patriarca di “ Hierusalem ha continuamente partito con me il pane della sua assistenza ,. Cfr. RoncHini, Lettere di Girolamo Mutio Giustinopolitano ecc. Parma, Car- mignani, 1864, pagg. 228-230. (6) Doc. I e II. NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, Ecc. 597 da un'epoca in cui il Grisoni molto aveva dato da dire e da fare. Poichè la sua venuta a Capodistria, determinata da un’or- dinanza del Santo Uffizio (15 novembre 1548), aveva vivamente impressionati i magistrati cittadini, che con una protesta for- male, ove dicevasi del Grisoni tutto il male possibile, accusan- dolo di parzialità nelle seguenti istruttorie, ricordandosi il suo passato feroce e intollerante in materia di fede, e la sua notoria avversione a tutta la nobiltà del paese, avevano mosso i capi dei X a invitare, sebbene con esito vano, il generale dei Con- ventuali a sostituire il Grisoni con chi sapesse tenere il delicato ufficio “ con quella sincerità e carità che se gli conviene ,. Una nuova protesta più vigorosa era quindi stata lanciata nel febbraio dell’anno successivo, accusando il Grisoni come stru- mento implacabile delle vendette dell’Elio, sfacciatamente par- ziale e intollerante. “ Egli si lascia così accecare dalla passione, da affermare cose che offendono la coscienza di ogni buon cri- stiano. Volete sapere a che strani paradossi non fa ricorso costui? In una sua predica non solo ci ha dissuasi dal leggere il Van- gelo, ma ha dimostrato tanta paura della parola di Dio da consigliare alle nostre donne più tosto la lettura delle Cento “ Novelle, dell’Ariosto e del Petrarca; questi libri, ha soggiunto, “ potranno farvi disoneste, ma il Vangelo vi farà eretiche , (1). Veramente l’azione del Commissario apostolico si sviluppa, nelle sue lettere alla Cancelleria segreta del Vaticano, assai attiva: il suo occhio vigile e sospettoso si estende da Pola e da Capo- distria a Fasana, a Oderzo, a Muggia, a Pirano, a Dignano (2), ad Albona, a Serravalle, sempre intento a notare indizi e segni, a raccogliere voci, a indicare a vendetta spietata i più capziosi onde intimorire i più, a sventare veri o presunti complotti che 1 vergeriani, privi della presenza e della voce del loro capo, ten- tano di fare nello scopo di resistere apertamente o di sfuggire all’azione ferrea dell’inquisitore. Il quale usa un amaro e crudele sarcasmo quando parla della folla che va illudendosi di avere (1) L. A. Ferrar, Op. cit., pagg. 183-4. (2) A Dignano l’eresia aveva assunto estensione e forme allarmanti anche tra il popolag(L. A. Ferrar, Op. cit., pagg. 148, 185-6 e segg. e Doc. I) e n’era strenuo fautore il parroco Lodovico Rasori, costretto poi alla fuga. Il Grisoni lo dice “ pessimo heretico ,. Doc. I. 598 PAOLO NEGBHI certi diritti, contro “la ignominia et insolentia de quei villani che vogliono usurpar la iurisdiction episcopale , (1), e difetta assolutamente di quella carità che dovrebbe sentire per quelli che, secondo lui, eran traviati. Note giuste ha egli quando la- menta che la diocesi di Capodistria sia lasciata in sì gravi fran- genti senza pastore, quando gl’insolenti “ meschini lutherani ,, fieri e alteri della loro fede, osano lanciar minaccie e insulti ai poveri cattolici ridotti anche da miserie naturali agli estremi; e che inoltre gli uomini migliori della diocesi possano sfuggire al recenti decreti che comandano la residenza, e, per mezzo di aderenze, godano soltanto le laute rendite, poco curandosi delle anime (2). Altri decenni occorreranno perchè il triste abuso sia sradicato, con grave danno della Chiesa. Infine il Grisoni non par troppo propenso a risparmiare le vite umane, sperando nel concorso del braccio secolare, ed è curioso il notare il tono arrogante di quest’uomo quando final- mente il Nunzio, ad acquietare gli esasperati capodistriani, aveva inviato, come avvertimento ed esortazione a tolleranza per il Grisoni, l’inquisitore fra Marino: “... non appartiene al Judicio “ seculare mitigar nè mutar la pena, perchè la cognitione, et decisione de queste cause de heresia, è tutta del Judice eccle- siastico, nè il seculare ha a far altro che meramente eseguire, et nol facendo incorre in gravissime censure , (3). Lo zelo eccessivo e intemperante del Grisoni fu in quei giorni fieramente biasimato da uno dei nobili di Pola ove il Commissario dell’inquisizione si recò, esaurite le principali in- chieste a Capodistria e Pirano, certamente non bene accolto da quella città che ne conosceva per fama il rigore. Egli stesso pare che fosse già stanco di inquisire e procedere contro gli eretici, quando questo suo sentimento non sia occasionato dal- (1) DI 6% (1) Doc. I. (2) Doc.I e II. Il male era diffusissimo. Già Ottonello Vida avevane rimproverato Pier Paolo Vergerio (Lettere volgari di diversi nobilissimi huomini, libro primo, Vinegia, mpxxxxvui), e lo stesso Elio, cui il Grisoni . rivolgeva questi giusti lamenti, erane per sua parte meritevole e il Muzio suo amico ebbe a rimproverarglielo (Le Vergeriane del Murio IusrIinoPoLITANO, In Vinegia, mpr, c 103 verso), ma per troppo breve tengpo. Cfr. A. ZenartI, Op. cit., pagg. 5-6. (3) Doc. II. » NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 599 l’essergli colà limitata la sua libertà d’azione dal Consiglio dei X, i quali avevano prescritto che ad ogni escussione di te- stimoni o di accusati dovesse assistere il conte di Pola, Gero- lamo Calbo (1). Maggior gravità acquista dunque la fiera requi- sitoria da questi inviata ad Antonio Elio, e non sempre si può pensare ad esagerazioni originate da urto di suscettibilità, se dei fatti più gravi egli offre ampie prove, se richieste. Le accuse del servirsi egli del delicatissimo ufficio per sue mire interes- (1) Doc. III. Notevole è il fatto che la magistratura veneta aveva de- liberato che ad ogni processo assistessero i Rettori, o un vicario, o altra persona del tutto indipendente dalla Curia romana. Ecco qual era l’ufficio suo secondo il frate compilatore dei “ Decreta S. Inquisitionis S. Officii , esistenti nella Bibl. Comunale di Bologna: Gli assistenti non giurano il “ silenzio, ma delle cose più gravi riferiscono al Principe. Assistono a tutto il processo e si nota negli atti la loro presenza; anche trattandosi di cosa di lieve momento, devono sempre intervenire, e senza di loro i pro- cessi sono nulli. Curano che senza licenza non si mandino nè processi nè carcerati fuori del dominio: non concede l’arresto di nessuno se non dopo un processo informativo al quale pure devono assistere , (BATTISTELLA, Op. cit., pag. 121, n. 2). Saggie disposizioni che si vedono chiaramente vio- late nello spirito che detta le missive del Grisoni e nella fiera accusa del conte di Pola. E non era difficile che il Grisoni passasse alla violazione aperta in quel contrasto di giurisdizioni “ seminato di compromissioni, di “ violenze, di astuzie, di debolezze, nel quale a volta a volta ciascun dei contendenti ha la sua sconfitta e la sua vittoria, ove se il Senato sempre ossequioso a parole, cerca tener testa alle pretensioni degl’inquisitori e del nunzio apostolico e non cede che quando il caso è disperato, pronto a rivalersi ad usura alla prima occasione propizia, la Curia romana, che sa d'avere un avversario difficile e poderoso, giuoca d’accorgimenti, e spesso tenta di conseguir di traverso quanto non può aver per via diritta , (BartIsteLLA, Op. cit., pag. 122). Nel caso nostro il Senato vene- ziano annovera una sconfitta di più, giacchè non solo il Grisoni non fu rimosso, ma proseguendo con novello ardore le sue severe istruttorie, in- dicava poco dopo al Sant’Officio una lista di 30 gravi indiziati, tra cui il letterato e valente medico Giambattista Goineo, che indi a poco pren- deva la dura via dell’ esilio, seguendo in Germania il maestro che lo ® aveva preceduto P. P. Vergerio. Cfr. L. MorrranI, Notizie storiche della città di Pirano, in “ Archeografo Triestino ,, N. S., vol. XII, pagg. 30-4 e spec. il Processus di Pirano pres. per Franciscum Famulum, de mandato Excellen- tissimorum D. D. Capitum Consilij X die ven. 8 Marti) 1554, documento importantissimo per la storia della Riforma dell’Istria, che il MartEANI ha tratto dall’ “ Archivio generale di Stato in Venezia , e pubblicato in parte nell’ “ Archeografo cit. ,, N.S., vol. XIII, pagg. 3 segg. “ “ “ “% “ (14 « 600 PAGLO NEGRI .sate o per vendette personali, la sfacciata subornazione dei te- stimoni, le intimidazioni, l’abusare, a scopo di gettare il terrore e lo scompiglio negli animi, dei segreti della confessione, la sua pericolosa ambizione che lo induce a massime immorali e lo rende spietato e despota colle povere monache; il tutto velato d'una fine ipocrisia, gettano una fosca luce su uno dei più im- placabili avversari del Vergerio e dànno anche ragione della relativa facilità con cui l’esteso fermento riformatore dell'Istria venne rapidamente trattenuto e poi soffocato (1). DOCUMENTI L, Molto Rev.d° mio Osser.m0 ADE Quanto a Don Hyppolito non dubbito che per essere la setta potente, et essersi lui fatto un Protheo con acquistarsi favori da persone, le quali per debito particolari dovrebbero impugnar lui, et la sua per- versa dottrina, porrà far credere a S. S.tà e a quelli Rev.mi Deputati che mal sia bene, et le tenebre siano luce; nondimeno è da aprir ben gli ochj perche el predicato suo è stato scandalosissimo, et al modo a ponto che tenghono i moderni heretici, come ho da persone dignissime di fede che l’hanno udito. L'una delle quali hora scrivendo per sua let- tere oltra molti altri particulari mi fa intendere che un famigliar de (1) Le pressioni d’ogni sorta, i torturanti interrogatorii, l’ inseguire i sospetti nei più riposti santuarii della famiglia e della coscienza senza tregua di tempo e di luogo, il costringere i singoli a pubbliche abiure e penitenze, una delle quali consisteva nell’andare in processione a piedi nudi con un candelotto in mano, col cilicio ai fianchi, e colla correggia al collo, gettava nello sgomento, nel terrore e nell’ umiliazione più dolorosa gli animi. È noto che il periodo lungo e laborioso in che si maturò la crisi religiosa del Vergerio, si risolse dopo che assistette alle angoscie dell’in- felice Francesco Spiera, il quale, accolte le nuove teorie religiose, le aveva abiurate, per cadere, negli ultimi giorni di vita, in tale disperazione da impazzirne. Anche questa circostanza, confermata dallo stesso Vergerio (Cfr. Frieprica HuBert, Vergerios publizistische Thitigkeit nebst einer biblio- graphischen Uebersicht, Gòttingen, 1893, pag. 16-17), merita seria conside- razione dagli studiosi della riforma religiosa in Italia. NUTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 601 Mons." Nuncio visitava spesso el predicatore, et haveva ditto ad esso che mi scrive che tutti li altri gli erano affettionatissimi, et s’harriano fatto tagliar a pezzi per amor de ditto predicatore, et che havevano posto ordine di non lassar intrar a Mons." Nuncio persona chi potessero presumer che volesse parlar contra el predicatore, gloriandosi di haver intertenuto forsi quatro hore un predicator de S. Dominico che voleva intrar per denunciarlo, il qual straccho del longo intertenimento pigliò per espediente di lassar la polizza della denuncia ad esso famigliar con speranza che la disse a ditto Mons." la quale lui portò al predicator, et prima la mostrò ad esso che mi scrive narrandoli el tratto. Ho posto in una Poliza qui inclusa i particulari che ho inteso di costui secondo che la mi impone, et un’altra poliza, di uno de questi fratelli, il quale ha udito et parlato privatamente con esso predicatore. Et non dubbito che si trovaranno testimoni degni di fede che diranno la verità quando siano examinati da persone, che la vogliano, intendere con diligentia et fede. Donde ch'io supplico che se gli attenda, perche se costui passasse impunito e senza farne dimostration publica segui- rebbe scandalo grandissimo et ruina de molte anime, le quali non si provedendo restariano ingannate. Aspetto con molto desiderio la Santa eletione del vescovo di Capo- distria sperando, che poi ch'io veggo quelle cose andar in Ruina come abandonate da questi che doveriano, haverne cura, vivo con speranza del novo pastore debbi pascere el suo grege di scientia, et dottrina sana, et ridurla all’ovile. Intanto non mi spiacceria perche mal va avanti che quei, che quei Rev.®i o provedessero loro, o dessero stretta commission a Mons.” Nuncio, che fusse prohibito a Jacomo. figliol de Joan Vicenzo de Constantino de Capodistria heretico convinto, et in parte confesso nel mio processo, l’insegnar grammatica a putti. Questo dico perche e stato condutto per maestro di scuola nella terra de Mugia diocese de Trieste luogho infetto et continuando l’ufficio l’officio facilmente cor- romperà quella gioventù, di che in vano ne ho fatto instantia più volte, Medesimamente vorrei che si provvedesse che Hier.®° figliolo de Ieronima di Pola de Capo d’Istria relapso non potendosi haver nelle mani come par che non si possi, fosse bandito di terre e luoghi di questo dominio, essendo el caso suo così sotto a qualche castigo suo et terror delli altri, 1 quali forsi se moveriano a venir a penitentia. Aspetto al tutto la citatione contra el prete di Fasana come ho già instato perche andando le cose come vanno non veddo altro ordine di sanar la diocese di V. S. se non citando alcuni di quei preti fra di quali è da tener conto del pievan da Dignano pessimo heretico, et di doi di Albona, li quali sono convinti nel processo ch’io ho fatto a Pola et citati in questa forma saranno causa di spavento et salute delli altri. 602 PAOLO NEGRI Non tacero che padre Perino Baldo il quale officiava alli Morlacchi fuori de Dignano per la sua perversa eresia, et scostumata vita, gli era venuto in tanto fastidio, che non potendo ottener da me quando era ivi la remotion di costui per la resistentia che fece el podesta de Di- gnano contro el qual non sento ancor che si faccia provision alcuna, venne a Venetia dove con intervento mio ottennero da Mons.” Nuntio che fusse commesso al Vicario de V. S. che rimosso padre Perino, et trovato esser idoneo un certo padre Matthio lo deputasso capellano di coloro, et per l'avviso ch'io ho da Pola è stato rimosso padre Perino, et non se trovando in partibus quel padre Matthio che fu così mal trat- tato dal podestà de Dignano, non gli è sta datto altro capellano, et mi è scritto che gli homini de Dignano habbiano a star loro quelli che habbiano a dar el capellano, et non il Vicario della S. V. La qual di qua può pensare quanta sia la ignominia et insolentia de quei villani che vogliono usurpar la iurisdietion episcopale non solamente in pregiu- dicio di lei, ma anche della commissione de Mons.* Nuncio. Et questo viene perche non si provede a quel che tanto importa, dico alla electione che si hanno usurpato quei homini del pievano et canonici per via de questi signori. Alla quale è necessario al tutto di provedervi con l’au- thorità di S. S.t8 come tante volte gli ho scritto. Ne volendo esser più longo alla S. V. molto mi raccomando. Camillo medemamente umilmente a quella si raccomanda desiderando che suo fratello fosse salutato da sua parte et fatta escusa che non rescrive alle sue per altri impedimenti che ha al presente, et che sia sollicitato anche lui a far quel che po acioche questo predicator non sia lassato entro il debito castigo di soi errori. Dopo scritta ho inteso chel prete di Fasana è sta constituito in persona. Di Venetia alli 20 de Luijo de 49 Di V. 6. Rev.? Ser, tor D. ANNIBAL GRISONIO. AI molto Rev.t° sig.” mio osser, m9 mons. Antonio Helio eletto di Pola In Roma Alla Cancelleria secreta di S, S.tè NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 603 EE; Molto Rev.9° mio osser.m0 Io ho scritto altre volte alla S. V. et hora li replico di esser disposto ad accettar tutte la obedientie le quali me fossero imposte che portas- sero seco fatica, ma non così indistinetamente quelle, che venessero con honore o utile, e perche quella della quale la mi scrive per le ultime sue, e della prima sorte io l’aecettarei non solamente volentieri, ma alegramente maxime essendo causa pertinente alla santissima fede, quand’io vedessi dalle mie fatiche riuscirne frutto in gloria del Signore. Ma con- siderate le gran fatiche, fastidij, calumnie, oltragi, et strapazzamenti pa- titi nella inquisition de l’Istria con tanto pocho frutto mi casca l’animo di pigliar nove fatiche, parendomi di odorar che sia mente di questi signori di mettere in silentio le cose de l’Istria. Il che se facessero saria la compita ruina e delle anime et di corpi: Perche sono tanto insolenti 1 meschini lutherani hora minacciando, hora insultando a catholici, di- cendo di voler patir più presto ogni tormento che rinegar Christo, et i poveri catholici afflittissimi, et ridutti ad estreme necessità di farne per li flagelli della morte di olivari, del non essersi fatto sale, et della crudel tempesta che ha ruinato mezzo el territorio, havuti come credono per questa pestifera heresia, ch'io temo che non si taglino a pezze. Però saria da sollicitar che se ne facessero venir doi altri da Capodistria de più seditiosi, che sustentano gli altri nella pertinacia procurando con la debil pena de pochi di sanar gli altri tutti, et attender poi a Pirhano de onde hebbi lettere hieri, che Marco Caldana heretico già antico, et il medico della terra, lo quale io scopersi capo de heretici, convinto de assalssimi articoli hanno pigliato espediente di mandare padre Joanne Ravalico fin a Roma alla S. V. con lettere di favore del fratelo di lei, et 10 che ho la confessione di esso padre Johanne de molti articoli la mando in forma authentica con doi testimoni) contra de lui, acioche venendo, la S. V. operi che sia retenuto et castigato come merita, et non venendo, sia mandato una citazione personale contra de lui a com- parir in Roma. Costui finse di venire a Penitentia et io l’accettavo vo- lentieri ma poi pentito per conseglio de heretici con li quali lo vidi ragionar mi pagò de calcagni, et i0 temendo che corrompesse le anime della villa de Minimo gli interdissi l’andar là, et lo sospesi come la vedrà per la sententia la qual io mando, non havendo mai potuto ottener che si proveda contra di lui, et questo è il favore ch'io aspetto chella gli faccia a lui et a quelli chel mandano se la potesse, tenendo per certo che non sia bisogno di dirli, che in queste cause maxime non si ha de attendere a favore quia caro et sanquis regnum dei non possidebunt. 604. PAOLO NEGRI Pur havendo el braccio di signori farò l’obedientia imposta con quella fede et diligentia maggior ch'io potrò circa al novo breve. Se la espeditioni di dui de Capodistria pare sufficiente alla S. V. io me aquieto, et molto più concorro nel desiderio di lei che con ogni minor pena si tirassero alla obedientia quelli altri. Aspettamo con de- votione questa provision santa di Capodistria, che è già tempo et piaccia al Signore che la venga tale, como richiede el bisogno, perche io sento nominar’ alcuni gentilhomini venetiani, che non mi vanno per la testa. Non ho nominato Mons." Thodeschino, il qual invero mi è ami- cissimo, et perche è esposto alli oechij della corte, et perche pocho doppo el mio ritorno d'Istria un gentilhuomo di giudicio mi disse che tre erano in predicamento de haver il Vescovado, Mons." Thodeschino, M.r° Padovana, et il Fontana prete di Venetia, lo qual diceva di essere suo amico, ma non piacerli a questo grado per il suo cervello, et di- mandato da me delli altri dui se li piacessero fece col capo segno de no. Poi ho visto certe cosette che non mi lassano compitamente satisfar de lui. All’ultima parte della sua dico parermi che se la S. V. ferma el pensiero che l’ha conceputo, la farà cosa di grave danno alla chiesia di Capodistria, la quale resta abandonata, et destituta de ministri, perchè è talmente spogliata come io ho visto, che saria più presto da dargli persone nove, che levarli quelle poclie chella si trova de havere, e tanto maggiormente ch'io resignai el mio canonicato a padre Daniel mio ne- pote con certa fede, che andasse a far la residentia personale, e nondi- meno revocato per lettere del Dominio forsi procurate da lui, o da soi amici, se ne sta in Venetia musico in S. Marco. Pero la ‘conforto et prego a persuader a costoro che servino alla sua chiesia posta in tanto bisogno. Non restaro de dire che quanto alla sententia de dui de Capodistria non apartiene al Judicio seculare mitigar ne mutar la pena, perche la cognitione, et decisione de queste cause di heresia, è tutta al Judice ecclesiastico, ne il seculare ha a far altro che meramente exeguire, et nol facendo incorre in gravissime censure. Questa mattina ho inteso che la causa del prete di Fasana si va intricando... Se in breve hora mandato non è data facultà di procedere contra el Vescovo Nimosiense che habita in Conigliano sara ben riformarlo, et non essendo posto Serravalle et Oderzo castelli vicini tutti tre dell’istessa Diocese di Ceneda machiatissimi saria parendo da farli ponere, per far una faticha et spesa sola in proveder a tutti. Vorrei che la S. V. mi rispondesse quel chella ha fatto o pensa di fare col generale o procurator dell'ordine di S. Agostino, et di Aracoeli NOTE EF DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 605 circa li predicatori di Pola et di Albona, acioche mi sappi governar col mio frate Antonino, dal quale ho lettere che intorno al natale pensa di andar a Pola trovandomi pero io ivi, o qualche altra persona, per discorrere per quelle ville et castelli seminando el divino verbo. Et ho lettere da quel canonico de Pavia ch'io haveva apostato per vicario et predicatore come homo spirituale pratico nell’officio di Judicar et molto più di predicar, et di exercitarse nelle opere pie pregandolo che almeno per sei mesi pigliasse l'impresa nel tempo non pericoloso, il quale final- mente, poi che m’ha detto che ha cura d’una parochia ben di pochis- sime anime, et serve a un ospital de poveri infermi, et confessa un mo- nasterio de monache, et ha altre simili imprese, si rimette alla obedientia del suo soperiore, il qual e il vescovo di Caurli suffraganeo, et vicario de Pavia, dal quale io non creddo che sia per haver questa obedientia per non discorvar quelle opere pie. Però volendolo saria bisogno di haver una obedientia per via di Roma o lettere di tale et tanto favore a quel suffraganeo che li comandassero chel desse questa obedientia. La S. V. ve porra pensar sopra, che inclinando in questo io ge serivessi poi el nome... et si daria ordine alli predicatori assignando a ciascun el loco suo, et io desidero grandemente che si lievi al pievan de Dignano da quel logho con una citation personale di comparer in Roma se ben non habbiamo concludente qua contra di lui per non haver io havuto io braccio de andar la. Ma habbiamo però molte cose che fanno iudicio grande et sufficiente al parer mio a citarlo et son certo che havuta la citatione fugira, che questo voglio a ponto, perche partito lui intrara el predicator extirpando la heresia et giovara questa partita anchora all’altra materia della provision della plebe ed altri benefici] de quel logo. Di Venetia alli 22 Luglio del’49 De V. S. Rev.® Servitor D. ANNIBALE GR. (fuori) Al molto Rev.%0 Sig.” mio osser.0 Mons.” Antonio Hello eletto di Pola In Roma Alla Cancell.® Secreta di S. S.tè 606 PAOLO NEGRI III. Molto reverendo Mons. Questi giorni ragionando con messer Gian- giacomo agente di V. S. essendo io per alcune mie faccende venuto a Vinetia, entrassimo a parlare di D. Annibale già creato inquisitore nel- l’Istria, et intesi dallui come V.S. non era anco bene informata de i. portamenti di costui, et che harebbe piacere di esserne da me avisata: il perchè non ho voluto mancare di farlo, et con brevità narrarle parte di quelle opere che ho fatte nel territorio di Pola; le dico adunque che essendosi D. Annibale partito di Capodistria, et di Pirano, dove ha fatto mille tristezze, et suscitate discordie che già s'erano acquetate, egli venne nella città di Pola, et non come semplice inquisitore, ma come et più ‘ che Vescovo di quel luogo, cominciò ad inquirere contra de i preti et altri di quella città con così sinistro modo, et mezzi così giottoneschi, che subito diede a conoscere a tutti, che ciò che faceva egli non lo faceva mosso da zelo di religione, ma. o da odio che portava al Vescovo morto perseguitando coloro che gli erano stati cari, o da qualche inte- resse più occolto, et forse più malvaggio. Egli prima cominciò contra l'ordine datogli ad esaminare testimoni senza l’intervento mio, corrom- pendo questo or quello, et facendoli dire a suo modo, talmente che fui sforzato a porgli freno, et fare che ei non potesse esaminare alcuno se non nella mia presentia. Ma non bastò però questo a raffrenarlo di modo che esso non cercasse con varie vie di subornare or uno et or un'altro per poter far danno ad alcuno, et riputazione a se. Et perchè in questa Diocesi sono due preti che sono assai accommodati, egli ha tentato per quante strade et mezzi gli sono stati possibili di fargli in- colpare che havessero detto alcuna cosa contro la Chiesa Romana: et ha mostrato in guesto un’animo tanto ardente, et ha usato modi così disonesti, che a tutti egli ha dato a credere, che ei facesse questo ancora ‘con consentimento di V. S. accioche essendo privati quei preti de i be- nefici loro ella potesse fare questo favore ad alcun suo: et publicamente con vostra infamia (il che mi duole), da tutti se ne ragiona, et di questo vostro fratello ve ne può far ampia fede, come colui che ne sentiva più mormorare più che non faceva io che me ne stava in Palazzo. Di poi non gli è bastato tutto questo, che per farsi anco meglio cognoscere, si faceva rivelare da alcuni preti et frati le confessioni, persuadendo loro che egli aveva autorità di poterlo fare: et 10 ve lo posso affirmare, perche esaminandosi uno dinanzi a me, essendogli addimandato di un certo articolo contra di un'altro, et egli rispondendo che non lo sapeva, costui gli disse udendo io: Or non l’hai tu detto in confessione? Cosa che ha tanto offeso et commosso l’animo di questo populo, che da voi NOTE E DOCUMENTI PER LA STORIA DELLA RIFORMA, ECC. 607 stesso lo potete considerare. Et se D. Annibale ne meriterebbe castigo 10 lo lascio giudicare a chi ha punto di ragione. Tutti questi mezzi et per mille altri che per brevità si tacciono, egli ha usati; ma vedendo che io, essendomi aveduto del suo ingiusto procedere, non lo lasciava far a suo modo, ne gli permetteva che esaminasse contra di alcuno alcun testimonio che gli fusse inimico, o in qualche modo suspetto, per fare che io non mi havessi ad impacciare in questa cosa per poter meglio far ciò che haveva in animo, et aggiunger a i detti de i testimoni, et far scrivere il falso, come ha fatto in Capodistria et Pirano, hebbe or- dine di scrivere al Rev.®° Legato che ancor io era Lutherano, et favoriva quelli che eran tali. Ma non li giovò perchè fu conosciuta la fraude et malignità sua, et il fine al quale tendevano le sue scelerate operationi. Ne qui si è firmato, che per poter meglio dimostrare che egli è un lupo in habito di pecora, si fece anco, senza che alcuno sapesse l'inganno, vicario di V. S. per havere maggior libertà ne preti. Delle cose che egli nel suo così legitimo vicariato ha fatte, penso che n’habbiate avuta no- tizia prima che hora, però 10 me le taccio. Dirò solamente questa (la quale forse vi parerà incredibile, ma tanti testimoni vi sono che non si può negare) che se egli presentiva alcun prete che tenesse femina, egli di subito glie la faceva lasciare, et se quel tale gli diceva che non ne poteva star senza, egli gli rispondea che lasciasse quella et ne prendesse un’altra: et qui nacque che in quei giorni furono commessi parecchi adulterij; io non mi posso imaginare che egli ad altro fine facesse questo, se non perchè essendo ambitiosissimo, volea in qualche modo dimostrare che havea auttorità grande. Ma che più? Non diceva egli che haveva tanta potestà in questi paesi, come se fosse un Dio in terra? Et per dimostrarla oltra le altre cosa che faceva, egli entrava per tutto ove andava ne monasteri di Monache: et essendo entrato ne î monasteri di S. Theodoro, et di S. Catherina di Pola, tanti atti vergognosi et ope- rationi così dishoneste vi fece, che l’Abadessa di S. Catherina mi fece intendere ch'io vi facessi provisione, perche egli contaminava quelle po- vere giovane. Si che io lascio considerare a V.S. che huomo deve essere costui. Et mi sarei molto meravigliato che in cosa così importante come è l'ufficio di inquisitore fusse stato mandato un huomo tale, se io non lo havessi conosciuto per huomo che sa fingere meglio il santo che huomo viva, et tanto dissimulare che ‘è cosa difficile che alcuno lo co- nosca, et lo creda huomo così malvaggio se non vede con gli occhi proprij le operationi sue, Il perchè la S. V. si risolva che nell’aspetto et nelle parole D. Annibale è il più santo huomo, et il più da bene che si trovi; ma nell’animo poi et nell’opere egli è il più tristo et il più scelerato che producesse mai la natura. Et se nella mente di quella è restata parte alcuna di buona opinione di costui, la scacci sicuramente; Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 41 608 PAOLO NEGRI — NOTE E DOCUMENTI, ECC. percioche tutto quello che io le ho scritto è la pura et semplice verità. Et se ad altri ancora ne dimanderete informationi, voi troverete che è huomo molto peggio di quello che io vi ho scritto. Or io sono per tornare fra pochi giorni al mio reggimento di Pola, per il che se a V. S. accaderà servirsi in alcuna cosa di me ella lo faccia sicuramente, ne fa mestieri che mi faccia scrivere per mezzo di alcuno, perche io tanto le sono affezionato che ben basta una parola. Non le dirò dunque altro. State sano. Di Venetia allo ultimo di Agosto 1549 Di Vis: HigrroniMmo Causo Conte di Pola. Al Rev, messer Antonio Elio Vescovo di Pola meritissimo In Roma. Relazione intorno al Ritusamhéara o il Ciclo delle stagioni, di Kdalidésa, tradotto e commentato da Emrnio Pinna. EGrEGI COLLEGHI, Il poemetto idillico-erotico, litusamhdra, cioè il Ciclo delle stagioni, di Kalidaàsa, poeta indiano del secolo VI dell'Era vol- gare, è uno dei più graziosi componimenti poetici della lette- ratura sanscrità. Ne appartiene al tempo così detto classico, quando, per- duta la primitiva spontaneità, il poetare, e, in generale, lo scri- vere, in India era diventato artificiosissimo e quindi difficilissimo, massime nei componimenti che vogliono essere leggiadri. Perciò, chi deve tradurre qualcuna di queste opere, incontra difficoltà gravissime per lo stile, per la lingua, per le allusioni riposte e oscure. Ora, il sig. Emilio Pinna, alunno della Facoltà di Lettere nella nostra Università, postosi volenterosamente alla prova, assai felicemente l’ha superata, traducendo il difficilis- simo componimento. Pur consultando la traduzione latina e la tedesca del Bohlen, ne ha ricavato una traduzione sua che sta bene da sè, ha corretto non pochi punti errati, ha emendato acutamente in alcuni luoghi il testo, ha dato insomma un buon 609. saggio di critica. Nè è mancata la parte estetica, perchè, oltre una breve introduzione letteraria, nell'ultima parte il Pinna ha istituito acuti e giudiziosi confronti con l’altro poemetto il Me- ghadita, cioè il Nuvolo messaggero, dello stesso autore. Questa parte è anche utile per la controversia se il Ritusamhéra sia 0 non sia di questo celebre poeta. La questione però rimane ancora insoluta. I Il Meghadiata fa già bellamente tradotto in ottave dal pro- fessore Giuseppe Morici (1). Di quest'altro poema mancava finora una traduzione italiana, volendo tacere di otto strofe statene ‘ tradotte dallo stesso Morici (2). Questa ce l’ha ora procurata il nostro egregio studente Pinna. I sottoscritti, pertanto, sono ben lieti di proporne a Voi, Egregi Colleghi, la pubblicazione nelle Memorie dell’Accademia. Sivegga almeno una. volta provenir qualche buon frutto anche dalla scuola delle lingue e delle letterature d’Oriente! ETTORE STAMPINI, I. Prizzi, relatore. Relazione sulla Memoria La polimetria nella commedia latina del Dr. Massimo LENCHANTIN DE GUBERNATIS. . Il dottore Massimo Lenchantin de Gubernatis nella sua monografia intitolata La polimetria nella commedia latina prende a studiare le ragioni per le quali Plauto e Terenzio, che pur ebbero a loro modello la véa xwuwdia, si sono, quanto alla me- trica, da essa allontanati, presentandoci una grandissima varietà di metri in confronto con lo scarsissimo numero di forme me- triche offerto dagli esemplari greci. A tale proposito, l’autore, esa- minate le parti ond’era costituita la commedia latina, canticum e diverbium o deverbium, nega l'originalità del canticum per ciò che riguarda la musica, composta, com'era, da schiavi che diret- tamente attingevano a greche fonti; e, valendosi di una recente (1) Roma, E. Loescher, 1891. ‘ (2) L. Moranpr e_D. Crampoti, Poeti stranieri, vol. I, pag. 114-15, Lipsia; Gerhard, 1904. . 610 scoperta d’un frammento lirico drammatico, che va sotto il nome del Grenfell, vi riconosce quella tecnica stessa la quale s’osserva nel canticum romano, seguendo in siffatta disamina le tracce del von Wilamowitz, del Crusius e specialmente del Leo; sì che la metrica di Plauto e Terenzio sarebbe, per il Lenchantin, una diretta continuazione di quell’ultima maniera euripidea dalla quale appunto si sarebbero svolte quelle tendenze che si riscontrano nella metrica dell’età ellenistica e si rispecchiano nel su men- zionato frammento Grenfelliano. Passando poscia a studiare con minuta analisi la questione della composizione strofica in Plauto, l’autore afferma col Sudhaus, alla cui teoria. dà pieno assentimento, che la metrica plautina è non solo in diretta continuazione con la ellenistica, ma altresì con la classica; inoltre, applicando anche a Terenzio la teoria del Sudhaus, passa a dimostrare che la metrica terenziana, nonostante la minor varietà che ci mostra, è, a sua volta, in di- retta continuazione della plautina. Ma poichè Plauto e Terenzio dovettero senza dubbio fare non poche concessioni al gusto del pubblico, sia per l'influenza esercitata dalle rappresentazioni dei° pivakes, sia per le tendenze determinate o alimentate dalla pri- mitiva drammatica romana, il Lenchantin si fa a considerare l’in- tricatissima questione del dramma popolare romano, accettando la conchiusione che il racconto liviano ha carattere etiologico; che, volendo Livio dare un nome alla drammatica popolare, gli tornò acconcia la voce satura; ma che la satura nella sua forma drammatica non esistette mai, mentre, invece, il dramma popolare precedente a quello importato dalla letteratura greca in Roma s'identifica con l’ Atellana. In questa avevan certamente molta parte il canto e la danza; il pubblico se n'era assai compiaciuto, ci aveva preso gusto, e mal perciò avrebbe tollerato sulla scena una commedia letteraria “ compassata come quella di Menandro ,. Per conseguenza dovendo i poeti comici romani tener conto delle esigenze del pubblico e non essendo essi stessi compositori di musica, dovettero sottomettersi anche a quelle delle ueXorpagia e puduorpagia greche: di qui la larga parte che nella commedia romana hanno i cantica. Questa è in breve la trama dell’accurata scrittura del Len- chantin. condotta con larga e sicura conoscenza de’ più recenti studi riguardanti la drammatica greca e romana e con scientifica 611 severità di metodo. Certo molto discutibili sono le conchiusioni a cul perviene; nè sembra che siano veramente decisivi gli ar- gomenti proprii e d’altrui, che egli adduce per confortare le sue affermazioni ne’ varii punti della tesi che tratta. Alcuni ri- marranno, per esempio, ancora scettici per ciò che concerne la responsione strofica in Plauto ed in Terenzio; alcuni potranno senza difficoltà opporre obiezioni al Lenchantin, in quanto nega l’esistenza d’una satura drammatica e sostiene l’identificazione dell’ Atellana col dramma popolare anteriore alla introduzione del dramma letterario; ma, poichè tutta la storia della dram- matica romana, compresa la commedia plautina e terenziana, è un tessuto di questioni e di controversie; quando l’indagine è condotta con l’accuratezza e la dottrina, di cui dà prova il Len- chantin, ha sempre il merito di spianare la via a ricerche ulte- riori, contribuendo alla soluzione d’importantissimi problemi. GarTANO DE SANCTIS ETTORE STAMPINI relatore. L’ Accademico Segretario GARTANO DE SANOTIS. gue ito, dn È are Pi Annia 06 Le Pa dif crt vii fapia Ha sari RO 0 A bb i spitogina tia hp RAS. iduadiag | SURE gdo rino): ind dive; ra: Magra irpiaginiotte 08 "ee dada: 1 pla) URTI ‘Rare, 0%; ORBITA — Agent, imiarzant mar ni bo, alianti. poppe SE00; SEA as, dit iiaudagoi | la isipisaido, DIGO, fool ara — atvipmbingn A Nadine SÙ, ibortargrignib. Piazzi gli lat nai 4 Di ‘ onpiaibori ila; Di ini aaglogog: aionid. fod: aunilatàHeb, È Sona Allalri pirati und SISI SE potro perni PRATO CIA) n = dini not e ida: a thoga THIOYI: cn BEITGIROR 1 DLL apr poi SIE - E Mi È LA cai di a, " grantaabali.;obeevgi, sgienzuoniona dh; o noto 16 03 us204 MI : Me pra ae mei dA sro, fi AIR ip He grandi: MUEGnO assalemnanit HOY-ASTabAog. A e r04fin gstaggalasgs cei vidi miansion RICO, ‘aderì sIL ME dis RI ogonore dl ufo pe - dall oloni Muoni a alta. salatini 109: ae a ner natanti nba ita tal Mirto i av de alt "i Sh RES Ò Sta $ È 4 ? o pai 2 VIA NO s 3 SR SANA ite Dina min dî “i, ri RIT: vente: A a Late > grane tie 0 bo feel Ù pui an vi lia #À ì e): idigt dica grin o thko be "SE de i SE si 1 È i Li d pia a Igt OMBAST va ea si ‘era petali SRI vir ; ì Ro dt Età . 40° fagi P | . IMIPIGAIIGO. © xi Liualta °-° BNRRososTo L i . [ Lo vo - Tia 4 o “è LORA î a. x dio i fa ua ia TOA i 4 | MU a * i È ni det af la; MON ata” LE ROCCATI,. Ricerche petrografiche ecc, Atti della R. Aoc. delle Scien. di Sozino, Vol, XLV. Off. Fototecnica Ing. Molfese. Torino MAPRII iva veri ale {legato PI &. SPEZIA. Presuntieffetti della pressione. Atti della R. Acc. delle Scion. di Forino. Vol. XLV. Off, Fototecnica Ing. Molfese. Torino Lo ei pei ES hide A ae d vip È Rina I Nr GIOLITTI e TAVANTI - Ricerche sulla fabbricazione dell'acciaio cementato - VII. Fig. Fig. 8. i Torino: Vol DE renze d Sc delle della R. Accad 17 Att Fig. 4. 1, Ù mr e “x DI _ ' la Ù Ò . F ì ' n il » - di AI ni Utti della A. Plevad delle Scienze di Torino. Vol XE GIOLITTI e TAVANTI - Ricerche sulla fabbricazione dell'acciaio cementato - VII CLASSE SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 1° Maggio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO i PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: SALVADORI, SPEZIA, SEGRE, PEANO, JADANZA, GuaRrESscHI, Guipi, FiLeri, MaTtTIROLO, Grassi, Fu- SARI e PARONA, ff. di Segretario. | | Si legge e si approva il verbale della seduta precedente. Scusano l'assenza; il Direttore della Classe NAccarI, il Se- gretario senatore CAmeRANO ed i Soci Foà e SOMIGLIANA. Vengono presentate per l'inserzione negli Atti le note se- guenti: 1° Socio G. Grassi, Raddoppiamento della frequenza di una corrente per mezzo di lampade a filo metallico; 2° L. CoLomBa, Sopra alcuni minerali dell’ Alta Valle di Aosta, dal Socio SPEZIA. Il Socio GuIpi presenta una Memoria del sig. Ing. Gustavo CoLonneTrtI dal titolo: I sistemi elastici continui trattati col me- todo delle linee d'influenza. Il Presidente incarica i Soci SEGRE e Guipi di esaminarla e riferirne all'Accademia. Il Segretario, a nome del Socio NACccARI, presenta una Memoria dei signori A. CampertI e C. DeLeROsso : Sull'equilibrio di coppie di liquidi parzialmente miscibili. Il Presidente incarica dell'esame e della relazione i Soci NAccARI e GRASSI. E NISSAN SAD NANA NA A A E Atti della R. Accademia — Vol. XLV. S 492 614: GUIDO GRASSI LETTURE Raddoppiamento della frequenza di una corrente per mezzo di lampade a filo metallico. Nota del Socio GUIDO GRASSI. Descrivo un esperimento, che credo nuovo, per mostrare come si possa, data una corrente alternata, produrne un’altra di frequenza doppia con una semplice SERIETA di circuiti, senza organi in moto. Approfitto perciò della nota proprietà delle lampade metal- liche di presentare una resistenza elettrica che cresce rapida- mente coll’aumentare della temperatura. Se in un sistema di circuiti disposti a ponte di Wheatstone, uno dei lati del ponte contiene una lampada a filamento metallico, e si manda nel sistema una corrente alternata, la resistenza della lampada va continuamente oscillando intorno ad un valor medio. Ne segue che se il ponte è in equilibrio per questo valor medio, non lo è più appena la resistenza della lampada da questo valor medio si scosta; e siccome la oscillazione della resistenza compie un periodo intero ad ogni mezzo periodo della corrente, si ottiene nel ponte una corrente di frequenza doppia. Per aumentare l’effetto conviene porre una lampada a fila- mento di carbone nel lato contiguo a quello che contiene la lampada metallica. Siccome la resistenza del carbone diminuisce col crescere della temperatura, con questa disposizione si som- mano i due effetti. Anzi si può ancora rinforzare la oscillazione di frequenza doppia costituendo tutti i quattro lati del ponte con lampade ad incandescenza, due a filamento metallico e due a filamento di carbone, ponendo quelle dello stesso tipo nei lati opposti. | Ho ripetuto l'esperimento colle varie disposizioni ora de- scritte, e le previsioni furono pienamente confermate. Mi servii STREVTTIOO RADDOPPIAMENTO DELLA FREQUENZA DI UNA CORRENTE, ECC. 615 di un doppio oscillografo, per mezzo del quale potevo rilevare la curva della tensione applicata, e la curva della corrente nel ponte. La figura è una delle fotografie eseguite colla disposi- zione a quattro lampade inserite nei quattro lati del ponte. La curva di periodo maggiore è quella corrispondente alla tensione applicata; l’altra è quella della corrente che passa nella diago- nale del ponte. I I I Evidentemente bisogna che vi sia pure in aldo lato in- serita una resistenza addizionale, variabile per mezzo di un corsolo, onde sia possibile regolare il ponte. Spostando il cor- soio si osserva che la curva di doppia frequenza si deforma ; la deformazione s'inverte se lo spostamento si fa in verso con- trario; ma vi è una posizione media del corsoio alla quale cor- risponde la curva di doppia frequenza perfettamente regolare, che dimostra la presenza nel circuito del ponte di una pura corrente alternata di frequenza doppia. Quando, spostando il corsoio, si manifesta la deformazione, ciò significa che all’onda di doppia frequenza si sovrappone l’altra onda principale. Nella figura si vede che all’onda di doppia frequenza è sovrapposta una leggera ondulazione di frequenza semplice; evidentemente perchè nel momento di prendere la fotografia il ponte si era leggermente squilibrato. Riconosciuta per tal modo che l’onda di frequenza doppia prodotta dalle lampade metalliche è di tale intensità da pro- durre effetti così spiccati, volli fare anche la prova se fosse 616 GUIDO GRASSI — RADDOPPIAMENTO DELLA FREQUENZA, ECC. possibile rilevarne la presenza direttamente in un circuito or- dinario contenente lampade metalliche. Bisogna ricordare a questo proposito, che se ad un’onda di data frequenza sì sovrappone la prima armonica pari, cioè quella di frequenza doppia, l’onda risultante risulta dissimme- trica, e se l’armonica non è in fase coll’onda fondamentale, si ha una risultante in cui il valor medio del semiperiodo negativo è diverso dal valor medio del semiperiodo positivo. | Uno strumento, come un galvanometro ordinario ad ago magnetico, le cui indicazioni siano funzione del valor medio della corrente, dovrà dare un indizio della presenza dell’armo- nica di frequenza doppia, deviando nel senso del semiperiodo che ha il valor medio più grande. Ho fatto la prova con un galvanometro ad equipaggio molto leggero, per evitare che funzionasse lo strumento come balistico, nel qual caso la sua deviazione sarebbe proporzionale alla quantità di elettricità e non alla intensità media della corrente; e allora non potrebbe rivelare la presenza dell’armo- nica pari, perchè le quantità di elettricità son sempre eguali nel due semi-periodi, malgrado la deformazione della curva. Lo strumento adoperato era un galvanometro Siemens del tipo corazzato, perchè nel mio laboratorio non posso adoperare il tipo comune, a cagione delle forti perturbazioni prodotte dalle linee tramviarie. Posi questo galvanometro in derivazione su di una piccolissima resistenza messa in serie con una lampada metallica (lampada Z a tungsteno) alla quale potevo poi sosti- tuire una resistenza ordinaria equivalente per ottenere nel due casi la stessa Intensità di corrente. Alimentando il circuito colla corrente della rete municipale, il galvanometro dava sempre una deviazione permanente, dimostrando così la esistenza della seconda armonica, con spostamento di fase. Però la deviazione era molto maggiore nel caso che fosse inserita la lampada me- tallica. Nell’altro caso la seconda armonica doveva essere pro- dotta da altre lampade metalliche che si trovavano nella rete esterna. Ripetei la prova producendo invece la corrente alternata per mezzo di un alternatore del vecchio tipo Siemens, con in- dotto senza nucleo di ferro, che, come è noto, dà una forza elettromotrice di forma quasi esattamente sinoidale. In questo LUIGI COLOMBA — SOPRA ALCUNI MINERALI, ECC. 617 caso la deviazione permanente del galvanometro era piccolis- sima, se nel circuito era inserito un semplice reostato ordi- nario. Sostituendo a questo la lampada metallica si aveva una deviazione permanente circa 7 volte maggiore. Evidentemente la piccola deviazione osservata nel primo caso è da attribuirsi al filo metallico di cui è formato il reostato, poichè anch'esso subisce una oscillazione di temperatura e dà luogo allo stesso fenomeno, come la lampada metallica, sebbene in misura ridotta. In ogni modo è degno di nota il fatto che si ottiene una vera corrente continua in un semplice circuito alimentato da una forza elettromotrice alternata. Sopra alcuni minerali dell'alta Valle di Aosta. Nota del Dr. LUIGI COLOMBA (Con tre figure intercalate nel testo). Esistono lungo i bordi del massiccio del Monte Bianco vari affioramenti di giacimenti metalliferi prevalentemente ricchi in galena; essi sono, specialmente per quanto riguarda quelli del versante meridionale, poco noti sia per le disagiate loro con- dizioni di giacitura sia per la loro piccola importanza. Questi giacimenti presentano però un discreto interesse mineralogico per il fatto che debbono indubbiamente avere relazioni genetiche molto strette col massiccio granitico col quale sono a contatto; inoltre hanno di caratteristico che mostrano talvolta differenze sensibili nella natura della loro ganga che in alcuni giacimenti è prevalentemente costituita da baritina ed in altri da fluorite. Tale fatto si avvera pure in altri giacimenti galeniferi ana- loghi ai precedenti, come ad esempio in quelli che nelle Alpi Marittime orlano il massiccio granitico dell’Argentiera; in essi, invero, come già ho fatto notare (1), la ganga può essere baritifera o fluoritifera; però, mentre in questi si nota che la ganga fluori- tifera è propria dei giacimenti più importanti, come sarebbero (1) Cenni preliminari sui minerali del Lausetto, “ Boll. della Soc. Geol. Ital. , (1904), XXIII, p. 398. 618 LUIGI COLOMBA quelli di Vinadio e di Vallauria, invece nei giacimenti che si hanno lungo la falda meridionale del massiccio del Monte Bianco, nel bacino di Courmayeur, si nota che la fluorite forma la ganga in quelli che, come avviene alla Téte Carrée sul ghiacciaio del Miage, sono in diretto contatto con la massa granitica, mentre invece in quelli che sono ad una certa distanza da detta massa, e questo avviene appunto pei giacimenti che, in immediata vi- cinanza di Courmayeur, si trovano alle falde del Mont Chétif e del Mont de la Saxe, la ganga è baritifera. Queste differenze nella natura della ganga credo dipendano essenzialmente dal fatto che i giacimenti a ganga differente de- rivino da diverse fasi di mineralizzazione. Invero, se si ammette che la presenza della fluorite sia in- dizio di una origine pneumatolitica e che invece la presenza della baritina od anche di calcite indichi una origine idroter-. male, prodotta cioè da fenomeni di una energia meno forte, è logico che quei giacimenti che si formarono in maggior vicinanza delle masse intrusive, oppure si originarono nei primi periodi dell’intrusione e quindi assunsero uno sviluppo molto maggiore, abbiano la fluorite prevalente nella ganga, mentre negli altri, dipendenti da fenomeni più attenuati, prevarrebbe la baritina. I minerali che si osservano nei giacimenti galeniferi del Monte Bianco non presentano generalmente caratteri molto interessanti; solo in alcuni casi, quando la ganga è a base di baritina, ho notato alcune associazioni di minerali che assumono una di- screta importanza mineralogica; tale è il caso degli esemplari che intendo di descrivere nella presente nota e che provengono dai giacimenti del Mont de la Saxe. Negli esemplari che ho esaminato i minerali più abbon- danti sono la galena e la bariîtina ; a questi si associano altre specie in quantità molto piccole e talvolta in sole traccie ; sono esse la blenda, il quarzo, l’albite, il gesso, il solfo, la cerussite e la piromorfite, essendo queste due ultime da considerarsi pura- mente come prodotti di alterazione della galena. Baritina. È in cristalli generalmente abbastanza limpidi, sebbene frequentemente si noti nel loro interno una specie di nebbia leggera dovuta alla presenza di minutissime inclu- sioni che, senza ordine alcuno, sono sparse nella loro massa, e SOPRA ALCUNI MINERALI DELL'ALTA VALLE DI AOSTA 619 che rende molto minore la loro trasparenza, impedendo anche di compiere osservazioni ottiche. Mancano però in essi quelle zone bianche o translucide alternanti, così comuni in altri casi e che indicano la esistenza di fasi successive di accrescimento e di deposito. | Dal lato chimico la baritina di Courmayeur è perfettamente pura, il che si accorda con le numerose osservazioni analitiche compiute su altre baritine incolori e limpide, le quali appari- scono in. generale molto pure, come risulta dalle ricerche di Sandberger (1), di Griinling (2), di Zimanji (3), di Lincio (4) e da quelle compiute da me (5) sulla baritina di Brosso e Traversella. In due differenti saggi compiuti su materiale scelto accu- ratamente ho potuto escludere la presenza del calcio e dello stronzio; per questi saggi, come già nel caso della baritina di Brosso e Traversella, ho adottato il metodo di Rose consistente nell'azione del carbonato ammonico sulla baritina finissimamente polverizzata. Un'analisi quantitativa compiuta su materiale purissimo ml diede i seguenti risultati : Ba) =:65.68 SOs —= 84,22 99.39 Per quanto riguarda le sostanze delle inclusioni contenute nei cristalli, la loro determinazione appariva molto difficile, specialmente perchè, quantunque abbastanza frequenti nell’in- terno dei cristalli, essendo esse sempre piccolissime, non potei compiere i saggi necessari che su quantità estremamente scarse di sostanza, anche per il fatto che il materiale di cui dispo- nevo non era molto abbondante. (1) Untersuchungen iiber Erzginge. Wiesbaden, 1882. (2) Baryt des Binnenthal, “ Zeit. fir Kryst. und Min. , (1884), VIII, p. 243. (3) Baryt von Dobogò, Id. id. (1890), XVII, p. 510. (4) Sulla baritina dello scavo Cungiaus (Monteponi), © Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino , (1909), XLIV, seduta 28 maggio 1909. (5) Baritina di Brosso e Traversella, © Atti della R. Acc. dei Lincei ,, serie 5° (1909), XVIII, 2° sem., p. 580. 620 | LUIGI COLOMBA Tuttavia, impiegando il metodo adottato nella già citata mia nota sulla baritina di Brosso e Traversella, potei com- piere alcune ricerche microchimiche e spettroscopiche sulle so- stanze volatili e su quelle solubili nell'acqua contenute nelle dette inclusioni, ed ebbi modo di stabilire la presenza esclusiva di minime tracce di cloruro e di solfato sodico in soluzione acquosa; infatti, mentre fra gli elementi volatili trovai pre vamente l’acqua in quantità variabile fra 0,15 e 0,37 °/,, nelle sostanze fisse solubili nell'acqua ebbi semplicemente le reazioni del cloro, dell'acido solforico e del sodio, senza che potessi tanto in esse quanto negli elementi volatili riconoscere la presenza della più piccola traccia di acidi liberi. Considerata dal lato cristallografico, sebbene la baritina di Courmayeur sia piuttosto ricca di forme, non ne presenta nes- suna nuova, avendo nei suoi cristalli determinato con sicurezza le seguenti: a (100), (010), c (001), 12(110), 0 (011), 4 (102), 2 (111), r (112), f(113), q(114). Queste forme, ad eccezione della (102) e della (100) che sembrano essere molto rare, sono quasi costantemente presenti in tutti i cristalli esaminati, avendone solo talvolta osservati alcuni corrispondenti alla combinazione molto più semplice (001), (010), (110), (011), (111). Interessante è l’abito dei cristalli, poichè esso si allontana notevolmente da, quelli che più comunemente sì osservano nella baritina; essi infatti, sia per la frequenza delle piramidi e per la scarsità dei domi, sia per lo sviluppo sempre molto grande in altezza del prisma (110), assumono frequentemente un tipo piramidale che ricorda assai quello presentato in molti casi dai cristalli di anglesite e che è rappresentato dalla fig. 12, nella quale ho avuto cura di mantenere per le singole forme uno sviluppo equivalente a quello che nella massima parte dei cri- stalli essi presentano realmente. | Talvolta le facce della (011) sono assai più sviluppate ed al- lora 1 cristalli modificano il loro aspetto diventando prismatici parallelamente all’asse 0x; notevole è il fatto che quando essi pre- sentano un tale abito, mostrano sempre la combinazione più semplice a cui già ho accennato. SOPRA ALCUNI MINERALI DELL'ALTA VALLE DI AOSTA 621 Per il loro aspetto questi cristalli, a parte la minore loro | complicatezza di forme, hanno una grande rassomiglianza con quelli di Vialaz e Villefort, nel Lozére (Francia), studiati dal Prof. G. Struever (1) e che provengono pure da giacimenti galeniferi a contatto col granito. Pian: TA: In causa delle frequenti imperfezioni fisiche offerte dalle facce dei cristalli da me esaminati non ho potuto ricavare mi- sure estremamente esatte; in complesso però ho ottenuto una serie di misure discrete, avendo però avuto cura di usare al posto del pinacoide basale facce di sfaldatura secondo (001) che presentavano una nitidezza quasi perfetta. Nella seguente tabella sono riportate le misure da me ot- tenute essendo i valori teorici quelli dati da Dana (2), partendo dalle costanti di Helmacker: n» bravi 0,81520: 1:1,3.15959 (1) Note mineralogiche, “ Atti della R. Accad. delle Scienze di Torino , (1871), VI, adunanza del 14 aprile 1871. (2) System of Mîineralogy (1892), p. 899. 622 | LUIGI COLOMBA |» Angoli vile bai i Valati 4::Valori Spigoli misurati medì teorici misurati | i (111) . (001) | 64°17’30” - 64°19' | 64°18‘30""| 64°19' (111) . (111) | 69°23’30"- 69025’ | 69024' 69025’ (112). (001) | 46°3' -4607! |46°6'30" |46°6' (113) . (001) | 34044" - 34058’ | 34049' 94043! (1160001) 270199 0006" ant 2028! (102). (001) | 380397" — - 98049’ | 38049" |38°51/28" (011) .(001)|52°44' - 52049’ |52047' 52043' (110) (110) | 78017" = - 78°21'|78020" |78022/26" DU DN DV BP IBOOIBOP Questi valori indicano come si debbano ammettere per la baritina di Courmayeur costanti cristallografiche molto prossime a quelle di Helmacker: tuttavia partendo dagli angoli (111).(001) e (111).(111) si ottengono risultati un poco differenti, avendosi dai valori medi sopra riportati dei detti angoli: d};0:@t70,0149= 1143129 pure molto vicini a quelli ricavati da Negri (1) per la baritina di Levico e da Lincio (2) per quella del Cungiaus, rispettiva- mente uguali ai seguenti : Levico (Negri) w: ber 0,9140 1: 4,19118 Cungiaus (Linceio) im i i Non mancano casi di cristalli complessi che si possono considerare come risultanti dall'unione in accrescimento paral- lelo di più individui iso-orientati. Confrontando questi accresci- (1) Studio cristallografico della baritina di Levico, © Riv. di Crist. e Miner. Tea: (1098), Vv, p. d. (2) Loc. cit. SOPRA ALCUNI MINERALI DELL'ALTA VALLE DI AOSTA 623 menti con quanto fu ripetutamente osservato in altre baritine, dando luogo al fenomeno indicato da Arzruni (1) col nome di Hiufung, si notano sensibili differenze, tanto più se si ammette con Beckenkamp (2) che la Haufung rappresenti una gemina- zione che può avvenire secondo due forme corrispondenti ai simboli (2118) e(0 300 1) e vicinali gpl n della (001) e della (010). | Infatti nella baritina di Courmayeur, forse in conseguenza dell'abito speciale presentato dai cristalli, le linee di sutura si notano generalmente sulle facce verticali, e sebbene talvolta esse siano serpeggianti in modo da giungere anche fino alla base, si tratta sempre di gruppi di cristalli i quali sarebbero cresciuti l’uno sopra l’altro, essendo teoricamente le superfici di contatto rappresentate da piani paralleli alle facce della base. Ed è poi da notarsi come la disposizione dei singoli indi- vidui nei cristalli complessi non presenti mai deviazioni sensi- bili, essendo l’iso-orientamento esatto in modo quasi completo. Degni di nota sono i caratteri che si osservano sulle facce dei cristalli da me esaminati, specialmente per quanto riguarda quelle di alcune forme. Per ciò che si riferisce alla (110) si osserva sulle sue facce l’esistenza di fitte strie parallele alle intersezioni (110) .(111); queste strie non occupano però tutta l’ampiezza delle facce, essendo invece localizzate lungo gli spigoli d’intersezione di dette facce, o le une colle altre, oppure con quelle di altre forme, per modo che quando questo carattere si manifesta in modo rego- lare si osserva sulle facce della (110) una plaga centrale lucente e nitida orlata da un bordo fittamente striato. Quando poi sulle facce (110) appariscono suture dovute alla presenza di più in- dividui in accrescimento parallelo le striature sono pure visibili lungo i bordi delle linee di sutura. Striature analoghe si hanno sulle facce delle piramidi; esse però sono meno frequenti, e ciò avviene specialmente sulle facce della (112) e della (110), mentre sono più abbondati su quelle della (114) e (111). Molto interessanti sono i caratteri che presentano le facce basali; su queste, nella massima parte dei cristalli, si ha, come (1) Colestin von Giershagen, “ Zeit. fiir Kryst. und Miner. ,, XXV, p. 88. (2) Zuwillingsbildung und von Molekulen Baryt., Id. id., XXXVI, p. 466. 6024 LUIGI COLOMBA è schematicamente rappresentato nella figura 2*, una specie di fascia nitida e lucente (rappresentata nella detta. figura colle lettere A, Ag; Az A x) a contorno rombico ed orientata. secondo gli assi dei cristalli stessi ; essa pr esenta una larghezza, che, per quanto variabile, è sempre molto piccola rispetto all’am- piezza complessiva delle facce basali e corrisponde alle tracce, sulle dette facce basali, della (120), essendo l'angolo piano reale corrispondente all'asse ox uguale a 63°, mentre tale angolo è per. la (120). teoricamente uguale a 63°3. Questa faccia isola al centro una plaga rombica legger- mente depressa, nella quale, oltre ad una serie di fini striature parallele alle facce della (110), si hanno rilievi più o meno marcati 1 quali appariscono come piccole piramidi rombiche, troncate superiormente da facce parallele alla (001) e le cui facce laterali corrispondono a quelle delle piramidi esistenti nei cristalli, essendo di esse solo presenti quelle che compa- riscono nei singoli cristalli; tale aspetto si nota nella detta figura in cui, essendo rappresentato un cristallo che mostra solo SOPRA ALCUNI MINERALI DELL'ALTA VALLE DI AOSTA 025: la (111), questa sola comparisce nelle dette piramidi tronche. Queste poi sono più o meno regolarmente sviluppate ed anche, come si vede nella detta figura, possono essere riunite le une alle altre oppure sovrapposte come appare nel rilievo disegnato in basso nel quale è figurato un fatto che ho notato più di una volta: in esso infatti si osserva che il piano basale della pira- mide tronca è diviso in quattro settori di cui due alterni sono occupati da altre piccole piramidi tronche le quali esternamente non si differenziano per nulla da quella su cui appariscono. Esternamente alla detta fascia A, A,..... rimangono isolate quattro porzioni triangolari mt, my tz n, , le quali appariscono leg- germente inclinate sulla base assumendo l’aspetto di piramidi estremamente vicinali della base e contenute nella zona (120).(001) determinata dalla fascia lucente. Queste facce vicinali sono molto scabre ed osservate al microscopio mostrano che le sca- brosità risultano dalla presenza di numerosi rilievi analoghi a quelli che occupano la plaga centrale, ma molto allungati nel senso di una coppia di facce parallele della (110) e colla diffe- renza che in esse mancano le troncature parallele alla base. L'altezza di questi rilievi va decrescendo dall’ interno verso l'esterno ed appunto a questo fatto è dovuta la leggera incli- nazione che le facce Tr, ..... presentano rispetto alla base. Questa inclinazione è variabile da cristallo a cristallo, ma si mantiene costante in ogni cristallo ; essa è però sempre molto piccola per modo che solo raramente è determinabile al gonio- metro, essendo anche in questi casi di soli pochi minuti primi. La loro presenza ha però una certa importanza, perchè indica come nei cristalli esaminati si avesse una tendenza a sosti- tuirsi all’iniziale zona di accrescimento (001).(110) l’altra zona (001).(120) e come tale cambiamento non abbia potuto progredire per il fatto che venne ad arrestarsi l'accrescimento dei cristalli. Notevoli sono i caratteri presentati talvolta dalle facce della (011); su queste facce invero ho notato in certi casi la presenza di incavi triangolari aventi l'aspetto di piramidi ne- gative e che in parte corrispondono, per quanto ebbi modo di constatare, a quelli già notati da altri autori e fra questi spe- cialmente da Samojloff (1) e che vennero considerati come molto (1) Beitrige zur Krystallographie des Baryts, “ Bull. de la Soc. Imp. des Natur. de Moscou , (1902), XVI, p. 105-249. 626 04 LUIGI COLOMBA Sa per le questioni inerenti al supposto emimorfismo della baritina. | | Gli incavi da me osservati on la dna di Ra isosceli.o scaleni, essendo però, tanto gli uni quanto gli altri, differenti non solo per le loro dimensioni, ma anche per le in- clinazioni dei loro lati; sebbene poi, nella maggior parte dei casi, essi siano disposti. con uno dei loro lati approssimativa- mente parallelo allo spigolo (001).(011), tuttavia questa’ dispo- sizione non può considerarsi come assoluta, osservandosi talvolta incavi triangolari, geometricamente simili, i quali sono disposti diversamente sulle facce della (011). Ne risulta quindi la possibilità di una tripla dissimetria; la prima dipendente dal fatto che i triangoli sono in parte iso- sceli ed in parte scaleni; la seconda dal fatto che, pur consi- derando separatamente quelli appartenenti all’uno od all’altro gruppo, essi sono frequentemente dissimili; la terza dal fatto che presentano differenti giaciture sulle facce della (011). Ora questo complesso di dissimetrie male si accorda col- l'ipotesi che gli incavi debbano considerarsi collegati con 1 ca- ratteri strutturali dei cristalli esaminati, sia che si vogliano considerare come dipendenti da incompleto accrescimento oppure da fenomeni di soluzione; poichè anche nel caso in cui sì volesse ammettere che la loro dissimetria dipenda dall'esistenza di un emimorfismo nella baritina, rimarrebbe impossibile, date le dif- ferenze di giacitura che presentano, di stabilire la direzione di questo emimorfismo. Per il che non è da escludere che rappresentino puramente impronte di altri cristalli di baritina parzialmente incastrati in quelli esaminati e staccatisi posteriormente. Albite. Disseminati fra i cristalli di baritina, e spesso come incastrati fra di essi, si hanno scarsi ed esili cristalli la- mellari di albite; questi cristalli, che sono sempre limpidi ed in- colori, considerati dal lato chimico, presentano la caratteristica di contenere piccole quantità di bario che non possono dipen- dere dalla presenza di inclusioni di baritina. Invero dalle ricerche compiute su quest’albite disaggregan- dola con carbonato sodico potassico, ho potuto constatare che, riprendendo la massa fusa con acqua, in questa non eravi traccia SOPRA ALCUNI MINERALI DELL'ALTA VALLE DI AOSTA 627 di acido solforico, il che invece si sarebbe dovuto avverare nel caso di piccole quantità di baritina associate all’albite. Si deve quindi ammettere che nei detti cristalli siano presenti piccole quantità del silicato della celsiana, oltre a quello dell’anortite rivelato dalle piccole tracce di calce pure presenti. Dai dati ottenuti da un’analisi quantitativa, giunsi alla seguente formola : 9NasA1l3S150,% + (Ba, Ca)A1»Si,0; essendo il bario ed il calcio nel rapporto di 3 a 2; tale formola risulta dai dati qui sotto riportati, essendo quelli della colonna II 1 valori teorici richiesti per la soprascritta formola: i I II Sio, 66,25 66,52 AI)0, 20,45 20,19 Ba0. 1,84 1,81 Cai 0,49 0,44 Nas0 (10,97) 11,04 100,00. 100,00 Considerata dal lato cristallografico questa albite apparisce molto povera di forme, avendo solo constatato la presenza delle seguenti: ‘e(001); 3 (010); wm (110); M(110); f(130); 2(130); 0(111); p(111); n(021) essendo le ultime due poco frequenti e sempre con facce del tutto lineari. Questi cristalli mostrano però un certo interesse per l’abito speciale che presentano ; infatti essi, ad eccezione di alcuni rari casi, oltre ad essere geminati secondo la legge: dell’albite, lo sono pure rispetto all'asse oe considerato come asse di gemi- nazione; vale a dire sono pure geminati secondo una delle due leggi nelle quali si scinde la geminazione di Karlsbad quando la si voglia applicare ai feldispati triclini. Questo secondo tipo . di geminazione si mostra in modo molto evidente, come si nota nella figura 3% che rappresenta 628 | LUIGI COLOMBA appunto uno di questi tetrageminati corrispondente alla più sem- plice combinazione osservata. Come apparisce dalla detta figura i due gruppi bigeminati secondo la legge dell’albite sono com- pletamente sviluppati ed è degno di nota il fatto che, tanto nel- l'uno quanto nell'altro, gli individui che si trovano nelle parti, interne del gruppo tetrageminato hanno dimensioni ridottissime essendo rappresentati da sottili lamelle, fatto questo che non si osserva nei rari casi di cristalli in cui è È y/ solo presente la legge dell’albite, essendo in questi del tutto simmetrico e regolare ‘| lo sviluppo dei singoli individui semplici i componenti. | Le facce degli emiprismi. verticali | sono fittamente striate verticalmente, cosa comune nell’albite e che spesso non per- AE 1) mette che si abbiano per le facce di detta zona misure goniometriche molto esatte; nel mio caso queste riuscirono per la detta zona assolutamente deficienti e solo mi permisero di determinare i simboli delle forme; tanto più che le cose erano SU anche complicate dal fatto che, analoga- a mente a quanto molto frequentemente si | nota nelle albiti geminate secondo (010), À ) si riscontravano leggere perturbazioni nella. sN Ne giacitura delle facce appartenenti alla detta Fig. 82. zona in ogni singolo gruppo bigeminato secondo la legge dell’albite. Queste perturbazioni non parevano però trasmettersi dal- l’uno all’altro gruppo bigemino, per modo che potei in modo ben chiaro determinare l’esistenza della geminazione di Karlsbad, desumendola sia dal fatto che, all'estremità. libera dei cristalli, mentre nella parte anteriore dell'uno comparivano le facce della base comprese nell’angolo rientrante, invece nella parte ante- riore dell'altro appariva l’angolo saliente determinato dalle facce della (111), sia dal fatto che nei gruppi tetrageminati le facce della (010) si mantenevano perfettamente parallele, come pure si mantenevano perfettamente in zona le facce degli emi- prismi verticali dei gruppi bigemini. MT 1700) SOPRA ALCUNI MINERALI DELL'ALTA VALLE DI AOSTA . 629 Discrete misure ottenni per le facce della (001), (111) e della (021) avendo ottenuto der esse i segni: valori: Valori ottenuti. Valori teorici roba (1)] 001.110 69°21'- 69937 ———69010’ 001.010 99edo' . 1 98°96! 001.111 57059" - 580107. 58020" 111.010. geeng' orig sh Fhesgri. ing Stgposi 46. I400LRR O E In quanto alla p (111), in causa del minimo sviluppo delle sue facce, potei solo determinarla partendo dalla coppia di zone (111).(010) e (001).(110) in cui è contenuta. Per quanto riguarda gli altri minerali credo sufficiente un breve cenno, visto che presentano un interesse mineralogico molto limitato. | | Il quarzo si presenta in cristalli limpidi ed incolori che possono raggiungere al massimo la lunghezza di due centimetri; in essi, oltre alle comuni forme 2 (221), (100), # (211), si os- serva abbastanza frequentemente la s(412) e più raramente la x (412). Questi cristalli sono generalmente incastrati nella baritina, osservandosi però che anche le estremità incluse nella baritina appariscono del tutto complete, sebbene talvolta: presentino tracce di perturbazioni nell’accrescimento, rese evi- denti dall'essere le facce curve od irregolarmente sviluppate: in compenso presentano talvolta cristalli di baritina inclusi e, molto meno frequentemente, inclusioni di minutissimi cristalli di galena o di blenda. Oltre a queste inclusioni sono frequentissime quelle liquide con libella, disposte secondo superfici piane che attraversano i cristalli con andamento approssimativamente parallelo alle facce della (100); queste inclusioni hanno nella massima parte dei (1) System of Mineralogy (1892), p. 528. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 43 650 LUIGI COLOMBA — SOPRA ALCUNI MINERALI, ECC. casi la forma di cristalli negativi ma talvolta, per un pro- | gressivo arrotondamento degli spigoli, assumono una forma ci- lindrica, non essendo raro il caso di inclusioni che da una parte mostrano nettamente i loro spigoli mentre alla parte opposta hanno una forma quasi cilindrica. . La galena è in masse cristalline a sfaldatura cubica e tal- volta mostra terminazioni cristalline essendo allora presenti le facce della p (100) e della o (111); spesso questi cristalli appa- riscono ricoperti da patine cristalline, costituite da individui cristallini. assolutamente indeterminabili di cerussite o di piro- morfite, facilmente riconoscibili per le differenze di tinta che pre- sentano. La blenda apparisce in laminette o scagliette che hanno tutta l'apparenza di frammenti di cristalli separatisi da indi- vidui maggiori in seguito ad una frantumazione; tale fatto unito all’altro che anche la galena apparisce come cementata dalla baritina lascia supporre che i campioni da me raccolti non rappresentino già il vero modo di presentarsi del giaci- mento, ma derivino da alcuni punti in cui i minerali del giaci- mento siano stati rimaneggiati e poscia ricementati dalla ba- ritina. In quanto ai rari cristalli di zolfo e di gesso che talvolta si osservano qua e là sono certamente dipendenti da fenomeni secondari; tanto in un caso quanto nell’altro si tratta sempre di individui di dimensioni talmente piccole da rendersi impos- sibile qualsiasi tentativo di determinare le forme che entrano a costituirli. Istituto Mineralogico della R. Università di Torino. 20 aprile 1910. L’Accademico Segretario LoRrENZO CAMERANO. 651 CLASSE. SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza dell’8 Maggio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti i Soci: Manno, Direttore della Classe, Rur- FINI, StamPINI, BronpI, SrorzaA, RENIER che funge da Segretario. — Scusa l'assenza il Socio D’ERcoLe. È approvato l’atto verbale dell’adunanza antecedente, 24 aprile 1910. | Il Presidente legge una lettera del Ministro dell'Istruzione Pubblica, che annunzia essere in corso i decreti di nomina a Soci nazionali residenti dei signori KinAaupi, BAUDI DI VESME e SCHIAPARELLI. L’ Accademico Segretario Garrano DE SANOTIS. i FNIOIAININ DANA AE NA Siria 632 CLASSI UNITE Adunanza del 15 Maggio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti i Soci: della Classe di Scienze fisiche, matematiche e naturali: Naccari, Direttore della Classe, Mosso, Spezia, SEGRE, JADANZA, GuarescHI, Gui, FiLeri, Parona, MaATTIROLO, GRASSI, SomI- GLIANA, FUSARI e CAMERANO Segretario. della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche: CaRrLE, Pizzi, CHiroNnI, RurriNI, BRONDI e SFORZA. Si legge e si approva il verbale della seduta precedente a Classi Unite. — Scusano la loro assenza i Soci RENIER e D’ErcoLe. Il Presidente comunica: 1° che la presidenza ha accolto favorevolmente l’invito del Sindaco Rossi di far parte del Co- mitato per le onoranze a Camillo Cavour; 2° una lettera del Socio NaccarI il quale ringrazia l'Accademia della nomina a Vice-presidente, ma dichiara che per ragioni di salute non può accettare tale carica. Il Presidente dice che già ha fatto vive preghiere al pro- fessore NaccaRrI perchè voglia. accettare la carica, ma senza frutto, rinnova le preghiere stesse. Il Socio NACOARI ringrazia, ma insiste nel suo divisamento. L'Accademia procede quindi alla elezione del Vice-presi- dente e riesce eletto il Socio conte Tommaso SaLvapori, salvo l'approvazione Sovrana. Gli Accademici Segretari LoRENZO CAMERANO, GarTANO DE SANCTIS. ® PRISTINA DMN SPAINI LA CLASSE SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 15 Maggio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: NaccaRT, Direttore della Classe, Mosso, SPEZIA, SEGRE, JADANZA, GuARESCHI, GuIpI, FiLeTI, PARONA, Mar- TIROLO, GRASSI, SomieLiana, FusARI e CAMERANO Segretario. Si legge e si approva il verbale della seduta precedente. Il Presidente comunica: 1° l’adesione dell’Accademia alle onoranze al Prof. Guglielmo Koerner di Milano; 2° la morte del Senatore Stanislao CANNIZZARO Socio nazionale non residente della nostra Accademia. La presidenza ha inviato vive condo- glianze alla famiglia dell’illustre e compianto consocio e ha in- caricato il Vice-presidente Sua Ecc. BoseLLi di rappresentarla al funerali. Il Socio FrLett pronunzia brevi ma calde e sentite parole di commemorazione intorno a Stanislao CANNIZZARO, una delle maggiori glorie scientifiche italiane. Le parole del Socio FILETI verranno inserite negli Att2. Viene presentata per l'inserzione negli Atti la nota seguente: D. Bernoulli ed A. Avogadro e la teoria cinetica dei gas, del Socio GUARESCHI. I Il Socio NaccaRrI, anche a nome del Socio Grassi, legge la relazione intorno alla Memoria del Dr. A. CAmPETTI e del 634 Dr. C. DeLGROsso, intitolata: Sul equilibrio di coppie di liquidi parzialmente miscibili. La relazione favorevole è approvata al- l’unanimità; con votazione segreta la Classe delibera la stampa della Memoria nei volumi delle Memorie accademiche. Il Socio Gurpi, anche a nome del Socio SEGRE, legge la relazione sulla Memoria dell’Ing. G. CoLonwemtI intitolata: I si- stemi elastici continui trattati col metodo delle linee d'influenza. La relazione favorevole è approvata all'unanimità, e così pure con votazione segreta la stampa della Memoria nei volumi acca- demici. | Il Socio FusarI presenta per la stampa nei volumi acca- ‘demici il lavoro del Dr. A. CivaLLerI intitolato: Sullo sviluppo della Guaina midollare nelle fibre nervose centrali. Il Presidente delega i Soci FusarI e CamERANO per riferire intorno a detta Memoria. Raccoltasi poscia la Classe in seduta privata procede alla elezione di Soci, e riescono eletti i seguenti signori: 1° A Socio nazionale residente: Prof. Luigi BaLBiano del R. Politecnico di Torino. Salvo l'approvazione Sovrana. i 2° A Soci stranieri: Prof. Massimiliano NorrHER dell’Università di Erlangen; Prof. Adolfo v. BarveR dell’Università di Miinchen; Prof. John Joseph THowmson dell’Università di Cambridge; Prof. Federico Edoardo Surss dell’I. R. Università di Vienna. Salvo l'approvazione Sovrana. 3° A Soci corrispondenti: ‘I Sezione, Matematiche pure: | Prof. Federico Enrioques Ordinario di Geometria proiettiva e descrittiva dell’Università di Bologna; 699 Prof. Gio. Batt. Guccra Ordinario di Gegmetria: superiore nel- l’Università di Palermo. II Sezione, Matematiche applicate, Astronomia e Scienza dell'ingegnere civile e militare: | Dott. Vincenzo CeruLLI Direttore dell’ Osservatorio Collurania, Teramo; I Prof. Sir Giorgio Howard DARrwiN di Astronomia al Trinity Col- lege, Cambridge ; Prof. Valentino Boussinesa di Calcolo delle shit e. di Fisica matematica nell'Università di Parigi; Prof. Tullio Levi-Crvira Ordinario di Meccanica razionale nella R. Università di Padova; Prof. Ernesto CavaLLI di Meccanica generale nella R. Scuola Superiore politecnica di Napoli. III Sezione, Fisica generale e sperimentale: Prot. Angelo BATTELLI Ordinario di Fisica pui CODA della Università di Pisa; Prof. Antonio GarBasso di Fisica sperimentale dell’ Università di Genova; Prof. Carlo Neumann di Matematica nell'Università di Lipsia; Prof. P. Zermann di Fisica nell'Università di Amsterdam; Prof. Michele CAntonE Ordinario di Fisica sperimentale dell’ Uni- versità di Napoli. IV Sezione, Chimica generale ed applicata : Prof. Albin HaLLer di Chimica organica nell’Univ. di Parigi; Prof. Richard WixLLsrartER di Chimica generale nell’ Università di Ziirich: I Prof. Carlo EneLer di Chimica nella Scuola superiore tecnica di Karlsruhe; Prof. Ernesto v. Meyer di Chimica organica nella R. Scuola Tecnica superiore in Dresda; 636 V Sezione, Mineralogia, Geologia e Paleontologia : Prof. Alfredo Lacrorx di Mineralogia al Museo di Storia natu- rale di Parigi; | Prof. Wilfrid Carlo Kizran di Mineralogia e Geologia nell’Uni- versità di Grenoble. I VI Sezione, Botanica e Fisiologia vegetale: Prof. Pasquale Baccarini Ordinario di Botanica nell'Istituto di Studi superiori in Firenze: I Prof. Luigi ManeIn di Botanica al Museo di Storia naturale di Parigi. VII Sezione, Zoologia, Anatomia e Fisiologia comparata: Prof. Santiago Ramon y Casar di Istologia e Patologia del- l’Università di Madrid; ‘Dr. MercHnIKore Vice-Direttore dell'Istituto Pasteur in Parigi; Prof. Albrecht Kosser di Fisiologia nell’ Università di Heidelberg; Prof. Paolo EgRLIcH Direttore dell'Istituto sperimentale di te- rapia in Frankfurt a. M. NT È STTATNATR: MICHELE FILETI — COMMEMORAZIONE DI STANISLAO CANNIZZARO 637 LETTURE STANISLAO CANNIZZARO Parole commemorative lette nell’Adunanza del 15 maggio 1910 dal Socio MICHELE FILETI. Non è una vera e propria commemorazione che io mi ac- cingo a fare di Stanislao CANNIZZARO, perchè non avrei avuto nemmeno il tempo di raccogliere il materiale necessario; ma per l'affetto reverente che a Lui mi legava sin dai miei venti anni e che mi legherà sempre alla sua memoria, non voglio lasciar passare questa adunanza, la prima dopo la sua morte, senza rammentarne, sia pur brevemente, le somme benemerenze verso la scienza. Stanislao Cannizzaro nacque a Palermo il 13 luglio 1826. Studiò prima medicina e poi chimica a Pisa, col Piria, del quale fu in seguito assistente. Nel 1845 pubblicò qualche me- moria su argomenti di medicina; il primo suo lavoro di chi- mica riguarda la scoperta della cianamide, fatta assieme a Cloéz. Nel 1853, con una reazione che porta il suo nome, scoprì gli alcooli aromatici, e sul primo termine di essi, cioè sull’alcool benzoico, pubblicò in quell’anno e negli anni succes- sivi importanti memorie. Io non analizzerò il centinaio circa di pubblicazioni del Cannizzaro, una gran parte delle quali sono ricerche di chimica organica, specialmente sul gruppo della santonina; mi limiterò soltanto a mettere in rilievo l'influenza che Egli ebbe sullo svi- luppo della teoria atomica e molecolare, e che si esercitò prin- cipalmente per mezzo di un opuscolo pubblicato nel 1858 col titolo di Sunto di un corso di filosofia chimica fatto nella R. Uni- 638. MICHELE FILETI versità di Genova: quello scritto di poche pagine valse infatti a togliere la confusione e l'incertezza che, tra il 1850 e il 1860, dominavano nel sistema di pesi atomici e di notazione chimica, e che il Lothar Meyer descrive maestrevolmente nella nota al- l'edizione tedesca dell’opuscolo del Cannizzaro, pubblicata nella raccolta dei classici delle scienze esatte edita dall’Ostwald. Il Cannizzaro diede pel primo la spiegazione delle densità di vapore anomale fondandosi sul fenomeno della dissociazione, ammettendo cioè, come fu poi dimostrato sperimentalmente da altri chimici, che quei vapori non appartengono alle sostanze inalterate, ma ai prodotti della loro decomposizione, ed arri- vando così alla conseguenza che le densità anomale dipendono da uno stato anomalo del vapore e non da insufficienza o fal- lacia della regola di Avogadro. Inoltre il Cannizzaro propose di raddoppiare i pesi atomici di un gran numero di metalli per metterli in armonia colle leggi di Dulong e Petit e di Avogadro; considerò quindi questi metalli come bivalenti e i loro idrati come corrispondenti ai glicoli scoperti in quel tempo da Wurtz, colmando così la lacuna allora esistente tra gli idrati dei me- talli monovalenti, come l’idrato potassico, che corrispondono agli alcooli monovalenti, e gli idrati dei metalli trivalenti, come l’idrato ferrico, che corrispondono alla glicerina. In tal modo, mentre eliminò ogni ostacolo all'accettazione della teoria di Avogadro da parte di tutti i chimici e alla sua applicazione generale, dimostrò. l'accordo tra i pesi atomici ai quali da essa st giungeva con quelli dedotti dai calori specifici e dall’isomor- fismo e, presentando il nuovo sistema di pesi atomici, rese pos- sibile o più facile a Mendeléeff di scoprire la legge periodica degli elementi. Grandissima fu dunque l’influenza che l'opuscolo del Can- nizzaro esercitò sulle teorie chimiche le quali, in quel periodo di tempo, si dibattevano tra dubbi, incertezze e lotte vivissime. Il Naquet serive: “ Non ho capito definitivamente la teoria ato- “ mica, che dopo averla studiata nell'opera così semplice e lu- “ cida pubblicata dal Cannizzaro ,. Il Lothar Meyer, dopo di aver parlato del congresso di Karlsruhe del 1860, dice: “ Dopo “la. chiusura del congresso, l’amico Angelo Pavesi distribuì, “ per incarico dell'autore, un piccolo e modesto seritto, che era “il Sunto di un corso ece. pubblicato alcuni anni prima, ma COMMEMORAZIONE DI STANISLAO CANNIZZARO 659 (1) poco conosciuto. Anch'io ne ebbi un esemplare, che misi in tasca per leggere durante il viaggio di ritorno. Lo lessi ripe- tutamente, anche a casa, e fui sorpreso della luce che l’opu- scoletto diffondeva sulle più importanti questioni controverse. La benda mi cadde allora dagli occhi, i dubbi si dileguarono e al loro posto subentrò il senso della più placida certezza. Se qualche anno più tardi io ho potuto contribuire (1) a di- lucidare alquanto lo stato delle cose, ciò è dovuto in gran parte allo scritto del Cannizzaro ,. Dopo questo giudizio, merita di essere riportato ciò che il Cannizzaro, nella sua modestia, dice del suo opuscolo. Egli scrive anzitutto che la confusione allora dominante era il suo tormento, tutti gli anni, quando cominciava le lezioni, e compativa i suoi studenti perchè non doveano capir nulla del vero valore delle formole; poi continua: “ Di tanta ed insperata fortuna del mio “ modesto opuscolo, io non mi attribuisco altro merito che quello del maestro di scuola, che pone il massimo zelo nel suo inse- gnamento. Se non fossi stato tormentato e spinto dal vivo desiderio di comunicare ai miei allievi chiari i concetti fon- damentali della scienza, io non avrei rivolto l’attenzione e l'intenso studio a quell’importante argomento della chimica generale che svolsi nel mio Sunto ,. Stanislao Cannizzaro fu patriotta ardentissimo, e prese parte alla rivoluzione siciliana del 1848. Fu membro della Ca- mera dei Comuni del Parlamento siciliano. Fu professore suc- cessivamente nell'Istituto tecnico di Alessandria, nell'Università di Genova, in quella di Palermo e, dal 1871, in quella di Roma. Dal 3 luglio 1864 fu Socio nazionale non residente della nostra Accademia; appartenne anche a molte altre Accademie e So- cietà scientifiche. Nel 1871 fu nominato senatore, ma non prese mai parte attiva alla vita politica. Nel 1872 lesse il discorso Faraday alla Società chimica di Londra. Nel 1891 ebbe, dalla Società reale di Londra, la grande medaglia Copley pel contri- buto da Lui portato alla filosofia chimica. Nel 1896 si festeggiò il 70° anniversario della sua nascita; la festa assunse l’importanza di un vero plebiscito da parte x s“% (0) (1) Col trattato: Die modernen Theorien der Chemie. 640 MICHELE FILETI — COMMEMORAZIONE DI STANISLAO CANNIZZARO degli scienziati di tutto il mondo, per gl’innumerevoli attestati di omaggio, di stima e di ammirazione che il Cannizzaro rice- vette in quella occasione. Mi piace ricordare qui l'indirizzo della Società chimica di Londra, nel quale, tra l’altro, è detto: “ Come uno dei fondatori della nuova chimica, il vostro nome “ vivrà negli annali della nostra scienza, come quello di un “uomo che è tenuto nel più alto onore e nella più alta stima “ — un nome degno di essere unito a quelli dei vostri grandi “ connazionali, Galileo, Torricelli, Volta e Galvani ,. Fu un insegnante esemplare: grazie alla lucidità della mente ed all’acutezza e prontezza dell'ingegno, esponeva ai suoi allievi in modo chiarissimo i concetti più astrusi. Zelan- tissimo nell'adempimento dei suoi obblighi, il Cannizzaro, mal- grado la sua tarda età, fece lezione sino a qualche mese prima di morire. Si spense il 10 di questo mese, lasciando nella scienza una traccia luminosa e perenne del suo passaggio. ICILIO GUARESCHI — DANIELE BERNOULLI, ECC. 641 Daniele. Bernoulli ed Amedeo Avogadro e la teoria cinetica dei gas. Nota del Socio ICILIO 6UARESCHIO Tutto ciò che riguarda la storia della costituzione dei gas è della massima importanza. Io ho voluto in questo mio lavoro associare i due nomi illustri di Daniele Bernoulli e di Amedeo Avogadro non tanto perchè furono i primi ad emettere idee chiare intorno allo stato aeriforme della materia, quanto perchè ora qualche fisico e qualche chimico vorrebbe attribuire il me- rito della legge di Avogadro, non più all’Ampère come si fece in passato, ma bensì al Bernoulli. E bene, secondo me, dimo- strare subito erronea anche questa credenza prima che si dif- fonda; perchè allora meno facile sarebbe sradicare l’errore. Daniele Bernoulli nella sua Hydrodynamica (1) espose una teoria del movimento delle particelle dei gas che sviluppata da Kroònig (2) e da Clausius (3) nel 1856-1857, fu la fonte della attuale teoria cinetica dei gas. Poco dopo conosciute le memorie di Krònig e di Clausius, il Poggendorff pubblicò nei suoi Annalen (4) una nota: Daniel Bernoulli s Ansicht iiber die Constitution der Gaze; in cui riproduce tradotte alcune pagine della Hydrodynamice sectio decima: De affectionibus atque motibus fluidorum elasticorum praecipue autem aéris. Senza che perciò intendesse di diminuire i meriti delle ricerche di Kr6nig e di Clausius. Ed io credo utile, a schiarimento di quanto dirò in seguito, di riprodurre tradotte (1) D. BernouLLI, Hydrodynamica, sive de viribus et motibus fluidorum Commentarii. Argentorati, 1738, Sectio decima, pag. 200. (2) * Pope. Ann.,, 18860199; pa 16322, A Caro 1858, iL, p. 491-497. (9 SPORE Teo! UTERO 900, IIS TIRDT,"t. L, p. 497-507. o (4) “ Pogg. Ann. ,, 1859, t. 107, p. 490-494. 642 ‘STAI ICILIO GUARESCHI appunto queste prime pagine della antica e poco conosciuta teoria del Bernoulli: | “ Parte decima dell’idrodinamica. Delle proprietà e dei movi- menti dei fluidi elastici, specialmente dell’aria ,. $ 1. Sul punto di studiare i fluidi elastici, sarà lecito a noi di at- tribuire ai medesimi una natura siffatta che convenga a tutte le qualità finora conosciute, onde per tal modo si dia adito ad investigarne le altre proprietà non ancora ben note. Le principali proprietà dei fluidi elastici consistono in ciò: 1° che sono pesanti; 2° che sì espandono in ogni direzione, ove non ne siano trattenuti; 3° che possono essere vieppiù compressi, suecessivamente, col crescere delle forze. comprimenti. Di siffatta natura è l’aria, alla quale si rivolgono ora in modo speciale i nostri studi. $ 2. Supponi un vaso cilindrico posto verticalmente ACDB (fig. A), con un coperchio mobile E, su cui poggia il peso P. Contenga la cavità ECDF dei corpuscoli pic: colissimi (corpuscula minima) agi- tati qua e lè da un movimento . rapidissimo. In questo modo i corpuscoli, urtando contro il co- perchio EF e sorreggendolo coi loro urti costantemente ripetuti, compongono un fluido elastico che si dilata col togliere o diminuire il peso P, e si condensa coll’au- mentarlo, gravitando sul fondo orizzontale CD non altrimenti che se fosse privo di qualsiasi forza elastica; imperocchè i corpuscoli, siano in quiete o in moto, non cambiano di peso, di guisa che il fondo sorregge tanto il peso quanto l’elasticità del fluido. Si sosti- tuirà dunque all’aria un fluido tale che corrisponda alle principali pro- prietà dei fluidi elastici, e noi rintracceremo così altre qualità già scoperte nell’aria e altre più ampiamente ne illustreremo, non ancora a sufficienza esaminate. $ 3. Considereremo come infiniti di numero i corpuscoli. inclusi nella cavità del cilindro e, con l’occupare lo spazio ECDF, diremo che esse formano l’aria naturale, alla cui misura debbono riferirsi tutte le DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 643 cose; e così il peso P che trattiene il coperchio nei punti EY non dif- ferisce dalla pressione dell’atmosfera sovrastante, la quale perciò, in se- guito, designeremo per P. Notisi che questa pressione non è punto uguale al peso assoluto del cilindro verticale di aria sovrastante al coperchio £Y nell'atmosfera, ciò che gli autori affermarono fin qui erroneamente; bensì questa pres- sione è uguale alla quarta proporzionale alla superficie della terra, alla grandezza del coperchio EY ed al peso di tutta l'atmosfera sulla super- ficie della terra. S 4. Cerchisi ora il peso n che valga a condensare nello spazio eCDf Varia ECDF, supposta uniforme la velocità delle particelle in ambedue le arie, cioè nella naturale e nella condensata; sia EC= 1 e eC=s. Quando il coperchio E£/ viene trasportato in ef, il fluido sopporta uno sforzo maggiore, in due modi: 1° perchè il numero delle particelle, in ragione dello spazio nel quale sono racchiuse, è ora maggiore; 2° perchè ciascuna particella ripete più frequentemente gli urti. Per calcolare più esattamente l'aumento dipendente dalla prima causa, considereremo le particelle come in quiete e faremo = » il nu- mero di quelle contigue al coperchio nella posizione £/, ed allora per ò la posizione del coperchio in ef il numero analogo sarà = w: (12) 2 ossia = 18°, Notisi che noi non consideriamo il fluido più condensato nella parte inferiore che nella superiore, quale è veramente, essendo il peso P pres- sochè infinitamente maggiore del peso proprio del fluido. Ne segue evi- dentemente che, sotto quest’aspetto, le forze del fluido stanno come le quantità n e dp cioè come $ sta ad 1. Per quanto riguarda l’aumento proveniente dalla seconda causa, lo si ritrova esaminando il moto delle particelle, i cui urti risultano ripro- dotti tanto frequentemente, quanto più le particelle sono situate vicino le une alle altre; in altre parole, il numero degli urti sarà in relazione reciproca alle distanze medie tra le superfici delle particelle; e queste distanze medie si determineranno così. Supporremo che le particelle siano sferiche; chiameremo D la di- stanza media tra i centri dei globuli, giusta il posto del coperchio EF, e designeremo il diametro dei globuli con d; così vi sarà una distanza media tra le superfici dei globuli = D—d. È quindi manifesto che, nella posizione ef del coperchio, vi sarà una distanza media tra i centri dei glo- buli — DS, e perciò una distanza media tra la superficie dei globuli eco DI Vs — d. Ond’è che, rispetto alla seconda causa, la forza dell’aria na- 644 a °° ICILIO GUARESCHI sta a turale ECDF starà alla forza dell’aria compressa eCDf come 3 = A. DV d | Riunite ambedue le cause, le forze predette staranno come sx DÎs— d) a D- d. | | | Al rapporto tra D e d possiamo sostituirne un altro più intelli- gibile, ove cioè si supponga che il coperchio EF, compresso da un peso infinito, discenda fino al punto mm, nel quale le particelle tutte si toc- , ossia come DVs—d sta a D—d. cano. Chiamisi # la linea mC; avremo che D sta a d come 1 sta a Vin, e sostituendo questo rapporto, le forze dell’aria naturale ECDYF e dell’aria ‘ i CE . } 2 5 Lisi 0 0) PT compressa eCDf staranno fra loro come sì X (Vs La Vin) sta ad 1—Vm, È x 3 DE # ’ 1-Vm SY 2MSS i diet TA, apro ossia come s — Ywmss sta ad 1—Vwm. Si ha adunque: T = SCR: $ ©. Da tutti i fenomeni noi possiamo arguire che l’aria naturale sì può condensare di molto e ridurre in uno spazietto, piccolo pressochè all’infinito; onde facendo m = 0, sì ha T ==-—, di guisa che i pesi i ; Ss comprimenti sono quasi in ragione inversa degli spazi che occupa l’aria variamente compressa; il che confermarono svariati esperimenti. E questa regola. può certo tenersi con sicurezza per l’aria più rarefatta della naturale; se poi possa parimenti tenersi per l’aria molto più densa, an- cora non. l’lio bastevolmente constatato, imperocchè finora gli esperi- menti non furono condotti con quella diligenza che qui si richiede. E. di un solo esperimento è d’uopo per definire il valore della lettera w, ma vuolsi condurlo con la massima cura e inoltre con l’aria violente- mente compressa, conservando inalterato il grado di calore nell’ aria allorchè la si comprime. | $S 6. Frattanto l'elasticità dell’aria non solo sarà aumentata dalla condensazione, ma eziandio dall’accresciuto calore, e poichè consta che, il calore si distende dappertutto col erescere del movimento interno delle particelle,. ne segue che l’aumentata elasticità dell’aria invariata di spazio imprime un moto più intenso nelle particelle dell’aria; il che, corrisponde esattamente alla nostra ipotesi, imperocchè è manifesto che. a trattenere l’aria nei limiti ECDF, richiedesi un peso tanto maggiore. quanto maggiore è la velocità onde sono animate le particelle dell’aria., Anzi non è difficile il vedere che il peso P seguirà il rapporto duplicato di questa velocità, essendochè per l’aumentata velocità aumenti tanto DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 645 il numero degli urti, quanto la loro intensità; l’uno e l’altra, separata- mente, proporzionali al peso P. Qualora adunque si dica v la velocità delle particelle dell’aria, il peso che essa dovrà sostenere nella posizione E del coperchio sarà = vvP p_ FRE Sci 1-1 i 1 va e nella posizione ef, = ———- X vvP, e approssimativamente = ei ? i SY MSS perchè, come vedemmo, la quantità m è assai esigua in rapporto all’unità e alla quantità s. Ma io debbo qui osservare che il Bernoulli tratta ancora di questa questione in un altro lavoro, in un'altra memoria, ancor meno conosciuta, ed è: Nouveaux principes de méchanique et de physique, tendans a expliquer la nature et les propriétés de VAiman, pour concourir au prix de l'année 1746 (1). Ecco il brano principale, pel caso nostro, di questo lavoro: $ 5. Je considere d’abord la matière subtile Magnétique, comme un simple fluide élastique, semblable à Vair, sans y supposer ni tourbillons ni torrens centraux, pour ne pas multiplier les hypothèses sans néeessite, Il ne sera pas hors de propos de faire voir à ce sujet, en quoi consiste la fuidité et l’élasticité des fluides. Je crois done comme dé- montré, que l’air est un amas de petits corps agités en tout sens; non “contigus, mais laissant de grands intervalles entve eux. Ces petits cor- puscules s’entrechoquant continuellement, changent les uns la direction des autres; et cette agitation confuse doit sans doute étre entretenue par un fluide beaucoup plus subtile, qui traverse l’air. On voit bien que cette idée de l’air répond parfaitement à toutes ses propriétés: elle explique en quoi consiste son élasticité, sa qualité de souffrir de grandes dilatations et condensations; pourquoi son élasticité est è peu près en raison réciproque de son volume, pourquoi cette élasticité est augmentée par la chaleur, qui cause une plus grande agitation dans les parties de l’air; et enfin, pourquoi cette élasticité est en raison doublée, de la vîtesse avec laquelle les parties sont agitées; je puis méme démontrer, sur certaines expériences qu'on a faites, quelle doit étre la vîtesse ab- solue dans ce mouvement d’agitation, pour un degré de chaleur donné; quelle est la grosseur de ces parties par rapport à leur intervalle moyen; en quel volume l’air peut étre condensé par une force infinie; quelle est la vîtesse du son; quel doit étre le son absolu d’un tuyau d’orgue (1) Daniel et Jéan Bernoulli, en Recueil des pièces qui ont remporté les prix de lVAcad. des Sciences. Paris, 1752, T. V, prix en 1744, p. 121. Atti dellu R. Accademia — Vol. XLV. 44 646 I ICILIO GUARESCHI d’une hauteur donnée, etc. Et tous ces résultats ont. un caractère de vérité, qui frappe et qui confirme merveilleusement l’idée que je viens de donner des fluides élastiques tels que l’air. In questi e negli altri scritti del Bernoulli non si trova nulla che possa dirsi in relazione diretta colla teoria di Avo- gadro. Questo io ho fatto osservare anche nel breve discorso sull’opera scientifica di Avogadro che ho pronunciato nella Se- zione di Chimica del Congresso della Società Italiana pel Pro- gresso delle Scienze tenutosi in Firenze nell'ottobre 1908. L'Herapath nel 1821 (1) ha emesso una teoria analoga a quella del Bernoulli, ma anch'essa rimase sconosciuta; il Wa- terston l’11 Dic. 1845 presentò alla Società Reale di Londra una memoria bellissima sulla cinetica dei gas, che non fu pubbli- cata. Questa memoria fu fatta conoscere solamente nel 1892 dal Rayleigh che la trasse dagli archivi della Società Reale (2). Clausius considerò la teoria cinetica sotto un punto di vista più generale, aggiungendovi alla considerazione dei movimenti di traslazione delle molecole quella dei loro movimenti interni, dei loro movimenti di rotazione e dei movimenti possibili dei fluidi imponderabili (Verdet). Il Clausius dice: “ Il faut arriver “& cette conclusion que en dehors du mouvement progressif de “la molécule entière, il existe d’autres mouvements des élé- “ ments composants de la molecule, mouvements dont la force “ vive doit former également une partie de la chaleur , (83). Le leggi di Boyle e di Gay-Lussac sulla compressibilità. e sulla dilatabilità dei gas sono conseguenza di questa teoria. Da essa scaturisce anche la legge di Avogadro, la quale così ha ricevuto una piena conferma (1857). Ma Avogadro dedusse la sua legge dai dati sperimentali, dalle ricerche sui rapporti sem- plici delle combinazioni gasose; rapporti semplici che non si (1) “ Annals of Philosophy ,, New Series, vol. I e © Mathematical Physics , ete., by Jony HrraparH, 2 vol. 1847 (Vedi “ Graham's Chem. a. Phys. Researc. ,, 1876, XIV). (2) J. J. Waterston on the Physics, of Media that are Composed of Free and Perfectly Elastic Molecules in a State of Motion, “ Phil. Trans. of the R. Soc. of London ,, 183 (A), 1893, pag. 1-79, con introd. di Lord Rayleigh. (3) Vedi Van per Waars, La continuité des états gazeux et liquide, 1894, p. 56. DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 647 potevano spiegare nè mettere in rapporto colla teoria atomica di Dalton, se non ammettendo l’egual numero di molecole in vo- lumi eguali, e la divisibilità delle molecole tanto ne’ corpi sem- plici quanto ne’ corpi camposti. La teoria cinetica dei gas quale fu sviluppata da Krònig e da Clausius prima, poi da Maxwell e da Boltzmann, fece dunque rivivere la legge di Avogadro per altra via, fisica, che non fosse la prima seguita dall’Avo- gadro stesso, e quella prettamente chimica seguita dal Gerhardt. La legge di Avogadro divenne una conseguenza legittima, anzi necessaria, della teoria cinetica; essa ha servito mirabil- mente al progresso della scienza, ed in modo speciale ha gui- dato la grande maggioranza dei chimici in tutte le ricerche da oltre sessanta anni. La teoria cinetica e l’importanza della legge di Avogadro sono esposte magistralmente nell’opera di O. E. Meyer: Die Kinetische Theorie d. Gaze, Breslau, 1877, ed anche abbastanza bene, da Naumann nel Gmelin-Kraut's Handb. d. Chem., 1877, 1. W. Thomson (lord Kelvin) pur riconoscendo i grandi me- riti del Bernoulli relativamente alla teoria cinetica dei gas nel capitolo: Acheminement vers une théorie cinétique de la matière, discorso d’apertura pronunciato nella sezione fisico-matematica della Associazione britannica a Montréal nel 1884 (Conférences Scientifiques et allocutions, Paris, 1893, pag. 1483) scrive: Bernoulli, autant que je sache, pensait seulement à la loi de Boyle et de Mariotte, relative au ressort de l’air, comme disait Boyle; il n’avalit pas égard aux variations de la température, ni à l’accroissement de la pression d’un gas que l’on échauffe l’empéchant de se dilater, phénomène qu'il connaissait è peine peut-étre; encore moins s’oecupait-il de l’élévation de température dù è la compression et de l’abaissement de température dù à la dilatation, et de la nécessité qui en résulte d’attendre une fraction de seconde ou quelques secondes (avec appareils servant aux expériences ordinaires), pour voir la variation de pression, d’abord trop grande, retomber è la valeur qui vérifie la loi de Boyle. Il Thomson ricorda un brano dell’opera RechereMe de la Verité di Malebranche (1712) che dimostrerebbe essere l’idea cinetica ancora anteriore a Bernoulli. ‘Il Boltzmann che tanto ha contribuito allo sviluppo della teoria cinetica, tenne in alto onore il nome di Avogadro e in 648 ICILIO GUARESCHI un capitolo della sua classica opera: Lecons sur la théorie des gaz, 1902, P. I, pag. 45 discorre della legge d’Avogadro. Il Brillouin, nella prefazione a quest'opera scrive (pag. vir): Bernoulli retrouve ainsi la loi de Mariotte, et prenant, il y a plus d’un siècle et demi, la force vive moléculaire comme mesure de la tem- pérature;, fait des mesures de températures météorologiques sur l’échelle absolue qui marque 1 pour l'eau bouillante (373° dans nos notations) un demi-siècle avant Charles et Gay-Lussac, Il Langevin nelle sue lezioni intorno “ les dases expérimen- tales de l'atomisme , (1907-1908) discutendo la discontinuità delle molecole, le loro dimensioni, ecc. fa vedere che i metodi più suscettibili di precisione sono quelli relativi al numero delle mo- lecole contenute in un volume di gas: “ On admet, avec Avo- “ sadro et Ampère, que dans les mémes conditions, ecc. ,. (Rer. Scient., 1908). Però non tutti gli scrittori moderni di fisica, di chimica, di chimica-fisica e di fisica-matematica, distinguono bene l’opera del Bernoulli da quella di Avogadro. Ed è molto strano vedere talora confondere l’opera dell’uno con quella dell’altro. Il Bouty, professore di fisica alla Sorbonne, dopo avere brevemente esposta la teoria cinetica dei gas ed esposta ancor più brevemente la teoria di Bernoulli degli urti fra le particelle gasose, nel suo libro: La verité scientifique, sa poursuite, Paris, 1908, pag. 295, così scrive: La loi du mélange des gaz fournit encore un renseignement du plus haut intéret. Puisque, è volume constant, le mélange des gaz ne modifie pas la pression résultante; qu’une fois les saz mélés, les. molé- cules de l’un d’eux heurtent indifféremment des molécules de méme. espèce ou d’espèce différente, c'est done que les forces vives des molé- cules des divers gaz se trouvent égalisées d’avance. Et puisque, sous une méme pression, les forces vives totales, proportionnelles à la pression, sont aussi égales, c’est que sous le méme volume, les gaz, à la méme pression, contiennent le méme nombre de molécules. Par suite, la masse d’une molécule de chaque gaz est proportionnelle à la densité. Sans pousser plus loin cette étude, on voit déjà quelle est la fécon- dité de l’hypothèse de Bernoulli. D’ailleurs, en dehors de la théorie des | gaz, pour laquelle elle a été imaginée, elle a fourni un modèle précieux DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 649 pour l’édification de quelques-unes des théories les plus hardies de la physique moderne. | Transportée, en premier lieu, aux molécules d’une substance dissoute, elle a interprété, avec élégance, les lois de la pression osmotique, ece. Questa pagina, mi si permetta l’osservazione, oltre al non essere molto chiara, nè molto esatta, non corrisponde punto al titolo del libro perchè la verità scientifica deve consistere innanzi tutto nel dare ad ognuno quanto gli spetta e non nell’attribuire agli uni i meriti degli altri. Qui si attribuisce al Bernoulli ciò che appartiene all’Avo- gadro poi al Krénig, al Clausius, ecc. Ma arreca ancor più meraviglia il vedere un altro cultore della scienza, un assai distinto chimico, quale è il Le Chatelier esporre in modo non conforme al vero quanto riguarda all’ Avo- gadro ed alle teorie chimiche ‘in generale. Leggendo le sue Lecons sur le carbone, la combustion, les lois chimiques, Paris, Dunod, 1908, parrebbe che l'ipotesi o legge di Avogadro consista nell'aver ammesso la divisibilità delle molecole in due. A pag. 401 scrive: Aussitot la découverte des lois de Gay-Lussac sur les volumes des combinaisons gazeuses, un chimiste italien, Avogadro, chercha sì, en combinant l’hypothèse de Bernoulli sur la constitution des gaz et celle de Proust sur les phénomènes chimiques, il ne serait pas possible de donner l’explication mécanique de ces lois. Les hypothèses antérieures, comme il fut facile de le reconnaître, se trouvèrent incompatibles avec ‘les lois de Gay-Lussac. Soit par exemple, la combinaison de l’hydro- gène et du chlore. Ils se combinent è volumes égaux. D’après l’hypo- thèse de Bernoulli, chacun de ces volumes renferme le méme nombre des molécules de chacun des deux gaz. D'apròs l’hypothèse de Proust, la combinaison chimique résulte de l’accolement de ces molécules de nature différente; puisqu’il y en a le méme nombre des deux còtés, elles devront se rsunir deux à deux. Le nombre des molécules’ d’acide chlorhydrique ainsi formé sera donc le mèéme que celui des molécules de chlore ou celui des molécules d’hydrogène. Par suite, le volume de l’acide chlorhydrique sera égal à celui du chlore ou è celui de l’hydrogène. Or, l’expérience montre qu’il en est le double. Pour faire disparaître cette anomalie, Avogadro introduisit l’hypo- thèse nouvelle que les molécules des corps simples gazeux ne sont pas 650 ICILIO GUARESCHI des particules indivisibles, insécables, comme on l’avait admis, mais sont déjà des sortes de combinaisons résultant de la réunion en un méme groupe d’un certain nombre de parties plus petites qui furent appelées Atomes (insécables). La molécule de chlore, la molécule d’hydrogène renfermeralent, l’une deux atomes de chlore, l’autre deux atomes d’hy- drogène. Dans la combinaison du chlore et de l’hydrogène, il ne se produit pas & proprement parler une addition de deux molécules diffé- rentes, mais une substitution d’une demi-molécule, c’est-à-dire d’un atome de chlore à une demi-molécule d’hydrogène. De telle sorte que le nombre total des molécules ne change pas. Ma, a quanto io so, Proust non ha mai emesso una teoria chimica, egli non ha mai discusso di atomi e di molecole. Era un chimico esperimentatore a cui si deve la legge della costanza delle proporzioni nelle combinazioni chimiche, ed altre ricerche, ma non delle teorie chimiche. Come pure è certo che Bernoulli non ha mai detto che vo- lumi eguali di gas contengono un numero eguale di molecole, nè poteva pensare allora (1738) a delle reazioni chimiche fra diversi gas; l’unico gas che si conosceva era l’aria. Inoltre Avo- gadro non ha emesso come ipotesi a sè la divisibilità delle mo- lecole, ma bensì come conseguenza della sua legge e della legge sui volumi gasosi di Gay-Lussace. Il Le Chatelier a pag. 398 del suo libro dice che: “ Enfin “Fan des Bernoulli formula, vers le milieu du dixhuitième “ siécle, une théorie de la constitution des gas, qui a été le “ point de départ de la théorie atomique actuelle ,. La teoria atomica è di Dalton; Dalton ha ripreso l’antico concetto degli atomi di Democrito e di Epicuro e poi di Gas- sendi ed ha emesso la sua teoria nel 1804-1808 indipendente- mente dai lavori di Bernoulli e tenendo conto delle proporzioni secondo cui i corpi si combinano e di altre leggi sperimentali. Nessuno di coloro che hanno scritto, anche ampiamente, sull’o- rigine della teoria atomica nella mente di Dalton, ha mai pen- sato che egli deducesse la sua teoria dal lavoro di Bernoulli; nè Charles Henry, nè Aug. Smith, nè Harden e Roscoe hanno mai sospettato ciò. E stata veramente geniale la teoria dalto- niana ed ha avuto una immensa influenza nel progresso della DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 651 . chimica; senza con ciò voler dire come fa il Roscoe che: John Dalton sia il fondatore della chimica moderna (1). Bernoulli ha avuto il grande merito di concepire la materia aeriforme come costituita da piccole particelle in continuo mo- vimento; nessuno può a lui negare questo merito, origine della teoria cinetica; ma andare più in là e vedere in ciò la teoria atomica di Dalton, che nacque invece dall’osservazione dei fatti e principalmente dalle tre leggi sperimentali: della costante “composizione dei corpi, delle proposizioni multiple e della equi- valenza secondo la quale i corpi si combinano, è un voler negare la verità. Dalton scoprì fra le particelle materiali delle relazioni di peso; coll’ipotesi di Dalton si previdero nuovi fatti, si spiegarono le leggi recentemente scoperte, ecc., il che non era possibile con quanto aveva ammesso Bernoulli. Il Le Chatelier riguardo poi alla dilatazione dei gas scrive Loo..cit:-Pi:399): Pour expliquer les coefficients de dilatations semblables des gaz, et différentes analogies dans quelques autres de leurs propriètés, on compléta l’hypothèse de Bernoulli en admettant que des volumes égaux de différents gaz renfermaient tous le méme nombre de molécules de chacun de ces gaz, c’est-à-dire que le poids des molécules des différents gaz était proportionnel au poids de l’unité de volume de ces gas me- «suré sous la méme pression et à la méme température. Questa sarebbe in fondo la legge di Avogadro che a p. 401 attribuisce invece al Bernoulli. Secondo il Le Chatelier, Dalton non sarebbe dunque l’au- tore della teoria atomica. ma bensì Proust; o se sì, deriverebbe le sue idee da quelle di Bernoulli. Si attribuisce, in altre pa- role, a Proust ciò che è di Dalton ed Bernoulli ciò che è di Avogadro. E si badi bene che non solamente Avogadro formulò la sua legge nel modo che è comunemente conosciuto, cioè che: ro- lumi eguali di gas nelle stesse condizioni di temperatura e di pres- sione contengono un numero eguale di molecole, ma la espose in altra maniera, e disse chiaramente che: < volumi corrispondono (1) On the genesis of Dalton’s atomie Theory, di Sir Henry Roscor, in “ Beitrige aus die Geschichte d. Chemie d. Gedichtnis ,, v. G. W. A. Kahl- baum, 1909, p. 582. 652 ICILIO GUARESCHI alle molecole e che quindi dire volume e molecola è la stessa cosa e che è pesi delle molecole sono proporzionali alle densità e che quindi conoscendo le densità si poteva dedurne i pesi molecolari. Ecco quanto egli scriveva nel 1821: J'ai proposé en outre une hypothèse sur la constitution des gaz, qui justifierait encore plus completement ce choix. Elle consiste à dire que tous les gaz è pression, et température egales contiennent sous un méme volume le méme nombre de molécules intégrantes, en sorte que la distance des centres des molécules dans ces circonstances est la méme pour tous les gaz. Alors les densité des gaz représentent immédiatement les masses. de ces molécules intégrantes, et les rapports des volumes dans les combinaisons représentent les rapports des nombres de ces mo- lécules intégrantes. Ora, di tutto ciò, non vi è, nè vi poteva essere, nemmeno lontanamente l'ombra nel lavoro di Bernoulli. Tutte queste confusioni, tutte queste inesattezze, più sopra accennate, provengono dal fatto che non pochi discorrono di Avogadro senza conoscerne l’opera scientifica. È strano, ad es., come il concetto della divisibilità delle molecole anche nei corpi semplici, così chiaro nella mente dell’Avogadro, non sia ancora penetrato nella mente di non pochi chimici. Ne abbiamo una prova evidente in un recente lavoro di E. Urbain: Le role de. l’atomistique dans l’enseignement et dans la recherche (1); questo chimico, che è membro della commissione internazionale per i pesi atomici, così scrive a pag. 422: Ra Avogadro avait bien distingué les molécules élémentalres des molécules intégrantes, mais cette distinetion correspondait seulement aux. notions de corps simples et de corps composés. Ni les contemporains, ni lui-méme ne pouvaient concevoir que les molécules du chlore et de l’hydrogène, par exemple, étaient formées de plusieurs atomes élémentaires. Or ces deux gas se combinent sans con- densation pour former de l’acide chlorhydrique, ainsi que Gay-Lussac l’avait établi. 5 Identifiant la molécule avec l’équivalent, on pensait qu’une molé- cule de chlore en se combinant avec une molécule d’hydrogène donnatt (1) ©“ La Revue du Mois,, 1909, t. VII, p. 417-429. DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. © 005 une molécule d’acide diaz A l’aide des apra bolo de Berzelius la reaction se formulait, ainsi: H POP HOL Le nombre de molécules devait donc etre deux fois moindre après la réaction qu’ avant. D’après l’hypothèse d’Avogadro, le volume gazeux aurait dù étre après la réaction la moitié de son volume initial. Et l’expérience montrait que la réaction se produisait sans variation de volume. Un tel désaccord suffisait è faire rejeter l’hypothèse d’Avogadro. Eppure l’Avogadro sino dal 1811, 1814, 1816, 1821 e sempre ancor dopo, aveva chiaramente detto che una molecola o vo- lume di idrogeno reagendo con una molecola o volume di cloro danno due molecole o volumi di gas acido cloridrico e quindi: HH + CICI = HC1 + HCI che una molecola o volume di ossigeno con due molecole o volumi di idrogeno danno due molecole o volumi di vapore d’acqua: HH + HH +00 = HHO + HHO e così dimostra per la formazione dell’ammoniaca; dell’anidride carbonica, dell’acido cianidrico, ecc. ecc. Il concetto della divi- sibilità della molecola secondo le idee di Avogadro è chiaramente esposto anche nell’opera di Arrhenius: Theorien der Chemie, 1906, pag. 96-97; nel Lehrb. d. allg. Chem. di Ostwald; nella Theore- tische Chemie v. Standpunkte d. Avogadroschen pig u. d. Ter- modyn. di Nernst, ecc. Non solo Avogadro ammise come regola più generale che le molecole nelle reazioni si dividessero in due atomi, ma am- mise delle molecole con più di due atomi, ed anche molecole con un atomo solo, cioè monoatomiche, “ de manière, scriveva nel 1821, qu'il y eùt des gaz simples dont la molécule inté- grante ne fut composée que de deux molécules partielles (atomi), ou méme se reduisit è une seule molécule simple ,. Il Le Chatelier fa rilevare tutta l’importanza che deve avere la meccanica chimica nell’insegnamento della chimica. Ciò è giustissimo. Noi pure crediamo che nello insegnamento della chimica si debba introdurre un lungo capitolo, indipendente- mente da ogni ipotesi, che riguardi lo studio degli equilibri chi-. 654 ICILIO GUARESCHI mici. Egli però tralascia completamente tutto ciò che riguarda le concezioni atomistiche e molecolari; ed in questo dimostra una unilateralità che fa meraviglia. Lo studio e l’esposizione didattica della meccanica chimica, può essere fatto insieme al- l'esposizione delle teorie o ipotesi meccanistiche atomiche e mo- lecolari. La chimica dei composti di carbonio e quindi la chimica della vita vegetale ed animale e la chimica inorganica, ecc., non hanno avuto tutto il loro immenso svolgimento in base alle teorie atomistiche e molecolari? Non sono state le grandi ricerche spe- rimentali e teoriche di chimica che da Berzelius a Dumas, a Liebig, a Laurent e Gerhardt ed a Kekulé, a Baeyer e Fischer hanno condotto all’immenso e rapido progresso della chimica moderna? Non ne hanno tratto profitto anche la chimica inor- ganica, la chimica-fisica e le altre branche della chimica? La quéstione estremamente importante delle isomerie tanto nella chimica organica quanto nella chimica inorganica, sarebbe stato, e sarebbe tuttora possibile, senza le concezioni strutturali, senza le ipotesi molecolari e atomiche ? Decisamente si può dire: no, Quei chimici che oggi credono di far a meno delle teorie atomistiche e molecolari, fanno le loro ricerche su corpi e su reazioni chimiche scoperte precisamente dai chimici che segui- rono le teorie atomistiche e molecolari. | Il Berthelot stesso che, per principio, era contrario alle ipotesi, non ha potuto a meno in molti casi di farne uso, ed ha discusso con molto acume anche la questione relativa alla unità della materia. In Germania, in Inghilterra, in America ed in altri paesi si è più indipendenti dalle cosidette scuole e dai cosidetti maestri. Come ho fatto notare, in altra occasione, il dogmatismo è letale anche alla scienza; la libertà di pensiero promuove la discussione. E dogmatismo eccessivo fu quello di Saint-Claire Deville il quale nel 1867 scriveva, pare incredibile, queste parole : Toutes les fois que l’on a voulu imaginer, dessiner des atomes, des groupements de molécules, je ne sache pas qu'on ait réussi è faire autre chose que la reproduction grossière d’une idée précongue, d’une hypo- thèse gratuite, enfin de conjectures stériles. Ces représentations n’ont jamais inspiré une expérience sérieuse: elles sont toujours venues non DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 655 pour prouver, mais pour séduire; et ces illustrations qui sont aujourd’hui si fort en vogue sont, pour la jeunesse de nos écoles, un danger plus sérieux qu'on ne pense. Elles frappent les yeux et satisfont l’esprit d’une manière trompeuse; elles font croire è une interprétation réelle des faits et oublier notre ignorance. E così, cosa sarebbe oggigiorno della chimica con queste idee retrograde, con queste idee unilaterali, e diciamo pure, brutalmente sperimentali ? Nella mia commemorazione di M. Berthelot ho fatto rile- vare come le cause per le quali le nuove teorie chimiche pene- trarono tardi in Francia non si debbano cercare solamente nell’influenza contraria di Berthelot, ma ben più indietro, nel- l’assolutismo del Dumas, simbolo dell’assolutismo religioso, po- litico e scientifico di quel tempo; questo già dissi nel mio: Amedeo Avogadro e la teoria molecolare (1901) e più ampiamente dimostrerò in altra occasione. La chimica, come già diceva il Gerhardt, come dicevano poi il Berthelot ed il Wurtz, è in fondo una sola; le stesse leggi regolano i suoi diversi rami. Lo studio della meccanica chimica, degli equilibri chimici, può e deve essere insegnato senza esclu- dere le ipotesi atomiche e molecolari a cui la scienza deve i suoi migliori progressi. E ammirabile la lotta che il Wurtz e la sua scuola ebbero a sostenere in Francia per far trionfare la teoria atomica mo- derna, e per conseguenza le idee di Avogadro, e farla introdurre nell’insegnamento. Solamente nel 1877, il Wurtz pubblicò su questo argomento, sei note (1) e concludeva che la legge di Avo- gadro : est généralement envisagée aujourd' hui comme une proposition fondamentale en chimie... Les grandeurs moléculaires ainsi déter- minées sont exprimées par des formules répondani à 2 volumes de vapeur, dans la notation aujourd’hui adoptée dans tous les pays de VEHurope ,. | Ed il Friedel nella sua: Notice sur la vie et les travaua de (1) 1) Recherches sur la loi d’Avogadro et d' Ampère, C. R., 84, p. 977; 2) Sur la loi des volumes de Gay-Lussac, ivi, p. 1188; 3) Recherches sur la loi d’Avogadro, ivi. p. 1262; 4) Sur la notation atomique, ivi, p. 1264; 5) e 6) ibid., p. 1847 e 1349. 650 ICILIO GUARESCHI Ch..A. Wurte, 1885, p. 65 scriveva riguardo alla dissociazione dell’idrato di cloralio: C'est là une preuve frappante de la dissociation de diizio Les théories peuvent étre contròlées aussi par leurs. conséquences et acquérir ainsi un degré plus ou moins grand de probabilité. C'est à de pareilles vérifications qu’a été soumise la théorie d’Avogadro etjusqu'icì rien n’est venu la contredire. Elle marque un grand progrès vers la solution du problème éternel de la constitution de la matière. Il Grimaux poi è stato il primo chimico francese che ha sempre insistito nel voler chiamare questa legge col solo nome di Avogadro e non con quello di Ampère. Egli dichiarò formal- mente che il nome di Ampère non può, nè deve, essere congiunto con quello di Avogadro. Nè il Wurtz, nè il Friedel, nè il Pea nè altri distinti chi- mici francesi della loro scuola, che pur conoscevano, o conoscono, le ricerche di Bernoulli, ebbero mai il pensiero di voler attri- buire a questi la benchè minima parte nell'opera di Avogadro. La teoria cinetica, che considera cioè i gas come costituiti. da piccole particelle sferiche in movimento e perfettamente ela- stiche, contiene in sè la legge di Avogadro; ma ciò è stato ri- conosciuto e sviluppato da Krònig e da Clausius solamente nel 1856-57 quando i chimici impiegavano già la legge di Avo- gadro per determinare i pesi molecolari. Ed a ragione scrive il van't Hoff: Cette proposition (legge d’Avogadro), qui, dès le début s’est pré- sentée comme une synthèse de faits déjà connus, se trouve confirmée par les faits nouveaux qu'elle a fait prévoir, tels que la dissociation du chlorure d’ammonium par la vaporisation; en outre elle découle de la théorie cinetique des gaz. Senza la legge di Avogadro, o meglio senza una chiara concezione di questa legge, non avremmo avuto l'unificazione dei pesi atomici attuali, nè si sarebbero trovate e chiarite le grandi relazioni fra i pesi atomici e le proprietà fisiche e chi- miche ossia il sistema periodico degli elementi (Mendelejeff), nè avremmo avuto i nuovi metodi per determinare i pesi moleco- lari. Le leggi di Raoult sarebbero forse rimaste sterili senza il DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. gr soffio di vita dato loro dal van't Hoff e dall’Arrhenius coll’ap- plicazione della legge d’Avogadro. | Basterebbe ricordare qui la classica memoria di van’t Hoff: Loi de l’équilibre chimique dans l’état dilue, gazeua ou dissous (1); ove discorre di una proprietà generale della materia diluita e dopo accennato alle leggi di Boyle e di Gay-Lussac relativa- mente alla pressione osmotica, a pag. 43 scrive: | Ce sont là les analogies qui ont été demontrées et. vérifiées en détail dans le travail cité: elles ont rapport è la variation de la pression avec les circonstances. Je vais ajouter maintenant une troisième propo- sition, ayant rapport è la grandeur absolue de cette pression, et n’étant, en réalité, autre chose qu’une extension de la loi d’Avogadro: 3° Loi d’Avoganro pour les solutions; La pression exercée par les gaz à une température déterminée, si un méme nombre de molécules en occupe un volume donné, est égale à la pression osmotique, qu’exerce dans les mémes circonstances la grande majorité des corps, dissous dans les liquides quelconques. Cette pression revient à 22.4 atm. environ si à 0° Celsius la quantité moléculaire en grammes se trouve par titre. K poco dopo scriveva: Tandis que la détermination des poids moléculaires des gaz et des vapeurs raréfiés est une application directe de la loi d’Avogadro, di- verses méthodes sont employées pour les solutions diluées et reposent: sur la détermination du point de congélation, du point d’ébullition, de la tension de vapeur, etc. Cependant toutes ces méthodes ne sont pas sans relation entre elles et elles sont la conséquence d'une proposition qui correspond entièrement à la loi d’Avogadro mais se rapporte è la pression osmotique, au lieu de la pression gazeuse: les solutions qui, à la méme température, exercent la méme pression osmotique, contiennent dans le méme volume le méme nombre de molécules dissoutes (2). E questo vale tanto pei gas come per i liquidi come per i solidi sciolti. L’intérét scientifique fondamental que présentent les résultats atteints par l’application de la loi d’Avogadro, réside dans la concordanee entre les point atomiques obtenus dans le domaine de la chimie et les poids moléculaires établis sur une base physique (van’t Horr, loc. cit., p. 17). (1) “ Kongl. Sven. vet-s-Akad. Handlingar ,, 1885, Band 21, N. 17, pag. 1-58 e “ Arch. Néerlandaise ,, 1885, XX, p. 239-302 e poi in “ Zeits. f. physikal. Chem. ,, 1887, I, p. 480-508. (2) Van't Horr, Lecon de Chim. phys., II, p. 23. 658 ICILIO GUARESCHI Le ricerche di van’t Hoff dimostrarono che le leggi di Raoult sull’ abbassamento del punto di congelazione o crio- scopia, ecc. sono una conseguenza della legge di Avogadro. E il Raoult stesso (C. R., 1882, t. 94, p. 1517-1519 e la bibliografia in: Sur les progrès de la eryoscopie, Grenoble, 1889, p. 59) come osserva anche van't Hoff, ha dimostrato che si poteva utilizzare l'abbassamento del punto di congelazione per determinare 1 pesi molecolari qualora fosse impossibile determinare la densità di vapore. Egli allora formulò la sua legge dicendo che: les mo- lécules des différentes matières organiques dissoutes dans la méme quantité d’eau amènent sensiblement le méme retard dans son point de congélation. Fa vedere l'importanza di questa regola, poi scrive: mais son application la plus importante sera la détermi- nation des poids moléculaires, dans des cas nombreux où la me- sure des densités de vapeur est impossible. Ciò che poi fu con- fermato.- | Ma anch’egli, a proposito di queste questioni mai ricorda il Bernoulli. | Vi è poi una enorme differenza fra la concezione di Ber- noulli e quella di Avogadro. Bernoulli ha solamente accennato al movimento delle particelle e così come era, la sua teoria non poteva avere e non ha avuto, influenza alcuna sullo svi- luppo della scienza. E giustamente il Chwolson (1) scrive: “ Si devono riguardare Kr6nig (1856) e Clausius (1857) come i veri fondatori della teoria cinetica dei gas, benchè le idee e le no- zioni, che sono alla base di questa teoria fossero conosciute prima di loro ,. Molto meno poi ha avuto influenza sullo svi- luppo della chimica. Invece, si badi bene, l’Avogadro considerò il numero delle molecole, la loro distanza, il loro peso relativo dedotto dalle densità, e la loro divisibilità; egli ha enunciato e sviluppato la sua legge nel 1811 e poi successivamente in molte occasioni sino al 1850 ed in modo sì chiaro che nessuna modi- ficazione ha ricevuto dopo, e grande importanza ha avuto sullo sviluppo delle teorie chimiche, sulla determinazione dei pesi mo- lecolari, del pesi atomici; i lavori di Krònig e di Clausius hanno servito a confermarla deducendola dalla teoria cinetica, mentre Avogadro l’aveva dedotta da considerazioni ed esperienze chi- (1) Traité de physique, I, p. 482. DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 659 miche e fisiche. Krénig e Clausius discussero ed ammisero la divisibilità delle molecole appunto come prima aveva fatto l’Avogadro. E la teoria della dissociazione elettrolitica di Arrhenius, non è in fondo una conseguenza della legge di Avogadro? Quando van't Hoff ebbe applicata la legge di Avogadro alle soluzioni diluite egli s'accorse che vi erano numerose eecezioni, che da- ‘vano un peso molecolare più elevato di quello che si poteva dedurre dalla legge di Avogadro. I corpi che in questo caso fanno eccezione alla legge si notò essere tutti quelli le chi solu- zioni sono conduttrici dell'elettricità, cioè tutti quei corpi che di- consi elettroliti. Tutti gli elettroliti danno delle pressioni osmo- tiche superiori a quelle che sarebbero indicate dalla teoria Avogadro-van’t Hoff, così è del punto di congelazione e del- l'innalzamento del punto di ebollizione. Queste anomalie si spiegano colla dissociazione elettrolitica, come le eccezioni alla legge di Avogadro per i gas e i vapori si spiegano colla dissociazione termica. Arrhenius nella memoria: Veber die Dissociation der in Wasser gelosten Stoffe (1) ammise che gli elettroliti siano già decomposti in soluzione nei loro rispettivi joni elettropositivi e joni elettro- negativi; questa dissociazione, che fu detta dissociazione elettro- litica può essere parziale per le soluzioni di media concentrazione, ma è totale, o quasi, nelle soluzioni diluite. Quando una corrente passa in una soluzione di elettrolite trova questa già separata nei suoi joni e la corrente non fa che trasportare i joni ai due poli, non li separa. Se la corrente passa è segno che i joni erano già separati. Si capisce quindi che determinando la conducibilità elettrica si verrà a conoscere il grado della dissociazione elet- trolitica. | L’Arrhenius in questa memoria ha preso come punto di partenza la legge d’Avogadro. Egli incomincia colle parole: In einer der schwedischen Akademie der Wissenschaften am 14 oktober 1885 vorgelegten Arbeit hat van’t Hoff sowohl experimentell wie auch teoretisch folgende ausserordentlich bedeutungsvolle Verall- gemeinerung des Avogadroschen Gesetzes bewiesen. (1) “ Zeits. f. physik. Chem. ,, 1887, I, p. 691-648. 660 ICILIO GUARESCHI E più avanti: Se un gas dimostra una densità irregolare relativamente alla legge di Avogadro, si spiega ammettendo che si trovi in istato di dissocia- zione, e un assai noto esempio, ad alta temperatura, l'abbiamo nel cloro, bromo e jodo i quali corpi in tale stato dimostrano di essere scissi nei relativi atomi. La stessa spiegazione può naturalmente valere per spiegare le ecce- zioni alla legge di van’t Hoff, ece. A .tutte queste importanti conseguenze, e ad altre che non starò ora ad indicare, non si sarebbe arrivati se non si ammet- teva in tutta la sua pienezza la legge di Avogadro. Questi ul- timi sessanta anni di lavoro dei chimici, specialmente nella chimica organica, servirono a preparare un'immenso numero di corpi nuovi ben definiti, a conoscerne le relazioni fra loro, le relazioni fra le proprietà e la costituzione chimica, ecc. ece. J. Perrin in un assal interessante nota dal titolo: Peut-on peser un atome avec précision ? (1) fa vedere quanta importanza ha ora la legge di Avogadro e a pag. 516 scrive: Le résultat expérimental se généralise pour les divers corps, en sorte que nous retrouvons, comme une consequence nécessaire de l’expé- rience, une proposition célèbre formulée à titre hypothétique, il y a plus d’un siècle, par Avogadro et Ampère: | “ Deux gaz quelconques, pris aux mémes conditions de tempéra- “ ture et de pression, contiennent sous le méme volume le méme nombre “ de molécules ,. On appelle souvent molécule-gramme d’un corps la masse de ce corps qui, à l’état gazeux, occuperait le méme volume que 2 grammes d’hydrogène amenés è la méme température et à la méme pression. L’énoneé d’Avogadro et Ampère équivant alors au suivant: Deux molécules-gramme quelconques contiennent le méme nombre de molécules (2). i Ce nombre. invariable N est une constante universelle (qu'on pourrait appeler “ comstante d’ Avogadro et Ampère ,). Le poids de la molécule d’un corps est le quotient par N de la molécule-gramme de ce corps. (1) “ La Revue du Mois ,, 1908, 10 nov. p. 513. (2) A questo proposito vanno pure ricordate le belle ed estese ricerche di Ph.-A. Guye, Sur la détermination expérimentale de l’écart à la loi d' Avo- gadro (1905-1909). DANIELE BERNOULLI ED AMEDEO AVOGADRO, ECC. 661 La legge di Avogadro ha oggi assunto un alto grado di certezza sperimentale colle stupende ricerche di Gouy e special- mente di J. Perrin sul movimento browniano e sugli ultramicro- scopici. Il Perrin nella bellissima memoria: Mouvement brownien et molécules (A. Ch., sett. 1909, p. 5-114) propone di chiamare il numero invariabile N .di molecole nella molecola-grammo di una sostanza qualunque, col nome di costante d’ Avogadro. Il numero invariabile N è secondo Perrin una costante universale. Già J. J. Thomson (Elettricità e materia, 1905) ha indicato col nome di costante d’ Avogodro il numero N di molecole in un millimetro cubo di gas. | Le ricerche del Perrin e di altri conducono quasi alla di- mostrazione dell’esistenza reale delle molecole, quali le vedeva l’Avogadro cogli occhi acuti e profondi della sua mente. È col più vivo compiacimento che io veggo oggi la grande maggioranza dei chimici e dei chimico-fisici francesi inneggiare alla teoria di Avogadro, già da tanti anni glorificata in Ger- mania, e prenderla come base dei loro studi. Sono straordina- riamente mutate le condizioni attuali dai tempi in cui il Wurtz doveva tanto combattere per introdurre nello insegnamento uf- ficiale la nuova teoria atomico-molecolare che procedeva dalle ricerche classiche di Dalton, di Avogadro, .di Gerhardt e di, Kekule. | “ Au moment méme, scrive giustamente il Brillouin (loc. “ cit., 1902, p. x1x) où le Emergetistes se constituaient en École “ dissident et niaient la fécondité de l’hypothèse moléculaire en “ Physique, de l’hypothèse atomique en Chimie, celle-ci repa- “ raissalt, imposée par l’expérience en Électricité ,. E ciò rela- tivamente alle ricerche di J. J. Thomson e di altri fisici, e chi- mico-fisicl, moderni. La legge di Avogadro è entrata anche nel pensiero filo- sofico moderno e noi vediamo, ad esempio, il Lange nella sua ec- cellente Histoire du Matérialisme (1879), il Mabilleau nell’ Histoire de la philosophie atomistique (1895), l'Hannequin nell'Essaz critique sur l’hypothèse des atomes dans la science contemporaine (1), ecc. che ne discorrono ampiamente. (1) Arthur Hannequin fu un distinto professore di filosofia nella Facoltà di Lettere di Lyon. Nel 1895 pubblicò il bel libro: Essai critique sur l’hy- Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 45 662 ICILIO GUARESCHI — DANIELE BERNOULLI, ECC. Nessun chimico o fisico potrà mai attribuire a Bernoulli la legge di Avogadro. Nessun libro moderno di chimica tace, nè può tacere, il nome di Avogadro; l’opera sua è entrata nella parte fondamentale dell’insegnamento della chimica in tutti 1 paesi. L’opera scientifica di Bernoulli, di Proust, di Dalton, di Avogadro è grande, è gloriosa, e ad ognuno di essi spetta la propria parte di gloria. | Torino, R. Università. Maggio 1910. PALESI ot eni alifroi iteati LIRE ca SInitoo Pte SAI 5 - Relazione sulla Memoria dei sig. A. CAmPETTI e C. DeLGEROSSO intitolata: Sull'equilibrio di coppie di liquidi parzialmente maiscibale. Nella Memoria affidata al nostro esame gli autori descri- vono delle esperienze dirette a studiare la miscibilità di otto coppie di liquidi, che non erano state ancora esaminate. Essi. determinarono per ciascuna coppia la solubilità d'una sostanza nell’altra a temperature diverse, comprendendo nei limiti delle .loro esperienze la: così detta temperatura critica, cioè la più bassa temperatura, alla quale le due sostanze si scioglievano in tutte le proporzioni l'una nell’altra. | Costruendo una curva con ascisse proporzionali alle tempe- rature e con ordinate proporzionali al rapporto, in cui il peso di uno dei liquidi (sempre il medesimo per tutte le concentra- pothèse des atomes dans la science contemporaine, Paris, Baillière, 2* ed., 1879 (la 1 ediz. è stata pubblicata negli “ Annales de l’Univ. de Lyon ,, 1895). Egli era ammiratore e seguace delle teorie moderne, della scuola di Wurtz. Il capitolo: La chimie atomique et Vatome chimique, è quasi esclusivamente consacrato a dimostrare l’importanza della legge di Avogadro. Sue guide sono le opere di Wurtz e di Lothar Meyer. Ed a questo proposito io seri- vevo nel 1905 (La Chimica e le Arti, Discorso inaugurale dell’ Università di Torino, 1905, p. 26): “ È bello, è confortante, vedere in certe Università la coltura scientifica allearsi e fondersi cogli studi letterari e filosofici al punto che giovani e valenti professori delle Facoltà di Lettere e Filosofia, discutono ad esempio l'ipotesi atomica nella scienza moderna, dimostrando anche una elevata coltura matematica, tanto da poter discutere a fondo la legge del nostro Avogadro ,. I 663 zioni) sta al peso totale del miscuglio, quando tra i due liquidi sussiste l'equilibrio, si ha una curva, la cui massima ascissa dà la temperatura critica. Tali sono le curve, che gli A. costrui- rono per le varie coppie di liquidi. Il Rothmund osservò che se in una di queste curve si prende la media delle due ordinate spettanti alla medesima ascissa, si ottengono dei punti che stanno sopra una retta, la quale taglia la curva in un punto corrispondente alla temperatura critica. Questa legge è simile a quella che il Cailletet e il Mathias sta- bilirono per la temperatura critica dei gas. Gli A. la trovarono verificata con discreta esattezza nelle loro esperienze. Anche la legge degli stati corrispondenti è applicabile a questi fenomeni, almeno in prima approssimazione. Le non facili esperienze vennero eseguite con cura e ri- guardano un argomento importante. Esse sono discusse nella Memoria con esatta cognizione dei lavori precedenti. Per ciò noi proponiamo alla classe la lettura della Memoria, che ci pare degna d’essere inserita nei volumi accademici. GuIinpo GRASSI A. NAccari, relatore. LA Relazione sulla Memoria dell’Ing. G. CoLonnerTI che ha per titolo: I sistemi elastici continui trattati col metodo delle linee d'influenza. Il metodo intuitivo e rigoroso delle linee d'influenza nella ricerca delle sollecitazioni e delle deformazioni nelle costruzioni staticamente determinate od iperstatiche, soggette a carichi mo- bili, che tanto sviluppo ha preso nei moderni calcoli della scienza delle costruzioni, è stato, com'è noto, grandemente avvantag- giato dal geniale teorema di reciprocità di Maxwell sui sistemi elastici, teorema fecondo d’innumerevoli applicazioni. In parti- colare, la ricerca della linea d'influenza dello spostamento ver- ticale di una sezione qualunque di una trave continua ad asse rettilineo o curvilineo (arco continuo) a sezione piena o retico- lare, comunque vincolata agli estremi, e semplicemente appog- giata in orizzontale su sostegni intermedì; ovvero la ricerca 664 della linea d’influenza della reazione di un appoggio intermedio del medesimo sistema, è ridotta, in virtù del teorema ricordato, al tracciamento della linea elastica dell'asse geometrico della trave sollecitata da determinate forze. L’A. con questo nuovo lavoro porta un notevole contributo alla risoluzione di questi problemi, facendo vedere come si possa costruire la detta linea elastica quale poligono funicolare di determinati pesî elastici, combinazioni lineari di pesi elastici fon- damentali relativi alla stessa trave resa, in giudizioso modo, staticamente determinata; pesi elastici che vengono calcolati una volta per sempre, e servono alla risoluzione del varî pro- blemi che possono presentarsi per la determinazione sia di quan- tità iperstatiche, sia di deformazioni; senza cioè che occorra più alcun’ulteriore analisi del comportamento elastico del sistema corrispondentemente alle varie condizioni di carico a cui con- viene immaginarlo assoggettato per la risoluzione dei detti problemi. 6 La soluzione indicata dall'A. è elegante, e per la sua sem- plicità abbrevia notevolmente le operazioni che devonsi eseguire per raggiungere lo scopo; i sottoscritti ne propongono pertanto l'inserzione nei volumi delle Memorie dell’Accademia. C. SEGRE C. GuIDI, relatore. L’ Accademico Segretario LoRrENZO CAMERANO. CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 22 Maggio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SUA ECC. COMM. PAOLO BOSELLI VICE-PRESIDENTE DELL ACCADEMIA. Sono presenti i Soci: Pizzi, CHIRONI, STAMPINI, BRONDI, Srorza, Renirr che funge da Segretario. — È scusata l'assenza dei Soci Rurrini e D’ErcoLe. | È letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza prece- dente, 8 maggio 1910. È data comunicazione di una lettera di S. E. il Ministro dell'Istruzione Pubblica che annunzia essere stati firmati i de- creti di nomina a Presidente dell’Accademia del Socio BosELt, a Direttore di Classe del Socio Manno ed a Segretario del Socio DE SANCTIS. Con calde parole di elogio presenta il Socio CHIRONI Il vo- lume del prof. Iginio PrTRONI, I diritto nel mondo dello spirito, Milano, Libreria editrice milanese, 1910. L’Accademico Segretario GAETANO DE SANCTIS. bai rete: ridi. 8 | dA n slrsearg Salati. slots: obiso io Sun 0) mas ih mit »É ‘co DRIIGIELI Peri de “AT primi crd trp E ut Madre: (o Menia cao Lg st #7 è Manto bnanziaria dalla ibi al Feltri Uta x | Marta pot b Arre: n È < ei Lo CLASSI UNITE Adunanza del 29 Maggio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA Sono presenti i Soci: della Classe di Scienze fisiche, matematiche e naturali: Naccari, Direttore della Classe, Mosso, SPEZIA, CAMERANO, Segre, JADANZA, Foà, GuaAREScHI, GuIpi, FiLeTI, PARONA, GRASSI, SomieLiana, FusaRI; scusa l’assenza il Socio MATTIROLO ; della. Classe di Scienze morali, storiche e filologiche: BoseLLi, Vice Presidente dell’ Accademia, CHIRONI, RUFFINI, SrampPinIi, Bronpi, Srorza, EinAupIi, BaupI DI VESME, SOHIAPA- RELLI e ReNIER che funge da Segretario. Approvasi l’atto verbale dell'adunanza plenaria antecedente 15 maggio 1910. Il Presidente saluta i nuovi Soci ErnAaupIi, BAuDI DI VESME e SCHIAPARELLI, 1 quali ringraziano. Invitato dal Presidente, il Socio Tesoriere espone il rendi- conto finanziario dell’anno 1909, sia del fondo accademico, sia dei fondi particolari per i premi Bressa, Gautieri, Pollini e Vallauri. I L'Accademia approva tanto il conto consuntivo quanto il bilancio preventivo. Avendo il Presidente dato lettura di una lettera del Socio SaLvapori, con la quale egli ringrazia l'Accademia per l'onore fattogli eleggendolo Vice Presidente, ma dichiara di non poter accettare quella carica, si passa ad una nuova votazione e riesce eletto a Vice Presidente il Socio Lorenzo CAMERANO, salvo l’ap- provazione sovrana. NINNI INNS NN Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 46 CLASSE SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 29 Maggio 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE PROF. ENRICO D'OVIDIO PRESIDENTE DELL ACCADEMIA. Sono presenti i Soci: Naccari, Direttore della Classe, Mosso, SPEZIA, SEGRE, JADANZA, FoA, GuarEsonI, GuinIi, FiLETI, PARONA, Grassi, SomicLiana, FusarI e CameRANO Segretario. Sì legge e si approva il verbale dell'adunanza precedente. — Scusa l'assenza il Socio MaTTIROLO. Il Presidente comunica una lettera della famiglia del com- pianto Socio S. Cannizzaro colla quale ringrazia l'Accademia per la parte presa nella dolorosa circostanza. I Il Presidente annunzia che al Socio Prano è morta testè la madre, e la Classe incaricò il Presidente di inviare al col- lega le più vive condoglianze. | Il Socio Foà prende la parola per ricordare la morte re- centemente avvenuta di Roberto Kock. Egli dice: “ Si è dif- “ fusa rapidamente nel mondo la triste notizia della morte di “ Roberto Kock. Sebbene egli non fosse iscritto fra. i Soci della “ nostra Accademia, il suo nome e l’opera sua sono state troppo «“ grandi perchè l'Accademia possa lasciare passare questa cir- “ costanza senza esprimere il suo profondo cordoglio per una “ perdita che colpisce la scienza e l'umanità. Infatti se grande “fu l’opera di Roberto Kock nel campo scientifico, se le sue “ fondamentali scoperte ebbero la virtù dinamogena di creare “ tutto un nuovo capitolo di scienza medica e una ingente — 669 66 nuova letteratura nella medicina contemporanea, altrettanto % si può dire della vastità dei beneficî che le scoperte di “ Roberto Kock hanno assicurato alla umanità. “ L'Accademia pertanto vorrà consentire che sia posta a “ verbale l’espressione del suo alto rimpianto per la grave per- “ dita che sarà sentita da tutto il mondo civile ,. Vengono presentate per l'inserzione negli Atti le Note seguenti: I | 1° Dr. Luigi BortI: Di alcuni fenomeni di grandezza ap- parente, di distanza e di prospettiva, dal Socio Foà; 2° Sul raddoppiamento di frequenza di una corrente per mezzo di lampade a filamento metallico, del Socio Grassi. Il Socio FusaARrI, anche a nome del Socio CAmERANO, legge la relazione intorno alla Memoria del Dr. A. CrvaLLeRI, intito- lata: Sullo sviluppo della Guaina midollare nelle fibre nervose centrali. La relazione favorevole è approvata alla unanimità e così pure si approva con votazione segreta la stampa della Memoria nei volumi accademici. Il Socio Naccari presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie il lavoro del Prof. G. B. Rizzo, intitolato: Sulla pro- pagazione dei movimenti prodotti dal terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Il Presidente incarica i Soci NACCARI e JADANZA per esaminare detto lavoro. Il Socio PARONA presenta per l’inserzione nei volumi delle Memorie il lavoro della sig.?? G. Osimo, intitolato: Alcune nuove Stromatopore giuresi e cretacee della Sardegna e dell’ Appennino. Il Presidente delega i Soci Parona e CAMERANO per riferire sopra questo lavoro. Il Socio CameRANO presenta per l'inserzione nel volumi delle Memorie il lavoro del Dr. Luigi Coenetti pe MaRtIS, in- titolato: Ricerche sulla distruzione normale dei prodotti sessuali maschili. Dal Presidente vengono delegati i Soci CAMERANO e FusarI per esaminare detto lavoro. ASA 670. LUIGI BOTTI LETTURE Di alcuni fenomeni di grandezza apparente, di distanza e di prospettiva. ‘Nota del Dr. LUIGI BOTTI. E noto che il nostro mondo visivo, che pure induce in noi la certezza dell’esistenza di un mondo esterno, riposa in gran. parte su illusioni. Un cieco nato, il quale per una fortunata operazione acquisti il beneficio del vedere, si meraviglia di non poter toccare con la mano una casa lontana, nè può convin- cersi che la immagine impicciolita di quella corrisponda real- mente alla casa stessa. Egli ragiona probabilmente così: “ Di una stanza io posso percorrere il pavimento con un certo nu- mero di passi o tastar le pareti sino ad una data altezza; con tutto ciò non la posso tuttavia insieme comprendere in un sol momento entro il campo delle mie sensazioni tattili-muscolari. Ora come mai una stanza può esser contenuta più volte in una immagine riunita e minuscola quale quella che mi si presenta ora come fenomeno luminoso ? ,. Ed il cieco nato ragiona bhe- nissimo, affermando che prima era nel vero, e che adesso è vit- tima di un errore. Dobbiamo però pensare che non solo codesta classe di disgraziati, ma tutta quanta l'umanità è in errore; soltanto che non se ne accorge per il fatto che vi si è avvezza da tempo e che sa come regolarsi. Difatti la prospettiva non esiste oggettivamente; ma siamo noi e sono le leggi ottiche, a cui ubbidisce anche il nostro apparecchio visivo, che la fanno esistere. Una via regolare che si allarga presso di noi e s’as- sottiglia nell’allontanarsene è un'illusione. Un oggetto che con due lenti diverse si vede entrambe le volte ma trasfigurato nelle sue dimensioni, è un’altra illusione. Lo stesso è per la distanza. Se noi non possedessimo che la vista monoculare, di DI ALCUNI FENOMENI DI GRANDEZZA APPARENTE, ECC. 671 per sè, la nostra percezione della distanza sarebbe imperfetta. Helmbholtz (1) dice che con un occhio solo non si ha da principio che la percezione della direzione nella quale giace il punto ve- duto. Per ottenere la conoscenza della dimensione in profondità, occorrono mezzi che in parte sono dati dalla esperienza imme- diata, come la conoscenza della grandezza dell’oggetto, della sua forma, la distribuzione dell'ombra, l’offuscamento dell’aria frap- posta, e in parte sono forniti dalle sensazioni. A questi mezzi appartengono le sensazioni dello sforzo necessario all’accomoda- mento, l'osservazione con capo e corpo in movimento e l’uso simultaneo dei due occhi. Quindi si capisce che uno solo di questi mezzi sarebbe insufficiente a procurarci la possibilità di un esatto apprezzamento. Basta pensare agli errori che commettono i bam- bini, i quali sono indotti a giudicare le dimensioni degli 0g- getti lontani e meno noti dalla ampiezza dell'angolo visivo, che è quanto dire delle proporzioni che sulla loro retina assume l’og- getto, e dalla relativa impressione sensoriale; mentre gli adulti si valgono dalla lunga esperienza che li ha fatti accorti delle relazioni costanti tra la distanza e la grandezza apparente. Spesso noi vediamo i nostri bimbi cercar di afferrare e cogliere «un uccello che vola a distanza, e stendere le manine per chiu- dervi un insetto o una foglia che cadono lungi da loro. Helm- holtz narra che da piccino, passeggiando con sua madre per una via, vide in alto sulla piattaforma di una torre una figura umana che gli apparve come una bambola, e s’incapricciò di possederla. Del resto non cadono in errore i soli bambini ; perchè in generale la visione di un oggetto lontano e poco noto è fonte di sbagli. Un abitante della pianura può ritenere una vigna lontana, sospesa su un pendio, per un campo di patate, e ap- prezzerà le distanze e le grandezze dei monti troppo piccole. Se però riesce a persuadersi della reale distanza dell'oggetto, questo gli sembrerà crescere in proporzione. L'Helmholtz crede anche, come abbiamo veduto, che a darci una precisa cono- scenza della grandezza e della distanza di un oggetto qualsiasi contribuiscano la sua forma, i giuochi di luce ed ombra, e quello che i tedeschi chiamano “ sinnliches Anschauungsbild ,, che (1) Handbuch d. physiologischen Optik, 2 Aufl., S. 766, 1896. 672 LUIGI BOTTI si osserva nella famosa esperienza del mulino a vento di Sin- steden (1) e nella visione di un disegno rimasto celebre, la scala di Schroeder (2), che appare in doppio senso. E vi entra ancora — dice Helmholtz — la prospettiva dell’aria, prodotta da traspa- renza incompleta. Se l'atmosfera è chiara, 1 monti appaiono più vicini e più piccoli; se ingombra, il contrario. Negli alti monti, di solito, l’aria è assai trasparente; e se un viaggiatore ine- sperto li vede splendere nevosi in piena luce solare, li trova così chiari come egli solo potè vedere chiari degli oggetti vi- cini, onde li apprezza vicini anch'essi. Ma se la distanza e gran- dezza delle montagne ci appaiono talora problematiche, ben più difficili lo sono quelle degli astri, p. es. della luna. Tutti sanno che la luna appare più grande all'orizzonte che allo zenith; ma le spiegazioni di questo fatto non le diede nessuno, o, meglio, le diedero troppi e troppo diverse. Helmholtz — giacchè gli abbiamo dato a maggior diritto la preferenza — dice che il fatto è in rapporto con la rappresentazione che ci facciamo della volta celeste come schiacciata, in causa della visione del cielo nuvoloso. É però -— egli nota. — la luna e il sole appaiono più grandi all'orizzonte quando l’aria vi è più scura ed essi sono meno luminosi, precisamente come avviene per le montagne. Poi - il fenomeno sarebbe più notevole per la luna che pel sole, ed avrebbe fondamento nello stato dell’atmosfera. Non però tutti gli scienziati sono perfettamente d’accordo nello stabilire le condizioni di un esatto apprezzamento della gran- dezza apparente in rapporto con la distanza. C'è, per esempio, un glorioso psicologo, Guglielmo Wundt (3), il quale da molti anni sostiene che, accanto alle qualità sensitive della retina, hanno grande importanza nella percezione visiva le sensazioni musco- lari dell'occhio. Per questo autore la visione monoculare non ci fornirebbe risultati sufficienti se l’asse visivo non potesse muoversi dal punto in cui si trova l'osservatore sino a quello in cul giace l'oggetto veduto lungo l'apparente salita prospet- (1) © Poggendorff's Annalen ,, Bd. CXT, S. 836-339. (2) “© Poggendorff's Annalen ,, Bd. CV, S. 298. (3) Beitrige cur Theorie d. Sinneswahrnehmung, Leipzig u. Heidelberg, 1862. — Grundziige d. physiologischen Psychologie, 6 Aufl., BA. II, S. 696 ff, Leipzig, 1910. DI ALCUNI FENOMENI DI GRANDEZZA APPARENTE, ECC. 675 tica del suolo, specie nel caso di oggetti vicini. In genere, quando ci sono nascosti i piedi degli oggetti, la rappresenta- zione della loro distanza relativa ed assoluta riesce più inde- terminata: catene di montagne, vedute ammonticchiarsi le une dietro le altre, sembrano giacere in una sola superficie. Ma per il Wundt ci sono ancora altri fattori, come la parallasse dell’accomodamento nella vista indiretta, ossia la distanza angolare che deve essere percorsa dall’occhio ' perchè sulla re- tina si coprano i due cerchi di dispersione di due punti che nella vista diretta giacciono precisamente un dietro l’altro sulla linea visiva. Sotto certe condizioni — dice l’autore — la vi- sione monoculare, quando agiscono le associazioni, come. nel guardar la prospettiva dei quadri, acquista importanza mag- giore che non Ja visione binoculare, la quale piuttosto ha il primato nel caso della reale visione in profondità. La distri- buzione della luce e delle ombre può pure aiutarci ad apprez> zare le distanze; queste sembrano maggiori alla sera, quando son più lunghe le ombre. Poi — dice ancora il Wundt — noi apprezziamo secondo l’angolo visivo entro cui è compreso l’og- getto considerato. Oggetti conosciuti sono giudicati nella loro distanza a norma di oggetti egualmente distanti e noti per la loro grandezza. D'altra parte oggetti veduti sotto il medesimo angolo visivo possono percepirsi a distanze diverse e quindi anche con dimensioni diverse, perchè se un oggetto che sta sempre entro un medesimo angolo visivo è portato man mano più lontano, deve per necessità apparire anche man mano più grande. E questa sarebbe, secondo Wundt, Smith (1) ed altri, la ragione per cui la luna appare più: grande all'orizzonte che non allo zenith: la luna, cioè, sembrerebbe più grande al- l'orizzonte, perchè ivi è veduta più lontana, e quindi, rimanendo costante l’angolo visivo, di dimensioni maggiori. Il motivo per cui la luna all’orizzonte appare più lontana, dovrebbe cercarsi nel fatto che la volta celeste si vede appiattita nel mezzo, allo zenith, e più estesa all'orizzonte. Però questa illusione relativa alla luna non escluderebbe il concorso di altre condizioni come le nebbioline atmosferiche, i movimenti dell'occhio (Zoth) (2), richie- (1) Lehrbegriff d. Optile, iibersetzt v. Kaestwer, S. 56, 1755. (2) “ Pfltiger's Arch. ,, Bd. LXXVIII, S. 363, 1900. 674 LUIGI BOTTI dendo maggior sforzo ed energia il movimento di rotazione ocu- lare verso l’alto ; e inoltre il fatto che il piano del suolo ci appare come una superficie che sale dai nostri piedi sino all’orizzonte e sì vede disseminata di oggetti, e quindi, per essere una esten- sione divisa, sembra maggiore di una eguale estensione non divisa (Wundt). Invece in senso antagonistico e correttivo della influenza del puro angolo visivo agirebbero gli effetti associativi derivanti da rappresentazioni famigliari, e l’accomodamento mo- noculare, che vale piuttosto per il confronto di impressioni suc- cessive ed è mezzo abbastanza imperfetto. Anche la lucidezza, la specchiatura, la dispersione retinica agevolano sotto condi- zioni diverse la rappresentazione in profondità, come attestano oltre che il Wundt, le esperienze di Kirschmann (1), Einthoven (2), ed altri. Come è facile immaginare, è immensa la falange di coloro che trattarono codesto problema della rappresentazione di gran- dezza e di distanza; ma ancor più numerosi sono quelli che ne considerarono un lato solo, quello, dirò così, più popolare: l’ap- prezzamento di grandezza degli astri maggiori (rispetto alla nostra visione) e specialmente della luna. Furono proposte ipo- tesi di varia natura: si osservò persino la luna stando sdraiati a terra, in modo da vedere l’astro argenteo allo zenith come se sì trovasse all'orizzonte, e si notò che l’illusione di ingrandi- mento diminuiva e cessava. Si osservarono le fotografie telesco- piche prese in punti diversi del corpo lunare; e si trovò che le dimensioni del satellite terrestre non mutavano. Si osservò la luna con telescopii e cannocchiali: gli astronomi stessi attestano che, esaminata con tali mezzi, la luna rimane sempre delle identiche dimensioni apparenti. Uno scienziato illustre, ben noto per la- vori di ottica fisiologica, lo Zehender (8), sostiene che il cielo di per sè, sgombro, non ci presenterebbe alcuna forma ; ma che noi gli assegnamo quella di una volta depressa, perchè, osser- vando il percorso delle nubi, specialmente quando queste sono (1) “ Philos. Stud. ,, Bd. XVIII, S. 114 ff, 1901; e Bd. IX, S. 497 ff, 1894. (2) “ Pfliger’'s Arch. ,, Bd. LXXI, S.I ff., 1898. (3) “ Zeitschr. f. Psych. u. Physiol. d. Sinnesorg. ,, Bd. XX, S. 353 ff, 1899; e Ueber optische Tiusch., mit besond. Beriiclsicht. d. Tiusch. ib. d. Form. d. Himmelsgewòlbes, etc., 1902. DI ALCUNI FENOMENI DI GRANDEZZA APPARENTE, ECC. 675 basse (e le nubi sono il solo mezzo che ci rimane in tal caso per orientarci), lo vediamo svilupparsi come sulla superficie di una immensa cupola appiattita. Lo Sterneck (1), matematico insigne, fece esperienze interessanti sulla vetta del Sonnblik a m. 3103. Egli pone in rapporto l'apparente forma del cielo not- turno con quella del cielo diurno, tenendo conto della estinzione della luce degli astri nell'atmosfera e della mutata illumina- zione: d'altra parte però la forma del cielo diurno riposa sulla forma del cielo nuvoloso, il quale si misura in base all’ap- prezzamento comune delle distanze. Haenel (2) cita un altro autore non meno di lui diligente, il Reimann. Fa anche una storia dei tentativi di spiegazione del problema qui discusso. E, dopo aver passato in rassegna le teorie fisiche di Aristotele e Tolomeo, quelle fisiologiche di Gassendi, Stroobant, Schiberle, quelle psicologiche di Descartes, Molineux, Vitello, Brandes, Euler, Malebranche, Liihr, Gauss, fino a Zehender, Bourdon, Filehne, ecc., conferma la validità di un risultato ottenuto da Claparède con esperienze semplicissime. Costui, interrogate cento persone ignare di ottica, se vedessero all'orizzonte la luna più vicina o più lontana che allo zenith, si sentì ripetere quasi da tutte: “ più vicina ,. Conclusione: l’ingrandimento appa- rente della luna all'orizzonte non può dipendere dall’essere ve- duta più lontana. Il che significa che le teorie del Wundt e di altri sono alquanto arbitrarie. Lo Haenel, premesso ciò, ricorda che la grandezza angolare sotto cui ogni volta è veduta da noi la luna non varia mai, restando costantemente = 31°. Gli errori di apprezzamento dipendono adunque da cagioni soggettive. Av- vengono in egual modo — si domanda l’autore — i nostri ap- prezzamenti di grandezza sul piano del suolo e nel piano ver- ticale diretto allo zenith ? No: all’orizzonte si vedono gli oggetti a una distanza finita, che noi valutiamo valendoci della espe- rienza acquisita coi movimenti dei nostri muscoli, del nostro corpo, dei nostri occhi; mentre allo zenith non ci vengono in soccorso che le esperienze retiniche. All’orizzonte l'impressione visiva consta di due componenti, grandezza dell’immagine della (1) Der Schraum auf Grund d. Erfahrung, Psych. Unters., Leipzig, 1907. (2) Die Gestalt d. Himmels u. Vergròsserung d. Gestirne am Horizonte, “ Zeitschr. f. Psych. ,, Bd. LI, Heft 3-4, S. 161 ff., 1909. 670 LUIGI BOTTI retina, e distanza: allo zenith, della sola immagine retinica. Anche la luna giace a distanza non apprezzabile, ed è misurata dall’ampiezza della sua immagine nel totale campo visivo. Quando però compare all'orizzonte, è veduta insieme con gli oggetti ter- restri; e all'orizzonte un oggetto compreso da un angolo visivo di 31’ è apprezzato già molto grande. Questo apparente ingran- dimento è dunque per lo Haenel non una impressione sensoriale semplice, ma l’espressione di un processo psichico complesso. L'argomento fu ancora trattato recentemente da Pozdéna (1), Jaensch (2), Alberto Miiller (3), ecc. La importanza della questione è tale che, a volerla trat- tare per esteso, si dovrebbe approfondirla sino a tentar la ri- cerca dell'origine delle rappresentazioni spaziali visive: ricerca che ci porterebbe indietro sino a Kant, o almeno a Giovanni Miilier (4), Hering (5), Helmholtz, ecc. Però accenniamo bre- vissimamente un punto che qui ci può riguardare. Helmholtz dice che codeste rappresentazioni di spazio (egli usa ancora la parola kantiana “ Anschauung ,) sono prodotto della esperienza e dell’esercizio. Dalle ‘esperienze di Chedelsen, Wardrop, ecc. sui ciechi nati, divenuti veggenti in seguito ad una operazione, risultò che, malgrado quelli potessero già prima dell'operazione distinguere in qualche modo il chiaro dallo scuro (è difficile dire se vi siano ciechi nati in senso assoluto, ossia individui nei quali, pur essendo presente l’intero apparecchio visivo ma man- cante la funzione e quindi la prova della rispondenza dell’or- gano, ritenuto specifico, allo stimolo adeguato, sia affatto esclusa la possibilità di recezione degli stimoli luminosi, e del concetto di luce e tenebre, e della capacità di rendersene conto), e anche le direzioni della luce, non possedevano tuttavia un giudizio sulla distanza degli oggetti, e percepivano in modo imperfetto (1) Eine Methode 2. experiment. u. konstructiven Bestimmung d. Form d. Firmamentes, Bd. LI, H. 3-4, S. 200, 1909. (2) Zur Analyse d. Gesichtswahrnehmungen, 4. * Erginzungsband d. Zeitschr. f. Psych. u. Physiol. d. Sinnesorg. ,, Leipzig, 1909. (3) Einige Bemerkungen ib. d. Tiiuschung am Himmelsgewòdlbe, ete., © Arch. f. d. ges. Psych. ,, Bd. XVI, H. 3-4, S. 549, 1910. (4) Zur vergleichenden Physiologie d. Gesichtssinnes, 1826. (5) “ Beitr. z. Physiol. ,; e Raumsinn d. Auges, ©“ Hermann's Handb. d. Physiol. ,, III, 1, S. 447, 1879. : DI ALCUNI FENOMENI DI GRANDEZZA APPARENTE, ECO. 677 la formazione e grandezza di questi, specie se mancavano ri- lievi e incisioni. Un operato di Franz credeva sì vicini alcuni oggetti lontani, che temeva ad ogni istante di urtarli. Tutti questi operati percepivano le impressioni in ordine spaziale, ma paragonandole con le rappresentazioni tattili, sia facendo uso del toccamento immediato, sia suscitando rappresentazioni tat- tili riprodotte (alcuni sentivano, senza toccare, una specie di impressione tattile alla punta delle dita. per una specie di abi- tudine di localizzazione (1)). Sicchè appare abbastanza evidente che veramente — come opina Helmholtz — l’esperienza e l’eser- cizio sono necessari se vogliamo farci una, se nòn esatta, ap- prossimativa rappresentazione della grandezza in rapporto con la distanza dei corpi che noi vediamo disseminati intorno a noi nello spazio esterno. Ed è pur sempre l’esperienza che ci guida anche nell’ap- prezzamento della forma del cielo. Se noi osserviamo i movi- menti delle nubi, li vediamo compiersi in un piano presso a poco parallelo a quello della superficie terrestre quale essa ci. ‘appare, cioè su una superficie non sferica ma leggerissimamente incurvata in basso e in lontananza, dove si fonde in apparenza con la linea dell'orizzonte presso a poco all'altezza della nostra linea visiva. Se non ci sono nubi, più difficile è determinare la forma della volta celeste: ad ogni modo essa non può apparire sferica, ma piuttosto una immensa superficie colorata che si sovrappone, a distanza incerta, al piano del suolo e lo seconda e accompagna sino a ricongiungersi con esso nel lontano oriz- zonte. Insomma questa forma è per noi relativa alla forma e posizione degli oggetti circostanti. Veduto da un finestrino di una cella o di una vettura, esclusa la visione del suolo, il cielo al primo momento sembra un piano verticale, se non ci sono sfumature e gradazioni di luce: veduto da una pianura, sembra più depresso ‘e meno sferico che non da una torre, da una collina o da un monte. Il fatto dell’apparente ingrandimento della luna all'orizzonte, ci sembra che sia di natura diversa, e fa piuttosto pensare alla forte ingerenza dello stato dell'atmosfera: tanto è (1) Un fatto analogo fu recentemente scoperto dal Kiesow (Ueder einige Berihrungstiuschungen, “ Arch. f. d. ges. Psych..,, Bd. X, H. 3-4, S. 811 ff.). 678 LUIGI BOTTI «vero che quanto più la luna (e anche il sole) si vede ingran- dita all'orizzonte, tanto meno appare luminosa e splendente, ma tanto più colorata di tinte che stanno tra il giallo ed il rosso vermiglio. Nelle sere brumose di Novembre e Dicembre o in sere di Maggio in cui l’aria è afosa, si può vedere il sole tra- montare ingrandendosi e accendendosi di codesti colori, oppure la luna elevarsi facendosi man mano più piccola, più nitida e lucente di un bianco argenteo. Ma l'atmosfera può essere lim- pidissima, e l’illusione d'ingrandimento della luna all’orizzonte sussistere egualmente. E qui torna in acconcio di ricordare che noi facciamo più precisi apprezzamenti di corrispondenza tra distanza e immagine retinica all'orizzonte che non allo zenith. Di un oggetto che si trova all'orizzonte è più facile e più con- forme alla nostra esperienza il conoscere la distanza e perciò la grandezza che esso deve avere a tal distanza e che esso ha realmente in confronto di altri oggetti noti. Non è che sia mag- giore la distanza (V. le esperienze di Claparède e di Haenel), «ma si apprezza sempre in tal caso la grandezza insieme ed in rapporto con la distanza, e quindi anche la distanza in rap- porto’ con la grandezza. Isolando l'oggetto da ogni mezzo di confronto, in modo che appaia in una direzione dello spazio ed in una orientazione a noi affatto sconosciuta, l'apprezzamento della grandezza si fa più difficile. Naturalmente oggetti lontani, come montagne od astri, si vedono più grandi quando l’atmosfera è carica di vapori, ossia quando il mezzo interposto tra noi e quelle è più denso del solito (difatti astri come il sole e la luna appaiono più vicini e più piccoli a cielo tersissimo : la luna sembra in tali casi poco più lontana di una comune lampada ad arco). Ma c1ò non spiega che un caso particolare. Come spiegare, per esempio, che in una giornata limpida, specialmente al mattino o alla sera, guardando dalla vetta di un alto monte verso punti egualmente lontani, ma di cui l’uno sia disgiunto da noi dalla sola atmosfera, e l’altro da una serie di particolari conosciuti, si ha l’impres- sione che il primo sia anche più vicino de] secondo ? L'illusione è reale e tanto più forte quanto più un tale punto od oggetto lontano è isolato nello spazio, l’aria limpida e scarica, il grado di chiarore dell'oggetto massimo o minimo, i suoi contorni evi- denti e non diffusi, accentuati i contrasti ed abolite le sfuma- ture pallide. L'illusione può ancora aumentarsi nel caso che » DI ALCUNI FENOMENI DI GRANDEZZA APPARENTE, ECC. 679 l'oggetto considerato presenti all’osservatore una superficie sprov- vista di particolari, sia uniformemente illuminato, e inoltre sco- nosciuto nella sua grandezza assoluta e relativa. Ora, come è più facilmente sovrapprezzata quella estensione che è riempita e che può tutta intera essere percorsa dalla nostra linea. visiva di fissazione (Wundt), così al contrario è subapprezzata una estensione o distanza non riempita e che sopratutto sia scono- sciuta alla nostra varia esperienza. Valga un esempio. Guar- dando a distanza dalla terrazza dell’osservatorio alpino al Monte dei Cappuccini di Torino in una giornata chiara di primavera, si vedono le Alpi più vicine e rimpicciolite che non nei giorni brumosi: ciò nondimeno noi ce le rappresentiamo ancora molto lontane, perchè separate da noi per una estesa pianura visibile e disseminata di oggetti noti. Una volta ch'io mi trovai invece sulla vetta della Ciamarella, a m. 36760 d’altitudine, credetti veder lontano anzi vidi realmente lontano non più di dieci chi- lometri il Monte Bianco, che invece ne dista non meno di 40 in linea retta. Dalla vetta del Pizzo Rotondo (Gruppo Gottardo) a m. 3197, mentre mi apparivano rimpiccioliti ma distinti i borghi di Madrano e Brugnasco oltre Airolo, ad una distanza apparente di 18 km. (ciò che corrispondeva al vero), vedevo vi- cino a me, immediata, verso Nord-Ovest la bianca vetta del Galenstock, che pure non dista di lì meno di 18 km. Ciò, na- turalmente, perchè i primi si vedevano allo sfocio di Val Be- dretto disseminata di particolari noti, mentre la seconda (e con essa il Finsteraarhorn e gli Schreckhòrner) costituiva un oggetto di grandezza assoluta ignota, isolato in un'atmosfera limpidis- sima, scintillante al sole, uniforme. Il gruppo Ortler-Cevedale posto ad oriente sotto i raggi diretti del sole e dietro molte catene di monti, appariva annebbiato e lontano. L’inganno era tale da aspettarsi di veder comparire, p. es., in vetta al Galen- stock un alpinista di grandezza naturale. Questa illusione di pic- colezza e vicinanza si ripete sempre nei ghiacciai, qualunque sia l’inclinazione’ di questi, purchè si mantengano costanti le condi- zioni suaccennate di direzione dei raggi luminosi (molto inclinati e provenienti di fronte), di limpidezza dell’aria, di esclusione di ombre, di assenza o scarsezza di particolari in modo da avere dinanzi soltanto una superficie lucente e ininterrotta di assimila- zione. Così il ghiacciaio d’Alpien al Monte Leone (Alpi Lepontine) 680 LUIGI BOTTI sembra, in tali condizioni, ampio come un cortile. Il ghiacciaio del Rodano al di sopra della potente cascata di seracchi, tra la Furka ed il Naegelisgraetli, non par davvero della lunghezza di ca. 10 km. La vetta del Monte Bianco, veduta dalla capanna Vallot,. dà una impressione di bassezza e di esiguità. Salendo al Lysjoch e guardando a destra, la capanna Margherita ap- pare un giocattolo posto su un mucchietto di neve vicino, mentre è lontana qualche chilometro. Non altrimenti una persona di mia conoscenza, trovandosi per la prima volta in montagna, si mera- vigliava che nei minuscoli paeselli lontani potessero trovar posto delle persone di grandezza normale. Il ghiacciaio d’Aletsch (grosser Aletsch Gletscher) veduto dall’Eggishorn, sembra un viale da giardino, mentre è largo in media 1-3 km. e lungo 25-30 km,, e si trova incredibile che occorrano 8 o 10 km. a risalirlo dal Maerjelensee sino al Jungfraujoch. Se vi si ode il rombo di una valanga, ci si aspetta di vederla in prossimità immediata. Ma se per caso lo sguardo cade verso lo sfocio, sui microscopici chalets d’Oberaletsch, sl ristabiliscono i rapporti di grandezza tra questi e l’ambiente, e la nostra rappresentazione si corregge. Così il panorama del Gornergrat, che comprende più di ‘40 ghiacciai, sembra mancare di grandiosità; e quando su quei ghiacciai si scopre qualche alpinista, lo sì trova troppo piccolo. Illusioni o sorprese di questo genere capitano anche sul mare, in giorni sereni, guardando alle coste. Talora si danno montagne che per i contorni ricordano oggetti noti come case, torri, zolle, ecc., e perciò possono ritenersi di una grandezza assoluta non diversa da quella di tali oggetti. Inoltre nella impressione che riceviamo della forma di una montagna agiscono sempre (come accade per illusioni ottico-geometriche) delle fusioni associative, delle assi- milazioni psichiche. Poi ci sono dei fattori che concorrono ad aumentare o favorire queste illusioni. In alta montagna, l’aria è in generale più limpida e rarefatta (le fotografie prese in alta montagna sono più nitide ed evidenti e danno una impressione di maggiore immediatezza). Il candore e il luccichio*dei ghiacciai producono una impressione così viva sulla nostra retina, che sembrano venir quasi a contatto con essa. La mancanza o scarsezza di particolari o mezzi d’analisi sulle superfici ghiac- ciate, favoriscono il prodursi di una impressione di immedia- tezza, perchè non possiamo giovarci, pel controllo, di elementi DI ALCUNI FENOMENI DI GRANDEZZA APPARENTE, ECC. 681 noti alla nostra esperienza. Con potenti cannocchiali, potendosi discoprire talora maggiori e più noti particolari, l’assegnamento e la distribuzione dei rapporti di grandezza e distanza sì fa. più agevolmente malgrado l’ingrandimento prodotto dalle lenti e il forte avvicinamento. Dunque è evidente che le dimensioni dei ghiacciai e in genere delle estensioni deserte in alta mon- tagna si apprezzano non secondo i rapporti tra la grandezza apparente e la distanza,. ma secondo l'angolo visivo e quindi in conformità della grandezza della immagine retinica confrontata con l'ampiezza totale del campo visivo o con immagini rappre- sentative reali o riprodotte di oggetti noti per grandezza e distanza: in fondo si fa lì un apprezzamento dedotto da impres- sioni immediate. Ma in questi casi ci sono anche altre ragioni di disturbo e di errore. Il giudicar da lontano l'altezza delle montagne è cosa assai ardua. Nel piano verticale v'è meno oc- casione di vedere ed apprezzare estensioni, e vi si danno meno oggetti di confronto: l’esperienza e l'esercizio ci soccorrono qui assai meno. Al contrario è continuo e famigliare alla nostra coscienza l'apprezzamento di grandezza e distanza nel piano oriz- zontale del suolo. Guardando da Torino alle Alpi, non si cre- derebbe che esse siano in media dell'altezza di circa tre chilo- metri, perchè sembrano molto più basse. Altrettanto difficile è giudicare la distanza e la grandezza assoluta di un pallone in un dato momento della sua ascensione, o di un aquilone sospeso nell’aria, o di un uccello che vola. Dal Santuario di Nòtre Dame de la Guérison, presso Courmayeur, il ghiacciaio della Brenva e la massa del Monte Bianco appaiono non più alti di una ca- supola, ossia non più estesi della immagine retinica della chie- suola vicina. Il Monte Rosa, visto dal Belvedere di Macugnaga, appare alto come un semplice mucchio di detriti. In questi casi il nostro apprezzamento può anche riuscir meno sicuro per la posizione rientrante delle vette dei monti in confronto della loro base, per cui quelle appaiono più basse: inoltre quanto più una catena di monti è estesa in lunghezza, tanto più diminuisce l'impressione della sua altezza, e viceversa un picco erto ed isolato appare aumentato in altezza: poi un monte può appa- rire più o meno esteso secondo che è in confronto immediato, nella coscienza, con uno spazio di cielo più 0 meno grande, o con oggetti di dimensioni relativamente più o meno grandi, ecc. 682 LUIGI BOTTI Nella mia città di Cremona, quando trovandomi per istrada, vedo affacciarsi delle persone alla piattaforma del Torrazzo alta ca. m. 100 sul suolo, mi meraviglio di trovarle troppo piccole; mentre le medesime non mi danno più un'impressione di pic- colezza se viste ad una egual distanza nella via. Tali sorprese, come vedemmo notato da Helmholtz, capitano più spesso ai bimbi perchè sono sprovvisti di esperienza. Quando però essi incominciano a rendersi conto delle dimensioni degli oggetti, sono indotti a sovrapprezzarle, anche perchè mettendo in con- fronto gli oggetti esterni col proprio organismo, coi proprii mo- vimenti, statura, ecc., li trovano grandi più che non li trovino gli adulti. L'adulto però conserva la tendenza a subapprezzare la grandezza di oggetti situati in alto ed a distanza, ed è poi in- dotto a correggere la prima impressione commettendo l’errore contrario, cioè nel senso di un sovrapprezzamento. Così, mentre le colonnette della piattaforma superiore di una torre viste da lungi mi sembran troppo piccole, se io salgo sulla torre sino a toccarle, mi sembrano ancora troppo piccole, perchè per aver voluto correggere la prima impressione mi sono preparato a riceverne una di grandezza eccessiva. La statua di Vittorio Ema- nuele II a Torino, che è collocata molto in alto, sembra delle dimensioni di una persona normale o poco più; mentre è pa- recchie volte più grande. Guardando monocularmente un 0g- getto lontano (p. es. la luna) all'orizzonte, e confrontandolo con uno vicino eguale e più piccolo che produca sulla retina una immagine identica, siamo sorpresi dal fatto che, malgrado questa eguaglianza di immagini, l’oggetto all'orizzonte pare sempre più grande. Ripetendo la stessa esperienza quando quell’oggetto è collocato nella direzione dello zenith, quella sorpresa diminuisce, e l'eguaglianza delle due immagini è più facilmente riconosciuta. Una estensione in altezza, veduta non più lungi ma in vici- nanza immediata, p. es., una casa o torre vedute dalla base, ci danno invece immediatamente la impressione di una esten- sione troppo grande. Una casa, in generale, ci pare, a primo aspetto, alta parecchi metri più del vero, anche se si guarda col capo riverso all'indietro. Guardando dall’alto di una torre (o casa) in basso, codesta illusione diminuisce. Sul piano del suolo, invece, l'apprezzamento di grandezza e distanza è facili- tato, oltre che dalle ragioni riferite, anche dal vedere gli 0g- DI ALCUNI FENOMENI DI GRANDEZZA APPARENTE, ECC. 633 getti scaglionati successivamente su un piano che continua in apparente salita sino all'orizzonte: difatti, sdraiandoci al suolo in modo che questo coincida quasi col piano orizzontale della linea visiva, e guardando da tal posizione i varii oggetti (per- sone, case, alberi, ecc.), questi si vedono ammucchiati l’uno dietro l’altro con diminuzione dell’effetto di profondità. Allo stesso modo se guardiamo ad una persona ritta sul tetto di una casa o entro la navicella di un pallone ad una determinata altezza e distanza, la troviamo subito troppo piccola; e però l’illusione si fa minore se quella persona si trovi egualmente in alto e di- stante ma non sospesa, bensì separata da nol da una strada o gradinata in salita; perchè in quest’ultimo caso si presenta la superticie continua e conosciuta del suolo come ausilio alla nostra rappresentazione di grandezza e di distanza. I cacciatori si fanno un'idea meno errata degli altri sulla grandezza e distanza degli uccelli, possedendo un'esperienza precedente e avendo occasione di osservare la traiettoria del volo di quegli animali. Tornando per un momento al caso speciale degli apprez- zamenti di estensione e distanza in montagna, bisogna ancora ricordare. qualche altra cagione di errore del nostro giudizio. Quando man mano si ascende un monte e si guarda agli altri monti più lontani, st pone troppo in alto il punto che si crede alla nostra medesima altitudine: per cui ci si crede sempre troppo in su. Per punti lontanissimi, ciò può essere spiegato in parte dalla rotondità della terra: ma nei casi più comuni ciò probabilmente è dovuto al fatto che il piano orizzontale d’orien- tazione è per noi il suolo. Quando questo è parallelo al livello. delle acque, sembra leggermente salire sino all'orizzonte lontano, che però ci appare un po più basso del nostro occhio fissante. Ma se il suolo è realmente in salita dinanzi a noi, allora ap- parentemente si alza il piano orizzontale consueto della nostra linea visiva, quasi per mantenersi col primo nel medesimo rap- porto di parallelismo. Se il suolo piano ed orizzontale è veduto da una grande altitudine, appare come se fosse in ancor più forte ascesa, sebbene in realtà non lo sia menomamente, verso l'orizzonte lontano. Naturalmente ciò si verifica meglio per og- getti lontani che per vicini, data l’orientazione nostra sul suolo e la piccolezza quasi trascurabile dell'angolo visivo. In generale la superficie orizzontale del suolo e la posizione perpendicolare Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 47 684 LUIGI BOTTI —- DI ALCUNI FENOMENI, ECC. che assume rispetto ad essa il nostro organismo, costituiscono dei fattori primari per la nostra orientazione sulla superficie terrestre. Se il suolo è appena insensibilmente inclinato o è tale soltanto in apparenza, la nostra psiche si trova nell’impossi- bilità di distinguere tra il piano orizzontale assoluto di orien- tazione e quello sul quale ci troviamo o ci immaginiamo di tro- varci; e così nella nostra rappresentazione essi si fondono fra di loro. Così si può spiegare perchè, viaggiando in ferrovia o in piroscafo, quando la vettura o il battello nel compiere una lenta curva s’inclinano dall'uno dei lati, si abbia l'impressione che gli oggetti all’esterno s'inclinino in senso opposto: perchè, senten- doci perfettamente orientati sul suolo e tra le pareti che sono immediatamente prossime a noi, l'impressione della nostra giusta posizione si prolunga, per così dire, all’esterno ove quindi gli oggetti per contrasto ci sembrano inclinati in senso opposto. Per mostrare ancora in altro modo come l’esercizio e la lunga esperienza comune siano divenuti una forma imprescin- dibile per i nostri apprezzamenti nel mondo delle percezioni visive, non sarà inopportuno citare un caso, che questa volta riguarda la prospettiva. Se ci poniamo dinanzi ad una statua o ad una persona immobile in tutte le sue membra, e facciamo in modo che il suo sguardo venga ad incontrare il nostro, e poi man mano ci tiriamo da parte, osserviamo che la prospet- tiva ne viene mutata e che ii suo sguardo non si dirige più su di noi. Invece se ci vien fatto di incontrar col nostro lo sguardo «di una persona dipinta in un quadro, non riusciamo ad evitarlo neppure spostandoci lateralmente, perchè l’occhio che ci fissa dal dipinto non potrà mai essere veduto di fianco, giacendo su una superficie piana che non ammette modificazioni di prospet- tiva. Per lo stesso motivo la direzione in cui appare una per- sona coricata in iscorcio in un quadro, sembra che ci accom- pagni nei nostri spostamenti laterali. E per la stessa ragione lo sguardo di una persona dipinta che non ci fissi non potrà mai essere incontrato dalla nostra linea di fissazione. Un dipinto su un soffitto raffigurante in iscorcio una persona ritta in piedi, appare errato a chi lo contempli perpendicolarmente dal basso con la linea visiva verticale, perchè l'osservatore si aspette- rebbe di vedere solo la pianta di un corpo umano, e invece vede una figura distesa di fianco. Ma se l'osservatore si pone a di- GUIDO GRASSI — SUL RADDOPPIAMENTU DI FREQUENZA, ECC. 695 stanza in modo da vedere lo scorcio col suo asse longitudinale coincidere presso a poco con la propria linea visiva, allora la figura, pur presentando all’osservatore più vicina la testa e più lontani i piedi, apparirà sorgente dalla linea del suolo o del- l'orizzonte e protendentesi verso l'alto. Concludendo: gli errori, di cui abbiamo discorso, e che si commettono in generale nell’apprezzamento della grandezza e della posizione degli oggetti disseminati nello spazio, sono do- vuti in massima parte alla relatività della nostra misura visiva: per correggerli, ossia per mettere la grandezza nel suo giusto rapporto con la distanza, e la posizione e la forma degli oggetti in rapporto esatto con la nostra orientazione nello spazio e con la prospettiva, sì rende necessaria una lunga esperienza acqui- sita con la cooperazione di altri campi sensoriali. Un ringraziamento speciale rivolgo al Prof. F. Kiesow, che mi sovvenne gentilmente del suo consiglio e del suo aiuto. R. Istituto di Psicologia Sperimentale (Fondazione E. E. PeLLEGRINI) diretto dal Prof. F. Kriesow, in Torino. Sul raddoppiamento di frequenza di una corrente per mezzo di lampade a filamento metallico. Nota II del Socio GUIDO GRASSI. Credo opportuno aggiungere qui alcune considerazioni sugli esperimenti che ho descritto nella Nota precedente. La spiegazione sommaria degli effetti osservati, quale io l’ho indicata, è soltanto un abbozzo; essa mi servì bensì di guida nell'eseguire gli esperimenti e può dar ragione del feno- meno nel suo andamento generale, ma non è certamente suffi- ciente a spiegarne i particolari e a far conoscere tutti i fattori che influiscono sul fenomeno. Nell’esperimento primo, dove la lampada metallica è inse- rita in uno dei lati di un ponte di Wheatstone, l’onda di doppia frequenza che si manifesta nel ponte è sempre simmetrica ri- spetto all’onda fondamentale, cosicchè propriamente non si può 686 sica | GUIDO GRASSI dire che sia una corrente di frequenza doppia, se non limita- tamente ad un mezzo periodo della corrente principale. Quando la corrente principale s’inverte, l’onda di doppia frequenza si inverte pure; si hanno quindi due semiperiodi positivi seguiti da due semiperiodi negativi, come se si trattasse di una cor- rente pulsante e nello stesso tempo alternata. L'alternativa però non è in concordanza di fase con quella della corrente princi- pale, perchè invece è sfasata di un quarto di periodo. «Ma ciò che più deve colpire, se ben si riflette, nel risul- tato dell’esperimento, è che la corrente nel ponte viene ad avere i due semiperiodi eguali; ciò non mi sembra facilmente spie- gabile, sebbene fosse prevedibile, come io stesso previdi, che si dovesse produrre una oscillazione di frequenza doppia. Il risul- tato interessante adunque consiste in ciò che 1° la corrente nel ponte ha 1 due semiperiodi di eguale lunghezza; | 2° la corrente stessa è rappresentata da una curva che nel semiperiodo positivo ha una forma quasi identica a quella del semiperiodo negativo. Se si tenta di determinare 4 priori la forma della curva della corrente nel ponte, seguendo l'andamento della tempera- tura del filamento e la conseguente variazione di resistenza della lampada, e quindi la variazione nel valore e nel segno del po- tenziale all'estremità del ponte, si arriva d’ordinario a curve assal più irregolari di quella realmente osservata. D'altronde lo credo ben difficile arrivare ad una soluzione esatta per questa via, data la imperfetta cognizione che possiamo avere del modo di variare della temperatura del filamento al variare della cor- rente, quando la temperatura è ad un grado così alto che si avvicina in media ai 2000°. Non sappiamo poi neppure come al crescere della temperatura, in quelle condizioni, aumenti la resistenza del filamento; sappiamo solo il segno delle variazioni; non ne conosciamo la grandezza e quindi possiamo appena pre- vedere pressapoco l'andamento del fenomeno, non le sue leggi quantitative. Perciò il risultato dell'esperimento è più interessante e non credo invece che valga la pena di esporre i tentativi fatti per costruire teoricamente la curva della corrente pulsante e al- ternata. SUL RADDOPPIAMENTO DI FREQUENZA DI UNA CORRENTE, ECC. 687 Un altro particolare interessante mi sembra l'aver messo in evidenza che la variazione di resistenza della lampada me- tallica sotto l’azione della corrente alternata, pur con frequenza di circa 50 periodi, sì dimostra realmente così grande da pro- durre un effetto molto sensibile; cioè deve realmente la lam- pada subire una oscillazione di temperatura piuttosto forte. Posto ciò, passiamo a considerare il secondo esperimento descritto nella Nota precedente. In un circuito che contenga una lampada metallica, se si fa una derivazione fra due punti fissi, su di un conduttore al- l’infuori della lampada, la caduta di tensione fra di essi dovrà subire una variazione periodica, con frequenza doppia, che si sovrapporrà alla variazione di frequenza fondamentale. Però anche qui non è possibile prevedere direttamente come questa oscillazione potrà manifestarsi relativamente alla sua forma ed alla sua fase. La differenza di potenziale fra i due punti fissi subisce la variazione periodica dovuta alla forza elettromotrice applicata, ma nello stesso tempo deve pulsare come se i punti, fra i quali la differenza di potenziale ha un rapporto costante colla f. e. m. applicata, si spostassero conti- nuamente oscillando a destra e a sinistra dei punti d’attacco della derivazione. Essendo il caso simile a quello dell'esperimento col ponte e visto il risultato di quello, cioè che nel ponte si stabilisce una pulsazione di frequenza doppia e molto regolare, è lecito supporre che anche qui all’onda fondamentale si sovrapponga una pulsazione doppia. Ma non si può prevedere se questa sarà più o meno regolare nei suoi semiperiodi, se sarà simmetrica o dissimmetrica rispetto all’onda principale; tanto più se si rl- flette che la stessa deformazione della corrente, prodotta dalla variazione di resistenza della lampada, deve influire a sua volta a far variare la legge di successione delle temperature del fila- mento. Perciò il risultato dell'esperimento fatto, inserendo un sem- plice galvanometro per corrente continua nel circuito derivato, è degno di nota, in quanto mette in evidenza che la detta pul- sazione avviene in modo che il valor medio della corrente nel semiperiodo positivo è diverso dal valor medio nel semiperiodo negativo, precisamente come se vi fosse un armonico di fre- 689 GUIDO GRASSI — SUL RADDOPPIAMENTO DI FREQUENZA, ECC. quenza doppia spostato alquanto di fase, ed in tali condizioni il galvanometro da una deviazione permanente. Affinchè il lettore possa meglio giudicare del valore del- l'esperimento ricorderò più in particolare come era disposto. Il circuito era formato da una lampada metallica, tipo Z, a filamento di tungsteno, e da una resistenza in serie formata da un reostato a filo metallico avente la resistenza complessiva di 4,7 ohm. Il galvanometro, corazzato, colla resistenza di circa 10 ohm, si leggeva con cannocchiale e scala, ed era derivato su di un piccolo tratto del reostato comprendente la resi- stenza 0,19. Il circuito era alimentato con corrente alternata di circa 0,37 Ampère. Al primo chiudere del circuito del galvanometro sempre si aveva una deviazione fortissima ora da un lato ora dall'altro; ma poi, tenendo chiuso il circuito, l'oscillazione di- | minuiva e l’ago si arrestava con una deviazione dallo zero che era da 13 a 14 centimetri. L’ago propriamente vibrava sempre rapidamente per effetto della corrente alternata, ciò che impe- diva di vedere chiaramente i numeri della scala ‘e bisognava riferirsi a qualche segno particolare, luminoso, per fare la let- tura. Ma sul risultato dell'esperimento non vi è dubbio. Quando si aveva al posto della lampada un semplice reo- stato in cui le variazioni di temperatura erano certamente pic- colissime, la deviazione al galvanometro si riduceva a qualche centimetro, mentre nel circuito principale la corrente aveva la stessa intensità di prima. L'influenza della lampada metallica era dunque bene accertata. Nei circuiti da me sperimentati vi erano sempre generatori di corrente alternata contenenti masse di ferro; nell’ultimo espe- rimento l’alternatore era con indotto senza ferro, ma nel cir- cuito magnetico vi era sempre il ferro dell’ induttore. Perciò non è escluso che anche i fenomeni d’isteresi magnetica possano influire sui risultati. Però 10 credo che a spiegare l'andamento generale del fe- nomeno presentato dalla lampada metallica, sì debba tener conto piuttosto degli effetti termoelettrici prodotti dalle oscil- lazioni di temperatura, poichè questi effetti devono riprodursi ad ogni mezzo periodo e sempre col medesimo segno qualunque sia la direzione della corrente che riscalda il filamento. Relazione sulla Memoria del D.r ALserTto CrvaLLERI intito- lata: Sullo sviluppo della Guaina midollare nelle fibre nervose centrali. Lo sviluppo della guaina midollare nelle fibre nervose cen- trali fu già più volte argomento di studio per parte degli isto- logi, tuttavia non si è potuto fino ad ora delinearne nettamente la storia, sia perche esistevano notevoli lacune, sia per i ri- sultati spesse volte in opposizione gli uni agli altri che si erano ottenuti. Per queste considerazioni il D. Alberto Cival- leri, assistente nell'Istituto anatomico di Torino, si è proposto di fare delle ricerche metodiche sulla midolla spinale del pollo col sussidio dei più moderni metodi di fissazione e di colora- zione allo scopo di seguire tutte le fasi dello sviluppo delle fibre midollate. ! Comprendendo la grande importanza che in questo feno- meno doveva avere il substrato in cui compaiono e crescono le fibre nervose, egli richiama sopratutto l’attenzione su di esso, cioè sul velo marginale, che egli studia e minutamente descrive nelle successive e profonde modificazioni cui va incontro finchè si trasforma nel tessuto di sostegno dei fasci di fibre della so- stanza nervosa midollare. Così egli potè osservare che il velo marginale, costituito sulle prime dalle basi esterne delle cellule epiteliali dell’abozzo del neurasse, si trasforma presto in un simplasma di struttura trabecolare. Non gli spazi limitati dalle trabecole, ma le trabecole stesse del simplasma sono invase dalle neuriti che originano dai neuroblasti dello strato del mantello o dai gangli spinali. Per tale intimo rapporto la sostanza proto- plasmatica delle trabecole viene a costituire una primitiva guaina alle neuriti o fibre nervose. Nella detta guaina protoplasmatica appaiono minute goccio- line lipoidi, le quali addensandosi attorno alla fibra nervosa vi formano una guaina continua lipoide, ma non ancora mielinica. Ad un certo tempo dello sviluppo nel simplasma del velo marginale appaiono dei nuclei emigrati dalla zona del mantello, come pure compaiono delle cellule vasoformative provenienti dal mesenchima avvolgente il tubo midollare. Una parte del 690 simplasma si addensa attorno ai nuclei e forma con questi degli elementi cellulari, i primi spongioblasti del velo midollare. Fra questi elementi alcuni, che assumono una forma ad anello, fu- rono ritenuti da molti le sole cellule mielogene del velo mar- ginale; invece, secondo il Civalleri, essi avrebbero questa pro- prietà in comune con tutti gli altri spongioblasti: la forma ad anello sarebbe solo un fatto accidentale dovuto a speciali con- dizioni di rapporto rispetto alla fibra nervosa. In ogni modo le nuove cellule si sostituiscono alle primitive trabecole simplas- miche nella formazione e nell’accrescimento della guaina mi-, dollare, con la sola differenza che la sostanza da esse formata già allo stato di granulo offre le reazioni caratteristiche della mielina. La minuta relazione delle pazienti indagini del Civalleri è corredata da una tavola di figure. Nello scritto l'Autore non solo riporta tutta la storia dell'argomento, ma si intrattiene anche su altre questioni che sebbene di ordine secondario pure servono a dare rilievo ad alcuni fatti dell’istogenesi ed a por- tare una spiegazione dei risultati spesse volte opposti cui erano venuti gli osservatori precedenti. Concludendo, noi crediamo che la Memoria del D." Civalleri e per l'argomento che tratta e per il contributo che porta sia meritevole di essere letta alla Classe e di essere inserita nei volumi accademici. | L. CAMERANO R. Fusari, relatore. L’ Accademico Segretario LorENZO CAMERANO. 691 ala ode DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 12 Giugno 1910. PRESIDENZA DI S. ECC. IL COMM. PAOLO BOSELLI PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti 1 Soci: Pizzi, Rurrini, SrorzA, BAUDI DI Vesme, ScHiapareLLIi e RenieR che funge da Segretario. — È scusata l'assenza dei Soci Manno, Direttore della Classe, CHIRONI, StamPINI, D’ErcoLe, BronpI, EINAUDI. E letto ed approvato l’atto verbale dell'adunanza antece- dente, 22 maggio 1910. I | Il Presidente BoseLLi è lieto di inaugurare la sua presi- denza, rivolgendo parole gentili di accoglimento ai due nuovi Soci presenti, BAuDI DI VESME e ScHIAPARELLI, che furono già presentati alle Classi Unite. I due Soci ringraziano. A nome del Socio Savio, il Presidente fa omaggio dell’o- puscolo di Ambrogio Pesce, Una necropoli romana nel territorio ovadese, Asti, s. d., di cui riassume il contenuto. Il Socio Rurrini offre a nome dell’autore, 1 due volumi di conferenze tenute alla Scuola di Guerra dal prof. Costanzo Rinaupo, Il risorgimento italiano, Torino, tip. Olivero e C., 1910, dando .idea del loro carattere e del loro valore e lodandoli come | opera di chiara e ben ordinata divulgazione. Il Socio RENIER aggiunge di avere notato con compiacimento la parte abba- 692 stanza ragguardevole, che in queste conferenze è data a giusto titolo alla storia delle lettere. Sebbene neppure in questi par- ticolari sianvi notizie nuove nè peregrine, è pur sempre degno di nota il fatto che sia tenuto il debito conto, nella storia del risorgimento nostro, del fattore letterario, che vi ebbe tanta parte. Avuta quindi di nuovo la parola il Socio Rurrini, gli è grato rammentare che fra non molto cadrà il centenario della nascita del conte di CAvouR, l’eminente statista a cui tanto deve la patria nostra, e con breve quanto opportuna efficacia di pa- rola lo commemora. Per desiderio del Presidente e della Classe le precise espressioni del suo pensiero sono pubblicate negli Att. Il Socio RENIER presenta per la inserzione negli Att una nota storica del giovane Annibale BozzoLa, La politica impe- riale di Bonifacio II di Monferrato e una pretesa donazione di Federico II. | FRANCESCO RUFFINI — IL CONTE DI CAVOUR, ECC. 695 LETTURE Il Conte di Cavour, l'Accademia di Torino e la Scienza. Nota del Socio FRANCESCO RUFFINI. Non dispiaccia agli egregi colleghi della Classe, che essendo nel discorso delle cose e degli uomini del nostro Risorgimento nazionale e più particolarmente di chi ne fu l'artefice più pos- sente, il Conte di Cavour (a proposito della presentazione del libro sopraccennato del Prof. Rinaudo), io me ne valga per bre- vissimamente commemorare anche fra di noi il centenario della sua nascita, che tra poco ricorrerà. Così l'Accademia non parrà -— essa sola — rimanersi straniera ed indifferente a un avve- nimento, che sarà con tanta solennità ricordato da ogni ordine di cittadini e da ogni maniera di sodalizì. Ma a che la presenza — magari solo nella memoria — di un uomo politico, sia esso pure uno dei massimi di qualsivoglia tempo e di qualsivoglia paese, in questa nostra quieta e severa sede delle Scienze ? Alla domanda potrei dare una risposta, dirò così, empirica; ricordando semplicemente che il Conte di Cavour fu proposto e fu nominato membro di altri istituti simili al nostro; fu, cioè, per non dire che dei maggiori, proposto quale membro corrispondente dell'Académie des Sciences morales di Parigi, fu nominato membro onorario dell’Istituto lombardo di Scienze e Lettere. Della nostra Accademia, per contro, il Conte di Cavour non fu. Nè la cosa è passata inavvertita. In una noticina del prezioso libro di Domenico Berti, Il Conte di Cavour avanti i 1848, Roma, 1886, p. 153, n. 1, è detto: “ Non sappiamo “ perchè l'Accademia (di Torino) non abbia mai proposto di no- “ minare tra i suoi il conte di Cavour quando già era notissimo “ per le sue pubblicazioni economiche ,. 694 FRANCESCO RUFFINI Presi così direttamente a partito, è obbligo nostro di consi- derare prima di tutto questa esclusione. Non vi fu sicuramente da parte di quei nostri predecessori illustri sentimento alcuno di reazione contro il Conte di Cavour per certi giudizî, che di lui giovinetto ci furono tramandati per le stampe, non solamente molto severi, ma addirittura, come non di rado gli succedeva, molto sarcastici e a tratti quasi insolenti contro gli Accademici del suo tempo. I giudizî del Conte, con- segnati allora in un suo Diario tutto quanto intimo, non furono fatti di pubblica ragione se non più di mezzo secolo dopo, morto oramai il grande Uomo di Stato, morti pure tutti gli Accade- mici, al quali quei giudizì si riferivano (efr. Diario inedito con Note autobiografiche del Conte di Cavour, pubblicato per cura e con introduzione di Domenico Berti, Roma, 1888, p. 66 sgg.). L'occasione di quei giudizî merita tuttavia di essere accennata. Îl 81 ottobre 1833 l'Accademia tenne una di quelle solenni adunanze a classi unite, delle quali altri istituti. al nostro corrispondenti hanno saputo assai meglio di noi conservare in Italia la nobile e proficua tradizione. Fu presente ad essa il Re Carlo Alberto, accompagnato dai Principi reali, il Duca di Sa- voia ed il Duca di Genova, e vi intervennero i più alti digni- tari della Corte e dello Stato, il corpo diplomatico, e le autorità civili, ecclesiastiche e militari. Questo ci attestano le Memorie dell’Accademia (Serie 1*, anno 1834, p. xx), le quali di ogni particolare della cerimonia e delle letture, che vi si fecero, hanno conservato un resoconto, intonato, come è facile immaginarsi, alla eccezionale solennità di essa. | Tra il pubblico era Camillo di Cavour, allora di ventitre anni. Il quale il giorno medesimo scrisse della seduta una rela- zione in certa maniera parallela a quella ufficiale, ma di una intonazione perfettamente opposta. Nessuno degli oratori trovò grazia presso di lui: non Prospero Balbo, non Federico Sclopis, non Giuseppe Manno, non il Carena, non il Boucheron ecc. Di tanta acerbità la sorgente ci è subito svelata dalle ultime pa- role del Conte: “ En un mot, le mérite de la séance a été par- “ faitement è l'unisson de l’honneur que peut conférer à un “ corps savant la présence d'un prince jouissant d’une réputation “ européenne aussi bien établie que Charles Albert ,. È al Principe, dunque, che sopra le teste inchinate degli Accademici plaudenti miravano gli strali della ironia cavouriana. IL CONTE DI CAVOURET ACCADEMIE DE TORINO ETA SCIENZA: DOO Bisogna riportarsi a quel momento storico, che fu tra i più nefasti che la Monarchia.di Savoia abbia attraversato mai, e che fu certamente il punto nero del regno di Carlo Alberto. Bisogna ricordare, cioè, non solo l’ambiente mortificante della Torino di allora, che il Marchese D'HAUSSoNVILLE (Souvenirs, Paris, 1879, p. 269), addetto alla legazione di Francia, ebbe a chiamare “ la cité, qu'au lendemain de la Révolution de juillet “ Charles-Albert, brouillé avec ses complices de 1821, gouvernait “ de compte è demi avec les Jesuites ,; ma ancora, e più par- ticolarmente, le repressioni sanguinarie, ordinate dal governo piemontese proprio in quell’anno 1833. | Bisogna, da un altro canto, mettersi nelle condizioni d’a- nimo del Conte di Cavour; il quale di contro alla reazione trion- fante aveva dovuto, per non sacrificare la sua libertà intellet- tuale e morale, rinunciare alla carriera intrapresa, e ritirarsi a vita privata: inviso alla Corte, in conflitto con i suoi, ottene- brata la mente dalle più nere previsioni sulle sorti del suo paese, inacerbito l'animo dal naufragio, che in quei giorni ap- pariva irreparabile, di tutti i suoi antichi sogni di celebrità e di gloria. Si aggiunga, che da poco, e cioè solamente dal 9 di ottobre, egli aveva fatto ritorno a Torino da Ginevra, dove un soggiorno di più mesi gli aveva dato modo di respirarvi a pieni polmoni quella atmosphère de raison, com’ei la chiamava, che tanto sollievo, bensì, gli dava sempre allo spirito, ma tanto più crudo gli faceva poi sentire il rituffarsi nell’enfer intellectuel — sono sempre sue parole — della capitale piemontese. Colà lo spettacolo vivificante dei liberi ordinamenti e insieme la consue- tudine quasi quotidiana con scienziati di fama mondiale, come il botanico De Candolle, e lo storico delle nostre libertà medio- evali, il Sismondi, o anche 1l profugo Pellegrino Rossi, uno dei più possenti instauratori della scienza del diritto pubblico nella prima metà del secolo passato, dovevano avergli irraggiato nella mente l’immagine di un connubio della scienza con la libertà ben più naturale e fecondo, che non con la bigotta cortigianeria. Queste le cagioni, per cui il Conte di Cavour non poteva recare benevolo o anche solo equanime giudizio sopra gli Ac- cademici di quel tempo. Ma queste, del pari, le cagioni per cui l’Accademia di allora non avrebbe, alla sua volta, potuto asso- lutamente comprendere ed accogliere lui. 696 FRANCESCO RUFFINI Lo stesso Berti ha rilevato, come il Conte di Cavour abbia poi con gli anni strette relazioni di deferente amicizia con pa- recchi di coloro, che egli tanto acerbamente in quell'occasione criticò. Potremmo aggiungere, assurgendo dagli Accademici al- l'Accademia, che il suo epistolario medesimo ci fornisce testi- monianza della considerazione, in cui egli in seguito la tenne (cfr., p.e., CaIALA, Lettere, V, p. 33, 817). Ma, tant’è, tutto questo ‘non potè togliere mai la fondamentale divergenza di indirizzo politico fra il Conte di Cavour e l'Accademia: ostacolo, in quel tempo almeno anche presso di noi, di gran lunga più insormon- tabile che non il poco merito; insormontabile, del resto, ancora oggidì in altri paesi, per esempio in Francia, siccome recenti e famosi casi vi hanno fatto chiaramente vedere. A questo proposito, e a proposito più precisamente della Francia, vanno trascritte queste parole della lettera di ringrazia- mento diretta dal Conte di Cavour il 21 febbraio 1859 al Sig. Carlo Lucat: “ Je Vous remercie de votre bon souvenir et je vous “ suis ‘très reconnaissant de la pensée que vous avez eue de me proposer à l’Académie des sciences morales comme membre “ correspondant. Mais je doute fort que ce soit le moment op- “ portun pour le faire. Les doctrinaires sont trop contraires è. “la politique que je m’efforce de faire triompher en Italie pour “ qu’ils soient disposés è me conférer le titre de confrère , (Cerina, HI, pi Bk : Dunque, il Conte di Cavour sapeva benissimo che la poli» tica è troppo spesso come una sbarra messa di traverso sulla soglia delle Accademie; onde molto probabilmente l’ultimo a condividere la meraviglia di Domenico Berti per la sua esclu- sione da quella di Torino sarebbe stato proprio lui! Ma ch’egli avrebbe avuti solenni titoli per esservi ammesso e ch'egli vi avrebbe potuto degnamente sedere, con onore suo in allora, con nostra gloria oggidì, mostrano chiaramente — a nostro avviso — più che non le molteplici e notevolissime pub- blicazioni di economia politica, di pubblica amministrazione e di scienza sociale, a cui il Berti accenna, alcune parole davvero memorabili della sua lettera di ringraziamento per la nomina a membro onorario dell'Istituto lombardo. La lettera, del 5 feb- braio 1860, è diretta al Presidente di quell’Istituto, ch’era allora Alessandro Manzoni, e si chiude così: “ Se non vien meno in 6 IL CONTE DI CAVOUR, L'ACCADEMIA DI TORINO E LA SCIENZA 697 noi quella costanza ed unanimità di propositi, che costringe ora l'Europa attonita all’ammirazione ed al plauso, fra breve la mente italiana non sarà più funestata dalla dominazione straniera, e invigorita, non esausta, dalla lotta nazionale, essa raggiungerà di nuovo quelle altezze del pensiero e dell’arte, a cui altre nazioni, benchè avessero sorti meno contrastate o più liete, tentarono finora indarno di giungere , (CHIALA, III, Di do) Non erano vuoti complimenti; non era vana retorica. Il Conte di Cavour ebbe fin da giovinetto in altissima con- siderazione la scienza, e non solamente per il lustro che ne po- teva derivare ad una nazione, sì bene anche per il vantaggio. Poich’egli la scienza considerava uno dei più validi fattori della prosperità e del progresso di un popolo; anzi, come una vera forza sociale, come uno strumento di supremazia. Onde è sicuro che quel risorgimento intellettuale d’Italia, a cui egli accenna nel passo più sopra riferito, non sarebbe stato poi senza il suo convinto e poderoso appoggio. Nè delle scienze egli stimò solamente le positive, come è generale credenza. Noi possiamo oramai sorridere di compati- mento alle parole, con cui un denigratore sistematico del Conte di Cavour, e in vita e in morte, ce lo presenta al suo primo affacciarsi alla vita pubblica: “ di lettere non aveva traccia: alle arti era profano: di ogni filosofia digiuno: raggio di poesia non gli balenava nell'animo: istruzione pochissima , (BRoFrERIO, Storia del Parlamento subalpino, scritta per incarico di S. M. Vittorio Em. II, Milano 1866, vol. I, p. 146). Ma non possiamo più fare altrettanto, quando da un uomo uso alla serenità storica, come il RicortI (Ricordi, pubblicati da A. Manno, Torino 1886, p. 157), sentiamo deplorare che il Conte di Cavour non abbia tenuto nel debito conto le scienze morali. E questo uno dei tanti deplore- voli errori, che sono corsi intorno al grande nostro Statista, il quale fu per i primi quarant'anni della sua vita il meno cono- sciuto, anzi il più misconosciuto di tutti gli Italiani; per cui non vi è punto esagerazione in quello che di lui si disse: “ a sog- «“ giogare coteste diffidenze il conte di Cavour ci mise altret- “ tanta fatica quanta ne mise in appresso a far l’Italia , (To- RELLI, Ricordi politici, pubblicati per cura di C. Paoli, Milano, 1873, p. 196). Mancavano ai contemporanei del Conte di Cavour 693 hl FRANCESCO RUFFINI quegli elementi per giudicare della sua formidabile preparazione alla vita pubblica, che ora noi possediamo; nulla ‘essi sapevano delle sue colossali letture di opere storiche, politiche, econo- mico-sociali; nulla della passione con cui nei più famosi centri di coltura straniera egli frequentò i corsi più svariati e la con- versazione degli uomini più insigni. _ Ora la verità è, che dei primitivi suoi studì di matematica egli sempre si lodò, come di quelli da cui aveva derivato la quadratura incrollabile del suo ragionamento e la connessura impeccabile del suo argomentare, ma che le scienze morali fin da giovinetto preferì, massimamente perchè aveva compreso che esse sono le più adatte a formare l’uomo di Stato moderno e a fornire gli strumenti per governare gli uomini. Onde fin dal- l'Accademia al Plana, che lo eccitava a darsi alle matematiche e ad emularvi la gloria di un Lagrange, egli avrebbe risposto : “ Non è più tempo di matematiche: bisogna occuparsi di eco- nomia politica: il mondo progredisce. Io spero di vedere un giorno il nostro paese retto da una Costituzione, e chi sa che Jo possa esserne ministro (CataLA, V, p. xx). Dei numerosis- simi documenti, i quali fanno chiaro il deciso indirizzarsi di Camillo Cavour verso le scienze morali, basta citare quello della sua mirabile lettera del 1835, una delle più eloquenti che di lui si possano leggere, che a torto si credette indirizzata alla Contessa di Circourt (CHtALA, TI, 2° ed., p. 287). Vi è tra l’altro uno schizzo comparativo fra la filosofia tedesca e la francese contemporanee, non indegno di un filosofo di professione: altro che il digiuno di ogni filosofia. del superficiale Brofferio! Vi è, inoltre, un caldo elogio alle scienze morali in genere: “.J'aime les sciences morales, je les aime avec passion !,. Ma vi è pure la cagione ultima del non avere il Conte seguito il consiglio della ignota destinataria di quel sno scritto e le esortazioni del padre e del fratello e degli amici, che lo incuoravano a darsi alle lettere. I tempi volevano azione pratica e non semplice attività speculativa! Questa — egli aveva risolutamente dichia- rato fin dal 1880 al padre in una lettera stupenda, che sarà fra non molto pubblicata — non poteva assolutamente bastare alla sua natura ardente e battagliera. Cosicchè, essendosi il fratello di lui, come è noto, tutto ristretto negli studì di pura filosofia, usavano in famiglia scherzando dire, che essi si erano spartiti IL CONTE DI CAVOUR, L'ACCADEMIA DI TORINO E LA SCIENZA 699 l'universo: all'uno il mondo dei noumeni, all’altro quello dei phenoumeni (Berti, Op. cit., p. 26, 294; e lettera di Camillo del 14 agosto 1837, in CuraLrA, V, p. 68). Ma che pur nelle strettoie spietate del mondo fenomenico, tra il brutale cozzo della vita politica, non si sia spento mai ‘nel Conte di Cavour il culto della scienza e la venerazione per i suoi più alti rappresentanti, basterebbe a mostrarlo la bella lettera, scritta ad Alessandro Von Humbolt il 27 maggio 1857, di una umiltà ammirativa così sincera e proprio toccante in lui già gloriosissimo (cfr. Mayor, Nuove lettere inedite del C. di Cavour, Torino 1895, p. 525 sgg.). Certamente, neppure la più esacer- bata passione di parte non avrebbe potuto mai strappare a lui, come al grande Cancelliere germanico, quelle invettive contro gli intellettuali, e contro uomini che avevano nome Virchow o Mommsen, onde questi fece, con assai poco vantaggio della sua gloria, rintronare così spesso le aule del Parlamento germanico. Ma poichè ho nominato il Principe di Bismarck, del quale solo, tra gli uomini di Stato del secolo XIX, è possibile, ed è anzi diventato quasi di prammatica in ogni punto, il parallelo con il Conte di Cavour, mi si consenta di segnare qui da ultimo una nota di indiscutibile superiorità dell’italiano sopra il germanico. Anima tutta quanta medioevale quest’ultimo, e spirito pur nella sua brutalità essenzialmente romantico, siccome gli seritti in- timi di lui che man mano vengono in luce hanno non senza sor- presa del grosso pubblico rivelato, egli era suscettivo di esal- tazione mistica e anche di una certa commozione poetica, all’uso nordico, incomposta, ingenua e quasi idilliaca: non per contro di penetrazione scientifica o di fede nella scienza. Anima tutta quanta moderna, e spirito lucido e positivo — il che non vuol però punto dire non capace di entusiasmi altrettanto profondi, e, sopratutto, altrettanto sinceri — il Conte di Cavour poteva bensì di sè stesso dire, essere in lui la fantasia, la folle Qu logis, com'egli la chiama, “ une vieille paresseuse que j'ai beau exciter, elle ne se met jamais en mouvement , (Chiara, I, p. 299); ma, per compenso, egli era mirabilmente predisposto a intendere la scienza e fatalmente spinto a credere fermamente in essa. E ciò proprio per la stessa cagione e proprio allo stesso modo, che fermissimamente sempre credette nella libertà. Atti della R. Accademia — Voli XLV. 48 700 ANNIBALE BOZZOLA La politica imperiale di Bonifacio II di Monferrato e una pretesa donazione di Federico II. Nota di ANNIBALE BOZZOLA. Narra Benvenuto Sangiorgio nella sua cronaca del Monfer- rato, che l’anno 1240, 3 agosto, indizione decima terza, nella casa del Comune di Pavia, in presenza di Manfredi Lancia, Giacomo del Carretto, Pier della Vigna, Enrico della Villata e altri, Federico II concesse in feudo ad Aledramo Camaro, Man- fredo Tasio, Pietro, Arnaldo, Nicolò e Bernardo Zazzi, nomi- nandoli marchesi di Occimiano, pei loro eredi e successori maschi, “ le Terre, Castella, Ville e luoghi infraseritti, Occi- miano, S. Salvatore, Mirabello, Pomario, Salmatra, Montarolio, Guberrono, Lù, Conzano, Camagna, Vignale, Valenza sopra la ripa del Po, Peceto, Terricula, e il Monferrato per mezzo con gli altri Castelli, e Ville di là del Tanaro, che sono Monte- barucio, Berberio, Roncademo, la quarta parte d’Alice, Verdobbio, Castelvero, Lintignalio, Belmonte, Bruno, Montecotterio di Cala- mendrana, Rochetta, Pellafea, e gli altri Castelli che sono oltre Bormia, cioè Gamalerio, Castelnuovo sotto Cassine, Visono, Prarasco, Trisobio e Montegnano ,. Aggiunge però il cronista che “ l’infeudazione predetta non ebbe luogo, nè fu accettata dal Marchese Bonifacio. perchè già il prefato Federico impera- tore aveva fatta la remissione a esso Bonifacio di quante ragioni egli pretendesse avere in Monferrato , (1). La notizia non è accolta da nessun'altra cronaca autore- vole e degna di fede, ma si ritrova in una tarda compilazione del Pietragrassa, che conservasi manoscritta nel Museo Civico (1) Historia Montisferrati in Muratori, Rer. Ital. Script., XXIII, col. 385. Questa è l’edizione più comunemente citata. Un’edizione più recente è quella di Torino, del 1780, curata dal VERNAZZA. LA POLITICA IMPERIALE DI BONIFACIO lI DI MONFERRATO, Ecc. 701 di Pavia (1). Costui cita a questo proposito la cronaca di Ben- venuto Sangiorgio, e, secondo ogni verosimiglianza, attinge a lui. Faremo più innanzi un cenno comparativo delle due tra- dizioni. | Intanto per comprendere quali diritti Federico Il vantasse su una parte così ragguardevole del Monferrato, e per giudicare del grado di credibilità di siffatta notizia, conviene rifarsi ad- dietro ed esaminare rapidamente i rapporti tra l'impero ed il Monferrato poco innanzi il 1240, La famiglia dei marchesi di Monferrato poteva vantare, come poche altre famiglie italiane, una tradizione di costante fedeltà all'impero. Ancor prima che la giovanile baldanza dei Comuni riducesse i signori subalpini a. cercar soccorso nell’im- pero, i marchesi di Monferrato avevan dato larghe prove di nobiltà e disinteresse nel servizio degli Hohenstaufen. Già sullo scorcio del secolo XII, Bonifacio I, avo del nostro Bonifacio, aveva conseguito, alla Corte di Enrico VI, un’invidiabile posi- zione; e la sua fama di valore e di accortezza gli valse infatti la scelta a duce supremo della quarta crociata. La quarta cro- ciata, come ognun sa, fallì il suo scopo originario, e finì in una conquista militare di Costantinopoli. A impresa compiuta, la corona imperiale di Costantinopoli fu assegnata, il 9 maggio 1204, a Baldovino di Fiandra, e Bonifacio di Monferrato, esclusone per cause meramente politiche, ebbe in compenso la Tessaglia (2). (1) “ Annotazioni diverse spettanti alla fondazione della città di Pavia con alcuni accidenti sì funesti quanto celebri alla stessa accaduti, ed isto- riche narrative di alcune preclare gesta di varj personaggi pavesi e delle più cospique Famiglie. Il tutto cavato da più famosi e chiari Autori, fra gli altri il rinomatiss®° Volaterrano, Opera messa insieme dall’eruditissima penna del S. C. Pub.°° Lettore nella R. Università della soprad.* Città il sig” Gian Batta Pietragrassa (nell’anno MDCXXXVI) ,. Ringrazio l’egregio prof. Bollea di Pavia delle gentili comunicazioni a proposito di quest'opera. (2) C’è in proposito una larghissima bibliografia. Io mi limito qui alla indicazione di alcune fra le opere fondamentali più specialmente pertinenti al nostro tema: Braper, Bonifaz von Montferrat, bis zum Antritt der Kreuz- fahrt (1202), Berlin, 1907, Heft LV degli Historische Studien; Hopr, Geschichte Griechenlands im Mittelalter, Leipzig, 1868, p. 200 sgg.; GerLAND, Geschichte des lateinischen Kaiserreiches von Costantinopel (1204-1216), Homburg, 1905; e sopratutto Ussrario, Il regno di Tessaglia (1204-1227), in * Rivista di storia, arte, archeol. della provincia di Alessandria ,, VII, 1898. 102 ANNIBALE BOZZOLA Finchè Bonifacio visse, il regno durò, nonostante i ripetuti attacchi dei Bulgari. Ma, lui ucciso nel 1207 sul monte Rodope, e succedutogli il figlio Demetrio sotto la reggenza di Oberto di Biandrate e di Amedeo Buffa, cominciò la dissoluzione, e per gl’intrighi di Oberto, e per la minaccia del nuovo imperatore di Costantinopoli che pretendeva dai reggenti l’atto di vassal- laggio, e per l’incalzate sempre più pericoloso dei Bulgari. Questa penosa condizione di cose si trascinò così fino a che Demetrio si decise a lasciare momentaneamente il regno e venire in Italia per invocare soccorso. Il fratello Guglielmo che reggeva il marchesato, impigliato in lotte di confine e in debiti, non poteva soccorrerlo efficacemente. Sembra peraltro che Demetrio sperasse aiuti da Federico II, presso il quale lo troviamo al congresso di Ferentino, nel marzo 1223. Intanto il regno di Tessaglia cadeva in mano di Teodoro Angelo Comneno, e il Papa che prediligeva particolarmente Demetrio, scomunicò l'usurpatore e gli fece predicar contro la guerra. Nella primavera del 1224 una spedizione di soccorso era pronta. Demetrio accorse ancora a Venezia e riuscì ad otte- nere dalla repubblica qualche promessa. E nel medesimo tempo Guglielmo, alla corte di Federico II a Catania, impegnò tutto quanto il suo marchesato all'imperatore contro la somma di 9000 marchi. Quest’atto, che costituisce appunto l'origine dei diritti dell’imperatore sul Monferrato, si conserva trascritto nella citata cronaca di Benvenuto Sangiorgio (1), e si presenta parti- colarmente interessante, perchè, contenendo l'elenco completo delle terre del Monferrato, con l’indicazione degli oneri che gravavano su parecchie di esse, e dei signori che tenevano feudi dal marchese, ci da un quadro fedele delle condizioni del Mon- ferrato in quei tempi. Il marchese obbligava sè e i suoi eredi a una pena di 20000 marchi in caso di violazione del trattato. Però egli rimaneva usufruttuario dei beni impegnati, e quando anche l’imperatore riscattasse in tutto o in parte i beni ipotecati dai signori o Comuni vicini, la sua posizione di debitore di fronte a Federico creditore doveva restare immutata. Tutto questo (1) Loc. cit., col. 376. Una piccola comunicazione su questo documento fece il Duranpo nella © Riv. di storia, arte, archeol. della città di Ales- sandria ,, XIII, 1904, 2* serie, fascicolo dell’ottobre-dicembre, p. 123. LA POLITICA IMPERIALE DI BONIFACIO II DI MONFERRATO, Ecc. 703 peraltro nel solo caso che la somma pagata da Federico II pel riscatto, non superasse 1 7200 marchi. Mentre gli ufficiali imperiali prendevano possesso dei ca- stelli, terre, luoghi del Monferrato (1), Guglielmo col sussidio pecuniario ottenuto dall'imperatore, tornò nell’alta Italia, rac- colse le truppe e le condusse a Brindisi (2). Ma quivi il mar- chese fu colpito da pericolosa malattia e l'impresa fu. prorao- gata (3). Soltanto nel marzo dell’anno seguente, 1225, il piccolo esercito, preceduto da numerose lettere di papa Onorio III, e accompagnato da un legato pontificio, potè partire. Sugli avve- nimenti che seguirono siamo scarsamente informati. Il solo fatto sìcuro è che Guglielmo morì, per cause non bene accertate (4), e che il figliuolo Bonifacio, il quale lo aveva accompagnato, abbandonò l'impresa e tornò in Italia. Anche Demetrio tornò. in Italia, senza tuttavia perdere ogni speranza di riconquistare il suo regno. Ma, forse perchè il nipote Bonifacio prudentemente non voleva rimettersi a quell’impresa disperata, egli si volse tutto all'imperatore Federico Il, e, morendo nel 1227 a Pavia, lasciò a lui in eredità tutti i suoi diritti (5). Il nuovo marchese di Monferrato non doveva allora aver oltrepassato di molto i venti anni (6), ed era il solo figlio maschio (1) Benvenuto SancrorcIo, l. c., col. 881. (2) Brccarpus pe S. Germano, Chronica, in “ M. G. H., SS. ,, XIX, 844. Prima di partire definitivamente però “ ipse ad imperatorem in Siciliam vadit, consilium ab eo et auxilium petiturus ,. Questa seconda visita il WinxkeLmann, Kaiser Friedrich II, Leipzig, 1889, I, 228, n. 2, la pone giu- stamente nel settembre 1224. (3) Della malattia sappiamo soltanto da una lettera di Onorio II al clero di Costantinopoli, a giustificazione del ritardo: “ nisi eum repentina infirmitas, tempore quo debebat iter arripere, invasisset, nunc, sicut veri- simile est, etc. ,. RavnaLDI, Ann. eccles., ad a. 1224, n. XXIV. (4) Benvenuro Sanerorero, 1. c., col. 881, attribuisce la morte ad avve- lenamento. E così anche GaLrorro peL CarrETTO, Cronica di Monferrato, in “ M.h.p. ,, II, 1150. Invece Rycc. pe S. Germ., loc. cit.: © Mense septembris marchio Montisferrati in Romania naturali morte defungitur ,. L’epoca della morte assegnata da questo cronista è confermata dal Morionpo, Mo- numenta aquensia, Il, 759, che dà approssimativamente lo stesso tempo, calende di ottobre. (5) Benvenuto SanGIorero, 882 e GaLrorto DeL Carretto, l. c., 1148. (6) Accetto le conclusioni di FepeLE Savio, Studi storici sul marchese Guglielmo III di Monferrato, Torino, 1885, pp. 109 sgg., il quale pone il MOLO: ANNIBALE BOZZOLA nato dal matrimonio di Guglielmo con Berta di Cravesana. E probabile che il suo ritorno in Monferrato si debba collocare nella primavera del 1226. Il suo primo atto politico fu atto di recisa e assoluta negazione del passato imperiale della sua casa. Il 6 marzo 1226 si stringeva a Mosio, nel Mantovano, fra i Comuni dell’Italia superiore, una lega offensiva e difensiva per 25 anni, detta la seconda lega lombarda (1). Alquanto più tardi vi aderì anche Bonifacio; nella solenne adunanza che i legati dei Comuni confederati fecero a Bologna nel novembre dello stesso anno 1226. comparve anche il suo rappresentante (2). L'atto era grave e apparentemente ingiustificato. Ma certo il marchese, colle finanze esauste dalle imprese d'Oriente e inca- pace di pagare il debito, prima che piegare alla dura necessità . di abbandonare te sue terre all'imperatore, volle appigliarsi a un partito che, se l’esito avesse corrisposto alle speranze, lo avrebbe esentato, senza alcuna perdita di territorio, dal paga- mento. Ci sono parecchi fatti che possono avvalorare questa ipotesi, e, illuminandoci sulle condizioni finanziarie del Monferrato, farcela apparire come la più ovvia. Con atto del 22 luglio 1202 Bonifacio I di Monferrato, a fine di procurarsi il danaro che gli occorreva per la prossima crociata, vendeva a Vercelli i luoghi di Trino, Borgonuovo, Pobbietto e il bosco di Lanziano, alla condizione espressa che egli, o altri per lui, potesse ricuperare entro cinque anni quei luoghi (3). Gli avvenimenti che segui- rono mostrano che il riscatto non si potè fare e che Trino rimase a Vercelli (4). Sempre a cagione della crociata, Bonifacio s'indebitò coi Pavesi. Il 28 giugno 1204 Guglielmo, suo figlio, promette che starà all’arbitrato del podestà di Milano “ pro solvenda pecunia quam papia dare tenetur ex contractu, quem dominus Bonefacius pater eius fecit cum ipsis papiensibus quando ivit Veneciam, et pro illo contractu, quem ipsemet fecit cum eis papie matrimonio di Bonifacio con Berta nel 1201. contro l'autorità di Benvenuto Sangiorgio e di Gioflredo della Chiesa che lo collocano invece nel 1211. (1) WinKELMANN, Op. cit., I, pp. 2720-71. (2). WinkeLMANN, <0p: cit., I, pi 297, n.7. (D) Bia DBR; 0, Cio, D. 170. (4) Cosrante Sincero. Trino, i suoi tipografi e l'abbazia di Lucedio, To- Mino; 189, pi 71° spo. LA POLITICA IMPERIALE DI BONIFACIO II DI MONFERRATO, ECC. 705 pro quibus eis obsides dedit. Et pro ratione facienda de aliis de- bitis non liquidis , ecc. (1). Non basta. Nel 1206 Guglielmo do- vette umiliarsi e invocare pace dal Comune di Asti col quale da molti anni il Monferrato era in guerra, perche “ ill2 de monte- ferrato erant gravati de dicta guerra ita quod non poterant magis substinere querram , (2). Ancora: nel 1207, morto Bonifacio, come dicemmo, Guglielmo passò in Tessaglia per assistere all’incoro- nazione del fratello Demetrio. Anche per questo viaggio dovette procurarsi il danaro mediante una nuova alienazione: il 18 luglio vendette a Pavia il. borgo di Valenza per 4000 libre di moneta. Non è ben chiaro se Valenza rimanesse allora o tornasse più tardi in potere di Guglielmo. Un nuovo atto del 6 aprile 1216 assicurava però a Pavia la signoria di quelle terre (3). Le difficoltà finanziarie perdurarono ancora a lungo, e ba- sterebbe a farne testimonianza l’atto per cui Guglielmo impe- snava a Federico II i suoi beni. Qualche riflesso si può riscon- trare anche presso i trovatori che non eran più ricevuti, come per l’innanzi, con munifica liberalità alla Corte di Monferrato, e se ne lamentavano con parole di vago rimpianto pel passato. Folquet de Romans pur lodandosi di Guglielmo come di un cavaliere saggio, cortese e di piacevole compagnia, aggiungeva malignamente: Mas qui ver en juraria, Ver dis lo rei Fredericx, Que mestier hi auria picx, Qui l’aver trair en volia. E del padre di Guglielmo dice che Cant anet en Romania Tenc largueza ab lui sa via, E mal aia Salonicx, T'ans en fal anar mendicx E paubres per Lombardia (4). (1) Codex Astensis, pubblicato da Quintino Sella negli © Atti Accad. Lincei ,, serie II, 1875-76, n. 916. (2) OgerIio ArrierI, in Cod. Ast., II, p. 59. (3) L'atto del 1207 fu pubblicato e illustrato dal Mayoconi nell’ * Arch. stor. lomb. ,, Valenza venduta a Pavia nel 1207, XXIX, 1902, p. 361 sgg.; l’atto del 1216 dal Gasorro nel “ Bollett. stor. pavese ,, Documenti torinesi per la storia delle relazioni fra Monferrato e Pavia, V, 1905, p. 153 sgg Vedi anche Benvenuto SaneroreIo, col. 372. (4) Dirz, Leben und Werke der Troubadours, Cava 1882, p. 453. 706 ANNIBALE BOZZOLA Anche qui è chiaramente indicata la causa della decadenza del marchesato, l'impresa d'Oriente. Elias Cairel dà di Guglielmo un giudizio assai più aspro: lo rappresenta come rampollo de- genere qu’el sobrenom gic De Monferrat, e pren selh de sa maire, Et a lassat so que conquis son paire. E più sotto lo taccia apertamente di bastardo : Per dieu, marques, Rotlan dis e sos fraire . E Guis marques e Rainaut lur cofraire, Flamene, Frances, Burgonhos e Lombart Van tug dizen que vos semblatz bastart. Vostr’ancessor, so aug dir e retraire, Foron tug pros, mas vos non soven guaire (1). Ma Elias Cairel, che evitava di proposito le Corti, non poteva conoscere le vere condizioni del marchesato, e scambiava così per viltà e grettezza ciò che era invece ben calcolata pru- denza e circospezione per sfuggire all’ultima rovina. Tutti questi fatti inducono a credere che veramente la sola causa del volta- faccia di Bonifacio fosse la sua tristissima condizione economica. Federico comprese bene la sua mossa, perchè quando, pei buoni uffici del pontefice, si venne, fra i Comuni e l’imperatore, a un accordo (febbraio 1227), questi perdonò bensì ai collegati e rivocò ogni condanna pronunziata contro di essi, ma si riservava però intero il suo credito verso il marcliese di Monferrato (2). Il pericolo dunque perdurava, e tanto era Bonifacio conscio della sua gravità, che accordandosi egli il 19 aprile 1227 col Comune di Asti, già alleato con Genova, contro Alessandria, e obbligan- dosi a far guerra viva a fuoco e a sangue al danni di quella città entro un mese, invocava l’esenzione dai suddetti obblighi, se l’imperatore fosse entrato in Lombardia (3). | (1) RaynovarpD, Ohoix des poésies originales des troubadours, Paris, Didot, 1816-21,.IV, p. 293 sgg. | (2) Cod. Ast., vol. IV, n. 23; Scaravina, Annales Alerandrini, in © M. h.p.,, III, 198 e Murarori, Antig. Ital., III, 909: “ reservantes tamen nobis contra praedictum Marchionem Montisferrati omnia jura omnesque actiones quas nobis competunt tam de debito quo nostrae Celsitudini est adstrictus, quam de terra, quae propter ipsum debitum nobis extitit obligata ,. (8) Cod. Ast., nî 914 e 915. Nel docum. 914 c’è appunto quest'articolo: “ Item si guerra inciperet vel fieret inter dictum dominum Bonefacium et LA POLITICA IMPERIALE DI BONIFACIO II DI MONFERRATO, ECC. 707 Ora noi non seguiremo Bonifacio nelle sue gesta di quel- l’anno, 1227, e del seguente. Basterà notare al proposito nostro che le cronache e i documenti di quel tempo ce lo mostrano guelfo, ma guelfo tiepido, assai più pensoso del bene proprio e della famiglia che del vantaggio comune. Perchè, invece che adoperarsi a quietare le rivalità e le lotte fra i Comuni, vi prese viva parte senza darsi cura degli offerti arbitramenti dei bene intenzionati che vedevano la lega esaurirsi e sfasciarsi nelle misere competizioni comunali. Certo è intanto che nel 1229 sì osserva in lui un nuovo orientamento politico. Perchè avendo toccato, con gli Astigiani, una grave sconfitta presso Vignale dai Milanesi e Alessandrini (6 maggio 1229), invocò l’aiuto di Federico (1). E non molto appresso la vittoria imperiale di Scoltenna del 5 settembre di quell’anno, si collegò (insieme col conte Gotofredo di Biandrate e coi conti e castellani del Cana- | vese) con Ivrea “ad onore di Dio, della Chiesa e vescovato d' Ivrea e dell’imperatore Federico Augusto , (2). Con questo atto il mar- chese uscì virtualmente. dalla lega. L’anno appresso infatti, rincrudendosi la lotta fra. Asti, Monferrato e Genova dall’una parte e Alessandria dall’altra, l’esercito dei Comuni lombardi confederati entrò in Piemonte, invase il Monferrato, prese a forza il Castello di Mombaruzzo, e obbligò il marchese che chie- deva pace, a giurar fedeltà alla lega lombarda. Passato poi a commune de Aste ex una parte, et commune Alexandrie ex altera, si ea durante Imperator intraverit Lombardiam, non teneatur dictus Dominus Bonefacius communi Alexandrie guerram facere dum ipse Imperator in Lombardia steterit, nec dictis Alexandrinis guerram incipere existente imperatore in Lombardia, nisi se cum imperatore concordaverit vel alius pro eo aut cum alio pro eo, qua concordia facta, communi Alexandrie guerram facere teneatur in omnibus et per omnia prout supra in omnibus predictis capitulis continetur. Et postquam imperator exiverit de Lombardia ad predicta omnia facienda teneatur sicut in omnibus predictis capitulis continetur ,. (1) Vedi sugli avvenimenti di questi tempi P. Vavra, Cavalieri lombardi in Piemonte nelle guerre del 1229-30 nell’ * Arch. stor. lomb.,, X, 1883, p. 413 sgg. e G. Caro, Eine Episode aus der Geschichte des 2weiten Lom- bardenbundes in “ Mittheil. d. Instituts fir oesterr. Geschichtsforsch. ,, XVII, 1896, p. 397 sgg. (2) Gaporro, Un millennio di storia eporediese in Eporediensia, vol. IV della “ Bibl. soc. stor. sub. ,, Pinerolo, 1900, p. 105 sgg. 708 ANNIBALE BOZZOLA devastare le terre astigiane, tornò ad Alessandria ed ivi sì sciolse. Bonifazio potè presto trar vendetta dello smacco assal- tando un gruppo di cavalieri milanesi che passavano per le sue terre. I lombardi allestirono subito un nuovo esercito e ne affi- darono il governo ad Oberto da Ozzino; ma Bonifacio seppe trarlo accortamente in un agguato e con l’aiuto di Tommaso di Savoia e Manfredi di Saluzzo, batterlo e ucciderne il duce. La rappresaglia provocò naturalmente per l’anno dopo una nuova spedizione guelfa. Il marchese fu battuto e Chivasso, dopo un lungo e ostinato assedio, presa il 15 settembre 1231 (1). Questi avvenimenti però non mutarono gran che la condizione delle cose. Bonifacio non tenne conto della sottomissione alla lega e, soccorso da Genova, tornò ad unirsi ai ghibellini. Per oltre un decennio rimase così fedele all'impero, dapprima quasi passiva- mente, senza cioè favorire praticamente l’azione imperiale, poi con maggior zelo e attività. L'imperatore dal canto suo parve dimenticare 1 suoi diritti sul Monferrato, perchè concedendo nell'agosto del 1233 per la seconda volta, su preghiera di Gre- gorio IX,- il suo perdono ai Comuni e al marchese di Monfer- rato per le passate offese, non ricorda neanche a quest’ultimo gli obblighi che lo legavano a lui (2). Tuttavia soltanto nel 1238 noi ritroviamo Bonifacio, come un tempo il padre e l’avo, al sèguito dell’imperatore. Compare dapprima testimone in varii atti imperiali nell'aprile 1238 (3). Poi il 22 maggio parte con Mantredi Lancia e altri alleati di Federico per una spedizione contro Alessandria (4). Manfredi (1) Vedi la narrazione degli Annales placentini guelfi in * M. G. H., SS..,, XVIII, 449. L’incursione guelfa contro Monferrato, Asti e Savoia appartiene al maggio-luglio 1230. Non così sicura è la cronologia degli avvenimenti che seguirono subito. Mancano in proposito argomenti decisivi. 1l MerkeL, Un quarto di secolo di vita comunale in Piemonte, Torino, Loescher, 1890, p. 2 sgg., li assegna al 1230. Il Berrano, Storia di Cuneo, Cuneo, 1898, I, p. 144 e II, p. 117 sgg. li colloca fra il 1230 e il 1231. Il Durro, Sulla data di una sollevazione guelfa in Piemonte e di una spedizione milanese fino @ Cuneo nel secolo XIII in “ Arch. stor. lomb. ,, XXX, 1903, p. 460 sgg., forse con migliori argomentazioni, li pone tra il febbraio ed il maggio del 1231. (2) Bénmer-Ficker, Regesta imperii, n. 2029. (3) Bonmer-Ficker, numeri 2815, 2320, 2327, 2329, 2330, 2333, ecc. (4) Ann. plac. Gibell. in © M. G. H., SS. ,, XVIII, 479. LA POLITICA IMPERIALE DI BONIFACIO 1I DI MONFERRATO, ECC. 709 Lancia, com'è noto, fu vicario imperiale a Papia superius dal 1238 al 1241, a Papia inferius dal 1241 in poi. Bonifacio do- vette certo anche prender parte all’assedio di Brescia con l’im- peratore, perchè lo vediamo testimone in alcuni atti del set- tembre 1238, appunto vicino a quella città (1). La vittoria di Federico a Cortenuova (1237) doveva averlo fatto aceorto degli inutili sforzi dei Comuni e persuaso a lasciare la sua indolenza per rientrare sollecitamente nelle file imperiali. C'è un singolare documento poetico del tempo che, per essere contemporaneo degli avvenimenti che celebra e quindi scritto con assoluta freschezza d’impressioni, ha un pregio di verità e immediatezza che non possono avere sempre le cro- nache. Questo ci serve appunto ottimamente per confermare quel che dicemmo dianzi. Si tratta di una tenzone fra due tro- vatori italiani, nella quale l’oscurità delle allusioni e l’allegoria non impedisce di afferrarne il senso complessivo (2). Joan d’A1l- busson domanda a Nicolet de Turin spiegazioni intorno a certo suo sogno stravagante, nel quale parevagli di vedere il mondo posseduto da una grande aquila che veniva da Salerno e che soffiava su una nave carica di fuoco, proveniente da Colonia. L'aquila smorzava tutto il fuoco e un gran lum metia en Monferrat. Nicolet de Turin spiega il simbolo: l’aquila è l’imperatore e la nave l’esercito dei tedeschi. Lo spegnimento del fuoco si- gnifica la pace che l’imperatore porterà e lo lums demostrava qu’ ’1 Marques ren Monferrat ses bausia. Non si sa esattamente in che anno sia stata seritta la tenzone. Il Bartoli (3) la colloca nel 1236, quado Federico, re- duce dalla Germania, si apparecchiava a combattere i Comuni. Ma con assai più probabilità lo Schultz (4) l’assegna al 1238, 1) Bònmer-Ficker, numeri 2389, 2390, 2391. (1) (2) È pubblicata in Ravxovarp, op. cit., V. 236. (3) BartoLi, I primi due secoli della letter Mt italiana, Milano, Talvat 4) ScnuLriz, Die Lebensverhdiltnisse der italienischen Trobadors, nella “ Zeitschrift fiir romanische Philologie ,, VII, 1883, p. 214 sgg. Il Wir- ) B p. 72 sgg. ) 710 ANNIBALE BOZZOLA quando, dopo la vittoria di Federico a Cortenuova, quasi tutta la Lombardia era in suo potere. Così questo componimento ci attesta in modo non dubbio i buoni rapporti che intercedevano in quel tempo tra Bonifacio e Federico. Orbene: ci si presentano nel 1239 due documenti d’indi- seutibile autenticità, che, a me pare, sono il legittimo corona- mento degli avvenimenti dell'ultimo decennio. Il 4 agosto 1239 due messi imperiali, Guglielmo Isembardo e Guglielmo della Vigna, presentarono al marchese Bonifacio, che era allora a Chivasso, un privilegio di Federico, nel quale si conteneva la rinuncia dell’imperatore stesso a tutti 1 diritti che poteva avan- zare sui beni di Bonifacio in virtù della successione di Demetrio. Similmente il figlio Corrado rinunciava a tutti i diritti che gli competevano per esser figlio di Isabella, nipote del quondam Corrado marchese di. Monferrato. Però i due messi chiedevano che, per garantire l'imperatore da un eventuale tradimento di Bonifacio, Bonifacio stesso facesse prestare giuramento ai più ragguardevoli uomini delle sue terre: di sciogliersi immediata- mente dai loro obblighi verso il marchese e di passare sotto la signoria dell’imperatore nel caso che Bonifacio si fosse unito al nemici dell’imperatore o si fosse rifiutato di muover loro guerra (1). Il 81 dello stesso mese Federico, presso Pizzighet- tone, emanava un secondo atto dello stesso tenore. Accogliendo le preghiere dei suoi fedeli, per premiare i servigi resi dal mar- chese e dal suol antecessori all'impero, rimetteva al predetto marchese “ 2% perpetuum omne jus et actionem, quod vel quam habeinus, vel habere possumus in bonis, tam mobilibus quam im- mobilibus, patrimonialibus, seu feudalidbus, ex successione quondam Demetrii Regis Thessalonicensis , (2). E notevole che in entrambi i documenti, mentre si fa aperta menzione dei diritti dell’ im- peratore in seguito al testamento di Demetrio, e del figlio Cor- rado pei vincoli di parentela con la casa marchionale, non si fa invece il minimo cenno del prestito dei 9000 marchi fatto a rexsero, Die Hohenstaufen im Munde der Troubadours, Minster, 1908, p. 18 e pp. 25-26, non porta nessun nuovo elemento di giudizio, e pone pure la tenzone dopo la battaglia di Cortenuova. (1) Wrnkenmana, Acta est eta Innsbruck, 1880-85, I, p. 527, n. 661. (2) Benvenuro SANGIORGIO, te? LA POLITICA IMPERIALE DI BONIFACIO II DI MONFERRATO, Ecc. 711 Guglielmo. Forse perchè Bonifacio aveva potuto restituire la somma; forse anche, meglio, perchè già prima Federico, acco- gliendo nella sua grazia Bonifacio, vi avea rinunciato sponta- neamente. Chiarito tutto ciò, come meglio si poteva, torniamo all'atto di donazione di Federico, a cui accennavamo da principio. Con esso l’imperatore avrebbe ripreso violentemente e illegittima- mente, nel 1240, i suoi vecchi diritti sulle terre del Monferrato, per farne dono ad alcuni cittadini pavesi. L'atto, dicemmo, sil conserva in transunto nella cronaca di Benvenuto Sangiorgio e nella compilazione del Pietragrassa. Le due tradizioni presen- tano alcune notevoli differenze. Intanto il cronista monferrino cade in un gravissimo errore: perchè asserisce che Federico nominò i cittadini pavesi, ai quali faceva la donazione, mar- chesi di Occimiano. Già il Casalis (1), studiando il documento, aveva dimostrato che dei marchesi di Occimiano si hanno men- zioni anteriori quasi d’un secolo al 1240. Noteremo di passaggio che i marchesi di Occimiano costituivano un ramo della famiglia dei marchesi di Monferrato; ma vivevano con questi in lotta, perchè si ritenevano privati ingiustamente da essi dei loro pos- sessi (2). Il Pietragrassa ‘non ripete un sì grossolano errore, che in lui, per le più scarse cognizioni di storia piemontese, sarebbe più giustificabile. Inoltre nell'’enumerazione delle terre del Mon- ferrato, nel Pietragrassa non è conservato l’ordine che si trova in Benvenuto Sangiorgio. Nell’ uno e nell’altro poi si notano alcune scorrezioni grafiche nella trascrizione e nella traduzione dei nomi delle terre. | Il Ficker (3) conosce le due tradizioni, peraltro quella del Pietragrassa soltanto attraverso il Robolini (4); ma non si av- vede dell’errore di Benvenuto Sangiorgio, e crede anch'egli che i beneficati fossero eletti marchesi di Occimiano. Il Ficker stesso esprime i suoi dubbi sulla datazione del documento, sia perchè (1) Dizionario geografico, 'l'orino, 1883-56, sotto Occimiano. (2) Il Morionpo, II, 789, dà la genealogia dei marchesi di Occimiano in una tavola completata poi dal BrapeR, op. cit., Stammtafel, IV, in appendice. (3) Regesta imperti, V, 1, 3131. (4) RosoLini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, Pavia, 1880, IV, p. 131, n. 1. 712 ANNIBALE BOZZOLA la sua intonazione farebbe propendere a collocarlo prima che l’imperatore, nell'agosto dell’anno precedente, 1239, rinunciasse ai diritti lasciatigli da Demetrio; sia perchè le cronache ci mostrano Federico affaccendato nell'Italia media in quel tempo appunto ch’egli avrebbe dovuto trovarsi a Pavia e fare la do- nazione. Egli però crede il documento sostanzialmente auten- tico, e copia dell'atto che sarebbe stato steso nel 1238, durante la permanenza di Federico a Pavia. La soluzione del Ficker parve soddisfacente al Merkel (1), che riassumendone le conclusioni non cercò più in la. Già prima di lui, del resto, l Huillard- Bréholles (2) si era giovato del documento, senza elevare alcun dubbio sulla sua autenticità. Ma lo aveva anche interpretato erroneamente perchè scrisse che l’imperatore fece la donazione “ aux défens du marquis de Montferrat qui avait passé du còté des Guelfes ,. Anche noi, col Ficker, crediamo che sia da escludere 1l 3 agosto 1240. Agli argomenti da lui addotti si potrebbe ag- giungere quest'altro: che il 4 agosto Manfredi Lancia, testimonio dell’atto, trovavasi a Vercelli, dove il potestà Gilido Guiberto lo investiva di una casa presso la chiesa di S. Lorenzo e lo nominava cittadino di Vercelli (3). Mi pare difficile ammettere ch'egli potesse esser presente a tale atto il 4 agosto, se il 3 era ancora a Pavia. | Escluso così in modo assoluto il 1240, resterebbe ad esa- ‘ minare il 1238 proposto dal Ficker. Ma nemmeno questo si presenta con caratteri di maggiore credibilità. Primieramente abbiamo dimostrato con prove sufficienti che i rapporti tra Bonifacio e l’imperatore erano allora ottimi. Evidentemente un atto simile avrebbe avuto tutta l'apparenza della rappresaglia, se diretto contro un nemico: ma sarebbe stato odioso e ine- splicabile contro un amico. E avrebbe certamente allontanato Bonifacio dall'imperatore. Invece il marchese gli rimase ancora fedele. Di più il Ficker dovrebbe spiegare perchè l'investitura non seguì, come doveva. Egli, a dir vero, non esclude che possa (1) MerkeL, Manfredi Ie M. II Lancia, Torino, Loescher, 1886, p. 91, n. 3. (2) HurLLarp-BrémoLLes, Vie et correspondence de Pierre de la Vigne, Paris, 1865, p. 34 sgg. (8) MerkEt, op. cit., p. 90. LA POLITICA IMPERIALE DI BONIFAOIO II DI MONFERRATO, ECC. 713 aver avuto luogo; ma non chiarisce in ogni modo perchè l’anno seguente l’imperatore rinunciasse ai suoi diritti, dopo averli realmente esercitati e trasferiti in altri. Ancora: nell'atto di rinuncia dell’agosto 1239 non c'è il benchè minimo cenno a un uso qualsiasi che l’imperatore avesse fatto precedentemente dei suoi diritti. Come sarebbe potuta mancare una spiegazione, se egli avesse già prima trasmessi i suoi diritti nei cittadini pa- vest? D'altra parte, perchè fare nel 1240 il transunto di un atto implicitamente annullato dalla rinuncia del 1239? Ecco un complesso di argomenti che bastano a far esclu- dere anche il 1238. Fuori di questo tempo il documento non trova possibile spiegazione, perche Bonifacio si mantenne fedele all'impero fino a tutto il 1242; e se nel gennaio 12438 andò a Genova col marchese di Saluzzo per giurarvi fedeltà alla Chiesa, fu soltanto perchè corrotto da forti somme dei Comuni guelfi (1). Anche i tentennamenti e le defezioni degli anni appresso sono determinati, secondo la concorde testimonianza dei cronisti, o dal danaro o dall’alterno risorgere e declinare della fortuna imperiale. D'altro lato, mancano anche le tracce degli inevi- tabili effetti che l’importante atto di donazione di Federico avrebbe causati. Indizio questo pure non trascurabile, che il documento è falso (2). (1) Annal. plac. Gibell., 486 e Annal. Januenses in * M. G. H., SS. ,, XVIII, 208-209. ; (2) Mancandoci il testo del documento, del quale possediamo solo il transunto, non è naturalmente possibile alcuna proficua indagine sull’ori- gine e le tendenze della falsificazione. L’ Accademico Segretario Garrano DE SANCTIS. e SàSivy» aC» ? pi che: Li Ù 7 ngi LIU ph RE, pri Li CLASSE DI SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI Adunanza del 19 Giugno 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO S. E. PAOLO BOSELLI PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA Sono presenti i Soci: Naccari, Direttore della Classe, SALVA- pori, D’Ovipio, Mosso, Spezia, Segre, PrANO, JADANZA, GUA- rEscHI, Guipi, MarTIRoLo, FusArI e ParonA ff. di Segretario. — È scusata l’assenza del Socio Senatore CameRANO. Si legge e si approva l’atto verbale dell'adunanza precedente. Il Presidente rivolge vive ed affettuose parole di condo- glianza al Socio SALVADORI, che ebbe in questi giorni la sven- tura di perdere il padre. Il Socio SALVADORI ringrazia. Si dà comunicazione della lettera del Ministero dell’Istru- zione Pubblica che annunzia l’ approvazione Sovrana delle nomine seguenti: Prof. Luigi BAaLBIANoO a Socio nazionale resi- dente, e dei signori Professori Massimiliano NoretHER, Adolfo von BarvER, G. Giuseppe TrHomson, Federico Edoardo Suess a Soci stranieri. Si comunicano inoltre i ringraziamenti, per la loro nomina a Socio corrispondente, dei signori F. EnRIQUES, W. C. Kiian, T. Levi-Crvira, J. Boussineso, V. CERULLI, A. Lacrorx, L. ManeIN, G. B. Gucocra, P. Baccarini, M. Can> tone, A. HALLER, sir G. H. Darwin, €. Neumann, E. von MevER, A. BartELLI, K. CAvaLLIi, A. Kosser, A, GaRBASSO, R. WicL- stATTER e P. ZEEMAN. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 49 716 «Il Presidente annunzia l'invio delle seguenti opere in omaggio : dal Socio corrispondente sir Giorgio Howard DARWIN: Scientific Papers, Cambridge, 1907-1910, 3 vol. in-89; dal Socio corrispondente E. von MevER: Ueder dimole- kulare Nitrile und ihre Abkimmlinge, Leipzig, 1905, in-8°; Ueber Konstitution und Bildungsweise der Kyanalkine gennanten trimolekularen Nitrile, Leipzig, 1905, in-8°; Neue Beitrige eur Kenntnis der dimolekularen Nitrile, Leipzig, 1908, in-89; Ueber Zersetungsweisen Vierfach- Alkyliuerter Ammoniumverbindungen, Leipzig, 1908; | dal Socio corrispondente C. Neumann: Ueder das Loga- rithmische Potential einer gewissen Ovalfliche, Leipzig, 1909, in-8°. Il Socio GuAREScHI presenta in omaggio, a nome del Comi- tato, una Commemorazione in memoria del Prof. Enrico QuenDA fatta a Piacenza dal Prof. S. V. Perin, ed il Socio Gumpi la 48 edizione della parte quarta delle sue Lezioni sulla scienza delle costruzioni. Il Presidente ringrazia. Vengono presentati per l’inserzione negli Affi i seguenti lavori: — 1° C. ArmonertI, Una nuova maniera di costruire i livelli a cannocchiale, dal Socio JADANZA; | 2° L. Coenerti pe Martus, Contributo alla conoscenza della fecondazione negli Oligocheti, dal Socio SALVADORI; ga Bruni, Sui primi stadi di sviluppo della colonna vertebrale dei Rettili e degli Uccelli, dal Socio Fusari; 4° G. Lincio, Di alcuni. minerali dell'Alpe Veglia, dal Socio SPEZIA; | 5° dal Socio Parona una sua Nota Sui caratteri micro- paleontologici di alcuni calcari mesozoici della Nurra in Sardegna. Il Socio Naccari, anche a nome del Socio JADANZA, legge la relazione sulla Memoria del Prof. G. B. Rizzo intitolata: Sulla propagazione dei movimenti prodotti dal terremoto di Messina 717 del 28 dicembre 1908. La relazione favorevole è approvata e così pure si approva con votazione segreta la stampa della Memoria nei volumi accademici. Il Socio FusarI, anche a nome del Socio CAamERANO, legge la relazione sulla Memoria del Dr. L. CoeneTTI DE MARTIS, inti- tolata : Ricerche sulla distruzione normale dei prodotti sessuali maschili. Approvata la relazione: favorevole, la Classe approva con votazione segreta la stampa della Memoria nei volumi ac- cademici. i Infine il Socio PARONA, a nome anche del Socio CAMERANO, legge la relazione sulla Memoria della signorina Dr. G. Osrmo su Alcune nuove Stromatopore giuresi e cretacee della Sardegna e dell'Appennino. La relazione è favorevole ed è approvata dalla Classe, la quale con votazione segreta ammette la stampa della Memoria nei volumi accademici. Raccoltasi quindi la Classe in seduta privata procede alla votazione per l'elezione del suo Segretario, essendo ineleggibile il Socio CAMERANO per compiuto secondo triennio a detta carica, viene eletto il Socio cav. Prof. Corrado SEGRE, salvo l’approva- zione Sovrana. 118 CESARE AIMONETTI LETTURE Una nuova maniera di costruire i livelli a cannocchiale. Nota del Dr. CESARE AIMONETTI Il principale inconveniente che presentano i livelli a can- nocchiale mobile è, come è noto, la diseguaglianza dei perni; la quale ha per conseguenza che, dopo aver corretto l’istrumento colle norme proprie a ciascun tipo, l’asse congiungente i centri dei due perni (asse meccanico del cannocchiale) non è orizzon- tale, ma inclinato all’orizzonte di un angolo dipendente dalla differenza dei loro diametri, dalla loro distanza nonchè dalla forma e dall’ampiezza dell'angolo delle forchette d’appoggio. Inoltre la ricerca sia della differenza dei diametri suddetti, sia dell’inclinazione residua dell'asse, sia dell’influenza di tale errore sulle battute è, a seconda dei tipi, più o meno difficile; sempre però è una operazione molto delicata. Così nei livelli a cannoc- chiale mobile e livella fissa od ai sostegni del cannocchiale (tipo Egault) od al cannocchiale stesso (tipo Chézy) essa si de- termina colla livellazione reciproca, o col metodo cosidetto delle due stazioni; nei tipi a livella mobile si determina colla stessa livella, ed in quelli a livella mobile con vite di elevazione (tipo Brunner, Ertel, ecc.) si richiede anche la conoscenza del- l'angolo XA formato dai due lati della forchetta a V di sostegno del cannocchiale. In nessun caso però si può con questi livelli usuali elimi- nare strumentalmente tale errore, e quindi avere una visuale perfettamente orizzontale: onde volendo eseguire delle livella- zioni di precisione si deve ricorrere a procedimenti speciali, quali la livellazione dal mezzo, ed altri. Occorrendo tuttavia di dover fare talvolta delle battute da un solo estremo, e quindi di avere delle visuali orizzontali, furono ideati a tale scopo molti altri tipi di livelli più o meno complicati. UNA NUOVA MANIERA DI COSTRUIRE I LIVELLI, ECC. 719 | Così vennero ideati: il livello a compensazione di Breithaupt e quello a due cannocchiali di Brito Limpo, entrambi di costruzione piuttosto complicata; il livello Amsler (1) con livella a doppia gra- duazione, che richiede la condizione, non facile ad ottenersi, che i due assi della livella siano paralleli fra di loro; il livello Baggi a due livelle (2), per il quale è necessaria una preventiva corre- zione delle due livelle, correzione che deve eseguirsi sul terreno «con tre stazioni; il livello a due livelle, una fissa al cannocchiale, e l’altra mobile ad essa sovrapposta, ideato dai Prof." Jadanza e Baggi (3), più semplice dei precedenti, col quale si può otte- nere con due sole letture una visuale orizzontale; ma anche questo richiede la preventiva correzione delle braccia delle due livelle, e inoltre che siano eguali gli angoli dei due lati del- l'appoggio a V, sia delle forchette di sostegno del cannocchiale, sia dei piedi della livella mobile. Recentemente la casa Zeiss, sulle indicazioni del D." Wilde (4) ha costruito un livello ingegnoso di uso abbastanza semplice, che permette di avere delle visuali orizzontali dalla media di quattro letture. Esso è del tipo Amsler, cioè con livella a doppia graduazione: però le due graduazioni non sono segnate, e la bolla, nelle due posizioni della livella, si osserva per mezzo di un sistema di prismi, coi quali si giudica che la bolla è centrata quando le immagini dei due estremi, riflesse dal sistema di prismi, st vedono coincidenti. Inoltre il livello è munito di un cannocchiale ad obbiettivo composto di due lenti, e di distanza focale variabile, girevole attorno al suo asse. In esso il reticolo e a distanza fissa dalla lente obbiettiva, e l'adattamento del cannocchiale alle diverse distanze si ottiene mediante lo spo- stamento di una lente di distanza focale un po’ minore dell’ob- biettivo. Sulla lente obbiettiva è incisa una piccola croce, ed il suo coperchio porta un foro al quale si può adattare l’ocu- lare; cosicchè, tolto questo dalla posizione che occupa normal- mente e collocatolo davanti all’obbiettivo, in modo da vedere il (1) V. Dinerer's, © Polytechnisches Journal ,, 1859, Bd. 153, S. 401-406. (2) Cfr. “ Atti della R. Accad. delle Scienze di Torino ,, vol. XXXVII (1901-02), pag. 253. | (3) Cfr. “ Atti della R. Accad. delle Scienze di Torino ,, vol. XLII, 1907. (4) Cfr. * Zeitschrift f. Instrumentenkunde ,, XXIX F., novembre 1909. "205 | CESARE AIMONETTI reticolo che su di esso è inciso, il cannocchiale resta invertito e funziona come obbiettivo la lente che prima serviva per mata tere a fuoco il cannocchiale. Tale livello ha il vantaggio di dare, senza preventive ret- tifiche, una visuale orizzontale, prendendo la media di quattro letture fatte sempre colla bolla centrata per mezzo della vite di elevazione: due col cannocchiale in condizione normale, e due col cannocchiale invertito, cioè coll’oculare disposto davanti al- l'obbiettivo, ed in ciascuna posizione facendo una lettura colla livella a destra ed una colla livella a sinistra, dopo aver fatto | cloè rotare il cannocchiale di due retti attorno al proprio asse di figura. Il cannocchiale di cui è munito questo livello, presenta il grave inconveniente di avere il sistema obbiettivo di distanza focale variabile, e quindi il suo ingrandimento è variabile colla - distanza della stadia: di più la chiarezza è molto differente nelle due posizioni del cannocchiale. La rettifica completa poi dell’istru- mento è un'operazione piuttosto delicata; per cui, pur essendo ingegnoso, dubito che esso possa diventare di uso comune. Allo scopo perciò di ottenere nei livelli una visuale oriz- zontale, propongo una semplice modificazione da apportare al cannocchiale che fa parte dei medesimi, colla quale si elimina completamente e facilmente l’errore proveniente dall’ineguaglianza del perni, qualunque essa sia. Tale modificazione consiste nel rendere score biribbli fra di loro nel cannocchiale l'obbiettivo col pezzo che porta il reticolo e l’oculare. Perciò esso dovrebbe essere costruito all’incirca come indica la fig. 1. AA4' e BB' sono due tubi scorrevoli l’uno dentro l’altro per mezzo di una cremagliera e di un bottone V. Il tubo esterno AA' porta i due perni CC'; esso, anche quando il ‘can- nocchiale ha il massimo accorciamento, sopravanza dalla parte M di due 0 tre centimetri sul tubo interno; il quale, a sua volta, sopravanza dalla parte opposta N di quantità eguale sul tubo esterno. Essi portano rispettivamente in M ed N due anelli di rinforzo, in modo che i due diametri esterni o quelli interni delle estremità M ed N siano esattamente eguali. A queste, o per mezzo di una filettatura a vite, o per innesto a baionetta si possono adattare i due pezzi Y e D, che è bene siano di egual peso, dei quali l’uno porta l'obbiettivo O, e l’altro il dia- UNA NUOVA MANIERA DI COSTRUIRE I LIVELLI, ECC. 721. framma col reticolo, rettificabile per mezzo delle viti S, R, e l’oculare L. Cosicchè, scambiando, con facile manovra, tra di loro 1 due pezzi, il cannocchiale può servire tanto per guardare nella direzione LO, quanto in quella contraria OL. Fig. 1. Applicando tale: cannocchiale ad un livello Egault o ad uno Chézy, ne risultano due tipi di livello che dirò @ cannocchiale girevole, non essendo più necessaria nè per le correzioni nè per l’uso l'inversione del cannocchiale, ma soltanto la sua rotazione di due retti attorno al proprio asse. Le correzioni si faranno nei diversi casi nel modo seguente. 1. Livello a cannocchiale girevole e livella fissa ai sostegni del cannocchiale (fpo Egault). La fig. 2 (1) mostra schematicamente il livello: PQ è l’asse della livella; XX l’asse verticale; EF e CD sono le distanze dei centri # e D dei due perni dalla traversa di sostegno del cannocchiale, cosicchè la retta D/ rappresenta l’asse meccanico di esso. Le correzioni si fanno nel seguente modo: 1° Si rende l’asse della livella perpendicolare all’asse XX e questo verticale ; ciò si ottiene come in qualunque altro livello di questo tipo. 2° Sirende l’asse meccanico parallelo all’asse della livella: perciò, supposto che l’oculare sia dalla parte D, e l’obbiettivo dalla parte Y, si diriga il cannocchiale ad una stadia SS’, e si faccia una lettura @,; girato quindi il cannocchiale di due retti attorno al proprio asse DY, si faccia una seconda lettura as: (1) Tanto in questa, quanto nelle figure seguenti, si suppone per sem- plicità già eseguita la 1* correzione. 722 Ò CESARE AIMONETTI la media delle due letture « Lalhtrsta dà la lettura corrispon- dente al punto A in cui l’asse meccanico colpisce la stadia. Si scambi ora nel cannocchiale l’oculare coll’obbiettivo, in modo che questo venga in D. Indi si giri l’alidada di 180° in- torno ad XX: l’asse meccanico del cannocchiale assumerà la posizione FD’ simmetrica di FD rispetto alla NM parallela all'asse della livella. Si facciano ora sulla stadia e colla bolla rigorosamente centrata di nuovo le due letture coniugate 6, e ds: bi + do 2 la media delle due letture dè — darà la lettura corri- spondente al punto B in cui l’asse meccanico colpisce attual LA +X F | | | > alta DECO D RA IVATO 09 Gta Rs Vi ; a», ta, (CRE: | ld E P.& la | | R RR s° Fig. 2. mente la stadia, qualunque sia lo spostamento che abbia potuto subire l’asse ottico nello scambio accennato tra l’oculare e l’ob- biettivo. È evidente che la lettura #m corrispondente al punto Min cui l’orizzontale OM incontra la stadia, sarà data da b 1 apra = (011 dt db + bp). Si muovano ora le viti in C ad £ che variano la lunghezza di uno dei sostegni del cannocchiale fino a che la media delle letture coniugate d, e ds sia eguale ad m. UNA NUOVA MANIERA DI COSTRUIRE I LIVELLI, ECC. 123 3° Si rende in ultimo l’asse ottico del cannocchiale coin- cidente coll’asse meccanico muovendo le viti del reticolo finchè e si faccia sulla stadia la lettura è — ——*= m. Si vede facilmente come la ce en m corrispondente alla posizione OM dell’asse meccanico si può ottenere dalla media delle quattro letture; ossia an + ag + br + ba villici Selice Mm = Si vede anche come non sia necessario correggere esatta- mente l’asse verticale, purchè le quattro letture si facciano sempre colla bolla rigorosamente centrata. 2. Livello a cannocchiale girevole e livella fissa al cannocchiale (tipo Chéey). La fig. 8 rappresenta schematicamente il livello di questo tipo: XX' è l’asse verticale dell’istrumento; CE la traversa di sostegno del cannocchiale, girevole nel piano verticale attorno al punto O' per mezzo della vite di elevazione V; CD e EF sono le distanze dei due centri dei perni dagli estremi della tra- versa di sostegno, sicchè D/F sarà l’asse meccanico del cannoc- chiale; infine PQ è l’asse della livella di cui siano P7' e QU le distanze degli estremi dall’asse meccanico del cannocchiale. 12% CESARE AIMONETTI: Le correzioni di questo tipo di livello, col cannocchiale mo- dificato nel modo anzidetto, si eseguiranno come segue. 1° Diretta la livella PQ nella direzione di una vite del basamento, si centra con questa la bolla: indi, girata l’alidada di due angoli retti, si corregge lo spostamento della bolla per metà colla vite del basamento, e per l’altra metà con quella di elevazione V. Si ripete l’operazione finchè la bolla della livella rimanga centrata prima e dopo la rotazione dell’alidada di due retti. Si gira indi questa di un angolo retto, dirigendo la livella parallelamente alla congiungente le altre due viti del . basamento, e la si centra col moto inverso e simultaneo delle medesime. Così l’asse della livella PQ è perpendicolare all'asse XA” dell’alidada, e questo è verticale. | 2° Si rende l’asse meccanico parallelo all'asse della livella. Perciò si dirige il cannocchiale ad una stadia verticale SS" e colla bolla centrata si fa una lettura «@,: si ruota il cannocchiale di due angoli retti attorno al proprio asse meccanico DF e si fa la lettura coniugata 43; la media delle due letture ), ——>& __ a+ ar 9 dà la lettura che si farebbe sulla stadia nel punto A in cui essa è incontrata dall'asse meccanico DY del cannocchiale. Scam- biato quindi l’obbiettivo coll’oculare, si gira l’alidada attorno ad XX' di due retti, dirigendo di nuovo il cannocchiale alla stadia. Il suo asse meccanico assumerà ora la*posizione FD' simmetrica di DF rispetto all’orizzontale OM condotta per il punto O di intersezione dell’asse DF colla XX. Si facciano ora le due let- ture coniugate 5, e 6, sulla stadia; la loro media __ b+b dro 9) darà la lettura corrispondente al punto B in cui l’asse !'D' in- contra attualmente la stadia. La media AAA a) GL bi diagha dat UNA NUOVA MANIERA DI COSTRUIRE I LIVELLI, ECC. FED dà evidentemente la lettura che si farebbe nel punto M in cui l’orizzontale OM incontra la stadia. Si gira quindi la vite d'’e- levazione V finchè la media delle due letture bh, e d, ossia è sia eguale ad m (1), e si centra poscia la bolla colle viti proprie della livella. | i | 3° Si rende ora l’asse ottico del cannocchiale coincidente coll’asse :meccanico, muovendo le viti del reticolo ‘finchè le due letture 4, e 5, risultino eguali fra di loro ed eguali ad m (2). Anche in questo caso la media delle quattro letture di + aa + di -i- da : 4 zontale anche se l’istrumento non è stato corretto, purchè nelle due posizioni dell’alidada si abbia cura di centrare esattamente la bolla della livella per mezzo della vite di elevazione. Siccome questo livello presenta l’inconveniente che nel fare la lettura coniugata, la livella capovolta presenta la sua gra- duazione in basso, e quindi non funziona, è impossibile accor- gersi se l’istrumento nel girare il cannocchiale non ha subìto alcun spostamento: per cui per la pratica sarebbe consigliabile il tipo di livello rappresentato schematicamente alla fig. 4. Esso è simile al livello Egault, ma la traversa che sostiene il can- nocchiale, alla quale è fissata la livella, è mobile in altezza at- torno al suo punto medio 0' per mezzo di una vite microme- trica V (vite di elevazione). Le correzioni di questo livello si potranno fare nel seguente modo: 1° Si rende l’asse XX verticale ; perciò, diretta la livella parallelamente alla congiungente di due viti del basamento, si centra, col moto simultaneo ed inverso di queste, la bolla; gi- rata quindi azimutalmente l’alidada di 180°, si centra la bolla per metà col moto delle stesse viti del basamento, e per l’altra metà colla vite di elevazione. Si ruota poi l’alidada di 90°, in modo cioè che la livella si disponga nella direzione della terza dà la lettura corrispondente alla visuale oriz- (1) Ciò si ottiene praticamente girando la vite di elevazione finchè bi — da , 2 (2) Ciò si ottiene praticamente girando la vite di rettifica del reticolo finchè si legga #m sulla stadia. sulla stadia invece di d, si legga /=m — 726 CESARE AIMONETTI | vite del basamento, e si centra la bolla col solo moto di questa vite, 2° Si rende l’asse meccanico del cannocchiale parallelo all’asse della livella: perciò si dirige il cannocchiale ad una stadia verticale 9, e colla bolla centrata si fa una lettura @a;; girato il cannocchiale attorno al proprio asse di 180°, si fa una se- conda lettura as. La media Li dà la lettura « che si farebbe nel punto A in cui l’asse meccanico incontra la stadia. Scam- biato quindi l’obbiettivo coll’oculare, si gira l’alidada di 180° e si ricollima alla stadia. Siano d, e d,$ le letture coniugate ; cioè iS quelle fatte sulla stadia colla bolla centrata rispettivamente prima e dopo aver ruotato il cannocchiale di due retti attorno D+ ds 2 rebbe nel punto 5 in cui attualmente l’asse meccanico incontra la stadia. Siccome 0B è simmetrica di OA rispetto all’ oriz- zontale OM, ne segue che la media dà la lettura che si fa- al proprio asse. La media d = Mei: SAR a, +00 + di + da DIR 4 darà la lettura m .corrispondente al punto M in cui l’orizzon- tale OM incontra la stadia. Si muove ora la vite di eleva- UNA NUOVA MANIERA DI COSTRUIRE I LIVELLI, ECC. 727 zione V finchè la media delle due letture coniugate sia eguale ad m, indi si centra la livella colle viti proprie.. 3° Si rende l’asse ottico coincidente coll’asse meccanico muovendo le viti del reticolo finchè le due letture 5, e è, siano eguali fra di loro, ed eguali naturalmente ad m. Se il basamento è munito di una livella sferica colla quale si possa rendere approssimativamente verticale l’istrumento, si pnò fare a meno della prima correzione, purchè nel fare le let- ture alla stadia si abbia cura di avere la bolla della livella centrata ed in riposo, manovrando la vite di elevazione. Corretto in una stazione l’istrumento, per avere la visuale esattamente orizzontale nelle successive stazioni di livellazione basterà, dopo aver reso grossolanamente verticale l’asse dell’i- strumento, centrare la bolla colla vite di elevazione. L'unico errore che può ricomparire è, come in tuttii livelli a cannocchiale, quello dovuto allo spostamento che l’asse ottico può subire nell'adattamento alle diverse distanze: errore che dipende da inevitabile imperfezione nella costruzione del can- nocchiale e di cui si può determinare la grandezza prendendo Ja semidifferenza delle letture fatte sulla stadia nelle due posi- zioni coniugate del cannocchiale, e che si può in ogni caso eli- minare prendendo la semisomma di dette letture. Questo tipo di livello presenta il vantaggio del tipo Egault di poter sempre verificare se nelle due posizioni coniugate del cannocchiale la bolla della livella rimane centrata, mentre d’altra parte non presenta l'inconveniente di un eventuale e non av- vertibile spostamento dell’asse del cannocchiale dovuto a qualche granello di sabbia che si depositi sulla forchetta d’appoggio ; perchè, non essendo necessaria la inversione del cannocchiale, i due cuscinetti di appoggio possono essere fatti in forma di anelli che avvolgano completamente i due perni, impedendo ogni de- posito di polvere al disotto dei medesimi. In ogni caso poi, qualunque sia il tipo di livello adoperato, la modificazione del cannocchiale proposta permette di potere, senza la preventiva determinazione di costanti, e senza ricorrere a me- todi speciali di livellazione, non sempre UERNRA DITE, ottenere la visuale orizzontale. Gabinetto di Geodesia della R. Università di Torino, Giugno 1910. 728 GABRIELE LINCIO Di alcuni minerali dell'Alpe Veglia. Nota dell’Ing. Dr. GABRIELE LINCIO (Con 1 Tavola). In una mia Nota precedente, Del rutilo dell'Alpe Veglia (1), descrissi la località ove venne trovato detto minerale e ne trattai dettagliatamente la paragenesi. Orbene in altra località finitima alla detta, ad altezza maggiore di ca. 200 m., dal lato della punta del Rebbio e più in alto del ghiacciaio di cia trovai un giacimento di alcuni minerali interessanti, che qui ‘intendo di descrivere. Essi rivestono litoclasi d’uno schisto grigiastro, il quale è molto ricco di quarzo, mostra due miche, l’una inco- lora e l’altra bruna, e contiene qualche granato sparso nella massa. Notizie particolareggiate, tanto geologiche che petro- grafiche, me le riservo ad una prossima pubblicazione. Qui dirò solamente che nella località Moticcia trovansi col suddetto mica- schisto anfiboloschisti, gneiss e calcari dolomitici (2). Interessante è la paragenesi del giacimento: si presentano due generazioni distinte di minerali. | Alla prima e più importante appartengono: l’albite, il quarzo, la mica, la clorite, la siderite, la calcite, la tormalina, la pirite, la blenda e l’anatasio. Alla seconda generazione APBRLLPRGONA ancora la calcite e poi l’aragonite. La tormalina, la blenda e l’anatasio si presentano solo in minuti cristalletti e con una distribuzione, direi, omeopatica, come avviene per altri minerali in Val Susa, p. es. presso Borgone. Albite. — Sono generalmente piccoli cristalli di dimen- sioni fino ai tre o quattro millimetri, bianco-lattei, variamente raggruppati, del tipo periclino, geminati anche secondo il peri- (1) G. Lincro, Del rutilo dell'Alpe Veglia. “ Atti R. Ace. Scienze Torino ,, vol. XXXIX, 1904. (2) Scamipr- PreIswERK - SreLLA, Geologische Karte der Simplongruppe, 1:50.000. DI ALCUNI MINERALI DELL'ALPE VEGLIA 729 clino e con lamelle di geminazione molto frequenti. Trovai alcuni cristalli semplici, che si presentavano prismatici secondo l’asse c e ne misurai due. Vi riscontrai le forme seguenti (Vedi tabella a pagina seguente): Indicai in detta tabella i valori angolari migliori o medi. I cristalli vennero messi polari secondo la zona dei prismi. Trat- tandosi poi di sola identificazione di forme, trascurai le letture dei pochi minuti al disopra e al disotto di 90° pel valore p, perchè, con la messa in posizione polare sul goniometro a due cerchi, sì cerca già di disporre tutte le facce di prisma nella posizione media più vicina a 90°, I cristalli d’albite, qui descritti, presentano, come si vede, valori che vanno abbastanza d’accordo coi calcolati sugli Ele- menti di Brezina; però, tanto per lo sviluppo delle facce quanto per la limpidezza, essi non sono adatti a speciali determinazioni cristallografiche, ottiche e chimiche. Quarzo. — Il quarzo presenta un abito molto simile a quello del quarzo descritto nel mio già citato lavoro sul rutilo, e non è ricco di forme ben distinte. Nel prisma (2) = {1010} e nei romboedri (r, p) = }1011} abbiamo uno sviluppo diverso e ben caratterizzato delle facce nelle forme (+). I cristalii si appuntiscono trigonalmente in causa d'uno sviluppo a gradinata di alcuni romboedri molto acuti alternantisi con altri più ottusi, ciò che avviene con no- tevole prevalenza ed estensione in una delle due zone (+). Ne risultano così facce più o meno piane o curve; esse sono le facce tangenziali agli spigoli delle gradinate e formano zone che vanno dai prismi ai rispettivi romboedri principali, dei quali uno solo si estende generalmente fino ai poli. In un mio prossimo lavoro d’indole generale sul quarzo mì riservo di trattare più minutamente tale argomento. Mica. — Si presenta in tavolette esagone incolori o leg- «5germente verdicce. L'angolo degli assi ottici è grande ed il loro piano si trova ad angolo retto sul piano di simmetria, p > u, cioè è una mica di prim'ordine (1). Non viene intaccata dagli (1) Lehrbuch der Mineralogie von Max Bauer, 1904, pag. 699. 130 ,9009 | ,0T088I | .88009 | ,7S08ZI | ESS x 97 | | | ;9GoTF 10090181 | 4901 | .SFoLEL | 999 | | ‘SG ‘Ipogop ruiSewit ‘ojonord 09087 ,TT0f8 | ,I30S8I | ,PIof8 | ,8SFE1 | III o. BR | 108088 | ,69098 ;SF088 | ,60028 Tit s «| ‘87 | ,h809S | 09098 aTI099 | 99098 103 h_| ‘SI ‘ouonq IuISBwIT ‘tpuis 0008 | ,81067 | ,9I0PSI | .ST06F | J2900FSI Le 3-&® ‘HR = È . È i 5 Fro6FI i VAZIONRI OI Vie Z ‘BquSIe;[e QuISB_IT ‘89J949S BIOOR,] E 880931 ; 189081 0S5 Bur "8 = TurSemI uonqo * . : GS61I ; 19S06IT OTT IS i | "INUELIBA ZISOd Ip LIO]BA ‘IpueIs 9008] î 08009 i 18009 e 8 5 ‘0peSae][e IUISBWII ‘09901)S 0908,] : 183008 9 188068 08 irc al - ‘qu «Seu md o] ad“ “| ,00006 | ,0000 00006 | ,0000 010 |A .| 76 ‘ojdiggnue 1SewI “puis 2008 | ,10026 | 19018 (8F098 | ,60068 pad 1 d d d d ° TOI | MPYOSPIOO GUIZIIY ‘TOT NS ‘quIs LAP GI (ON 4%a (019) 0:10) SEEN DI ALCUNI MINERALI DELL'ALPE VEGLIA (931 acidi e la si può ritenere una muscovite, comune, del resto, in giacimenti analoghi. Clorite. — Cristallizza in bottoncini og in aggregati pri- smatici contorti ed anche in belle tavolette esagone, distinta- mente biassiche. Siderite. — Questo minerale si presenta quasi interamente cambiato in limonite. Un altro minérale, che è scarsissimo e che presenta molta affinità con la siderite, si mostra relativamente poco alterato. Sono piccoli cristalli rosso-brunastri, poco riflettenti. Tale colorazione è però solo superficiale ed è dovuta all’ossidazione del ferro. Nell’interno sono incolori. Il colore scompare trattan- doli con acido cloridrico, che li intacca molto lentamente solo se concentrato e caldo. Essi, così scolorati, arroventati nella fiamma ossidante, diventano neri e magnetici. La forma di questi cristalli è determinata da un romboedro e dalla base. Il romboedro ha un angolo p = 42°47”. Metto qui a confronto i valori angolari dei romboedri fon- damentali di quelli fra i carbonati che hanno affinità col mine- rale qui studiato. £. BR: R(Bauer-Min.) Zi cin = p(Gdb) (angolo esterno) Ancherite 106°12" ian Dolomite 106°17 tg Siderite 107° 43023" Magnesite | PT PAGO: 43904" Breunnerite (1) POT®90" Ripa Minerale qui studiato 107°56' 49047", Dall’angolo misurato della base col romboedro p==42%47 = si calcola l’angolo a del triangolo sferico, delimitato dalle nor- mali alla base ed a due facce adiacenti del romboedro, e si trova il valore: | 2 = 38°11'26”, (1) G. Provri, Sulla Breunnerite di Avigliana, “ Atti R. Accad. Scienze Torino ,, vol. XLI, 1906. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 50 732 | GABRIELE LINCIO col quale si ottiene poi il valore: 90 / a (0) 008, SO = COS 36%, ovvero .c = 4 R:R= 72°4 (ang. delle normali) e quindi 107°56' (angolo esterno). Considerando che il minerale qui studiato è difficilmente solubile anche nell’acido cloridrico concentrato a caldo, ch’esso contiene una quantità ragguardevole di ferro e che l’angolo del suo romboedro misurato diede un valore che s’avvicina a quello della magnesite e breunnerite, si può conchiudere che esso ap- partenga a tale gruppo di carbonati di magnesio e di ferro, che, com'è noto, possono variar molto nella loro costituzione. Calcite. — Si presenta delimitata dal romboedro e=(0112) IRR | Lia al 2 Gdt. I cristalli talora raggiungono dimensioni di parecchi centimetri. Tormalina. — Riempie piccole fessure per lo più con tipici aghetti neri opachi, ma anche con cristalletti bruni tra- sparenti. | Questi ultimi mi fecero dapprima pensare ad altri minerali. Essi si presentano con un prisma sottile allungato e general- mente non sono terminati ai due poli. Osservati al microscopio normalmente ad una faccia del prisma stesso mostrano, facendo uso del solo polarizzatore, a luce vibrante secondo il presunto asse c (asse della zona del prisma) un color bruno chiaro, a luce vibrante normalmente a c un color nero, cioè un pleocroismo molto forte. Osservando poi al microscopio il contorno d’alcuni di tali cristalli, orientati con l’asse c normalmente al tavolino del microscopio, essi mostravano una sezione trigonale. Cercando attentamente mi venne dato di trovare un cristallo terminato da un polo e abbastanza ben riflettente. Mostrava i due romboedri r ed 0, che diedero i seguenti valori angolari di posizione: Dana Gdt 4. misurato —£. calcolato o =ipdi +1) OT008 27°20' co = p di (— 2) 46915" 45057! DI ALCUNI MINERALI DELL'ALPE VEGLIA 799 Tali valori s'accordano con quelli della tormalina; così che non rimase alcun dubbio intorno all’entità del minerale. Ciò risul- tava del resto come molto probabile dall’ osservazione ottica, essendo che nelle tormaline i raggi straordinari, i quali vibrano in direzione dell’asse c, vengono molto meno assorbiti degli ordi- nari, che vibrano normalmente ad esso. Questi ultimi, come ve- demmo, venivano quasi totalmente assorbiti. Pirite. — È abbondante, con forma tipica e costante. I cristalli mostrano le facce del cubo modificate da quelle dell’ottaedro, poi sovente si hanno cristalli distintamente prisma- tici, come a fig. 2, i quali sulle faccie del cubo mostrano la tendenza alla formazione d’un pentagonododecaedro molto vici- nale al cubo. Nella fig. 2 segnai solo schematicamente la linea d'intersezione delle due facce di pentagonododecaedro su cia- scuna faccia del cubo: dette linee corrispondono agli spigoli del cubo. Blenda. — Essa è molto rara. Trovai alcuni cristalli rag- gruppati ed alcuni semplici. Di questi ne misurai un paio che avevano un diametro di 1-2 mm. Trovai le forme seguenti: Gdt. Tab. = Miller. / 9 RARI b I 0 : = (082) > Forma abbastanza ben sviluppata. | 00 5 ce n ARGO) \ pLt1 = (111) Forma ben sviluppata. a \01° = (011); i i 00 2) (110) 51 = (133) Forma abbastanza ben sviluppata. 0 (0a sac 1 Ore (010) | Forma appena visibile. (34 GABRIELE LINCIO Inoltre si hanno al loro posto le facce di p (—1) piccolissime ed in ripetizione con quelle di m = (—!/; Gdt= (113) Miller). La faccia m predomina ed è tanto stretta da formare con p(—1) solo uno spigolo, intagliato a gradini bassissimi. Vedi fig. 1. A prima vista si terrebbe tale spigolo come formato dalla forma g = (—*/» Gdt = (112) Miller), ma le misure goniometriche mi diedero i valori angolari di posizione di m e di p. Non entrai nella questione della determinazione del segno + e — mediante figure di corrosione ete. (1), non permettendolo il materiale. La fig. 1 rappresenta fedelmente, per quanto possibile, l’a- bito ‘di tali cristalli di blenda, bell'esempio di emiedria tetrae- drica, che per le forme emiedriche correlate p (+1) s’avvicina alla forma oloedrica, conservando però nella forma m ed in quella © Jl carattere dell’emiedria. Anatasio. — Minerale nuovo per l’Alpe Veglia, però molto. scarso. Cristallizzato nella solita piramide acuta fonda- mentale presenta color metallico. Sovente mostra anche la base e allora la piramide prende la forma di scalpello piatto e la base non è più quadratica, ma allungata a rettangolo. Vedi fig. 3. Trovai anche qualche cri- stallo, con base predominante, che mostrava una colorazione zonale giallo miele trasparente e metallica opaca. La fig. 3 mostra l’abito d’un tale cristallo, sul quale studiai pure le strettissime facce formanti delle striature sulla piramide fondamentale. Per alcune di esse ottenni i seguenti valori angolari di po- sizione i | Gdt Miller p misurato p calcolato 3 = (8.83.20) 20015" 20039) = (227) 35015" 35041" 9..= (881) 82035/ 92026" (1) Pa. Hocascninp, Studien an Zinkblende 1908, “ Neues Jahrbch. fùr Min, etc. ,, Beil., Bd. XXVI, pag. 205. DI ALCUNI MINERALI DELL’ALPE VEGLIA Cod Alla figura 3 va unita la proiezione stereografica di queste ultime forme (fig. 4). I minerali della seconda generazione, che si rintracciano in cavità propizie alla loro formazione, sono la calcite e l’arago- nite; ambedue si presentano generalmente corrosi. La calcite ha qui un altro abito cristallografico; essa è delimitata dallo scalenoedro (2131) Dana. Maggior interesse presenta qui lo studio della formazione dell’aragonite. La sua forma tipica, il suo depositarsi a preferenza su side- rite e limonite, la mancanza di buona sfaldatura, la distinta reazione di Meigen, con la soluzione di nitrato di cobalto, ba- starono per la sua determinazione come aragonite. Essa si mostra in aghetti arrotondati, raggruppati radialmente e qua e là sparsi come incrostazione. Tra i minerali sottostanti la siderite è cam- biata in limonite e l’albite appare alterata e corrosa nell’in- terno, sì da non presentar più che parte della veste esterna del cristallo, costituita da residui di facce ridotte a sottile pelli- cola. Tale alterazione non deve parer strana, se si considera il probabile modo di formazione dell’aragonite. L'aria e l’acqua debbono aver alterate le piriti, abbondanti in questo giacimento, e formato acido solforico, il quale a con- tatto con carbonato di calcio, magnesio etc. deve aver svilup- pato acido carbonico. Questo avrà servito in parte a reazioni ed in parte sarà stato sciolto dalle acque, che, così ricche di acido carbonico, circolando avranno pure sciolto carbonato di calcio ete. (1), tenendolo in soluzione come bicarbonato e depo- sitandolo poi, a seconda delle condizioni d'ambiente, o come cal- cite o come aragonite. Vediamo ora alcune notizie che la letteratura ci dà intorno alla formazione dell’aragonite. M. L. Michel (2) pubblica i risultati d’una sua esperienza (1) Un litro d’acqua, satura d’acido carbonico a pressione ordiraria ed a 10° di 6emperatura, scioglie 0,88 gr. di carbonato di calcio. Vedi H. Erpmanx, Lehrbuch der Anorg. Chemie, pag. 554, 1398. (2) M. L. MricÒet, Sur la reproduction de l'aragonite, “ Bull. de la Soc. Franc. de Minéralogie ,, 1904, pag. 220. (36 GABRIELE LINCIO — DI ALCUNI MINERALI DELL'ALPE VEGLIA sulla sintesi dell’aragonite. Introdusse in un sifone d’acqua di seltz del carbonato .di calcio precipitato. La maggior parte di questa sostanza è stata sciolta dopo qualche mese. Tale soluzione di bicarbonato di calcio venne filtrata e lasciata evaporare molto lentamente a temperatura e pressione ordinaria. Ottenne così dei cristalli di qualche millimetro di lunghezza, che presentavano proprietà fisiche ed ottiche caratteristiche per l’aragonite. Le forme cristallografiche sono (001), (110), (010) e (011). Il lavoro recente di Hans Leitmeier (1) ci presenta i risul- tati propri e d’altri sperimentatori intorno alla formazione del- l’aragonite e della calcite. Cito un brano, dove l’autore fa un riassunto dei risultati delle esperienze: “ Io trovai adunque che da soluzioni di bicar- bonato di calcio con le due sostanze solfato di magnesio e clo- ruro di magnesio quali compagni di soluzione, il carbonato di calcio si può formare anche nella modificazione rombica. Una temperatura più alta (20° C.) favorisce la formazione del carbo- nato rombico. Quanto maggiore è la quantità di sali compagni di soluzione, che viene introdotta, tanto più abbondante è la formazione dell’aragonite. , Il giacimento qui studiato appartiene al secondo degli otto gruppi, in cui G. Rose (2) distribuì i giacimenti di aragonite. Questa appunto si trova all’Alpe Veglia entro cavità dove sonvi tracce di siderite e pirite, presso calcari dolomitici etc.; quindi la possibilità che nella sua formazione abbia avuto influenza il solfato di magnesio quale compagno di soluzione, è più che ovvia. Del resto allo stato attuale delle nostre cognizioni intorno a questo argomento, mancando dati ed esperienze estese e fon- damentali, non si può entrar troppo in dettaglio e far asserzioni gratuite. Possano le esperienze che H. Leitmeier già intraprese e che tuttora sta continuando portar luce in questo ancor oscuro capitolo della dimorfia del carbonato calcico. Istituto Mineralogico della R. Università di Torino, 19 Giugno 1910. (1) Hans Lerrmerer, Zur Kenntnis der Carbonate. Die Dimorphie des Kohlensauren Kalkes, * Neues Jahrbch. fir Min. etc. ,, Bd. I, I Theil, 1910, pag. 61. (2) Loc. cit., pag. 64. LUIGI COGNETTI DE MARTIIS — CONTRIBUTO, ECC. 797 Contributo alla conoscenza della fecondazione negli Oligocheti. Nota del Dr. LUIGI COGNETTI DE MARTIIS (Con 1 Tavola). Gli Oligocheti sono ermafroditi (1) eterogami. Le modalità dell’accop- piamento vennero già osservate per alcune specie. Così per 1 nostri comuni lombrichi (Lumbricidae s. s.) è ormai ben nota la posizione invertita dei due individui in copula (2). I fenomeni che seguono alla copula sono assai meno noti; anche oggi si potrebbe ripetere con VaiLLant (22): * il règne encore “ une certaine obscurité sur la manière dont peut s’effectuer la fécondation , (p. 30). Questa, per i Lumbricidae, s' ammette generalmente che s' effettui fuori del corpo dell’animale, all'atto della deposizione delle uova nell’ooteca secreta dal clitello (3); le uova uscite dai pori femminili e gli spermatozoi usciti dalle spermateche s’incontrerebbero nell’ ooteca medesima mentre l’animale si libera di questa. i Per i Lumbricidae, come per altre famiglie, sono stati descritti a più riprese gli “ spermatofori ,, sulla origine e sulla funzione dei quali i pareri sono discordi (4). Gli spermatofori sono prodotti da organi ghiandolari posti accanto ai pori masckili, come Rosa (20, p. 12) dimostrò chiaramente per Helodrilus (Dendrobaena) samariger (Rosa) (5); essi sono ceduti durante l'accoppiamento dall’uno all'altro individuo. Se la fecondazione si effettua realmente dentro all’ooteca, il còmpito degli spermatofori in rapporto alla fecondazione risulta poco chiaro, al pari del modo in cui essi giungono all’ooteca. Cosicchè Rosa (21) li considerò “ come prodotti accidentali salvo “ nelle specie mancanti di spermateche , ove “ servirebbero a sostituire (1) Riguardo alla temporanea unisessualità di una specie — ZEnantio- drilus Borellii Cogn. — si consulti il mio lavoro sulle ghiandole ermafro- ditiche di questa specie (6, p. 12 e 19). (2) Vedansi fra altri i trattati di Voer e Yuna (24, p. 476), di VArLLANT (22, p. 29-31, ubi liter.), di Emery (11, p. 35, fig. 36), le tavole murali di Leuckart e Nirscne (14, fig. 15), la monografia di Rosa (21, p. 415). (3) Cfr. RarzeL und Warscmowsky (18, p. 547), Rosa (21, p. 416). (4) Si consultino a questo riguardo i capitoli appositi nelle monografie di Vespovsky (28, p. 151) e di Bepparp (1, p. 185). (5) Per la sinonimia della specie cfr. MicnarLsen (15, p. 495). 738 LUIGI COGNETTI DE MARTIIS “ fisiologicamente questi organi, (p. 416). Il compito delle spermateche sarebbe quello di raccogliere spermatozoi durante l'accoppiamento, tenerlo in serbo per un certo tempo, e in seguito riversarli nell’ooteca. Simile tipo di fecondazione — meritevole di conferma — non pare possa estendersi a tutti gli Oligocheti. V’è una famiglia in cui è nota, per interi generi, la comunicazione interna fra spermateche e organi centrali femmi- nili (ovarì racchiusi in capsule ovariche, ovisacchi). È questa la famiglia africana degli Eudrilini, e per aPcuni suoi rappresentanti sono stati descritti anche gli spermatofori. Così dicasi dei generi StuAImannia, Polytoreutus e Pareudrilus, nei quali si verifica appunto la comunicazione suddetta, com'è . specificato anche nelle loro diagnosi (1). Recentemente ho avuto occasione di studiare due esemplari d'una specie di Pareudrilus da me descritta col nome P. pal- lidus (8, p. 1; 9, p. 29), e alcune serie di preparati mierosco- pici assai ben riusciti, mi diedero agio di scoprire alcuni fatti non privi d'importanza che portano un po’ di luce sull’oscuro problema della via seguita dagli spermatozoi per raggiungere le uova, mentre mi conducono a correggere una inesattezza della mia descrizione nella parte che si riferisce all'apparato sessuale femminile. ! Una ridescrizione più completa di questo apparato varrà a correggere l’inesattezza e a porre in rilievo i fatti cui sopra ho fatto cenno. | In un esemplare appositamente sezionato trovai gli ovarî situati, com'è di norma, al 18° segmento. Essi, in numero di un paio, pendono dal margine ventrale del sottile dissepimento 12-13, ai lati della catena nervosa, a una certa distanza da questa. Ogni ovario è fondamentalmente un tubo piatto, floscio e sinuoso, la cui parete esterna corrisponde alla membrana peri- toneale (fig. 1, pe.) accompagnata, da un discreto numero di ele- menti connettivi che formano lo stroma. Nella porzione più lontana dal punto d’attacco al dissepimento gli ovociti sono di- sposti in un solo piano. Il loro diametro massimo è di 45-50 u; (1) Cfr. Micnartsen (16, p. 467, per Stullmannia; 15, p. 412, per Polt- toreutus; 15, p. 398, per Pareudrilus). Per la descrizione degli spermatofori vedasi Benparp (2 e 3, p. 200; 4, p. 219) e Micraensen (17, p. 339). CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DELLA FECONDAZIONE, ECC. 739 molti altri appaiono assai più piccoli, verosimilmente atrofici. Procedendo verso il punto d'attacco dell’ovario al dissepimento gli elementi sessuali diminuiscono sempre più in diametro. Gli ovociti (1) escono dal tubo ovarico per la sua estremità libera, e cadono nel 13° segmento. Qui se ne trovano in scarso numero, e avvolti ognuno da uno o due strati di cellule fuse in sincizio. Pure avvolti da sincizio sono gli elementi femminili situati in buon numero nelle ampie maglie dell’ovisacco sporgente nel 14° segmento fig. 2, u. e fig. 5 E, 0. s. Le cellule, che unite in’ sincizio circondano ogni grosso ovocito libero, hanno citoplasma ricco di vacuole, grosso nucleo dotato di membrana cromatica (fig. 4), e mostrano in complesso una grande rassomiglianza con sp®ciali fagociti che si trovano nel 13° segmento e nel lume degli organi che confluiscono a quel segmento. Questi fagociti, di cui è trattata a lungo la struttura e la funzione in un mio lavoro corredato di figure e in corso di stampa (2), si caricano di materiali nutritizì prove- nienti dalla fagocitosi di spermatozoi (vedi innanzi !), e possono riversarli, come ho dimostrato, nel circolo sanguigno, ricavando forse dal sangue altro materiale. Invero i fagociti (fig. 9, fug.) sono capaci di fissarsi su speciali esili fimbrie (fig. 2, fi. cé.), per- corse da capillari sanguigni (fig. 9, cap.) pendenti dalla periferia delle tube degli ovidotti, situate a loro volta contro al disse- pimento 13-14, di fronte agli ovarî. Tali fimbrie ho chiamato fimbrie circumtubali: i fagociti attaccati ad esse appaiono clavati, e mostrano un canalicolo ramificato che serve a scaricare pro- dotti raccolti in un’ampia vacuola centrale (3). I Se liberi, i fagociti appaiono subtondeggianti (fig. 3 e fig. 12 f.), a contorno spesso deformato da lobi che stanno a dimostrare la mobilità dei fagociti stessi. Il nucleo, relativamente volumi- noso (4-6 u), è dotato di una spessa membrana cromatica e d'un (1) Non ho potuto riconoscere fenomeni di maturazione che mi per- mettessero una sicura determinazione degli elementi femminili staccati dall’ovario, onde il termine ovocito ha qui e in seguito un valore dubitativo. (2) Ricerche sulla distruzione normale dei prodotti sessuali maschili (10). (3) In fig. 9 non è rappresentata la struttura dei fagociti; in fig. 3 è visibile la vacuola centrale di due di essi, così in fig. 12 f. Cfr. il mio lavoro sopra citato (10) e le sue figure. 140 LUIGI COGNETTI DE MARTIIS granulo di cromatina (? nucleolo) più grosso. Il citoplasma mostra quasi sempre una grande vacuola centrale e ben spesso vacuole minori in vario numero. Questi caratteri si ripetono nelle cellule di sincizî che cir- condano le uova. Aggiungasi infine che nel sincizio possono trovarsi spermatozoi (fig. 4, spm.), probabilmente fagocitati (1), come spessissimo se ne trovano (e qui senza dubbio fagocitati) nel citoplasma dei fagociti liberi o fissati sulle fimbrie circum- tubali. Tatto ciò mi fa credere che i fagociti siano capaci di funzionare anche come elementi nutritori degli ovociti. D'altra parte l’ovario non possiede elementi che rassomi- glino a quelli del sincizio e che siano capaci di funzionare al pari di essi. I piccoli ovociti (2 oogoni) mescolati nell’ovario a quelli voluminosi prossimi a staccarsi sono in numero troppo scarso per poter avvolgere questi ultimi, nè mai vidi in essi fenomeni di moltiplicazione (2). Onde non mi pare applicabile, almeno a Pareudrilus pallidus, la spiegazione dell’origine del sincizio da cellule germinative data da BepparD (1, pag. 90, et alibi ante) e da Horst (12, pag. 233) (3). Di fronte agli ovarî stanno le tube (fig. 2, #. 0.), espanse contro il setto 13-14. Ogni tuba si continua in un robusto canale muscoloso, il collo dell’ovisacco (fig. 2, c. 0s.), il cui lume (cigliato al pari della tuba) s'apre in quello (virtuale) di quest’ultimo organo. L’ovisacco (0s.) contiene (in un esemplare), oltre agli elementi femminili, un numero veramente enorme di fagociti liberi, dei quali moltissimi contenenti spermatozoi (4). (1) Potrebbero essere destinati alla fecondazione. Si noti che Povocito figurato mostra una condizione che osservai con una certa frequenza negli elementi femminili contenuti nell’ovisacco, cioè l'assenza di un nucleo deli. mitato da membrana, e il citoplasma munito di sferule cromatiniche (0 frammenti di nucleoli?) sparse senz’ordine. Ciò corrisponde a un periodo avanzato di maturazione, quale descrisse e figurò Horst (12, p. 233, 234, tav. 8, fig. 11) per Eudrilus. (2) Nè mai vidi fenomeni riproduttivi nelle cellule dei sincizi che circondano ogni ovocito fuori dell’ovario. (3) Sincizi avvolgenti singole uova sono ricordati anche da Rosa (19, p. 580) pel suo Teleudrilus ragazzii. Questo autore riconobbe che le cellule capaci di unirsi in sincizio “ si trovano anche aderenti alle pareti degli “ alveoli (dell’ovisacco) e talora li riempiono interamente ,. (4) Nella fig. 2, semischematica, gli ammassi di fagociti liberi sono segnati con un tratteggio. CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DELLA FECONDAZIONE, ECC. ‘741 Dal collo dell’ovisacco s’origina lateralmente, nel 14° seg- mento, l’ovidotto (0d.) che si flette subito in avanti per attra- versare il sottile dissepimento 13-14; indi, fiesso all’indietro, . riattraversa questo dissepimento per poi raggiungere la parete ventrale del 14° segmento, e aprirsi all’esterno davanti ai fasci di setole ventrali (fig. 2, se.). Il dissepimento 13-14, medialmente a ciascuna tuba, appare per breve tratto foggiato a imbuto a destra e a sinistra (fig. 5, £): ciò in seguito ad intimi rapporti d’aderenza che su ciascun lato del corpo una stretta area della sua pagina posteriore (fig. 2, * *) contrae con la parete anteriore del canale del receptaculum se- minis. La parete di ogni imbuto è parzialmente ispessita: questo parziale ispessimento, a mo’ di fascia (fig. 2, dsp. 19/14), scambiai per un “tenue tubulo che unisce su ciascun lato il sacco ova- “ rico (= ovisacco) al canale della spermateca ,. Questa è l’ine- sattezza della mia descrizione (9, p. 31) cui sopra ho accennato. Non vè comunicazione diretta fra spermateca (= receptaculum sem.) e ovisacco. Ogni receptaculum seminis consta di canale e di ampolla. Il canale (fig. 2, c. r. s.), subito dopo l’apertura esterna situata presso il margine posteriore del 14°, mostra l’epitelio che ne tappezza il lume (1) sollevato in profonde ripiegature (fig. 5, A, Bb, C, D), la qual cosa attesta una grande dilatabilità del lume stesso. In seguito il lume si fa angusto, e il suo rivesti- mento appare assai modificato, privo di ripiegature. Invero, a uno strato di cellule epidermiche relativamente basse (40-50 pu), si sostituiscono cellule, prive di cuticola, molto allungate e sot- tili o sottilissime (2) sorta di fibre, disposte (almeno in appa- renza) in più strati (3) e orientate radialmente all'asse del lume (fig. 2, a. c.; fig. 5 E; fig.6,a. c.; fig. 8). Queste cellule allun- gate corrispondono verosimilmente alla “ couche épithéliale très “ épaisse , ricordata da Horst (12, p. 231) per Eudrilus eugeniae Lari (1) Questo epitelio corrisponde all’epidermide (fig. 7, ep.), dotata ancora di cuticola (cu.) per breve tratto oltre l'apertura esterna. (2) Forse modificazione dell’epidermide. Ho già avuto occasione di descrivere profonde modificazioni della epidermide in rapporto ai recepta- cula seminis in altri oligocheti (cfr. 7, p. 10-13 e fig.; 9, p. 88 e fig... (8) Altezza massima complessiva circa 200-250 p. 749 LUIGI COGNETTI DE MARTIIS (Kinberg) (1). Esse hanno probabilmente funzione ghiandolare, giacchè sono frequenti le vacuole nel loro citoplasma (fig. 8); raggiungono in gran parte (? tutte) lo strato muscolare circolare (v. sotto!) e fra esse corrono dei capillari sanguigni, accompa- gnati da elementi connettivi. Esaminando sezioni trasverse del canale dei receptacula seminis si ha l'impressione che le lunghe cellule sopra descritte siano raggruppate a formare tante cripte con lume virtuale disposte raggiatamente attorno ‘alla cavità dell'organo (fig. 6). Dalla porzione del canale a lume angusto si passa direttamente all’ampolla del receptaculum seminis, che è flessa all’indietro e sporge nel 15° segmento, mentre il canale è situato quasi per intero davanti al dissepimento 14-15, e quindi contenuto nel 14° segmento (fig. 2 e 5). Davanti ad ogni poro di receptaculum seminis si trova una papilla (trascurata in fig. 2) cul corrisponde, nell’interno del corpo, una massa di cellule ghiandolari, riprodotta in fig. 5 A, B, C (p.). | Il rivestimento di cellule allungate e sottili del tratto prossimale del canale dei receptacula seminis poggia su uno strato di muscoli circolari (fig. 6, m. c.), e questo a sua volta è abbracciato a mo’ di manicotto da un tessuto connettivo a cel- lule ramificate e allacciate fra loro in modo da costituire delle ampie maglie (fig. 2 e 6, conn.; fig. 12, f. conn.). Mescolate alle cellule connettive si trovano delle fibre muscolari dirette lon- gitudinalmente, obliquamente, o radialmente: le prime sono più numerose e disposte soprattutto alla periferia dell'organo (fig. 12, m.l.) contro il rivestimento peritoneale (pe.). Sì accompagnano allo strato muscolare longitudinale peri- ferico parecchi vasi sanguigni, alcuni dei quali di calibro rile- vante (fig. 12, v. s.). Fra le maglie delle fibre connettive sono impigliati in gran numero fagociti provenienti dal 13° segmento, e altre cellule migranti, pure copiose, di cui è detto più innanzi. Ho ricordato sopra l'aderenza che il dissepimento 13-14 contrae su ciascun lato del corpo con la parete anteriore del canale del receptaculum seminis. Tale aderenza s’effettua in cor- rispondenza del tratto prossimale del canale ch'è dotato del (1) Cfr. la sinonimia di questa specie in MrczarLsen (15, p. 402). CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DELLA FECONDAZIONE, ECC. ‘743 manicotto connettivo a maglie, cosicchè dalle lacune del connet- tivo si passa nel lume del 13° segmento attraverso alle scarse fibre muscolari longitudinali del canale della spermateca, e a quelle che percorrono il dissepimento 13-14. Questo a sua volta mostra in quella regione ristretta una soluzione di continuo nello strato peritoneale che lo tappezza alla pagina anteriore. Attraverso a questa soluzione di continuo hanno passaggio nu- merose fimbrie nastriformi, da non confondersi con le fimbrie circumtubali sopra ricordate (cfr. figg. 9 e 10). Queste ultime pendono attorno alla periferia di ogni tuba, mentre le prime sono radicate profondamente nel manicotto connettivo lasso del canale di ogni receptaculum seminis, e si collegano intimamente con le sue maglie. Cosicchè dal fondo dei due imbuti costituiti dal dissepimento 13-14 accanto alle tube ovariche si protendono nel lume del 13° segmento due ciuffi di fimbrie molto allungate e lungamente ripiegate su loro stesse (fig. 5 C, D, E). Sia le fimbrie circumtubali che le altre, cui darò il nome di fimbrie conduttrici (1), sono percorse da capillari sanguigni (figg. 11 e 12, cap.). Le cellule tipiche delle varie fimbrie aderiscono a questi, ma non saldamente (2), onde, staccandosene, possono trovarsi libere già nel 183° segmento (3), e di qui passare negli ovi- sacchi, nel manicotto connettivo che cinge il tratto prossimale del canale dei receptacula seminis (fig. 12, f. e c. n. m.), infil- trarsi nello strato muscolare circolare, nell’alto strato di cellule allungate e sottili, e — la qual cosa constatai per i soli fago- citi — persino passare nel lume del canale suddetto. Peri fagociti, sia fissati sulle fimbrie circumtubali che liberi, rimando al mio lavoro sopra citato (10), che tratta pure della loro funzione fagocitaria rispetto a spermatozoi. Quanto alle cellule tipiche delle fimbrie conduttrici esse sono in complesso (1) Vedasi più innanzi. (2) La superfice d’adesione è alquanto più estesa nelle cellule delle fimbrie conduttrici che in quelle delle fimbrie circumtubali; i fagociti di queste ultime cedono specialmente materiale al sangue, mentre invece le cellule delle fimbrie conduttrici probabilmente traggono dal sangue nu- trimento. i (3) Nel 18° segmento si trovano pure scarsi linfociti ameboidi o peta- loidi simili a quelli che si trovano in altre regioni del corpo. (44 LUIGI COGNETTI DE MARTIIS di mole un po’ minore dei fagociti, e meno deformabili di questi; inoltre hanno nucleo più piccolo, a membrana più sottile, e più ricco di cromatina; il loro citoplasma è dotato di molte piccole masserelle più dense; infine non hanno assolutamente potere fagocitario rispetto agli spermatozoi, nè si mettono in rapporto con gli elementi femminili (figg. 10, 11, 12, c. n. m.) (1). In uno dei due esemplari di Pareudrilus pallidus che potei studiare, i receptacula seminis portano ciascuno uno spermato- foro, disposto nel canale e nel tratto prossimale dell’ampolla (fig. 2, 6. stf.). Per forma e per struttura esso corrisponde alla descrizione e alla figura che Bepparp ha dato (4 p. 219, e fig. 38, p. 220) dello spermatoforo di Pareudrilus sp., ma è meno al- lungato (2). La struttura fibrillare dello spermatoforo concede agli spermatozoi di attraversarne la parete in determinate cir- costanze, soprattutto in corrispondenza della porzione che pre- cede il bulbo. Quest'ultimo sporge nel lume dell’ampolla del receptaculum seminis occupandolo in gran parte, onde la por- zione suddetta dello spermatoforo occupa il tratto prossimale del canale, quel tratto ch'è rivestito internamente dalle speciali cellule allungate e sottili (fig. 8, «. c.; fig. 10). E molto proba- bile che queste cellule secernano una materia atta ad agire sulla sostanza che costituisce la parete dello spermatoforo, scioglien- dola o divaricandone le fibre. Dette cellule, o la loro secrezione, provocherebbero un tactismo positivo negli spermatozoi che ap- paiono insinuati a. fiocchi o isolati fra le cellule, nelle lunghe cripte virtuali da esse formate (v. sopra). Al tactismo positivo concorrono verosimilmente anche le cellule tipiche delle fimbrie conduttrici (figg. 13 e 14, c. n. m.), le quali sono, come sopra ho detto, capaci di migrare e di insinuarsi profondamente nello spessore del canale del receptaculum seminis. Non è da esclu- dere per dette cellule migranti una funzione nutritizia rispetto agli spermatozoi, visto l’intimo rapporto ch’esse contraggono coi capillari sanguigni, ma la loro funzione precipua credo sia quella di guidare, in virtù del tactismo positivo, gli sperma- tozoi, attraverso allo spessore del canale del receptaculum se- (1) Confrontare con fig. 3 e con fig. 12 f. (2) Lungh. totale mm. 2,6; lungh. del collo mm. 1,1; diam. del collo mm. 0,1; diam. del bulbo mm. 0,8. CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DELLA FECONDAZIONE, ECC. 745 minis, fino a farli passare nel manicotto connettivo ad ampie maglie, di dove, guidati specialmente dalle fimbrie conduttrici, attraversano il setto 13-14 per passare nel 13° segmento. Con- corrono all’avanzamento degli spermatozoi il loro proprio mo- vimento e la contrazione dell'intreccio di fibre muscolari che attraversano. Non va dimenticato che gli spermatozoi incontrano nel loro viaggio, fin da quando passano nel lume del canale del recepta- culum seminis, un numero gradatamente crescente di fagociti: questi hanno il compito di eliminare gli spermatozoi morti o malsani. Dei due esemplari studiati, quello appunto munito di spermatofori, mostra gli spermatozoi fagocitati in quantità sor- prendente, essendo i fagociti distribuiti come indica la fig. 2, e mostra pure moltissimi spermatozoi liberi, isolati, o aggruppati in masserelle più o meno grosse, e contenuti, oltrechè nella parete dei receptacula seminis, nel 13° segmento, negli ovisacchi, e ancora negli ovidotti fin presso i pori femminili. Il secondo esemplare, verosimilmente copulato da maggior tempo, è privo di spermatofori e mostra assai meno evidente la fagocitosi e la migrazione degli spermatozoi seguendo la via indicata dalle lancette nella fig. 2, ch'è tolta dal primo in- dividuo. Non mè stato possibile scoprire uova nell’atto d’essere fecondate, ma tutto fa credere che quell’atto segua alla migra- zione sopra descritta, e si compia probabilmente nell’ovisacco. Un particolare che merita ancora d’esser ricordato è la struttura del tessuto ghiandolare che sta in rapporto alle pa- pille della regione genitale di Pareudrilus pallidus. Le papille sono in un paio rispettivamente al 14°, al 18° e al 19° segmento; in un esemplare v'è pure una papilla impari mediana al 15° (1). Nell’interno del corpo corrispondono ad esse le masse spor- genti sopra ricordate (fig. 5 A, B, C): queste, avvolte da fascie muscolari, contengono buon numero di grosse e lunghe cellule clavate, ricche di vacuole, una delle quali per solito più grossa, e prossima alla porzione assottigliata di ogni cellula. Queste (1) Cfr. la mia fig. 46, in 9, tav. III; i pori maschili sono al 17°. 146 LUIGI COGNETTI DE MARTIIS cellule sono senza dubbio ghiandolari e il loro prodotto s’accu- mula nelle vacuole, per poi essere inoltrato nella porzione as- sottigliata, dove appare in forma di minute sferule, e quindi versato all’esterno. Il nucleo di queste cellule sta nella porzione dilatata prossimale, ove lo circonda un citoplasma a fitto cito- mitoma, ed è dotato di un grosso nucleolo (fig. 13). La materia secreta è certamente destinata ad assicurare una perfetta unione fra i due individui in copula (1), onde fa- cilitare la penetrazione del grosso spermatoforo attraverso al collo di ogni receptaculum seminis. I fatti che son venuto esponendo hanno un lato nuovo, ma in parte sono noti nella sottofamiglia degli Eudrilini. Così un passaggio, una “ filtrazione ,, come altrove ho detto (2), degli spermatozoi frammezzo alle fibre muscolari del robusto canale dei receptacula seminis era già stato descritto da Mric®mAELSEN (17, pp. 8341, 342) pel suo Pareudrilus nyassensis. La feconda- zione interna negli Eudrilini è certamente stata sospettata da tutti i drilologi che hanno studiato questi interessantissimi ani- mali, e ciò data la comunicazione iche s'avvera in essi fra re- ceptacula seminis e apparato femminile centrale (3). La curiosa migrazione degli spermatozoi favorita da spe- ciali organi e da speciali cellule (fimbrie conduttrici e loro cel- lule migranti [? nutritizie]), la stessa fagocitosi intensissima di spermatozoi per opera di speciali elementi, trova riscontro nei curiosi fenomeni messi in chiaro da KovaLEvsKky (18) e da BrumpT (5) negli Irudinei. Questi autori confermarono la “ hy- podermic impregnation , dimostrata da Wrrman (25), il quale ammise che lo spermatoforo rappresenti “an injecting appa- ratus ,, destinato a far sì che “the spermatic elements of one “ individual are forced through the body-woll of another, at any “ point whatsoever , (p. 361). WauItmAN stesso fece l’acuta induzione che impregnazione ipodermica s’avverasse anche in altri animali produttori di sper- matofori; così nei Chetopodi (25, p. 396). (1) Verosimilmente con disposizione invertita. (DD Cite; p. 3L (3) Cfr. la diagnosi della subfam. Eudrilinae ‘in Micnarrsen (15, p. 387). CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DELLA FECONDAZIONE, ECC. 747 Non è certo il caso di dire, in base a quanto ho dimostrato per Pareudrilus pallidus, “ ab uno disce omnes ,: ma per la specie in discorso s1 può affermare che ogni receptaculum se- minis non è soltanto “a mere storage-house for the spermato- “ phores ,, come BepparD (3, p. 205) ammette con riserbo per Polytoreutus, bensì è un organo destinato a favorire la fecon- dazione interna. Noterò infine chein Alma Aloysiù Sabaudiae Cogn. ho avuto occasione di osservare la fagocitosi di spermatozoi (1) in segmenti più vicini a quello (13°) contenente gli ovarî che a quelli con- tenenti i testes (10° e 11°) o i sacchi seminali (9°, 10°, 11°, 129): non si tratterebbe anche qui di spermatozoi giunti nell’interno dell'animale attraverso alla parete del corpo? Alma Al. Sab. è priva di receptacula seminis (2). Si noti inoltre che le Alma vivono negli acquitrini come molti Irudinei, e che, come questi, preparano spermatofori. LAVORI CITATI (1) Bepparp F. E., A Monograph of the order of Oligochaeta, Oxford, 1895. (2) Bepparp F. E., On some Earthiwworms fron British East Africa; and on the Spermatophores of Polytoreutus and Stuhlmannia, “ Proc. Zool. Soc. ,, London, 1901, I, p. 336-365. (3) Bepparp F. E., On some new Species of Earthworms belonging to the Genus Polytoreutus, and on the Spermatophores of that Genus, © Proc. Zool. Soc. ,, London, 1902, II, p. 190-210. (4) Bepparp F. E., On a new Genus and two new Species of Earthworms of the Family Eudrilidae, with some Notes upon other African Oligochaeta, “ Proc. Zool. Soc. ,, London, 1908, I, p. 210-222. (5) Brumpr E., Reproduction des Hirudinées, “ Mém. Soc. Zool. France ,, T. 13, 1900, p. 286-430. (6) Coanetti pe Martis L., Un nuovo caso di ghiandole ermafroditiche negli Oligocheti, * Biologica ,, vol. I, n. 8, 1906, p. 1-22, tav. 2. (7) Coenerri pe Martis L., Ricerche anatomiche e istologiche sull’apparato riproduttore del genere Kynotus, “ Atti R. Accad. d. Se. Torino vol. 42, 1907) 16 pr Ttav. n? (1) Cfr 10, (2) Cfr. la mia descrizione in 9, p. 44. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 51 148 LUIGI COGNETTI DE MARTIIS (8) Coawerti pe Marrus L., Nuovi Eudrilini del Monte Ruwenzori (Diagnosi preliminari), “ Bollett. Musei Zool. Anat. Comp. Torino ,, vol. 22, 1907, n, 559. (9) Coenerti pe Martis L., Lombrichi del Ruwenzori e dell’ Uganda, in: S. A. E. il Principe Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. Il Ruwenzori. Parte scientifica. Vol. 1, Zool. e Bot., p. 358-414, 4 tav., Milano, Hoepli, 1909. (10) Coewerti pe MartIs L., Ricerche sulla distruzione normale dei di sessuali maschili, “ oa. R. Ace. d. Sc. Torino .,, ser. II, vol..61, 1910. (11) Emery E., Compendio di zoologia, 2* ediz., Bologna, 1904. (12) Horsr R., Sur quelques lombriciens exotiques appartenant au genre Eu- drilus, È Mém. Soc. Zool. France ,, vol. 3, 1889, p. 223-240, tav. 8. (13) Kovanevsky A., Phénomènes de la fécondation chez l Helobdella algira, “ Mém. Soc. Zool. France ,, T. 18, 1900, p. 66-88, tav. 3-5 (14) Leuckart R. und NrrscHe, Zoologische Wandtafeln, Taf. XIX, Vermes Annelides Oligochaeta, T. Fischer in Cassel. (15) MrcnareLsen W., Oligochaeta, in: Das Tierreich, 10 Lief., Berlin, 1900. (16) Micnaersen W., Die Oligochàten Nordost-Afrikas, “ Zool. Jahrb. Syst. ,, 18 Bd., Hft. 4, n. 5, 1908, p. 485-556, tav. 24-27. (17) MrczaeLsen W., Die Oligochiten Deutsch-Ostafrikas, * Zeitschr. f. wiss. Zool. ,, 82 Bd,, 1905, p. 288-367, tav. 19 e 20. (18) RarzeL F. und WarscHawsky M., Zur Entwickelungsgeschichte des Ro- gemwvurins (Lumbricus agricola Hoffm), “ Zeitschr. wiss. Zool. ,, 18 Bd., 1868, p. 547-562, tav. 41. (19) Rosa D., Lombrichi dello Scioa, “ Ann. Museo Civico Genova ,, ser. 2*, rol. 6(=26),:-1888;-p..571-592,;pav..9. (20) Rosa D., Viaggio del Dr. E. Festa in Palestina, nel Libano e regioni vicine. II, Lumbricidi. © Bollett. Musei Zool. Anat. Comp. Torino ,, vol. 8, 1893, n. 160, p. 1-14. i (21) Rosa D., Revisione dei Lumbricidi, * Mem. R. Accad. d. Sc. Torino ,, ser. 2*, tom. 48, 1893, p. 399-476, 2 tav. (22) VarcLant L., Histoire naturelle des Annelés marins et d’eau douce, tome III, première partie, Paris, 1889. (23) Verovsky F., System und Morphologie der Oligochaeten, Prag, 1884. (24) Voer E. et Yuxa E., Traité d’Anatomie comparée pratique, tome 1, Paris, 1888. (25) Wiramay C. 0., Spermatophores as a means of hypodermie impregnation, “ Journ. of Morphology ,, vol. 4, p. 361-406, tav. 14, 1890. CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DELLA FECONDAZIONE, ECC. 749 SPIEGAZIONE DELLE FIGURE Parendrilus pallidus Cogn. Tutte le figure sono tolte da sezioni di due esemplari adulti fissati in alcool e assai ben conservati, l'uno copulato da poco tempo e dotato di spermatofori nei receptacula seminis, l’altro privo di spermatofori. Dal primo sono ricavate le figure 2, 4, 7 e 8, le rimanenti dal secondo esemplare. Fig. 1. Porzione dell’ovario circa a metà della sua lunghezza (ct. = ovociti; pe. = strato peritoneale); X 800. s 2. Ricostruzione semischematica, in sezione sagittale, dei rapporti fra receptaculum seminis e 18° segmento; a. c.= cellule alte e sottili che tappezzano il lume del tratto prossimale del canale del re- ceptaculum seminis (c. r.s.) aperto all’esterno (p.r.s.) dietro al fascio di setole ventrali (se.); a. r. s.= ampolla del rec. sem. rac- chiudente il bulbo dello spermatoforo (0. stf.). Gli spermatozoi (spm.) avvoltolati nello spermatoforo sono indicati con crocette. La tuba. ovarica (#. 0.) porta le fimbrie circumtubali (fi. cî.) e si continua nel canale muscoloso (e. os.) che mena all’ovisacco (0. s.) contenente elementi femminili («.) avvolti ognuno da sincizio; 0d. = percorso dell’ovidotto, che, originato dietro al dissepimento (dsp.) 13/14, lo attraversa in seguito due volte per poi raggiungere il poro fem- minile (9). Il tratteggio verticale indica le regioni in cui si tro-. vano fagociti e cellule nutritizie migranti liberi, e corrisponde, nella parete del canale del receptaculum seminis, al connettivo alveolare (conn.). Le masse nere rappresentano spermatozoi accu- mulati nel 13° segm., nell’ovisacco, e nel suo collo. Le frecce indi- cano il cammino degli spermatozoi; * * saldatura del dissepi- mento 18/14 alla parete del canale del rec. sem. X 32. , 3. Tre fagociti liberi del 13° segmento; X 800. , 4. Ovocito (? ovulo) dell’ovisacco circondato da sincizio racchiudente spermatozoi (spm.) fagocitati; X 475. 5 A, B, C, D, E. Sezioni longitudinali in serie (schematizzate) onde mostrare i rapporti fra i canali dei receptacula seminis (c. 7. s.) e il dissepimento 13/14: c. g.= catena gangliare ventrale; fi.= fimbrie conduttrici; 0. s. = ovisacco; p. = papilla del 14° segmento; X 12. 6. Sezione trasversa del canale d’un recepi. sem. nel tratto ch'è rive- stito di cellule alte e sottili (a. c.); conn. = connettivo a larghe maglie; dsp. = dissepimento; m. ce. = muscoli circolari; m./. = mu- scoli longitudinali; X 68. , 7. Rivestimento epidermico (ep.) del primo tratto del canale di un recept. sem.; cap. = capillare sanguigno; cu. = cuticola; X 800. » 150 ANGELO CESARE BRUNI Fig. 8. Cellule allungate e sottili che tappezzano il lume (7) del canale del recept. sem. presso l’ampolla; X 800. » 9. Estremità di fimbria circumtubale; cap. = capillare sanguigno che porta varî fagociti di cui sono raffigurati soltanto contorno, nucleo, e nucleolo; X 800. » 10. Porzione di fimbria conduttrice del 18° segmento, cap. = capillare sanguigno; X 800. s 11. Cellula migrante staccata da una fimbria conduttrice; X 1600. , 12. Sezione trasversa della periferia del canale di un recept. sem. poco prima dell’ampolla: c. n. m. = cellule (? nutritizie) migranti; f.= fa- gociti; f. conn. = fibre connettive; mm. c. = muscoli circolari; m.l.= muscoli longitudinali; pe. = nucleo della membrana peri- toneale; v. s. = vaso sanguigno; X 475. s 13. Porzione prossimale di cellula ghiandolare di una papilla del 14° segmento; X 800. Le fig. 1, 3, 7, 3, 9, 10, 11 e 13 furono eseguite usando l’obbiettivo apocromatico 1,5 a imm. omog. di Zeiss. i Sui primi stadi di sviluppo della colonna vertebrale dei Fettili e degli Uccelli. Nota del Dr. ANGELO CESARE BRUNI, Assistente nell’ Istituto anatomico di Torino. (Con 1 Tavola). In questi due ultimi anni intrapresi uno studio sull’evoluzione della corda dorsale degli Amnioti e sullo sviluppo dei corpi vertebrali e delle articolazioni, che li collegano. Tra gli embrioni esaminati presentano un particolare interesse alcuni di Gongylus ocellatus ed altri di Pollo, in cui si possono seguire 1 primi mo- menti dello sviluppo della colonna vertebrale. Non mi risulta che il Gongylus sia stato sino ad ora utilizzato per questo studio, e per il Pollo non possediamo altro lavoro sull’argomento posteriore a quello classico di FrorIep (1883). Rimandando ad una trattazione più completa una discussione critica del miei reperti, rispetto a quelli avuti dagli AA., mi limito ora ad illu- strare otto figure semischematiche, che annetto a questa breve nota e che riproducono i momenti più importanti dello sviluppo della colonna vertebrale nei due animali considerati. SUI PRIMI STADI DI SVILUPPO DELLA COLONNA VERTEBRALE, ECC. 7ol Tutte le figure, che presento corrispondono a sezioni fron- tali della regione toracica a livello della corda dorsale, e ripro- ducono alcuni segmenti dello scheletro assile, che stanno a destra della corda, di cui è rappresentata in c la guaina cuticolare. In esse sono indicate in scuro le parti di tessuto più addensato, in chiaro quelle di tessuto meno addensato. Le prime quattro figure si riferiscono ad embrioni di Gon- gylus, in cui il disco, costituito dall’animale avvolto a spira, presenta rispettivamente le seguenti misure, prese col compasso di spessore dopo fissazione: 1° lunghezza del disco mm. 3,8 larghezza mm. 2,6 2° » 7 ” »” 6,4 ” » 4,9 3° ” »” ” 6,1 »” »” 5,9 4° ” ” ” 6, ti ” ” 5) Le quattro ultime figure corrispondono a pulcini rispetti- vamente della fine del 3°, 4°, 5° e 6° giorno d’incubazione. Nella fig. 1% notiamo che ogni protovertebra è già netta- mente divisa in miotomo (m) e sclerotomo (scl), situato medial- mente. Lo sclerotomo giunge sino ad immediato contatto della guaina cuticolare della corda (c). Il limite fra gli sclerotomi successivi non è segnato da speciali modificazioni di tessuto, ma semplicemente dalla posizione caratteristica delle sezioni dei vasi interprotovertebrali (vip) giacenti sulla linea, che continua medialmente il limite fra i miotomi successivi. Gli sclerotomi sono costituiti di cellule mesenchimali, riccamente anastomizzate fra di loro e molto avvicinate nella metà laterale, che appare perciò più densa, più lassamente unite nella metà mediale. Tuttavia l’addensamento laterale dello sclerotomo si continua medialmente degradando e restringendosi sino ad incontrare un altro sottile addensamento longitudinale pericordale (ge, guaina cellulare della corda) continuo, come il laterale, per tutta la serie degli scle- rotomi, e costituito di cellule avvicinate ed abbastanza regolar- mente disposte in uno strato di uno o due ordini di cellule. Nella fig. 2* la distinzione dei singoli sclerotomi è anche indicata soltanto dalla posizione dei vasi interprotovertebrali (vip). La linea, che separa la serie di essi lateralmente verso i miotomi (m), non è più retta; si osserva invece che ciascun mic- AS ANGELO CESARE BRUNI tomo presenta una sporgenza cuneiforme mediale, che viene ac- colta in una corrispondente incavatura di ciascun sclerotomo. L'apice della sporgenza del miotomo non corrisponde esatta- mente alla metà craniocaudale dello sclerotomo, bensì all’unione dei 2/5 craniali coi 3/5 caudali. Per descrivere le particolarità presentate da ciascun sclerotomo è utile considerarlo diviso in cinque sezioni sovrapposte nel senso caudocraniale. Vediamo allora che i */; craniali sono formati di tessuto lasso e conten- gono verso l'estremo laterale la sezione del nervo spinale: i ?/; intermedii sono composti di tessuto mesenchimale molto denso (a), il 1/5 caudale di nuovo di tessuto molto lasso identico a quello dei ?/; craniali dello scelerotomo seguente, col quale è fuso in una massa chiara contenente i vasi interprotovertebrali. La parte laterale dello sclerotomo, che si mette in rapporto coi miotomi formando un processo cuneiforme diretto lateralmente, presenta un orlo di tessuto addensato interrotto soltanto là dove sì trova la sezione del nervo spinale e l’apice del miotomo. Un'altra zona di tessuto addensato, fatto di parecchi ordini di cellule disposte per il lungo, si nota subito di lato alla corda (ge, quaina cellulare della corda). Nei punti in cui ci sono gli addensamenti trasversali dello sclerotomo questa zona si allarga come per formare ad essi un piede. Se diamo ora uno sguardo d’insieme alla stessa figura 2° senza tener conto della divisione del blastema schelettogeno in sclerotomi, vediamo che ai lati della corda esiste uno strato di tessuto condensato formantele un involucro continuo (ge, guaina cordale cellulare), dal quale partono a regolare intervallo delle strie di tessuto denso (a, archi vertebrali primitivi di FroriEP), che si portano prima in fuori, poi in fuori e caudalmente (a'), formando il limite caudale di una incisura angolare destinata a ricevere un prolungamento cuneiforme mediale del miotomo. L’estremità laterale dell’ispessimento descritto si continua con un altro più sottile (a), diretto in senso caudale e lateromediale, che forma il limite craniale dell’incisura destinata a ricevere il prolungamento laterale del miotomo seguente. Nell’insieme ogni striscia di tessuto addensato prende l’aspetto di un uncino di- sposto in senso trasversale col becco volto caudalmente. Fra due di queste’ striscie unciniformi viene limitato uno spazio chiaro costituito di mesenchima lasso che contiene nella sua parte cra- SUI PRIMI STADI DI SVILUPPO DELLA COLONNA VERTEBRALE, ECC. 199 niale le sezioni dei vasi interprotovertebrali (cip), nel suo estremo caudolaterale la sezione del nervo spinale (n). Nella figura 3%, sebbene tolta da un embrione ben poco più grande di quello da cui è tolta la figura precedente, vediamo delle profonde modificazioni. Anzitutto si è fatta meno regolare la disposizione dei vasi interprotovertebrali (vip) e non sono più distinguibili nè l’addensamento di tessuto pericordale (fig. 2 ge), nè la complicata disposizione degli addensamenti nella parte laterale degli sclerotomi (fig. 2* a’, a"). Anche i miotomi (w) non mostrano più il prolungamento cuneiforme mediale caratteristico dello stadio precedente. Ora dalla guaina cuticolare della corda partono a regolare intervallo delle striscie di tessuto addensato (a, archi vertebrali primitivi) dirette obliquamente in senso medio- laterale e craniocaudale, dolcemente incurvate, insinuantisi fra 1 miotomi, che, incominciando da questo periodo, è meglio chiamare miomeri (secondo la nomenclatura proposta da Gapow, che vuole riservata la terminazione ...mero per le disposizioni segmentarie definitive, ...tomo per quelle embrionarie). Medialmente al mio- mero, nello spazio fra due archi vertebrali primitivi successivi, troviamo nell’estremità caudolaterale dello spazio stesso la se- zione del nervo spinale (n); medialmente e cranialmente rispetto al nervo un gruppo di due o tre vasi (vasi interprotovertebrali spostati, vip); poi, subito medialmente ai vasi, una striscia lon- gitudinale di tessuto addensato (mia) poco nettamente. delimi- tata, sottile in mezzo ed allargata all’impianto sulle due striscie trasversali successive. Poichè questa striscia congiunge due archi primitivi si può chiamare membrana interarcuale. Medialmente ad essa si trova una zona chiara (x), che giunge fino a contatto della corda ed istologicamente consta di un protoplasma sinci- ziale cosparso di nuclei tondeggianti piuttosto grossi ed allon- tanati gli uni dagli altri. Con questo stadio, che chiude il periodo così detto mem- branoso o blastemale dello sviluppo della colonna vertebrale (BarpeEN), il corpo vertebrale è abbozzato. Infatti nella figura 4* non ci sono sostanziali differenze. Solo si è meglio determinata la forma del corpo vertebrale e sono avvenuti alcuni differenziamenti istologici. Tutto il campo del corpo vertebrale, segnato nella figura con una linea punteggiata, si presenta costituito da un simplasma disseminato. di nuclei od. ANGELO CESARE BKUNI tondeggianti piccoli, avvicinati nelle parti segnate più scure, più grossi e più distanti in quelle segnate più chiare. V'è inoltre una piccola zona centrale pericordale (tratteggiata nella figura); in cui un fine trabecolato di sostanza fondamentale divide il sincizio in campi cellulari. È un centro di condrificazione. Se ne hanno due per ciascuna vertebra, poichè nè sopra nè sotto ia corda si vede qualche segno di continuità tra l’uno e l’altro. Consideriamo ora le figure tolte da embrioni di Pollo. Nella fig. 58, che rappresenta uno stadio forse di poco pre- cedente a quello della fig. 1*, vediamo pure la divisione degli. sclerotomi (scel) soltanto indicata dalla disposizione delle sezioni dei vasi interprotovertebrali (vip). Lo scelerotomo consta di tes- suto addensato nella metà laterale, lasso nella metà mediale. Manca un ispessimento pericordale. A metà altezza delle proto- vertebre, e non in tutte, una disposizione particolare delle cel- lule mesenchimali allungate in direzione trasversale, piuttosto che una vera soluzione di continuità, indica una traccia della così detta fessura intervertebrale di v. EsneR (fi). Medialmente questa fessura si perde poco dopo aver sorpassata la zona laterale ispessita dello sclerotomo. | La fig. 6% mostra ancora i vasi interprotovertebrali (vép) nella disposizione tipica. La metà craniocaudale dello sclerotomo è occupata da una larga striscia addensata (a), che medialmente giunge fino a contatto della corda fondendosi con un sottilissimo ispessimento pericordale continuo (9c), e costituita di uno o al più due ordini di cellule. Esiste ancora un largo tratto ispessito nella parte laterale dello selerotomo, però il limite laterale di questo non è più rettilineo, ma presenta per ciascun sclerotomo e per tutta l'altezza di esso una regolare incavatura angolare, destinata a ricevere un prolungamento mediale del miotomo, il cui apice viene a corrispondere alla metà craniocaudale dello sclerotomo. I vasi interprotovertebrali (vip) si trovano nell’ispes- simento laterale, la. sezione del nervo spinale (x) è lateralmente e caudalmente ad essi. La figura 7% non presenta altra variazione rispetto alla precedente all’infuori dello spostamento dei vasi interprotover- tebrali (vp), che hanno perduta la disposizione regolare. Nella figura 8? notiamo anzitutto che la linea, la quale segna ® SUI PRIMI STADI DI SVILUPPO DELLA COLONNA VERTEBRALE, ECC. 100 la guaina cuticolare della corda (c), non è più retta. Abbiamo infatti nella corda un lieve strozzamento intervertebrale e un altro lieve strozzamento al centro del. corpo vertebrale, ora abbozzato. Le modificazioni del blastema schelettogeno rispetto allo stadio precedente si riducono a queste: 1° I vasi interpro- tovertebrali (vip) si sono raccolti in gruppo intorno al nervo spinale (n); 2° Dalla guaina cordale (c), lungo la quale c'è an- cora una striscia di tessuto denso (gc), costituita da quattro o cinque ordini di cellule piccole. ed avvicinate, partono sempre delle striscie addensate trasversali (a), oblique in senso latero- caudale e prolungantisi fra i miotomi. Sono gli archi vertebrali primitivi, relativamente più sottili che nello stadio precedente: s! può arguire che essi rappresentano solo la parte craniale di quelli disegnati nelle figure 6* e 7*, perchè lateralmente occupano la parte craniale dei primitivi larghi ispessimenti laterali degli sclerotomi (a ), ancora accennati; 3° Come fatto più importante si nota un robusto addensamento nel limite mediale degli ispes- simenti laterali ora ricordati, addensamento (mia, membrana interarcuale) situato subito medialmente al gruppo dei vasi (vip) e nervo (n) segmentali; 4° Medialmente tra questo addensamento e le striscie trasversali un’area chiara, in cui le modificazioni istologiche preludono alla condrificazione, e le cellule si dispon- sono grossolanamente secondo le linee indicate dal tratteggio. Lo stadio rappresentato da questa figura 8* corrisponde ad uno intermedio fra quelli rappresentati dalle figure 3 e 48. Paragonando ora gli stadî pressochè corrispondenti rappre- sentati dalle figure 1 e 52, 22 e 62-72, 34-48 e 82, vediamo che si può facilmente stabilire un parallelo fra gli stadî di sviluppo della colonna vertebrale del Gongylus, e quelli della colonna vertebrale del Pollo. Nelle figure 5% e 12 vediamo che 1 differen- ziamenti si iniziano nella parte laterale dello sclerotomo. Nelle figure 6-7? e 2° assistiamo alla formazione del così detto arco vertebrale primitivo di FrorIEP, sotto forma di un ispessimento della parte media craniocaudale dello sclerotomo. Questo ispes- simento appare più largo nel Pollo e situato esattamente nella metà craniocaudale dello sclerotomo, più sottile nel Gongylus e situato un po’ inferiormente alla parte media dello sclerotomo. Lateralmente gli archi si continuano con 1 residui dell’ispessi- 756 ANGELO CESARE BRUNI mento laterale, sottili e già in parte ridotti nel Gongylus, ove dànno all'arco primitivo un aspetto uncinato tutto speciale (fig. 2? a,a',a'), ancora assai spessi nel Pollo. Notiamo in questo stadio la formazione di sporgenze cuneiformi del miotomo verso lo scle- rotomo e viceversa. Questo appare il fattore principale dello spostamento della metameria vertebrale rispetto a quella mu- scolare. Nelle figure 3% e 8% vediamo la scomparsa degli ispes- simenti laterali, dei quali nella fig. 82 resta soltanto e si rinforza la parte più interna, situata medialmente ai vasi interproto- vertebrali, a formare quella che ho chiamata membrana inter- arcuale. Dalla stessa figura 82, che rappresenta uno stadio pre- cedente a quello della figura 3*, si può arguire meglio il passaggio dallo stadio delle figure 2% e 7, perchè il primitivo largo ispes- simento laterale tende a scomparire, ma non è ancora comple- tamente scomparso. Nel Gongylus (fig. 32) la membrana interar- cuale pare formarsi ex novo. Come differenza principale tra il Gongylus ed il Pollo, oltre la posizione degli archi primitivi rispetto allo sclerotomo, si nota lo sviluppo che prende nel Gon- gylus lo strato addensato pericordale (guaina cellulare della corda, fig. 2? ge). Come conclusione possiamo ora fare le seguenti riflessioni: 1° Quando cominciano nello sclerotomo i primi differen- ziamenti, che porteranno alla costituzione dello scheletro assile definitivo, gli sclerotomi sono fusi in direzione longitudinale, solo è indicato il luogo in cui erano i limiti primitivi dalla po- sizione dei vasi interprotovertebrali. Quindi la colonna verte- brale si sviluppa in un blastema schelettogeno non segmentato, come già aveva osservato FrorIeP. Questo fa sì che non si possa parlare di neosegmentazione della colonna vertebrale, poichè si avrebbe tale neosegmentazione soltanto se la segmentazione primitiva scomparisse allorquando avviene la segmentazione o anche solo il differenziamento della colonna vertebrale definitiva. 2° La fessura di v. EBNER è già scomparsa o tende a scomparire quando si iniziano i primi differenziamenti degli sclerotomi. Questo contrasta all'opinione degli AA., i quali riten- gono che tale fessura si conservi a lungo (Cornina, MAENNER, Werss) o anche per tutta la vita (KoLLMANN) ed appoggia invece l'opinione avanzata in proposito dallo stesso v. EBNER. SUI PRIMI STADI DI SVILUPPO DELLA COLONNA VERTEBRALE, ECC. 757 3° I primi differenziamenti avvengono nelle parti late- rali dello sclerotomo e si manifestano come un addensamento del tessuto mesenchimale. 4° I processi si svolgono in modo molto simile nel Gon- gylus e nel Pollo; però nel Gongylus prende un notevole sviluppo un ispessimento pericordale, la così detta guaina cellulare cor- dale, che nel Pollo si sviluppa assai meno. 5° La delimitazione del corpo vertebrale definitivo, e l'esclusione da esso dei vasi interprotovertebrali viene determi- nata da una formazione (fig. 3* e 8* mia), che unendo due archi vertebrali primitivi si può chiamare membrana interarcuale. Essa non corrisponde alla membrana interdiscale di BARDEEN, perchè è situata medialmente al nervo e ai vasi, mentre quella di BaARrDEEN, come risulta dalle figure dell’A., è posta medialmente al nervo e lateralmente ai vasi. 6° Il corpo vertebrale definitivo risulta costituito : 1° dalla guaina cordale cellulare, 2° da un tratto di sclerotomo che si trasforma direttamente in cartilagine senza previo addensamento, 3° dalla membrana interarcuale, che, procedendo nel suo svi- luppo dagli archi contigui nello spazio che li separa (si osservi a questo proposito la parte superiore della fig. 8°), si può rite- nere diretta emanazione di essi. INDICAZIONI DELLE FIGURE m = miotomo o miomero. scl = sclerotomo. c = guaina cordale cuticolare. ge = guaina cordale cellulare. a, a', a" = arco vertebrale primitivo di FrorieP e sue diverse porzioni. mià = membrana interarcuale. vip = vaso interprotovertebrale. m = nervo spinale. fi = fessura intervertebrale di v. EsxeR. Istituto Anatomico della R. Università di Torino diretto dal Prof. Romeo Fusari, Giugno 1910. 758 C. F. PARONA A proposito dei caratteri micropaleontologici di alcuni calcari mesozoici della Nurra in Sardegna. Nota del Socio C. F. PARONA (Con una Tavola). 1. Calcari a struttura oolitica del Dogger. — Le numerose sezioni da me esaminate furono tagliate da campioni di calcari raccolti dall’Ing. S. FrANcHI helle seguenti località: Monte Elva, Monte Rosé, Monte Alvaro, Case di Monte di Bidda, Case Lu Crabioni e sopra le Case Badda Agliastra. Sono cal- cari giallastri fossiliferi, che, riferendoci alla tabella delle for- mazioni mesozoiche della Sardegna proposta dal DENINGER (1), spettano alla serie del Dogger. Lasciando impregiudicata la questione dell’età bajociana o batoniana, che si risolverà collo studio dei fossili macroscopici, è da escludere, anche per con- senso dell’Ing. FRANCHI, che questi calcari appartengano al Trias superiore, sviluppato nella Nurra con caratteri litologici diversi e ben conosciuti, od al Retico. Essi infatti presentano, fra gli altri fossili (brachiopodi, lamellibranchi e gasteropodi), delle be- lemniti, e con ogni probabilità corrispondono cronologicamente al calcari rossi con crinoidi e stromatoporidi (2), ai quali si può ritenere, che essi siano collegati da passaggi laterali. Nessun dato ci permette poi di ascrivere questi calcari al Lias, che, d’altra parte, secondo la tabella del DenInGER, manca alla Sardegna. Evidente è la struttura oolitica, più o meno minuta, ma visibile anche senza mezzi d'ingrandimento; con questi la roccia appare in generale come un aggregato, a cemento di calcare spatico, di corpuscoli oolitiformi e di frammenti di cidariti, pentacrinidi, apiocrinidi, ecc., rosette di Antedon, di oloturidi, (1) K. Dewiner, Die mesozoischen Formationen auf Sardinien, © N. Jahrb. fir M., G,u..P. ,:.:1907, Beil.. Bd, XXI, pag. 470, (2) K. DexinGER, Einige neue Tabulaten und Hydrozoen aus mesozoischen Ablagerungen, “ Ibid. ,, 1906, I Bd., pag. 66. — G. Osrmo, Alcune nuove Stro- matopore giuresi e cretacee di Sardegna e dell’Appennino, * Mem. R. Acc. delle Se. di Torino ,, 1910 (Adun. 29 maggio). A PROPOSITO DEI CARATTERI MICROPALEONTOLOGICI, ECC. 159 (Chirodota), spicole di forme svariate, lembi di colonie di briozoi e detriti di altri fossili, molluschi, brachiopodi, ecc. Liberi e non numerosi, spesso compresi nei corpi oolitiformi, si presen- tano 1 foraminiferi, che, per i confronti fatti colle faune giuras- siche illustrate da ScHwaAGER, TERquEM, DEECKE, ecc., sono da riferire ai generi Spiroloculina, Pentellina, Cornuspira, Haplo- phragmium, Ammodiscus, Trochammina, Textularia, Glandulina, Dentalina, Frondicularia, Cristellaria, Polymorphina, ecc. Più co- muni sono certe forme, le cui sezioni trasverse, appaiono assai simili a quelle del genere cretaceo Vidalina Schlumb. I corpi oolitiformi in generale hanno la struttura zonaria e fibroso-radiata delle tipiche ooliti ed un corpo straniero ne forma il nucleo centrale (figg. 3, 6, 7); ma spesso al nucleo centrale si sostituisce un aggruppamento geodico di cristallini di calcite (fig. 8), per cui, secondo la distinzione di GiimBrt, i primi si direbbero extooliti, ooliti formate appunto da zone con- centriche avviluppanti un nucleo, e questi altri entooliti, a guisa di cellule calcaree vuote, internamente tappezzate di cristalli (1). L'interesse particolare ch’essi presentano dipende dal fatto, che vi si riscontrano delle masserelle coi caratteri di certe alghe sifonee codiacee. La descrizione che il RorHpPLETZ dà del suo genere Sphae- rocodium (2) si adatta molto bene a questa forma giurassica: infatti, 1 corpi oolitiformi, sferici o subsferici, avvolgono, come si disse, piccolissimi pezzi di cerinoidi (fig. 7), frammentini di conchiglie o minutissime conchiglie di molluschi (fig. 5), nicchi di foraminiferi (fig. 6), od altri corpi, che sempre ne costitui- scono il nucleo centrale, pur non essendo rari i casì di altri corpi stranieri inglobati nel successivo sviluppo in spessore; ne viene che spesso la forma esterna è irregolare ed anche allun- gata in dipendenza appunto della forma dei corpi stranieri in- globati. La struttura a filamenti, o cellule tubulari allungate, (1) Le idee sulla formazione delle ooliti furono di recente riassunte brevemente nell’operetta di L. W. CoLuer, Les dépots marins (V° Part, Chap. I, pag. 278), “ Encyclop. Scientif. ,. (2) RorapLerz, Fossile Kalkalgen aus dem Familien der Codiaceen und der Corallineen, “ Zeitschr. d. Deutsch. Geol. Gesellsch. ,, XLIII Bd., 1891, pag. 296, tav. XV e XVI. 760 C. F. PARONA aggrovigliate (figg. 1, 4), spesso dicotome, è talvolta chiaris- sima alla superficie del tallo oolitiforme (fig. 2), o nell’in-- terno (fig. 3): quivi stanno delle cavità allungate e disposte con una certa regolarità, secondo la zonatura, che potrebbero essere interpretate come sporangi (fig. 7). Esse, come le cellule tubulari, sono occupate da calcare spatico incoloro, che spicca per la sua trasparenza sulla massa del tallo, costituita da cal- .care più o meno intensamente colorato in giallo rossastro o in bruno e talvolta quasi opaca anche nelle sezioni molto sottili. Riguardo a questi caratteri strutturali non si osservano dunque differenze essenziali in confronto col gen. Sphaerocodium ; tuttavia è notevole la piccolezza dei corpi oolitiformi, interpre- tati come talli, che non raggiungono la dimensione massima di 2 cent. di diametro data da RorHPLETZ per la sua specie (Sphaer. Bornemanni), mantenendosi in generale nelle dimen- sioni minori di 3 mm. di diametro. Una eccezione però si deve fare, ed è per un calcare giallo di Sé Agnese (Alghero), sulle cui superfici l'erosione ha posto in evidenza nel modo più chiaro delle ooliti, che variano di diametro da 1 a 2 cent. e più, e che riproducono esattamente le figure in grandezza na- turale (2, 5, 6) della tav. XV di RorHPLETZ. Se non che, mentre l'esame al microscopio dei numerosi preparati lascia presumere che in questi corpi le alghe codiacee non manchino, in nessun caso si osservano le cellule tubulari aggrovigliate in modo così nitido, come negli altri calcari oolitici prima accennati. Ciò può dipendere dal fatto che, nelle supposte codiacee del calcare di S. Agnese, la struttura fibrillare è forse più minuta e quindi meno facilmente visibile. Qui torna opportuno il far notare inoltre, che le ooliti di S. Agnese, più delle altre prima considerate, ricordano per certi riguardi quelle calcareo-ferruginose ed a chamoisite (Murchi- sonae-Schichten) recentemente descritte da GauB (1), il quale interpreta la loro formazione come dovuta al concorso di una forma di foraminifero del gen. Ophthalmidium (Ophth. oolithicum Gaub.). Ma, per quanto mi risulta dalle osservazioni fatte, non (1) Fr. Gaus, Die jurassischen Oolithe der Schwdibischen Alb., “ N. I. f. Mi; SG. Pi, LI Bd 1908, pasa are VER A PROPOSITO DEI CARATTERI MICROPALEONTOLOGICI, ECC. (61 credo che questa interpretazione possa applicarsi all’oolite di S.Agnese e tanto meno a quelle degli altri giacimenti. La corrispondenza delle descritte masserelle di cellule tubu- lari aggrovigliate con quelle del gen. Sphaerocodium è dunque assai stretta; ma con tutto ciò non si può affermare che si tratti effettivamente di questo genere, perchè non risulta in modo sicuro, che le cellule tubulari presentino le caratteristiche terminazioni ad ampolla interpretate come sporangi, le quali, secondo RoruPLETZ, costituiscono la differenza fra il gen. Sphae- rocodium ed il gen. Girvanella Nich. et Etheridge. Infatti in quest’ultimo genere, interpretato dapprima come forma di fora- minifero dal NicHoLson (1), che poi, secondo riferisce RorHPLETZ, ne ammise la natura vegetale ed il riferimento alle codiacee, mancano, o non furono scoperte, le caratteristiche terminazioni ad ampolla, ragione per cui la spettanza del gen. Girvanella alle alghe codiacee, nota lo stesso RorTHPLETZ, è meno sicura. Secondo 1 trattatisti (2), il gen. Sphaerocodium trovasi nel Permico e nel Triassico, ed il gen. Girvanella nel Silurico. Ma non è da trascurare il fatto, che WerHERED (3) illustrò diverse forme di Girvanella, trovate in ooliti del Carbonico, dell’Oolite inferiore e del Giura superiore. Le figure della tavola, che ac- compagna la nota di questo autore, rappresentano le sezioni di corpi oolitiformi, contenenti in posizioni varie gli intrecci delle Girvanelle, dall'autore ripartite in cinque forme, in base alle diversità di calibro dei filamenti. Esse hanno un'impronta di verità ed esattezza, come parmi di poter giudicare, arguendo dalla singolare corrispondenza, che le figure stesse presentano coi diversi aspetti delle ooliti e degli intrecci di cellule tubu- lari da me osservati nei calcari della Nurra e di altri giaci- menti, nei quali prevalgono gli intrecci a fini filamenti, esatta- mente rappresentati dalle figure 1, 5, 6 (G. incrustans, G. minuta) (1) H. A. Nicgorson, On certain anomalous Organisms which are con- cerned in the Formation of some of the Paleozoic Limestones, * The Geolog. Magaz. ;,. 1888, val..V, n. 1, pag. 22, fig. A, B. (2) G. Srermana, Einfihrung in die Paliontologie, Leipzig, 1907, pag. 16 “ Das Pflanzenreich ,,. (3) Ep. WerWereD, On the Occurrence of Genus Girvanella in Oolitic Rochs, and Remarks on Oolitic Structure, * The Quart. Journ. of the Geol. Soc. of London ,, vol: XLVI, 1890, pag. 270, tav. XI. 702 | C. F. PARONA di WETHERED, pur non essendo rari gli intrecci meno aggrovi- gliati e con filamenti di calibro assai maggiore (fig. 2, G. Duci?). Data la imperfetta conoscenza dei caratteri del gen. Gir- vanella, e le strette affinità sue col gen. Sphaerocodium, ritengo che non si possa con tutta sicurezza ammettere, che esista una reale differenza fra l'uno e l’altro, e che si tratti effettivamente di due generi distinti! Così è logico ammettere, che contempo- raneamente e in tempi successivi siano esistite forme specifiche diverse di questo o di questi generi, ma le traccie o gli avanzi fossili di queste alghe calcari, quali a noi si presentano, sono troppo imperfette per ritenere giustificate la istituzione e la distinzione di diverse specie. Non per questo lo studio loro è da trascurare, non essendo esclusa la probabilità, che si giunga a riconoscerne più netta- mente i caratteri. Così, tenendo presenti le diverse interpreta- zioni proposte dagli autori sull'origine dei calcari oolitici, e con- siderando l’importanza del fenomeno nel riguardo paleontologico e geologico, mi proposi di estendere le ricerche ai calcari con struttura oolitica, che sono specialmente frequenti nelle serie liassica e giurassica del Veneto e dell'Appennino centrale, e nel Cretaceo dell'Appennino centrale e meridionale. Può darsi che dal riconoscimento dei caratteri delle singole forme, e dall'esame «comparativo, derivino nuovi elementi utili allo studio dell’inte- ressante e complesso fenomeno della origine delle ooliti, im- perfettamente conosciuto nelle sue modalità, in rapporto con le condizioni varie di ambiente, nelle quali esso si svolse, e col concorso dei fattori, che, a quanto sembra, variano a seconda dei casi ed intervengono nel fenomeno con una azione diretta od indiretta. | I risultati ottenuti finora, colle ricerche appena iniziate, non sono tali da permettere di generalizzare qualche deduzione, che forse si potrebbe formulare. Ad ogni modo si può ricono- scere che la struttura a tubicini cellulari in intreccio più o meno aggrovigliato, interpretabile come avanzo fossile di alghe calcari codiacee, è abbastanza frequente nei calcari oolitici, e si ripre- senta nel piani successivi dal Silurico al Giurassico e probabil- mente al Cretaceo. A conferma accennerò brevemente, fra i cal- cari con corpi oolitiformi, a quelli nei quali riconobbi la struttura in discussione. A PROPOSITO DEI CARATTERI MICROPALEONTOLOGICI, ECC. 765 Permo-carbonico, — Un campione di Forni Avoltri in Carnia, e precisamente del calcare grigio-chiaro a sfumature rossastre, con Fusulna alpina e Schwagerina princeps, sovra- stante ai calcari neri con Fusulina carnica, presenta, insieme colle alghe calcari dubitativamente riferite dal Gorrani (1) al gen. Gyroporella, numerosi corpi pisolitiformi, di varia gran- dezza, che raggiungono e superano il diametro di un centi- metro. All’ esame microscopico essi mostrano, nelle sezioni molto sottili, ben evidente la struttura a tubicini cellulari, af- fatto simile a quella che si osserva nelle grandi Girvanelle (G. problematica, Nich. et Eth.) del Silurico inferiore di Wisby (Gotland), come ho potuto verificare per confronti con esemplari, che si conservano nel Museo di Torino. | Trias. — Nel raibliano di Acquate presso Lecco, noto per la bella fauna a Minmnites Ombonti, Pecten filosus, Cassia- nella gryphaeata, ecc., il calcare marnoso finamente arenaceo presenta delle masserelle pisolitiformi, nelle quali si riconosce la struttura caratteristica del gen. Sphaerocodium. Più numerosi, e ben evidenti sulla superficie erosa della roccia, sono i corpi pisolitiformi, caratterizzati dagli stessi intrecci di filamenti, del calcare con Worthemia contabulata (Costa) delle Cime Ferne presso Calascio (Aquila) nell'Appennino centrale. Lo stesso ca- rattere riscontrai pure nel calcare dolomitico di Campolungo (Solagna), in Val del Brenta, del Trias superiore con Megalodon Seccoi (Dolomia principale). I corpi pisolitiformi di questo cal- care furono, molti anni or sono, da me interpretati come lito- tamni, e più recentemente il. Dott. D. Der CAMPANA (2), li ri- tenne “ ooliti non molto diverse da quelle, che lo STOPPANI classificò sotto il nome di Evinospongia nummulitica ,. Io non ho potuto esaminare questa cosidetta Evinospongia della Dolomia principale, perchè sfortunatamente l'esemplare tipo non si rin- (1) M. GorranI, Fauna permo-carbonifera del Col Mezzodì, “ Palaeont. Italica: XIL 1906: nag..T. tav. IL fig. 102. Il campione da me esaminato fu raccolto sulla destra del Degano in occasione della gita fatta dalla Soc. Geol. Ital. il 21 agosto 1905. (2) D. Der Campana, Fossili della Dolomia principale della Valle del Brenta; “ Boll: di Soc. Geol. Tt, ,, XXVI, 1907. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 52 764 C. F. PARONA venne nella collezione Stoppani del Museo Civico di Milano, come cortesemente mi informò l’amico Prof. Mariani. Ebbi modo in- vece di esaminare, per gentilezza dello stesso collega, un bel campione di Evinospongia nummulitica della Dolomia principale di S. Rocco sopra Arzo e la forma affine Evinosp. vesiculosa Stopp. (esempl. tipici) del calcare di Esino; ma, per quanto non vi abbia trovato traccia delle alghe in discorso, non ho potuto convincermi, che la loro struttura sia esclusivamente concrezio- nale, quale per contro si può senza riserva ritenere sia quella della Evinosp. cerea Stoppani. Lias. — Soltanto nel calcare grigio oolitico del Lias infe- riore, che appare presso Arischia sulla via di Teramo (Appen- nino centrale), mi riuscì di osservare nettamente la struttura interpretata come intreccio di. filamenti di alga codiacea. Anche i calcari bianchi dello stesso piano, con fauna a piccoli molluschi e specialmente gasteropodi, che affiorano in molti punti dell'Appennino Centrale, tipici fra gli altri quelli di Cesi, sono spesso oolitici e pisolitici, in dipendenza del fenomeno d’incro- stazione calcare, reso inoltre manifesto dalla velatura o dal ri- vestimento calcare, che più o meno maschera gli ornamenti dei fossili. Vi si trovano delle vere pisoliti, ma più spesso si tratta di forme bernoccolute, formate da una corteccia calcare, che comprende interessanti avanzi di celenterati non ancora suffi- cientemente studiati, ma non di rado sicuramente riconoscibili come Idrozoi. I risultati dell'esame delle sezioni tagliate da calcari ooli- tici di numerosi giacimenti liassici e giurassici delle Prealpi Venete e del Cretaceo dell'Appennino non corrisposero finora all’aspettativa e furono negativi. Infatti neppure le ooliti inten- samente colorate in rosso, giallo e bruno degli strati a penta- crini e degli strati a Murchisonae di S. Vigilio nel Veronese mi presentarono traccie dei ricercati intrecci di filamenti cellulari. In generale hanno una manifesta struttura cristallina sia nella parte cementante del calcare, sia nelle masserelle oolitiche, e lo studio di queste roccie, più che al paleontologo, può riuscire interessante al mineralogo, specialmente per i diversi aspetti, che le ooliti presentano in dipendenza della cristallinità. più o meno pronunciata. A PROPOSITO DEI CARATTERI MICROPALEONTOLOGICI, ECC. 765 Riservandomi di continuare in queste indagini, credo in- tanto di poter dedurre dalle osservazioni fatte nei calcari della Nurra e di altre regioni, che la struttura caratteristica di intrecci più o meno aggrovigliati di filamenti cellulari di vario calibro, interpretabili come avanzi di alghe codiacee, sia abbastanza co- mune nei calcari oolitici e pisolitici paleozoici e mesozoici, e che probabilmente la struttura cristallina fibroso-radiata, inge- neratasi spesso nelle concrezioni oolitiche e pisolitiche per effetto di azioni metamorfiche, sostituendosi alla struttura organica, abbia determinata la scomparsa delle alghe calcari suddette. Così appare sempre più manifesta nella sua efficacia la coope- razione degli organismi nel fenomeno degli accentramenti oolitici e pisolitici di carbonato di calcio, bianchi o più o meno intensa- mente e variamente colorati da prodotti di ferro; cooperazione “messa in luce dagli studî di NicHoLson, WETHERED, GAUB, e se- gnatamente dal RorHPLETZ, al quale devesi l'importante osser- vazione, che spesso i banchi calcari nella serie di S. Cassiano e di Raibl, e nella serie retica risultano quasi esclusivamente dell’alga calcare da lui descritta (Sphaerocodium Bornemanni). 2. Calcari a miliolidi trematoforate del Cretaceo superiore. — La corrispondenza nei caratteri micropaleonto- logici permette di considerare in gruppo le sezioni sottili dei calcari raccolti dall’Ing. FrancHI nei dintorni di Porto Conte (presso Cantoniera; falde N, presso la vetta, Sella, torre di M. Pedrosu, Molo, Scogli) e di Alghero (S. Agnese, Ponte Ca- lich). Fra i calcari di P. Conte, ve ne sono di compatti, ma pre- valgono quelli finamente oolitici, e spesso al centro delle piccole ooliti si osserva un minutissimo avanzo organico od una mas- serella cristallina, analogamente a quanto già notai per i cal- cari oolitici giurassici, ma senza traccie di alghe o di altri or- ganismi, cui connettere l'origine delle ooliti stesse. Altrettanto può dirsi dei calcari di Alghero. In questi calcari del Cretaceo si riconoscono detriti di cri- noidi e di briozoi e frequenti avanzi di una piccola alga, che ritengo appartenente al genere 7riploporella. Ma essi sono spe- cialmente caratterizzati dalla ricca fauna a foraminiferi; infatti vi osservai: Lituolidae (Lituola, Haplophragmium), Miliolidae (Ldalina antiqua d’Orb., Periloculina Zitteli, Mun. Ch. et Schlumb., (66 C. F. PARONA Lacazina elongata Mun. Ch.), Lagenidae (Cristellaria, Vaginulina), Rotalidae (Rotalia), Nummulinidae (Nonionina cretacea Schl.), Textularidae (Cuneolina conica d’Orb., Textilaria, Textularia, Meandropsina Vidali Schl.), Globigerinidae. | I pochi foraminiferi specificamente determinati costituiscono un gruppo assai interessante, che corrisponde a quello caratte- ristico della fauna dei calcari (sabbia calcarea) di Trago di No- guera in Spagna, attribuiti al Santoniano (parte superiore del Senoniano inferiore) secondo il riferimento di ScHLUMBERGER (1). Riferendo sulla presenza di questa faunula nei calcari del Cretaceo superiore del litorale sardo occidentale, posso aggiun- gere ch’essa si ripresenta nella Penisola nei calcari, pure del Cretaceo superiore, di Monte Terminio e di Monte Laceno (Pi- centini) nell’Avellinese, e di Noicattaro in Puglia. Le faune a foraminiferi del Cretaceo sono in complesso forse meno ben conosciute di quelle del giurassico, eppure sotto il punto di vista geologico, sono: più interessanti, in quanto che presentano dei generi e del raggruppamenti di forme assai caratteristici. Per limitarci al Cretaceo superiore, ricordiamo le Orbitoidi, sostituitesi alle Orbitoline del Cretaceo inferiore e medio, notevoli per la diffusione loro nella regione mediterranea ed anche per l'interessante fatto della persistenza di talune forme specifiche nell’Eocene inferiore (PrEvER), da considerarsi come altra delle prove, che in questa regione il passaggio fra Cretaceo ed Eocene nell'ambiente marino avvenne per graduale evoluzione; ciò che spiega la difficoltà, che non di rado si pre- senta, di fissare un limite preciso fra l’un piano e l’altro nella serie marina, ed in particolare nella formazione della scaglia. Ma, se non erro, presentano notevole interesse per lo studio delle formazioni neritiche del Cretaceo superiore anche i fora- (1) Munier-CnarLmas et ScaLumBerGER, Note sur les Miliolidées trémato- phorées, “ Bull. d. 1. Soc. Géol. d. Fr. ,, 1884, XIII, pag. 278. — ScuLum- BeRGER, Note sur quelques Foraminif. nouv. ou peu connus du Crét. d' Espagne, “ Ibid. ,, XXVII, 1899, pag. 456. — Denincer (Nota cit., 1907, pag. 470) riconobbe in Sardegna, sopra i calcari bianchi con Hipp. Requieni del Tu- roniano superiore, i calcari bianchi e grigi con H. Oppelî del Senoniano inferiore e i calcari bianchi con H. cornuvaccinum del Senoniano superiore. L'ing. FrancHI raccolse campioni di calcari rossicci con Hipp. (Orbignya) Requieni (Math.) e var. resecta presso Ovile Pilotta (Portotorres). A PROPOSITO DEI CARATTERI MICROPALEONTOLOGICI, ECC. ‘767 miniferi trematoforati, numerosi specialmente, per quanto posso giudicare anche da mie osservazioni precedenti (1), nei calcari compatti, dove altri fossili o detriti di fossili mancano o sono assai scarsi. Se non che finora poco conosciamo e possiamo dire sulla loro diffusione nella regione mediterranea, sulla persistenza delle loro forme specifiche, e quindi sul valore di queste come documenti per i riferimenti cronologici e per stabilire i sincro- nismi dei calcari che le contengono. E quindi opportuno racco- gliere i dati per uno studio in questo senso, a vantaggio delle conoscenze sui caratteri biologici e corologici del Cretaceo su- periore. (1) C. F. Parona, La fauna corallig. del Cretaceo dei M. d'Ocre nel- l’Abruzzo Aquilano, “ Mem. p. serv. alla descr. della Carta Geol. d’Italia ,, Roma, 1909, pag. 34. SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA NB. Le fototipie furono eseguite su fotografie senza ritocchi. Fig. 1, 2, 8. Struttura di alga calcare codiacea in colite (X 120). s 4. Idem, dettaglio (X 160). » ©. Masserella oolitiforme avvolgente un piccolissimo gasteropodo (X 7). , 6. Idem, avvolgente un foraminifero (Dentalina 2) (X 75). » 7. Idem, avvolgente un cidarite (X 30). » 8. Idem, con drusa di calcite (X 30). 768 Relazione sulla memoria del prof. G. B. Rizzo intitolata : Sulla propagazione dei movimenti prodotti dal terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Nella memoria, che la Classe c’incaricò di esaminare, il prof. Rizzo applicò al terremoto di Messina 11 metodo di studio che egli aveva già applicato ai due terremoti di Calabria del 1905 e del 1907. Furono centonove le stazioni, che gli fornirono le osservazioni, e fra queste venti italiane. Accenneremo qui brevemente alle conclusioni principali cui giunse il Rizzo. Nelle curve odografe segnate dall’A.manca il flesso che era stato notato dallo Schmidt e che VÀ. aveva riscontrato nelle curve relative ai due terremoti di Calabria. Ammettendo che la distanza di questo punto di flesso dall’origine misuri la pro- fondità dell’ipocentro, si dovrebbe concludere che l’origine dello scotimento sia stata molto prossima alla superficie. Fino alla distanza di 1500 chilom. dall’epicentro, la velocità misurata sulla superficie terrestre rimane costante per tutte le varie fasi delle oscillazioni sismiche. Ad una distanza maggiore, le oscillazioni spettanti ai due tremiti preliminari, penetrano nel suolo e vi si addentrano, fino a raggiungere uno strato di massima velocità, mentre le onde che costituiscono la fase prin- cipale continuano a propagarsi nella superficie. Lo studio è condotto con la cura coscienziosa e la diligenza che distinguono gli altri scritti del Rizzo pubblicati nei nostri volumi, e vista anche l’importanza, che il tristissimo avveni- mento dà a tali indagini, noi Vi proponiamo che la memoria sia accolta nei volumi accademici. N. JADANZA, A. NACCARI, relatore. 169 Relazione intorno alla memoria del dott. L. CoGnETTI DE Marrtrs intitolata: Ricerche sulla distruzione normale. dei prodotti sessuali maschili. L'A. ha fatto speciali ricerche sopra due specie di Oligo- cheti: Alma Aloysii Sabaudiae Cogn. e Pareudrilus pallidus Cogn. del Ruwenzori e particolarmente sopra un Mollusco (Helix po- matia). Egli ha potuto dimostrare nei due Oligocheti una attiva fagocitosi di spermatozoi. Nel Pareudrilus pallidus si tratta cer- tamente di spermatozoi ricevuti durante l'accoppiamento, i quali vengono fagocitati in quantità grandissima. Questo fatto viene dall'A. messo in confronto con quanto dimostrarono lo Schneider e sopratutto Kovalevsky e Brumpt per gli Irudinei. Nella Helix pomatia, per ciò che si riferisce alla fagocitosi intragonadiale dei prodotti seminali (spermatogonî, spermato- citi, ecc.) per opera delle cosidette “ Basalzellen , o cellule nu- tritizie, l’A. ha osservato i fenomeni che si compiono nella ghian- dola ermafroditica prima dell’ibernazione del mollusco, durante questa e dopo, mettendo in evidenza il fatto che l’attività sper- matogenetica si assopisce durante l’ibernazione, mentre perdura la funzione fagocitaria delle cellule nutritizie e così pure la pos- sibilità da parte di queste ultime di elaborare il materiale fago- citato, trasformandolo, in parte almeno, in corpi di forma irre- golare, spesso alveolari, non anneriti dalla fissazione osmica e colorati intensamente dalla ematossilina ferrica Heidenhain. L'A. ha pure potuto osservare che le cellule nutritizie pos- sono sostenere spermatociti in maturazione, pur contenendo nel proprio citoplasma spermatozoi fagocitati in via di distruzione. Per una opportuna discussione dei fatti osservati e per i necessari confronti l’A. ha tenuto conto di tutti i dati forniti dai numerosi autori che si sono occupati sia nel Vertebrati, sia negli Invertebrati, dei fenomeni in discorso, ed unisce al suo lavoro un diligente e copioso elenco bibliografico. Il lavoro del dott. Cognetti, sia per le ricerche originali, sia per la discussione dei fenomeni osservati, è assai interes- sante. Esso è diligente, ben condotto, corredato di buoni e op- 770 portuni disegni, e porta un notevole contributo alla conoscenza dell’importante fenomeno della distruzione normale dei prodotti sessuali maschili. I vostri commissari ne propongono la lettura alla Classe e la stampa nei volumi delle memorie accademiche. R. FUSARI, L. CAMERANO, relatore. Relazione sulla memoria: “ Alcune nuove Stromatopore giuresi e cretacee della Sardegna e dell’ Appennino , della signorina Dott. G. Osimo. I calcari del Giura superiore e del Cretaceo, specialmente nell’Appennino Centrale e Meridionale, presentano spesso avanzi di Idrozoi, che furono soltanto in parte studiati e limitatamente a certe forme di Ellipsactinidi, descritte da STEINMANN e da CanavarI. Ma 1 calcari stessi contengono altre forme, le quali, mentre differiscono notevolmente nei caratteri strutturali mi- croscopici dalle Ellipsactinie, loro somigliano nell’aspetto esterno; ragione per cui dagli autori si dissero con Ellipsactinie dei calcari, che, pur contenendo degli Idrozoi, mancano forse di vere Ellipsactinie. Era quindi opportuno uno studio di revi- sione degli Idrozoi dei calcari suaccennati, nell'intento di sta- bilite quante e quali sono le famiglie rappresentate, di distin- guere e descrivere le forme specifiche, di stabilire, per quanto è possibile, la successione loro nelle successive zone, e di veri- ficare se e quanta importanza essi abbiano come fossili carat- teristici per la determinazione cronologica delle masse appennine, così potenti e litologicamente così uniformi. La sig.?* Dr. G. Osimo si è appunto proposto questo lavoro di revisione; approfittando di materiale di studio assai copioso, e la memoria in esame è un saggio di queste sue ricerche. Pi- gliando occasione dallo studio di alcune nuove forme di Stroma- topore del Giura e della Creta; IVA. cerca anzitutto di interpre- tare le varie parti dello scheletro degli Idrozoi fossili, osservando l’importanza e il significato, che assumono le varie parti sche- letriche degli Idrozoi viventi. Analogamente ai viventi, cerca quindi di dividere gli Idrozoi fossili secondo una classificazione 771 basata essenzialmente sulla forma polipoide, o meglio sul rive- stimento protettore (chitinoso o calcareo) delle forme polipoidi di tali organismi. Le forme fossili vengono così divise anzitutto nei due grandi gruppi delle Idrocoralline e delle Tubularidi, gruppi che forse possono già iniziarsi fin dalle forme paleozoiche, le quali non si devono considerare come formanti un gruppo a sè, estinto nel Paleozoico, ma che si continuano invece e si mo- dificano nelle forme più recenti. Il genere Stromatopora sopravvive infatti nel Mesozoico, e presenta parecchie forme nel Trias, nel Giura e nella Creta. Una delle forme illustrate in questo lavoro fu già imperfetta- mente descritta e figurata dal DeNnINGER fra i fossili del Dogger della Nurra in Sardegna. Insieme con questa, nella località di Pinette d’Elva presso Portotorres, l'A. trova un’altra forma nuova (Stromatopora Franchi), che presenta caratteri di stretta affinità con una Stromatopora paleozoica. Le altre forme descritte sono affatto nuove e provengono dalla Creta dell’ Appennino (Stromatop. Virgilioi di Cimino d’Acquaviva in Puglia, Stromat. Saccoi di Ofena presso Calascio nell’Abruzzo Aquilano, Stromatop. Costai proveniente da località indeterminata del Gargano). Come risulta da questi brevi cenni, il lavoro della signorina Osimo non è una semplice descrizione di forme; ha carattere paleontologico ed insieme geologico, ed è notevole segnatamente per la critica al procedimento finora seguito nello studio degli Idrozoi fossili, e per la discussione sull'importanza dei confronti degli avanzi fossili colle parti scheletriche degli Idrozoi viventi, come base per uno studio razionale e scientifico. La breve memoria è il risultato di un lungo studio, diffi- cile per la novità dell'argomento, e che richiese un delicato lavoro per la preparazione di numerose sezioni sottili opportu- namente orientate, indispensabili per l'esame al microscopio. In considerazione del buon indirizzo, della originalità ed opportu- nità del lavoro della sig."* Osimo e degli interessanti risultati in esso esposti, noi lo riteniamo degno della stampa nei volumi delle Memorie e lo raccomandiamo all'approvazione della Classe. - L. CAMERANO, C. F. PARONA, relatore. L’Accademico Segretario Lorenzo CAMERANO. 072 CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE Adunanza del 26 Giugno 1910. PRESIDENZA DEL SOCIO BARONE ANTONIO MANNO DIRETTORE DELLA CLASSE Sono presenti i Soci: Pizzi, RuFFINI, BRonDI, SFORZA, EINAUDI, BauDI DI VESME, SCHIAPARELLI e ReNIER che funge da Segretario. — Scusa l’assenza il Socio STAMPINI. Viene approvato l’atto verbale dell'adunanza antecedente, 12 giugno 1910. I Il Socio ScHIAPARELLI, in nome proprio e del Socio STAM- PINI assente, presenta una nota del prof. Giulio Emanuele Rizzo, Sepoleri neolitici di Montjovet (Valle d’ Aosta), di cui fa rilevare l’importanza, esponendone il contenuto. Sempre per la inserzione negli Atti il Socio RENIER offre 1 seguenti scritti : 1° Carlo Crporra, La supposta fusione dei Longobardi colla popolazione italiana secondo Giovanni Villani e Gabrio dei Zamorei ; 2° a nome del Socio Rossi assente, e sotto la respon- sabilità di lui: Evaristo San GrovannI, L'Egitto nella poesia ro- mana, ove l’autore, premessa una breve introduzione, discorre del paese, ossia del Nilo colle numerose sue città, quindi della mitologia ed infine della Storia in rapporto con Roma; i 3° Luigi PareTI, Note sul Calendario Spartano. Togliendo l’adunanza, il Direttore Manno, che presiede, in nome anche del Presidente dell’Accademia, augura ai Soci della Classe felicissime ferie, augurio che gli è corrisposto dai presenti. ARA ANSE II MISURE LO IRE CARLO CIPOLLA — LA SUPPOSTA FUSIONE, ECC. (9 LETTURE La supposta fusione dei Longobardi colla popolazione italiana secondo Giovanni Villani e Gabrio de Zamorei. Nota del Socio CARLO CIPOLLA i, Al maggiore cronista fiorentino, a Giovanni Villani, siamo debitori di una, per ogni riguardo, interessantissima testimo- nianza sulla trasformazione dei Longobardi in Lombardi e sulla composizione di quella società, che costituì il substrato dei nostri Comuni. La storia “ della venuta dei TL obiscnaintii in Italia , nelc. 7, del’ libro II (1) della Cronaca del Villani, è una sequela di er- rori d'ogni fatta, che continua nel c. 9 e nei successivi (2). Errori e narrazioni fantastiche si dànno la mano. Ma la testi- monianza del Villani non è composta soltanto di questo mate- riale, chè in tal caso non avrebbe richiamato sopra di sè l’attenzione di Alessandro Manzoni. Questi, in quel mirabile Di- scorso (3) che noi ora ammiriamo forse assai più di quanto si facesse alcuni decenni fa, parla dell’ipotesi secondo la quale Longobardi ed Italiani si fusero in un popolo solo, e dice: “ Il primo, a mia notizia, che l’abbia non so s’io dica espressa o iniziata ,. E dopo di lui, se non dietro di lui, pone il Machiavelli. Il Manzoni non parteggia per l'opinione del Villani, ch'egli sen- z'altro, e non a torto, intende nel senso che tale fusione fosse avvenuta prima della vittoria di Carlo Magno. Nel e. 7 il Villani rappresenta la conquista dei Longobardi, come se essi si dessero a popolare di loro genti le città di Mi- lano, Ticino, Cremona, Brescia e Bergamo: egualmente fecero poi rispetto alle città di Toscana e di Puglia: “ e poi fu chia- (D Mona 204 9, ANT00, (2: Loc. cit.jiT, (3) Verso il principio del cap. II. 144 CARLO CIPOLLA mato quello paese Lombardia, che prima havea niun nome la provincia di. Lombardia, Ombria, et di là dal Po, Ensubria ,. Secondo quello che si racconta nel e. 9, Rotari “ tutta Puglia dishabitata quasi di paesani habitò di Longobardi, et fece la lega (= legge) che ancora si chiama Longobarda e tengono an- cora i Pugliesi [e gli altri Italiani in quella parte dove danno monualdo overo il (= in) volgare monavaldo, alle donne, quando s’obligano in alcuno contratto e fu buona et giusta legge] , (1). “ Et così per gran tempo signoreggiarono Italia i Longobardi, tanto che si convertirono in paesani et abitanti in tutta Italia ,. Rimprovera quindi ai Longobardi la loro guerra contro la Chiesa “e così stette gran tempo Italia maculata di errori e di si- gnorie tiranniche per gli Longobardi ,. Menziona re Eliprando del cui piede “ si prese la misura delle terre et ancora a’ nostri dì si chiama piè d’Eliprandi ,. Nel c. 10 ancora parla il Villani della nimicizia dei Longobardi contro la Chiesa. Nel c. 13 an- nuncia la fine della signoria longobarda “ e così fallì la signoria de’ Lombardi, detti prima Longobardi ,. E prosegue: “ ..... che mai più non hebbe re in Lombardia. Ben vi rimasero le schiate de’ signori et baroni et borghesi stratti de’ Longobardi ed in Lombardia e in Puglia; et ancora hoggi ne sono in nostro vul- gare certi antichi gentilihuomini, i quali noi chiamiamo catani lombardi (lambardi ?), derivati da detti Longobardi, ch’erano stati signori d’Italia ,. | I punti principali fermati dal Villani sono adunque questi: 1° la legge lombarda e l'istituto del mundio, cioè della tutela accordata alle donne; 2° la misura del piede Liprando; 3° l’ori- gine longobarda dei “ cattani lombardi , (o lambardi), nome vivo, in Toscana, ancora ai tempi del Cronista. Altri punti ancora si rilevano nel racconto del Villani : 1° nimicizia dei Longobardi contro la Chiesa; 2° sostituzione dell'elemento etnico longobardo al romano in Lombardia, To- scana, Tuscia; 3° trasformazione dei Longobardi in Lombardi. Ho rilevato la guerra dei Longobardi contro la Chiesa, poichè di qui abbiamo motivo per istituire un confronto con Dante, il (1) Pongo fra [ ] il brano omesso dalla ediz. Giuntina e restabilito dal Muratori sul codice di G. B. Recanati Veneziano. LA SUPPOSTA FUSIONE DEI LONGOBARDI, ECC. 775 quale solo per questo motivo conosce 1 Longobardi, scrivendo (Far. VE:94): E quando il dente longobardo morse La Santa Chiesa, sotto alle sue ali Carlo Magno vincendo la soccorse. Piena di incertezze è la ricerca delle relazioni intercedenti fra l’Alighieri e il Villani rispetto al materiale storico da essi adoperato, ed è perciò conveniente raccogliere ogni indizio in proposito, specialmente ora che entra, come elemento di inda- gine, anche un’opera di Gabrio de’ Zamorei, di cui dovremo di qui a poco far cenno. Il passo del Villani raccoglie in sè stesso una teoria storica, verso della quale è una vera stonatura il contorno, dove si parla persino di re Gisulfo predecessore di Rotari. Essa, anche se so- stanzialmente falsa, vale molto di più dello sfondo da cui si stacca, il quale peraltro ha per sè altri motivi che lo fa oggetto di studio: in causa di quello il Villani appartiene a un nume- roso gruppo di cronisti in cui fiorisce l'elemento fantastico. EE Come già aveva avvertito il Manzoni, il passo del Villani si può soltanto accostare alla testimonianza di Ottone di Fri- singa, De gestis Frederici I,1.II, c. 18 (1), il quale, dopo averci data una descrizione d’Italia non indipendente da quella offer- taci da Paolo diacono (II, 14 sgg.), spiega come gli invasori “ barbaricae deposito feritatis rancore , si trasformarono, forse per ragione di matrimoni, o per causa della mitezza del clima, 0 per influenza della coltura latina (“ ex eo forsan quod indigenis “ per connubia iuncti, filios ex materno sanguine, ac terrae “ aérisve proprietate aliquid Romanae mansuetudinis ac saga- “ citatis trahentes genuerint, latini sermonis elegantiam mo- “ rumque retinent urbanitatem ,), coordinando a questo anche l'ordinamento comunale, che le nuove popolazioni diedero a sè stesse secondo le tradizioni classiche. La romanizzazione dei Ger- mani costituisce adunque il fondamento della teoria storica di (1) Mon. Germ. Hist., Script., XX, 396. 776 CARLO CIPOLLA Ottone, che trova appena qualche raro riscontro nella nostra storiografia medioevale presso i più antichi cronisti milanesi. Nel mentre Arnolfo (II, 14. III, 11) e Landolfo Seniore (II, 18 e 20) parlando dei plebei, dei cives, dei capitanei e dei vavassores, si avvicinarono un poco alla descrizione della società dei tempi del Barbarossa, quale da Ottone ci viene descritta. Arnolfo, nelle Gesta archiepiscoporum Mediolanensium (1) comprende con uno sguardo riassuntivo l’età già tramontata, che preparò le agitazioni politico-religiose dei tempi della Pataria. Allora il pledeus si lagnò di essere offeso a milite: così la plebs insorse in armi contro i milites. Lanzo ingenuus civitatis miles favorì la plebe. Qui Arnolfo introduce anche un altro partito, che denomina cetera nobilitas. Più particolareggiato nella sua narrazione è Landolfo Seniore, e specialmente importante è il racconto (2) che fa precedere ai fatti della rivolta del 1039. Egli riassume avvenimenti di antica data, introducendo i Duces, che ressero Milano animi scientia, corporîs virtute, ma perdettero il comando per quandam negligentiam. Per Landolfo Seniore, i Duces sembrano quasi un fantasma che si sperde nell'antichità, ma raccolgono in sè stessi la vecchia ri- cordanza dell’età feudale. III. La storiografia italiana prese altra strada, e attratta dal- l’interesse dei fatti contemporanei abbandonò le antiche memorie. La meravigliosa fioritura letteraria di Sir Raul e di Morena non si preoccupa di fatti passati. Solo più tardi, quando i cronisti si volgeranno all’erudi- zione, allora essi accoglieranno nelle loro pagine anche le vecchie memorie, sebbene esse ci compalano colla freddezza di cosa stu- diata e non colla calda manifestazione di cose che direttamente interessano. .Cronisti come fra Salimbene o Rolandino da Padova scrivevano dei loro tempi, prendendo parte viva agli avvenimenti delle loro città, ma non si interessavano dei fatti antichi. E così fecero qualche decennio più tardi i nuovi storici, che segnano (1) Mon. Germ. Hist., Script., VIII, 16. (2) Lib. II, c. 26; Mon. Germ. Hist., Script., VIII, 62-3. LA SUPPOSTA FUSIONE DEI LONGOBARDI, ECC. 0 l'avvento del Rinascimento, come Albertino Mussato e Ferreto dei Ferreti. Alla classe dei cronisti eruditi ascriveremo Bonvesin da Riva. La descrizione storico-geografica di Milano “ De ma- enalibus urbis Mediolani , dovuta a Bonvesin da Riva fu ritro- vata in un codice spagnuolo da F. Novati (1); essendo destinata a far sì che “ omnes extranei , imparino a conoscere “ Medio- “ lanensium nobillitatem atque dignitatem ,, parla delle glorie storiche di Milano “ secunda Roma ,, le cui guerre tutte fini- rono gloriosamente. Sotto l'aspetto dal quale noi consideriamo le dotte compila- zioni cronografiche, non conosciamo ancora abbastanza l’enciclo- pedia storica di Benso di Alessandria (2). Meglio riesce consono al nostro scopo l'ammasso cronografico di Galvano Fiamma, in cui cercò per primo di metter chiaro L. A. Ferrai (3). Quello che Galvano perde in originalità, guadagna in erudizione, e le sue compilazioni, per quanto scialbe e scucite, hanno non poca importanza, tant'è che sono citate talvolta in mezzo alle testimo- nianze delle fonti genuine e dirette (4). Per un'altra via ancora la questione delle origini del Co- mune ricompare nella nostra storiografia, per. quella delle leg- gende romanzesche. Nicola da Casola (5) raccolse insieme i di- versi filoni dei romanzi Attilani, secondo che gli elementi fantastici se ne erano in diversi luoghi formati. La Storia imperiale (6) che ricevemmo come scritta da Ricobaldo da Ferrara e tradotta da Matteo Boiardo (7), è parimenti romanzesca piuttosto che leg- (1) * Bull. Istituto Stor::,, Roma, 1898, n. 20. (2) Di cui si occuparono fra gli altri L. A. Ferrar (nel “ Bull. Ist. Stor. ,, n. 9. Roma, 1890) e R. Sassaprni (Bencius Alerandrinus, * Rhein. Museum ,, 1908,-vol. LXIII). (3) Le cronache di Galvano Fiamma e le fonti della Galvagnana, * Bull. Stor. Ital. ,, n. 10, Roma, 1891. I rapporti fra Bonvesin da Riva e Galvano Fiamma furono studiati da F. Novami, “ De magnalibus urbis Mediolani ,, Bull. cit., n. 20, p. 35 sgg. (4) Cfr. Davinsonn, Forschungen zur Gesch. von Florenz, IV, 9, Berlin, 1908. (5) P. Rasna, Le origini delle famiglie Padovane, * Romania ,, IV, 167; G. Bertoni e C. Forieno, La “ guerra d’Attila ,, poema franco-italiano di Nicola da Casola, * Mem. Ace. Sc. Torino ,, 1906, LVI, Scienze mor., p. 77 sgg. (6) Rer. It. Script., IX, 291 sgg. (7) Sull’antica questione del testo Ricobaldiano di quest'opera, scrisse testè 0. Frati, Volgarizzamento di un'opera inedita di Ricobaldo Ferrarese, 1718 CARLO CIPOLLA gendaria, dove parla di Welfo e di Gibelo, dei Longobardi e del Barbarossa. Attorno alle origini delle città italiane si narrarono simpatiche leggende (1), fra le quali il posto più bello è dovuto a quelle sull’origine di Firenze. I testi editi da E. Alvisi(2) ci riconducono a racconti che hanno il loro riflesso largamente anche in forma italiana; favoleggiano di Firenze, di Fiesole, di Troia e di Roma, mescolandovi Totila che disfece molte terre di Lombardia, di Tuscia, di Romandiola. Esaminando nella loro | sostanza questi racconti, vi troviamo dentro quelle novelle me- desime che troviamo non solo nella Cronaca di Giovanni Villani, ma anche nella Divina Commedia (Par., XV, 124): L’altra, traendo alla rocca la chioma, Favoleggiava con la sua famiglia Dei Trojani, di Fiesole e di Roma. IV. I Lambardi richiamarono l’attenzione del Pasqui (3), che li considerò quali egli li vedeva ritratti nei documenti Aretini, da lui pubblicati. Nei sec. XI-XII sono membri della piccola aristo- crazia terriera, che scendono collecto erercitu e manu armata contro i possessi dell’abbate di S. Flora, di cul finalmente dichia- ransi fedeli. Pochi anni dopo G. Volpe (4) ne illustrò le vicende riguardandoli come la società media, specialmente in Toscana. Troppo reciso egli si mostra nel negare o almeno nel mettere “ Misc. Hortis ,, Trieste, 1910, II, 847. La monografia: Una descrizione ine- dita dell’Italia di Ricobaldo da Ferrara di P. Grisaupi, “ Misc. Della Ve- dova ,; Firenze, 1908, p. 179, è ricca di notizie bibliografiche. (1) R. Wuscner Beccni, Italienische Stidtesagen u. Legenden, Lipsia, 1900, ne presenta una graziosa cernita. (2) Il libro delle origini di Fiesole e di Firenze, Parma, 1895. (3) Documenti per la storia della città di Arezzo nel medioevo, Firenze, 1899, I, passim; cfr. in particolar modo a pp. 167, 422, ecc. (4) Lambardi e Lombardi nelle campagne e nelle città, “ Stadi Storici ,,. Pisa, 1904-05, t. XIV e XV. Qualche cenno sui Lambardi diede anteceden- temente nella sua ben conosciuta monografia Studi sulle istituzioni comu- nali di Pisa, Pisa, 1902. Indirettamente ritornò sull'argomento nell’arti- colo Montieri costituzione politica ecc., “ Vierteljahrschr. fir Social. und Wirtschaftsgeschichte ,, 1904, VI, 815. LA SUPPOSTA FUSIONE DEI LONGOBARDI, ECC. 1709 in dubbio le relazioni intercedenti fra il nome di Lambardi e le origini delle popolazioni che lo portano. Talvolta su questa via procede tant’oltre da affermare la formazione di un tipo etnico e giuridico, nè latino nè longobardo, che non avrà bisogno, se- condo ch’egli si esprime, se non di un po’ di coscienza della sua unità e della sua personalità per chiamarsi italiano. Il Volpe comprese di avere affermato troppo, e nella correzione finale (1) emendò qualche espressione troppo viva, e negò che nella pratica i due diritti avessero perduto 1 loro tratti caratteristici, per dare origine quasi ad un tipo ibrido: chè anzi egli osserva come nel Mezzogiorno si trova bensì come contaminazione fra i due diritti, ma pur senza che s1 oscurassero le loro essenziali note carat- teristiche. Nel mentre (2) riconosce in questi Lambardi la manifesta- zione del medio ceto, una specie di piccola aristocrazia, dice che di essa non può dimostrarsi nè l'origine longobarda, nè la romana. Fra i motivi per cui a quella popolazione si diede un tal nome, non nega di ricorrere anche a quello che risale a cause etniche, ma dà molta importanza alla circostanza (che egli ac- cenna piuttosto che svolgere) che il diritto longobardo si adatta a cotali nuclei consortili, 1 quali nell’Editto di Rotari trovavano la norma più acconcia alla loro condizione (8). Verso la fine del suo lavoro, raccogliendone le numerose fila, egli trova massima la questione che si aggira attorno ai piccoli Lambardi toscani: è un problema “ dalla cui soluzione può dipendere tutto il nostro giudizio sull’origine e sul carattere della coltura moderna ,. Dobbiamo prendere quest’ultima frase nel suo senso: rimane cioè che nella piccola aristocrazia terriera si nasconde la soluzione del quesito dell'origine della nuova società italiana, secondo il Volpe. Questa è la società media che nei vari luoghi diversamente appellavasi milites, arimanni, allodiarii, lombardi secondo la frase adottata da Federico II in un diploma del 1220, citato da E. Mayer, di cui ci occuperemo fra breve. (1) Studi stor., XV, p. 1831. (2) Loc. cit, XIV, 207... (8) Loc. cit., XIV, 259. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 53 780 CARLO CIPOLLA I Lambardi non sono speciali alla Toscana. P. Egidi negli Statuti di Castelfiorentino (località ora quasi scomparsa nel ter- ritorio Viterbese) trova popolazioni che corrispondono perfetta- mente ai Lambardi di Anghiari (Arezzo): anzi legge il nome. etnografico applicato ad una “ fossa , “ lombarda ,. E. Mayer (1) dimostrò che non solo la cosa, ma il nome stesso di Lambardi incontrasi abbastanza lungi dalla Toscana. Fuori dalle mura di Modena abbiamo una “ decuria Langobar- dorum , fra 11 IX e il X secolo. Nell'attuale Lombardia troviamo una terra Langobardoruni al principio del sec. X. In altre pa- role, una condizione di cose, se non uguale, simile si trova a Modena, Verona, Brescia, Como, ecc. I Il Mayer, considerando che 1 Longobardi vivevano di mas- sima in città e solo eccezionalmente in campagna, spiega la presenza dei numerosi gruppi di Lambardi in Toscana, sopratutto attorno agli Appennini, riguardandoli come colonie militari, in una regione che può riguardarsi come terra di confine, che do- veva esser difesa militarmente. Così insediaronsi questi piccoli nuclei di Longobardi, lungi dalla. civitas. Egli pol si studia di armonizzare queste spiegazioni col fatto che i Lambardì tro- vansi anche in luoghi lontani della Toscana, dicendo che anche in essi, simili condizioni di cose si verificano talvolta, quantunque con minore frequenza. sa Il Villani non solo fa riflesso ai Lambdardi e alla loro con- dizione di cattanei, voce che spiegheremo nel senso di piccola. ‘aristocrazia terriera, ma si sofferma alla legge del mundio. In Toscana (e non soltanto in questa regione) troviamo abbastanza spesso il ricordo del mundio.. Così, p. e., lo Statutum potestatis Comunis Pistorii (2) edito da L. Zdekauer, ci presenta numerosi esempi di passi in riguardo, dove anzi si spiega senz'altro il mundualdo nel senso di tutore. Se uno muore lasciando figli di piccola età senza assegnar loro tutorem vel mundualdum, questo viene loro dato di officio, tutorem vel mundualdum alium pro- (1) Italienische Pervantungegerohobie, ippata; “1909, 1, 12. (2) Milano, 1888, p. 60. LA SUPPOSTA FUSIONE DEI LONGOBARDI, ECC. (S1 ximiorem. L. Zdekauer, nella interessantissima prefazione pre- messa al Costituto del Comune di Siena dell’anno 1262 (1), di- scorre della sopravvivenza del diritto germanico in Toscana, osservando che essa si fa specialmente chiara. nell’inferiorità giuridica della donna, che si afferma tanto nel diritto succes- sorio quanto in quello punitivo. I documenti Aretini editi dal Pasqui (2) ci offrono esempi notevoli per l'illustrazione del passo del Villani. Un documento del 1083 ci presenta uno di quei soliti gruppi di persone, che sono evidentemente Lambardi, che offre un dono a una chiesa. Le donne che prendono parte al dono, ne ottennero “ licentiam virorum nostrorum ,, essendo state interrogate “ secundum Edictum Legis Longobardorum ,. In un documento nuziale del 1131 (3) si legge: “ ut tradatis ei “ Bertam filiam vestram ad sponsam et legitimam uxorem et “ coniugem et sub eius potestate ac mundio mittatis cum omnibus rebus quas nunc habet ,. Mi astengo dal fare altre consimili citazioni di carte antiche che forse non molto potrebbero aggiun- gere alle antecedenti; quanto vedemmo mi par sufficiente per lo scopo che ci siamo proposto. 6% VI. Il Villani raccoglie intorno a queste traccie di tradizioni longobardiche anche la misura delle terre, secondo l’uso fioren- tino, cioè il piede di re Liutprando. Fino dal sec. XI si usava portare in Firenze il “ pes Liutprandi regis , che era segnato ac- canto alla porta di S. Pancrazio (4). Egli credeva che tale mi- sura fosse tagliata sulla sepoltura di re Liutprando a Pavia (5). (1) Milano, 1897. (2) Docum. per la storia di Arezzo, p. 348. (3) Op. cit., p. 451. , (4) D. M. Manni, Del piede Aliprando e del piede della porta, nella rac- colta di Opuscoli del CaLocerà, vol. X (Venezia, 1734), p. 125 seg. (5) 0. DaLr’Acqua, Del piede Liutprando, “ Misc. stor. ital. ,, XXI, 1 sgg.., non solo nega che la misura sia stata segnata sulla tomba di Liutprando, ma non riesce a raccogliere nessun utile accenno antico che raffermi tale racconto. gt Ma ciò poco importa. L'interesse della teoria generale messa innanzi dal Villani, non viene da questo o da quel particolare, ma dall’insieme di tutti i suoi elementi. 182 CARLO CIPOLLA La teoria riferita dal Villani costituisce un insieme ordi- nato, nel quale da differenti parti sì traggono argomenti, per costituire una dottrina complessa sulla trasformazione subita dai Longobardi, e sulla origine della civiltà nuova. Fino ad un certo punto potevamo vedervi un qualche riflesso di Ottone de Frisinga e delle sue opinioni intorno alle origini del Comune; ma la teoria del Villani rimaneva fino ad ora sostanzialmente isolata. VII. Ma isolata del tutto la testimonianza del Villani non resta, dal momento che da due manoscritti della biblioteca Vaticana (vol. 10134: Barb. Vatic. 768) ci viene offerta un’opera giuri- dico-teologica del sec. XIV, che in uno degli esempi arrecati si accosta, sebbene a distanza, alla narrazione del grande cronista fiorentino. cur Mons. Marco Vattasso (1) scoperse, identificò ed illustrò l’o- pera supra virtutibus ac vitiis del parmigiano Gabrio de’ Zamorei, intorno al quale riuscì a raccogliere sufficienti notizie biogra- fiche (2). Nacque, secondo il Vattasso, alla fine del sec. XIII a Parma. Nel 1844 strinse amicizia col Petrarca; nel 1350 soggiornava a Milano quale vicario dell’arcivescovo Giovanni Visconti; fu poi in buona relazione con Galeazzo II, e morì verso il 1387. (1) Cenni sulla vita e sulle opere di Gabrio de’ Zamoreî, nel vol. Del Petrarca e di alcuni suoi amici, Roma, 1904 (nella collezione Studi e testi della Vaticana). (2) Verso la fine della prefazione (Cod. Vat. 10134, fol. 1 verso) si legge questo tratto, che determina il metodo che Gabrio seguì nella compilazione e un cenno sulle fonti, o almeno sulla natura loro: “ Igitur ego Cabrius “ de Zamoreis Parmensis censui aliqua de virtutibus singulariter tractare ‘ ponendo virtutem quamlibet et partes eius et reducere in unam conso- “ nantiam vocum, pro ut Deus concesserit, aliquas auctoritates Veteris Te- “ stamenti et Novi, dicta Sanctorum Patrum et Canones et aliqua poetarum “ dicta et Cronicas et maxime iura civillia, super cuius civilibus intendo “ latius insudare et facere de quadam virtute unum sermonem et de quo- “ libet vitio capitali unum. Incipiam igitur de sermone Justitie, que, quasi “ regina virtutum, omnes alias antecedit et eius vexilla prius prodeant “ quasi sororum —,,. | LA SUPPOSTA FUSIONE DEI LONGOBARDI, ECC. 783, Oltre ad alcune composizioni poetiche, scrisse l’opera di cui ci occupiamo, che fu da lui compilata intorno agli anni 1371-75: verso la fine di essa vi ricorda la morte del Petrarca, accaduta “a sex mensibus citra ,. | Che Gabrio de’ Zamorei abbia fatto uso del Villani non potrà certo provarsi, neanche nei due lunghi esempi ch'egli al- lega (f. 71 verso e segg.) a dimostrare la rovina che aspetta i tiranni, che combattono la Chiesa, citando i Longobardi e gli Svevi. È inevitabile che specialmente per quanto riguarda gli Svevi, non manchi qualche punto di contatto fra l’uno e l’altro scrittore; ma questo non basta a stabilire una relazione di di- pendenza del posteriore dall’anteriore. La guerra mossa dai Longobardi contro la Chiesa, di cui parlano similmente Dante, il Villani e il Zamorei, indica soltanto che le fonti hanno una comunanza di origine, in forma generica. Dove si parla dei Longobardi, ed è appunto il passo che più interessa allo scopo nostro, la somiglianza è minore. Ma non può dirsi che essa si riduca solo a mettere in vista, con speciale cura, i torti dei Longobardi rispetto alla Chiesa. L'esito finale dei Longobardi non' è esposto in egual ma- niera dal Villani e dal Zamorei, giacchè, secondo il primo, essi “ si convertirono in paesani e abitanti di tutta Italia ,, mentre, a detta del secondo, “ omnes tam reges Longobard|i] quam etiam ceteri Longobardi consumpti sunt ,. Ma nonostante queste gravi discrepanze, non mancano punti di contatto, e questi sono : 1° Quantunque Zamorei si esprima in forma confusa, tut- tavia egli intravvede una relazione fra Lombardi e Longobardi. Pare che egli non riguardi i Lombardi come la popolazione indi- gena, sulla quale vennero a dominare coloro che, prima detti Lombardi, poi dagli Italiani si dissero Longobardi, derivando 1l nome dalle lunghe barbe. i 2° Dai Longobardi venne la legge Lombarda, la quale anche al tempo del nostro giurista era ancora in uso in varie parti d’Italia. Si può chiedere come mai dopo avere distinti i Lombardi dai Longobardi, consideri la Lombarda come contenente le leges Longobardorum. Qui d'altronde è evidente la somiglianza coll’osservazione del Villani fatta al c. 9. 3° Dai Longobardi e dalle loro leggi il Zamorei fa de- rivare la professione della lex Longobardorum in diverse parti (84 | CARLO CIPOLLA d’ Italia. Il Villani parla dell'uso del mundio, che fa derivare dalla legge longobarda, e tace della professione legale. Gabrio de’ Zamorei parla di ciò che l’altro passa sotto silenzio e vice- versa, ma la conclusione dell’uno e dell’altro scrittore è la stessa, e l'osservazione del primo serve a completare quella dell’altro. Le circostanze che indicai, se anche non tolgono le diver- sità circa il concetto generale sulla trasformazione dei Longo- bardi in paesani d’Italia, accostano i due passi, che si presentano alla nostra considerazione sotto una gradazione di tono abba- stanza simile. VII. Riferisco il passo del giurista Parmense, secondo il Msc. Vatie. Lat. 10194. fol, 72: verso. Isti potentes et magni viri reges et tyrampni interdum vollunt videre celum et Deos expellere, idest papam et suos cardinales et pre- latos et sacerdotes ecclesie Dei volunt conculeare et derubare, et de suis privillegiis privare, set certe Deus irascitur et fulminat et destruit et desertat tales reges et tyrampnos. Et ponamus exemplum da qui- busdam. Ecce Longobardi fuerunt reges Lombardorum_ et venerunt a finibus terre, scilicet Scandinavia, in partes Panonie, et de Panonia venerunt in partes Ytallie et totam Emilliam et Liguriam occupaverunt et magnam partem Ytallie; erat autem Emillia ab ea parte Padi, ubi est Placencia, unde scribitur in cronicis Longobardorum (1). In Emillia autem sunt due oppullentissime civitates scilicet Placeneia, Parma, Regium, Mutina et Bononia. Liguria autem erat ab ea parte Padi, ubi est Mediollanum, et dicebatur Liguria a leguminibus, quia ibi nascebantur multa legu- mina (2). Et ante adventum istorum Longobardorum. Lombardi voca- bantur quidam Emillii et quidam Ligures; quia isti Lombardi habebant longas barbas, nostri Ytalici vocaverunt eos Longobardos, idest habentes longas barbas, et ex hoc vocati sunt Longobardi. Isti ergo Longobardi ha- buerunt multos reges successive et steterunt in Ytallia bene per tricentos annos et plures et habuerunt bene xvi) reges. Isti enim fecerunt librum qui vocatur Lombarda (3), in quo scripte sunt leges Longobardorum. Et adhuc in quibusdam partibus Ytallie alique ex illis legibus obser- vantur. Et propterea mos fuit in Ytallia in quibusdam partibus quod (1) PaoLo prac., Hist. Lang.; II, c. 18. (2) PaoLo prac., Hist. Lang., II, c. 15: “ Secunda provincia Liguria a ‘ legendis, id est colligendis leguminibus, quorum satis ferax est, nomi- naar, (3) La Lombarda è essenzialmente un estratto dal Liber Papiensis, Mon. Germ. Hist., Leges, IV, 607 (ed. F. Bluhme). LA SUPPOSTA FUSIONE DEI LONGOBARDI, ECC. 189 in instrumentis dicebatur: talis profiscens (profitens ?, professus?) se lege Longobardorum vivere. Isti reges Longobardorum fuerunt multis temporibus multum infesti Ecclesie et etiam pastoribus Ecclesie, adheo quod tempore beati Gre- gorii erant multum odiosi Ecclesie et fuit rogatus ut daret operam, quod isti Longobardi expellerentur et consumerentur. Set videns beatus Gregorius, quod hoc non poterat fieri sine magnis bellis et sine magnis pecatis, nolluit consentire, unde ipse dicit: si in morte Longobardorum me miscere vollissem, hodie Longobardorum gens nec regem nec ducem haberet, set quia Deum timeo in mortem cuiuslibet hominis me miscere formido (1), ut scribitur xxr1]} q. vitt. Set Stephanus papa secundus, na- tione Romanus, videns tantam molestiam Longobardorum, quam fecerunt Ecclesie Romane et specialiter que fiebat tune ab Astulfo rege Longo- bardorum, petiit auxillium a Constantino et Leone fillio eius imperato- ribus tune morantibus in civitate Constantinopolitana, et cum nollent patrocinari Ecclesie Romane, dictus Stephanus transtulit imperium Ka- rollo magno, qui Karolus postea coronatus a Leone papa tercio, elapsis post hoc xv annis, et translatio ista facta est anno Domini septuages- simo LxxvJ° et ista nota extra de electione et clerici potestate c. vene- rabilem. venit dictus Karollus magnus ad preces Adriani pape et su- scepit, ut xxItt q. viri hortatu (2), et obsedit Papiam et Desciderium ‘regem Longobardorum cepit, ut seribitur lx11] di. e. Adrianus, et expulsit Longobardos et omnes tam reges Longobardos quam etiam ceteri Longo- bardi consumpti sunt. Istud ergo passi sunt tanti reges per usurpa- tionem quam faciebant de Ecclesia Dei et de prelatis Ecclesie. Item ponamus aliud exemplum domus de Suavia, quam allii dicebant domum Astof. Fuit maxima domus — — E assai probabile che ai passi del Villani e del Zamorei altri se ne possano aggiungere; forse procedendo nelle indagini tra la fiorentissima produzione giuridica, la fatica potrà essere coronata da buoni risultati. Intanto teniamo conto di quello che sta a nostra disposizione ‘8). | (1) Il passo di S. Greeorto, Regestum, 1. V, ep. 6 (ed. EwaLp-HartmANa, I, 287) non fu dal Zamorei visto direttamente; esso fu citato da PaAoLo DIO Arad: Dang?,) 1. PV .026, (2) Cfr. Gorrrebo DA VirerBo, Pantheon, particula XXIII (M. G. H. Script., XXII, 209), che parla della venuta di Carlo Magno “ rogatu Adriani pape , e della presa di Pavia. La confusione fra Lombardi e Longobardi in cui cadde il Zamorei rimase. estranea a Goffredo da Viterbo. (3) Nella seduta del 6 febbraio 1910 presentai all'Accademia Torinese una Nota Pensieri intorno a due famosi passi di Paolo diacono, dove accennai a una spiegazione data dal prof. Crivellucci alla parola tamen in un luogo di Paolo, e lasciai correre inesattamente che l’interpretava per etsî; si cor- regga etiam. 786 EVARISTO SAN GIOVANNI L'Egitto nella poesia romana. | Nota del Prof. EVARISTO SAN GIOVANNI Introduzione. I nomi dei popoli domati ornano la poesia di Roma, come le bandiere ne ornavano i trionfi. Quando Roma sottomise 1'0- riente, si trovò ad essere vincitrice di paesi insigni per il lusso ed una civiltà antichissima e luminosa; contemporaneamente la poesia svolgevasi nella pienezza delle sue forme: cupida di nuovi elementi di bellezza, li ricevette appunto da quelle re- gioni, di cui evocò il paesaggio, la mitologia ed in certa misura il costume. | Ora vogliamo vedere come essa si comporti rispetto al- l'Egitto, cercando di farci a nostra volta l’idea che i lettori romani, che non erano mai stati nella valle del Nilo, poterono formarsene attraverso la loro poesia. » e mai l’antichità delle memorie esercitò un fascino sul- l'animo del poeta, più d’ogni altro paese dovette esercitarlo l'Egitto, costituito molti secoli prima che qualunque impero esistesse sulle rive dell'Eufrate e del Tigri. Inoltre Roma ebbe rapporti più stretti con l'Egitto che col resto dell'Oriente: basti pensare ai tempi che corsero dalla misera fine di Pompeo alla morte di Cleopatra. L'Egitto era una fatal sirena pei Romani: ivi incontrò la morte Pompeo che vi sperava salvezza, Cesare s’indugiò, Antonio si trafisse. Dal lato letterario si osservi che la poesia romana, avvian- dosi al suo fiore, sentì vivamente l’influenza della poesia ales- sandrina — greca di forma e per lo più di contenuto, ma di patria egiziana — che le veniva dal Museo, da quest’oasi greca, in mezzo alla scrittura geroglifica e demotica (1). (1) Cfr. il mio studio: Le. idee grammaticali di Lucilio, Torino, 1910, p. 13 seg. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 787 ‘9 Il paese. SI, Il Nilo. — 3-2, 16 ct. S 1. Il Nilo è il formatore dell'Egitto e ne rende annual- mente possibile la vita: di qui l’importanza naturale e simbo- lica del fiume. Nominare il Nilo, il grande fiume (1) che per- corre la lunga valle, stretta da due argini di monti, e nelle sue piene la copre tutta — e non esiste più valle, ma soltanto fiume — è, nella brevità conveniente alla buona poesia, gettare nella mente del lettore lo sprazzo di luce che suscita l’imma- gine di quello strano paese intersecato da canali, simmetrici come i solchi di un immenso campo arato, dove in una deter- minata epoca dell’anno le città diventano bianche isole emer- genti da un mare limaccioso e rossigno. Quando le acque si ritirano. è un improvviso pullular di messi, di loti e di ninfee: allora si ha il verdeggiante Egitto, di cui Virgilio (2). Caratteristico del Nilo è il Delta, che s’apre a Kerkasoro: 1 poeti latini alludono costantemente ai sette rami, alle sette foci per cui le acque rigurgitano in mare. È più che un sem- plice particolare esornativo, è qualcosa che s’immedesima con la natura stessa del fiume. Ovidio, quando ricorda il Nilo, spende volentieri un verso per il Delta: per septem portus în maris exit aquas, Am., XIII, 7; septem discretus in ostia Nilus, Met., V, 324; septem digestum in cornua Nilum, Ib., IX, 775. Catullo, Virgilio, più sobrii, si contentano di una parola: sep- temgeminus (3). i Catullo aggiunge l’idea della diversa colorazione del fiume e del mare che insieme confondono le loro onde: il Nilo altera per un certo tratto la tinta del mare. La lotta delle avverse correnti è rilevata da Lucano: Gurgite septeno rapidus mare sub- movet amnis, VIII, 445. (1) © Ne licuit populis parvum te, Nile, videre ,, Lucan., X, 296. (2) G., IV, 291. (3) Carigg Xote Vena, AVI, 800.0 188 EVARISTO SAN GIOVANNI Le sorgenti si perdono a mezzodì nelle regioni inesplorate, sono avvolte nella leggenda: il Nilo nasconde il capo (1). La conoscenza dei Romani non va al di là della cosidetta isola di Meroe “ l’ultima Tule ,, dell’Africa. È questa l'odierno Sennaar, la vasta pianura compresa tra il Bahr-el-Azrek e l’ultimo af- fluente del Nilo, il Tacazzè- Atbarah (Astaboras). Un tratto di descrizione ne è sbozzato da Lucano (2): l'isola lambita dai due fiumi vorticosi, è feconda di frutti pei suoi neri coloni, allie- tata dai begli alberi dell’ebano; ma quantunque essi frondeg- gino frequenti, non valgono a rompere la luce diffusa, creando un po' d'ombra: sulla terra pende spietata la costellazione del Leone. Quindi gli epiteti di calida (3), arens (4), sicca (5). Se- gregata dal mondo, lontanissima, oltre la quinta cateratta, l'isola di Meroe viene evocata da Properzio per riposar la mente eccitata dalla visione del Ionio su cui galleggiano spez- zati gli scettri dei re egiziani. Sparso il capo di rose, egli si volge ai poeti: “ L'uno canti 1 Sycambri, altri il regno nero di Meroe , (6). Il colore oscuro degli abitanti dell’isola è notato ancora da Ausonio (7): eglino sono wigri per Lucano, fusci per Properzio e atri in Ausonio. Alle cateratte accenna Ovidio: il Nilo cade in un letto più ampio (8). Lungo la prima cateratta da File a Siene e ad Elefantina, enormi massi di porfido nero e di granito provocano gorghi e rapide. La mente impressionata è condotta ad esagerare l’al- tezza di quelle moli fantastiche, che si protendono tra la spuma, che si sovrappongono le une alle altre, come i resti di un’im- mane rovina. Strani racconti si diffusero in Occidente sul fra- PIP RON, i, dl ORI FOR) Ce LV dd, 00 LUCANA 191, 296. (2): Ku 303) (3) Teva o td DZL (4) Loan, IV, 338; (30; Last INS {6}, 6, 78,. (7) Epist., 19, (6) 0%, XIII, 7. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 189 gore assordante delle acque cadenti da tali precipizi (1), ma nessun’eco ne rimase nella poesia. A partire dall'isola di File, la violenza del Nilo cede il luogo ad una calma grandezza (2): è il tepido Nilo (3), che gonfio irriga (4) lentamente i campi della Tebaide e dell’Epta- nomide. Al solstizio d'estate rompe le dighe (5) per apportare il suo beneficio alla valle (6). Lucano si perde in una discus- sione scientifica sulle cause dell’inondazione, critica Anassagora ed Euripide, allontanandosi da ciò che deve essere la vera poesia, alla quale noi chiediamo immagini e sentrmenti (7). Invece il poeta delle Georgiche (8), con poche pennellate dipinge così vivamente il paese inondato, che ci richiama uno di quei quadretti di scuola fiamminga, mirabili per semplicità ed espressione. Vediamo i riflessi metallici delle acque stagnanti che hanno allagato la campagna (9): la liquida distesa pare senza confine. L’Egizio va in barca sopra i suoi campi, da un villaggio all’altro, tendendo la vela dipinta. E il verso che esprime questo fatto è agile come la leggera canoa sospinta dai venti etesil: | Et circum pictis vehitur sua rura phaselis. Il fiume che si ritira, prima negli sparsi canali, poi a mano a mano rientra nel suo alveo, serve di similitudine nell’Eneide per descrivere il convergere dello scintillante esercito dei Ru- tuli e dei Latini in una via comune (10). | Due colori predominano nel paesaggio dopo l’inondazione, il nero del limo ed i verzieri precoci (11). (1) Crc., Somm. Scip., 5; Senec., Nat. Quaest., 1V, 2, 5. (2) Senec., op. cit., IV, 2, 4 (3) Prop;; III, 238,8; Lucan, IM, 199; Iuva X, 149; Sx, 07, 619; Craup., Cfr. Srat., Silo., V, 1,99 an merserit agros Nilus ,. TX18L ) ) ) ) IV, 288. ) ) y Gi, IM 291 790 | —EVARISTO SAN GIOVANNI Ma queste sono scene idilliache; ecco turbata la pace agreste: il Nilo si svolge maestoso, squarciato dalle prore dei vascelli da guerra, che sollevano ondate (1): viene la giornata di Azio; poi i sette rami, scemati della loro potenza militare, scorrono come prigionieri (2). $ 2. Le città erano specialmente numerose alle foci del Nilo: per esse il fiume poteva realmente chiamarsi ricco (3). Il fango che il Nilo depositava nella pianura non tardava a mutarsi in ricchezza per le industriose metropoli del Delta. Al confine orientale appare la fortezza di Pelusio tra pa- ludi e maremme, domata dal ferro romano (4). Sullo sfondo ondeggiano campi di lenticchie (5). Ad occidente Canopo, che prima della fondazione di Ales- sandria era il porto più attivo dell’Egitto, va famosa per la licenza de’ suoi abitanti, che si acuisce e imperversa sopra- tutto nelle solennità religiose (6). Quando Giovenale vuol portare l'esempio di una lussuria sfrenata e irraggiungibile, cita Canopo (7). Sulla contrada lasciva sciami d'api suggono il loto e gli altri fiori emergenti dal limo e si spande un susurro d’arnie (8). Il ramo Canopico ed un intreccio di canali formano il lago Mareotide, più generalmente conosciuto col nome di palude a cagione della sua onda pigra (9). Le sponde intorno sono co- perte di vigne e i grappoli bianchi -si coloriscono e prendono sapore sotto il raggio del sole africano (10). Il vino Mareotico 1); 86 (2) Prop., II, 1, 33, “ Septem captivis debilis ibat aquis ,. — Cfr. Vera., A., VIII, 726. “ Euphrates ibat iam mollior undis ,. 148) Fo.) XIILA9?, (4) *Propi; TT,9; bb. (5 Vere, 0,1) 228; Ausor,, De, 0 (6) Grar., Cyneg., 42. (7) VI, BR 46; (8) «Vena. Gi PV987, (9) Lucan., IX, 159. (10) Vera., G., II, 91; Lucan., X, 161. — Per l’analogia di altri scrittori (Prin., H. N., XIV, 8; Srar., Sélo., III, 224; Srras., XVII, 35) e specialmente del contemporaneo Orazio (ved. cit. seg.) ritengo che il luogo di Virgilio ) ) ) 3) ) 0) L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 791 offuscava l’esatta visione delle cose, mantenendo in un’incerta ebbrezza la mente alla sensuale Cleopatra (1). * Tra i campi (2), le vigne e il mare grandeggia Ales- sandria (3). Come gli storici romani non risparmiano critiche aspre ai vinti, così i poeti non trattengono il biasimo: Ales- sandria è una terra di tradimenti (4). Di fronte al nucleo prin- cipale di Alessandria si stende l’isola di Faro, congiunta alla città mediante la diga dell’Heptastadion. Il nome dell’isola vale per sineddoche l’intera Alessandria. Così Valerio Flacco, dicendo otia laeta Phari (5), allude in genere alla spensierata vita ales- sandrina. Per la sua posizione Faro è chiamata da Lucano la chiave del mare (6). Gruppi di palme coprono quella striscia di terra (7). La favola narrava delle grotte di Faro, che erano state asilo di Proteo (8). A vespero di Alessandria, dove le sabbie estese e profonde fanno presentire la vicinanza delle Sirti (9), si apre il Pare- tonio (10). | Risaliamo il corso del Nilo. Sul braccio orientale s’innalza Bubasti, la città santa (11). Questo solo aggettivo dice molte cose: la divinità, le feste, i pellegrinaggi. Bubasti era la sede del culto di Bast, l’Artemide egizia. Una moltitudine di popolo vi si recava, seguendo in grandi barche la corrente del fiume, sia da riferirsi di preferenza alla Mareotide egizia che non alla contrada dell'Epiro che portava lo stesso nome. Cfr. G. RawLINSON, History of Ancient Egypt, London, 1881, I, p. 168. (Ch Hog, eda, ee (2) Ov., Met., IX, 774. (3) Haec Nilo munita quod est, penitusque repostis Insinuata locis, fecunda et tuta superbit. — Auson., 287, 6. (4) Prop.; IIII, 10 (11), 83. Cfr. Marr, X, 26, Nilum fallacem x (5) V, 424. Ved. I, 644; IV, 408, 417. La menzione di Faro in VII, 85, non si riferisce all'Egitto, bensì al porto di Ostia, dove Claudio innalzava una lanterna ad esempio di quella costrutta alla punta orientale di Faro da Sostratéè di Cnido (Suer., Claud., 20). Cfr. Iuv., XII, 76. “ Tyrrenam Pharon,. (6) X, 509. (7) Am., XINI, 7. Cfr. Met., IX, 774. (8) Vere., G., IV, 387; Van. Fracc., II, 318; Craup., Epithal. Honor., 50. (9) Lucan., X, 9. (10) .Ov,;. Met. Doe TA, (11) Ov., Met., IX, 693. (92 EVARISTO SAN GIOVANNI confusi insieme uomini e donne, cantando al suono dei crotali e dei flauti (1). L'industria del lino, che fioriva nei dintorni, ser- viva ai bisogni religiosi dell'Egitto (2). Fuori del Delta, Menfi, compresa fra il ramo principale del fiume e il Bahr-el-Iuseph, è ricordata per il clima asciutto (3) e per la fine miserabile di Pompeo (4). Non un accenno alle sue dieci dinastie, se non si voglia considerare come un riflesso dell’antica opulenza il dives di Valerio Flacco (5). Nell’Egitto superiore, dove il fiume descrive un arco verso levante, resistono le calde mura di Copto (6), che ebbe comune il nome con la lingua che risultò l’ultimo travestimento della favella dei Faraoni. Più a mezzogiorno Tebe antica, dalle cento porte, non è ormai che una rovina (7), giacente tra le palme (8). Così chiudesi il quadro che i poeti romani offrono dell’at- traente valle. Ma al di là dei monti Libici, Catullo ci mostra ancora tra un ribollir di sabbie l’oasi di Giove Ammone (9) (tò °Auuwviov), considerata come una dipendenza dell’ Egitto. (Il poeta vuole dalla sua Lesbia tanti baci quanti sono i granelli dell’arena libica). Nell’oasi sacerdotale brilla una fonte, chia- mata la fontana del sole (10). (1) Leggasi in Eroporo, II, 60, la bella descrizione di questi pellegri- naggi fluviali. È supponibile che Erodoto sia già stato fonte per gli stessi Latini. (2) Gran, Cyneg.; 42. Cia. p. 10. (5) Her, 0,411, °26, 10} Iox.,, 15, 122. (4) Pror., IU» 10 (11), 94, (5) IV, 407. (6) ny, SY (7) Iuv., XIII, 27; XV, 6, “ vetus Thebe centum iacet obruta portis ,. Cfr. Hom., Il., IX, 883, at 0° ékatéumuhoi eiot. de, (DL VILO, (10) Presenta lo strano fenomeno di essere fredda di giorno e calda durante la notte. Lucrezio (VI, 848) ne attribuiva il fatto alla rarefazione dei corpi. — Ov., Met., XV, 310; Iuv., VI, 550. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 793 II Mitologia. $ 1. Iside. — $ 2. Io. — $ 83. Osiride. — $ 4. Api. — $ 5. Il Nilo. — $ 6. Am- mone. — $ 7. Anubis. — $ 8. Busiride. — $ 9. Memnone. — $ 10. Be- renice. $ 1. I giocondi miti de l’Ellade hanno un contenuto essen- zialmente poetico; invece la mitologia egizia, la cui manifesta- zione tangibile nell’arte scultoria e pittorica fu uno stuolo di divinità ferine, nasconde sotto tali simboli un significato pro- fondamente filosofico, tenta di spiegare la ragione stessa della vita nella vallata del Nilo. Iside (si 4) nella sua più semplice espressione, altro non è che la vallata medesima che viene fecondata dal Nilo, il quale è una forma di Osiride. Si trovava comunemente rap- presentata in figura di vacca: la si riconosceva alle corna fal- cate a mo’ di luna, e a una corona di biondeggianti spighe in oro lucente (1). Era anche la dea protettrice della navigazione: quindi la presenza del vascello tra gli attributi di Iside (2). La cecità consideravasi un effetto della collera di Iside, che colpiva col sistro il ribelle negli occhi (3). I suoi riti si estesero lontanissimo, e all’epoca di Clodoveo ancora perduravano nelle Gallie (4). La festa del vascello che cadeva all’aprirsi della primavera — quando cessate le tem- peste invernali, le acque ritornavano navigabili — si celebrava dall’Ilisso e dal Cefiso alla Senna. Giovenale dice scherzosa- (1) Ov., Met., IX, 689. (2) Auson., 385, 24. (8) Fow.; "XIII, 98: (4) Alcuni dotti hanno creduto che la città di Parigi fosse così chia- mata perchè vicina ad un tempio d’Iside: Para Isidos. Il tempio sorgeva nel luogo dove più tardi fu innalzata la chiesa di StGermain-aux-Prés. Si aggiunga che Parigi aveva per arma il vascello, noto attributo di quella divinità. I sacerdoti risiedevano a Jassy, borgo che dovrebbe ugualmente ad Iside il suo nome; le rovine del castello da loro abitato si vedevano ancora al principio del sec. XVII. 794 —EVARISTO SAN GIOVANNI mente che Iside mantiene i pittori (1), i quali trovano lavoro nel dipingere le tavolette votive dei naufraghi. Altra festa di Iside, che godette di una celebrità anche maggiore, era la solennità dei tre giorni in novembre, detta « bS il pianto d'Iside ,. — Osiride, il dio buono, è morto; dispe- rata lo cerca Iside (2), la madre terra, sospirando gli abbrac- ciamenti dell'amato consorte (3). In questa ricorrenza il popolo piangente accompagnava la processione dei sacerdoti, tonsurati e vestiti di lino, che cir- condavano i simulacri della divinità (4); crepitavano i sistri, i quali rimasero l'emblema delle festività egizie tanto sacre che profane (5). Finalmente, quando Osiride era trovato, il popolo levava un acuto grido che ancora echeggia in una satira di Gio- venale (6). La religiosità e la superstizione toccavano il ridicolo. Gio- venale cita l'esempio di una beghina che si sarebbe recata da Roma ai confini dell'Egitto, qualora 1 sacerdoti glielo avessero imposto, per recare al romano santuario d'Iside le calde acque di Meroe (7). Ma l’allusione più costante nella poesia latina, è alla ca- stità cui eran tenute per nove giorni e nove notti le matrone che sfilavano davanti agli incensieri della vacca egiziana (8). Properzio, ricordando “i puri giorni di Iside ,, scaglia un dardo a una lenona (9); Tibullo pietosamente si lagna (10); Ovidio con- siglia la cosa, come pretesto, alle scaltre amanti (11). Ma se una (1) XE 48 (2) Ov., Met., IX, 693, “ nunquamque satis quaesitus Osiris ,. (3) F. Rossi, Delle dottrine religiose dell’antico Egitto (estr. dagli * Atti della -R. Accad. Sc. di Torino ,, anno 1907-8, p. 9). (4) Iuv., VI, 584. Per il vestiario dei sacerdoti che doveva essere esclu- sivamente di lino, efr. Ov., Met., I, 748, linigera turba; Mart., XII, 29, 19, linigeri; CLaup., 3, 572, liniger, ecc. (5) Oy, Aa, LUI, 9,83, Met., IX, 695, 778; 785: Tina], d:48: Marmi 1.0, Stat., Stlo., III, 2,103; Auson., 418, 24. (6). VIII, 20. (GV Ag (8:00, Ave HI, BI: (OL, B4 LL. I pa. (o VITE L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA © 795 bella donna avesse peccato, non le era difficile ottenere il per- dono da Osiride, recandosi pentita al penetrale con una buona oca ed un po’ di focaccia (1). $ 2. La leggenda di Io è un rilevante esempio di quella fusione di miti greci ed egiziani di cui risultò formata la reli- gione egizia a Roma. La leggenda nacque in Grecia od in Oriente? — Certo, così come la possediamo noi, gli elementi greci superano gli orientali; ma bisognerà ricercarne lo spirito, scoprire quel significato che si annida in fondo ad ogni mito. . La poesia romana ereditò dalla greca una grande simpatia per la sventurata fanciulla; dell’odissea amorosa di Io seguiamo le traccie attraverso le lettere latine del tempo migliore. C. Licinio Calvo scrisse probabilmente sull'argomento un poemetto, di cui L. Mueller raccoglie sei o sette piccoli fram- menti (2). | | Ovidio, il poeta degli amanti, è ispirato da una gentile pietà per la bella infelice: vi accenna nei Carmi (3), nelle Eroidi (4), nell’Ars Amandi (5), e ne parla lungamente nelle Metamorfosi (6), dove tesse il commovente: romanzo di Io, talchè prima che si scoprisse Bacchilide, si conosceva il mito specialmente dalle Metamorfosi, che ancor oggi rimangono una fonte di massima importanza. Properzio invece ha dinanzi, più che la fanciulla greca, la dea egiziana (7). i | La fanciulla ricompare nuovamente nell’ Eneide. Tra il sangue delle battaglie, l’occhio riposa un momento sulla scena quasi idillica che fregia lo scudo di Turno (8). la sventurata. Spetta a Licinio Calvo il merito di aver trovato questo motivo, a giudicare dalla letteratura latina quale ci è (LI iu Vo (2) In Append. al Liber di CatuLLO, p. 85. (5) IID: 1901108, (4) XIV, 105. (RL ST: (6) 1,538; (7)STIO 98: (8) VII, 789. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 54 796 — EVARISTO SAN GIOVANNI rimasta. L'erba sa di amaro ad Io, di leggiadra fanciulla dive- nuta giovenca. Così Calvo ed Ovidio (1). Ed essa berrà l’acqua dei fiumi, dice Properzio; limacciosa, soggiunge Ovidio. Nella narrazione questo poeta ha tratti di fine psicologia, come il dolore del padre Inaco, descritto al vivo in due riprese (2) (ta- luna osservazione si mostra tanto vera e profonda che restò proverbiale) (3), e la gelosia di Giunone che non vedendo il marito e ben conoscendo gli strappi che è solito fare alla fede coniugale sospetta subito dove egli si trovi. Giove, il signore dei fiumi vaganti, paventa l'ira della donna, e per evitarla dà principio alla pietosa metamorfosi. Quadretto tipico nell’arte figurativa è quello di Io già tramu- tata in giovenca, custodita da Argo con a lato il padre dolente. I personaggi si trovano così disposti in Ovidio durante le la- mentele di Inaco. Virgilio che certo vide la scena effigiata in qualche pit- tura vascolare o murale (4), ne fa oggetto (5) dell’incisione che adorna lo scudo del re dei Rutuli: Inaco, come quasi tutti gli dèi fluviali, è ivi rappresentato nell’atto di versare acqua da un'urna. Secondo Ovidio, quando ba tocca la terra di Egitto, cade sui ginocchi implorando la fine del suo martirio. Giove impetra da Giunone la grazia: la situazione eminentemente umana fa supporre ciò che doveva passare tra i patrizi e le matrone del secolo d'Augusto. Giunta in Egitto, Io si confonde con Iside: Nunc dea linigera colitur celeberrima turba (6), e vi partorisce Epafo, che fion è altri che Api. il culto a lei tributato è il culto d’Iside, come risulta pure (1) ‘ Herbis pasceris amaris ,, CaLv., frag. 9; “ amara pascitur herba ,, Ov., Met., I, 632. (2) 583-587; 642-663. (3) © Atque animo peiora veretur ,, 587. (4) Di questo genere di pitture possediamo una traccia a Pompei, dove nel tempio d’Iside, riedificato dopo il terremoto del 63 d. Cr. dalla famiglia dei Popidii, esistono due immagini rappresentanti la leggenda di Io. (5) argumentum ingens. (6) 748. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 197 da Properzio, imprecante alla divinità che il Nilo ha regalato a Roma, divinità crudele che separa i cupidi amanti, imponendo alla bellezza una castità forzata. Simbolicamente considerata, Io pellegrina è la luna errante; Argo da’ cent’occhi che invigila su di lei, il cielo stellato (1). Nei tempi seriori Iside fu creduta la luna (cfr. Osiride dio so- lare), e si trovò la ragione delle sue corna nell'arco di luna. In egiziano uno dei nomi della luna è /oh; e questo pare un argomento sufficiente per ritenere che il mito di cui discor- riamo, non soltanto abbia per mèta l’Oriente, ma di qui si di- parta. La greca vanità, come fece Osiride figliuolo di Foroneo re d’Argo, così volle credere Io nata da uno de’ suoi fiumi. Noi chiameremo questa divinità che è Iside medesima sotto le forme di Io — Istde-Io. La vaga protagonista per cui Ovidio trovò le note più dolci del sentimento e la dea severa per cui la Cinzia di Properzio voleva essere monda, sono una sola persona. Le forme onde si abbellì sulle rive dell’Egeo, le dànno una grazia tutta ellenica, ‘ mentre il rito egizio che la circonda, sembra velare di solen- nità e di mistero questa sua troppo viva bellezza. $ 3. Lo squarcio più importante per conoscere il concetto che 1 Romani avevano di Osiride, consiste in una ventina di versi di Tibullo (2). Osiride è dio agreste, inventor dell’aratro ; presiede ai lavori della campagna, e siccome tra di essi vi è la coltura della vite, questa occupazione gradita diventa la sua cura principale. Ciò risulta dalla proporzione stessa dell’elegia di Tibullo; i versi che parlano dell’aratro, della seminagione sono soltanto quattro, tutto il resto è dedicato all’uva, alle can- zoni e ai balli. Egli insegnò a sostenere coi pali la debole vite, a potarne i pampini e a pigiarne i grappoli maturi. E poichè l’ebbrezza del dolce liquore muove al canto ed alle danze, Osi- ride resta il dio degli spensierati amori e dei simposii incoro- nati di ghirlande e avvolti nei profumi. I Romani, come del resto i Greci (3), non colsero che questo (1) Cfr. Ov., Met., I, 664, “ stellatus... Argo ,. (2) I, 7, 29. (3) Ved. Herop., II, 42. 198 EVARISTO SAN GIOVANNI aspetto della divinità egizia. Nell’elegia di Tibullo, Bacco è si- nonimo di Osiride, e Ausonio ponendo la parola in bocca al dio, proclama tale identità : Ogygia me Bacchum vocat, Osirin Aegyptus putat (1). | Giova notare che l’aratro non rappresentava per l'Egitto uno strumento indispensabile all’agricoltura (2), e chi insegnò l’uso del frumento, secondo i testi, è Iside (3). | All’Osiride degli Occidentali risultante da una tal conta- minazione e non rispondente che per una parte alla divinità egizia, non si può dar nome più proprio che Osiride-Bacco. Il lato comune è che anche Osiride (= | HR) degli Egiziani, apportatore di fertilità, tripudia tra i ricolti, se non tra le vendemmie (4). Ma Osiride per gli Egiziani è più che un apportatore di fertilità, è la fertilità stessa. L’essenza della persona di Osiride doveva necessariamente rimanere incompresa dai Greci e dai Romani, perchè si collega intimamente con la natura del. suo paese di origine e non ha valore fuori di lì. La mitologia è una spiegazione poetica dei fenomeni natu- rali: vi sono persone mitologiche, come Febos e Selene, che si adattano bene per tutti i paesi; ma nell’Egitto avviene un fe- nomeno sconosciuto al mondo classico: l’inondazione. Le imma- gini, i miti peculiari e bellissimi che essa suscitò non poterono che essere travisati uscendo dalla valle del Nilo. Abbiamo detto che Iside è la personificazione di questa valle; Osiride uomo (5), è la forza che la feconda: il Nilo è un'emanazione di lui, il Dio-Nilo (Api) una sua forma. Quando 11 Nilo decresce e i venti del deserto libico disseccano le cam- pagne, Osiride è ucciso da Tifone (il deserto) che ne fa il corpo. a pezzi e li disperde per tutto l’Egitto (6). Allora si rappre- sentava .“ IZ pianto d’Iside ,. Era il novembre, quando la na- (DOS. (2) Herop., II, 14. ) Cfr. Ov., Met., IX, 689, “ cum spicis nitido flaventibus auro ,. ) PLur., De Iside et Osiride. i ) Lucan., VIII, 882. }H..Rosst Lic. CONTEA LETT Gi UT > WI L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 799 tura muore fra noi, epoca in cui si celebra ancor oggi la so- lennità dei Morti. Col solstizio d’estate Osiride risorgeva; risor- geva in Egitto con l’onda crescente del Nilo, e fuori della valle, a Roma, dov'era ospite nume, ridestavasi alla vita col verzi- care dei prati e lo sbocciare dei germogli. Era diventato così popolare che si giurava per Osiride (1), come per Polluce. Un simbolismo posteriore, come fece di Iside la tf COSÌ reputò Osiride la divinità solare; e in questo significato più generico poteva essere compreso da ogni nazione: il sole è il fecondatore di tutte le terre. E qui riscontravasi un nuovo punto di contatto con Dioniso, perchè gli Orfici nei loro misteri in- segnavano che il tracio Iddio non era altri che il sole. $S 4. Api (R OA ia era l'incarnazione di Osiride per virtù di Ptah (2), ed a sua volta uno dei simboli del Nilo. Tibulle sembra riconoscere ciò, quando fa ad un tempo il Nilo, Osiride ed Api oggetto del canto della gioventù egiziana (3). Ma la poesia non s’indugia sopra questo valore della divinità, si appaga di riportarne l'impressione, di dare un'immagine. Il bue Api ha il mantello maculato a varii colori (4); nelle sacre pompe, tra la moltitudine che segna spiccano le corna del bue divino (5). $ 5. Le invocazioni al Nilo, sparse in Ovidio (6), Tibullo (7) Stazio (8), Claudiano (9), sono un'eco degli inni che gli Egiziani. elevavano al dio fluviale, emanazione di Osiride. Di tali inni esempio bellissimo è quello pubblicato dal Maspero (10). (1) Hor., Ep., I, 17, 60. (2) Ptah, sotto forma di un fuoco celeste, fecondava la giovenca mel cui seno era concepito Api. La giovenca passava per vergine anche dopo il parto. (OY 20 (4) Ov., Met., IX, 693. (5) ;Craup;; 81575. (6) Met., IX, 775. (Ieri (8) FReb., IV) 7087 800; 100, 77, (9) 1, 38. (10) Hymne au Nil, Paris, 1868. 800 EVARISTO SAN GIOVANNI “ Nile pater , comincia Tibullo e dopo aver adombrato con un'immagine le ignote sorgenti, espone un concetto che verrà ripetuto da Claudiano (1): grazie alle piene provviden- ziali, l'Egitto non ha bisogno delle incerte pioggie. Questo luogo è l’unico in cui si rialzi alquanto l’idillio assai pedestre di Claudiano. - Il Nilo è detto padre anche da Stazio nella Tebaide. L’E- gitto attende con l’avidità di chi ha sete il suono del padre ondoso che monta, per donare alla contrada i frutti ed un co- pioso ricolto di messi. La statua del Nilo, un giorno vanto dell’Italia ed ora pur- troppo ospitata nel Museo delle Tuileries (2), è una espressione nell’arte plastica dell’idea medesima manifestata da Stazio. Ri- ferendosi al culto, Stazio nelle Selve chiama sacro il fiume al quale nella terra del loto inneggiavano i cori giovanili (3). $ 6. Ammone (| Ha O sÌ Amen bi anticamente apparte- neva agli dèi del primo ordine, ma all’epoca romana Iside e Osiride avevano acquistato una maggior popolarità. Dapprima sede del suo culto era stata Tebe; decaduta questa città con la fonda- zione di Alessandria, andarono famosi gli oracoli del Dio situati nell’oasi di Siuah in mezzo al deserto libico, la quale per altro era una colonia di Tebe. Ammone, secondo il significato del suo nome che vuol dire nascosto, è “ quella forza occulta che trae le cose alla luce , (4). I Greci identificarono Ammone col loro Zeus, i Latini con Giove. I Latini sembrano ignorare il Dio di Tebe: 1 loro ac- cenni si riferiscono tutti all’oracolo libico, non meno celebre di quelli di Delfi e di Dodona. (1) EipyLr. c., v. 5, “ Aegyptus sine nube ferax ,. (2) Essa è una copia dall’antico, scoperta sotto Leone X che la pose in Vaticano accanto alla statua del Tevere. La maestosa figura del fiume è stesa sopra un plinto il cui piano rappresenta le onde. Il Nîlo tiene nella sinistra una cornucopia da cui escono spighe, uva e frutti di loto. L’indole del nostro studio, che ha per oggetto non le immaginazioni dei Romani in genere, ma soltanto la loro poesia, ci vieta di descrivere minutamente quel capolavoro. Cfr. Mus. Pio-Clement., 1, 30. (3), Tra., L. c.;) © Te canit... pubes,.. barbara ,. (4) F. Rossi, o. c., p. 4. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 801 L’epiteto di Ammone è “ cornuto ,: corniger, recurvis cum cornibus (1). Evidentemente i poeti avevano dinanzi alla mente le statue e i bronzi greco-romani più che gli originali egizi. L’attributo costante e caratteristico di Amen Pa, sotto qual- siasi forma si presenti, umana o ferina, non sono le corna, bensì due lunghe penne sul capo e il disco solare. Le corna costitui- scono uno degli attributi secondari e possono anche mancare. Esse derivano dalla rappresentazione del Dio con testa di ariete, nel qual caso sono sormontate dagli altri attributi. Le corna vengono talvolta conservate anche quando Amen Ra è figurato con testa umana o di coccodrillo. Ma diventano un distintivo del Dio onorato dai Greci e dai Romani. L’arte classica consacrò ad Ammone un gran numero di monumenti. L'estetica ellenica alla quale ripugnava la testa di ariete, collocò le due corna, ricurve in basso, tra la folta ca- pigliatura che incorniciava le virili fattezze di Zeus. Nelle rap- presentazioni romane e specialmente nelle monete romane del- l’Africa, Giove Ammone tiene più dell’ariete nella brutale espressione del viso, e persino, oltre alle corna, ha orecchie di montone, come si osserva nelle monete della Cirenaica. Tra i miti riferentisi al Ammone, la favola di Garaman- tide infiora la poesia latina. È la ninfa di Libia che Giove rapì e rese madre di tre figli, Iarba, Fileo, Pilummo. Ma la favola non è di origine egizia e sembra creata dalla fantasia degli Oc- cidentali per spiegare il nome dei Garamantidi, popolo che abi- tava nell'interno dell’Africa, a mezzogiorno dei Getuli (2). $ 7. Tra le divinità animalesche dell'Egitto la più popolare ai Romani e quella che li eccitò maggiormente al riso (3), fu Anubis E 0 dA li (1) Ov., Met., V, 17, 828. Cfr. Lucan., IX, 545, 514, “ corniger lupiter; tortis cum cornibus Ammon ,. (2) Vera., A., IV, 198; VI, 795; Lucan., IV, 344; Sin. Irar., V, 194; VI, 705; XIV, 499. (8) Iuv., VI, 534. Cfr. XV, 8. Tutta la satira XV è una sarcastica re- quisitoria contro il costume religioso dell'Egitto, che vi è chiamato “ vaneg- giante ,. L'una regione adora il coccodrillo, l’altra paventa l’ibis sazia di serpenti; è reputata sacra l’immagine aurea di un cercopiteco; hanno un 802 -‘-EVARISTO SAN GIOVANNI È una divinità punitrice: “ latra contro tutti coloro che penetreranno per forza, ferisce il colpevole nel suo dorso e lo getta a terra , (1). Veniva rappresentata di solito con testa di cane (2). Da Virgilio (3), Ovidio (4), Properzio (5), riceve l'epiteto di “ la- Uraboroy, . Bisogna osservare che essa è la forma femminile di (| O Dai) °Anpu, dio funerario, il quale ha nella mitologia egizia attributi (6) e compie uffici (7) ben diversi da ’Anupt. Ciò non toglie che gli autori classici abbiano talvolta con- fuse tra loro le due forme, come ora fanno abitualmente 1 les- sici di antichità greco-romane (8). | $ 8. Il mitico re Busiris non è menzionato dai testi egi- ziani, ma dagli autori greci. La leggenda di questo re ricorda molto da vicino quella del toro di Falaride. Da nove anni man- cando le benefiche alluvioni, i campi erano arsi, allorchè Trasio si presenta a Busiride e gli dimostra che Giove può esser pla- cato spargendo il sangue di un ospite. E Busiride risponde: “ tu culto i gatti, un pesce del fiume. È proibito mangiare la carne degli ovini, un delitto addentare aglio o cipolla. | (1) F. Cnasas, Pap. Harris, p. 40, 189. (2) “ Catal. del Mus. di Torino ,, p. 58, n. 686. Mus. di Torino, piano super., sala I, armad. B, scaff. n. 453. (5) A., VIII, 698. (4) Met., IX, 691. (5) IH] 11, 41. - (6) Testa di sciacallo. | (7) Era una specie di messaggero che portava al defunto l’essenza è del paese di Manu che rendeva le membra incorruttibili. (8) Per es. il Daremberg et Saglio (Paris, 1873) e il Liibker-Murero (Roma, 1891) credono che Anubis avesse la testa di sciacallo, che invece sappiamo era propria di’Anpu, e attribuiscono la testa di cane ad un'illu- sione dei Romani, i quali avrebbero preso lo sciacallo per un cane! Le due divinità, maschile e femminile, si vedono ben distinte in un papiro di Tebe riprodotto alla tav. 251 del ReaMexikon «di Robert Forrer. ’Anpu, maschio, toocefalo, diritto in piedi, attende alla bilancia su cui si pesano le opere dei morti; alla sua sinistra, sopra uno zoccolo di pietra, sta ’Anupt, con he mammelle, e la bocca aperta quasi in atto di latrare. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 803 sarai la prima vittima di Giove e, come ospite, darai l’acqua all'Egitto , (1). Il mite Virgilio chiama Busiride infame (2). I testi egiziani dimostrano che tutto il culto di questo. nome si riferisce ad Osiride. La persona del re Busiride si ricol- lega alla città omonima del Delta. Ora il nome di quest’ultima è appunto size po” 1) Pa-Osiré): “ casa di Osiride ,. Pa-Osiri ha dato il copto TOTCIPI,; di cul 1 Greci hanno fatto Bouoipig; così comprendesi facilmente come sia nata la figura di un re Busiride con gli attributi di Osiride. | Il racconto sanguinoso è un’eco dei sacrifizi umani che, nei tempi antichissimi, i sacerdoti offrivano al Nilo quando tardava a crescere. $S 9. Memnone re degli Etiopi, il nero figlio dell'Aurora, sbarcò sulla spiaggia troiana a difesa della casa di Priamo (3) e vi incontrò la morte per mano di Achille. Il mito narrato in Ovidio esprime squisitamente la tenerezza dell’amor materno (4). L'Aurora si getta alle ginocchia di Giove implorando da lui un segno che sia di onore al caduto. E dagli oscuri globi di fumo della catasta, su cui: arde il cadavere, si sviluppa uno stuolo di uccelli che si innalzano e poi inceneriti ricadono sulla pira. La leggenda greca narrava che la rugiada è il pianto che l’Aurora rinnovella ogni mattina pel figliuolo perduto (5). Il nero colore di Memnone e le tinte aranciate dell'Aurora formano un contrasto che abbellisce la poesia di Orazio e di Ovidio, quando vogliono denotare figuratamente il momento in cui sul fondo cupo della notte comincia a raggiare la luce: e la dorata Aurora si slancia nell’etra sui rosei cavalli (6). (1) Ov., Am., I, 647; . Cfr. Her. 1X, 69; Met.. IX, 182% Stan. Thod., XII, 155. I (2) G., III 5. (3) Vere., A., I, 489, © nigri Memnonis arma ,. 4) Met., XIII, 578-618. 306 Le 6) :Ow.;;1,, 3, 00 Foot, IV. Tia: Hor,, 8.10, 86, 804 — EVARISTO SAN GIOVANNI Giovenale ricorda la statua vocale di Memnone, che fu una delle meraviglie dell’antichità (1). In questo ‘colosso, che muti- lato si vede ancor oggi sulla riva sinistra del Nilo in faccia al tempio di Lougsor, la scienza ha riconosciuto una statua di Thotmes III Bagnato dalla rugiada della mattina, il colosso manda al levar del sole un suono simile ad un brusco accordo. di lira. Data l'intonazione canzonatoria della satira XV, pare che Giovenale reputasse anche ciò una superstizione. Ma il fatto esiste e formò il tormento dei dotti moderni fino al Letronne che trovò la chiave dell’enigma. Però di fronte alla dimostrazione della scienza, sempre ci sorride — considerata nel suo valore poetico — la spiegazione che dava del fenomeno la felice fantasia degli antichi: — in quel suono misterioso era la voce di Memnone che rispondeva al pianto della divina madre l’Aurora. S 10. Le notti, sul cupo azzurro che racchiude l'Olimpo dell'Egitto ellenistico, rifulge una striscia d’oro. E la chioma di Berenice (0 A d scoperta in fondo alla costellazione del Leone, dall’astronomo Conone per cui gli astri non avevano se- greti. È il sacrificio di una sposa, presa d’affanno per il suo re lontano, che ha lasciato il tenero amore per i carri falcati e le bronzee armi (2). L’elegia di Callimaco, questa leggenda, che Catullo volga- rizzò in Roma (3), della chioma raggiante data in voto agli Dei e che un messo alato reca in grembo a Venere e la Ciprigna col- loca tra le stelle, ci appare come un mazzo di fiori che, in mezzo al paese profondamente conservatore e rimasto straniero ai Greci che lo dominavano, il poeta alessandrino offriva alla regina ellenistica. CPT (2) C. Niara, La chioma di Berenice, Milano, 1891. (8) © Graia Canopieis incola litoribus ,, CartuLL., LXVI, 58. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 805 IL Storia. $ 1. Ali Reges. — $ 2. Cleopatra. $ 1. I Romani per cantar di guerra non avevano certo bi- sogno di ricorrere alla storia degli altri popoli; quindi scarseg- giano gli accenni alla storia egizia anteriormente all’epoca in cui essa divenne tutt'uno con la romana. | Per la storia, Lucano è il poeta che si accostò di più al- l'Egitto degli Egiziani: infatti egli menziona i Re indigeni, gia- centi nelle loro favolose sepolture, le piramidi. Nella Farsaglia sono nominati due dei più famosi: Sesostri e Amasi (1). — Sesostri (XIX dinastia) è l'eroe dell’epica egizia e impersona la grandezza militare del paese, la quale con lui tocca l’apogeo ; Amasi (XXVI dinastia) termina “la lunga e maestosa discen- denza dei Re d’Egitto , —: sotto il successore sì compie l’in- vasione persiana. Gli altri dinasti sono ricordati genericamente con la frase: “ Al Reges , (2), che abbiamo data per titolo a questo breve paragrafo. Dei Re ellenistici la poesia romana ricorda Tolomeo Lago, il diadoco che ereditò la reggia di Alessandria (3), e Tolomeo III Evergete con le sue guerre, perchè fu marito della leggendaria Berenice (4). $ 2. Nella poesia che s’ispirò agli avvenimenti del regno di Cleopatra (a all E) O data 2 si possono distin- guere due correnti: l’una è rappresentata dal poeti contempo- ranei e caratterizzata dall’entusiasmo lirico: forma sono l’ode e l’elegia; l’altra corrente è data dai libri VIII (in fine), IX e X (1) X, 276: TX, 155. (QX IX, Tob, (3) Iuv., VI, 88; Lucax., I, 648; V, 62; VIII, 443, 692, 303; X, 4, 86, ecc. (4) Ved. p. 21. 800 EVARISTO SAN GIOVANNI © di Lucano, che tentò l’epopea di quei tempi burrascosi: Lucano ci esalta dove è lirico, ci attedia dove è semplicemente narra- tivo. La Farsaglia canta l'approdo di Pompeo, gli amori di Ce- sare, contro cui si levano le armi di Potino e di Achillas, uffi- ciali di Tolomeo; descrive i fatti, per quanto lo permetteva la storia recente, con quel colorito romanzesco, che ben si confaceva ad un poema, ma che poi rimase in talune storie come una stonatura. L'ala del poeta, altrove impacciata dalla verità storica, potò spaziare negli episodî ; poetica la sepoltura che il busto del “ soldato esperide , riceve sulla spiaggia dalla pietà di un antico commilitone; efficace quadro del lusso orien- tale la cena di Cesare e Cleopatra, data nel tempio stesso: la travatura del soffitto è d’oro, le pareti sono risplendenti di marmi e d’onice, i letti costellati di smeraldi: le ancelle che servono, le une sono negre della Libia, le altre biondissime: pars tam flavos gerit altera crines Ut nullas Caesar Rheni se dicat in arvis Tam rutilas vidisse comas. Lucano fu costretto a segarsi le vene prima d’aver posto termine alla tela del suo poema. La battaglia d’Azio rimase argomento della poesia contemporanea. La conquista greca non fu per l'Egitto che un semplice mutamento di dinastia; la sarissa macedone fece conquista in Egitto, ma il pensiero greco incontrò ostacoli insormontabili nelle antiche tradizioni del paese, e l’opera sua si ridusse alla fon- dazione di una colonia letteraria in Alessandria. L'Egitto con- tinua ad essere uno degli Stati d'Oriente dai tempi di Menes fino a Cleopatra. La battaglia d’Azio (2 sett. 31 a. Cr.) segna l’ultima pagina della storia dell'Egitto e la prima pagina del- l'Impero romano. Con questa battaglia l’Egitto perdette i suoi re ed Ottaviano rimase solo padrone in Roma. Non ci stupisce quindi che l'avvenimento sia celebrato dai poeti dell'evo augusteo (1). Piuttosto desta impressione l’acca- nimento dei poeti contro Cleopatra. — Nefas! esclama Virgilio pensando al suo concubinato con (1) Prop., V, 6, 12, “ Res est, Calliope, digna favore tuo ,. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 807 Antonio (1); fatale monstrum la chiama Orazio (2); femina dice Properzio (3) ed esce nel verso: Scilicet incesti meretrix regina Canopi (4), dove ogni parola suona un insulto, compresa l’allusione al ma- trimonio tra fratello e sorella in uso presso i dinasti egiziani. Tuttociò non si spiega soltanto con l’adulazione, dovuta ad Augusto: qui v'ha di più che un sentimento riflesso. Bisogna spogliarsi, per giudicare, del nostro sentimenta- lismo, che abbiamo ereditato dagli avi medioevali: la cavalleria allora aveva ancora da nascere. L’aura popolare era avversa a Cleopatra. Si ricordi il malcontento destato da Cesare nei Ro- mani, quando verosimilmente nel 45 a. Cr. fece venire la re- gina a Roma e riconobbe il figlio avuto da lei Cesarione. Inoltre il pericolo egiziano (passi la frase) fu tra 1 maggiori corsi da Roma (5). Ma i poeti qui non inneggiano unicamente alla vittoria sul nemico di guerra, alla fine delle lotte civili. La condotta di Ottaviano rappresentava la rivincita dell’uomo ro- mano, avvilito in Antonio dall’affascinatrice egizia. Ho detto dell’uomo e del Romano. Roma era maschia; la concezione che si aveva della donna portava che essa fosse soggetta: Antonio si era lasciato dominare da Cleopatra. Non credo che nessuno vorrà spiegare l’orrore di Virgilio pel concubinato del Triumviro con ragioni morali; nefas/! perchè il Triumviro si era abbassato fino ad una donna straniera (6); il Romano s'era infrollito tra braccia barbariche. La battaglia d’Azio forma la scena centrale dell’incisione a rilievo che arricchisce lo scudo di Enea, ed Apgupa 88 versi nell’Eneide (7). (1) A., VIII, 688. (2) C. I, 87, 21. Cfr. Lucan., X, 59, “ Dedecus Aegypti, Latio fatalis Erinnys ,. (DL XV 00 (4) IIII, 11, 39. Cfr. Lucan., VIII, 693, “ incestae... sororis-,. (5) Hor., c. III, 6, 14: “ Paene occupata seditionibus | Delevit urbem... Aethiops ,. Cfr., I, 37, 6, e Prop., V, 6, 43, “ Romanamque tubam crepi- tanti pellere sistro ,. (6) “ Aegyptia coniux ,, 1. c. Cfr. © Ope barbarica ,, ib., 685. (7) Lib. cit., 647-713, 808 EVARISTO SAN GIOVANNI Un'’elegia di Properzio è dedicata per due terzi (53 versi su 86) alla pittura di questo combattimento navale (1), ritratto con mirabili effetti di luce (2). Come nell’Iliade, le divinità dei due paesi, mentre gli uo- mini si battono sul mare, prendono parte alla pugna dai dominii dell’etra; di fronte a Nettuno, Venere, Minerva stanno Anubis e il confuso stuolo mostruoso degli dèi egiziani (3); Apollo, libran- dosi sopra la nave d’Augusto, consuma i dardi della sua faretra contro i nemici di Roma (4). Per ischerno Virgilio pone in mano a Cleopatra, nello scompiglio della battaglia, il sistro con cui ella soleva guidare le danze. Non entra nel nostro compito la descrizione del Ionio su cui si scatena la tempesta militare : c'interessa invece la fuga della multiforme armata orientale. Veleggia scompigliata: in fondo si apre a rifugio il Delta. Virgilio immagina che il nume Nilo grandeggi laggiù schiudendo le braccia ai vinti: fa segni disperati con la veste cerulea e chiama a sè l’armata a celarsi nei nascondigli de’ suoi canali. La regina stessa si adopra scon- ciamente ad aggiungere vele alla nave fuggente. Così ella scom- pare dalla scena dell’Eneide (5). Ma Orazio non può esimersi dal riconoscere la forza (6) e l’alterezza (7) di questa donna, invasa da un solo pensiero: non servire di ornamento al trionfo del nemico. La sua morte per mezzo dei serpenti è caratteristicamente egiziana. Negli acquitrini del Nilo essi sl agitavano numerosi; strisciavano tra le alghe, sotto 1 fiori i rettili varii alla gros- sezza, al colore, alla potenza dei veleni (8): venivano ospitati (1) V, 6, 15-68. (2) L. c., 26, “ Armorum radiis picta tremebat aqua ,. Cfr. ib., 86, “ Iniiciat radios in mea vina dies ,,. (3) Vere., l. c. (4) Pror., Lc. (5) Un accenno alla sua fine è anticipato al v. 697, “ Necdum etiam geminos a tergo respicit anguis ,. (6) L. c., “ fortis et asperas Tractare serpentes... Deliberata morte fe- Tociof ,. (7) Ib., ‘“ Non humilis mulier ,. (8) Cfr. Lucan., IX, 893, dove parla degli Psilli. L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 809 dietro le cortine dei santuari, dove si movevano pigri attorno ai doni votivi (1) e nella scarsa luce del penetrale brillavano di riflessi argentei (2). Cleopatra si assopisce nel sonno della morte; con lei il Nilo ha cessato di essere fiume regale. Si schiude per Roma l'era imperiale e in tutta l’urbe sono fiori e vino, canti, suoni e balli. Conclusione. La poesia classica, per sua fortuna, non conobbe il genere descrittivo come componimento a sè. Il paesaggio egizio serve di sfondo, di cornice alla mitologia, all’amore, alla storia; tal- volta si trasforma in immagine, diventando un elemento efficace di espressione. Non riscontriamo nei poeti dell’evo migliore la descrizione minuziosa, quella ridondanza di epiteti che scolorisce il concetto a cui vorrebbe dar rilievo: abbiamo il tocco magistrale che suscita di colpo il quadro, anzichè obbligare 1l lettore a racco- gliere i particolari sparsi in una stucchevole analisi. Quest’arte va già perdendosi con Lucano, il quale si sofferma un po’ troppo, p. es., discorrendo del banchetto di Cesare e Cleopatra; ma il poeta della Farsaglia si fa perdonare la prolissità trovando un paio di versi, che sono un accordo armoniosissimo, per le chiome flave delle ancelle. Nella pittura del regno vegetale Ovidio e Virgilio si di- stinguono per copia di colore (3): all’isola di Faro, dove della vegetazione tacciono gli altri poeti, Ovidio dà l’epiteto di pal- miferam; le alghe pullulanti dalla fanghiglia, i campi di lenticchie sono ricordati da Virgilio. Non già impressioni dirette di viaggi in Oriente ispirano le allusioni del poeta: esse procedono dai racconti dei legio- nari, di schiavi e di liberti, e più di tutto dallo spettacolo che il poeta aveva quotidianamente sotto gli occhi. Non occorreva andare in Africa per vedere l'Africa, come non occorreva an- (1) Gu, Ave. RIDI, È (2) Iuv., VI, 588. (8) Cfr. A. HumsonpT, Cosmos, lI, I. 810 — EVARISTO SAN GIOVANNI dare in Asia per formarsi un'idea dell'Asia; una folla variopinta di Persiani, di Indi, di Mauri e di Egizi si riversava per le vie di Roma. Gli Egiziani avevano eretto templi in Roma, dai quali si aveva un saggio dell’architettura e dei riti; — nei trivî, sotto le statue di Giano, giocolieri, incantatori di serpenti e danza- trici (1) offrivano un pittoresco aspetto di ciò che doveva es- sere la valle del Nilo. I guerrieri egizi ognuno li aveva cono- sciuti quando avevano scortato la regina Cleopatra, quando, vinti, seguivano nelle sfolgoranti assise il trionfo di Ottaviano. Ma al paesaggio egizio, quale è nella poesia romana, manca una nota importantissima: i monumenti, quei templi, quelle città dei morti più grandiose di quelle dei vivi..... Stando a Roma non si poteva sentire l'impressione sugge- stiva delle piramidi, che invece commossero tutti i visitatori da Erodoto in poi. Soltanto Lucano accenna fuggevolmente alle monumentali sepolture dei Re. Per noi all’idea dell'Egitto si associa la visione della sfinge, delle piramidi. Lo spirito pratico del Romani amava attenersi al sorridenti orizzonti della vita, lasciando l’incerto oltretomba; questo spunto non era confacente alla loro poetica. L'Egitto viveva ancora: essi parlarono della corte tolemaica, piena d’in- trighi, delle folle lascive di Canopo: non posero piede nelle colossali necropoli, dove noi andiamo a cercare l'Egitto che non è più, dove ci aggiriamo inquieti, tentando di strappare agli obelischi il loro mistero. Per noi il mastabas, la piramide sono l'emblema dell'Egitto; pei Romani è il sonante fiume datore di fecondità. | I I Romani s'impadronirono del paese, ma lo spirito dell'Egitto, il mondo interiore — pensiero e sentimento — di questo popolo che fu chiamato il più religioso della terra, è una conquista moderna. Occuparono l'Egitto ellenistico, ma l'Egitto dei Faraoni, difeso da’ blocchi di porfido e di granito, doveva aspettare per secoli 1 suoi novissimi conquistatori. (1) In Properzio (V, 8, 39) Nilotes (soprannome di Iside) è una suona- trice. Altri nomi di origine egizia, penetrati nella poesia romana, sono : Nileus (Ov., Met., V, 187), uno dei nemici di Perseo nel combattimento contro Fineo; Osiris, guerriero dell’Eneide (XII, 458). L'EGITTO NELLA POESIA ROMANA 811 Nell’epoca ellenistica il vecchio albero della religione egizia si spandeva in foglie ed in germogli (1), e sarebbe occorso di- scendere alle radici per comprenderne la religiosità profonda e persino tetra. Ma il Romano si contenta di quelle foglie e di quei fiori, senza indagar più oltre; e ben poca affinità psichica passava tra il ricco egiziano che spendeva la vita a fabbricarsi una tomba, ed il poeta latino che si affretta a godere l’attimo fuggente non curando il domani. Pure, anche nelle sue esterio- rità la religione egizia aveva qualcosa di affascinante; le pom- pose cerimonie, in fondo a cui sedeva il mistero, esercitarono sui popoli che vennero a contatto con gli Egiziani, un’attrazione intensa e il culto delle principali divinità si sparse in Occidente, aiutato nel suo diffondersi dal carattere voluttuoso di riti intesi a glorificare la vita nelle sue sorgenti. Del numeroso Olimpo egizio la poesia latina conobbe gli Dei ai quali erasi innalzato un tempio in Roma; si indugiò con particolare compiacenza sui miti che si ricollegavano con la leggenda greca, anzi qualche mito accolse, che, frutto della fantasia greca, pur riferendosi all'Egitto, rimase estraneo a questa contrada. Le opere dei Greci, i vivi racconti dei soldati reduci, le descrizioni meravigliose a cui accresceva fascino la lontananza, la turba di Egizi che, tratti schiavi o ivi convenuti in cerca di fortuna, si aggiravano pei crocicchi dell’Urbe, le patrie battaglie tramutate in altrettante vittorie, ecco le fonti da cui i poeti romani derivarono 1 loro canti. | La poesia colse il riflesso occidentale dell'Egitto, 1’ ultimo guizzo che quella civiltà, ormai prossima a spegnersi} irraggiava sull'Italia. (1) Cfr. Erman-PerLeGrINI, La religione egizia, Bergamo, 1908, p. 268. Il libro dell’Erman, lodevolissimo sotto altri aspetti, è alquanto mancante per ciò che riguarda la diffusione della religione egizia in Europa (vedi recens. in “ Studi storici per l’antichità classica ,, diretti da Ett. Pais, II (1909), p. 480). Il presente studio vorrebbe, almeno in parte, sopperire alla lamentata deficienza. Atti della R. Accademia. — Vol. XLV. DO 819 LUIGI PARETI Note sul Calendario’ Spartano di LUIGI PARETI. Di alcune questioni concernenti il Calendario Spartano ebbi occasione di trattar brevemente in un mio recente studio (1), dove cercai di dimostrare come verso la fine del V secolo av. Cr., l’anno spartano incominciasse colla prima o seconda neomenia prima dell’equinozio di autunno, a seconda della lun- ghezza di 12 o 13 mesi dell’anno precedente. Qui mi propongo di ritrattare più a fondo questo tema, facendo base delle mie ricerche puramente il calendario Spartano, senza fermarmi troppo sulle analogie, per cui rimando ad un mio prossimo libro d’in- dole generale sui calendari Greci antichi. Vi fu chi sostenne che l’anno Spartano incominciava al solstizio d’estate (2), altri all’equinozio d'autunno (3). Cerchiamo di farci un’opinione nostra sui documenti. Esaminiamo prima lo stato della questione relativamente al finire del V secolo. È evidente che gli anni dei Navarchi Spartani dovevano coinci- dere cogli anni civili di Sparta. Ora noi troviamo che alcuni di essi, come Cnemo nell’estate 4830, Alcida nel 428, Astioco nel 412, Mindaro nel 411, entrarono in carica, a quanto risulta da un esame minuto dei testi, abbastanza presto nel corso del- l'estate, mentre vediamo che alcuni navarchi restano in carica fino all'autunno, come Cnemo nel 429 e Anassibio nel 400, e ‘altri entrano in carica verso tale epoca come Lisandro nel 408 (4). (1) Ricerche sulla potenza marittima degli Spartani e sulla cronologia dei Navarchi, È Mem. dell’Accad. di Torino ;, 1909, pag. 16 sgg. dell’estratto e passim. (2) Vedi BeLoca, “ Philol. ,, 48, pag. 272, seguìto da parecchi altri. . (8) Uncer, “ Philol. ,, 40, pag. 91; BiscHorr, De fastis Graecorum anti- quioribus, “ Leipziger Studien ,, VII (1884), pag. 366; BeLoca, “ Rh. Mus. ,, 84, pag. 119. La cosa è ripetuta in molti libri. (4) Per tutti questi casi rimando alla mia citata Memoria: Kicerche sulla potenza marittima ecc., pag. 31 sgg., dove vengon studiati i dati cro- nologici. NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO Si 6 Abbiamo dunque una serie di casi che ci portano più verso l’inizio dell'estate, ed un’altra più verso l’autunno. La soluzione più logica fino a prova contraria parrebbe che le cose siano dovute al procedimento del ciclo: che i magistrati entrassero in carica prima quando i precedenti avevano avuto una carica di 12 mesi, e dopo quando l’avevano avuta di 13. Ben inteso che in alcuni casi il ritardo potrà esser stato anche più di un mese, per motivi indipendenti dal puro procedere del calendario, resta il fatto però che regolarmente pare che l’anno dei navarchi do- vesse coincidere col civile. E possiamo aver notizie anche indi- pendenti dai navarchi per formarci un concetto del vario prin- cipio dell’anno Spartano. Secondo Senofonte, Lisandro tornò a Sparta reMeut®vtog TOÙ Gépoug del 404 (EUen., II, 3, 9), e d’altra parte l’interpolatore dice che tornò già sotto l’eforo "Evdiog del 404/403 (II, 3, 10): dunque l’anno Spartano 405/404 finì prima del teXeut®èvtog TOÒ Bépoug, ossia probabilmente era di 12 mesi (1). Tucidide (V, 36) nel corso del 421 ci dice: toò dè eémmirvo- uévou Xeluùvog (EéTUYOV YÀp ÈQopor ETepor kai oùk ég° dv ai oTOvdai èrévovto dipyovtec fiòn kai tive aUTÒèV Kai évavtior otovdaîc) K. T. À. Dunque questi nuovi efori entrarono in carica dall’una parte dopo l’elafebolione (marzo/aprile) 421 in cui fu fatta la pace (V, 19), dall'altra prima dell’émyrrvouévou yeudvoc, ma non molto prima, sia per il fatto che non si intenderebbe come se fossero stati eletti da molto solo allora agissero, sia per quel- l'èn che ci porta vicino all’inizio della cattiva stagione: fino a prova contraria il 422/421 parrebbe di 13 mesi. Tucidide (I, 85, 3) fa parlare al Congresso di Sparta l’eforo Stenelaida, verso l’inizio del settembre 432: è possibile ch’egli fosse l’eponimo del 433/432, ed in tal caso si dovrebbe consi derare quell’anno come di 13 mesi. Se a Sparta esistette nel V secolo un ciclo, come par quasi certo a priori, dovette essere l’ottaeteride. Ciò viene confer- mato dall'esame dei dati che ora abbiam stabilito. Il 405/404, il 415/412 ed il 429/428 tutti e tre cl comparvero di: 12 mesi, (1) Per la distinzione delle parti genuine dalle interpolate nelle EMe- niche di Senofonte, si veda il mio studio in © Riv. di Fil. Class. ,, 1910, pag. 107 sg. | 814 LUIGI PARETI ed occupano la stessa posizione di fronte all’ottaeteride. Par probabile a priori che nell’ottaeteride non vi fossero più di due anni di seguito di 12 mesi, sicchè dovremmo supporre di 13 mesi l’anno prima e l’anno dopo dei gruppi come il 413/412 — 412/411: per l’anno prima la cosa è confermata dal fatto che vedemmo che il 430/429 e il 422/421 occupanti la stessa posizione sono probabilmente di 13 mesi. Nè d’altra parte @ priori par proba- bile che si ponessero due anni intercalari di seguito, sicchè do- vremmo supporre, prima e dopo di un anno di 13 mesi, uno almeno di 12: così è infatti per il 431/430 che credemmo es- sere intercalare. Intercalari ci sono risultati gli anni 433/432, 409/408, e 401/400 che occupano la stessa posizione. Ne segue che si dovranno considerare anni semplici il 434/483 ed il 432/431 e quelli occupanti la stessa posizione. Ed ora se esa- miniamo una serie di otto anni di seguito vediamo ad es.: il 433/482 pare intercalare per i motivi addotti, il 432/431 è di 12 mesi, il 431/430 ci compare ancora di 12 mesi, di 13 invece il 430/429, di 12 il 429/428, e ancora di 12 il 428/427 come il 412/411 che vedemmo: restan per compir l’ottaeteride due anni, di cui uno di 13, l’altro di 12: chi noti come il successivo 425/424 viene ad esser di 13 mesi come il 433/432, deve escludere che sia stato di 13 mesi il 426/425, e quindi dovrà considerar tale 1] 427/426. Chi osservi la formola risultante per l’intercalazione vedrà che si ha due volte un anno intercalare seguito da due semplici, ed una volta un intercalare seguito da un anno di 12 mesi. | | L'antica ottaeteride attica aveva la disposizione 13, 12, 13, 12, 12, 13, 12, 12, a Sparta si avrebbe la stessa disposizione, considerando come primi anni dell’ottaeteride il 435/434, il 427/426, il 419/418, il 411/410, il 403/402 e così via. Ciò posto, esaminata anche una sola notizia precisa sul principio di un anno Spartano, ne verrebbe per conseguenza la fissazione di tutto il ciclo. E così ad es.: se facciamo entrare in carica il navarco Cnemo colla neomenia del 22 agosto 430: dall'esame di tutte le singole notizie credo esca confermato lo schema che darò in seguito (1). (1) E chiaro che in tal modo l’anno Spartano in origine sarebbe inco- minciato in epoca più vicina al solstizio d’estate, il che potrà servire per NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO . 815 Questo per la fine del V secolo. Ora non credo difficile ammettere & priori che a Sparta siasi conservato regolarmente l’uso dell’ottaeteride, sia per il fatto che è nota l’attitudine conservativa in genere degli Spartani, sia perchè il calendario essendo regolato dagli efori, e dovendo gli efori di un anno rendere i conti ai successivi, si viene ad escludere la facilità degli arbitrì nell’intercalazione, venendosi a sottrarre un mese all’anno dei revisori dei conti; sia perchè perfino nella seconda metà del III secolo vediamo ancora in pratica l’ottaeteride, e un modo fisso prestabilito di intercalazione. Se poi si noti, e lo vedremo studiando in seguito la cronologia degli anni 243- 241, come in tale epoca l’anno Spartano incominciasse nell’au- tunno avanzato, mentre le notizie di Erodoto sulle Iacinzie e le Carnee trasportano l’inizio dell’anno, verso il principio del V secolo, abbastanza indietro, si può avere una conferma d’in- dole generale che l’anno Spartano si spostò gradatamente di fronte alla stagione. © Che gli Spartani non se ne siano accorti è anche possibile, data la lentezza di questo progresso: poco più di un mese e mezzo in 250 anni; che anche accorgendosene non vi abbian posto riparo è altrettanto facile ad intendere, sia perchè si sa- rebbe trattato di romperla con una tradizione, consacrata dal- l’antichità, sia per il fatto che la correzione praticamente non si imponeva troppo. Che qua e là sia avvenuto qualche arbitrio non sì può negare a priori; l'esempio però di Agesilao (1), e quanto dicemmo dianzi dimostrano che ciò non potè esser che assai di rado, e che in ogni caso vi si sarà posto subito il ri- medio necessario (2). Stabiliamo ora in un quadro il probabile sviluppo del ca- lendario Spartano (3). stabilire le analogie ed i collegamenti; così nel 595 av. Cr., l’ottaeteride sarebbe incominciata circa il 18 luglio, e così via. Una volta tanto dichiaro di non aver altra pretesa che di far delle ipotesi sul Calendario Spartano. (1) PLurarco, Agide, 16. | (2) Bastava infatti non intercalare un mese in seguito. . (3) Le date delle singole neomenie non sono che approssimative. Credo non contasse la pena di stabilirle con assoluta precisione, trattandosi di dif- ferenze ben lievi per un cumputo generale. Qui come in tutto il lavoro iden- tifico in mancanza di singole attestazioni l’inizio del mese colla luna nuova. . 816 TO8 13 m. 491/490 ‘0g DUB 483/482 ag. DI ag. DAI 12 m., 490/489 14 3° 13 mm. 489/488 2 LUIGI PARETI 40 18: 2 488/487 sett. 29 482/481 ag. 16 481/480 as. DI 475/474 dg. 23 467/466 ag. 30 459/458 EI ag. ag. 474/473 ag. 466/465 19 458/457 sett. 91 451/450 2 ag. 450/449 sett. 992 17: | 473/472 5 465/464 ag. 7 457/456 ag. 9 449/448 10 (o) ag. 480/479 sett. 24 472/471 sett. 464/463 sett. dg 456/455 sett. 448/447 sett. 30 25, 28 Bo 12 .mi 487/486 ag. 11 479/478 19 ag. 471/470 455/454 ag. 17 AATIAA6 ds. 19 14 6° 13 m. 486/485 as. 30 485/484 ag. 19 ag. 478/477 1 ag. 470/469 ag. 9 462/461 ag. 4 454/453 ag. 5 446/445 g: ag. 477/476 sett. pai 469/468 sett. 20 461/460 sett. 24 453/452 sett. 95: 445/444 sett. 272 443/442 ag. 4 442/441 sett. 24 435/434 ag. 5) 434/483 sett. 25 426/425 sett. 419/418 as. 9 418/417 sett. 28 27 441/440 ag. 19 433/432 ag. 425/424 ag. 15 417/416 ag. 16 13 440/439 sett. 1 439/438 sett. 921 438/437 9 ene: ag. 432/431 sett. da 424/425 sett. 416/415 sett. 5 4 431/430 sett. 90 X123/422 sett. 24, 430/429 ag. 422/421 AS. 12 10 437/436 sett. 28! 129/428 | 428/427 sett. 30 421/420 | 420/419 sett. 1 ag. sett. 415/414 sett. 95 414/413 413/412 13 ag. sett. 2 412/411 sett. NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO 1° 19m. Do 12 m. 3° 13 1. 40 12 m. 50 12 m. 6° 19 1a. 70 19 qu. 8° 32 m, 411/410 10 ag. 410/409 sett. 50 409/408 ag. 13 408/407 sett. al 407/406 sett. 27 406/405 ag. [15 405/404 sett.] 4 404/403 sett. 24 403/402 12 ag. 402/401 sett. 1 401/400 sett. 20 400/399 sett. di 399/398 sett. 23 398/397 ag. 16 397/396 sett. Ò 396/395 sett. 25 395/394 ag. 13 394/398 sett. 2 393/392 sett. 21 392/391 sett. 10 391/390 sett. 30 390/389 18 o ag. 389/388 sett. vi 388/387 sett. 27 387/386 151 ag. 386/385 sett. 4 379/378 ae. 16 [») 378/377 sett. 5 385/384 sett. 23 384/883 sett. 12 883/382 sett. 1 377/376 sett. 24 871/370 ag. 18 370/369 sett. 7 369/368 sett. 26, 376/875 sett. 19 375/874 sett. 2 382/381 sett. 520 881/380 sett. 9 A74/975 sett. 21 978/372. sett. 10; 380/379 sett. 28 992/271 sett. 30 ‘868/367 sett. 15 367/366 sett. 4 | 366/365 sett. 23 365/364 sett. 12 364/363 sett. 1 363/362 sett. 20 362/361 sett. 955/954 sett. 21 ‘sett. 354/393 10 947/346 sett. 23 9) 346/345 sett. 12 9 361/360 sett. ON 360/359 sett. 16 353/852 sett. 29 345/344 sett. 1 339/338 sett. 24 ee i 338/337 sett. 13 337/336 ‘sett. 2 352/351 sett. 18 359/358 sett. 5) 351/350 sett. ti 358/357 sett. 24 357/356 sett. 13 356/355 sett. 9 350/549 sett. 26 349/348 sett. 15 Ì 348/347 sett. 4 344/348 ‘ott. 20 343/342 sett. 336/335 ott. 01 335/334 sett. 10 9 342/341 sett. 27 334/333 sett, ‘eg 20 341/340 sett. 16 999/932 sett. 18 340/339 sett. 13° | 332/381 sett. Yi 818 Pi 19 nà: 331/330 sett. 26 323/922 sett. DI VAL 12: 330/329 sett. 15 322/321 sett. 16 3° T5°hi; I | 329/828 sett. 321/320 sett. 4 3 . LUIGI 40 12 m. 320/927 ott. 29 320/319 ott. 24 PARETI 5°o Tm 927/326 sobt, ‘12 319/318 sett. 15 315/314 sett. 29 314/313 sett. 13 DI9VO49 sett. 6 312/811 Ob: 26 307/306 sett. ii 299/298 sett. 2 291/290 sett. 3 283/282 sett. , 306/305 DEL: 20 305/304 sett. 8 911/810 sett. 15 6° 19° th: 326/825 sett. 1 318/317 sett. p. 310/809 sett. 199 70 12 mi 325/324 ott. 20 8° 12 m, 324/328. sett. 9 317/316 ott. 21 316/315 sett. 10 309/308 ott. 28 308/307 sett. 12 ——__— 504/303 ott. I 303/302 sett. 16 298/297 ott. 21 290/289 ott. 28 982/281 ott. ‘24 297/296 sett. 289/288 sett. si 281/280 sett. 9 lotti 12 296/295 ott. 29 988/287 1 295/294 sett. 18 987/286 Ott. 20 280/279 ott. 2 979/278 ott. ap! 502/301 sett. 286/285 sett. 8 978/277 sett. 9 275/274 sett. 267/266 sett. | 6 3 274/273 ott. 26 266/265 | ll ott. ZA 273/272 sett. 265/264 sett. 14 15 972/271 ott. 9 264/263 ott. 4 271/270 ott. 23 263/262 ott. 24 270/269 sett. 11 12 4 301/800 ott. 24 300/299 sett. 13 293/292 ott. 26 985/284 ott. DI ‘ott. 977/276 ott. 29 269/268 ott. 1 261/260 2 292/291 sett. 284/283 sett. MB 276/275 sett. 18 268/267. ott. a NL REI 262/261. sett. 260/259 ott. 21 259/258 sett. 9 258/257 ‘ott. 257/256 29 sett. 17 255/254 ott. 26 254/258 sett. 14 953/252 ott. 3 952/251 ott. 23 _t SZ NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO 819 251/250 ti sett. ll 19 1a 249/248 ott. 19 12 m 248/247 UG: lo 12 m. 247/246 ott. ui 246/245 sett. 15 ott. #2 m 944/943 ott. 24 243/242 sett. 14 242/241 ott. [ 235/234 sett. «14 I 2 234/233 ott. 241/240 | nov.] 20 ott. 233/232 ott. 22 240/239 | ott. 9 239/238 ott. 29 232/231 ott. 11 927/226 | 226/225 sett. 15 OLE 4 225/224 ott. 23 924/293 ott. Ta 238/237 sett ott. 17 230/229 19 229/228 ott. 8 236/235 ott. 25 228/227 ott. 27 ‘223/222 ott. 9 929/221 OLE, 20 221/220 ott. 9 220/219 ott. 29 set. Questo dunque lo sviluppo normale che avrebbe dovuto avere il calendario Spartano se si fosse regolarmente conser- vato il ciclo. Esamineremo ora alcuni dati cronologici che ci permettono di controllare la nostra ipotetica ricostruzione, ed intanto tenteremo la ricostruzione della lista dei mesi (1). (1) Non credo col Cavarenac, “ Rev. critique ,, 2 dic. 1909, pag. 424 sgg., che nel IV secolo il calendario Spartano incominciasse prima che nel V. Se anche si ammette con lui e col Busorr (III. 2, 1620, n. 1) una data ante- riore per la battaglia di Egospotami, di quella che diedi in Ricerche ece., pag. 52, non ne deriva ancora che nell’anno 405 siasi adottato l’emenda- mento di Oinopide, lasciando cadere un mese, e che quindi questa norma sia perdurata. Si può intendere infatti come Lisandro possa esser entrato in carica al 16 agosto, invece che al 15 settembre; bastava che invece di intercalare il mese nel 406/405, lo si intercalasse nel 405/404; in tal modo si faceva una irregolarità per necessità di cose, per mandar presto Li- sandro, senza che ne derivi un cambiamento generale nel procedere del calendario. — Nè mi accordo col Cavarenac a considerare Pisandro come navarco del 394/393 ed a farlo entrare in carica al 16 luglio 894, anche perchè in tal modo dovremmo porre l’entrata in carica di Chiricrate al 27 luglio 399, mentre le fonti ci fanno scendere un po’ dopo. D'altronde pare che Pisandro abbia avuto il comando straordinario della flotta, in 820 LUIGI PARETI Polibio IV, 14, 9, parla della celebrazione della festa Olim- pica dell’estate 220, e poi di molti altri fatti fino alla nomina dello stratego della Lega etolica (IV, 27, 1), e infine prima di parlare della nomina dello stratego della Lega achea (1V, 37), preceduta dalla morte di Cleomene (IV, 35, 9), dà la notizia dell'entrata in carica di nuovi efori: l’anno spartano 220/219 non può esser incominciato che nell'autunno, il che si accorda coi nostri computi, secondo 1 quali sarebbe incominciato col 9 ottobre 220. Si ricordi anzi come questo dato di Polibio sia 1l principale su cui si basò la teoria che pone il principio dell’anno Spartano intorno all’equinozio di autunno. Ma ora vediamo parallelamente le varie notizie che ab- biamo sui mesi Spartani. Per due di essi sono capitali le no- tizie di Tucidide sulla tregua della primavera 423, e sulla pace del 421. La tregua del 423 fu fatta (IV, 118) nel giorno terpdda èrì déka Toù ’ENagnBodièvog unvos per gli Ateniesi, e unvòg év Aa- xedaiuovi l'epaotiov dwdexdtn per gli Spartani (IV, 119). La pace di Nicia è datata in questo modo (V, 19): dpyer dè TW omovdòvy épopos TTierotoiag, Apteuigiov unvòg TETdpIN POivovtog, Èv dè °A@fvars dpywv “Alkaîoc, ’ENagnBo\i®vog unvòg Ext) g@ivovios. Dunque il 14 Elafebolione 424/423 corrisponde al 12 Ge- rastio 424/423; il giorno mm @0iv. d’Elafebolione 422/421 al tetdp. pOiv. d'Artemisio 422/421. È quindi chiaro a primo aspetto che l’Artemisio ed il Gerastio eran mesi vicini. Ma quale d’essi era prima? Noi sappiamo dai calcoli più fondati sul calendario attico, che l’Elafebolione nel 423 andava all’incirca dal 7 aprile al 5 maggio, e nel 421 dal 18 marzo al 16 aprile. Ci furon dunque 24 lunazioni tra il principio del Gerastio 423 e l’Arte- cambio di Agesilao, dalla primavera del 394; il suo comando non può giu- dicarsi altrimenti che quello di Agesilao, un comando straordinario (vedi le mie Ricerche cit., pag. 65 sgg.). — Che paia troppo tarda l’entrata in carica di Pollis, navarco, al 24 settembre 376, più che contro lo svolgersi del calendario potrebbe stare contro la. mia datazione di Pollis al 376/875 invece che al 377/376; ma anche qui la questione del convoglio di grano credo sia per nulla perentoria cronologicamente (vedi Ricerche cit., pag. Ti). — Nè credo vi sian motivi validi per porre col Cavarexac l'entrata in ca- rica di Mnasippo (vedi Ricerche cit., pag. 74) prima del settembre 373. NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO ‘891 misio 421. Ora è da concludere .che dopo il Gerastio 423 e prima dell’Artemisio 421 dev'essersi intercalato un mese, altri- menti nel 421 troveremmo nuovamente il Gerastio. Ed il mese intercalare, come vedremo in seguito, cadeva dopo il sesto mese probabilmente. Dunque l’intercalazione si fece o nel 423/22 o nel 422/21. Se coafrontiamo queste conclusioni colle nostre ipotesi sullo svolgimento del ciclo, vediamo che per noi il 424/423 ed il 423/422 risultavano di 12 mesi ed il 422/21 di 13; qui troviamo dunque una conferma. Concludiamo quindi che il Gerastio se- guiva l’Artemisio nell’anno Spartano. Ma qual numero dobbiamo assegnare ad essi? Secondo noi l’anno 424/423 andava dal 15 settembre 424 al 4 settembre 423, il mese Gerastio, che doveva cadere circa tra il 9 aprile-9 maggio non poteva es- sere che 18° mese dell’anno; l’anno 422/421 andava circa dal 24 agosto 422 al 12 settembre 421 ed era intercalare, come vediamo nel nostro quadro, e come basterebbe a farlo supporre il fatto che seguiva due anni di 12 mesi; dunque l’Artemisio che andava da circa il 19 marzo-17 aprile e ch'era posteriore al mese intercalato non poteva essere che il settimo mese dell’anno (1). Il ®\ordorog era, secondo Stefano Bizantino, il mese év © TOÙG TÎs YÎg xaprtoùg dkuaZerv cuuBéRnke, dunque quel mese che secondo la fonte di Stefano cadeva nei suoi tempi all'incirca. verso la metà di maggio (2). Ora par difficile ammettere che la fonte di Stefano fosse così recente, e che il calendario Spar- tano avesse camminato tanto da poter la metà di maggio esser prima dell'inizio dell’Artemisio settimo mese; nè d’altra parte che sia così antica che il Gerastio cadesse così presto da lasciar spazio dopo di lui e prima del Fliasio, ossia della metà circa di maggio per un altro mese: in conclusione ritengo come pro- babile che il Fliasio cadesse subito dopo il Gerastio, e che quindi fosse il 9° mese dell’anno Spartano. (1) Il nome di tal mese è in un'iscrizione spartana, Dial. Inschr., 4439 = Sparta Mus. Cat., 224, “Aprepitioc. (2) Srer. Biz., PAodc © Aaxedaruovior tèv unvòv éva DALdot0v Kkaiodow, év Toùg TAg YNg kaprroùg dkudZerv cuuBegnke. — EsicHro, PAunotos 6 Epuîig kai unv tig. In un'iscrizione spartana, Dial. Iuschr., 4496 = Sparta Mus. Cat., 222, si dice ...|DA]oragiov vovunvia. 822 LUIGI PARETI Un'iscrizione (“ Annual of the Brit. School] at Athens ,, XII, p. 446 sgg.) trovata a Sparta ci dà notizia di altri due mesi ...Tfig dè Èocouévng kat éTog tavnyupewsg darò ( A)fpiaviou 1F' uéypr ‘Yaxivoiou eiotapévou èémtiueMiMoovitar oi vouogudaxeg |x|ai oi dBXogeTtar, citiveg diayvwoovtaL Tepi TÙV Yervouévwyv TIGÌV. Èv Ti) mavnyiper Zntmnoewvy, dg eivar Ekexeipiag tAoI Tpòg mavtag Ékù- pwoev Ò dffiuoc, TÙW eiISAVOVTWY TI Èv Taîg T‘g mavnyupewsg Nnué- pais éxébvtwyv àdTéretav Tg Te eicaywYriuou Kai mpatixfig Kk. T. \. Due cose risultano subito: che il mese Iacinzio seguiva imme- diatamente dopo l’Agrianio, e che nel tempo dell’iscrizione do- vevan cadere ancor nella buona stagione: questo ci porterebbe ‘naturalmente a porre questi due mesi verso la fine dell’anno Spartano. Ora pare quasi sicuro che il mese Iacinzio dovesse esser quello in cui cadevan le feste Iacinzie: senonchè Esichio dice ‘ExatouBeug* uùv tapà Aaxedaruoviorg év © Td ‘Yakivoia. Ma chi noti come sarebbe strano che le Iacinzie cadessero in un mese che non è il Iacinzio, e come il mese Ecatombeone non ricorra in altri calendari dorici, può con motivi sufficienti dubitare che nella notizia di Esichio sia incorsa qualche inesat- tezza o confusione: per parte mia credo ch'egli non trovasse nella sua fonte che la notizia che le feste Iacinzie spartane ca- devan in genere nell’Ecatombeone, dal che egli dedusse l’esi- stenza dell’Ecatombeone a Sparta, mentre trattavasi del mese attico (1). Resterebbe pertanto una corrispondenza tra il mese delle Iacinzie, ossia il Iacinzio e l’Ecatombeone attico, sicchè 1l Iacinzio verrebbe ad essere 1’11° mese, e l’Agrianio immediata- mente precedente il 10°. Vediamo se questo combina colle notizie che ci vengon conservate dalle fonti sull’epoca delle Iacinzie. Erodoto dice a proposito della venuta di Mardonio ad Atene (IX, 3): î dè Baoméog aipeoig ég TùV dotépnv tùVv Mapdoviou émotpatninv dexdunvog èyévero, col che veniamo dal principio di settembre 480 alla fine di giugno (o principio di luglio) 479. Allora gli Ateniesi eran riparati a Salamina, ed attendevano l’aiuto degli Spartani, che invece celebravano le Iacinzie (IX, 7. 11; Plut., Arist., 10). Siamo dunque per tal festa circa al principio del luglio 479, e quindi nel mese che andava circa dal 26 giugno (1) Si potrebbe anche pensare ad un cambiamento tardo del nome del mese. NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO 823 al 26 luglio, 111° evidentemente. Ed XI esso è anche secondo il nostro specchio del ciclo spartano, secondo cui l’anno andava dal 4 settembre 480 al 24 agosto 479 e non era intercalare. Da Tucidide, V, 23, non si ricava nulla di preciso sull’epoca delle Iacinzie, ma Senofonte, Elleniche, IV, 5, 1, lascia vedere che le feste Iacinzie del 390 dovevan esser almeno di un mese posteriori alle feste Pitiche. Infatti, dopo le feste Pitiche, Age- silao ne celebrò delle seconde, poi passarono almeno sei giorni prima della disfatta della uòpa che accompagnava gli Amiclei, i quali dovevan pure impiegare un certo tempo per andar dal Lecheo ad Amicle. Ora queste cose posson aver occupato anche più tempo che un mese. Secondo noi l’anno 391/390 era di do- dici mesi, ed andava dal 10 settembre 391 al 30 agosto 390, in modo che l’11° mese sarebbe corrispondente ad un dipresso al tempo fra il 2 luglio-1° agosto 390. Non v'è difficoltà ad ammetterlo, dato quel che Reppiarne dell’ Spora media in cui ca- devano le feste Pitiche. tu Fermiamoci ad esaminare una settie di notizie che ci debbono interessare sotto molti aspetti; intendo parlare della cronologia degli anni 243-241 av. Cr. Leonida fu spodestato in fine dell’anno Spartano precedente a quello in cui Agide mosse in aiuto degli Achei, vale a dire in fine del 248-242. Ciò risulta chiaro ove si osservi che Plu- tarco, Agide, 11, parla dell’accusa contro Leonida, e dell’ispe- zione degli efori al cielo, dopo d’aver detto: ò dè Avoavdpog [eforo del 243/242] étI tiv dpyùv Èéxwv, e prima di dire: év TOÙTW dè Tfig dpyfig è Adcavdpog amnMiérn to xpovou dieXBévtos. Ora, intorno a questi tempi, fu fatta l’ispezione al cielo da parte degli efori, ispezione che si faceva ogni otto anni, scegliendo una notte xadapàv kai doéinvov, in cui si osservavan le stelle cadenti: dunque in una neomenia d’estate (1).Il fatto degli otto (1) L’intero passo di PLurarco, Agide, 11, dice : ‘O dé Adoavdpoc éTi TÙv àpyùv éxwv Wpunoe Tòv Aewvidav diwkerv xatà dn tiva vopov Tarardv, dc oùk èéd tòv ‘HpaxAeiònv ék ruvaròs dModamfg Texvodogdar, tòv dé dteABOvTa tig Zmdprng èmrì uetorxiou® Tpòg éTépous drro0vnoxerv xeXever. Tadta Katà tod Aewvida Mfew ÉTÉépouc diddzac aÙUTdc TApe@uU\aTTE PETÀ TÙV CUVAPyovTWwY 924 LUIGI PARETI anni ci porta ancora all’ottaeteride: se fu ispezionato il cielo nel- l'estate 242 par voglia significare che il 243/242 era il primo dell’ottaeteride: e tale è anche secondo la nostra tabella. Il 243/242 secondo noi era intercalare: dunque l’ispezione potè avvenire o al 14 agosto o al 13 settembre: alla neomenia con cui si passa al 242-241 non si può scendere, perchè nelle accuse che seguono agiscono ancora gli efori del 243/242. Chi badi all’èti TùvV dpyùv éywv può credere si tratti del finir dell’anno, ossia della neomenia con cui s'inizia l’ultimo o il penultimo mese. Gli efori che seguirono a Lisandro sono del 242/241. Ri- mossi durante la loro carica (Plut., Agide, 12) se ne posero altri con Agesilao al loro posto, probabilmente nell’autunno-inverno 242/241. Prima della partenza di Agide vi fu il tempo in cui Agesilao condusse in lungo l’esecuzione dei progetti (ibid., 13), ed Agide mosse da Sparta quand'era già da qualche poco stra- tego Arato (ibid., 13), dunque verso il giugno 241, quando Arato era già stratego per la 3* volta (vedi Beloch, Gr. Gesch., III, 2, pag. 176 sgg.). Ma durante questi fatti, avvenivano le belle gesta di Agesilao di cui parla Plutarco (Agiîde, 16): ...ò ràp Aynoilacg éqpopevwv, àamnMayuévog oig TamteLrvÒòg fiv TpoTEpov, oUdevòc Emetdero Pépovtot daprupiov dbuiuatog, dMà ufiva TPpiIioKa1déKaTOVv 0ÙKk dataltovong TÒTE Tfg Tepiòdou, TApà TÙùVv vevourocuévnv TAZIvV TWvV ypovwv évéBale Toîg TÉNeoI Kai mapermpatte (1). E per timore manteneva sgherri. Arédwxe dE A6Yov Wwe kai addice Epopevowv. diò kai 0dGodov dro kivduvevcavteg oi éyQpoi kai cuotavtec ék Teréac richiamarono TÒ osuetov. “EoTti dÈ Torbvde * dl ÈTwuv èvvéa AaBovteg oi épopor vokxta kadapàv kai aoéinvov ciwtf xadéZovtai tpòc oùpavòv drrofAértovtec. ‘Eàv ov èKk uépoug TIVÒG eic ETEpov uépoc dottip didin, Kpivouo1 Toùc BaoiNeîcg Wwe repì TÒò Geîov ézauapTdavovTag kai KkaTtatavovor Tg apyflg, uéxpi div ék Aeipwv 7) "OXuytiag xpnouòg éian Toîs MAWK6oI TÙW Racixéwv Bonowv x. T. A. Cfr. PLur., Defect. Orac., 15. (1) D'altra parte dal suo punto di vista Agesilao poteva dire di non esser stato in carica un anno intero, essendosi iniziato il suo potere dopo deposti i primi efori di quell’anno; potrà esser stata forse questa la base dell’irregolare intercalazione. D'altronde s'era in periodo di rivoluzione. Non si può appunto per questo dedurre dal fatto di Agesilao che fossero comuni gli arbitrî nell’intercalazione, come non si può dedurre da quanto avvenne in quell’anno, che a Sparta si potesse aver due collegi d’efori in un anno. NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO 825 Leonida. Da Plutarco risulta che allora era già a Sparta Agide, dunque già di ritorno dalla campagna con Arato. Fu Leonida in seguito (Agide, 18) che toùs mpwTovg Epppoug ékBarùv tig àpyfic, érépoug dè tomoduevog | per il 241/240], eÙù9dg ètefovreve tO “Avid. | Da questo racconto derivan molte cose. L’anno 242/241 fu di tredici mesi, mentre doveva esser di dodici, e tale avrebbe dovuto esser secondo i nostri calcoli, dal 12 ott. 242-2 ott. 241: invece finì al 1° novembre 241. In secondo luogo risulta che esisteva ancor un modo prestabilito per l’intercalazione, un pe- riodo, e ch’era riprovatissimo e pericoloso il non seguirlo. Poi si vede ancora che l’anno Spartano finì molto tardi, perchè Agide era già tornato dalla guerra. Infine credo di dedurne, che con- trariamente a quanto suol dirsi, che il mese intercalare fosse dopo il 12°, dobbiamo porlo prima. Plutarco colle parole ufiva Tpiokandékatov k. T. \., non credo voglia dire nè che l’interca- lare aveva tal nome, nè ch’era il 13°, ma semplicemente che Agesilao fece di quell’anno un anno di 13 invece che di 12 mesi. Quanto alla posizione dell’intercalare si osservi che se esso fosse stato il 13° non si intenderebbe come Agesilao dopo d’averlo intercalato potesse far intender di voler riaver l’eforato, perchè si dovrebbe ammettere che le elezioni degli efori potessero farsi nel corso dell’intercalare, il che è molto dubbio: esse dovevan corrispondere al più tardi alle feste Carnee. E si noti pure che dell’interpolazione del mese si parla abbastanza prima del colpo di Stato di Leonida, che pure è precedente alla fine del 13° mese di quell’anno. Quindi io credo che molto probabilmente il mese si intercalava come in gran numero di calendari greci dopo il 6°. Ed ora veniamo al Carneo, che per noi viene a restare il 12° mese dell’anno Spartano, come dell’anno Rodio. A Gela esso cade nel secondo semestre dell’anno, ad Agrigento nel sesto bimestre, a Gortina è l’11° o 12° mese (cfr. Majuri, “ Rendic. Lincei ,, 1910, p. 116). Sappiamo che le feste Carnee si cele- 826 LUIGI PARETI bravano dal 7 al 15 del mese Carneo (1), ed in esse con pro- babilità si eleggevano al plenilunio della metà del mese i ma- gistrati per l’anno successivo. | Tucidide, V, 54, fa un cenno alle feste Carnee dell’anno Spartano 420/419: secondo i nostri computi, in quell’anno il 12° mese andava dal 23 luglio-21 agosto, e quindi le Carnee dal 30 luglio-8 agosto; ma i dati di Tucidide non sono abba- stanza precisi per un controllo. Maggiori dati vi sono per l’anno Spartano 419/418, poichè Tucidide, dopo d’aver parlato di fatti incominciati Ttoù Aépoug uecodvtog, ossia col luglio circa (V. 57), dice (V. 76): ToÙ è’ émyirvopévou xeiumvog dpyopévou eùdùg oi Aaxedaruovior, eredi Ta Kapvera frayov, ézeotpàatevoav. Dunque la spedizione si dovrebbe porre circa nella seconda metà di set- tembre, e le feste Carnee prima di essa. Ora, secondo noi, il 419/418 era di tredici mesi, dal 21 agosto 419 al 9 settembre 418: il 12° mese era dal 12 luglio al 10 agosto, il 13° dal 10 agosto al 9 settembre. È chiaro chei dati di Tucidide non ci concedon facilmente di far cadere le Carnee di quell’anno tra il 19-26 luglio, — mentre invece si accordano colla data 17-24 agosto: qui ab- biamo una conferma che il mese intercalare cadeva prima del Carneo, e un motivo forte per ritenere genuina la notizia. Plutarco (Nicia, 28) dice: ... tetpàg @Aivovtog Tod Kapveiou unvòg dv “A@nvaîor Metaremviùva TPOCaYopevovor. Dunque nel V secolo il Carneo (Siracusano) corrispondeva in genere al 2° mese attico: il che ci porta ancora a considerarlo come l’ultimo mese dell’anno dorico in genere e Spartano in ispecie. Erodoto, VI, 106, parla degli aiuti che gli Ateniesi manda- rono a chiamare a Sparta prima della battaglia di Maratona: era a Sparta il nove di un mese. Gli Spartani dissero di non poter muovere prima della luna piena, il quindici, ed al 15 si mossero (VI, 120) ed in tre giorni (al 18) giunsero ad Atene: la battaglia era già combattuta, dunque tra il 9 ed il 18 di un (1) Tucipine, V, 54: Kapveîog è’ fv unv, iepounvia Awpiedor. — ATHEN., IV, 141f (DemerRIo DI ScePsI) ..... kai fivetar 7 TtWòv Kapveiwv éoptà èrì fuépas 0. — Euripipe, Alc., 445 sgg. ToXid ce uovootoAor | péiwovor Kad” EmTATOvOv T° Opeiav | xéAuv Èv T° dAuporg xAéovteg Uuvois, | ZTaptg KùxAoc dvika Kapveiou mepiviocetar pag | unvòs derpouevag | mavvoxou oerdvas Ii Pr i. i NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO 827 mese Spartano. Il 491/490 era, secondo il nostro computo, di 13 mesi, dal 6 agosto 491 al 25 agosto 490: dunque se si tratta del 12° mese (27 giugno-27 luglio) la battaglia avvenne tra il 5*e il 14 luglio; se del 13° mese (27 luglio-25 agosto) tra il 4 ed il 18 agosto. Verremmo nel secondo caso ad una data per la battaglia di Maratona uguale a quella cui si viene per altra via (cfr. Busolt, Gr. Gesch., II?, 596), senza però esser co- stretti a negare che il motivo per cui gli Spartani non accorsero subito furon le feste Carnee, la cui celebrazione andava dal 7 al 15 del mese. Ciò d’altra parte conferma che il Carneo era posteriore al mese intercalare. Erodoto, VII, 206, ci dà ancor notizie sulle frate Carnee dell’anno 481/480, come poco lontane dalle battaglie delle Ter- mopili e dell’Artemisio, che pare si debban fissare al finir del- l’agosto 480. Ora, secondo noi, il 481/480 sarebbe stato inter- calare dal 16 agosto 481 al 4 sett. 480, dunque ove il Carneo fosse stato il 13° mese di quell’anno, perchè posteriore al mese intercalato, le feste Carnee sarebbero cadute tra il 12 e il 19 agosto 480, il che è in perfetto accordo colla cronologia di quelle battaglie (1). * *o* Così siamo venuti a ricostruire tutto il secondo semestre; vediamo di stabilire qualcosa anche per i primi sei mesi. Esichio ci dà la notizia ‘Hpdotog uv mapà Adkwow. Par logico identi- ficare tal mese coll’ ‘Hpaîoc che troviamo in molti altri calen- dari, corrispondente all'incirca al Psianopsione attico, e che quindi lo poniamo al 2° luogo. In un'iscrizione del Giteo (Newton CXLIII = Dial. Inschr., 4566) si parla di un mese Ad@piog. È arbitrario, data la non sicura (1) Ed è anche in perfetto accordo coll’avvicinamento che troviamo in Eroporo, VIII, 26; VII, 206, anche delle feste olimpiche che quell’anno ca- devano al 16/19 o 17/20 agosto (Cfr. Busort, Gr. Gesch., II°, pag. 674, n.). Si veda poi Eroporo, VIII, 72 ... oùto1 uèv fioav oi Bonbnoavteg Kkui Ùrrepap- pwdéovteg tf FEMddi Kxivduvevovon: Toîor dé dolci TTeXlotovwnoioto: Euere ‘ oùudév. OXvuma dé kai Kapvera Taporxwkee 7òdn; donde risulta ancora l’ugua- glianza cronologica di quelle due feste nel 480. Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 56 828 LUIGI PARETI fissazione attuale dei vari calendari Greci, di negare col Bischoff che sia mese Spartano, essendo nel calendario Spartano già oc- cupato il posto corrispondente all’ Elafebolione attico: io credo che nulla si opponga a supporre che il Lafrio sia ad es. il 6° mese Spartano. | Resterebbero vuoti i posti dei mesi dal 3° al 5°, ed il 1°. Si può ammettere come possibile, col Bischoff, che a Sparta si avessero come a Tera, uno di seguito all’altro, il A1606uog (3°), l’Eleusinio (4°) ed il Delfinio (5°). E per primo possiamo per ‘ora supporre l’ ’AreMatog che abbiamo come tale ad Eraclea. Senonchè in un’iscrizione di Epidauro Limera: Dial. Inschr., 4543 si ha mpò unvòg Auxkeiou, e credo che non vi siano elementi va- lidi per escludere si tratti in genere di un mese Laconico. Apollo Auxaîog era venerato in varie parti del Peloponneso (cfr. Sam Wide, Lakonische Kulte, pag. 93); ed alla Laconia pare si debba riferire il fr. 83 B4 di Alemano: tepicodv: ai Yàp "AmoMwyv è Auxnog, e di giochi connessi con Apollo Aukaîog può parlare l’iscriz. C. I. Gr., 1481: ...Aùxara. Si ricordi anche la connessione stabilita tra Licurgo ed Apollo Aukaîog. In conelu- sione, i mesi Spartani sarebbero, secondo me, disposti in questo modo, colle relative corrispondenze attiche per il V secolo. 3 Bondpopuiwwv 1|(‘ArmeMaîac)? 4 Tluavoywwy 3 Ipoo 10% 5 | Mawuaxtnpiwy 3 | (A1006u0g)? . 6 | Tlooerdewy 4 ('EXevoiviog)? è Aukaîog? 7, TaunAhwy 5 | (Ae\giviog) ? 8 | ’Av@EoTNPIWYV 6) AGopuoc — | [mese intercalare | 9 | ’E\a@nfolwy 8 | A pteuiTiOG 10 | MouvixiwWy CALEPIO 11 | Oapymiwy 9) \o1d0t10g 12 | Zkipogopiwy 10 | ’Arpiòoviog 1 | ‘EkgatouBarwy DIA PIRIVOTDO 9 Metarertvidiv 12) Kapveîocg NOTE SUL CALENDARIO SPARTANO 829 Ha Restano ancora da raccogliere alcune notizie sui giorni dei mesi. Dai due testi dei trattati riferiti da Tucidide si ha la notizia di unvòg év Aakedaiuovi lepaotiov dwdexdtn (IV, 119), e di ’Aptepiciov unvòs Ttetàptn PEivovtog (V, 19). Dunque parrebbe che si avesse almeno la divisione del mese in due parti, perchè la seconda data è computata dal 20 in poi: e in tal caso parrebbe probabile che anche i primi 20 giorni si dividessero in due decadi. La stessa ripartizione in decadi tro- veremmo nell'uso Spartano che gli efori ogni 10 giorni visitas- sero i giovani nudi (Agatarchide, Y. H. Gr,, III, p. 193, n, 6; Eliano, V. H., 14, 7). Senonchè le iscrizioni Spartane ci attestano l’uso della numerazione continua: l’iscriz. “ Annual ,, XII, pag. 446 sgg. B ci parla di Yaxiv@iov eiotauévov per il 1° di Iacinzio, e di (’A)rpiaviov 1F' peril 16 Agrianio; l'iscrizione Dial. Inschr., 4496 = Sparta. Mus, Cat., 222, ci parla di [DXA]oaciov vovunvia per il 1° di Fliasio, e di [du|@idexatio, e tpiaxddoc di un mese non nominato, per l’11° e 30° giorno. | Si teneva anche conto della metà del mese: le feste Carnee vedemmo finivano col plenilunio, ossia col 15 del mese; la retra licurgica dice: Wpag éz pag dmeMNdZerv, e lo scoliasta a Tucidide, 1, 67, commentando le parole ZU)Xorov ...tòv eiw06ta, dice: tÒY eiw@0ta Nere ZUMNoyov Ot év mavoednvw érifvero dei, e in Ero- doto, VI, 106. 120 è un ricordo di questo uso. Quanto alle lievi differenze tra il numero dei giorni dei mesi attici e spartani nel due trattati riferiti da Tucidide, di- pendono evidentemente dal fatto che dovevan esser diverse le disposizioni dei mesi di 29 e di 30 giorni, e diverso forse il modo di correggere l'errore di un giorno ogni 32 lunazioni, do- vuto all'essere il mese lunare un po’ più lungo di 29 !/, giorni. Per ora mi limito a queste poche note sul calendario Spar- tano: maggior estensione si dovrebbe dar al problema col con- fronto degli altri calendari dorici: ma non mi posso fermar ora su questo campo per il molto semplice motivo che ritengo del tutto insufficienti e da rifare con criteri diversi i tentativi di ricostruzione generale di tali calendari. 830 G. E. RIZZO n Sepoleri neolitici di Montjovet (Valle d’ Aosta). Nota di G. E. RIZZO (Con una Tavola). I sepolcri delle antichissime genti che vennero da ignote regioni ad abitare l’Italia, sulla fine dell’età paleolitica, arre- cando nuove industrie, nuovi riti e una civiltà rudimentale, ma nuova (1), sono da considerare come i primi monumenti funebri costruiti dall'uomo che cominciava appena ad uscire dalla con- dizione di cavernicolo, dallo stato di primitiva e selvaggia barbarie. E quantunque le testimonianze della. civiltà neolitica siano diffuse in tutto il continente italiano e nelle isole, e studiati ne siano (2) gli usi della vita nei fondi di capanne, i riti funebri nei varî tipi di sepolcri, e 1 caratteri dell’industria litica e ce- ramica, pure ogni nuova scoperta — specialmente se di essa è possibile la conoscenza metodica — serve a completare il quadro, non ancora in ogni sua parte disegnato, arreca il contributo di altri fatti e di nuove osservazioni. (1) Per affermazioni generali su tali questioni, e in questa breve Nota, non occorrono citazioni. Io accetto l'opinione del De MortILLET, Formation de la nation francaise (Paris, Alcan, 1897), p. 252, e del Pigorini, “ Bull di Paletn.,, XXVIII (1902), p. 182, e XXIX (19083), p. 195 con la nota 17; efr. Mopestov, Introduction à Vhistoire romaine (Paris, Alcan, 1907), p. 21 e p. 105 ss.; De Sanctis, Storia dei Romani, I, p. 68 ss. (2) Principalmente da G. A. Corini, nei lavori che avrò occasione di citare. La serie de’ suoi dottissimi articoli sul sepolereto di Remedello forma un vero manuale di grande utilità per lo studio dell’età neolitica in Italia, con numerosissimi confronti, per il resto dell’ Europa. Cfr. dello stesso Corini, “ Bull. di Paletn.,, XXXIII (1907), p. 100 ss. e p. 198 ss. (età neo- litica negli Abruzzi e nelle Marche). Vedi poi, sull’età neolitica in generale, il recente libro di T. Eric Peer, The stone and bronze ages in Italy and Sicily (Oxford, 1909), p. 36-163, che studia, naturalmente, il materiale trovato in Italia e illustrato da dotti italiani. SEPOLCRI NEOLITICI DI MONTJOVET (VALLE D'AOSTA) 891 E tanto più questo è desiderabile per le valli dell’alto Piemonte, in quanto che in esse non frequenti avvennero le sco- perte dell’età neolitica (1), sicchè, a differenza di altre parti d’Italia, dove non solo furono più numerose le scoperte casuali, ma si eseguirono scavi sistematici intensi e fecondi, questa re- gione è ancora, per le antichità preistoriche, poco esplorata e poco, quindi, conosciuta. Certo nei piccoli ed aperti piani delle valli alpine, giac- ciono nascosti i primi sepolcri delle antichissime genti e le tracce dei fondi di capanne; o nelle forre silenziose le caverne che servirono per abitazione e, più spesso, per luogo di seppel- limento. Ma l’esplorazione metodica del Piemonte preistorico è ancora da fare; e occorrerebbero, per ciò, convenienti mezzi economici* e, più ancora, forti energie di giovani ‘archeologi, volti esclusivamente a queste campo di ricerche e di studìî. Fin che questo non sarà possibile, bisognerà invigilare sulle scoperte casuali, estendendole e confermandole con suc- cessivi scavi regolari, come appunto è avvenuto di recente, per cura ed opera della Soprintendenza degli Scavi e dei Musei per il Piemonte e per la Liguria. | * * Alla fine di giugno dell’anno passato avvennero casuali ritrovamenti di tombe antiche, presso il villaggio di Montjovet, in Val d’Aosta; e il Soprintendente Prof. E. Schiaparelli, ne fu sollecitamente informato, per cura dell’Ispettore onorario di Aosta, Canonico Frutaz. Trovandosi in congedo l’Ispettore sot- toscritto, si recò sul posto lo stesso Prof. Schiaparelli, il quale condusse personalmente una breve campagna di scavi, i cui risultati sono certamente notevoli, essendo quelle ora scavate le prime tombe neolitiche di Val d’Aosta, metodicamente co- nosciute. (1) Fra le più importanti, va ricordata quella della stazione neolitica di Rumiano a Vayes, in Valle di Susa, illustrata dal TarameLui, in “ Bull. di; Paletti RXHX,(1208), n. Lissfe na 2060, 832 G. E. RIZZO E se a me spetta ora il gradito compito di parlare bre- vemente di questa scoperta, lo devo al Prof. Schiaparelli, che me ne ha dato facoltà; del che gli rendo pubbliche grazie. Ei * * Il luogo, assai pittoresco, è a destra della Dora, a circa mezz'ora in alto della frazione Finsey; e la piccola necropoli. occupava una breve area isolata, sopra un poggio che scende a picco sulla magnifica valle (Tav., fig. 3): poche centinaia di metri quadrati di spazio, dei quali poco più di cento metri quadrati erano stati manomessi dal proprietario, in occasione dello scavo del terreno, per l’impianto di un vigneto: il resto era intatto, quando furono iniziati gli scavi regolari, nel luglio 1909. La breve area era servita come necropoli per un lunghis- simo periodo di tempo, dall’età neolitica sino agli inizii del medioevo; ed essendo lo spazio assai limitato e ristretto, av- veniva spesso che i seppellimenti posteriori distruggessero in tutto o in parte gli anteriori; fatto-osservato in altre necro- poli preistoriche, come a Remedello e a Novilara (cfr. COLINI, ill“ Bullett. di Paletm. ,, AXIV [1398 p. 221.8, e nota 6 Il numero maggiore di tombe era naturalmente quello dello strato superiore, cioè dell’ultimo periodo della necropoli (fine del- l’età romana?); ma in gran parte devastate e poverissime di contenuto. Fu però possibile osservare il rito *funebre: il cadavere giaceva disteso, con la testa generalmente volta ad est, con le braccia composte sul petto, dentro un sarcofago di lastre di lavagna, pietra molto comune in Val d’Aosta. Dentro una di queste tombe dell’ultimo periodo, che era rimasta intatta, fu trovato un vasetto cilindrico di pietra ollare lavorato al tornio, deposto accanto alla spalla sinistra dello scheletro. Altri fram- menti simili e frammenti di vasettini di vetro (indizio cronolo- gico assai sicuro), furono trovati in buon numero in altre tombe devastate del medesimo periodo. Ma tutto questo non ha per la nostra ricerca che un interesse semplicemente stratigrafico e cronologico. Approfondendosi lo scavo ad un livello più basso, appar- SEPOLCRI NEOLITICI DI MONTJOVET (VALLE D'AOSTA) 839 vero le tracce dei seppellimenti più antichi, con frammenti di varia età, che descriverò fra poco; e nello strato più antico, sul suolo vergine della collina, le sepolture preistoriche che erano scampate alla distruzione. Alcune, assolutamente intatte, meri- tano una particolareggiata descrizione (1). Sepolero I (Tav., fig. 2). — In forma di cassa, costruita con lastroni grezzi e scheggiati, di lavagna: due per ogni lato lungo, e un solo in uno dei lati corti (l’altro lato mancava): era chiusa con due lastroni simili. Misura m. 1,37 X 0,43. Lo scheletro, con la testa volta al nord, giaceva, rannic- chiato, sul fianco sinistro. Le avambraccia erano ripiegate ad angolo con le mani in corrispondenza della faccia, le gambe anch’esse ad angolo e come incrociate. Nessun oggetto fu tro- vato dentro il sepolcro. Sep. II. — Forma simile alla precedente (m. 0,90 X 0,40): uno dei lati lunghi è d’ un solo lastrone rozzo e scheggiato, il lato contrapposto di tre piccoli scheggioni messi di coltello; una lastra per ciascuno dei lati corti, e un’altra per il coperchio. Dentro non si trovò che un cranio, presso uno dei lati corti della cassa, deposto sopra una scheggia di pietra. Mancava qual- siasi traccia dello scheletro. Sep. ILI (Tav., fig. 4). — Scheletro deposto in disordine nel nudo terreno, senza lastroni o pietre che indicassero la forma del sepolcro. Non è possibile affermare se lo scheletro sia com- pleto, perchè, cementato in mezzo alla terra argillosa e com- patta, si romperebbe in minuti frammenti, se si volesse rimuo- vere ed esaminare. Sep. IV (Tav., fig. 4°). — Accanto a questo scheletro, un'altra deposizione, quasi in nudo terreno, di due soli crami, nel lato di un “ sepolcro , determinato da due scheggioni di pietra. E da osservare che la figura potrebbe dare l'illusione di casse (1) Questi sepolcri sono stati trasportati interi, col loro contenuto, nel Museo di Torino, dove sono esposti, nella sala delle antichità preistoriche del Piemonte. SI4 Gi. Ei RIZZO costruite da lastroni, anche per questi due sepolcri; ma i tagli rigidi nella terra argillosa furon fatti, per render possibile il trasporto delle tombe a Torino. Questi tagli, però, delimitano le linee di leggero avvallamento dell’antichissima deposizione funebre (Misure del N. III: m. 1,02 X 0,42; del N. JV: m. Oo x-0, 60) | — Ma ancora più importante è il fatto che questi due se- polcri sembrano immuni da antiche devastazioni, ed intatti ; perchè su di essi, in linea quasi trasversale, fu trovata una delle tombe di età tarda, alle quali ho sopra accennato; co- sicchè esse rimasero protette dal lastrone che serviva come fondo alla più tarda deposizione funebre. Sep. V (Tav., fig. 1). — In forma di cassa, chiusa intorno e superiormente da lastroni ancora in si: simile al N. £. Misura m. 1,46 X 0,60. Conteneva ossa di tre scheletri (a giudicarne dalle parti conservate), deposti in disordine. Anche dentro questo sepolcro non fu trovato alcun oggetto di età preistorica. Però, frugando nella terra filtrata, il Prof. Schiaparelli trovò due mi- nuscoli pezzettini di vetro. E da considerare che la tomba riposava sul suolo vergine, in quel primo strato, cioè, al quale appartengono le tombe pre- istoriche; ma ad una profondità minore delle altre, perchè in quel punto la roccia era coperta da un più leggero strato di terra vegetale. Inoltre i rozzi lastroni di copertura non po- tevano, naturalmente, combaciare in modo, da impedire che, insieme con le acque e il terreno di filtro, non penetrassero, dentro la tomba, piccoli oggetti. Se quindi, per coscienza di esperto archeologo, lo Schiaparelli ha tenuto conto anche di questo fatto, è facile, d’ altro lato, trovare la sicura spiega- zione di esso, data dallo stesso Schiaparelli, e da me piena- mente accettata. Quantunque le cinque tombe metodicamente esplorate — ed alcune trovate ancora chiuse ed intatte — siano prive di qualsiasi corredo, pure per definire la loro età basterebbe, l’os- servazione del rito funebre, del quale parlerò brevemente; ma si SEPOLCRI NEOLITICI DI MONTJOVET (VALLE D'AOSTA) 895 aggiungono a ciò altre prove, desunte dai materiali frammentarii e dispersi, provenienti dalle tombe devastate dai seppellimenti posteriori, e trovati nel terreno alla stessa profondità che le. tombe sopra descritte. Questi materiali consistono in numerosi cocci disgraziata- mente amorfi, di rozzo impasto di terra grigiastra, rilucente di molte lamine di quarzo. I vasi ai quali questi cocci apparten- gono erano stati induriti al sole, non offrendo la terra impa- stata che un’assai debole resistenza, anche alla pressione della mano; e non presentano, naturalmente, alcuna traccia dell’uso del tornio. i Ma l'oggetto più importante è 11 punteruolo di selce gialla, che fu trovato presso il Sep. IZ. Di profilo ricurvo, lavorato a fini scheggiature con costolatura mediana, e a sezione trape- zoidale, esso ha tutti 1 caratteri della tecnica neolitica (1). IA AaezgT7r07 Mamo (CERA SS ni > ps. CE 7 USE) ho APT pere Gai Y he PWatAglYgi pi In pl \ it di i IR ; PR Aa SPUNI panta READ pi TARE a i SS U DAG 5 «A K SES Gli altri frammenti, trovati nello scarico, appartengono alle diverse genti delle varie età, durante le quali la necropoli fu in uso. Cocci di stoviglie di terracotta rossastra con impronte del tornio, un piccolo frammento di fibula di ferro probabil- mente gallica, qualche frammento di ceramica “ inventriata ,, di età barbarica, e i frammentini di vetro ai quali sopra ho ac- cennato, oltre ai numerosi pezzi di vasi di pietra ollare. (1) Vedi, per quasta tecnica, le osservazioni riassuntive del Pret, op. cit., p. 145 ss. 836 BICE RIZZO! * * %* E noto che durante l’età neolitica, come nella successiva età eneolitica, sia stato in uso, specialmente nell’Italia centrale e settentrionale, il rito di seppellimento delle fosse scavate nella nuda terra, all'aperto, o dentro le caverne (1). Le tombe di Montjovet, appartengono al gruppo dei seppellimenti all’a- perto, con due forme diverse, riscontrate egualmente altrove : talora, cioè, la fossa era protetta da rozzi lastroni, talora no. In esse sono osservabili altri riti comuni nel periodo neolitico ; principalmente la posizione dello scheletro rannicchiato e volto di fianco (2); e qui a Montjovet (come altrove nei sepolcri dello stesso periodo) col rito ancora selvaggio del seppellimento “ secondario ,. Lo scheletro, cioè, è stato interrato assai tempo * (1) Basterà soltanto rimandare agli accuratissimi e fondamentali lavori del Cotini, sul sepolereto di Remedello, in “Bull. di Paletn.,, XXIV, p. 1 ss., 1206 #3. pa 850/8817 AV pe) #3 e p. dio 88.1 NAVI oT-se. e p. 20288. Per il rito, cfr. principalmente: XXIV, p. 207 ss. e p. 215 ss.; nonchè XXIX, p. 151 s. (tombe eneolitiche del Viterbese). Cfr. lo sguardo d’insieme nel discorso del Pigorini su Le più antiche civiltà dell’Italia, ripubblicato in “Bull. di Paletn.,, XXIX, p. 194 ss.; e Mopesrov, op. cit., p. 28 ss.; Peer, op..cit., p. 14788 Per l’età neolitica in Sicilia, cfr. i lavori classici di P. Orsi. È appena necessario accennare che le tombe neolitiche dell’Italia me- ridionale e della Sicilia sono di tipo diverso (tombe “a forno , o “ a fine- stra , come le migliaia scavate dall’ Orsi), tipo che continua anche nelle età preistoriche successive, e fino ai limiti della colonizzazione greca. (2) Oltre i citati lavori, cfr. per questo rito le osservazioni del Brizio in “ Monum. ant. dei Lincei ,, V, p. 105 ss., e in generale Mopesrov, op. cit., p. 74 seg. Questo rito è comune a popoli di civiltà diverse e lontane, e assai diffuso non solo in molte parti d'Europa, ma anche in Asia e in Africa. Di confronti fuori d’Italia, cito soltanto, come esempio più recente, le tombe ultimamente scavate dal Dòrprrern a Leukas-Ithaka (eneolitiche). Cfr. “© Fiinfter Brief iiber Leukas-Ithaka , ‘(Athen,. 1909), p. 29 ss. Le altre scoperte del periodo neolitico ed eneolitico nella Grecia, nelle isole del- l’Egeo e nell'Asia Minore sono entrate nel patrimonio della cultura comune. Cfr. specialmente "Eonu. apxamoyiwxn, 1899, p. 83 ss., e 1902, p. 123 ss. SEPOLCRI NEOLITICI DI MONTJOVET (VALLE D'AOSTA) 8897 dopo la morte, e ricomposto, dopo che si era compiuto lo scar- nimento, ed erano disfatti i legami delle ossa (1). Non solo, infatti, le giunture erano tutte fuori posto, ma mancano assolutamente alcune parti dello scheletro, come le ossa dei piedi e delle mani. Si osservi, inoltre, la posizione for- zata delle ossa delle gambe, e quella delle braccia, volte verso la testa (2). Questo rito ha poi una buona conferma, e quasi un’esten- sione maggiore, nei seppellimenti dei Sepolcri III e V. Sarà bene, intanto, ricordare che il Sep. V conteneva almeno tre scheletri, con le ossa in disordine: segno evidente del seppel- limento secondario. Nè qui è il caso di attribuire questo disor- dine delle parti scheletriche ai successivi seppellimenti o. ai lavori agricoli, come si è pensato per altri sepolcri preisto- rici (3); poichè il Sep. V di Montjovet fu trovato col coperchio ancora in situ, ed è quindi da ritenersi intatto. I Sepoleri II e IV hanno poi uno speciale interesse per lo studio e per la conoscenza di questo rito antichissimo. Il primo di essi — trovato ancora chiuso! — conteneva, come ho detto, un solo cranio; e il /V due soli cranî, senza alcun’altra traccia degli scheletri: ma non sappiamo se ciò proprio significhi che nel seppellimento secondario, avvenuto molto tempo dopo la morte, siasi tumulata soltanto la parte più nobile del corpo umano. Nessun dubbio, poi, che questi cranî siano stati intenzionalmente collocati e con ogni cura adagiati dentro il sepolcro. * * * Nella distribuzione topografica delle tombe di età neolitica nell’ Italia settentrionale, quelle di Montjovet hanno il loro di- (1) È noto che questo rito cessa nell’età eneolitica; ed infatti non si è riscontrato a Remedello; tanto meno poi a Novilara, la cui necropoli spetta già all’età del ferro. Quindi anche l’osservazione sicura di tale costumanza, nelle tombe di Montjovet, è un argomento di più per rite- nerle neolitiche. Cfr. Peet, op. cit., p. 120 seg. (2) Sugli argomenti valevoli per il seppellimento dello scheletro scar- nito, cfr. “ Bull. di Paletn., XXIV, p. 221 seg.. È bene osservare che la po- sizione delle braccia in questi sepolcri non è uguale e costante. (8) Cfr. le osservazioni del Corini, “ Ibid. ,, p. 222 e nota 67. 838 G. E. RIZZO retto e vicino riscontro in altre analoghe trovate in Valle di Aosta, lungo la strada che da Aosta va al Piccolo S. Bernardo, nelle vicinanze di Arvier; ma della prima scoperta di queste tombe, non abbiamo che notizie vaghe (1). Altre ne furono tro- vate, molto probabilmente nel medesimo luogo, e certamente in Val d'Aosta, presso Arvier; e di questa scoperta abbiamo una relazione (2) non troppo esatta e chiara, che fu già commentata dal Pigorini (3). Nessun dubbio che queste tombe siano neolitiche e di struttura uguale a quelle di Montjovet (casse di lastroni grezzi); quantunque manchi in queste ultime il corredo funebre, consistente in ornamenti di conchiglie: per cui i sepolcri di Arvier trovano un più vicino confronto con altri della Spagna e della Francia. Certo è che dei sepolcri neolitici di Val di Aosta si ave- vano, fino ad ora, notizie imprecise e incomplete (4). E qui cade opportuno ricordare che nella relazione del Can. Bérard (cit. nella nota 2), si parla di un vaso di pietra ollare che sa- rebbe stato trovato dentro la tomba preistorica di Arvier: ciò che sembrò impossibile ai competenti, perchè se l'osservazione di questo fatto fosse esatta, converrebbe riportare la tomba a tempi assai più vicini (5). L’equivoco, che lo stesso Pigorini aveva curato di chiarire coi mezzi di informazioni che gli erano soltanto possibili, è ora assai bene spiegato dalle scoperte di Montjovet. E, infatti, assai probabile congettura che anche le altre piccole necropoli di Val d'Aosta saranno servite, per lungo volger di secoli, a diverse genti: e da ciò la sovrapposizione dei seppellimenti; e nello scavo tumultuario, per la ricerca del famoso tesoro (cfr. relaz. Bérard), avvenne la confusione fra gli oggetti, spettanti a diverse tombe di età molto lontane. (1) Gasranpi, Framm. di Paleoetn ital. (1876), p. 19 (Ex “ Bullett. di Paletn. ,, XIV [1888], p. 109, n. 1). La pubblicazione originale del GasrALDI non mi è stata accessibile. (2) “ Atti d. Società di Arch. e Belle Arti di Torino ,, V, p. 130 seg., tab: (3) £ Bull. di Paletn..;; XIV (1888), p. 112 ss. (4) Cfr. anche “ Notizie scavi ,, 1889, p. 392 s. (5) Picorini, loc. cit., p. 114. Sui vasi di pietra ollare, cfr. anche le os- servazioni dello stesso Autore, in “ Bull. di Paletn. ,, IX, p. 206 s. SEPOLCRI NEOLITICI DI MONTJOVET (VALLE D'AOSTA) 839 A quali genti siano appartenute le tombe neolitiche di Val d'Aosta, non è facile dire allo stato delle nostre conoscenze; nè sarebbe a me possibile rifar qui, a proposito di questa scoperta, e nel breve spazio concessomi per questa Nota, la questione sulle più antiche popolazioni preistoriche dell’Italia, in relazione con la loro razza, con la loro origine e provenienza. Questione molto importante, ma ardua ed oscurissima, per la quale antro- pologi, paletnologi e storici sono ancora e saranno certo, e forse per sempre, lontani da un pacifico accordo (1). La civiltà neolitica, come è generalmente ammesso, è de’ primi popoli immigrati in Italia; e poichè le più antiche tradizioni ci riportano a quelle genti conosciute col nome di Liguri, che sono, nelle fonti let- terarie, le popolazioni antiche per eccellenza, si è pensato da alcuni a questa identificazione molto difficile e discutibile (2). Non è stato ancora possibile di far studiare da persone competenti i cranî dei sepolcri preistorici di Montjovet; ma essi sono probabilmente di dolicocefali, il che converrebbe al carattere antropologico delle popolazioni neolitiche in Italia, generalmente credute di dolicocefali. È noto, però, che questo ca- rattere non è costante, specialmente verso la fine del periodo neolitico; e che i cranii brachicefali si seno riconosciuti, accanto ai dolicocefali, nelle tombe neolitiche sia dell’Italia settentrio- nale e centrale, che della Sicilia (3). Note sono anche le dedu- zioni che si son volute fare da questa mistione di tipi etnici, desunta dall'esame dei cranî; ma io non solo non desidero se- guire questa via di ricerche — lontane, del resto, da’ miei studî, e nelle quali, perciò, l'archeologo è costretto a vedere con gli occhi dell’antropologo — ma non ho alcun ritegno di dichiarare (1) Rimando al riassunto fattone dal Mopesrov, op. cit., p. 103 ss. Cfr. poi le osservazioni di De SanctIs, op. cit., 1, p. 70 s. e Pret, op. cit., p. 166 ss. (2) Cfr. per le fonti classiche e per la moderna bibliografia quanto ha raccolto il Mopestov, op. cit., p. 113 ss. (3) Cfr. “ Archivio per l’Antropol. e l’Etnol. ,, 1390, p. 345 ss. 840. i G. E. RIZZO che reputerei chimerica qualsiasi deduzione etnografica dallo esame — sincero ed obbiettivo, come dovrebbe essere — di pochi cranî; e lamento che 1 nostri studî, in generale, e talvolta anche le ricerche di eminenti cultori di essi, siano stati turbati dalle appariscenti congetture di alcuni antropologi, dotati cer- tamente d’ingegno e di dottrina, ma ricchi di eminenti qualità immaginative. Torino, Maggio 1910. Il prof. M. Carrara, dell’Università di Torino, da me tardi- vamente pregato di esaminare i cranî dei sepolcri di Montjovet, mi ha mandato la sua relazione, dopo che la mia Nota era già composta ed impaginata. Dalle misurazioni eseguite, rimane, in parte, confermato che i neolitici di Monjovet erano dolico- cefali. Preferisco pubblicare integralmente l’accuratissima ed ob- biettiva relazione, per fornire ai competenti nuovi e sicuri ele- menti di giudizio; e ne ringrazio il ch. prof. Carrara. Sepolcro I. — Scheletro completo e ben composto (col bacino in posi- zione frontale e la colonna vertebrale in posizione laterale). Testa per metà interrata, a forma però evidentemente allungata. Linea semicircolare temporale destra accentuata. Arcate sopraorbitali sporgenti; leggero prognatismo; denti conservati. Suturé lambdoidea e sagittale conservate. Diametro antero-poster. 185 — Curva antero-poster. 285. Sepolcro II. — Bellissimo cranio a forma spiccatamente ovoide, fine, delicato, a. contorni curvilinei: suture coronale e sagittale ancora ben con- servate con finissime e numerose dentellature. Molte ossa wormiane nella sutura lambdoidea. Denti ben conservati. Fronte alta, piuttosto dritta. Cranîo femminile? Tipo cranico superiore. Diametro ant.-poster. massimo 175 — Id. trasverso mass. 185 [Indice cefalico 77 (dolico-mesaticefalo)] — Id. bizigomatico 101 — Id. biorbitario 92 — Id. frontale minimo 94 — Circonferenza orizzontale 495 — Curva ant.- post. 301 — Curva trasversa: 306 — Capacità cranica presunta c.c. 1412 — Forma: ovoide isopericampilo. Sepolcro ILI. — Scheletro isolato e pressochè completo, con le ossa disposte in modo come fosse rattrappito: il cranio non è misurabile perchè interrato. Solo il diametro longitudinale è circa di mm. 194. SEPOLCRI NEOLITICI DI MONTJOVET (VALLE D'AOSTA) 841 Il cranio ha tuttavia anch’esso forma allungata (dolicocefalica) e col contorno a linee sufficientemente curve, con bozze parietali piuttosto sporgenti. du La sutura sagittale è ancora aperta: della coronale non sono ricono- scibili che frammenti. Sepolcro IV (con due cranî). — 1° (Cranio fratturato dal piccone) A con- torno assai regolare, curvilineo, senza sporgenze molto accentuate. Fronte sfuggente. Orbita a base rotondeggiante, almeno la sinistra che è intatta, mentre la destra è piena di terra e quindi dissimulata nella sua forma e fratturata nella parete esterna. Suture coronale, sagittale e lambdoidea an-. cora ben visibili. Le ossa wormiane sono rare: se ne trova uno nel ramo destro della sutura lambdoidea (parieto-occipitale). Diametro antero-posteriore 189.5 — Id. trasverso (massimo) 139.5 [In- dice cefalico 74 (dolicocefalo)] — Id. bizigomatico 117 — Id. frontale mi- nimo 97.9 — Circonferenza orizzontale 515 — Curva antero-posteriore 265 — Id. trasversa (approssimativa) 305 — Capacità cranica presunta: c. c. 1414 (piccola): cranio femminile? —- Forma: Elissoideo-africo. 2° Più robusto del precedente; contorno cranico a sporgenze più ac- centuate; specialmente le bozze parietali sono molto grosse; l’osso occipi- tale cade rapidamente e verticalmente in basso. Bozze frontali molto ac- centuate. La sutura coronale è ancora aperta e visibile; la sagittale e la lambdoidea sono saldate e scomparse. | Diametro antero-posteriore 197.2 — Id. trasverso 145 [Indice cefa- lico 73 (Dolicocefalo)] — Id. bizigomatico 106 — Id. frontale minimo 100 — Circonferenza orizzontale 555 — Curva antero-posteriore 286 — Id. tras- versa (calcolata) 310 — Capacità cranica presunta: c.c. 1493.2 — Forma: ovoide birsoide. Sepolcro V. — 1° Cranio ben formato a contorno curvilineo: la sutura coronaria è ancora conservata, meno la sagittale. Numerose ossa wormiane nella sutura lambdoidea; altro osso wormiano al vertice cranico, nel punto in cui la sagittale incontra la coronale. Denti conservati: 4 premolari e 2 molari. Mandibola molto piccola: diametro bigoniaco 81.5 — altezza del suo corpo cent. 2.2 — Branca ascendente impiantata ad angolo ottuso. Diametro ant.-poster. massimo 187 — Id. trasverso (approssimativo) 150 [Indice cefalico 80 (mesaticefalo)] — Id. bizigomatico 120 — Id. biorbitale 114 — Id. frontale minimo 100 — Circonferenza orizzontale 545 — Curva an- tero-posteriore 305 — Capacità cranica presunta c. c. 1492 — Forma: Ovoide tipico. 2° Cranio pure regolare, a contorno curvilineo; seni frontali sporgenti. Suture coronale e sagittale ancora visibili. Occipite molto sporgente all’in- dietro. Dente molare cariato. Processi stiloidi molto lunghi. 842 G. E. RIZZO — SEPOLCRI NEOLITICI DI MONTJIOVET Diametro ant.-poster. 182 — Id. trasverso 147 [Indice cefalico 80 (mesa- ticefalo)] — Id. bizigomatico 115 — Id. biorbitale 101 — Id. frontale minimo 98 — Id. bigoniaco 98 — Circonferenza orizzontale 520 — Curva antero-poster. 302 — Id. trasversa 304 —' Altezza della mandibola cm. 2.7 — Capacità cranica presunta c.c. 1455 — - Mandibola con apofisi lemuriana — Forma: elissoide embolico. . Pur non-avendo potuto misurare con molta esattezza, in ogni cranio l'angolo facciale o i suoi sostitutivi, per le particolari condizioni in cui i cranî si trovavano, tuttavia dove ho potuto l’ho trovato col goniometro fac- ciale mediano del Broca oscillare tra limiti assai ristretti e con valori rispondenti ai normali odierni di nostra razza. Torino, luglio 1910. M. CARRARA. L’Accademico Segretario GAETANO DE SANOTIS. 1 Ì i ' ' ' Ù ' I Ù Ul fi i Ù i '' ) I hc sla fi La ui “ LI XXX xx x Sa ma STE, > n INA ei tea SÒ rn L. Cognetti de Martis dis. l ÙA mn Ù Ù vi ' \ il ' i Cu Sd ga, Mer oe, to ar E è»: cap. Lit Salussolia — Torino di 4,8 via n DES È ì: cnieio Ù) 0- VOLA AMtidR. Acca COGNETTI DE MARTIIS L sì n vane QI es conan CI CI 9) i o QI Pe [i CE ie) Ni CU que] | vin SI CI [sta DI ld {es ‘do ig [que] N (came mie ©) Cd I D CSI ig li co ie, [cuo rbemned paso citi era] Re old Lava “CD CLI ° pizeneu» VOGRE AZ TE SÒ D) mettano ia IR . Satan REANO sbaiianzi oe ni STIA ITA LINATE SALIRE AIN I ORI xa TETI NEARZAGOT IAA tia fio y ATI Sn RTS RIA I RIETI Sie AI N 7° TMP MA SR » Ù tentare, Pet IRE Panza > TNA, cap. non TARE --_ rino SHE, Lit Salussolia È. Cognetti de Martis dis. A Tn 3337 È ei SRO IR 4 N UO, hi di tests Ft. oa Ù ia a | A.C.BRUNI. Sviluppo della colonna vertebrale dei rettili e degli uccelli. Su Uri della R. Accad. delle Scienze di Sozino. Vol. XLV. 7 Fini SISSI ROSIE IAT E e RIALZA PONT ILE O DENTI grecia imitatori mano svenne i U È i Off. Fototecnica Ing. Molfese. Torino PA AI OE # $- sa Off, Fototecnica Ing. Molfese Torino ha 3 omini pt sic paria SEIT irta i vt de at fd i La \ Hentai AREA ef G. E. RIZZO - Sepolcri neolitici di Montjovet ( Valle d’ Aosta D. ciaepolero: È Atti lla R. Accad. delle Scienze di dovino, Vol. XLV. da peri epica 4b, Sepolero IV. 4. Sepolero III. — 843 INDICE DEL VOLUME XLV ELenco degli Accademici residenti, Nazionali non residenti, Stranieri e Corrispondenti al 31 Dicembre 1909. . "dd, LEI Pubblicazioni periodiche ricevute dall'Accademia dal 1° Gi al 31 Dicembre 1909 + i : Neil: ADUNANZE. Sunti degli Atti verbali delle Adunanze a Classi Unite . Pag.225, 369, 572, 632, 667. Sunti degli Atti verbali della Classe di Scienze fisiche, matema- tiche e naturali . RE 55, 117, 159, 181, 223, 356, 371, 439, 501, 511, 513, 633, 668, 715. Sunti degli Atti verbali della Classe di scien morali, storiche e filologiche . 4 sr B 91, 148, 162, 197, 267, 370, 407, 492, 509, 584, 631, 665, 691, 772. CommemorazIoONI E BIoGRArIE. Giacinto MorerA. Commemorazione letta dal Socio Carlo Somr- GLIANA . . | TO STANISLAO viali Parole colata ivi del suo Midhale FiLetI . : i : : $ ; MA SGOO ELEZIONI. Elezione del Presidente e del Vice Presidente . 572, 632, 665, 667 Elezioni di Soci della Classe di scienze fisiche, matematiche e naturali | | i ; : \ , n 634 Elezioni di Soci Vor nibutisdionti i i . 634, 635, 636 Elezioni a cariche: — del Segretario . i i ; P | siti Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 57 844 INDICE DEL VOL. XLV Elezione di Soci della Classe di scienze morali, storiche e filo- logiche . i i i . LE Elezioni a cariche: — a Direttore della Classe . i i È | DOO — a Segretario della Classe . . i 5 REATO I ConcressI. " Congrès Scientifique international américain di Buenos Aires. , IX° Congrès Géologique international di Stoccolma . LA Invito al Congresso internazionale di Botanica a Bruxelles ; a — a sottoscrivere per un ricordo a V. CerrUTI . i i i Oxoranze ad Amedeo Avocanpro: Aggiunta del Socio Tesoriere dell’Accademia e dei Sindaci di Torino e Biella nel Comitato internazionale . i : i Adesione alle onoranze a Camillo Cavour. . i : À Adesione alle onoranze al prof. Guglielmo Kons i . }; Premio Bressa: Relazione intorno al XVI premio . ; 3 Conferimento del XVI premio 5 n Nomina della 1* Giunta pel XVII premio Pi to iiuobonani: qua- driennio 1907-1910). ì ; ; : i i ; ; PrEMIO GAUTIERI: Avviso del premio per la Storia per il triennio 1907-1910 Ù Relazione intorno al premio di Filosofia (triennio 1906-1908) , Elezione della Commissione per - premio di Storia (triennio 1907-1909) . è Conferimento del premio di Eiwota per il uo 1906- 1908 , Armonerti (Cesare) — Una nuova maniera di dostruire i livelli a cannocchiale . i i #1 Pag. ArLievo (Giuseppe) — Del romanzo dildo ani AO i ù — Cenni storici intorno il romanzo psicologico educativo . ù Arpreò (Roberto) — Rassegna le dimissioni da Socio corrispondente , Arpissone (Francesco) — V. D'Ovipro (E.). Baccarini (Pasquale) — Eletto Socio corrispondente . | n — Ringrazia per la sua nomina. i i i i i hi BarvyEr (Adolfo v.) — Eletto Socio straniero i i 5 n Bariano (Luigi) — Eletto Socio nazionale residente . , i BarteLLi (Angelo) — Eletto Socio corrispondente i ì — Ringrazia per la sua nomina . i i i » Baupi pi Vesme (nobile Alessandro dei conti) — V. Vesme (nobile A. Baupi DI). Brio (Vittore) — V. D'Ovipro (E.). 510 665 665 501 501 268 369 718 29 93 407 636 715 634 634 635 715 INDICE DEL VOL. XLV BerLanga (D. Maniel Rodriguez de) — V. D'Ovipio (E.). Bersawo (Arturo) — Adelfi, Federati e Carbonari. Contributo alla Storia delle Società segrete i 0 i Pag Boccarpi (Giovanni) -— V. Jananza (N.) e Naccari (A.). Bocgro (Tommaso) — Dimostrazione assoluta delle equazioni clas- siche dell’Idrodinamica i 4 ° IE, BoseLLi (S. E. Paolo) — Incaricato della commemorazione del Selo barone D. CaruttI DI CANTOGNO . è 1 — Propone di porgere un saluto di enni e da augurio al Socio Manxo per la sua nomina a Senatore del Regno — Ringrazia l’Accademia per l'interessamento preso alla salute della sua signora. — Eletto Presidente dell’ nani ra i È j i — Partecipa che furono approvate le elezioni del Presidente e del. Direttore di Classe e del Segretario . | — Rkivolge parole di condoglianza al Socio Roptalibnt per rita milita del padre » ba) ” » và i , — Partecipa la finan sovrana def! nomine Pe Saei nazio» nale residente e dei Socì stranieri ba) Borri (Luigi) — Di alcuni fenomeni di grandezza apparente, di distanza e di prospettiva 4 a Boussinese (Valentino) — Eletto Socio bisi di dato i — Ringrazia per ta sua nomina . ; BozzoLa (Annibale) — La politica Ligest.i di Bositadio Il e una pretesa donazione di Federico II È | A Bronpi (Vittorio) — Cenno sull'opera del Prof. Sanri Romano, Il Comune. Parte generale . 5 ì Bruni (Cesare) — Sui primi stadi di svilappo della colonna verte- brale dei Rettili e degli Uccelli Buraci-Forti (C.) — Sulla Geometria differenziale assoluta delle con- gruenze e dei complessi rettilinei i — Gradiente, rotazione e divergenza in una sani Burzro (Cesare) -- V. Caironi (G.) e Rurrini (F.). Camerano (Lorenzo) — Presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie un lavoro del Dr. E. Zavarrari, intitolato: I muscoli toidei dei Sauri in rapporto con i muscoli icidei degli altri vertebrati. Parte 2%: Ricerche morfologiche . i — Presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie un suo lavoro intitolato: Franco Andrea Bonelli e i suoi concetti evoluzio- mistici — e Fusari (Romeo) — aLe Lr dla ITTARREO del Di. DI nia vattaRI, intitolata: I muscoli ioidei dei Sauri in rapporto con i muscoli ividei degli altri Vertebrati. Parte seconda —. Relazione intorno al XVI premio Bressa — Presenta per l'inserzione nei volumi delle Maliorie accade- miche un lavoro del Dr. Luigi Coenertr pe MaRtmI8, intito- Atti della R. Accademia — Vol. XLV. 97% » b,) n » bl » n 113 388 8460 INDICE DEL VOL. XLV lato: Ricerche sulla distruzione normale dei prodotti sessuali maschili h i i nig 4 Pap B60 CameraNO (Lorenzo) — e a (Mesa) -_ ERE galla Memoria del Dr. Luigi Coenertr pe MartIS, intitolata: Ricerche sulla distruzione normale dei prodotti sessuali prati (ENO ta 11769 —. Eletto Vice Presidente dell’Accademia . i - À ? DO — V. Fusari (R.) e Camerano (L.). “ — V. Parona (C. F.) e Camerano (L.). Camperti (A.) e DeLerosso (C.) — V. Naccari (A.) e Grassi (G.). Cannizzaro (Stanislao) — V. D’Ovipro (E.), V. FiLeti (M.). Canrone (Michele) — Eletto Socio corrispondente ©. vic DIE s 635 —. Ringrazia per la sua nomina. ; setta, } DÒ CarnevaLi (F.) — V. GroLirtI (F.) e Odubetana (FP). CarurtI DI Cantoeno (Domenico) — V. D’Ovipio (E.). Casu (Angelo) — V. MamtIroLo (0.) e Parona (C. F.). | CavarLi (Ernesto) — Eletto Socio corrispondente i ; : s 635 — Ringrazia per la sua nomina. N J j ps LOD CeruLLI (Vincenzo) — Eletto Socio ITA ) , i si 639° — Ringrazia per la sua nomina. i } si Cnarrier (G.) — Azione del calore sugli 0- Nasa Acer 4 _ir400 CrinaeLia (Leopoldo) — Dell’ influenza esercitata dalla temperatura . sull’apprezzamento di oggetti posti sopra la nostra pelle sn 996 Caironi (Giampietro) — Presenta per le Memorie un lavoro del Dr. Cesare Burzio: Nuovi appunti sugli oneri reali . i Foxs —. Presenta con parole d’elogio il libro del prof. G. B. GerInI: Gli scrittori pedagogici del secolo decimonono . l i i pico — e Rurrixi (F.) — Relazione sulla Memoria del Dr. Cesare Burzio, intitolata: Nuovi appunti sugli oneri reali : ; vic hd CicconertI (G.) — Latitudine astronomica della Specola emvialica della R. Università di Napoli determinata nel 1909 . 2 MARI ot CipoLLa (Carlo) — Pensieri intorno a due famosi passi di Paolo Diacono h sii 09 — La supposta RETUAAA dei RR dar MBPAERiOA RCA secondo Giovanni Villani e Gabrio de’ Zamorei x Mao Coanerti pe Marrus (Luigi) — Contributo alla conoscenza eda fe- condazione degli Oligocheti 1 t ; gf — V. Camerano (L.) e Fusari (R.). CoLomsa (Luigi) — Sopra alcuni minerali dell’alta Valle di Aosta , 617 CoLonwnetTI (Gustavo) — Sulla trattazione grafica della trave continua , 183 Croce (Benedetto) e GentiLe (Giovanni) — È conferito loro il premio Gautieri per la filosofia (triennio 1906-1908) . i i n 969 — Ringraziano per il premio Gautieri .. i { ) . 891, 439 Darwin (Sir Giorgio Howard) — Eletto Socio aintispgndante i n 685 —. Ringrazia per la sua nomina . È i i b i i di 74 DeLerosso (C.) — V. Camperti e DeLarosso (C.). DeLL'Aenora (Carlo Alberto) — Sul teorema di Borel E 4 ui 90 INDICE DEL VOL. XLV 847 D’ErcoLe (Pasquale) — Relazione intorno al premio Gautieri per la Filosofia (triennio 1906-1908) . i già toPdg: 382 De Sanctis (Gaetano) — Note di cv giuridica Ì ? 5° 144 —. L'eroe di Temesa . 3 - s 164 — Rieletto Segretario della ida di scienze sro dotte e rd logiche . : i È I; i s 980 — V. Sramprni (E.) e De Sardi (G). Dezani (Serafino) — Contributo allo studio della pepsina . °° 224 D’Ovipio (Enrico) — Partecipa la morte avvenuta del Socio corri- spondente Simone Newcoms e di Valentino CerRruUTI ; 1 — Dà conto dei lavori del Comitato per le Onoranze ad Amedeo Avocapro . di: 1 — Ricorda con parole di nata M cele del uso ear Do- menico CaruttI DI CanToGnO i its —. Partecipa la morte del Socio Salpa D. Mewiitre] Blvd siti pe BERLANGA i ; 2° — Comunica che al IX Shrine estensioni le di stone dell bi tenutosi a Monaco di Baviera, l'Accademia fu rappresentata dal Socio corrispondente A. Venturi . ; pus 28 — Partecipa che il Dr. G. Prorri, Assistente al Vale di sad dota della R. Università, fece dono all'Accademia della collezione : “ Gesellsch. f. Pommersche Geschichte und Alterthumskunde,, 28 — Partecipa la morte del Socio corrispondente Prof. Vittore BeLLio, 148 — Partecipa la morte del Presidente del Club 0 Len ioni avv. A. GroBER . ; i Lo0 -— Comunica che il Studia di Maio inviò in dono a nome del Comitato per le onoranze a N. Gocor una targhetta comme- morativa F 2: (108 — Partecipa i ibra eta uipiagilia Pironi e sialella sl- gnora GRroBER ) yai 181 — Partecipa la morte del Badia casirispoittente Madirico PART n 986 — Partecipa con parole di rimpianto la morte del Socio SOTA dente Filippo Porena . ; s 407 — Comunica i ringraziamenti della signora Umiohattà Boca per le condoglianze fattele per la morte del suo consorte . pri 4098 — Partecipa la morte del Socio straniero Adolfo TosLer 3 sn 492 — Si delibera l’invio di un telegramma al Vice Presidente Bosetti per chiedere notizie e augurare la guarigione dell’inferma sua signora . i n 493 — Legge il ato ii dal na residente Du col quale ringrazia degli auguri i a 000 — Comunica i ringraziamenti della famiglia Toner per He sto» glianze inviatele per la morte del Socio straniero A. TòsLer, 509 — Partecipa la morte del Socio corrispondente prof. Francesco ARDISSONE —. privi — Partecipa d’aver aratifio stico i dali vuci f° Pet di far parte del Comitato per le Onoranze a Camillo Cavour, 632 848 INDICE. DEL VOL. XLV D’Ovipio (Enrico) — Partecipa d'aver aderito alle Onoranze del Prof. Guglielmo KorrnER .. i vo iPag. i > Partecipa la morte del Socio igienica non Losi dei Stanislao CANNIZZARO — Inearicato di fare a nome delli Giuni atei tanto al Sui Prano per la morte della madre sea Bis 1 ringraziamenti della famiglia TARA per la pesto . presa al lutto che l’ha colpita n EanrLica (Paolo) — Eletto Socio corrispondente . È ErmAupi (Luigi) — Eletto Socio nazionale residente Ù ExeLer (Carlo) — Eletto Socio corrispondente A Exriques (Federigo) — Eletto Socio corrispondente È — Ringrazia per la sua nomina . , i { i Fireti (Michele) —- Commemorazione di Shainislao* Duilio ) Fino (Vincenzo) — Brucite di Viù Foà (Pio) — Note di ematologia . i — Ricorda la morte del Dr. Roberto Pe — V. Mosso (A.) e Foi (P.). Fusari (Romeo) — Presenta per la stampa nei volumi delle Memorie accademiche un lavoro del Dr. A. Crvarteri, intitolato: Sullo sviluppo della guaina midollare melle fibre nervose centrali — e Camerano (L.) - Relazione intorno alla Memoria del Dr. A. Ci- VALLERI, intitolata: Sullo lumi della guaina midollare nelle fibre nervose centrali — V., Camerano (L.) e Fusari (RI. Gampera (Pietro) — Tre note dantesche | — Alcune conseguenze dedotte dalla ipotesi bian sella tti del calorico e della temperatura . bj ® » # »” » GarBasso (Antonio) — Eletto Socio valbito diet £ — Ringrazia per la sua nomina . b GentiLe (Giovanni) — V. Croce (B.) e IA (G). Gerini (G. B.) — V. Curroni (G.). Guierieno (Mario) — Su alcuni nuovi derivati trimetilenpirrolici. Nota I e II . ì ; | ) $ î È ; 2108946, GIOLITTI (F.) e Carnevari (F.) — Ricerche sulla fabbricazione dell’ac- ciaio cementato. V. Cementazione con gas fortemente com- | pressi GioLirti (F.) e tail (P) — Bicresie dalia: disco del- l'acciaio cementato. VI. Cementazione di acciai ad alto tenore di carbonio, coi gas alla pressione atmosferica e a pressione ridotta . i ; i n 3 i f Gioritri (F.) e Tavanmer (G.) — Sulla fabbricazione dell'acciaio cemen- tato. Vil. Studio di un processo di cementazione fondato sul- l’azione specifica dell’ossido di carbonio . pi. RG i Goeor. (Nicola) — V. D’Ovipro-(E.). Grameona (Maria) — Serie di equazioni differenziali lineari ed equa- zioni integro-differenziali . i i i i i n » 632 633 663 663 635 510 635 634 715 637 513 19 663 634 639 51 563 635 715 449 337 376 039 469 INDICE DEL VOL. XLV Grassi (Guido) — Raddoppiamento della frequenza di una corrente per mezzo di lampade a filo metallico . È Pag. — Sul raddoppiamento di frequenza di una con per mezzo di lampade a filamento metallico — V. Naccarr (A.) e Grassi (G.). Groser (Antonio) — V. D'Ovipro (E.). ” Guarescni (Icilio) — Daniele Bernoulli ed Amedeo Avogadro e la teoria cinetica dei gas i ) i À ù Guecra (G. B.) — Eletto Socio corrispondente i gr A — Ringrazia per la sua nomina. Gurpi (Camillo) — Presenta per ae nei Pc delle prosa uno scritto dell’Ing. Gustavo CoronwnertI; intitolato: I sistemi elastici continui trattati col metodo delle linee d'influenza . i — e Seere (Corrado) — Relazione sulla memoria dell'ing. G. CoLox- netti, che ha per titolo: / sistemi elastici continui trattati col bll metodo delle linee d'influenza { ‘ ) A Harcer (Albin) — Eletto Socio corrispondente , i i è — Ringrazia per la sua nomina. i y IRENE! Jananza (Nicodemo) — Determinazione delie Santi in un cannoc- chiale distanziométro . — e Naccari(Andrea)— Relazione cali ddl Widaaria del Prof Gio- vanni Boccarpi, intitolata: Passaggi meridiani del pianeta Marte ul osservati nella opposizione del 1909. ; | ì ; è — V. Naccari (A.) e Japanza (N.). Kician (Wilfrid Carlo).— Eletto. Socio corrispondente ada 1 — Ringrazia per la sua nomina. A : NE NE i È Korrxer (Guglielmo) — V. D’'Ovrpro (E.). KoLurausca (Federico) — V. D’Ovipro (E.). Kosser (Albrecht) — Eletto Socio corrispondente £ i ù — Ringrazia per la sua nomina . A É ù Lacrorx (Alfredo) — Eletto Socio corrispondente i i — Ringrazia per la sua nomina. i i Li tor li Laura (E.) — V. Somieziana (C.) e Naccari Hi LencHansin De GusernatIs (Massimo) — V.Srampri (E.)e De SAmorIS(G.). Levi-Crvrra (Tullio) — Eletto Socio corrispondente . grida, — Ringrazia per la sua nomina . , ; i Ù Lincro (Gabriele) —- Di alcuni minerali dell'Alpe Veglia . ; 4 Masvuri (A.) — Noterelle epigrafiche cretesi o i H Mancin (Luigi) — Eletto Socio corrispondente . : i Li — Ringrazia per la sua nomina . ; LEARN 5 Manno (Antonio) — Rieletto Direttore della Class. di scienze morali, storiche e filologiche . i 1 i 601 gl di Marret (E.) -- V. MarriroLo (0.) e Parona (C. F... MarriroLo (Oreste) — Presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie un lavoro del prof. E. MartEL, col titolo: Contr ibuzione alia lichenologia del Piemonte. ; : PAPA } 849 614 635 641 635 115 613 663 635 115 503 160 636 715 636 715 636 715 635 115 728 431 636 115 585 55 850 INDICE DEL VOL. XLV MarriroLo (Oreste) — Presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie un lavoro del Dr. Angelo Casu, intitolato: Lo Stagno di S.!' Gilla (Cagliari) e la sua vegetaziane. Parte I. > . Pag. — e Parona (Carlo Fabrizio) — Relazione intorno alla Memoria presentata dal Prof. E. MarteL che ha pe titolo: Contribuzione alla Lichenologia del Piemonte . . ; i — — Relazione sul lavoro del Dr. A. Casu, dui italo: di PR di Sf Gilla (Cagliari) e la sua vegetazione —. i i i Menrcanigore (E.) — Eletto Socio corrispondente i toa $ Meyer (Ernesto v.) — Eletto Socio corrispondente . A x ( — Ringrazia per la sua nomina. . (RI De | i , a Morera (Giacinto) — V. SomreLiana (Carlo). Mosso (Angelo) — Presenta per l’inserzione nei volumi delle Memorie un lavoro del Dr. Mario Ponzo, intitolato: Studio della loca- lizzazione delle sensazioni cutanee di dolore { i — e Foà (Pio) — Relazione intorno al lavoro del Dr. Midi Plitos Studio della localizzazione delle sensazioni cutanee di dolore % Naccari (A.) — Presenta per l'inserzione nei volumi delle Memorie un lavoro del prof. G. Boccarpr. intitolato: Passaggi meridiani del pianeta Marte vsservati nell’opposizione del 1909 . è ki — Presenta per la pubblicazione le Osservazioni meteorologiche fatte all'Osservatorio della R. Università di Torino nel 1909 , — Eletto Vice Presidente dell’Accademia . Ì è K i ; — Ringrazia e rinuncia alla carica . , ; —. Presenta per l'inserzione nei volumi delta Merfiohiati un lavoro dei sigg. A. Camperti e C. DeLGRosso col titolo : Sull’equilibrio di coppie di liquidi parzialmente miscibili . È i ga; — e Grassi (G.) — Relazione sulla memoria dei sigg. ai CAMPETTI e C. DeLarosso, intitolata: Sull’equilibrio di ini di liquidi parzialmente miscibili i : ) i — Presenta per l'inserzione nei saloni delle Stia nie un lavoro del Prof, G. B. Rizzo, intitolato: Sulla propagazione dei movi- menti prodotti dal terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 , — e@Japanza (N.) — Relazione sulla Memoria del Prof. G. B. Rizzo, intitolata: Sulla propagazione dei movimenti prodotti dal torre- inoto di Messina del 28 dicembre 1908 i : à x ù mv V. Jananza (N.).e Naccart;(A,)... —. V. Somieniana (C.) e NaAccari (A.). Negri (Paolo) — Note e documenti per la Storia della Riforma in Italia. I. Venezia e Istria . 3 ; i i ; k é Neumanw (Carlo) — Eletto Socio RAFrPRORERn te ) : ; . Pi — Ringrazia per la sua nomina. È i 3 » i " — Newcowms (Simone) — V. D’Ovipro (E.). Norrgzer (Massimiliano) — Eletto Socio straniero : i i Osimo (G.) — V. Parona (C. F.) e Camerano (L.). I Pawerri (Modesto) — Teoria e calcolo delle molle discoidali . È è 502 141 569 636 635 715 5}5) 140 118 372 572 632 613 662 669 768 INDICE. DEL. VOL. XLV Pareti (Luigi) — Intorno al TTepì YAig di MRO 3 x . Pag. — Note sul Calendario Spartano È * L Parona (Carlo Fabrizio) — Esposizione PRA deitereniidio» 1909 e bilancio preventivo per il 1910 e gestione dei lasciti Bressa, Gautieri, Vallauri e Pollini È Pl — A proposito dei caratteri iniceg iaia ibiugioi di glettai balli mesozoici della Nurra in Sardegna — Presenta per l’inserzione nei volumi delle Monvilie il Lamone TA sig.2* (G. Osimo, intitolato: Alcune nuove Stromatopore giuresi e cretacee della Sardegna e dell'Appennino à — Relazione sulla Memoria della sig.?* G. Osimo su pro nuove Stromatopore giuresi e cretacee della Sardegna e dell'Appennino , — V. Marmirovo (0.) e Parona (C. F.). ParronI (Giovanni) — L’'Alybas Omerico i . Pinna (Emilio) — V. Pizzi (Italo) e Srampini (Ettore). ProLti (Giuseppe) — Sintesi dell’anglesite . ) È di + ViDomni (.) Pizzi (Italo) — Presenta per l’inserzione nelle Memorie un lavoro di Emilio Pinna, intitolato: Il complesso delle stagioni; Poemetto lirico-erntico tradotto dall’indiano antico, con note critiche sul testo e sull’interpretazione del Meghadita . I D —- e Srampini (Ettore) — Relazione intorno al Ritusamhéra o) Cielo delle Stagioni, di Kdalidasa, tradotto e commentato da Emilio Pinna. . i A A d F Ponzio (G.) — Sulla soci da sittbgriinzo n Ponzo (Mario) — V. Mosso (A.) e Foà (P.. Porena (F.) — V. D’Ovipro (F.). Provana (Ettore) — Dal 15 al 17 marzo del 44 av. Cr. —. i X Ramon y Cayar (Santiago) — Eletto Socio corrispondente . È h Renier (Rodolfo) — Nota che nei due volumi presentati dal Socio Rurrini del prof. C. Rinaupo: Il Risorgimento italiano, è anche ragguardevole la parte data alla Storia delle lettere a Rizzo (G. B.) — V. Naccari (A.) e Japanza (N.). Rizzo (Giulio Emanuele) — Sepoleri neolitici di Montjovet (Valle n » d'Aosta) i l | | i \ k Roccati (Alessandro) -- Ricerche petrografiche sulle Valli del Gesso. Aplite del Lago delle Rovine. I suoi fenomeni di contatto ed 1 suol inclusi i ; ! 5 i i i ; Romano (Santi) — V. Bronpi (VO. Rurrini (Francesco) — Offre a nome dell'Autore prof. C. RinAupo, due volumi di conferenze tenute alla Scuola di Guerra: Il Risorgimento italiano, e dà idea del contenuto . : i 1 — Il Conte di Cavour, l'Accademia di Torino e la Scienza . 1 — V. Cautroni (G.) e Rurrixi (F.). SaLvapori (Tommaso) — Eletto Vice Presidente dell’Accademia P — Ringrazia e rinuncia alla carica . , ; . 4 i San Grovanni (Evaristo) — L'Egitto nella poesia romana . A 851 812 510 608 191 173 636 691 330 516 691 693 632 667 726 8520 INDICE DEL VOLUME. XLV Sannra (Gustavo) - Sull’inviluppata media di urna congruenza di rette Pag. 56 SanranceLo (G. B.) — Su di una estensione del teorema di Habich , 400 ScurapareLLi (Ernesto) — Gli è conferito il XVI premio Bressa n 869 — Ringrazia per il conferitogli XVI premio Bressa. . 371,407, 441 —. Eletto Socio nazionale residente . j VII Tir : $ i S10 Scorza (G.) — Sulle varietà di Segre . “M si (149 Segre (Corrado) — Eletto alla carica triennale di Buco sligbiario pica Srorza (Giovanni) — Presenta per l'inserzione nelle Memorie un suo lavoro intitolato: Bibliografia storica della città di Luni e suoi dintorni : A i i : N î ; Î i n 268 Somieciana (Carlo) — Commemorazione di Giacinto Morera . si ‘(578 — e Naccari (Andrea) — Relazione sulla Memoria del Dr. E. Laura: Sopra î moti armonici semplici e smorzati di un mezzo elastico, omogeneo, isotropo 5 pn Sprzia (Giorgio) — Sopra alcuni peetaati effetti ohfinidi sn files della pressione uniforme in tutti i sensi . i n 926 Srampini (Ettore) -- Giuseppe Regaldi commemorato. in Mese il dì 16 del gennaio 1910. Parte 1* e 2 ; * 198, 275 — Riferisce intorno alle feste celebrate dall’ albania di Hip nella ricorrenza del V centenario della sua fondazione . j LED — Presenta per l'inserzione nelle Memorie una monografia del Dr. Massimo LencHantin De GuserNnaTIS, intitolata: La poli inetria nella commedia latina i È b i ni IBITO — e De Saxcris(G.) — Relazione sulla Hog La saliti ia nella commedia latina, del Dr. Massimo LencHantIN De GusernaTIs , 609 — V. Pazzi (Italo) e Srampini (Ettore). Suess (Federico Edoardo) — Eletto Socio straniero . LA art TAvaNTI (G.) — V. Grotitti (F.) e Tavanner (G.). Tr#omxsown (Gio. Giuseppe) — Eletto Socio straniero . Piadina , 634 Venturi (Adolfo) — V. D'Ovipro (E.). Veswe (nobile Alessandro Baupr pi) — Eletto Socio nazionale bordi Mn Voerixo (Piero) — Ricerche intorno alla “ Sclerotinia Ocymi , n. sp. parassita del * Basilico , I i ; i o 441 WirLsraeter (Richard) — Eletto Socio corrispondente i n 635 — Ringrazia per la sua nomina 1 È pu ZavartarI (E.) — V. Camerano (L.) e Fusari (R.), Zermann (Pietro) — Eletto Socio corrispondente. n.699 +. Ringrazia per la sua nomina. . pu cent DETDTDLORTIAINA TT d—-__ le * mere bb NERE = a | ed US. n da) for foto CR ; la NIE Sa i be” << Vek \ Se no DI Va o e e da GEN Ki 5 DA Cui DI or uo gi (L'K RO ANTO era = V SR ea ì n sE peo: ica SET: $ 2% SE DI Aa sisi iS 2 dtt. 3% = = "= "a Po sh 4 cus iù - x "a lf } % = == ti RO RIAD A. O ION e ASA Re lo ATO I AI, x Y > Se aa 722 AN e AL Vanità. 7 © Cig TRATTATA, È a, BAN ve O LR AIN Sì Yeta GIAN i 4 ° sila © DiELS Si ù > * ì A i 3 a Pa ì % age dI uo @ Ni a Da LA A * < È AS > LIA \y AL Pe d-< Te e I° o L Sa WE eteo: via SI CASE i >] “t G > ge È a sa è& ATO E) 3 ASI one dd d/, ar i goto OI N di N d " s L Pier hi g A A \ a 33 \y " SI de ; A PA: LI i Pa ; è de E ; di 9 i } I 1 0% À P } ù Ly % ; > fan ì Pa NA (31 (ie Pas ) I NITARTE ; a Sa NILARIZE VARATO oa © 0/) ef a AO I e SES L'è. 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