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MEMORIE
DELLA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
VOLUME I - PARTE SECONDA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
Via Mezzocannone, 8
1971
MEMORIE
DELLA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
VOLUME I - PARTE SECONDA
Supplemento al Volume LXXX (1971)
del « Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli »
SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
Via Mezzocannone, 8
1971
Hanno contribuito alla stampa del presente volume:
il BANCO DI NAPOLI
la PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
il MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
il CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE
AVVISO
È in corso di stampa la II parte del I volume delle
Memorie della Società dei Naturalisti in Napoli
Il prezzo del volume completo ( la I e la II parte non si cedono separa¬
tamente) è di lire 10.000 (doli. USA 16). più lire 1.000 (doli. USA 1,5) per
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Coloro che intendono acquistare questo volume sono pregati di rivolgersi
alla Segreteria della Società dei Naturalisti, Via Mezzocannone, 8
80134 Napoli, accompagnando la richiesta col relativo importo.
N O T I C E
The I Volume, Il Part of thè
Memorie della Società dei Naturalisti in Napoli
is in press.
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(USA doli. 16), for surface postage add lire 1.000 (USA doli. 1,5).
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Società dei Naturalisti, Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli, Italia.
Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene
dell' Appennino campano-lucano
Nota di T. PESCATORE, I. SGROSSO e M. TORRE
(Tornata d-el 9 giugno 1969)
RIASSUNTO
Nei sedimenti miocenici dell’Appennino campano-lucano poggianti stratigrafìcamente su depositi
carbonatici di piattaforma vengono distinte due differenti successioni:
a) successioni trasgressive concordanti (trasgressione preorogenetica);
b) successioni trasgressive discordanti (trasgressione sinorogenetica).
Questo studio riguarda in particolare la trasgressione sinorogenetica. Tali depositi trasgressivi
sono costituiti prevalentemente da sedimenti arenacei, individuati col nome di Flysch di Castelvetere
(sul Calore) nei quali sono intercalati tettonicamente e blocchi della serie calcarea mesozoica e coltri al-
loctone varie.
Questo fenomeno trasgressivo viene riconosciuto su di una vasta area che si estende almeno dai
Monti della Maddalena al Matese orientale.
I caratteri fondamentali di questi depositi, che costituiscono un ciclo di sedimentazione di età
Langhiano medio superiore - Tortoniano inferiore, sono:
1) appoggio stratigrafìco su tutti i termini della serie carbonatica e sui depositi della tra¬
sgressione preorogenetica ad essi connessi, e sulle coltri alloctone;
2) natura litologica dei depositi basali differente da quella del substrato;
3) facies dei depositi basali generalmente neritiche circalittorali o epibatiali;
4) depositi con caratteri di Wildflysch.
Tali caratteristiche vengono interpretate quale conseguenza della tlaslazione delle Piattaforme
verso l’Adriatico e del loro arrivo in un bacino a sedimentazione terrigena.
Viene messo in evidenza inoltre che nell’Appennino meridionale la Piattaforma interna (o tir¬
renica) e quella esterna (o adriatica) hanno avuto una evoluzione differente nel Miocene; tali piat¬
taforme si sono spostate verso l’avampaese in età differente (nel Langhiano quella interna, nel Ser-
ravalliano quella esterna) e con differente entità (notevole nella prima, ridotta o addirittura tra¬
scurabile nella seconda).
Vengono messe in evidenza nel Miocene più fasi tettoniche di importanza regionale: la prima
nel Langhiano medio superiore, la seconda nel Serravalliano, la terza nel Tortoniano.
La formazione di Castelvetere viene infine correlata con le altre successioni terrigene di età Lan-
ghiano-Tortoniano che affiorano nellTtalia meridionale.
SUMMARY
Two different series lying stratigrafically on thè neritic carbonatic deposits have been distinguished
in thè Miocenic sediments of thè Campania Lucania Apennines:
a) thè disconformably series (preorogenetic trasgression);
b) thè angular unconformably series (sinorogenetic trasgression).
These studies are particularly concerned with thè sinorogenetic trasgression.
Such trasgressive deposits are mainly formed of arenaceous sediments, named Flysch of Castelve¬
tere (sul Calore), in which various blocks of mesozoic carbonatic series and allocthonous sheets («Argille
Varicolori » s.I.) are tectonically intermingled.
This trasgression is recognisable over a vaste area which extend at least from thè Maddalena
Mountains to thè Eastern Matese.
The fundamental characteristics of these deposits, which constitute a sedimentary cycle of thè
Middle-Upper Langhian to thè Lower Tortonian in age, are:
1) thè stratigrafie contact with all thè terra nes of carbonatic series and with preorogenetic tra¬
sgressive deposits and with thè alloctonous sheets;
* Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
22
2) thè litologie composition of thè above is different from that of thè substratum, even in thè
basai facies;
3) thè basai facies are generally neritic circalittoral or bathial;
4) thè deposits have thè Wildflysch characteristics.
Such characters are interpretated as consequence of thè traslation of thè carbonatic neritic plat-
forms towards thè Adriatic and its arrivai in thè basin with terrigenous sedimentation.
It is even more evident that in thè Southern Apennines thè internai (or Tirrenic) and external
(or Adriatic) platforms have had a different evolution during thè Miocene; such platforms have moved
towards thè foreland in different age: during thè Langhian age thè internai one, and during le Ser¬
ra vallian age thè external one, and in different measures (thè first notably, thè second little or not
at all).
More tectonic phases of regional importance are evident in thè Miocene: thè first during thè
Middle-Upper Langhian, thè second during thè Serra vallian, thè third during thè Tortonian.
The Flysch of Castelvetere is correlated with other terrigenous series of thè Langhian-Tortonian
age, which exist in Southern Italy.
I - PREMESSA.
Dal Matese ai Monti della Maddalena si
ritrovano sedimenti miocenici terrigeni che
poggiano, talora stratigraficamente, sui depo¬
siti carbonatici di piattaforma i quali costitui¬
scono una gran parte dell'Appennino meri¬
dionale; questi rapporti stratigrafici, sebbene
già riconosciuti in alcune zone e interpretati
comunque come contatti trasgressivi, non
sono stati inseriti, a nostro avviso, con suffi¬
ciente efficacia nel quadro della geologia del-
l’Appennino meridionale.
Nell’area in esame questi depositi costitui¬
scono un ciclo di sedimentazione di età lan-
ghiano-tortoniana o di età serravalliano-tor-
toniana delimitato generalmente alla base
dai calcari della serie carbonatica e alla som¬
mità dai sedimenti del ciclo del Messiniano-
Pliocene inf. (Coppa De Castro, Moncharmont
Zei, e al., 1970).
Nei sedimenti terrigeni di questo ciclo, di
norma discordanti sui calcari di piattaforma,
sono intercalati nella parte basale della suc¬
cessione blocchi calcarei e masse di materiale
alloctono.
I rapporti stratigrafici tra serie mioceniche
terrigene e serie calcaree vengono interpretati
come « pseudotrasgressivi », intendendo con
questo termine l’appoggio stratigrafico di se¬
dimenti prevalentemente terrigeni sulla Piat¬
taforma carbonatica o parti di essa dopo la
traslazione di quest’ultima verso l’Adriatico e
la sua conseguente messa in posto in un
bacino a sedimentazione terrigena.
Nei depositi miocenici terrigeni del ciclo
Langhiano-Tortoniano sono intercalate Argille
Varicolori in masse lenticolari a più livelli.
Una vasta coltre alloctona limita superior¬
mente questa successione.
Usiamo il termine « Argille Varicolori » in
senso lato comprendendovi non soltanto il
materiale caotico prevalentemente argilloso,
ma anche masse più o meno estese di sedi¬
menti di diversa origine ed età che in esso
sono inglobate. In accordo con Selli 1962
e altri Autori, riteniamo questo materiale
alloctono e di provenienza tirrenica.
Per il ciclo di sedimentazione intendiamo una
successione stratigrafica (costituita da una o
più formazioni) delimitate a tetto e a letto da
marcati eventi tettonici, ma non necessaria¬
mente compresa tra due regressioni (Coppa
De Castro, Moncharmont Zei e al., 1970).
Il ciclo del Langhiano-Tortoniano (o del
Serravalliano-Tortoniano) è delimitato alla
base dalla piattaforma carbonatica, messa in
posto nella fase tettonica langhiana (o serra-
valliana) e alla sommità dalle coltri alloctone
di Argille Varicolori, messe in posto nel Tor-
toniano.
I caratteri generali dei sedimenti di questo
ciclo sono;
1) nessuna connessione tra i caratteri se¬
dimentari del substrato calcareo e dei sedi¬
menti terrigeni sovrastanti;
2) discordanza più o meno marcata tra
substrato e sedimenti terrigeni;
3) depositi basali di tipo Wildflysch;
4) a luoghi depositi pelagici direttamente
poggianti sui calcari della piattaforma;
5) presenza di elementi delle coltri già
nei sedimenti basali della successione.
I depositi terrigeni di questo ciclo so-
— 339 —
no ben distinti da quelli che costituiscono
la successione miocenica trasgressiva illustra¬
ta da Selli 1957 su scala regionale, le cui
caratteristiche fondamentali si possono così
sintetizzare:
a) connessione tra i caratteri sedimen¬
tari del substrato e quelli dei depositi tra¬
sgressivi;
b) concordanza quasi sempre perfetta tra
il substrato (in genere del Cretacico superio¬
re) e i sedimenti trasgressivi;
c) evoluzione della sedimentazione da
facies calcaree biocostruite o calcarenitiche a
facies terrigene spesso torbiditiche.
Ouest'ultima trasgressione, con depositi
basali calcarei in genere concordanti sul sub¬
strato, è in relazione ai movimenti di tipo
epirogenetico (trasgressione preorogenetica);
la prima invece di norma discordante e con
sedimenti terrigeni basali, è da noi messa in
rapporto con i movimenti traslativi dei mas¬
sicci calcarei campano-lucani verso l’Adriati¬
co; movimenti traslativi che hanno portato la
piattaforma carbonatica in un bacino a sedi¬
mentazione terrigena (trasgressione sinoroge-
netica).
Lo studio sul terreno è stato eseguito da
T. Pescatore e I. Sgrosso; il primo ha curato
particolarmente le aree dei gruppi montuosi
del M. Marzano, del Partenio e del Taburno-
Camposauro; il secondo i gruppi dei M. della
Maddalena, dei Picentini e del Matese. Le ana¬
lisi micropaleontologiche sono dovute a
M. Torre. Le considerazioni conclusive sono
state scritte in collaborazione.
In questi ultimi anni vari Autori (Blow
1959, 1969; Bolli 1957, 1966, etc.) hanno ap¬
profondito lo studio dei foraminiferi plancto¬
nici e sono giunti ad una conoscenza sempre
più precisa della distribuzione verticale totale
dei vari « taxa », al punto da poter effettuare
accurate zonazioni nei vari piani del Paleo¬
gene e del Neogene.
La correlazione tra tali zonazioni — rico¬
nosciute quasi sempre in aree tropicali — e
le successioni biostratigrafìche degli stratotipi
istituiti nelle zone temperate è ancora oggetto
di studio. In particolare il problema della cor¬
relazione tra gli stratotipi istituiti in Italia
(tra cui Langhiano, Serravalliano e Tortonia-
no) e le zonazioni definite nelle aree tropicali
da Blow (1969) è stato affrontato da Cita
e Blow 1969 i quali sono giunti alle seguenti
conclusioni:
— il Langhiano-tipo comprende le biozone
N. 8 (parte), N. 9 e N. 10 (parte) di Blow; il
suo inizio è all’incirca coincidente con la com¬
parsa delle Praeorbulina, mentre il top è suc¬
cessivo alla comparsa di O. universa nonché a
quella di G. peripheroacuta;
— il Serravalliano-tipo è compreso tra le
biozone N. 10 e N. 13 (parte) di Blow; il suo
inizio è quindi all'incirca coincidente con la
comparsa di G. peripheroacuta ed il top pre¬
cedente alla comparsa della G. nepenthes ;
— il Tortoniano-tipo comprende le biozone
tra la N. 15 (parte) e la N. 17 di Blqw; sareb¬
be cioè compreso tra la zona a G. continuosa
e quella a G. tumida plesiotumida.
Volendo adottare come riferimento queste
successioni biostratigrafìche degli stratotipi
per i terreni miocenici di cui ci siamo occu¬
pati, si incontrerebbero due ordini di diffi¬
coltà:
a) difficoltà dovute agli ancor poco chiari
rapporti di correlazione tra le nostre serie (e
in generale quelle dell 'Italia meridionale) e
gli stratotipi, aggravate dall’assenza o estrema
rarità di varie specie che sono considerate
« marker » di zona (vedi ad es. G. insueta, le
globorotalie del gr. G. fohsi, etc.);
b) difficoltà di linguaggio, e cioè il non fa¬
cile confronto delle microfaune riportate dagli
Autori precedenti (a volte formate da soli fora¬
miniferi bentonici) e da loro riferite a deter¬
minati piani, con le nostre associazioni micro¬
faunistiche costituite da planctonici e per di
più non sempre in perfette condizioni di con¬
servazione (ciò in dipendenza anche della ca¬
ratteristiche dei sedimenti in cui sono conte¬
nute). Ne viene di conseguenza che non sareb¬
be facile nell'ambito di questo lavoro, parlare
di Langhiano e voler indicare in realtà quello
che per Selli 1957, 1962, Ogniben 1958; Cre¬
scenti 1966 è la parte alta del loro « Lan¬
ghiano » + parte del loro « Elveziano ».
Senza voler ampliare troppo il discorso, ab¬
biamo ritenuto utile in conclusione riferire i
sedimenti terrigeni trasgressivi che formano
loggetto del presente lavoro ai piani Langhia¬
no, Serravalliano e Tortoniano (parte), così
intesi:
\AQU/TAN/ANQ l A NON /A NO £1 VE ZZANO ZOPTONZANQ £ T A
— 340 —
CRESCENTI , 1966
ZONE SUBZONE
G/oboroiaha
menardii
Orbu/ina
universa
G lobigerinoides
tn lo bus
Qlobigenmta
d issimi l/s
Gtoborotaha
praemenardn
G/obigermoides
ob/iquus
Cloboquadrma
spp
0 sutura/is
S
**
5
i?
*
k
N
1
Nfl
I
*
I
5
I
JX_
BLOW, 1969
ZONE
N./r
ZONE
N. /€
ZONE
N. 15
ZONE
N.I4
O/ob/genna nepenthes /
Globorotalia (T.) s/akensis
ZONE
N/3
Spbaero/d/ne l/opsis
subdehiscens subdehiscens
C/obioenna druryi
ZONE
N./2
ZONE
N.H
ZONE
N./O
ZONE
N.9
ZONE
N. 8
ZONE
N. 7
ZONE
N. 6
ZONE
N.S
ZONE
N.4
emended
G/oboroiaha (0.)
tumida plesiotumìda
G/oboroiaha (T.)acoslaensis
acostaensis - G. (G.)merotumida
G/oborotaha (T.)
coniinuosa
G/oborota/ia (G )
fohsi
G/oborota/ia (G.)
praefobsi
G/oborota/ia (T.)
peri pheroacuta
Or bui ina sutura/is -
G/oborota/ia (r.) penphero-
- ronda
G/obigennoides sicanus ■
Globigerinatella insoela
Globigermatella msueta
G/obigennoides quadnioba-
tus ir i/o bus
Globigerinatella insueta/
G/obigerinita dissimilis
G/oboquadrma dehiscens
praedeh/scens - (G)
dehiscens dehiscens
G/obigennoides quadri loba ■
-tus pnmordius/
Gtoborotaha fr.) kuq/en
CITA
E
BL 0 IV,
1969
%
I
■SI
§
8
*
3
1
I
s
?
ZONAZZO N £
CAMPANIA - IO CAM /A
(presente la voto, provvisoria)
V
*
*
ZONE
SUBZONE
Cloborolaha
menardii -
G/ob/germa
nepenthes
I
?
1
8
Orbuhna
s. 1.
Sphaeroidinellopsis
subaehiscenS s. -
Glqbigenna druryi
Globoquadr/na
alti spira
Gtoborotaha
mayeri
Ss
*
«Sfi
M
2
i
0 su±urqjis
Praeorbuhna si
- G/obigerinoides
G lob/ger/noides
bisphericus
1
trilobus
1
Gtoboquadrma
dehiscens
ss
*
Catapsydrax
1
dissimili s
8
ì
Fig. 1. — Zonazione (provvisoria) del Miocene adottata nel presente lavoro e possibile correlazione con
le zonazioni di Crescenti (confine marchigiano-abruzzese, 1966) e di Blow ( aree tropicali, 1969). A
fianco di quest’ultima è indicata la posizione degli stratotipi (Cita e Blow, 1969).
Langhiano : è caratterizzato dalla esplo¬
sione di G. trilobus cui si accompagnano
G. dehiscens nella parte bassa G. bisphericus e
O. suturalis nella parte alta;
S er r avalli ano : è caratterizzato dalla co¬
stante presenza di O. universa, cui si associano
G. mayeri e G. alt ispira : nella sua porzione
terminale compare Sphaeroidinellopsis subde¬
hiscens subdehiscens)
Tortoniano: inizia con la comparsa della
G. nepenthes cui si associa pressoché contem¬
poraneamente G. menardii (1).
Tale convenzionale suddivisione è del tutto
analoga (considerando il Serravalliano Elve-
(1) Questa forma è sempre piuttosto rara, special-
mente nei livelli più bassi del Tortoniano.
ziano) a quella usata nelle stesse aree e per
gli stessi terreni da vari Autori (fig. 1).
Per concludere riteniamo al momento più
agevole confrontare direttamente le nostre as¬
sociazioni microfaunistiche con il Langhiano o
TElveziano di Selli, Ogniben, etc. piuttosto
che correlarle più precisamente con gli stra¬
totipi dei piani, la qual cosa comporterebbe
necessariamente una revisione generale di
tutte le datazioni effettuate fino ad oggi. Nella
attesa di una tale necessaria ed urgente revi¬
sione ci siamo sforzati di mostrare sempre
dettagliatamente il contenuto microfaunistico
delle nostre serie in modo da permettere sem¬
pre un confronto tra le nostre associazioni e
quelle rinvenute negli stratotipi.
— 341 —
Il - CENNI BIBLIOGRAFICI.
La trasgressione miocenica con depositi ba¬
sali calcarei e concordanti sul substrato è uno
dei fenomeni geologici più vistosi dell Appen¬
nino centro-meridionale. Selli R. 1957 e 1962
illustra i caratteri di questa trasgressione dal¬
l’Abruzzo alla Calabria; Ogniben L. 1957 dà
dettagliate notizie stratigrafiche e tettoniche
sui depositi miocenici del Casertano. Altri Au¬
tori (Cocco E. e Pescatore T. 1968, D’Argenio
B. 1961, 1967, Marini M. 1968, Scandone P. e
Sgrosso I. 1965, Scandone P. e Bonardi G.
1960, Sgrosso I. 1964, 1967, Vallario A. 1965,
etc.) illustrano i vari aspetti della trasgressio¬
ne miocenica in Campania e in Lucania in
studi di carattere locale. In letteratura de¬
positi miocenici trasgressivi analoghi sono
noti in Abruzzo e nel Lazio (cfr. Accordi B.
e al., 1967).
Alcuni Autori hanno segnalato e descritto
sedimenti terrigeni direttamente trasgressivi
sui depositi carbonatici di piattaforma.
Nel Sannio e più precisamente alle pendici
del Monte Pentirne (Gruppo Taburno-Campo-
sauro) Iacqbacci A. e Martelli G. 1957 de¬
scrivono sedimenti miocenici trasgressivi sui
calcari del Cretacico; tali sedimenti sono co¬
stituiti da arenarie a grana fine e grossa e da
argille sabbiose. L’età di questi sedimenti sa¬
rebbe probabilmente aquitaniana. In questa
stessa area D’Argenio B. 1967, con maggior
dettaglio, descrive i rapporti stratigrafici tra
Mesozoico calcareo e sedimenti terrigeni che
denomina « Flysch di Torrecuso » illustran¬
done la litologia e l’ambiente di sedimenta¬
zione. In base alle microfaune questi sedi¬
menti vengono attribuiti al Serravalliano.
Anche in Irpinia vari Autori segnalano de¬
positi miocenici trasgressivi sul mesozoico
calcareo.
Ardigò G., 1957 in un primo lavoro descrive
una serie terziaria affiorante al bordo setten¬
trionale dei Picentini, correlata con i depositi
della serie solfifera, la cui età dovrebbe es¬
sere compresa tra il Miocene superiore e « il
più basso Pliocene ». Questa successione è
costituita da una serie arenacea molassica
nella quale sono stratigraficamente interca¬
late in due livelli distinti « Argille Scagliose »
e « Placche Flyscioidi », il tutto interpretato
come un « potentissimo accumulo caotico -
selezionato ossia un olistostroma ». L’autore si
pronuncia per l’autoctonia e dei massicci cal¬
carei mesozoici e dei depositi miocenici.
Ardigò G., 1958 successivamente descrive,
nell’area compresa tra i Picentini e il gruppo
del Monte Marzano, sedimenti terziari « pre¬
pliocenici », costituiti ancora da « Argille Sca¬
gliose » varicolori, molasse e terreni flyscioi¬
di, che vengono interpretati come un olisto¬
stroma. Questo Autore segnala inoltre a nord-
est del Monte Cervialto, in località Acqua
delle Brecce, depositi miocenici trasgressivi
sui calcari senoniani a Rudiste costituiti da
sedimenti arenaceo-siltosi con rare intercala¬
zioni di brecce ad elementi calcarei e cemento
arenaceo.
Sempre Ardigò G., 1964 segnala la presenza
di materiale flyscioide trasgressivo sui cal¬
cari mesozoici dei Monti Picentini nelle co¬
siddette « terrazze orografiche ». L'Autore ri¬
badisce che il massiccio calcareo dei Picen¬
tini è stato interessato da una tettonica es¬
senzialmente con movimenti verticali (come
dimostrerebbero a suo avviso la suborizzon¬
talità attuale delle terrazze orografiche) e che
le formazioni terziarie sono essenzialmente
autoctone. Le formazioni mioceniche, inter¬
pretate come olistostroma, sono formate da
molasse i cui materiali « venivano trascinati
da correnti longitudinalmente alle fosse prin¬
cipali ossia con provenienza da NO o da SE »,
e da depositi clastici calcarei « di apporto
prevalentemente locale » con provenienza da
SSO: propende però per la provenienza dei
clasti terrigeni per un apporto da SE. Tutti
questi sedimenti sarebbero autoctoni e de¬
posti da correnti di torbida.
Civita M. 1967 e 1969, nei terreni terziari
che bordano il massiccio del Terminio Tu.oro
distingue, dal basso verso l’alto, i seguenti
complessi:
1) Complesso arenaceo conglomeratico ( Are¬
narie di S. Mango), trasgressivo su tutti i ter¬
mini sottostanti e sui calcari della serie car-
bonatica. L'età dovrebbe essere compresa tra
il Miocene superiore e il Pliocene inferiore.
2) Complesso molassico ( Arenarie di Chiù-
sano S. Domenico), trasgressivo sui calcari me¬
sozoici. Il complesso è attribuito genericamen¬
te al Miocene.
3) Complesso argilloso caotico ( Argille Va¬
ricolori scagliose s.l.), « nel quale si compren-
— 342 —
dono per cause tettoniche » blocchi di mate¬
riale vario. L’età del complesso viene attri¬
buita dubitativamente al Paleogene.
Il massiccio del Terminio Tuoro sarebbe in¬
teressato da una tettonica traslativa tale da
determinare il carreggiamento o almeno un
notevole sovrascorrimento della successione
calcarea mesozoica. I blocchi calcarei nelle
aree prospicienti al massiccio sarebbero « gal¬
leggianti » sulle formazioni terziarie. I movi¬
menti tettonici avrebbero una età compresa
tra il Miocene superiore e il Pliocene inferiore.
Chiocchimi U., 1969 nell’area di Montema-
rano segnala « olistostromi », blocchi calcarei
e lembi di argille varicolori nelle molasse del
Miocene medio. Per « olistotromi » l’Autore
intende depositi intraformazionali da frane
sottomarine costituiti da conglomerati ad
abbondante matrice « argilloso-molassica ». An¬
che le argille varicolori sarebbero « preferen¬
zialmente » frane intraformazionali, se non ad¬
dirittura intercalazioni normali politiche nella
sedimentazione arenacea.
Nella zona del Monte Marzano Zanzucchi
G., 1958 accenna a depositi molassici del Mio¬
cene superiore trasgressivi sui calcari del Cre¬
tacico.
In questa stessa area, secondo Marini M.,
1968 la trasgressione miocenica sarebbe rap¬
presentata da calcareniti che da ovest verso
est si riducono di spessore e vengono sosti¬
tuite da sedimenti arenacei (« Molasse infe¬
riori ») direttamente trasgressivi sui calcari
mesozoici. L’età di questi depositi è langhiana.
Questo Autore descrive inoltre depositi are¬
nacei e conglomeratici del Tortoniano (« Mo¬
lasse superiori ») che sarebbero trasgressivi,
tra l'altro, sulle « Molasse inferiori », sulle cal¬
careniti e sul substrato mesozoico.
Depositi argillosi o argilloso-arenacei del
Tortoniano probabilmente trasgressivi sono
segnalati e studiati da Brancaccio L., 1964
nella zona di Lago Laceno (Gruppo del Cer¬
vialto} e da Coppa M. G., 1967 nei dintorni di
Salerno.
Ili - LA TRASGRESSIONE MIOCENICA PRE-
OROGENETICA.
Le ricerche di Selli, 1957 e di vari altri Au¬
tori permettono di tracciare un quadro soddi¬
sfacente della sedimentazione miocenica tra¬
sgressiva concordante sui depositi carbonati-
ci di piattaforma dell'Appennino campano¬
lucano.
Nella zona campana, dove la serie mesozoi¬
ca è caratterizzata da una lacuna mediocre¬
tacica marcata da un orizzonte di bauxite
(Matese p.p., Monte Maggiore, Camposauro),
il Miocene calcareo basale è spesso bioco-
struito (calcari a litotamni, Formazione dì
Cusano Selli 1957) ed evolve rapidamente a
facies pelagiche (Marne ad orbuline, Forma¬
zione dì Longano Selli 1957) e quindi a facies
terrigene prevalentemente torbiditiche ( For¬
mazione di Pietraroia Selli 1957). Questa suc¬
cessione è sormontata da materiale alloctono
(Argille Varicolori s.l.) o parautoctono.
Nell’area silentino-lucana, dove la succes¬
sione mesozoica è continua mancando la la¬
cuna mediocretacica, il Miocene calcareo ba¬
sale è rappresentato da calcareniti o calciru-
diti che evolvono anche esse a facies terri¬
gene prevalentemente torbiditiche. Coltri al-
loctone di provenienza tirrenica interrompo¬
no anche qui la sedimentazione terrigena. Il
Miocene con queste caratteristiche sì estende
anche nell'area più « tirrenica » della Campa¬
nia (Penisola Sorrentina) e presumibilmente
anche più a nord.
L’età della trasgressione miocenica è dif¬
ferente nelle due aree: Aquitaniano-Langhiano
nella regione silentino-lucana e nella Penisola
Sorrentina; Langhiano superiore-Serravallia-
no nelle restanti zone campane.
Non vi sono dati stratigrafici per il Parte-
nio e non sono noti depositi miocenici cal¬
carei trasgressivi sui monti Picentini tranne
che nella finestra tettonica di Campagna. I
depositi calcarei da noi rinvenuti nel Partenio
(v. pag. 370) non s’inquadrano perfettamente
nella trasgressione miocenica ma potrebbero
rappresentare i sedimenti di un dominio paleo¬
geografico intermedio.
La concordanza tra substrato e sedimenti
trasgressivi, come già rilevato da vari Autori,
mette in evidenza che i movimenti tettonici
che hanno determinato la trasgressione sono
stati dì tipo epirogenetico. L’evoluzione paleo¬
tettonica di queste due aree, come si dirà in
seguito, è stata differente. È da ritenere che
queste due aree costituivano due bacini ben
differenziati in quando mentre sui depositi
— 343 —
calcarei di piattaforma nell’Appennino silenti-
no-lucano durante il Langhiano si deposita¬
vano sedimenti arenacei flysciodi ( Formazio¬
ne del Bifurto Selli 1957) nell'area campana
p.p. si aveva la sedimentazione di calcari
neritici talora biocostruiti. Si possono cioè
individuare due piattaforme carbonatiche;
una piattaforma senza lacuna mediocretacica
e in posizione più tirrenica (piattaforma in¬
terna) e una piattaforma talora con lacuna me¬
diocretacica marcata da depositi bauxitici più
adriatica (piattaforma esterna).
La piattaforma esterna non è comunque
limitata all’area delle bauxiti ma comprende
anche le zone ad essa limitrofe con facies di
soglia o di transizione; essa continua verso
nord nell’Abruzzo.
La differenziazione delle piattaforme car¬
bonatiche dell’Appennino campano, in base a
queste considerazioni, è stata prospettata co¬
me ipotesi da D’Argento B. e Scandone P. in
una comunicazione presentata al Colloquio
sul Giurassico a Budapest nel 1968.
IV - LA TRASGRESSIONE MIOCENICA SI-
NOROGENETICA.
Nelle successioni terrigene mioceniche e
plioceniche affioranti sui bordi orientali delle
piattaforme carbonatiche nelle zone studiate
è possibile distinguere tre cicli di sedimen¬
tazione (Coppa De Castro, Moncharmont Zei
e al. 1970):
1) Ciclo Langhiano-Tortoniano;
2) Ciclo Messiniano-Pliocene inferiore;
3) Ciclo del Pliocene medio.
In questo lavoro sono stati presi in esame
particolarmente i depositi del ciclo basale. È
possibile distinguere in questo ciclo le suc¬
cessioni mioceniche legate alla piattaforma
tirrenica da quelle legate alla piattafor¬
ma adriatica in quanto esse pur avendo
caratteristiche litologiche e sedimentologiche
simili si differenziano per la diversa età dei
termini basali: langhiana per le successioni
legate alla piattaforma interna; serravalliana
per le successioni legate alla piattaforma
esterna.
Si ripete cioè lo sfasamento nell’età dei fe¬
nomeni tettonici che hanno interessato le due
piattaforme, come già si era verificato per la
trasgressione preorogenetica.
Nell’ambito dei depositi del ciclo che inte¬
ressa la piattaforma interna possiamo ul¬
teriormente distinguere i sedimenti che af¬
fiorano nelle aree marginali, adriatiche dei
massicci calcarei, da quelli che si rinvengono,
generalmente in placche isolate, sui massicci
calcarei stessi o comunque in zone più tir¬
reniche. I primi presentano per lo più
facies neritiche circalittorali o epibatiali
anche nei termini a contatto con il
substrato, sul quale si poggiano debolmente
discordanti; i secondi presentano facies neri¬
tiche infralittorali, sono fortemente discor¬
danti sul substrato ed hanno sedimenti rudi-
tici basali con più alta percentuale di ciottoli
calcarei. In definitiva solo i depositi terrigeni
miocenici che si rinvengono in placche sui
massicci calcarei hanno i caratteri dei depositi
trasgressivi in senso stretto.
Vengono descritti nei paragrafi seguenti delle
successioni mioceniche affioranti ai margini
orientali dei gruppi calcarei dell’Appennino
campano-lucano che riteniamo particolarmente
significative per lo scopo di questa ricerca.
A partire da sud vengono illustrati le ca¬
ratteristiche sedimentarie principali del Mio¬
cene terrigeno affiorante ai margini orientali
dei seguenti « massicci calcarei » (fig. 2):
1) Monti della Maddalena;
2) Gruppo del Monte Marzano;
3) Monti Picentini;
4) Gruppo del Partenio;
5) Gruppo del Taburno-Camposauro;
6) Gruppo del Matese e del Monte Mag¬
giore.
1. Monti della Maddalena.
Le caratteristiche della serie carbonatica dei
rilievi calcarei che circondano il Vallo di
Diano sono marcatamente differenti: ad ovest
affiora una serie continua dal Trias all’Eocene
tipica dell'area interna di una piattaforma in-
traoceanica; ad est invece la successione, con
lacune più o meno marcate, presenta facies di
transizione verso bacini più aperti. Su questi
depositi trasgrediscono in concordanza calca-
— 344 —
Fig. 2. — Ubicazione delle località descritte nel testo: 1. Torrente Calvaruse; 2. Monte Cigno; 3. Vallone
di Maiorano; 4. Monte Pentirne; 5. Vitulano; 6. Fontana Trinità; 7. Valle di Prata; 8. Ponte di
Moiano; 9. S. Martino Valle Caudina; 10. Pannarano; 11. Summonte; 12. Montevergine; 13. S. Marco;
14. Castelvetere sul Calore; 15. Vulturara Irpina; 16. Montagnone di Nusco; 17. Piano Sazzano;
18. Monte Salursi; 19. Zona ad est di Laviano; 20 Laviano; 21. Torrente Pazzano; 22. Baivano; 23. Vie-
tri di Potenza; 24. Caggiano.
Tratteggio verticale: piattaforma carbonatica esterna.
Tratteggio orizzontale: piattaforma carbonatica interna.
reniti e calciruditi a Miogypsina, Lepidocycli-
na, Amphistegìna, le quali passano gradual¬
mente a depositi arenacei con intercalazioni di
conglomerati (con ciottoli del substrato carbo-
natico), marne e subordinatamente argille
(Sgrosso 1967, Scandone e Bonardi 1968).
Questa successione di età Aquitaniano - Lan-
ghiano costituisce la trasgressione preoroge¬
netica.
Nella zona di Vietri di Potenza e di Caggiano
— 345 —
affiorano anche i terreni della trasgressione
sinorogenetica. Si tratta di depositi arenacei
piuttosto grossolani che poggiano stratigrafi-
camente non solo su blocchi della serie carbo-
natica (abitato di Vietri di Potenza e abitato
di Caggiano) ma anche sui depositi alloctoni
delle Argille Varicolori.
Questi depositi» con facies tipiche delle zone
marginali dei bacini torbiditici» sembrano pas¬
sare verso est a sedimenti arenacei prevalen¬
temente torbiditici che costituiscono la forma¬
zione di Gorgoglione (Selli 1962). Affioramenti
con facies intermedie si hanno nella zona di
Potenza. Questi terreni poggiano stratigrafica-
mente ma non necessariamente in trasgressio-
Varicolori. Talora la matrice diventa assolu¬
tamente predominante e mostra una struttura
fluida! c mentre i ciottoli risultano caotica¬
mente immersi in essa. Si tratta cioè di sedi¬
menti deposti da frane sottomarine ad alta
viscosità che scorrendo sul pendio erodevano
più o meno profondamente il substrato (fig. 4).
In questi sedimenti terrigeni sono tettoni¬
camente intercalati blocchi di calcari meso¬
zoici di vari metri cubi e livelli lentiformi di
termini riferibili ai depositi flyscioidi della tra¬
sgressione preorogenetica e alle Argille Va¬
ricolori. Una estesa massa di Argille Varico¬
lori chiude localmente la sedimentazione te-
rigena di questo ciclo.
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Fig. 3. — Sezione geologica schematica nella zona di Caggiano.
ne sui calcari mesozoici o sui depositi allocto¬
ni. Talora sono inglobati nelle Argille Varico¬
lori per movimenti tettonici successivi.
1.1. Caggiano.
Depositi arenacei» conglomeratici o più ra¬
ramente pelitici poggiano con contatto strati¬
grafico sui calcari mesozoici dove è ubicato l’a¬
bitato di Caggiano (fig. 3). Le arenarie sono in
genere mal stratificate, o in strati gradati for¬
temente lenticolari; alla base degli strati sono
frequenti canali di erosione. I conglomerati
hanno matrice arenacea più o meno abbon¬
dante e i ciottoli» per lo più calcarei» derivano
sia dalla serie carbonatica sia dalle Argille
I campioni prelevati nei dintorni di Cag¬
giano hanno rivelato in qualche caso uno
scarso contenuto organico che, quando non è
costituito da sole forme cretaciche rimaneg¬
giate (prevalentemente orbitolinidi), permette
di attribuire questi terreni almeno ad un Tan¬
ghi a no medio superiore per la presenza di:
Globorotaìia acrostoma Wezel, Globigerina
concinna Reuss» Gl. falconensis Blow, Globo-
quadrìna dehiscens (Chapman, Parr & Col¬
lins), Globìgerìnoides hispkericus Todd, Gl.
t. immaturus Le Koy» Gl. trilobus (Reuss).
II benthos è sempre molto scarso. L’attri¬
buzione di tale associazione microfaunistica
alla parte medio-supcriore del Langhiano è
data dalla presenza di Gl. bisphericus.
— 346 —
1.2. Vietri di Potenza.
Sui calcari oolitici giurassici, dove è ubi¬
cato il paese di Vietri di Potenza, poggiano
con contatto stratigrafico arenarie a grana
grossa, con ciottoli del substrato talora spi¬
golosi talora arrotondati; questo contatto è
visibile lungo la mulattiera che da Vietri di
1.3. Baivano.
Lungo la strada provinciale per Baivano, in
località Capogrosso, affiorano trasgressivi su
dolomie di probabile età triassica o infralias-
sica, calcareniti e calciruditi fossilifere con
Lepidocyclina, Miogypsina, etc. La successio¬
ne continua con materiale calcareo marnoso,
Fig. 4. — Depositi arenacei a tessitura fluidale e senza stratificazione (sancì flows) inglobanti blocchi
di varia natura e dimensioni. I blocchi di maggior volume sono dati da calcari della successione
carbonatica di piattaforma.
Località Caggiano.
Potenza porta alla Fiumarella di Vietri. L’af¬
fioramento è molto esiguo, comunque signifi¬
cativo. Inoltre in palificate per fondazioni,
sempre nell'abitato di Vietri, al di sotto del
detrito è stato quasi sempre ritrovato mate¬
riale arenaceo sovrastante i calcari.
A nord del paese affiorano estesamente i
depositi alloctoni delle Argille Varicolori. Al
di sopra di questi depositi con contatto stra¬
tigrafico si rinvengono materiali prevalente¬
mente arenacei con rare intercalazioni di sil-
titi e argille siltose. La giacitura dei sedimenti
molassici è tranquilla con strati suborizzon¬
tali, in contrasto con quella delle Argille Va¬
ricolori molto caotica anche per dissesti su¬
perficiali recenti.
Nessuno dei campioni analizzati ha dato
forme significative. Questi depositi però sono
correiabili con quelli di Caggiano già descritti.
calcareniti gradate ed infine argille ed arena¬
rie con Lepidocycline, Operculina, etc. (Sgros¬
so, 1967). Questi depositi di età Aquitaniano-
Langhiano sono da attribuire alla trasgressio¬
ne preorogenetica; verso l’alto essi passano
ad un complesso arenaceo presumibilmente
alloctono in giacitura disordinata che ingloba
materiale eterogeneo (blocchi di calcari con
nummuliti, calcari a rudiste, marne e argille
con microfauna eocenica).
In una località immediatamente a nord di
Piano della Pezza, due chilometri circa ad est
dell’abitato di Baivano, affiora una succes¬
sione costituita da arenarie, argille e argille
siltose verso il basso e depositi prevalente¬
mente arenacei verso l’alto (fig. 5). Questa
successione poggia sul materiale caotico anzi-
descritto; il contatto è ben evidente nell'inci¬
sione a nord di Piana della Pezza dove si ve-
— 347 —
dono le argille e le arenarie in strati verticali
o addirittura rovesciati sul substrato.
Si tratta di depositi bene stratificati con
strutture sedimentarie tali: gradazione, lami¬
nazione parallela, obliqua e convoluta, docce
d’erosione, etc., da farli ritenere deposti da
correnti di torbidità (figg. 6, 7). Questo mate¬
riale arenaceo potrebbe costituire una facies di
abbondanti i radiolari. L’età dei sedimenti
non dovrebbe essere più antica del Langhiano
medio-superiore.
È importante notare che le succitate asso¬
ciazioni microfaunistiche sono pressoché si¬
mili a quelle rinvenute nei dintorni di Cag-
giano: in entrambi i casi infatti tra le forme
planctoniche è presente Gl. bisphericus ma
Fig. 5. — Alternanza di arenarie, siltiti e siltiti argillose. La foto mostra la parte basale della succes¬
sione che poggia sulle Argille Varicolori. Gli strati che alla base sono piegati e rovesciati, verso
l’alto diventano suborizzontali.
Località Baivano.
transizione tra le arenarie più o meno grosso¬
lane che si rinvengono nelle aree prossime ai
« massicci calcarei » e il « flysch di Gorgoglio¬
ne » nelle aree più orientali.
In questa successione i pochi campioni fos¬
siliferi hanno dato la seguente associazione
microfaunistica:
Globorotalia acrostoma Wezel, Gl. continuo-
sa Blqw, Gl. aff. mayeri (Cush. e Ellisor), Gl.
aff. scitula (Brady), Globigerina falconensis
Blow, Globoquadrina dehiscens (Chapman,
Parr e Collins), Gl. langhiana Cita e Gelati,
Globigerinoides bisphericus Todd, Gl. trilobus
(Reuss), Gl. t. immaturus Le Roy, Catapsydrax
dissimilis (Cush. e Bermudez).
Nella frazione bentonica, accanto a Nodosaria
longiscata D’Orb., Siphono do saria sp., Gyroidi-
na sp., Pleura stornella sp., Bolivina sp., etc.,
abbondano forme agglutinanti quali Textula-
ridi, Valvulinidi e Lituolidi ( Cyclammina pu¬
silla Brady, Alveolo phragmium sp., Haplo-
phragmoides sp.). In qualche caso sono molto
manca ogni forma di preorbulina. Queste as¬
sociazioni tuttavia, pur indicando lo stesso
intervallo cronostratigrafìco si differenziano
leggermente per l'ambiente di deposizione,
più profondo e distale per i sedimenti dei
dintorni di Baivano (nei quali sono ben rap¬
presentati Bolivinidi e forme agglutinanti),
più prossimale per quelli dei dintorni di
Caggiano dove non solo mancano forme di
habitat profondo ma abbondano clasti e mi¬
crofossili rimaneggiati del substrato me¬
sozoico.
Queste osservazioni sono in accordo con
l’analisi dei tipi litologici e delle strutture
sedimentarie effettuate nelle due località.
2. Gruppo del Monte Marzano.
A sud-est del fiume Seie fino al torrente
Platano si estende tra la Campania e la Luca¬
nia il gruppo del Monte Marzano. Di questo
massiccio calcareo si conosce la successione
348 —
Fig. 6. — Alternanza di arenarie e siltiti argillose in strati piano paralleli. Gli strati sono di regola gra¬
dati e presentano laminazioni da corrente.
Località Baivano.
Fig. 7. — Laminazione da corrente in uno strato arenaceo.
Località Baivano.
— 349 —
mesozoico-cenozoica solo dell’area nord-occi¬
dentale (Pescatore 1967» Marini 1968); detta
successione presenta caratteri differenti via
via che ci si sposta dal Tirreno all’Adriatico»
nel senso che da depositi neritici infralittorali
dell’area sud-occidentale si passa a depositi
di transizione a bacini più aperti nell'area
nord orientale (Pescatore, 1967).
Il Miocene calcareo trasgressivo è segnalato
in prossimità di La viano: si tratta di depositi
calcarenitici di età ìanghiana (Selli 1957,
Zanzucchx 1958» etc.).
Sedimenti miocenici sono anche segnalati
al fondo del pozzo Contursi al di sotto di
tutta la serie carbonatica mesozoica che su di
essi è sovrascorsa (Dondx e Pàpetti 1965).
Sui margini settentrionali di Monte Mar-
zano affiorano depositi terrigeni costituiti pre¬
valentemente da arenarie e conglomerati di
età langhiano-serravalliana debolmente discor¬
danti sul substrato mentre nelle zone più in¬
terne del massiccio o comunque in posizione
più tirrenica (Torrente Pazzano) vi sono de¬
positi clastici grossolani trasgressivi con forte
discordanza sulla successione carbonatica.
I sedimenti delle aree settentrionali pre¬
sentano facies neritiche circaìittorali o facies
epibatiali; quelli delle aree più tirreniche
mostrano invece, nei termini basali, facies
neritiche infralittorali.
La successione dei sedimenti miocenici, ri-
conoscibile con particolare evidenza nelle zone
tra Monte Salursi e Monte Carruozzo, ripete
le caratteristiche sedimentarie di quelle affio¬
ranti in altri gruppi (monti Picentini, Fa rie¬
ri, lo) descritti più avanti: si tratta di depositi
arenacei ai quali sono intercalati tettonica-
mente e blocchi calcarei della serie mesozoica
e Argille Varicolori con materiale riferibile
alla formazione di Corleto Perticara (Selli
1962), al « flysch rosso » (Scandone 1967) e a
terreni flysciodi della trasgressione preoro¬
genetica.
Nell’area immediatamente a nord di Monte
Pennone (margine nord occidentale del grup¬
po del Monte Marzano) fino all’abitato di
Muro Lucano in varie zone è possibile osser¬
vare i rapporti esistenti tra i blocchi di cal¬
cari mesozoici e i sedimenti terrigeni circo¬
stanti; tali rapporti sono determinati da piani
di scivolamento con immersione a nord alla
base dei blocchi e contatti stratigrafici nor¬
mali alia sommità degli stessi. Caratteristici
sono i blocchi di calcare mesozoico, preva¬
lentemente cretacico, di dimensioni alquanto
modeste (fino a poche migliaia di metri cubi)
che si rinvengono nelle arenarie tra Castel-
grande (fig. 8) e Pescopagano. Alla base di
questi blocchi è possibile a luoghi osservare
lembi di Argille Varicolori.
Nell’area settentrionale del gruppo di Mon¬
te Marzano saranno descritte in particolare
le successioni della zona Monte Salursi-Monte
Carruozzo e della zona di Laviano. Infine
verrà Illustrata la successione affiorante nel
Torrente Pazzano» localizzata in area più tir¬
renica rispetto alle precedenti.
2.1. Monte Salursi e Monte Carruozzo.
In quest’area il basamento affiorante delle
arenarie mioceniche è costituito talora dalle
coltri alloctone talora da calciruditi polige¬
niche a cemento spatico o a matrice calcareo-
marnosa verdastra ( calcari cristallini) di età
eocenica con abbondanti nummuliti, globige-
! ine e globorotalie eoceniche (Gl. del gruppo
Gl. aragonensis) (fig. 9). Sui calcari, di rego¬
la, poggiano con contatto tettonico (dato da
una estesa superficie di scivolamento all 'in¬
circa parallela ai piani di stratificazione)
quarzareniti rossastre con intercalazioni di
calcareniti e brecciole calcaree che costitui¬
scono i termini prevalentemente arenacei della
trasgressione preorogenetica. In particolare
nella zona di M. Salursi si rinvengono modeste
placche di quarzareniti che poggiano strati-
graficamente su tale piano di scivolamento.
Al di sopra di questo materiale si rinvengono»
con contatto stratigrafico, arenarie grossolane
feldspatiche e litiche» talora con matrice ab¬
bondante con intercalazioni di argille, argille
marnose o sabbiose. Questi depositi si presen¬
tano in banchi o mal stratificati. A più livelli
si rinvengono nella sequenza arenacea depo¬
siti caotici argillosi riferibili al complesso
delle Argille Varicolori alloctone. La giacitura
dei depositi argillosi caotici è ! cuneo lare ed
incide il materiale arenaceo sottostante per
alcune diecine di metri; questi depositi costi¬
tuiscono cioè il riempimento di profondi ca¬
nali di erosione. In questa successione, oltre
al materiale argilloso caotico, è intercalata
una successione stratificata costituita da ar-
— 350 —
Fig. 8. — Blocchi di calcari mesozoici intercalati tettonicamente nelle arenarie (Wildflysch). Notare la
giacitura disordinata dei blocchi.
Località Castelgrancle.
A4. Sa! orsi
V aliane dì Santo A4enna A4. Carruozzo
Fig. 9. — Sezione geologica schematica della zona Monte Salursi - Monte Carruozzo.
gille siltose, calcilutiti silicifere con selce,
marne e arenarie; talora questi depositi sono
apparentemente concordanti con il substrato
arenaceo, ma varie strutture sedimentarie,
quali gradazione verticale dei granuli e lami¬
nazione obliqua ne dimostrano la giacitura
anormale, rovesciata. Questa massa alloctona
è riferibile alla formazione dì Corleto Perti¬
cava (Selli, 1962). Non è possibile pertanto
concordare con l’interpretazione che dà Ma¬
rini (1967) di questa successione; per questo
Autore, infatti, il materiale calcareo marnoso
viene considerato in continuità di sedimenta¬
zione con i depositi a tetto e a letto e datato
come Elveziano per « posizione stratigrafica ».
La successione continua con depositi are-
— 351 —
nacei grossolani e puddinghe poligeniche con
abbondante matrice arenacea. Questi depositi
sono stratificati in grossi banchi, di spessore
fino a 10 metri; la superficie inferiore dei ban¬
chi è in genere concava, quella superiore è in¬
vece in prima approssimazione piana. Alla base
di questi banchi si nota una gradazione verti¬
cale dei granuli più o meno marcata, nella
parte alta vi è una stratificazione (o lamina¬
zione a grande scala) parallela o obliqua. Ta-
versi ad un franamento sinsedimentario do¬
tato di notevoli capacità erosive (fig. 11).
Analoghe situazioni si rinvengono più a
sud nella zona di Muro Lucano dove nelle
arenarie mioceniche (langhiane) sono frequen¬
ti fra Labro blocchi di calcari della serie me¬
sozoica di piattaforma o di facies di transi¬
zione.
Circa l’ambiente di deposizione di queste
arenarie le strutture sedimentarie presenti
Fig. 10. — Banchi fortemente lenticolari di arenarie grossolane e arenarie conglomeratiche. Si tratta di
sedimenti deposti in canali d’erosione mediante colate di sabbia.
Località Monte Carruozzo.
lora questi depositi colmano le irregolarità
del fondo marino, irregolarità determinate
dall’arrivo delle Argille Varicolori che costi¬
tuiscono corpi sedimentari a spessore molto
variabile. Si tratta di sedimenti deposti in
canali di erosione mediante colate di sabbia
( sand flow) (fig. 10).
Caratteristico è un livello discontinuo dello
spessore di circa 30-50 metri costituito da
puddinghe con elementi ben arrotondati o
appena smussati di natura litologica molto
variabile (calcari della serie carbonatica, ele¬
menti delle Argille Varicolori) e delle dimen¬
sioni fino al metro cubo, a matrice arenacea
grossolana e a struttura massiccia. Questi
depositi incidono le Argille Varicolori e le
molasse e la loro messa in posto è da ascri-
indicano che si tratta di depositi da frane
sottomarine in canali, depositi cioè caratteri¬
stici delle aree più prossimali dei bacini tor-
biditici; nelle arenarie, inoltre, sono intercala¬
te masse argillose caotiche incompetenti e
masse litoidi competenti ( Wildflysch ) (figg.
12-13).
Varie campionature sono state effettuate in
quest’area. I livelli più bassi fossiliferi pre¬
senti al Monotito e al Monte Carruozzo sono
da ascriversi al Langhiano; le associazioni
microfaunistiche sono prevalentemente planc¬
toniche e sono rare le forme di habitat co¬
stiero.
Il plancton comprende:
Globorotalia acrostoma Wezel, Gl. archeo-
menardii Bolli, Gl. continuosa Blow, Gl. aff.
352
Fig. 11. — Banco di conglomerato a matrice prevalente. Lo spessore del banco è quasi uguale alla sua
larghezza. Prevalgono gli elementi grossolani quali blocchi di dimensioni massime fino a 50 cm.
Si tratta di un sedimento dovuto ad un franamento sottomarino.
Località Monte Carruozzo.
Fig. 12. — Blocchi di calcari mesozoici intercalati tettonicamente nelle arenarie (Wildflysch).
Località Monte Carruozzo.
— 353 —
mayeri (Cush. e Ellisor), Gl. obesa Bolli,
Globigerina concinna Reuss, Gl. falconensis
Blow, Globoquadrina altispira (Cush. e Jar-
vis), Gl. dehiscens (Chapman, Parr e Collins),
Globigerinoides cfr. altiapertnnis Bolli, Gl.
Fig. 13. — Piccoli blocchi di calcari mesozoici inter¬
calati tettonicamente nelle arenarie (Wildflysch).
Località Monte Carruozzo.
bisphericus Todd, Gl. trilobus (Reuss), Praeor-
bulina transitoria (Blow), oltre a rare globo-
rotalie eoceniche rimaneggiate.
Nel benthos invece:
Amphistegina sp., Bulimina sp., Cibicides flo-
ridanus (Cush.), C. pseudoungerianns (Cush.),
C. sp., Elphidium sp., Glandulina laevigata
D’Orb., Gyroidina sp., Lagena sp., Lenticulina
rondata (Lamarck), L. serpens (Seg.), Nonion
soldanii D’Orb., Pullenia btdloides (D’Orb.),
Sigmoilina tenuis (Czjzek), V alvulineria com¬
planata (Cush.), Uvigerina sp., oltre a Textula-
ridi e scarsi Rotalidi.
Proseguendo nella serie, i campioni succes¬
sivi comprendono, oltre ad alcune delle forme
già citate:
Globorotalia mayeri (Cush. e Ellisor),
Gl. scitida (Brady), Praeorbulina glomerosa
(Blow), Orbiti ina suturalis Bronnimann, O. uni¬
versa (D'Orbigny) fra le forme planctoniche e
Anomalina grosserugosa (Gumbel), Bulimina
ovata D’Orb., Cibicides unger ianus (D’Orbi-
gny), Lenticulina cultrata Montf., Marginulina
hirsuta D’Orb., Nonion soldanii (D’Orb.), Plec-
tofrondicularia sp., Uvigerina auberiana D'Orb.
e talora grandi forme agglutinanti (Lituolidi)
fra quelle bentoniche. Abbondano talora radio-
lari e spicole di spugna; in qualche caso sono
presenti rari ostracodi.
L’età della parte basale dei sedimenti de¬
scritti, trasgressivi sulle formazioni alloctone e
sui calcari cristallini è Langhiano, probabil¬
mente medio-superiore, cui segue un sicuro
Serravalliano documentato dalla presenza delle
orbuline. Pertanto anche nella zona di Monte
Salursi - Monte Carruozzo l'età della sedimen¬
tazione terrigena trasgressiva sui calcari è pre¬
cedente alla comparsa delle orbuline.
Anche più a sud, ad est di Muro Lucano, nelle
intercalazioni argillo-siltose della parte basale
dei sedimenti arenacei si rinvengono micro¬
faune attribuibili al Langhiano medio-superio¬
re. In particolare nella zona di Sorgente Fi-
cocchia abbiamo riscontrato la seguente asso¬
ciazione:
Globorotalia acrostonui Wezel, Gl. conti-
nuosa Blow, Gl. alf. mayeri (Cush. e Ellisor),
Gl. scinda gigantea Blow, Globigerina concin¬
na Reuss, Gl. globtdaris Roemer, Globoqua¬
drina dehiscens (Chapmann, Parr e Collins),
Globigerinoides bisphericus Todd, Gl. trilobus
(Reuss).
Nel benthos sono determinabili:
Cibicides boueanus (D’Orb.), C. pseudounge-
rianus (Cush.), Gyroidina soldanii altiformis
Stewart R. E. e K. C., Haplophragmoides sp.,
Nodosaria sp., Osangularia lens Brotzen, Plec-
tofrondicularia concava Liebus, Uvigerina au¬
beriana attenuata Cush. e Renz, V alvulineria
bradyana (Form.) oltre a rari Elphidium e
Lenticulina. Talvolta abbondano i radiolari e
le spicole di spugna.
2.2. Laviano.
Lungo i tornanti della S.S. 81, Valle del
Seie, nei pressi del paese di Laviano, affiora¬
no concordanti sul substrato depositi mioce¬
nici già descritti da Selli 1957, caratteristici
della trasgressione preorogenetica.
Il substrato è costituito da calcareniti e
calciruditi a cemento spatico di età Cretacico
Superiore-Paleocene. I depositi miocenici so¬
no costituiti alla base da calcareniti o più rara¬
mente calciruditi con intercalazioni marnose;
verso l’alto i sedimenti diventano più sottili
23
— 354 —
e più abbondante il materiale marnoso. Que¬
sti depositi sono ben stratificati, lo spessore
degli strati si riduce gradualmente verso l'al¬
to: alla base è di circa 30-40 cm; meno di un
decimetro alla sommità. Nella parte alta di
questa successione è presente inoltre materia¬
le terrigeno. Lo spessore di questa successio¬
ne è di circa 20-25 m. (fig. 14).
Roy, Catapsydrax stainforthi Bolli, Loeblich
e Tappan.
Nel benthos sono frequenti foraminiferi ag¬
glutinanti anche di grandi dimensioni, Bali-
miniclae (varie specie di Stilostomella, Boli-
vina, Uvigerina) Gyroidina, Amphistegina, Ci-
bicides, etc.
Queste associazioni presentano una spiccata
Lavi ano
S N
ARENARIE
CALCA RENI TI
33
CALCAR!
- CONTA TTI TETTONICI
EOO m
i — - — - -
Fig. 14. — Sezione geologica schematica nella zona di Laviano.
Nelle intercalazioni marnose della porzione
terminale sono presenti associazioni microfau¬
nistiche caratterizzate dall’abbondanza di spi-
cole di spugna, radiolari, foraminiferi e fram¬
menti vari, intensamente spatizzati e a volte
tettonizzati. È stato possibile determinare le
seguenti forme planctoniche:
Globorotalia cfr. acrostoma Wezel, Gl. obe¬
sa Bolli, Globigerina cfr. prasaepis Blow, Gl.
venezuelana Hedberg, Globoquadrina dehi-
scens (Chapman, Parr e Collins), Globigeri-
noides trilobus (Reuss), Gl. t. immaturns Le
affinità oligo-aquitaniana e possono essere at¬
tribuite tutt’al più ad un Langhiano inferiore
per la presenza di G. trilobus, Gl. dehiscens e
C. stainforthi.
L’età della trasgressione preorogenetica in
quest'area è pertanto da attribuire al Langhia¬
no, probabilmente inferiore; infatti è appena
il caso di far notare l’assenza sia del Globige-
rinoides bisphericus che delle preorbuline,
forme tipiche del Langhiano medio-superiore.
A luoghi al di sopra di queste calcareniti si
ritrovano blocchi di calcari mesozoici; sopra
— 355 —
i blocchi di calcari o direttamente sulle calca¬
reniti, talora discordanti, talora apparentemen¬
te concordanti, vi sono puddinghe mal stratifi¬
cate a matrice arenacea passanti ad arenarie
grossolane. Nelle puddinghe sono intercalate
piccole lenti di materiale marnoso argilloso. La
successione continua con arenarie grossolane
cui sono intercalati livelli lenticolari di puddin¬
ghe poligeniche con abbondante matrice arena¬
cea. In queste arenarie si rinvengono blocchi
della serie carbonatica mesozoica di dimen¬
sioni da poche centinaia a molte migliaia di
metri cubi e terreni alloctoni (Wildflysch).
Nelle lenti di sedimento marnoso-argilloso
intercalato nelle puddinghe basali sono state
rinvenute alcune forme planctoniche tra cui
è stato possibile riconoscere:
Globigerina falconensis Blow, Globigerinoi-
des bisphericus Todd, Gl. trilobus (Reuss)
oltre a tipici esemplari di Globoquadrina dehi-
scens (Chapmann, Parr e Collins). Del tutto
assenti sembrano le orbuline e le preorbuline;
rare e indeterminabili le globorotalie del grup¬
po opima-continuosa.
Benché scarsa e non sempre in perfetto stato
di conservazione questa microfauna permette
di attribuire i terreni in cui è stata riscontrata
al Langhiano. In questa successione sono pre¬
senti comunque degli esemplari di Gl. bisphe¬
ricus che non sono stati riscontrati nell’inter-
vallo marnoso delle calcareniti di Laviano an-
zidescritte. È riscontrabile quindi una differen¬
za di età nei termini della trasgressione preoro¬
genetica (calcareniti di Laviano) e quella della
trasgressione sinorogenetica sovrastante.
2. 3. Zona ad Est dell’abitato di Laviano.
Qualche centinaia di metri ad est dell'abitato
di Laviano, nei pressi del cimitero del paese e
immediatamente prima del ponte (fig. 15),
affiorano sedimenti miocenici che poggiano
con contatto stratigrafico sui calcari mesozoici
costituenti un grosso blocco « imballato » nelle
arenarie (figg. 16-17). I sedimenti basali mio¬
cenici sono costituiti da una calcirudite gra¬
data, dello spessore di circa 30 cm, cui se¬
guono arenarie mal cementate a grana gros¬
sa, con ciottoli di calcari della serie car¬
bonatica mesozoica e delle Argille Varico¬
lori, per uno spessore di circa 120 cm e una
alternanza di argille siltose e siltiti straterellate
con arenarie a grana media e fine a lamina¬
zione parallela; ricompaiono quindi argille, ar¬
gille siltose e siltiti straterellate e ancora are¬
narie grossolane mal stratificate o in banchi
con intercalazioni di argille siltose. Tutta la
successione ha uno spessore di una dozzina di
metri.
Nelle argille siltose e nelle siltiti sono stati
prelevati numerosi campioni nei cui residui
di lavaggio sono stati rinvenuti oltre a radio-
lari e frammenti di calcite, rari e mal conser¬
vati foraminiferi, tra cui:
Globorotalia aff. mayeri (Cush. e Ellisor),
Globigerina venezuelana Hedberg, Gl. sp., Glo¬
boquadrina dehiscens (Chapmann, Parr e Col¬
lins), Globigerinoides bisphericus Todd, Gl. tri¬
lobus (Reuss), Gl. t. sacculifer (Brady), Praeor-
bulina transitoria (?) (Blow), oltre a globoro¬
talie del gruppo opima-continuosa.
Sono presenti anche forme bentoniche, tra
cui Nonion solclanii (D’Orb.), Lenticulina cfr.
cultrata (Monte.), Lituolidi, Buliminidi, etc.
Del tutto assenti in questi sedimenti basali
le orbuline; dubitativa la presenza di Praeor-
bulina. Anche in questo caso l'età è Langhiano.
Nella zona di Monte Marzano in conclusione
i terreni basali della trasgressione sinorogene¬
tica sono sempre di età langhiana e le associa¬
zioni microfaunistiche in essi contenuti appar¬
tengono sempre a cenozone precedenti la com¬
parsa dell ’orbulina nonché delle preorbuline.
2.4. Torrente P azzano.
•
Alle pendici occidentali di Monte Castello
nel gruppo del Monte Marzano, in località villa
Cardone, nel fosso scavato dal Torrente Paz-
zano si rinvengono in trasgressione, contro una
superficie di faglia, sedimenti terrigeni mioce¬
nici (fig. 18). Questi depositi sono stati già de¬
scritti da Ardigò 1968 e da De Riso 1968, ma
questi autori non parlano esplicitamente di
contatti trasgressivi tra sedimenti mesozoici e
quelli miocenici, nè danno indicazioni crono-
stratigrafiche.
Il substrato è rappresentato da calcari del
Cretacico superiore a rudiste ai quali sono in¬
tercalati calcareniti e calciruditi a cemento
spatico ( calcari pseudosaccaroidi)\ si tratta
cioè di una facies di transizione della piattafor¬
ma carbonatica verso bacini più aperti (Pe¬
scatore, 1967).
356
Fig, 15. — Sezione geologica schematica nella zona ad est di Laviano.
— 357
I sedimenti basali della trasgressione mioce¬
nica poggiano sopra un piano di faglia in di¬
scordanza col piano stesso; sono costituiti da
conglomerati calcarei a scarsa matrice arena-
con spessore minore verso la parte alta e mag¬
giore alla base, si tratta cioè di sedimenti cli-
nostratificati deposti al piede di una scarpata
(falesia). Gli elementi di questi conglomerati
Fig. ió. — Contatto stratigrafico tra un blocco di calcari mesozoici e le arenarie. Il contatto è marcato
da una calcirudite dello spessore di circa 30 cm.
Località Cimitero di Laviano.
Fig. 17. — Contatto tettonico tra arenarie e un blocco di calcare dolomitico mesozoico.
Località Cimitero di Laviano.
cea, gli elementi sono in genere spigolosi o
poco arrotondati e di dimensioni molto varia¬
bili con volumi fino al metro cubo. I conglo¬
merati basali si presentano in strati con spes¬
sore rapidamente variabile, più precisamente
sono riferibili ai calcari della serie carbonatica
mesozoica. Intercalati ad essi si rinvengono
occasionalmente piccole lenti di argille siltose
o arenarie. Lo spessore di questi depositi gros¬
solani è di circa 15 metri. Queste ruditi pas-
— 358 —
sano rapidamente verso l’alto e lateralmente a
depositi psammitici. I depositi laterali ai con¬
glomerati sono costituiti da sabbie arcosico-li-
profondisce rapidamente in condizioni di in¬
stabilità tettonica, i cui termini basali si sono
deposti in un ambiente infralittorale prossimo
Torrente Panano
yS00
500
400
500
A REMAR/ £
A.V.
~y', 'i . 1
nrcyn
BRECCE
CALCAR!
CONTATTI
TETTONICI
200 m
(-■- — i
Fig. 18. — Sezione geologica schematica attraverso il torrente Pazzano.
tiche poco classate e con matrice siltoso argil¬
losa; si presentano non stratificate o mal stra¬
tificate, contengono coralli, lamellibranchi
( Ostrea , Pecten), briozoi, gasteropodi ( Conus ),
coralli individuali, ecc. Si tratta di depositi
sublitorali deposti non lontano dalla costa.
Superiormente ai conglomerati e alle sabbie
si ritrovano arenarie mal cementate e ben
stratificate con intercalazioni ritmiche di ma¬
teriale siltoso ed argilloso.
Negli strati arenacei sono presenti spesso
ciottoli calcarei e spigoli vivi, talvolta blocchi
di dimensioni fino al m3. Talora gli strati, len-
ticolari e con laminazione obliqua, costituisco¬
no il riempimento di canali d’erosione; talora
negli strati vi sono strutture tipiche delle co¬
late di fango. Dalle caratteristiche sedimentolo¬
giche si può dedurre che si tratta di una suc¬
cessione, deposta in un ambiente che si ap-
alla costa e i sommitali sono più tipicamente
circalittorali o epibatiali.
Alla base della successione nelle lenti di
materiale argilloso-siltoso si sono rinvenute
microfaune alquanto ricche e in buono stato
di conservazione. Il plancton è sempre più
abbondante del benthos e contiene:
Globorotalia acrostoma Wezel, Gl. periphe-
roronda Blow e Banner, Gl. scitula praesci-
tula Blow, Globigerina concinna Reuss, Gl.
falconensis Blow, Globo quadrina altispira
(Cush e Jarv.), Gl. dehiscens (Chapman, Parr
e Collins), Globigerinoides bisphericus Todd,
Gl. diminutus Bolli, Gl. trilobus (Reuss), Gl. t.
sacculifer (Brady), Praeorbulina glomerosa
(Blow), P. transitoria (Blow).
Fra le forme bentoniche citiamo:
Amphistegina sp., Bolivina reticulata Hantk.,
Bolivina spp., Elphidium macellimi (Ficht. e
— 359 —
Mos.l). E. aff. crispum (Linnè), Hopkìnsina bo-
noniensis (Form.), Plectofrondicularia diversi-
costata Neug., Uvigerina sp., etc.
L’età di queste associazioni è Langhiano me¬
dio-superiore.
Nei campioni successivi è possibile notare
accanto alle forme succitate la presenza delle
orbuline. L’elenco completo dei foraminiferi
planctonici è il seguente:
Globorotalia peripheroronda Blqw e Ban¬
ner, Gl. continuosa Blow, Gl. mayeri (Cush. e
Ellisor), Globigerina concinna Reuss, Gl. fai-
conensis Blow, Globoquadrina dehiscens
(Chapman, Pare e Collins), Globigerinoides
bisphericus Todd, GL trilobus (Reuss), GL t.
immaturus Le Roy, Gl. t. sacculifer (Brady),
Praeorbulina transitoria (Blow), Orbulina bilo¬
bata (D'Orb.), O. suturalis Bkònnimann, O. uni¬
versa D’Orb., Globigerinita glutìnata (Egger).
Alle forme bentoniche già presentì nei termi¬
ni basali della successione e dianzi elencate si
aggiungono:
Elphidìum crispum (Linnè), Marginulina hir-
suta D’Orb., Siphonodosaria. verneuili (D'Orb),
Pullenia bulloìdes D’Orb., grandi Lituolidi, etc.
Le analisi micropaìeontologiche di queste
associazioni di foraminiferi ci permettono
quindi dì attribuire i sedimenti che le conten¬
gono ai Serr avalli ano, e molto probabilmente
alla parte inferiore di questo piano.
3. Monti Picemtini.
Ad est della direttrice A yellino-Saler.no fino
alle valli dei Temete e del Seie si erge il gruppo
montuoso dei Monti Picentini s.l. La serie me¬
sozoica, continua dal Trias al Cretacico, pre¬
senta caratteristiche tipiche di depositi della
piattaforma sud-appenninica senza lacuna me¬
dio-cretacica, con facies di transizione e sul
versante tirrenico e su quello adrìatico, e con
facies di retroscogliera nella zona centrale.
Nella porzione meridionale del gruppo, nella
zona di Giffoni Vallepiana e di Campagna, so¬
no state riconosciute due finestre tettoniche,
delle quali si discuterà in seguito, che mostra¬
no la traslazione verso l'Adriatico della Piat¬
taforma carbonatica.
I sedimenti terrigeni della trasgressione mio¬
cenica sinorogenetica bordano non soltanto i
margini adriatici di questo gruppo, dalle aree
a nord del Termini© a quelle a nord del Cer¬
vialto, ma si rinvengono anche in conche tet-
tono-carsiche nell'interno del massiccio. È da
notare anche qui che le facies dei depositi
miocenici nelle aree marginali del massiccio
calcareo sono in genere più pelagiche rispetto
a quelle che si rinvengono nel massiccio stesso.
L’età dei sedimenti basali nelle aree marginali
è ìanghiana, invece i sedimenti delle zone in¬
terne al massiccio sono serravalliani; i sedi¬
menti marginali inoltre sono debolmente di¬
scordanti sul substrato mentre quelli delle aree
interne in genere sono fortemente discordan¬
ti. Si ripetono cioè le situazioni osservate a
Monte Marzano.
La successione dei terreni nelle zone margi¬
nali al Terminio Tuono è data da depositi
prevalentemente arenacei, nei quali sono in¬
globati tettonicamente sia blocchi della serie
carbonatica sia masse alloctone delle Argille
Varicolori. Variazioni di facies nei termini ter¬
rigeni si hanno in prevalenza nella parte alta
della successione, in connessione con la messa
in posto delie Argille Varicolori; i terreni som¬
mitali sono costituiti da argille e argille sil-
tose del Tortoniano inferiore (area di Lapio).
Una estesa colata di Argille Varicolori s.l.
tronca i sedimenti terrigeni miocenici.
Variazioni di facies alquanto marcate si
hanno invece nei sedimenti terrigeni che si
rinvengono nell’interno dei massicci calcarei,
testimoniando un ambiente di sedimentazione
in genere neritico infralittorale e con morfo¬
logia molto movimentata. Al di sopra dei se¬
dimenti di questo ciclo si rinvengono i depo¬
siti del ciclo del Messiniano-Pliocene inferiore
(Coppa De Castro, Moncharmont Zei e al.,
1970).
Nelle zone meridionali, marginali al Cer¬
vialto, le coltri alloctone sono invece molto
diffuse e potenti; si tratta come al solito non
soltanto di argille scagliettate rosse e verdi
con pezzame vario, ma anche di successioni
stratificate della potenza di centinaia di me¬
tri, costituite da un’alternanza di calca: ermi
o calcimditi e marne rosse riferibili al flysch
rosso, come quella sulla quale è costruito il
paese di Musco e quella dello sperone di
Cresta del Gallo. A nostro avviso questi pac¬
chi litoidi che si rinvengono nelle Argille Va¬
ricolori costituiscono brandelli di una succes¬
sione deposta in un bacino di sedimentazio-
— 360 —
ne tirrenico e che ha « viaggiato » con
le Argille Varicolori fino a raggiungere l'at¬
tuale posizione. È da dire che in tutta l’avan-
fossa appenninica ritroviamo facies simi¬
li, a luoghi in pacchi litoidi ben conservati
a luoghi fortemente tettonizzati e caoticizzati.
Non ci sembra possibile considerare queste
Placche flysciocli deposte in sito mediante un
accumulo caotico selezionato, ossia come un
olistostroma come prospettano Ardigò e altri
Autori, e perchè questi sedimenti hanno una
definita successione di litotipi e di biozone e
perchè non sono intercalati stratigraficamente
3. 1. Zona del Montagnone di Nusco.
Anche sui bordi orientali del gruppo dei
monti Picentini i sedimenti arenacei miocenici
e le Argille Varicolori vengono a contatto con
il « massiccio calcareo », ed anche in quest'area
è possibile riconoscere un originario contatto
stratigrafico tra i depositi della serie carbona-
tica e i depositi terrigeni miocenici (fig. 19).
Precisamente nel versante settentrionale del
Montagnone di Nusco in località Laudello si
osserva che sui calcari a rudiste del Cretacico
superiore poggiano, con contatto stratigrafico
Fig. 19. — Contatto stratigrafico tra un blocco di calcare mesozoico e le arenarie.
Località Montagnone di Nasco.
nelle Argille Varicolori ma sono imballati tet¬
tonicamente in esse, tanto che, a luoghi, sedi¬
menti riferibili alla formazione di Corleto Per¬
ticava si rinvengono anche rovesciati in una
sequenza terrigena miocenica in successione
normale (v. zona Monte Salursi - Monte Car-
ruozzo).
Vengono descritte in particolare le zone del
Montagnone di Nusco e di Piano Sazzano e
Fontana Canale nel gruppo del Cervialto; zona
marginale la prima, interna la seconda; e le
zone di Castelvetere (sul Calore) - Lapio, di
V ulturara Irpina e S. Marco per il massiccio
del Terminio Tuoro, la prima sul bordo nord-
orientale, le altre all'interno.
discordante, brecce e puddinghe a matrice are¬
nacea generalmente poco abbondante; gli ele¬
menti di questi conglomerati sono dati in pre¬
valenza da calcari della serie carbonatica e da
altri litotipi delle Argille Varicolori. Seguono
quindi depositi terrigeni più fini (argille, ar¬
gille siltose e arenarie) e estese masse di ma¬
teriale alloctono in giacitura caotica che tron¬
cano localmente la successione.
In quest’area le Argille Varicolori sono mol¬
to estese in affioramento e i depositi arenacei
sembrano costituire delle potenti intercala¬
zioni nel materiale alloctono; anche qui nei
termini basali arenacei sono inglobati blocchi
di calcari mesozoici.
— 361 —
Non è possibile precisare ulteriormente l'età
di questi sedimenti miocenici perchè non è
stata rinvenuta fauna significativa.
3.2. Piano Suzzano e Fontana Canale.
In località Piano Sazzano (2 km a nord del
M. Cervialto) nei pressi della Fontana della
Preda, affiorano depositi sabbiosi e argillosi
con lenti di materiale alloctono (Argille Vari¬
colori). Presumibilmente questi depositi sono
trasgressivi discordanti su calciruditi e calcare-
niti a frammenti di rudiste affioranti nei pressi
della Fontana stessa. Le arenarie sono mal
stratificate, e talora poco cementate.
Le forme plactoniche qui rinvenute sono:
Globorotalia mayeri (Cush. e Ellisor), Glo-
boquadrina altispira (Cush. e Jarvis), Gl. delii-
scens (Chapman, Parr e Collins), Globigeri-
noides bisphericus Todd, Gl. trilobus (Reuss),
Gl. t. immaturus Le Roy, Praeorbulina glome-
rosa (Blow), P. transitoria (Blow), Orbulina
suturalis Bronnimann, O. universa D’Orb.
Il benthos è rappresentato da molte specie
tra cui Bulimina costata D’Orb., Lenticulina
vortex (Ficht. e Moll), Nonion soldanii
(D’Orb.), uvigerine, gyroidine, etc.
L’età è Serravalliano.
In località Fontana Canale (1 km a ovest di
Caposele) affiorano placche di arenarie grosso¬
lane con livelli siltosi e argillosi trasgressivi
sul mesozoico. Anche in questa località come
in molte altre già descritte il residuo organico
quando presente è in pessime condizioni di
conservazione. Le forme sicuramente ricono¬
sciute sono:
Globorotalia cfr. acrostoma Wezel, Gl. con-
tinuosa Blow, Gl. mayeri (Cush. e Ellisor),
Globigerina sp., Globoquadrina altispira (Cush.
e Jarvis), Gl. dehiscens (Chapman, Parr e Col¬
lins), Globigerinoides bisphericus Todd, Gl.
trilobus (Reuss), Gl. t. sacculifer (Brady),
Praeorbulina transitoria (Blow), Orbulina su¬
turalis Bronnimann.
L’età è probabilmente Serravalliano: manca
comunque la O. universa D’Orb.
Sul massiccio calcareo dei Monti Picentini
si ritrovano di frequente, ma in limitati affio¬
ramenti, depositi arenacei o argillosi mioce¬
nici talora trasgressivi, come ad esempio nella
zona di F. Laganella.
Non sempre è possibile giungere a datazioni
precise di questi affioramenti; a nostro avviso
essi dovrebbero essere correlati con quelli af¬
fioranti a Piano Sazzano e Fontana Canale.
Precisiamo però che le faune rinvenute conten¬
gono Glob. mayeri (Cush. e Ellisor), Glob. bi-
spericus Todd, Elphidium cfr. crispum (Linnè)
ma nessuna Orbulina s.s.
3. 3. Castelvetere - Lapio.
Alle pendici orientali di Monte Civitelle
(versante orientale di Monte Tuoro) si nota
l’appoggio stratigrafico dei sedimenti terrigeni
della trasgressione sinorogenetica sui depositi
mesozoici di piattaforma (fig. 20). Le arenarie
sono a grana grossa, in genere mal stratificate,
con intercalazioni di puddinghe nella parte
prossima al contatto. Seguono arenarie a grana
fine, ben stratificate e con abbondanti frustoli
vegetali, e arenarie a grana grossa, con ciottoli
calcarei (calcari colitici) della serie mesozoica,
con rare intercalazioni di marne siltose. In
questi depositi sono imballati grossi blocchi
della serie mesozoica di dimensioni variabili
dal metro cubo (zona di Pietra Pezza) fino al
milione di metri cubi (zona di Montemarano).
Proprio nell’abitato di Montemarano in uno
scasso per fondazioni è chiaramente visibile
l’appoggio di materiale siltoso argilloso in stra-
terelli sui calcari mesozoici del Giurassico Su¬
periore-Cretacico inferiore. La superficie di ap¬
poggio è erosa e arrossata, le siltiti riempiono
le cavità del calcare sottostante con appoggio
stratigrafico che si modella sulle asperità del
substrato.
La successione continua superiormente con
arenarie a laminazione parallela o più rara¬
mente a laminazione obliqua. Alla base di uno
strato arenaceo sono stati rinvenuti calchi di
docce di erosione e calchi di solchi di trasci¬
namento; la direzione di scorrimento della cor¬
rente desunta da queste impronte è da sud-est.
Nell’abitato di Montemarano affiora inoltre
una colata di sabbia, che riempie un canale di
erosione nelle sottostanti arenarie, profondo e
largo alcuni metri; la colata è formata da pez¬
zame litoide vario arrotondato e non, e da ir¬
regolari zolle argillose o argillo-siltose, im¬
mersi caoticamente in una matrice sabbioso-
siltosa; il pezzame proviene dalle Argille Vari¬
colori e dalla piattaforma carbonatica.
La sedimentazione diventa successivamente
Lapto V.ne Uccello S. Mango su! Calore M. Ciri Felle
362
363 —
più grossolana con arenarie a grana grossa e
conglomerati a ciottoli poligenici per lo più
arrotondati; questi depositi si presentano non
stratificati o mal stratificati. In queste arena¬
rie sono inglobati blocchi di calcari mesozoici
di dimensioni variabili da qualche metro cubo
a molte migliaia di metri cubi. La messa in
posto di queste masse calcaree è da attribuirsi
cenici, anche se non si può escludere con asso¬
luta sicurezza che si tratti di un pacco di strati
di materiale alloctono messo in posto e inter¬
calato ai sedimenti normali del bacino.
Nella successione compaiono quindi estese
masse di Argille Varicolori costituite prevalen¬
temente da argille grigio ferro con fiamme
rosse e verdi che inglobano pezzame vario per
Fig. 21. — Blocco di calcare mesozoico intercalato tettonicamente nelle arenarie (Wildflysch).
Località Pietra Macchia.
a fenomeni di scivolamento gravitativo duran¬
te la sedimentazione terrigena in un bacino
tettonicamente instabile (Wildflysch). Queste
masse « franando » incidevano più o meno
marcatamente il substrato a seconda delle
loro dimensioni e velocità, successivamente,
venivano ricoperte dai sedimenti terrigeni nor¬
mali del bacino. Tale giacitura dei blocchi cal¬
carei è ben evidente fra l’altro nella zona di
Pietra Macchia (fig. 21).
In queste arenarie si osservano inoltre (zona
di Pietra Macchia) intercalazioni di calcari
marnosi e marne più o meno arenacee e con
laminazione obliqua; in questi sedimenti si
rinvengono faune eoceniche. Si dovrebbe trat¬
tare di materiale risedimentato, dato che è in¬
tercalato stratigraficamente nei sedimenti mio-
lo più a spigoli vivi: calcari marnosi siliciferi
tipo « pietra paesina », calcareniti, diaspri,
marne, arenarie, etc. La argille si presentano
per lo più suddivise in minute scagliette. Que¬
sto materiale alloctono costituisce delle inter¬
calazioni irregolari i cui affioramenti sono
allungati nelle zone prossime ai massicci cal¬
cari e si vanno allargando in masse estese e
potenti nelle aree più distanti. Le Argille Va¬
ricolori riempiono talora profondi canali di
erosione incisi nel materiale sottostante.
Sul materiale alloctono, nei pressi dell'abi¬
tato di S. Mango sul Calore, poggiano alcuni
metri di argille grigie serravalliane ben strati¬
ficate con abbondanti ciottoli di varia natura li¬
tologica ( pebbly mudstone ) (fig. 22) e quindi ol¬
tre un centinaio di metri di puddinghe poligeni-
— 364 —
che a matrice arenacea con stratificazione più o
meno distinta; nei sedimenti ruditici, sui quali è
costruito il paese di S. Mango sul Calore, sono
intercalate rare lenti argillose e sabbiose. Gli
elementi delle puddinghe derivano dal mate¬
riale litoide delle coltri sottostanti, non si
sono notati invece ciottoli calcarei della serie
rautoctoni scivolati nell’area a sedimentazione
argillosa.
La successione termina, troncata da una più
estesa falda di Argille Varicolori, al di sotto
dell’abitato di Lapio, con depositi argillosi
del Tortoniano inferiore che in parte poggiano
sul materiale alloctono sottostante.
Fig. 22. — Argille Varicolori. Notare la tessitura caotica con pezzame litoide di varia natura. La parte
alta dell’affioramento è data da depositi argillosi senza pezzame e con microfauna serravalliana.
Località S. Mango sul Calore.
carbonatica. La deposizione di questi sedi¬
menti avveniva mediante frane sottomarine
(colate di sabbia) che inglobavano ciottoli vari.
Al di sopra di questi conglomerati, sui quali
sorge il paese di S. Mango sul Calore, con
passaggi graduali verso l’alto e lateralmente
compaiono nella serie arenarie, argille e ar¬
gille marnoso-sìltose nelle quali sono ancora
intercalate, a più livelli, masse irregolari di
Argille Varicolori. In depositi argillosi, sotto
l’abitato di Lapio, sono intercalate arenarie
tipo molasse che possono essere interpretate
o come rapide variazioni di facies rispetto alle
argille o, più probabilmente, come blocchi pa-
Lo spessore totale della successione de¬
scritta, molto difficile da valutare, è forte¬
mente variabile a seconda della potenza delle
lenti di Argille Varicolori intercalate; si do¬
vrebbe aggirare comunque intorno al migliaio
di metri (fig. 23).
Nella zona a nord e a nord-ovest dei M. Pi-
centini è stato possibile riconoscere con mag¬
giore dettaglio la biostratigrafia dei sedimenti
terrigeni miocenici. La successione è presso¬
ché continua da Montemarano a Lapio per
una potenza complessiva (come già accennato)
di oltre un migliaio di metri. In tale succes¬
sione non sono rari gli straterelli o le lenti
— 365 —
di argilla per lo più siliosa, che sono stati
ampiamente campionati e sottoposti ad accu¬
rate analisi micropaleontologiche.
Le microfaune studiate, ricche di forme
stelluccio (Castelvetere) e nell’abitato di Mon-
temarano, dove un primo gruppo di campioni
ha dato la seguente associazione di foramini-
feri planctonici:
Fig. 23. — Colonna stratigrafica della successione terrigena miocenica nella zona Castelvetere sul Ca-
lore-Lapio.
planctoniche, hanno rivelato la presenza di
cenozone la cui età va dal Langhiano al Tor-
tonìano,
I termini più bassi affiorano ad est di M. Ca-
Gioborotalia aerostoma Wezel, Globoqua-
drina dehiscens (Chapman, Pare e Collins),
Gl. langhiana Cita e Gelati, Globigerinoides
bisphericus Tono, GL trilobus (Reuss), GL t.
— 366 —
immatnrus Le Roy, Catapsydrax sp. ed altre
piccole forme di Globigerina e globorotalie del
gruppo Gl. opima-continuosa.
Il benthos è composto tra l'altro da:
Bulimina costata D’Orb., Cibicides pseudo-
ungerianus (Cush.), Nonion soldanii (D’Orb.),
Plectofrondicularia sp., Lenticidina sp., Uvige-
rina attenuata Cush. e Edw., V alvnlineria sp.,
c Lituolidi.
L'età di questa porzione di serie è Langhia-
no, probabilmente medio-superiore.
Nei campioni successivi, raccolti tra Castel-
vetere e S. Mango sul Calore non si riscon¬
trano notevoli variazioni nella composizione
mici'ofaunistica ad eccezione della comparsa,
tra i foraminiferi planctonici, del gen. Praeor-
bulina. L’associazione è alquanto povera di ge¬
neri e specie e costituita da:
Globorotalia acrostoma Wezel, Gl. mayeri
(Cush. e Ellisor), Globigerina falconensis
Blow, Globoquadrina dehiscens (Chapman,
Parr e Collins), Globigerinoides bisphericus
Tqdd, Gl. trilobus (Reuss), Praeorbulina glo-
merosa (Blow), P. transitoria (Blow) a cui si
accompagna una frazione di benthos pari al
15/25% e comprendente:
Cibicides pseudoungerianus (Cush.), Gyroi-
dina soldanii altiformis Stewart R. E. e K. C.,
Lagena striata (D’Orb.), Lenticulina aff. calcar
(Linnè), L. helena (Karrer), L. peregrina
(Schw.), Nodosaria longiscata D’Orb., N. ovi-
cida D’Orb., Nonion soldanii (D'Orb.).
Mancano quindi le orbuline, ma abbondano
le forme preorbulina per cui l’associazione
pur essendo stratigraficamente più alta di
quella più su descritta, è attribuibile sempre
ad un Langhiano medio-superiore.
Dopo un ampio intervallo prevalentemente
arenaceo si rinvengono nuovamente termini
argillo-siltosi ben fossiliferi nei pressi dell’a¬
bitato di S. Mango sul Calore; anche qui il
plancton è pari all’80-90% dell’intera micro¬
fauna, e si presenta più ricco di generi e spe¬
cie come risulta dal seguente elenco:
Hastigerina siphonifera (D’Orb.), Globorota¬
lia continuosa Blow, Globorotalia mayeri
Cush. e Ell., Globorotalia praemenardii Cush-
man e Stainf., Globorotalia scitula Brady, Glo¬
borotalia scitida praescitula Blow, Globigeri¬
na falconensis Blow, Globoquadrina altispira
(Cushman e Jarv.), Globoquadrina dehiscens
(Chap., Parr e Coll.), Globigerinoides trilobus
immatnrus Le Roy, Orbulina bilobata D’Orb.,
Orbulina suturalis Brònn., Orbulina universa
D’Orb., Catapsydrax stainf orthi Bolli.
Anche il benthos si arricchisce di nuovi ge¬
neri e specie, tra cui abbiamo determinato:
Alveolo phragmium sp., Ammonia beccarii
(Linné), Anomalina helicina Costa, Bolivina
cfr. beyrichi Reuss, Bulimina affinis D’Orb.,
Bulimina costata D’Orb., Bulimina cfr .fusifor-
mis Will., Bulimina pupoides D’Orb., Cassidu-
lina carinata Silv., Cassidulina subglobosa
Brady, Cibicides lobatulus (Walk. e Jac.), Ci¬
bicides pseudoungerianus (Cush.), Cassidulina
sp., Elphidium crispum (Linné), Elphidium
macellimi (Ficht. e Moll.), Eponides umbona-
tus stellatus (Silv.), Gyroidina girardana
(Reuss), Gyroidina laevigata D’Orb., G. solda¬
nii altiformis Stewart R. E. e K. C., Haplo-
phragmoides sp., Lenticulina peregrina (Schw.),
Marginulina hirsuta D’Orb., Nodosaria lon¬
giscata D’Orb., Melonis soldanii (D’Orb.),
Osangularia lens Brotzen, Planulina remi
Cush. e Stainf., Planulina wullerstorfi (Schw.),
Plectofrondicularia concava Liebus, Pullenia
bulloides (D’Orb.), Siphonina reticulata (Czj-
zek), Siphonodosaria verneuili (D'Orb.), Sphae-
roidina bulloides D'Orb., Stilostomella monilis
(Silv.), Uvigerina auberiana D’Orb., Uvigerina
barbatula Macf., Uvigerina rutila Cush., Val-
vulineria bradyana (Fqrn.), Vulvulina perniata¬
la (Batsch).
L’associazione delle forme planctoniche è at¬
tribuibile alla parte bassa del Serravalliano.
La serie dei sedimenti terrigeni prosegue ver¬
so nord-ovest ed in essa si rinvengono ancora
livelli argillosi abbondantemente fossiliferi (2).
In questi campioni il rapporto plancton/ben¬
thos si sposta nettamente a favore di quest’ul¬
timo; in esso abbondano inoltre i generi carat¬
teristici di habitat profondo. Le associazioni a
foraminiferi planctonici possono essere corre¬
late successivamente con le Subzone a Globi-
(2) Le analisi micropaleontologiche dei campioni
relativi a quest’ultimo intervallo della serie stratigra-
fica Castelvetere - S. Mango -Lapio sono state eseguite
da M. G. De Castro Coppa in: De Castro Coppa,
Moncharmont Zei, e al., 1970. Rimandiamo pertanto
a tale lavoro per maggiori dettagli.
— 367 —
gerìnoides obliquus/Globorotalia lenguaensis e
Globorotalia ventriosa/ Globigerina nepenthes
di Cati F., Colalongo M. L., e altri, 1968, oppu¬
re con le Zone a Globorotalia may eri/ Globoro¬
talia lenguaensis e Globorotalia may eri/ Globi¬
gerina nepenthes di Cita M. B e Premqlx Sil¬
va I., 1968, e pertanto databili come Serraval-
liano superiore e Tortoniano.
Con queste ultime biozone termina, in loca-
sgressione, costituito da calcari oolitici o
pseudoolitici a luoghi calcareniti del Giurassi¬
co superiore con Clvpeina jurassica Favre e Or¬
ganismo C Favre, ha una superficie molto ir¬
regolare.
La trasgressione non avviene alla sommità
della pila mesozoica ma è discordante su di una
struttura monoclinalica che dal Giura arriva
a! Cretacico inferiore; segno che la serie car-
Acqua delle Noci
Ai. Costa
ARENARIE
— '-'V -
LL 0,
T
CALCAR!
A.V.
CONTA TTt
TETTONICI
Fig. 24. — Sezione geologica schematica nella zona di Vulturara Irpina.
lità Perazze a sud di Lapio, la successione
stratigrafica terrigena di questo ciclo. Tale suc¬
cessione inizia quindi con termini attribuibili
ad un Langhiano medio-superiore e prosegue
in continuità di sedimentazione fino al Torto¬
niano che rappresenta il livello più recente da
noi riscontrato in questi terreni.
3.4. Vulturara Irpina.
Negli immediati dintorni di Vulturara Irpi-
na, più precisamente nei due valloni che si
addentrano verso la Piana di Acqua delle
Noci a sud del paese, in bella evidenza affio¬
rano sedimenti miocenici terrigeni in tra¬
sgressione discordante sui calcari della serie
carbonatica mesozoica. Il substrato della tra-
bonatica era già stata interessata da una tet¬
tonica intensa già prima della trasgressione
(fig. 24).
La serie trasgressiva è costituita alla base da
puddinghe a matrice arenacea grossolana (fig.
25). La natura dei ciottoli è varia: calcari, are¬
narie, calcari siliciferi, quarziti, etc., cioè il pez¬
zame delle Argille Varicolori; nei livelli basali
sono presenti inoltre ciottoli calcarei della se¬
rie mesozoica sottostante. I primi sono sem¬
pre ben arrotondati, i secondi poco arroton¬
dati o addirittura a spigoli vivi. Alle puddin¬
ghe verso l’alto sono intercalate arenarie gros¬
solane, spesso con laminazione obliqua a gran¬
de scala o laminazione parallela, con un livello
di brecce calcaree (fig. 26). Seguono arenarie
massicce o stratificate, a laminazione obliqua
— 3ò8 —
a scala grande o laminazione parallela, in cui
sono localizzati canali di erosione che rag¬
giungono qualche metro di larghezza; questi
canali sono riempiti da conglomerati a ma¬
trice arenacea. Intercalati a questi depositi si
rinvengono materiali delle Argille Varicolori
in piccole lenti, Argille Varicolori che affiorano
Globorotalìa cfr. acrostoma Wezel, Globi-
gerina concinna Reuss, Globoquadrina dehi-
scens (Chapman, Parr e Collins), Globi geri¬
rlo ides bisphericus Tgdd, GL diminutus Bolli,
Gl. trilohus (Reuss), Praeorbidina sp., Orbu-
lina sp.
Il benthos comprende:
Fig. 25. — Contatto trasgressivo discordante tra i calcari mesozoici (giurassici) e i conglomerati a
matrice arenacea del Miocene (Serravalliano).
Località Vulturara Irpina.
in notevole estensione nella parte alta della
successione.
Lo spessore della successione, non facilmen¬
te valutabile perchè vi sono frequenti varia¬
zioni di facies, come è logico aspettarsi in de¬
positi trasgressivi su di un substrato molto
irregolare, dovrebbe essere dell’ordine di un
centinaio di metri. Questa successione è attri¬
buita da Civita, 1967 e 1969, al Miocene Supe¬
riore-Pliocene inferiore.
I depositi pelitici intercalati in piccole lenti
nei depositi conglomeratici hanno fornito le
seguenti associazioni planctoniche:
Anomalina cfr. helicina Costa, Bulimina co¬
stata D’Orb., Cassidulina sp., Elphidìum sp.,
Gyroidina soldanii altiformis Stewart R. E. e
K. C., Haplophragmoides sp., Lenticulina vor-
tex (Ficht. e Moll), Nodosaria sp., Nonion
boueanum (B’Orb.), Siphonina reticulata (Czj-
zek), Siphonodosaria sp., Uvìgerina rutila
Cush., Valvulineria bradyana (Forn.).
Tale associazione è da ascriversi al Serra¬
valliano, e probabilmente ai livelli più bassi
di questo piano per la contemporanea presen¬
za di GL bisphericus e Orbulìna.
È interessante notare che nei campioni esa-
— 369 —
minati il benthos è abbondante, e comprende
prevalentemente forme di habitat non molto
profonde. Ci sembra il caso di far notare la
differenza tra le associazioni qui riscontrate
(in una sequenza terrigena trasgressiva s.s. sui
calcari mesozoici) rispetto alle associazioni di
sgressive sui calcari a rudiste del Cretacico
superiore.
Più in basso, ribassati da una faglia, affio¬
rano estesamente i sedimenti terrigeni costi¬
tuiti prevalentemente da arenarie mal strati¬
ficate e grossolane, puddinghe con ciottoli cal-
Fig. 26. — Breccia calcarea intercalata nei depositi arenacei.
Località Vulturara Ir pina.
ambiente più tipicamente pelagico rinvenute
nei depositi basali delle aree marginali, nord-
orientali del massiccio del Terminio Tuoro
(« pseudotrasgressione » dei sedimenti terrige¬
ni sulla piattaforma carbonatica).
3. 5. S. Marco.
Lungo le pendici settentrionali di Monte
Pergola, rilievo che con Monte Peluso borda
a sud-ovest la piana di Scrino, si ritrovano
sporadiche placche di puddinghe a matrice
arenacea o di arenarie a grana grossa, talora
con intercalazioni di livelli argillo-siltosi, tra-
carei della serie carbonatica mesozoica e delle
Argille Varicolori (fig. 27).
Nei pressi di Canale, in località Madonna
del Castello delle Grazie, affiorano grossi bloc¬
chi di calcare mesozoico (calcare a rudiste)
inglobati nei depositi miocenici; lungo la stra¬
da che porta alla chiesetta si nota chiaramen¬
te l’appoggio di uno dei blocchi di calcare a
rudiste delle dimensioni di circa un migliaio
di metri cubi, sulle arenarie; al contatto i
calcari si presentano molto fratturati.
Affioramenti di arenarie mioceniche si ritro¬
vano anche tra Solofra e Serino; ricordiamo
che durante lo scavo della galleria per l’auto-
24
— 370
strada Avellino-Salerno a più livelli sono stati
incontrati materiali arenacei intercalati ai cal¬
cari della serie carbonatica. Si tratta con ogni
La successione carbonatica mesozoica, in
questi rilievi non ancora studiata in detta¬
glio, è costituita da terreni che vanno dal Giu-
Fig. 27. — Puddinga poligenica a matrice arenacea della parte basale della successione terrigena miocenica.
Località S. Marco.
probabilità di « scaglie » calcaree inglobate
nei depositi arenacei.
In quest'area non sono state ritrovate che
forme mioceniche poco significative quali Gio-
borotalia sp., Globigerinoid.es sp., Globigerina
sp., Elphidium sp., Nodosaria sp., Uvigerina
sp. e Haplophragmoides sp., Siphonodosaria
sp., etc.
4. Gruppo del Partenio.
A sud del gruppo del Taburno - Camposauro,
e separato da questo dalla Valle Caudina, si
incontrano i rilievi calcarei che costituiscono,
tra S. Felice a Cancello e Avellino, il gruppo
del Partenio.
rassico inferiore al Cretacico superiore; non
si conoscevano fino ad ora depositi carbona-
tici terziari trasgressivi. Nella zona di S. Mar¬
tino Valle Caudina, come si dirà, abbiamo ri¬
scontrato puddinghe calcaree probabilmente
mioceniche trasgressive sul Cretacico superio¬
re. Si tratta di una successione calcarea che
potrebbe correlarsi con le formazioni basali
della trasgressione miocenica illustrata per
l’Italia meridionale da Selli 1957 e più stret¬
tamente con la formazione di Laiano D’Arge-
nio 1967; sfortunatamente in questi sedimen¬
ti non sono stati rinvenuti fossili. Su questi
depositi di probabile età miocenica, o diretta-
mente sui calcari a rudiste, con contatto irre¬
golare, talora segnato da fori di litodomi, pog-
371 —
giano stratigrafìcamente i sedimenti terrigeni
miocenici.
Alla base di questa successione terrigena
prevalgono a luoghi termini pelitici e ruditici,
a luoghi termini arenitici; si tratta comunque
di depositi di ambiente neritico infralittorale;
i fori di litodomi testimoniano che in questa
zona i sedimenti miocenici sono trasgressivi
in senso stretto sul substrato. Anche in que¬
st’area nella successione miocenica sono inter¬
calate per cause tettoniche masse calcaree
mesozoiche e materiale alloctono delle Argille
Varicolori. I piani di scivolamento presenti
alla base dei blocchi calcarei mostrano una
immersione a NE.
Caratteristica peculiare di questa zona è la
presenza di intercalazioni nel materiale are¬
naceo di brecce calcaree nelle quali è assente
o assolutamente irrilevante la frazione terri¬
gena. Queste brecce costituiscono un elemento
tipico del Wildflysch, la loro origine è da at¬
tribuire a franamenti sottomarini di masse
calcaree più o meno emergenti.
La successione miocenica, se si escludono
ì termini basali, è costituita prevalentemente
da arenarie arcosico-litiche in strati più o
meno evidenti, talora in banchi lenticolari; la
matrice è a volte abbondante, a volte scarsa,
la gradazione verticale dei granuli negli strati
è stata rilevata solo raramente.
La successione è chiusa da depositi argil¬
losi del Serravaìliano-Tortoniano inferiore.
Tali depositi pelitici affiorano nei dintorni del
bivio di Capriglia, al disopra di un'estesa mas¬
sa di materiale alloctono riferibile alla forma¬
zione di Corleto Perticava Selli 1962; è inte¬
ressante notare che la facies dei sedimenti a
tetto delle masse alloctone è neritica infralit¬
torale e che diventa verso l’alto rapidamente
pelagica.
Anche nell’area ad est del Partenio una
estesa coltre di Argille Varicolori tronca la se
dimentazione terrigena.
Al disopra della coltre o su termini sotto¬
stanti si rinvengono i sedimenti del ciclo del
Messiniano-Pliocene inferiore oppure quelli
del ciclo del Pliocene medio (Coppa De Castro,
Moncharmont Zei e ah, 1970).
I sedimenti miocenici arenacei non affiorano
soltanto lungo i margini del gruppo del Par¬
tenio ma si rinvengono in placche anche al
disopra del massiccio calcareo, ad esempio
nella zona di Croce di Puntina, 3 km circa a
sud di S. Martino Valle Caudina, e nei pressi
del Santuario di Montevergine.
I rapporti attuali tra il Miocene arenaceo e
i calcari mesozoici sono in genere tettonici,
in alcune zone però sono ancora conservati
gli originari rapporti stratigrafici.
Vengono pertanto descritte le condizioni
geologiche di alcune aree nelle quali o sono
particolarmente evidenti i rapporti stratigra¬
fici col substrato o dove le masse calcaree in¬
globate tettonicamente nelle arenarie sono
chiaramente esposte.
4.1. Sommante - Capriglia.
Lungo il bordo del Partenio i rapporti tra i
depositi arenacei del Langhiano-Tortoniano
inferiore e i calcari mesozoici sono in gene¬
re tettonici, ma non è difficile ritrovare lembi
residui trasgressivi di materiale arenaceo, così
come è possibile in più località notare i bloc¬
chi calcarei (Pietrastornina, S. Angelo a Scala,
Summonte) imballati nelle arenarie (fig. 28). In
particolare nella zona di Summonte e più preci¬
samente allo sbocco della valle di Chianchetelle,
si può osservare una situazione interessante:
lo spuntone calcareo propaggine sud-orientale
del M. Valletrona che verso nord è « lega¬
to » ai calcari della serie mesozoica verso sud
si inzeppa nelle arenarie. Il piano di scivola¬
mento ha immersione verso est. I termini su¬
periori della serie affiorano ad est di Sum¬
monte, si tratta di depositi arenacei più o
meno stratificati cui segue una estesa massa
di materiali alloctoni riferibile per la maggior
parte alla formazione di Corleto Perticara.
Sopra questa massa alloctona, che ha uno
spessore dell’ordine dei 500 m, si ritro¬
vano depositi arenacei grossolani a pecten,
scutella, coralli e quindi materiale argil¬
loso in strati e banchi con lamellibranchi
Nelle argille sono state ritrovate faune del
Serravalliano superiore e del Tortoniano infe¬
riore (Coppa De Castro, Moncharmont Zei
e al., 1970) (fig. 29). Una estesa coltre di Argille
Varicolori tronca la successione.
4. 2. Montevergine.
Lungo la strada che da Ospedaletto porta
al Santuario di Montevergine, un km circa pri-
— 372 —
ma del Santuario, affiorano puddinghe polige¬
niche a matrice arenacea con elementi di na¬
tura varia che raggiungono talora vari metri
Si ripete cioè la situazione di Summonte e
Capriglia.
Non si è riusciti a datare gli affioramenti
Fig. 28. — Blocco di calcare mesozoico con strati verticali intercalato tettonicamente nelle arenarie (Wild-
flysch).
Località Pietrastornina.
cubi di volume: calcari del substrato, arena¬
rie, calcare tipo palombino, siltiti, rari ciot¬
toli di rocce cristalline (fig. 30).
Poco a monte del Santuario, alla destra
della strada che porta al ripetitore TV,
affiorano ancora argille siltose e calcarifere
che inglobano materiale delle Argille Vari¬
colori.
Il contatto con il substrato (calcari del Giu¬
rassico superiore) è stratigrafico; i depositi
calcarei del tetto invece sembrano poggiare sui
sedimenti terrigeni con un contatto tettonico.
per assenza di fauna; essi però potrebbero
essere correlati con i depositi miocenici tra¬
sgressivi della zona di Pannarano (v. 4. 3).
4. 3. Zona Pannarano.
Gli originari rapporti stratigrafici tra i depo¬
siti terrigeni miocenici e la serie carbonatica
mesozoica dell’Appennino sono conservati in
località La Piana. Il basamento è dato in que¬
sta località da calcari, a luoghi conglomerati,
con rudiste spesso in frammenti, alternati a
— 373
M. Vergine V. delie Tappale Sommante
Cicuzzi — »»
SSW NNE
ARENARIE
CONTATTI TETTONICI
r -:Vl'
SI ITITI £
- ' Z" -Z
ARGILLE
CALCARI £
DOLOMIE
7 Km
Fig. 29. — Sezione geologica schematica nella zona di Summonte.
calcari pseudosaccaroidi (calcareniti e calciru-
diti con cemento spatico).
Il piano di contatto è irregolare e spesso ar-
Fig. 30. — Conglomerato a matrice arenacea, trasgres¬
sivo sulla successione mesozoica.
Località Montevergine.
rossato; si rinvengono numerosi filoni sedi¬
mentari nel substrato riempiti da materiale
arenaceo e argilloso; a volte vi sono sacche
riempite da materiale argilloso.
I depositi basali terrigeni sono variabili da
punto a punto, si tratta a luoghi di puddinghe
poligeniche a grana grossa con matrice arena¬
cea con lenti sabbiose, e a luoghi, più estesa¬
mente, di sedimenti pelitici, prevalentemente
argille e argille siltose. Gli elementi delle pud¬
dinghe sono costituiti da calcari della serie
mesozoica e dai litotipi delle Argille Varicolori.
Superiormente si rinvengono arenarie poco
cementate o sabbie con laminazione obliqua a
grande scala con lamine planari. Nelle sabbie,
senza netta stratificazione, sono frequenti i ca¬
nali d'erosione riempiti da depositi arenitici
grossolani con laminazione obliqua. Seguono
puddinghe poligeniche, in banchi o a struttura
massiccia, alternate a sabbie o arenarie poco
cementate, e infine puddinghe.
I ciottoli di queste puddinghe sono ben arro¬
tondati, di natura calcarea o arenacea, rari i
— 374 —
ciottoli di rocce cristalline; la matrice, in ge¬
nere non abbondante, è arenacea.
La successione è troncata da una zolla di
calcare mesozoico. Il contatto è marcato da
una faglia con immersione a nord; sulla massa
calcarea poggiano, dal lato opposto, con con¬
tatto stratigrafico depositi miocenici argilloso-
siltosi.
È interessante notare che anche nei din¬
torni di Pannarano si rinvengono intercalate
nelle arenarie, in banchi o in masse lentifor¬
mi, brecce calcaree a luoghi senza matrice
arenacea e a luoghi con scarsa matrice are¬
nacea.
I depositi miocenici della parte bassa della
successione hanno i caratteri di depositi in-
fra versa u Melone Pannarano Vallone
ARENARIE
CALCARI
/ km
! - — — - - - - - - - 1
Fig. 31. — Sezione geologica schematica nella zona di Pannarano.
La serie continua verso l’alto con depositi
psammitici, costituiti da arenarie a grana
grossa o media, con stratificazione non sem¬
pre evidente o mal stratificate. In queste are¬
narie sono intercalati blocchi di calcari meso¬
zoici di dimensioni fino a varie migliaia di
metri cubi (fig. 31).
Dove chiari sono i rapporti tra le arenarie
mioceniche e questi blocchi calcarei è in locali¬
tà Sellini: qui vi sono due masse di calcare me¬
sozoico imballate nelle arenarie; tra dette mas¬
se sono intercalati sedimenti argilloso-siltosi
miocenici per uno spessore di circa un metro
(figg. 32-33). La messa in posto di queste masse
è stata cioè di poco sfasata: sul primo blocco
si è deposto materiale pelitico che ha riem¬
pito anche filoni e sacche nel materiale sotto¬
stante, successivamente è « arrivata » la se¬
conda massa calcarea che ha reso leggermente
scagliose le argille sottostanti; la sedimenta¬
zione è continuata con depositi prevalente¬
mente arenacei.
fralittorali; in particolare nelle argille basali
si rinvengono piccoli cristalli di gesso; i de¬
positi diventano di ambiente via via più pro¬
fondo nella parte alta: a nostro avviso, di am¬
biente circalittorale o al più epibatiale.
Nella parte basale di questi depositi, in lo¬
calità La Piana si rinvengono oltre ai radio-
lari e agli ostracodi alcune orbuline, globi-
gerinidi non determinabili e forme arenacee
( Haplophragmoid.es sp., Cyclammina sp., Al¬
veolo phragmium sp.).
Si ritiene pertanto di poter attribuire que¬
sti sedimenti almeno ad un Langhiano supe-
riore-Serravalliano.
Il Miocene terrigeno affiora anche in plac¬
che più o meno estese nelle zone interne del
massiccio calcareo; in particolare nella Valle
della Creta affiorano arenarie e argille nelle
quali è stata riscontrata la seguente micro¬
fauna:
Globorotalia mayeri (Cush. e Ellisor), Gl.
375
Fig. 32. — Due blocchi di calcari mesozoici intercalati nelle arenarie (Wildflysch); tra i due blocchi si
nota un livello argilloso.
Località Sellini.
Fig. 33. — Particolare del livello argilloso intercalato ai blocchi calcarei della figura precedente. Notare
il piano di scivolamento del blocco calcareo a tetto del livello pelitico.
Località SclUtti.
— 376 —
p s eudo pachy derma (Cita, Tremoli Silva e so, alle quali sono intercalate puddinghe cal-
Rossi), Gl. scitula (Brady), Gl. scitula praesci- caree; verso l’alto, gradualmente, le brecce
tuia Blow, Globigerina concinna Reuss, Gl vengono sostituite da puddinghe con ciottoli
falconensis Blow, Globigerina sp., Globoqua - molto ben arrotondati, a cemento calca-
drina sp., Globigerinoides trilobus (Reuss), reo marnoso giallo e subordinatamente calca-
Or bulina bilobata (D’Ore.), O. suturalis Bron- reniti. Gli elementi delle brecce e delle pud
nimann, O. universa D’Orb. droghe sono riferibili ai calcari della serie
Il benthos è scarsamente rappresentato. mesozoica che costituisce il substrato. Nelle
puddinghe della parte alta della successione
4.4. S. Martino Valle Caudina. si rinviene, sporadicamente, qualche ciottolo
di quarzo o di elementi riferibili ai complessi
Sul versante orientale di Piano di Coppo litologici delle Argille Varicolori. Non è stato
sono ben conservati e visibili gli originari possibile precisare finora l’età di questa suc-
rapporti stratigrafici tra il substrato calcareo cessione per mancanza di fossili; per la
Valloni e M Pinone
Castello
sw NE
Fig. 34. — Sezione geologica schematica nella zona di S. Martino Valle Caudina.
e i depositi terrigeni miocenici (fig. 34). Il sub¬
strato è costituito da calcari a rudiste del Cre¬
tacico superiore, gli strati pendono fortemente
verso est. Si tratta di calcari micritici a rudiste
e di calcareniti o calciruditi a cemento spatico
con frammenti di rudiste ed altri molluschi.
In apparente concordanza su questi depositi
poggia una successione calcarea (trasgressio¬
ne preorogenetica?) dello spessore di circa
20-30 m costituita, alla base, da brecce calca¬
ree molto grossolane, mal stratificate, con ce¬
mento calcareo o raramente calcareo marno-
presenza di elementi di flysch alloctono pen¬
siamo che si tratti di depositi miocenici.
Su questi sedimenti calcarei poggiano con
contatto stratigrafico irregolare i depositi ter¬
rigeni, argille o argille siltose, che riempiono
cavità del substrato costituendo sacche e fi¬
loni sedimentari; sono presenti, a luoghi ab¬
bondanti, fori di litodomi riempiti da ma¬
teriale argilloso.
A questi depositi basali segue una alternanza
di arenarie, siltiti e argille siltose, che è tronca¬
ta dalla zolla calcarea del Monte Tizzone con
— 377 —
un piano di scivolamento che immerge confor¬
memente agli strati (figg. 35-36). Si tratta di
un grosso blocco calcareo dell'ordine di varie
migliaia di metri cubi che è « slittato » in un
bacino terrigeno miocenico come testimonia¬
no ancora le placche residue di materiale are-
Fig. 35. — Piccola dorsale calcarea (Monte Pizzone) che poggia mediante un piano di scivolamento (im¬
mergente a nord) sulle arenarie. Sul versante opposto della dorsale le arenarie poggiano strati-
graficamente sui calcari.
Località S. Martino Valle Caudina.
Fig. 3 ù. — Particolare del piano di scivolamento della
figura precedente.
Località S. Martino Valle Caudina.
naceo trasgressivo su di esso nel versante
orientale.
La successione continua con depositi are¬
nacei mal cementati, con lenti di calcareniti e
di puddinghe grossolane a scarsa matrice are¬
nacea; i ciottoli di questi depositi derivano e
dalla piattaforma carbonatica e dalle Argille
Varicolori. Anche in questa successione si
rinvengono imballate lenti di Argille Varico¬
lori e blocchi calcarei della serie mesozoica,
delle dimensioni di varie migliaia di metri
cubi. Lo spessore di questa serie è di circa
400 m.
I depositi terrigeni basali affiorano sia ver¬
so nord che verso sud. Verso nord in località
Castello lungo il fosso che scorre nell'abitato,
è possibile notare sedimenti arenacei e are-
naceo-siìtosi con la superficie superiore degli
strati increspata da strutture da correnti o
con laminazioni oblique nel] 'interno degli
strati (fig. 37).
I fori di litodomi localizzati nelle puddin¬
ghe calcaree e riempiti da argilla (fig. 38), le
caratteristiche litologiche e le strutture sedi-
— 378 —
Fig. 37. — Depositi arenacei della parte basale della successione miocenica terrigena. Notare le impronte
dovute all’azione di correnti e la relativa laminazione obliqua all’interno degli strati.
Località Castello.
Fig. 38. — Fori di litodomi (riempiti da argille mie Geniche) nelle puddinghe che chiudono la successione
carbonatica del gruppo del Partenio.
Località S. Martino Valle Caudina.
— 379 —
mentarie indicano che la base della successione
si è depositata in un ambiente neritico infralit-
torale, questi sedimenti sarebbero perciò tra¬
sgressivi s.s. sul substrato; la parte superiore
della successione invece si è depositata, come
generalmente riscontrato, in un ambiente ne¬
ritico circalittorale e epibatiale.
5. Gruppo del Taburno Camposauro.
Le facies mesozoiche che costituiscono i ri¬
lievi calcareo-dolomitici del Taburno sono
ben differenziate da quelle del Camposauro.
Anche il Miocene calcareo trasgressivo (tra¬
sgressione preorogenetica) presenta caratteri
differenti nelle due zone. Nel Taburno il Mio¬
cene calcareo è costituito da conglomerati,
con ciottoli del substrato, di età serravallia-
na ( Formazione di Laiano D’Argenio 1967);
nel Camposauro il Miocene calcareo è invece
costituito, a partire dal basso, da:
1 ) Calcari biostromali o conglomeratici
con litotamni, pettinidi, etc. ( Formazione di
Cusano Selli 1957). Età Langhiano superiore;
2) Calcari marnosi e marne ad orbuline,
etc. ( Formazione di Longano Selli 1957). Età
Serravalliano.
Ai bordi del gruppo affiorano invece este¬
samente i depositi miocenici terrigeni: si
tratta di arenarie, talora con abbondante ma¬
trice, di siltiti e argille siltose; nei termini
basali sono presenti calcareniti e calciruditi.
Depositi miocenici terrigeni affiorano anche
sul massiccio calcareo, ad esempio in località
Fontana Trinità dove sono sovrapposti ai de¬
positi miocenici calcarei e calcareo-marnosi
prima descritti.
Nella zona di Vitulano e nella sella tra
Monte Pentirne e Monte S. Michele è possi¬
bile notare l’appoggio stratigrafico dei depo¬
siti terrigeni sui calcari della serie carbona-
tica (trasgressione sinorogenetica).
Nei depositi arenacei, in particolare tra
Campoli di Monte Taburno e Montesarchio,
sono inglobati numerosi blocchi di calcari
mesozoici (tra i quali è caratteristica la Pie¬
tra di Tocco con strati subverticali) e masse
più o meno estese di Argille Varicolori. Una
coltre alloctona tronca la sedimentazione delle
arenarie. In quest’area le Argille Varicolori
sono costituite da materiale argilloso caotico
che ingloba pacchi di strati riferibili alla for¬
mazione di Corleto Perticava (Selli 1962) o
al flysch rosso (Scandone 1967). La formazio¬
ne di Corleto Perticava è costituita da un’al¬
ternanza di calcilutiti, marne e arenarie; il
flysch rosso è costituito da calcareniti e calci¬
ruditi alternate a marne di colore rosso.
La successione arenacea ha uno spessore
diffìcilmente valutabile che si dovrebbe aggi¬
rare intorno ai 500 m. È stato possibile da¬
tare come Serravalliano i livelli inferiori di
questa successione, mentre la parte sovra¬
stante prevalentemente arenacea è risultata
nriva di fossili cronologicamente significativi.
Non si può pertanto escludere che nella parte
superiore di questa successione sia rappresen¬
tato il Tortoniano. I caratteri sedimentari di
queste arenarie mostrano che si tratta di de¬
positi di ambiente neritico circalittorale o
epibatiale, prevalgono le flussotorbiditi a cui
sono raramente associate depositi da correnti
di torbida o torbiditi s.s. Gli strati infatti so¬
no spesso lenticolari, mostrano marcati feno¬
meni di erosione alla base; poco frequente la
gradazione verticale. A luoghi, specialmente
nei depositi a granulometria più fine, è pos¬
sibile rilevare sequenze tipiche di depositi
torbiditici.
Vengono descritte in particolare le succes¬
sioni stratigrafiche riscontrate nella zona di
Prata, di Fontana. Trinità, di Vitulano, di
Monte Pentirne e Monte S. Michele ed infine
quella riscontrata nei pressi del ponte di Moia-
no, 8 km a ovest del Taburno.
5. 1. Valle di Prata.
I rapporti tra massicci calcarei e sedimenti
miocenici terrigeni sono particolarmente evi¬
denti in località Piana di Prata tra il Taburno
e il Camposauro. Precisamente, alle pendici
nord-orientali di Monte Cardito (Monte Tabur¬
no), su brecce calcaree spesso dolomitizzate di
età infraliassica poggiano stratigraficamente
arenarie mioceniche; spostandosi verso sud¬
est in direzione del Fosso di Prata è possibile
osservare che le propaggini sud-orientali di
Monte Cardito costituiscono una lama calca¬
rea che si « inzeppa » nelle arenarie con piano
inclinato di pochi gradi (15° o 20°) e immer¬
gente a nord-est. Procedendo ancora verso
— 380 —
sud-est la lama calcarea si suddivide in più
blocchi, intercalati nelle arenarie, che manten¬
gono io stesso orientamento (figg. 39-40).
Nessuna considerazione cronologica basata
sulle analisi micropaleontologiche può esser
fatta per i sedimenti ora descritti, affioranti
nella Valle di Prata, giacché essi sono risul¬
ta ras Le Roy, che mostrano il più delle volte
chiari segni di rimaneggiamento.
5.2. Fontana Trinità.
Nella zona di Fontana Trinità, 1 km a nord-
ovest del Monte Camposauro (q. 1390), è possi¬
ci 1 km
h
Fig. 39. — Stereogramma geologico schematico della Piana di Prata.
tati pressocchè sterili. Le sporadiche forme
rinvenute sono da attribuire a:
Globoquadrina dehiscens (Chapman, Parr.
e Collins) Globigerinoides bisphericus Todd,
Globigerinoides trilobus (Reuss) Gl. t. inama¬
bile ricostruire le seguenti successioni a par¬
tire dal basso (fig. 41).
a) calcari a rudiste del Cretacico supe¬
riore;
b) Formazione di Cusano Selli 1957,
381 —
Fig. 40. — Blocco di calcare mesozoico intercalato nelle arenarie (Wildflysch).
Località Piana di Prata.
fontana
Trinità9
<200
f riOO
fOOO
Fig. 41. — Sezione geologica schematica nella zona di Fontana Trinità.
— 382 —
calcari talora biocostruiti con litotamni, pecti-
nidi, etc. La formazione è trasgressiva concor¬
dante sui sottostanti calcari a rudiste ed ha
un andamento lenticolare con spessore massi¬
mo di circa 10 m. Età Langhiano superiore -
Serravalliano;
c) Formazione di Longano Selli, 1957,
calcari marnosi e marne ad orbuline, globo¬
visibile anche sui calcari del Cretacico dove
affiorano lembi residui di questi depositi che
contengono tra l'altro qualche ciottolo calca¬
reo arrotondato e costituiscono fìloncelli sedi¬
mentari nel substrato. In queste arenarie è in¬
globata inoltre una grossa lente di materiale
alloctono costituito da una alternanza di cal-
careniti e marne rosse ( flysch rosso). La sor-
Fig. 42. — Piccoli arricciamenti nelle calcareniti e marne ad Orbulina (formazione di Longano Selli 1957).
Località Fontana Trinità.
quadrine, etc. Questa formazione segue in
continuità stratigrafica la formazione di Cu¬
sano, ha un andamento lenticolare con spes¬
sore massimo intorno ai 15 m. I calcari mar¬
nosi sono straterellati e sono state notate fre¬
quenti arricciature e fenomeni di franamenti
intraformazionali (fig. 42). Età Serravalliano.
d) Argille Varicolori sovrapposte tettoni¬
camente ai terreni sottostanti e costituite da
materiale argilloso che ingloba quarzareniti
giallastre con granuli generalmente arroton¬
dati;
e) Arenarie grossolane, mal stratificate e
con laminette o fiamme di argille verdastre;
poggianti con contatto stratigrafico su tutti i
depositi descritti (trasgressione sinorogeneti-
ca). Alle arenarie sono intercalati straterelli
di argille e argille siltose. Il contatto è ben
gente che costituisce la Fontana Trinità affio¬
ra appunto al contatto tra questo materiale
alloctono e i depositi arenacei.
Negli straterelli di argilla intercalati alle
arenarie è stata rinvenuta la seguente asso¬
ciazione: :
Globoquadrina dehiscens (Chapman, Parr e
Collins), Globigerinoides bisphericus Todd,
Gl. trilobus (Reuss), Gl. t. sacculifer (Brady),
Praeorbtdina transitoria (Blow), Orbulina bi¬
lobata (D’Orb.), O. suturalis Bronnimann,
O. universa D’Orb. a cui si aggiungono rare
forme arenacee ( Ammodiscus sp., Hyperam-
mina sp. etc.). Anche in questo caso i micro¬
fossili sono rari e in cattivo stato di conser¬
vazione.
L’età è sicuramente non più antica del Ser¬
ravalliano.
— 383 —
5. 3. Vitulano.
Nei dintorni di Vitulano in località Castello
affiorano estesamente depositi miocenici costi¬
tuiti da arenarie, marne arenacee e argille
siltose con grossi litotamni facilmente isola¬
bili, pettinidi, ostreidi e altri macrofossili. In
Serre
Per i caratteri sedimentari e le biofacies
questi depositi sono da ritenersi di ambiente
neritico infralittorale.
Solo raramente i residui di lavaggio conten¬
gono una frazione organica che è costituita
da pochi e mal conservati foraminiferi plancto¬
nici, sempre intensamente spatizzati, tra cui
$00- r
”
400-
200-
ARENARIE
A.V.
CALCAR!
- — - — — CONTA 7T! TETTONICI
500 m
- - — - — i
Fig. 43. — Sezione geologica schematica nella zona Serre, tra Monte Pentirne e Monte S. Michele.
questo materiale sono contenuti blocchi an¬
che grossolani del substrato calcareo.
Questi sedimenti, come visto da Malatesta
1958, poggiano, anche se il contatto non è
sempre chiaramente esposto sui calcari del
Cretacico superiore.
Forse l’appoggio avviene sui calcari a lito¬
tamni ( Formazione di Cusano Selli 1957) o
su calcareniti reticolate a pettinidi; non è
stato possibile accertare se questi elementi
calcarei miocenici costituiscono localmente il
substrato o siano imballati nel materiale are¬
naceo miocenico. Chiaramente imballati inve¬
ce sono masse alloctone del tipo flysch rosso.
Nella parte alta questi sedimenti diventano
prevalentemente arenacei.
è però ben riconoscibile Orbulina universa
D’Orb., a cui si accompagnano forme del gen.
Globigerina, Globigerinoides e alcune globoro-
talie del gruppo Gl. scitula (Brady).
Questi pochi microfossili permettono di as¬
segnare un’età non più antica del Serraval-
liano ai sedimenti che li contengono.
5. 4. Monte Pentirne - Monte S. Michele.
Nella sella tra Monte Pentirne e Monte S. Mi¬
chele fino agli abitati di Paupisi e Torrecuso
affiorano sedimenti prevalentemente arenacei
del Miocene ( Flysch di Torrecuso D’Argenio
1967) (fig. 43). Questi depositi poggiano in tra¬
sgressione su di un substrato calcareo del Cre-
— 384 —
tacico; il contatto avviene senza l'interposizio¬
ne di un conglomerato basale o comunque di
elementi del substrato. Il piano di trasgressione
testimonia una morfologia articolata prima del¬
la deposizione dei terreni miocenici; sono fre¬
quenti i filoni sedimentari di dimensioni va¬
riabili fino ad un centimetro di metri (D’Arge-
nio 1967) riempiti di materiale terrigeno. A
luoghi è visibile una debole discordanza ango¬
lare tra il substrato e il Miocene arenaceo, i
calcari mesozoici immergono a nord-est men¬
tre le arenarie immergono a nord-ovest; a luo¬
ghi invece la trasgressione sembra concor¬
dante.
I sedimenti basali di questa successione so¬
no costituiti da arenarie di colore giallo e bruno
ben stratificate spesso con laminazione obliqua
e siltiti e marne siltose; alcuni strati arenaceo-
siltosi sono tipicamente di colore nero. Seguo¬
no arenarie calcarifere con laminazione obli¬
qua e parallela, marne e calciruditi gradate.
Gli strati calciridutici, con elementi a spigoli
vivi e di dimensioni massime intorno ai 10 cm
aila base, passano gradualmente verso l’alto
a calcareniti quarzose. I clasti derivano dai cal¬
cari del substrato mesozoico. Seguono arena¬
rie, siltiti e marne ben stratificate. Sono se¬
gnalati Paleodyction. Lo spessore di questa for¬
mazione pur essendo difficilmente valutabile
si dovrebbe aggirare intorno ai 200 m.
In questi depositi, a cinquanta metri circa
dalla base, nella zona tra Monte Pentirne e Mon¬
te S. Michele, si rinvengono imballati blocchi
calcarei dalle dimensioni variabili fino ad al¬
cune migliaia di metri cubi; i blocchi sono a
luoghi molto tettonizzati. Inoltre sempre in¬
tercalati in questi depositi si rinvengono ma¬
teriali alloctoni, appartenenti al complesso
delle Argille Varicolori, costituiti da calcari
marnosi rossi tipo scaglia alternati a calciru¬
diti e pezzame vario tra cui calcilutiti silici¬
fere tipo pietra paesina.
Alcuni campioni di siltiti e marne siltose
raccolte alla base della successione contengo¬
no microfaune composte quasi esclusivamente
da forme planctoniche. È stato possibile rico¬
noscervi complessivamente:
Hastigerina siphonifera (D’Orb.), Globorota-
lia continuosa Blow, Gl. mayeri (Cush. e El-
lisor), Gl. obesa Bolli, Gl. peripheroronda
Blow e Banner, Globigerina falconensis Blow,
Globigerina sp., Globoquadrina dehiscens
(Chapman, Parr e Collins), Globoquadrina sp.,
Globigerinoides bisphericus Todd, Gl. trilobus
(Reuss), Gl. t. sacculifer (Brady), Praeorbulina
transitoria (Blow), Orbulina suturalis Bronni-
mann, O. universa D'Orb.
I microfossili si presentano generalmente
spatizzati, col guscio rotto o deformato; per
molti di essi non è stato possibile giungere
ad una determinazione specifica. L’età dell’as¬
sociazione microfaunistica è sicuramente Ser-
ravalliano.
Riteniamo inoltre possibile che nella parte
alta della successione sia presente il Tortonia-
no ma le ricerche micropaleontologiche effet¬
tuate non hanno fornito alcun dato attendibile
a causa dell’assenza o del pessimo stato di
conservazione del residuo organico.
Malgrado non vi siano elementi sufficiente-
mente caratteristici riteniamo che l'ambiente
di sedimentazione di questi depositi sia neri-
tico circalittorale o al più epibatiale con depo¬
siti trattivi normali e episodi torbiditici. No¬
tiamo d’altro canto che esiste una rapida va¬
riazione laterale in questi depositi, il che fa
pensare ad un bacino con topografia irregolare.
5. 5. Ponte Moiano.
Lungo la strada che da Airola porta ad
Arpaia, vicino al Ponte Moiano, nei pressi di
una vecchia fornace è possibile osservare ma¬
teriale arenaceo a grana grossa che poggia
stratigraficamente sui calcari a rudiste che
formano le pendici orientali di Monti di Du-
razzano (fig. 44).
II contatto è irregolare e si notano nume¬
rosi filoncelli sedimentari arenacei nei sotto¬
stanti calcari. Le arenarie sono mal cemen¬
tate, di colore rosso e giallastro, e contengono
numerosi elementi calcarei di dimensioni va¬
riabili da pochi centimetri a qualche metro
cubo, spesso ben arrotondati.
La successione affiorante, con spessore to¬
tale di 20 m circa, termina con brecce e pud¬
dinghe costituite da elementi della serie car-
bonatica sottostante ed elementi delle Argille
Varicolori.
Non sono state rinvenute microfaune in
questi terreni.
— 385 —
V - IL MIOCENE NEL GRUPPO DEL MATESE
ORIENTALE E DEL MONTE MAGGIORE.
Nel Matese orientale e nel gruppo del Mon¬
te Maggiore affiorano successioni mioceniche
trasgressive concordanti sui calcari mesozoici
con caratteri pressocchè uguali studiate ri¬
spettivamente da Selli 1957 e Ogniben 1957.
Questi sedimenti costituiscono un ciclo di
sedimentazione di età Langhiano superiore-
Anche qui una coltre di Argille Varicolori
chiude la sedimentazione terrigena.
Nel Matese orientale e nel Monte Maggiore
affiorano inoltre depositi arenacei, individuati
col nome di Arenarie di Caiazzo da Ogniben
1957 e di età serravalliana, che sono molto
simili ai depositi terrigeni descritti nei gruppi
montuosi limitrofi (Taburno-Camposauro, Par-
temo, ecc.); essi dovrebbero rappresentare i
depositi della trasgressione sinorogenetica,
Fig. 44. — Conglomerato ad elementi calcarei e a matrice arenacea prevalente.
Località Ponte di Moiano.
Tortoniano e rappresentano la trasgressione
preorogenetica.
I depositi basali, calcari a litotamni ( For¬
mazione di Cusano Selli 1957, Calcari di Ma-
stroianni Ogniben 1957), sono trasgressivi
concordanti sul substrato costituito in genere
dai calcari a rudiste del Cretacico superiore.
Ai calcari a litotamni seguono calcari marnosi
e marne ad orbuline del Serravalliano ( Forma¬
zione di Longano Selli 1957, Calcare marnoso
di Moni ugnella Ogniben 1957), e depositi pre¬
valentemente terrigeni torbiditici del Serra-
valliano-Tortoniano ( Formazione di Pietraroia
Selli 1957, Flysch di Moleta Ogniben 1957), in
questi ultimi depositi sono tettonicamente in¬
tercalati blocchi di calcari miocenici e mate¬
riali delle Argille Varicolori. Si tratta cioè di
sedimenti con caratteri di Wildflysch.
legati alla piattaforma interna; questi terreni
sono sovrapposti tettonicamente al flysch di
Moleta e alla F orinazione di Pietraroia.
1. Matese orientale.
Nella zona orientale del gruppo del Matese
affiora una successione carbonatica di piatta¬
forma con una lacuna medio cretacica mar¬
cata da un orizzonte di bauxite, in quella occi¬
dentale affiora, invece, una successione car¬
bonatica con notevoli lacune e con caratteri
di transizione a bacini più aperti (Pesca¬
tore 1965). Il Miocene trasgressivo sul Me¬
sozoico ha caratteri differenti nelle due aree
anche se le formazioni sono agevolmente cor¬
reiabili.
Selli 1957 riporta le caratteristiche prin-
25
— 386 —
cipali di queste successioni mioceniche; in
particolare nel Matese orientale sono state
distinte da questo Autore le seguenti forma¬
zioni a partire dal basso:
1) Formazione di Cusano : calcareniti talora
biocostruite con litotamni, ostreidi e pettini-
di, etc. Età: Langhiano superiore - Serraval-
liano.
2) Formazione di Longano : marne e marne
arenacee con orbuline. Età: Serravalliano. Al
Per il Matese orientale vengono descritte in
particolare le situazioni di Monte Cigno e
quella del Torrente Calvaruse (Cusano).
1.1. Monte Cigno.
Sui calcari del Cretacico inferiore che co¬
stituiscono la dorsale di M. Cigno, si rinven¬
gono placche più o meno estese di brecce
calcaree (depositi simili affiorano nel fosso
Fig. 45. — Blocco di calcare miocenico a litotamni intercalato tettonicamente nella formazione di Pie-
traroia (Selli 1957).
Località Provinciale Cusano Mutri - Pietraroia.
passaggio tra le due formazioni esiste un li¬
vello con coproliti fosfatiche.
3) Formazione di Pietraroia: argille e argil¬
le siltose e arenarie. Età: Serravalliano-Torto-
niano. Questi depositi hanno i caratteri di
fasi distali di correnti di torbida: gradazione,
laminazione obliqua e convoluta. Il contatto
tra la formazione di Longano e quella di Pie¬
traroia non c stato mai osservato con chia¬
rezza a causa della diversa competenza dei
due materiali. Nella formazione di Pietraroia
si rinvengono tettonicamente inglobati e bloc¬
chi di calcari miocenici (calcari a litotamni
della Formazione di Cusano, fig. 45) e materia¬
le alloctono delle Argille Varicolori (tra i quali
arenarie del Flysch Numidico).
Una coltre di Argille Varicolori tronca la
successione miocenica.
Calvaruse) che contengono grossi blocchi
di calcari cretacici e miocenici. Al di so¬
pra delle brecce con contatto marcato da una
superficie di scivolamento, che mostra visto¬
se striature in diverse direzioni, si trovano
argille e argille siltose del tutto simili alla
Formazione di Pietraroia che sembrano pas¬
sare verso l’alto a depositi arenacei grossola¬
ni. Questi depositi terrigeni talora poggiano
direttamente sul Mesozoico ed in essi sono
inglobati materiali delle Argille Varicolori.
Tali arenarie dovrebbero rappresentare
localmente la trasgressione sinorogenetica
(fig. 46).
Le analisi micropaleontologiche di alcuni
campioni di argilla e argilla siltosa hanno
fornito la seguente microfauna:
Globorotalia continuosa Blow, Gl. cfr. len-
— 387 —
guaensis Bolli, Gl. cfr. mayeri (Cush. e El-
lisor), Gl. scitula (Brady), Globigerina con¬
cinna Reuss, Gl. druryi Akers, Gl. falconensìs
Blow, Globigerinoides bollii Blow, Orbulina
suturalis Bronnimann, O. universa D’Orb.,
Globigerinita incrusta Akers, Sphaeroidinel-
lopsis subdehiscens subdehiscens Blow, oltre
ad alcuni bentonici tra cui Cassidulina sub¬
globosa Brady, Cibicides pseudoungerianus
(Cush.), Siphonina reticulata (Czjzek) ed
Elphidium sp.
L'età di tale associazione è sicuramente
serravalliana, molto probabilmente superio¬
re per la presenza di Sphaeroidinellopsis,
Gl. druryi e Gl. cfr. lenguaensis. Fra i mi¬
crofossili sono alquanto rare le globorota-
che) e, nella parte sommitale, striature con¬
nesse con fenomeni di scivolamenti intrafor-
mazionali (fig. 48). Questa formazione mostra
tali strutture in tutto il Matese orientale.
Il passaggio tra la formazione di Longano
e quella di Pietraroia è marcato da brecciole
calcaree con matrice calcarea prevalente e ele¬
menti subarrotondati della serie sottostante;
in esse sono presenti lenti di materiale argil¬
loso e arenaceo (fig. 49). La forma degli strati
di queste calciruditi è fortemente lenticolare.
Localmente in questi depositi sono inglobati
grossi massi, di dimensioni fino a qualche deci¬
na di metri cubi, di calcari cretacici e miocenici.
Nelle lenti argilloso-siltose sono stati rinvenuti
Pecten ed altri lamellibranchi.
r Ti terno
M. Cigno
Madonna
della Libera
7SO
500
250-
ARENARIE
argille, surm
500 m
■i
CALCARI
Fig. 46. — Sezione geologica schematica di Monte Cigno.
lie e Sphaeroidinellopsis, più frequenti invece
i Globigerinoides.
1.2. Torrente Calvaruse (Cusano).
Nei pressi dell’abitato di Cusano, lungo lo
spaccato naturale del Torrente Calvaruse (fig.
47), affiorano le tre formazioni mioceniche pri¬
ma descritte. La Formazione di Cusano è tra¬
sgressiva concordante sul Cretacico superiore e
passa rapidamente alla formazione di Lon¬
gano-, il passaggio è segnato da coproliti fosfa¬
tiche. La formazione basale è localmente mas¬
siccia mentre quella sovrastante è straterellata;
in quest’ultima sono frequenti arricciature
degli strati (pieghette più o meno simmetri-
Questo materiale conglomeratico poggia di
norma sui depositi della F orinazione di Lon¬
gano, a luoghi invece sulla Formazione di Cu¬
sano o, addirittura, sui calcari a rudiste.
La messa in posto di questi conglomerati
avveniva probabilmente per frane sottoma¬
rine che dovevano possedere notevole capaci¬
tà erosiva.
Il passaggio tra la formazione di Longano
e quella di Pietraroia è brusco ed è attual¬
mente marcato da evidenti piani di scivola¬
mento. Nei depositi basali siltoso-argillosi, si
rinvengono brecce calcaree simili a quelle già
descritte, ma che presentano giacitura lenti¬
forme e spessore minore rispetto a quelle sot¬
tostanti. Nella parte alta della formazione vi
— 388 —
sono infine blocchi di dimensioni sino ad un
centinaio di metri cubi di calcari della For¬
mazione di Cusano.
In queste due zone del Matese i depositi ter¬
rigeni compaiono bruscamente e sono talora a
diretto contatto con il substrato calcareo me-
2. Monte Maggiore.
La successione miocenica del M. Maggiore
è simile a quella del Matese orientale; Ogni-
ben 1957 vi ha distinto le seguenti formazioni,
dal basso:
CALCAR!
^3
A R UDISTE
ARENARIE
E ARGILLE
— 5 _ 0 ° c
O (°) _
CALCARI
■ ó- .
367
3. 5. S. Marco ... . » 369
4. Gruppo del Partenio . » 370
4. 1. Summonte - Capriglia . » 371
4.2. Montevergine . » 371
4. 3. Pannarano . » 372
4. 4. S. Martino Valle Caudina . » 376
— 408 —
5. Gruppo del Taburno Camposauro .
5. 1. Valle di Prata .
5.2. Fontana Trinità ....
5. 3. Vitulano .
5. 4. Monte Pentirne - Monte S. Michele
5. 5. Ponte di Moiano ....
pag. 379
» 379
» 380
» 383
» 383
» 384
V - IL MIOCENE NEL GRUPPO DEL MATESE ORIENTALE E DEL MONTE MAG¬
GIORE . . .
385
1. Matese orientale
1. 1. Monte Cigno
1.2. Torrente Calvaruse .
2. Monte Maggiore .
» 385
» 386
»> 387
» 388
VI - RAPPORTI TRA I MASSICCI CALCAREI E I DEPOSITI MIOCENICI SINOROGE-
NETICI . » 391
1. Traslazione delle piattaforme nel Langhiano e nel Serravalliano .... » 393
2. Piattaforme carbonatiche . » 395
2.1. Piattaforma interna . » 395
2.2. Piattaforma esterna . » 395
3. Modalità ed entità degli spostamenti . » 396
VII - TENTATIVO DI CORRELAZIONE TRA LE FACIES TERRIGENE MIOCENICHE . » 397
Vili - CONSIDERAZIONI SULLE CARATTERISTICHE SEDIMENTARIE DEI DEPOSITI
ARENACEI DELLA TRASGRESSIONE SINOROGENETICA . » 399
IX - WILDFLYSCH E ARGILLE VARICOLORI . » 400
X - FLYSCH DI CASTELVETERE (IRPINIA) . . » 401
Bibliografia . . . » 403
Su di alcune microfaune rinvenute nel flysch galestrino
della Lucania (Serie calcareo-silico-marnosa) r)
Nota della Dott. LAURA MARIA DE STASIO
presentata dai Soci FRANCESCO SCARSELLA e MARIO TORRE
(Tornata del 9 giugno 1969)
RIASSUNTO
Lo studio biostratigrafico di alcune sezioni della parte bassa del flysch galestrino, affiorante in
varie località della Lucania, ha permesso di attribuirle al passaggio Giurassico-Cretacico cioè Portlan-
diano-Valanginiano.
È stata studiata, in particolare, l'associazione microfaunistica rinvenuta e ne vengono descritte
ed illustrate alcune delle più interessanti specie.
SUMMARY
Biostratigraphic study of some sections coming from thè lover part of thè « galestrino » flysch,
exhibited in various outcrops of Lucania (South Apennines), indicate thè Portlandian-Valanginian age
and thè situation of this part of thè series at thè transition Jurassic-Cretaceous.
Particular attention has been payed to thè microfauna associations; some of thè more intere-
sting species are described and illustrated in detail.
Premessa e precedenti conoscenze.
In Lucania il « flysch galestrino » segue in
continuità di sedimentazione alla successione
degli « scisti silicei » (Lucini 1956). Nella sud¬
detta formazione alternanze di calcari marnosi
più o meno siliciferi, marne, argilliti e talora
brecciole calcaree sono i principali tipi lito¬
logici.
Segnalazioni di microfauna nel flysch gale¬
strino sono molte rare. Lucini, Masperoni e
Spada (1957) segnalano al Km 118 della S.S. 19,
la presenza di globotruncane in argilliti nera¬
stre. Successivamente Lucini (1958) descrive
questa microfauna e l'attribuisce al Campania-
no-Maastrichtiano. Ricchetti (1961) segnala,
nella parte bassa del flysch galestrino affioran¬
te nella zona di Pignola-Abriola, la presenza
di Coscinoconus sp. ed attribuisce il livello fos¬
silifero al Cretacico inf.. Crescenti (1966) se-
(1) Lavoro eseguito con il contributo del Comitato
per le Scienze Geologiche e Minerarie del C.N.R.
gnala, nel flysch galestrino affiorante nella
Valle del Torrente Fiumarella, la presenza di
discocyclina, alveoline, Disticoplax biserialis
(Dietrich). Globorotalia aragonensis Nuttall,
ed attribuisce questa associazione al Paleocene-
Eocene inf. e medio. Recentemente Marini M.
(1968) assegna agli « argilloscisti galestrini » di
Bella un’età comprensiva tra l’Eocene sup. e
l'Oligocene (partim ?).
Nel presente lavoro vengono illustrati i ri¬
sultati di ricerche biostratigrafiche condotte
nel flysch galestrino in varie località della Lu¬
cania essendosi accertato che l’unica segnala¬
zione micropaleontologica valida per il flysch
galestrino è quella di Ricchetti (1961), mentre
la microfauna di Lucini, Masperoni e Spada
(1957) è contenuta, non nel flysch galestrino, ma
nel « flysch nero » (Formazione di Creta Nere,
Selli 1962) e la microfauna di Crescenti
(1966) « flysch rosso » (Scandone 1967). Per
quanto riguarda la segnalazione di Marini
(1968) è da precisare che l'Autore parla di
« scisti silicei » di facies Bella (e data il flysch
— 410 —
galestrino in base all’età di questi) laddove si
tratta non della formazione degli scisti silicei,
ma di « flysch rosso ».
La campionatura per lo studio biostratigra-
fico del flysch galestrino è stata effettuata su
numerosi profili, nonché prelevando campioni
sparsi in varie località.
Descrizioni dei profili campionati.
Nel flysch galestrino, che, come è noto, in
Lucania è in continuità di sedimentazione su¬
gli scisti silicei, si possono distinguere tre tipi
principali: Tipo a), Tipo b). Tipo c) (Scando-
ne 1967).
— il Tipo a) giace sugli scisti silicei della
facies S. Fele e Pignola-Abriola e della facies
Arminone, a N di una linea ideale congiun¬
gente il Lago Sirino e S. Chirico Raparo. È
costituito da una alternanza di calcari marnosi
più o meno siliciferi, marne argilliti, brecciole
calcaree gradate. I calcari di colore variabile
dal biancastro al grigio-verdognolo in strati, e
più raramente in banchi, presentano frequen¬
temente la caratteristica fessurazione latente
della « pietra paesina ». Talvolta nella parte in¬
feriore gli strati mostrano una tessitura gra¬
nulare con evidente gradazione;
— il Tipo b) è in continuità di sedimenta¬
zione con gli scisti silicei della facies Lagone-
gro-Sasso di Castalda. È costituita da una al¬
ternanza di calcari marnosi più o meno silici¬
feri, marne silicifere e argilliti grigie e soprat¬
tutto nerastre. I calcari raramente presentano
gradazione, e solo nella parte più bassa dello
strato, per pochi centimetri;
— il Tipo c) giace sugli scisti silicei delle
facies Lagonegro - Sasso di Castalda e Armiz-
zone a S di una linea ideale congiungente il
Lago Sirino e S. Chirico Raparo. Esso è costi¬
tuito da una monotona alternanza di calcari
siliciferi e di argilliti nerastre con rari livelli
di marne scagliose, e si differenzia dal flysch
galestrino di tipo b) perchè le argilliti si pre¬
sentano laminate, lucide, con tracce di meta¬
morfismo.
Per il presente lavoro sono state effettuate
campionature nei tre tipi di flysch galestrino,
e qui di seguito se ne dà la descrizione per
ogni singola località:
Tipo a)
— S. Fele, Località Iscatore, Tav. 187, III -
NO Muro Lucano.
La sezione affiorante in tale località è co¬
stituita da una alternanza di calcareniti e brec¬
ciole gradate, calcilutiti più o meno marnose,
marne, argilliti giallastre, verdognole e grigio
piombo. La successione passa inferiormente
con gradualità agli scisti silicei.
In sezione sottile nelle brecciole sono state
rinvenute: Protopeneroplis sp., Neotrocholina
aff. valdensis, alcuni foraminiferi indetermina¬
bili sia arenacei che ialini.
Lo spessore della sezione campionata è di
circa 80 metri.
— Bella, strada Bella-Muro Lucano, al Km.
11,100', Tav. 187, III - NO Muro Lucano.
La successione è molto simile a quella di
S. Fele, da cui differisce solo per la presenza
di calcilutiti e marne rossastre che mancano
nella sezione di S. Fele. Inoltre è stato possi¬
bile prelevare un campione disgregabile che
ha fornito microfauna sciolta.
In sezione sottile sono state riscontrate:
Protopeneroplis sp., Neotrocholina aff. valden¬
sis, Nautiloculina sp. e foraminiferi arenacei
(tra cui textularidi). Dal residuo di lavaggio
di un solo campione (GB) si è ottenuta una
microfauna ricca di Nodosariidae ( Lenticuli -
na); Involutinidae ( Trocholina ), Lituolidae e
qualche Rotalidae.
Lo spessore è di circa 10 metri.
— Li Foi di Picerno, Località Pietra Lucente ;
Tav. 199, IV - NE Picerno.
È stata campionata la parte bassa del flysch
galestrino, che passa con gradualità agli scisti
silicei. La successione si differenzia da quella
di S. Fele e di Bella per una minore percen¬
tuale di brecciole calcaree e per una maggiore
abbondanza di calcilutiti.
Nelle brecciole sono state riconosciute quasi
tutte le forme precedentemente elencate.
La sezione campionata ha uno spessore di
50 metri.
— Rifreddo, strada Forestale Rifreddo - Pi¬
gnola; Tav. 199, I - NO Potenza.
La sezione è abbastanza simile a quella di
Li Foi di Picerno.
— 411 —
Come a Bella, è stato possibile trovare un
campione disgregabile (G 37) che ha fornito:
Nodosariidae, Involutinidae (tra cui Protope-
neroplis sp.), Lituolidae (tra cui N dutiloculina
sp.) oltre qualche rotalide. Questi foraminiferi
sono presenti anche nelle sezioni sottili.
La sezione campionata ha uno spessore di
circa 40-50 metri.
— Abriola, strada Abriola-Anzi, in corrispon¬
denza del Torrente La Fìumarella, Tav. 199, I -
SE Anzi.
Per questa campionatura è stato scelto un
intervallo privo di brecciole per esaminare
anche la parte prevalentemente pelitica, co¬
stituita da calcari marnosi più o meno silici¬
feri e da argilliti grigie e nerastre.
Nei calcari marnosi, purtroppo, è stata ri¬
conosciuta una associazione a soli Radiolari
e spicole di Spugna, mentre le argilliti sono
risultate sterili.
Lo spessore è di 40 metri circa.
— Savoia di Lucania, Vallone delle Mezza¬
ne (versante sinistro orografico), Tav. 199,
IV - SO Polla.
La sezione campionata è molto simile a
quella del Torrente La Fiumarella.
Anche in questa località i calcari contengono
Radiolari e spicole di Spugna; e le argilliti
sono sterili.
— Paterno, Località Serra di Paterno, Tav.
199, II - SO Marsico-Vetere.
È stata campionata la parte basale del flysch
galestrino, in regolare passaggio stratigrafico
agli scisti silicei. La successione è costituita
da una alternanza di calcilutiti, marne, argil¬
liti e brecciole.
Solo in queste ultime sono stati rinvenuti
foraminiferi con guscio agglutinante di scarso
o nullo valore stratigrafico.
Lo spessore della serie è di 10 metri circa.
Sono state, inoltre, effettuate campionature
sparse nella zona di S. Cataldo, (Tav. 187,
III - SE S. Ilario di Atella); e in quella tra
Potenza e Brindisi di Montagna, in partico¬
lare in Località Bosco Le Piane al Km. 482
della S.S. 7.
In questa ultima località le brecciole cal¬
caree campionate hanno fornito: Nautilocu-
lina sp., Neotrocholina aff. valdensis ed altre
forme con gusci arenacei o ialini.
Tibo b)
— Lagonegro, margine NE della Grada alla
confluenza tra il Torrente Bonfilio e il Fiume
Serra, Tav. 210, II - NO Lagonegro.
È stata campionata la parte basale del
flysch galestrino in regolare passaggio gra¬
duale ai sottostanti scisti silicei. La successio¬
ne è costituita da una monotona alternanza
di calcilutiti grigie, più o meno silicifere, al¬
quanto manganesifere e argilliti plumbee, con
rari strati di diaspri manganesiferi.
In questa serie le calcilutiti contengono solo
Radiolari e spicole di Spugna, mentre le argil¬
liti sono sterili.
Lo spessore è di circa 10 metri.
— Marsico Nuovo, Località Parco delle La¬
ma, presso le sorgenti delVAgri, Tav. 199, II -
NO Marsico Nuovo.
La successione è identica a quella di Lago-
negro.
Anche qui le calcilutiti contengono solo Ra¬
diolari e spicole di Spugna, mentre le argilliti
sono risultate sterili.
Lo spessore della sezione campionata è di
80 metri circa.
Sono stati ancora prelevati numerosi cam¬
pioni sparsi presso Sasso di Castalda (Tav.
199, III - NE Brienza), lungo la strada Cal¬
vello-pendici E della Serra di Calvello (Tav.
199, II - NO Marsico Nuovo), presso Marsico
Nuovo, in località S. Donato; nel Lagonegrese
in località Grarette al margine occidentale
della struttura di Gianni Griecu (Tav. 210, I -
SO Rocca Rossa), sulla strada Lagonegro-Ma-
donna del Brusco al Km. 124,400 della S.S. 19,
M. Sirino, presso la sorgente le Fontanelle e
la sorgente Gavitone (Tav. 210, II - NE M. Si¬
rino), presso la Cappella S. Angelo (Burrone
Caranunceddo) (Tav. 210, II - NO Lagonegro).
I numerosi campioni esaminati hanno dato,
quando non sono risultati del tutto sterili,
solo una associazione a Radiolari e spicole di
Spugna.
— 412 —
Tipo c)
Nel flysch galestrino di tipo c) non sono state
campionate serie, ma sono stati prelevati solo
campioni sparsi. Le località sono: al termine
della struttura l’Ariannaccia - Tempa delle Ci¬
polle, lungo la strada S.S. 19 (Tav. 210, II - NE
M. Sirino) e lungo la mulattiera che costeggia
tale struttura.
Qualche altro campione è stato prelevato
lungo l’incisione del fiume Sinni a S di Tempa
la Petra (Tav. 210, II - NE M. Sirino).
In tale tipo di flysch galestrino i calcari sili¬
ciferi contengono solo Radiolari e spicele di
Spugna, mentre le argilliti nerastre, che si pre¬
sentano molto laminate, lucide e limitata-
mente metamorfosate, sono risultate, ancora
una volta, sterili.
Considerazioni biostratigrafiche.
Nel corso dello studio biostratigrafico dei tre
tipi di flysch galestrino, precedentemente de¬
scritto, si è osservato che microfaune cronolo¬
gicamente significative sono presenti soltanto
nei campioni del flysch galestrino di tipo a).
In particolare, le due campionature effettuate
presso Rifreddo e Bella sono le più ricche di
microfossili.
Si pone in rilievo che alcune forme delle
associazioni microfaunistiche rinvenute nel
flysch galestrino sono già presenti nella por¬
zione terminale (50-60 metri) della serie degli
scisti silicei.
I foraminiferi rappresentano la quasi tota¬
lità del residuo organico e tra essi prevalgono
nettamente le forme bentoniche a guscio ia¬
lino. Sono presenti 7 famiglie comprensive di
15 generi e di 24 specie; le famiglie più ric¬
che di generi e specie sono Nodosariidae e
Involutinidae. Sono presenti anche, ma in
quantità nettamente subordinata, forme a gu¬
scio agglutinante appartenenti alle famiglie
Lituolida, V erneuilinidae e Textularidae.
Le forme rinvenute sono (2):
(2) Le sigle indicano che la forma è stata riscon¬
trata rispettivamente nelle serie di Rifreddo (R), di
Bella (B) o in entrambe le serie (R B).
LITUOLIDAE
Lituola cfr. diffonnis (Lamarck) 1804 emend.
Maync R B
Lituola obscura Barnard & Banner R B
N autiloculina sp. R
TEXTULARIIDAE
Textularia chapmani Lalicker
Textularia sp.
Pseudobolivina sp.
VERNEUILINIDAE
• \
Gaudryina alexanderi Cushman R
Verneuilina tricarinata D’Orbigny
NODOSARIIDAE
Lenticulina cfr. incrassata Marie R
Lenticulina miinsteri (Rqemer)
Lenticulina cfr. polylobata Payard R
Lenticulina sp. 1 R
L. ( Saracenaria ) sp. R
L. ( Vaginulina ?) sp. R
Lingulina sp.
Pseudonodosarip sp.
ROTALIIDAE R B
INVOLUTINIDAE
Protopeneroplis sp. R
Trocholina alpina (Leupold) R B
Trocholina elongata (Leupold) R B
Trocholina molesta Gorbatchik R
Neotrocholina all. valdensis Reichel R B
Neotrocholina cfr. friburgensis Guillaume
& Reichel r
ANOMALINIDAE
Anomalinoides sp. R B
Tra gli altri organismi associati ai fora¬
miniferi i più abbondanti sono i Radiolari che
rientrano nella Fam. Liospheridae (gen. Ceno-
sphera), Cyrtoidae e Paradiscidae.
Tra l’altro si rinvengono frammenti di al¬
ghe riferibili ai generi: Mercierella Dragastan
(con la specie M. dacìca Dragastan), Bacinella
Radoicic, e piccoli frammenti appartenenti
alle Fam. Codiaceae (probabile Cayeuxia ) e
Dasycladaceae.
Sono presenti ancora spicole di Spugna, ra-
dioli di Echinidi, rarissimi Ostracodi, piccoli
Gasteropodi e Brachiopodi e frammenti piri-
tizzati.
In tutto l'elenco riportato, solo due lituo¬
lidi, L. difformis e L. obscura, indicherebbero
un'età più recente del Cretacico inferiore. Ma
cqcQffl mcn cq m ni m rara
— 413 —
a questo riguardo è opportuno precisare che
la prima, oltre ad essere caratterizzata da una
grande variabilità intraspecifica, non è del
tutto identica alla forma di Lamarck (emen¬
data da Maync nel 1952) e che la seconda è
stata rinvenuta (a quanto risulta) solo da
Barnard & Banner nel Cretacico superiore di
Norfolk, in Inghilterra, e mai più segnalata
in letteratura: pertanto, non essendo ancora
sufficientemente conosciuta nè la comparsa
nè l’estensione stratigrafica, non si ritiene
che essa possa considerarsi come specie ti¬
pica del Senoniano.
Per il resto, viceversa, tutte le forme strati-
graficamente significative indicano un'età com¬
presa tra il Giurassico superiore e il Cretacico
inferiore, e più precisamente compresa tra il
Portlandiano e il Valanginiano. Infatti si ha
un'associazione caratterizzata dalla presenza
dei gen. Protopeneroplis, Nautìloculina, Neo-
trocholina, Trocholina ; tale associazione indi¬
ca un intervallo compreso tra il Kimmeriggia-
no e il Portlandiano superiore. Ma ce da te¬
ner presente il rinvenimento di specie come
la Trocholina elongata e la Trocholina alpina,
che iniziano nel Valanginiano, e la presenza
della specie Protopeneroplis sp., che è stata
più volte rinvenuta dalla dott.ssa R. Radoicic
in terreni di età valanginiana (com. pers.).
Infine è da segnalare l'importante rinveni¬
mento, in alcuni clasti, di Tintinnidi. Essi so¬
no stati riscontrati nella sola serie di Rifred¬
do e precisamente nel camp. G 35/12. (Tav. Ili,
fig. 20).
Da quanto detto, si può pertanto dedurre
che l'età di questa porzione del flysch gale¬
strino (parte bassa della formazione) appar¬
tiene al passaggio Portlandiano-Valanginiano.
Conclusioni.
L’insieme delle osservazioni compiute sul
terreno e lo studio delle serie effettuate nel
flysch galestrino della Lucania, costituito da
un’alternanza di argilliti, calcilutiti più o meno
silicifere e subordinatamente brecciole calcaree
gradate, ha messo in luce che le argilliti sono
costantemente sterili e le calcilutiti conten¬
gono solo Radiolari e spicele di Spugna, men¬
tre solo nelle brecciole è presente un’associa¬
zione microfaunistica a foraminiferi che ne
permette la datazione.
Le microfaune descritte in questo lavoro so¬
no state rinvenute in brecciole contenute nella
parte bassa della formazione, a non più di 30-40
metri sopra al tetto degli scisti silicei. Tali
brecciole, intercalate ai sedimenti pelitici (che
rappresentano probabilmente la sedimentazio¬
ne normale del bacino) sono gradate e deposi¬
tate a mezzo di correnti di torbida: le micro¬
faune contenute sono, quindi, certamente ri-
maneggiate, ma il fenomeno è di carattere in-
terformazionale per cui è possibile attribuire
l’età dell’associazione microfaunistico anche ai
sedimenti che la contengono.
Le microfaune sono inoltre omogenee ed
uniformi ed attribuibili al passaggio Giuras-
sico-Cretacico (Portlandiano-Valanginiano); ciò
è in perfetto accordo con il fatto che la sotto¬
stante serie degli scisti silicei (a cui il flysch
galestrino segue con passaggio stratigrafico per
intercalazioni) è stata riconosciuta continua
dal Lias al Malm. In nessun caso, infatti, si
nota sul terreno discontinuità o lacuna strati¬
grafica tra il tetto degli scisti silicei e la base
del flysch galestrino. Un’altra conferma del¬
l’età attribuita a tali sedimenti è fornita dai
già ricordati Tintinnidi rinvenuti in alcuni cla¬
sti delle brecciole della serie di Rifreddo.
Concludendo, si ritiene che l’intervallo del
flysch galestrino studiato, può attribuirsi, con
ogni probabilità, al passaggio Giurassico-Cre-
tacico (Portlandiano-Valanginiano) o al massi¬
mo al Cretacico inferiore (Valanginiano).
Descrizione micropaleontologica.
Si descrivono qui di seguito le forme (gene¬
ri e specie) di foraminiferi più interessanti
stratigraficamente o morfologicamente, preci¬
sando che, in alcuni casi, lo scarso numero di
esemplari rinvenuti non ha permesso di giun¬
gere a determinazioni sicure nè di decidere
per l’istituzione di nuovi generi o specie.
Per alcune forme viene fornita anche una
illustrazione fotografica o un disegno alla ca¬
mera lucida.
La classificazione adottata è quella di Loe-
blich & Tarpan in Moore, 1964.
— 414 —
Fam. LITUOLIDAE
gen. Lituola Lamarck, 1804
Lìtuola cfr. difformis
Tav. Ili, figg. 22-23
Alcuni esemplari presenti nella microfauna
del flysch galestrino vengono riferiti solo dubi¬
tativamente alla specie Lituola difformis (La¬
marck) emend. Maync, 1952. Un carattere spe¬
cifico di tale specie è la grande variabilità nel¬
la conformazione del guscio. Gli individui pre¬
sentano uno stadio giovanile ad avvolgimento
pianispirale ed uno stadio adulto svolto con
andamento uniseriale. Tale stadio può essere
rappresentato da una o più camere. Esse au¬
mentano rapidamente di dimensioni nello sta¬
dio iniziale, ma si mantengono poi di dimen¬
sioni costanti nel secondo stadio.
Il guscio è agglutinante; nelle sezioni orien¬
tate è possibile, a volte, osservare la scarsezza
del materiale da esso agglutinato. In sezione
si osserva anche che le logge dello stadio av¬
volto sono ovoidali, mentre quelle dello stadio
uniseriale tendono ad assumere una forma
triangolare.
Inoltre è possibile osservare, nel corso del¬
l’ontogenesi, l’evoluzione dell’apertura: infatti
essa è costituita da un solo poro nel primo
stadio giovanile, e da più pori (fino a 4-5) nelle
camere ultime formate del secondo stadio.
Gli esemplari descritti coincidono per molti
caratteri con quelli illustrati da Maync dai
quali però si discostano solo per i setti che si
presentano più sottili.
Si ritiene che non sia possibile determinare
specificamente le forme riscontrate, dato l’am¬
pio campo di variabilità nella conformazione
del guscio di questa specie, e le non sempre
favorevoli condizioni di conservazione dei fos¬
sili; pertanto ne deriva una grande difficoltà
nel tener sicuramente distinte queste forme da
quelle alle quali di volta in volta assomigliano.
La specie è stata istituita e a tutt’oggi ritro¬
vata nel Cretacico superiore (Senoniano) dei
dintorni di Meudon (Francia).
Lituola obscura Barnard & Banner, 1953.
Tav. Ili, fig. 21
Lituola obscura - Barnard & Banner, 1953, p. 181,
pi. VII, fig. 7a,b.
I pochi esemplari rinvenuti sono identici a
quelli illustrati da Barnard e Banner. Essi pre¬
sentano, infatti, un avvolgimento iniziale pia¬
nispirale con un numero di camere variabili
da 10 a 14 ed uno stadio finale uniseriale com¬
posto da 2 a 4 camere; l’apertura è cribrata, in
posizione areale; è caratteristica la presenza
di un deposito di materiale calcareo del guscio
nel punto di distacco tra lo stadio avvolto e
quello uniseriaìe svolto.
Questa specie è stata istituita e a tutt’oggi
rinvenuta solo nel Cretacico superiore (Seno¬
niano sup. - Maastrichtiano inf.) di Council’s
pit, Norfolk, Inghilterra.
gen. N autilo cidina Mohler, 1938, emend. Bròn-
NIMAN, 1967.
N alitilo cui ina sp.
Tavv. II -III, figg. 12-19
Tale genere è presente con numerosi esem¬
plari sia nel residuo di lavaggio del camp. G 37,
che nelle sezioni sottili della serie di Rifreddo.
Gli esemplari rinvenuti mostrano un guscio
calcareo imperforato, con bordo subacuto, av¬
volgimento planispirale involuto, con una pic¬
cola e ben definita depressione da ambo i lati;
tale depressione è visibile sia negli esemplari
sciolti che nelle loro sezioni assiali.
In sezione equatoriale si osservano 2-3 giri
di spira con 11-12 camere per giro. Tali dati,
però, non possono essere confrontati con quelli
relativi alle due note specie di N alitilo colina
poiché gli esemplari rinvenuti presentano un
guscio usurato e mancano sempre di uno o
più giri di spira.
Le camere sono di forma subrettangolare
per cui il rapporto tra lunghezza ed altezza di
esse non è uguale come si può riscontrare in¬
vece per la N. oolithica Moh.. L'apertura, osser¬
vata nelle sezioni trasversali ed oblique, è po¬
sta alla base dei setti.
Le osservazioni effettuate sulle sezioni as-
— 415 —
siali coincidono con la descrizione del geno¬
tipo data da Bronniman (1967) nel suo lavoro
sulla revisione della N. circularis (Saio & Ba-
rakat), 1959, ma ne differiscono per quanto
riguarda i setti. Infatti negli esemplari rinve¬
nuti non si riscontra nessun elemento che per¬
metta di considerarli bilamellari, contraria¬
mente a quanto detto da Bronniman (1967), ed
inoltre mostrano uno spessore minore della
muraglia esterna.
Considerando che il materiale disponibile è
troppo scarso ed il suo stato di conservazione
non permette una più completa ed approfon¬
dita diagnosi, si indicano tali forme come
Nautiloculina sp..
Forme molto simili a queste sono state rin¬
venute anche da Gusic (1969) nella Croazia
centrale. L’A. ritiene che le forme rinvenute
possono rappresentare, probabilmente, una
nuova subspecie della specie N. colithica, e pur
tuttavia le indica, in accordo anche con la
dott. R. Radoicic (1966), come Nautiloculi¬
na sp..
Sarebbe, a tale proposito, necessario, ma
esula dal presente lavoro, uno studio più ap¬
profondito di tali forme ed un confronto di¬
retto con gli esemplari rinvenuti da Gusic al
fine di tentare una esatta attribuzione speci¬
fica di tali lituolidi.
La distribuzione del genere è caratteristica
di tutto il Giurassico.
Fam. INVOLUTINIDAE
gen. Protopeneroplis Weynschenk, 1950
Protopeneroplis sp.
Taw. I - II, figg. 6-11
Nel residuo di lavaggio del campione G 37
è stato trovato un foraminifero a guscio cal¬
careo, non trasparente, fortemente usurato
per cui non è stato possibile studiarne le ca¬
ratteristiche morfologiche esterne. Neanche la
immersione in liquidi come acqua, glicerina o
benzolo ha dato buoni risultati. Quindi è stata
effettuata una sezione trasversale risultata leg¬
germente obliqua che ha permesso di identi¬
ficare tale foraminifero come appartenente al
gen. Protopeneroplis ; altri esemplari di tale
genere sono stati riscontrati nelle sezioni sot¬
tili di roccia.
In sezione trasversale il guscio mostra un
avvolgimento pianispirale involuto, costituito
da due giri di spira e non si nota alcuna ten¬
denza allo svolgimento.
La muraglia calcarea è composta da due
strati, l'interno scuro microgranulare e l’ester¬
no chiaro (ialino) a struttura probabilmente
fibroso-raggiata. I giri di spira successivi non
sono tangenti tra loro perchè separati da tale
strato calcareo-ialino che circonda inoltre, sul
lato esterno, tutto il guscio come una carena.
Ogni giro di spira comprende 14-18 camere
di forma sub-rettangolare di dimensioni cre¬
scenti gradualmente. I setti formati dal solo
strato calcareo microgranulare, sono diritti o
leggermente inclinati. L’apertura areale, sem¬
plice e ben visibile, è posta verso la base del
setto, la cui parte inferiore si presenta gene¬
ralmente più o meno ispessita. La presenza di
camerette aperturali nelle ultime camere for¬
matesi, come illustrato da Farinacci (1964),
non è mai stata osservata.
Le osservazioni compiute sono troppo po¬
che per giungere ad una sicura determinazio¬
ne specifica; pur tuttavia i caratteri osservati
permettono di escludere che tali forme appar¬
tengono alla specie Protopeneroplis striata
Wey., presente negli scisti silicei.
La distribuzione stratigrafica di questo ge¬
nere secondo vari AA. è Dogger-Malm.
Forme di Protopeneroplis sp. del tutto iden¬
tiche a quelle ora descritte, sono state rinve¬
nute dalla dr.ssa R. Radoicic in terreni del
Cretacico inferiore (Valanginiano) delle Dina¬
ridi (3).
gen. Neotrocholina Reichel, 1955
Neotrocholina aff. valdensis Reichel, 1955
Tav. I, figg. 1-5
Associate alle numerose forme di Trocholina
alpina (Leupold) (1935) e Trocholina elongata
(Leuzold) (1935) sono state rinvenute altre for¬
me attribuite al genere Neotrocholina Reichel,
1955 per il loro guscio calcareo-ialino.
(3) Comunicazione personale della dott.ssa R. Ra¬
doicic, che ringrazio vivamente per i consigli e sug¬
gerimenti fornitimi.
— -416 —
Gli esemplari rinvenuti presentano una for¬
ma conica, ed una faccia basale piana occu¬
pata, per la maggior parte, da pilastri irrego¬
lari di dimensioni variabili. Lateralmente, non
si nota la presenza di solchi e si ha un passag¬
gio graduale dei pilastri a delle coste margi¬
nali. Sulla faccia dorsale sono visibili 5-6 giri
di spira marcati da leggere suture. L’apertura
non è visibile.
In sezione assiale, la loggia presenta inizial¬
mente un'altezza uguale alla larghezza, e solo
negli ultimi due giri diviene più larga che alta,
a lume rettangolare con gli angoli arrotondati.
Il proloculo, sferico, non è visibile, ma il
piccolo diametro del primo giro può far sup¬
porre che esso sia microsferico. I pilastri sono
visibili solo sugli esemplari sciolti, mentre in
sezione non sono visibili in quanto sono stati
obliterati dalla ricristallizzazione.
Sono state effettuate misure del diametro,
dell’altezza e dell’angolo apicale sia su esem¬
plari sciolti che su esemplari in sezione sottile,
scegliendo sezioni sicuramente assiali, per un
totale di 23 individui. Sono stati ricavati quin¬
di dei dati confrontabili con quelli relativi
allo olotipo descritto da Reichel (1955). Si ri¬
portano, qui si seguito, i valori medi trovati
ed in parentesi i valori relativi all’olotipo:
d (diametro) = 1,86 mm (0,54 mm)
h (altezza) = 1,17 mm (0,21 mm)
R (d/h) = 1,52 (2,58 )
angolo apicale = 83,6° (117°).
Dal confronto dei valori si ricava che il
rapporto ottenuto è circa la metà di quello
riferibile alì'olotipo, per cui la N eotrocholina
rinvenuta non solo è più grande, ma presenta
anche una spira più alta ed un apice più acuto
di N. valdensis, essendo l'angolo apicale mar¬
catamente inferiore.
I dati, sopra riportati, sono stati ulterior¬
mente confrontati con i valori della N. valden¬
sis Reichel riportati da Guillaume (1963), ed
anche da tale confronto si ricava che la Neo-
trocholina rinvenuta presenta delle dimensioni
maggiori ed una spira più alta. Si può ritene¬
re, considerando il solo angolo apicale, che,
con ogni probabilità, essa possa rappresentare
il « tipo » di N eotrocholina valdensis Reic. a
spira alta.
Nel complesso, non potendo ascrivere con
certezza gli esemplari rinvenuti alla specie
N. valdensis Reic., nè potendo considerare tali
esemplari come varietà di N. valdensis, si re¬
puta opportuno indicarli come specie ad essa
affine.
Sono stati rinvenuti solo 25 esemplari che
presentano un guscio integro, ma il numero è
insufficiente per poter giungere ad una sicura
determinazione specifica.
Reichel ha rinvenuto ed istituito la N eotro¬
cholina valdensis nei terreni del Cretacico in¬
feriore (Valanginiano) d'Arzier (Svizzera).
Fam. NODOSARIIDAE
gen. Lenticulina Lamarck, 1804 (4)
Lenticulina miinsteri (Roemer)
Robulina miinsteri Roemer, 1839, p. 48, pi. 20, figs.
29a, b.
Lenticulina miinsteri (Roemer) - Gordon, 1962, p. 526,
text-figs. 2 (1,2) (con sinonimi).
Lenticulina muensteri (Roemer) - Gordon, 1965, p. 840,
text-figs. 5, 6 (9-10).
Lenticulina-muensteri (Roemer) - Gordon, 1967, p. 451,
pi. 4, figs. 4, 12-14.
Nella serie di Rifreddo (residuo di lavaggio
del camp. G37) sono stati rinvenuti alcuni
esemplari del gen. Lenticulina, riferibili alla
specie L. miinsteri (Roemer).
Essi presentano un guscio ad avvolgimento
planispirale involuto, di forma lenticolare, di
composizione calcareo-ialina. Lo spessore del
guscio è pari ad 1/3 o 1/2 del diametro mas¬
simo. La periferia è subacuta e carenata. L'um-
bone, formato da un bottone di calcite ialina,
(4) È opportuno precisare, prima di procedere alla
descrizione delle varie specie di Lenticulina, che in
base agli ultimi studi effettuati da Barnard (1950),
Pokorny (1963), Loeblich & Tarpan (1964) e Gordon
(1966) tutte le forme di Nodosariidae, di età giuras¬
sica, andrebbero raggruppate sotto l’unico genere
Lenticulina Lamarck (1804). Tale necessità derivereb¬
be dal fatto che le forme, essendo ancora all'inizio
del loro stadio evolutivo non presentano marcate dif¬
ferenziazioni morfologiche, tali da permettere una
netta distinzione fra i vari generi. Per tale ragione
Gordon ritiene che nel Giurassico le suddivisioni di
questo gruppo di foraminiferi in vari generi e specie
risulterebbero forzate se non addirittura arbitrarie.
In tale lavoro, si condivìde tale ipotesi e si riuni¬
scono forme di nodosaridi ad avvolgimento planispi¬
rale che presentano caratteri non sempre ben definiti
nell’unico genere Lenticulina Lamarck 1804.
— 417 —
può essere allo stesso livello della superficie
del guscio, o essere leggermente rialzato ri¬
spetto ad esso; tale bottone non è sempre tra¬
sparente. Nell’ultimo giro vi sono in media 10
camere, la cui forma, in sezione trasversa me¬
diana, è simile ad un triangolo isoscele; i setti
tra le camere sono leggermente convessi verso
la parte anteriore del guscio e si prolungano
fino al centro di esso; le suture sono limbate.
Tale specie presenta un proloculo sferico visi¬
bile negli esemplari sezionati.
Tali esemplari si discostano dalla Lenticu¬
lina ministeri e dalla Lenticulina or dinari s
Schyfsma, 1949, alla quale solo qualche esem¬
plare si avvicina per avere gli ultimi 2 o 3
setti leggermente depressi e per l’apertura ova¬
le, anziché radiata come nell'olotipo. L'aper¬
tura è posta all’apice esterno della faccia aper-
turale che è di forma triangolare, piana o leg¬
germente bombata. D'altro canto, però, la Len¬
ticulina descritta da Franke come Cristallaria
( Robulina ) ministeri (Roemer) mostra una di¬
stinta apertura ovale. In base agli studi com¬
piuti da vari AA. sembra che l’apertura ovale
preceda, nel corso dell’evoluzione di un fora-
minifero, quella radiata; pertanto gli esempla¬
ri rinvenuti si possono attribuire senz’altro
alla L. miinsteri (Roemer).
Essa è stata originariamente rinvenuta in
terreni del Cretacico inferiore del Nord della
Germania, ma Gordon (1961) la riscontra an¬
che in terreni del Giurassico superiore ( Oxfor-
diano) nella località di Cambrigeshire.
Lenticulina cfr. polylobata Payard, 1947
Sono stati rinvenuti numerosi esemplari
provenienti sia dalla serie di Rifreddo (camp.
G 37) che dalla serie di Bella (camp. GB).
Il guscio di forma lenticolare, biumbonato,
biconvesso, ha un avvolgimento pianispirale
involuto. La periferia subacuta presenta una
carena più o meno sviluppata. Le camere sono
leggermente arcuate, più alte che larghe, ed il
loro numero nell'ultimo giro di spira, è di 9-10.
Le suture sono limbate più o meno lisce; esse
sono ricurve e la loro convessità aumenta ver¬
so la periferia.
L umbone è formato da un ispessimento di
calcite chiara e trasparente e può presentarsi
a volte molto sporgente o appena accennato.
■ ■ '
L’apertura è rotonda ed è posta all'angolo pe¬
riferico dell'ultima camera. La faccia apertu-
rale triangolare, è piccola e piatta, ed i suoi
bordi abbracciano una parte del giro prece¬
dente. L’ornamentazione, quando c’è, si pre¬
senta con sottili coste in corrispondenza delle
suture.
Gli esemplari non possono essere descritti
con maggiore dettaglio e precisione per il loro
cattivo stato di conservazione. Essi si disco¬
stano dalla specie L. polylobata solo per il nu¬
mero molto minore delle camere (circa 18 nel-
l'olotipo).
Payard ha rinvenuto e descritto la L. polylo¬
bata nel Lias sup. (Toarciano-Aleniano) di Pont
de Mézeux, presso Pointiers in Francia.
Lenticulina sp. 1
Tav. Ili, figg. 24-25
Nei due lavati fossiliferi G 37 e GB, sono
stati rinvenuti alcuni esemplari riferibili al
genere Lenticulina Lamarck. Essi presentano
una forma lenticolare simmetrica, biumbonata,
con bordo periferico acuto. L’avvolgimento è
planispirale, involuto, formato da un massimo
di due giri e mezzo di camere. Il contatto fra
i vari giri di spira è marcato dalla presenza
di un deposito calcareo ialino, che continua
esternamente lungo tutto il bordo del guscio,
dando origine ad una carena di dimensioni
costanti. Le camere sono piccole e numerose
per ogni giro di spira, e crescono gradualmente
di dimensioni. Esse sono più lunghe che alte e
presentano quindi una forma sub-rettangolare.
Attraverso le pareti del guscio si possono di¬
stinguere, in trasparenza, i giri precedenti. I
setti tra le camere sono ricurvi e relativamente
spessi.
La composizione del guscio è calcareo-ialina.
L’apertura rotonda è situata all'angolo perife¬
rico della faccia aperturale, che è piuttosto
piccola, e con i bordi arrotondati. Nelle sezioni
trasversali si vede chiaramente il proloculo di
forma sferica. La superficie esterna è quasi
sempre senza ornamentazioni; in un solo caso
vi sono delle coste, che però non sembrano
essere in relazione con i setti.
In base alle osservazioni che si sono potute
■compiere, non si è potuti giungere ad alcuna
27
— 418 —
determinazione specifica, poiché alcuni tra i
più importanti caratteri descritti (camere, pic¬
cole e numerose, presenza di carena di dimen¬
sioni costanti, etc.) non figurano in alcuna spe¬
cie illustrata e descritta nella letteratura con¬
sultata.
Pertanto, poiché i dati in possesso non sono
sufficienti per attribuire questi esemplari di
Lenticulina a nessuna specie nota, si ritiene
opportuno indicare tali foraminiferi come Len¬
ticulina sp. 1.
Complessivamente sono stati isolati una ven¬
tina di esemplari di cui tre in buone condi¬
zioni di conservazione. Di dieci di essi sono
state effettuate sezioni orientate assiali e tra¬
sversali.
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Terquem M. O. - 1886 - II les foraminiféres et les ostra-
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Mem. Soc. Geol. France, ser. Ili, voi. 4.
Weynschenk R. - 1951 - Two new foraminifera from
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Weynschenk R. - 1956 - Some rare Jurassic index fora¬
minifera. Micropai., voi. 2, n. 3, pp. 283-286, tav. 2,
figg. 1-3, New York.
Van Morkhoven F. P. C. M. 1 7958 -A simplified me-
thod of grinding foraminifera. Micropai., voi. IV,
n. 2, New York.
TAVOLA I
Figg. 1-5. — Neotrocholina aff. valdensis, Reichel. Sezioni assiali e subassiali.
Nelle figg. 2 e 3 si nota la zona dei pilastri sporgente alla base del guscio.
Sezz-: G 32/6, 32/3, 38/2 e 38/21.
Figg. 6-9. — Protopeneroplis sp. Sezioni oblique; nel penultimo setto della foto 9
è visibile l’apertura.
Sezz.: G 32/3, 32/6, 32/5 e GB 1.
Per tutte le sezioni:
Ingrandimento : 60 x .
Località: foto 1-8, Rifreddo; foto 9, Bella.
Mem. Soc. Natur. in Napoli
de Stasio L. M. - Su di alcune microfaune rinvenute
nel flysch galestrino della Lucania, ecc. Tav. I
TAVOLA II
Fig. 10. — Protopeneroplis sp. Sezione obliqua; nel penultimo setto in partico¬
lare è ben visibile l’apertura.
Sez.' G32/3;
Località : Rifreddo.
Fig. 11. — Protopeneroplis sp. Sezione orientata, risultata obliqua, di un esem¬
plare isolato.
Vetr.: G 37 (15);
Località : Rifreddo.
Figg. 12-13-15. — Nautiloculina sp. Sezioni equatoriali in cui si nota la sotti¬
gliezza dei setti.
Sezz.: GB 1, 32/5, 32/3;
Località : Rifreddo e Bella (GB 1).
Figg. 14-16-17. — Nautiloculina sp. Sezioni assiali;
Sezz.: G40B/1, B 1/3, 35/10;
Località : Rifreddo e Bella (B 1/3).
Fig. 18. — Nautiloculina sp. Sezione orientata, equatoriale, di un esemplare isolato.
Vetr.: G 37 (32);
Località : Rifreddo.
Per tutte le sezioni:
Ingrandimento : foto 10 e 13-17 x60; foto 11 x70; foto 12 x25; foto 18 x70.
Mem. Soc. Natur. in Napoli
de Stasio L. M. - Su di alcune microfaune rinvenute
nel flysch galestrino della Lucania, ecc. Tav. II
TAVOLA III
Fig. 19. — N autiloculina sp. Sezione orientata, equatoriale, di un esemplare isolato.
Vetr.: G 37 (36 bis).
Fig. 20. — Tintinnide.
Sez.: G 35/12.
Fig. 21 — Limola obscura Barnard & Banner. Sezione orientata, trasversale, di
un esemplare isalato.
Vetr.: G 37 (17).
Fig. 22. — Limola cfr. difformis (Lamarck) 1804 emend. Maync.
Sez.: G 32/3.
Fig. 23. — Limola cfr. difformis (Lamarck) 1804 emend. Maync. Sezione orien¬
tata, trasversale.
Vetr.: GB (12).
Figg. 24-25. — Lenticulina sp. 1. Sezioni orientate, equatoriali, di esemplari isolati.
Vetr.: G 37 50 e GB (63.
Per tutte le sezioni:
Ingrandimento: foto 19 e 22-23 x70 e foto 20 x200; foto 21 x25; foto 24
x70; foto 25 x 25.
Località: Rifreddo e Bella [GB (12) e GB (6)].
Mero. Soc. Matur. in Napoli
de Stasio L. M. - Su di alcune microfaune rinvenute
nel flysch galestrino della Lucania, ecc. Tav. Ili
Indagine palinologica nelle argille di Cutrofiano (Lecce)
Nota dei soci DE CUNZO T. e TAVERNIER A.
(Tornata del 9 giugno 1969)
RIASSUNTO
Gli AA. hanno studiato alcuni campioni di argilla provenienti da Cutrofiano, ed hanno rinvenuto
essenze vegetali caratteristiche di clima temperato interglaciale; inoltre hanno riscontrato la presenza
di membrane chitinoidi di Foraminiferi e Dinoflagellati che indicano l’ambiente marino del materiale
stesso.
SUMMARY
The authors have studied thè palynology of clays collected near Cutrofiano (Lecce Southern Italy)
founding several species of temperate interglacial climate vegetation. Mereover some foraminifer chiti-
noid membranes and Dynoflafellata indicate a marine environment of sedimentation.
La costituzione geologica della Penisola Sa-
lentina, quale risulta dalla cartografia ufficiale,
è estremamente semplice mancandovi ogni
complicazione di carattere tettonico.
Ad una ossatura fondamentale affiorante su
vastissime aree, rappresentata dai calcari a
Rudiste, intensamente carsificati, seguono, ma
solo in aree limitate e generalmente ai mar¬
gini prospicienti il Canale d’Otranto, i depo¬
siti calcarei dell’Eocene medio. Dell’Oligocene
sono invece taluni depositi sia in facies di cal¬
cari compatti, sia in quella di tufi calcarei lito¬
logicamente assai analoghi a quelli pleistoce¬
nici, dai quali però si distinguono per una ec¬
cezionale ricchezza in Lepidocicline, che val¬
gono a determinarne l'età.
In trasgressione sui depositi di età cretacica
si rinvengono alcuni vasti lembi miocenici
nella tipica facies della « pietra leccese », le
cui caratteristiche tecniche hanno largamente
contribuito allo sviluppo del barocco leccese
che trova riscontro proprio a ragione delle
analogie di età e di caratteristiche tecniche,
nelle manifestazioni artistiche coeve di Malta,
di Ragusa, di Cagliari.
È dubbio se nella Penisola Salentina sia pre¬
sente il Pliocene, per quanto i depositi di que¬
sto periodo siano stati segnalati da De Giorgi
e, recentemente, dai rilevatori della Carta Geo¬
logica d'Italia.
Vastissimi sono i depositi pleistocenici, i
quali occupano di solito le aree comprese tra
le dorsali calcaree delle ultime Serre Salentine
e dimostrano con i loro elementi faunistici la
sicura appartenenza al Quaternario sia per la
presenza di Anomalina balthica (ed altri Fora¬
miniferi ugualmente significativi) sia per il
rinvenimento di Cyprina islandica.
La serie quaternaria è completata, ma solo
lungo le coste, da lembi di tufi calcarei, i quali,
pur non contenendo lo Strombus bubonius,
per talune caratteristiche delle microfaune a
Cibicides lobatiilus (il quale secondo Accordi
offre una eccezionale varietà di forme proprio
a ragione dell’habitat caldo) consentono, uni¬
tamente alla posizione altimetrica, la sicura
attribuzione al Tirreniano I.
Piccoli lembi marginali di analoghi tufi cal¬
carei, corrispondenti al terrazzo di 8-10 metri,
mostrano la presenza anche di un Tirrenia-
— 422
no II, nel corso del quale si aprirono molte
delle grotte che dovevano poi essere sede del¬
l’uomo preistorico nel corso della regressione
wurmiana.
Il Calabriano, largamente diffuso, come già
indicato sopra, è rappresentato dal basso verso
l'alto dai seguenti termini:
a) tufi calcarei inferiori;
b) argille sabbiose azzurrognole, qua e là
utilizzate per la fabbricazione dei laterizi an¬
che in scala industriale, come ad esempio pres-
a) tufi calcarei inferiori di colore giallo
olivastro (spessore circa 100 m; litologica¬
mente: calcareniti) con macrofaune caratte¬
rizzate da ospiti nordici.
I suddetti tufi riposano in discordanza sui
calcari cretacici o in qualche caso sul Miocene
marino; essi rappresentano la base della tra¬
sgressione calabriana durante la quale il mare
penetrò fino ai margini delle Murge dopo una
emersione durata pressocchè ininterrotta¬
mente dall'inizio del Terziario (tranne tempo-
Fig. 1.
so Cutrofiano, con presenza di Anomalina bal-
thica;
c) tufi calcarei superiori, largamente sfrut¬
tati dappertutto come materiale da costruzio¬
ne, salvo che a Cutrofiano ove lo sfruttamento
è praticato in profondità attraverso pozzi e
gallerie per l’utilizzazione dei tufi calcarei in¬
feriori particolarmente ricercati per le loro
caratteristiche tecniche di grande leggerezza e
lavorabilità.
È qui opportuno ricordare che proprio nei
pressi di Cutrofiano, i tufi superiori del livel¬
lo c) risultano in buona parte erosi mettendo
così allo scoperto le argille sabbiose del li¬
vello b).
Pertanto la serie da noi studiata affiorante
in una cava sita nei pressi di Cutrofiano (F 214 -
- II - NO Maglie) rappresenta i termini più an¬
tichi del Quaternario ed è costituita a partire
dal basso verso l’alto:
ranee sommersioni, come quella avvenuta du¬
rante il Miocene, e corrispondente alla forma¬
zione della « pietra leccese »).
La costituzione litologica della calcarenite è
perfettamente spiegabile se si pensa che l'en-
troterra murgiano risulta costituito esclusiva-
mente da rocce calcaree; ampi corsi d’acqua
anche se di breve lunghezza, dovevano portare
grande quantità di detriti a livello granulome¬
trico sabbioso che si depositavano in un mare
epicontinentale, per andare a costituire, dopo
i processi diagenetici, le calcareniti di cui in a).
b) argille azzurre, passanti verso l’alto a
sabbie e poi a calcareniti (spessore 20 m).
Le argille in questione contengono numero¬
sissimi fossili anche essi caratteristici di mari
freddi.
Dal punto di vista paleogeografico esse po¬
trebbero rappresentare un approfondimento
del bacino di sedimentazione; resta comunque
— 423 —
da spiegare come mai in un bacino i cui ap¬
porti dovevano essere esclusivamente calcarei
(l’entroterra, come detto precedentemente, è
calcareo) si siano depositate argille.
L’unica spiegazione plausibile è che i mate¬
riali provenissero dalla Fossa Bradanica, ove,
come è noto, il Calabriano con facies argillosa
è largamente rappresentato.
Se si pensa che il membro sovrastante le ar¬
gille b) è costituito da tufi calcarei in tutto
simili a quelli descritti in a) è chiaro che la
serie affiorante nella Penisola Salentina (tufi -
terminate condizioni di temperatura ed umi¬
dità.
Molto scarsa la presenza di essenze erbacee,
rappresentate esclusivamente da pochi granu¬
li di Chenopodiaceae, tanto che non abbiamo
ritenuto opportuno rappresentarle nei dia¬
grammi.
Il diagramma cartesiano (fig. 1) dà una vi¬
sione generale delle variazioni percentuali
delle essenze da noi rinvenute con frequenza
notevole in tutti i campioni e che abbiano con¬
siderato indicative da un punto di vista eli-
argille - tufi) assume tutte le caratteristiche
di un ciclo sedimentario completo; non è da
escludere che si possa trattare di un ciclo eu¬
statico in quanto i termini calcarenitici po¬
trebbero rappresentare le fasi di regressione
corrispondenti a due glaciazioni, mentre il
termine argilloso potrebbe rappresentare il
sollevamento del livello marino corrispondente
ad un interglaciale.
Questa ipotesi viene confermata dai risultati
dell’indagine palinologica effettuata sui cam¬
pioni di argilla di Cutrofiano, oggetto di que¬
sto lavoro. Essa ha messo in luce la presenza
di pollini di specie vegetali caratteristiche di
clima temperato interglaciale.
Sono state infatti ritrovate essenze vegetali
appartenenti ai generi Pinus, Podocarpus, Ke-
teleeria, Abies, Dacrydium, Carpinus, Quercus,
che come è noto richiedono un habitat con de-
matico. Perciò sono riportate soltanto le per¬
centuali di Pinus, Podocarpus, Quercus, Car-
pinus.
La percentuale maggiore è rapresentata da
Pinus che nel campione n. 3 raggiunge il va¬
lore massimo del 61,29% e mantiene sempre
dei valori percentuali notevolmente elevati.
È da notare che le percentuali di Podocar¬
pus, Quercus, Carpinus, sono espresse da curve
molto ravvicinate, perchè i valori percentuali
risultano pressocchè simili.
Dall’andamento delle curve riteniamo, dun¬
que, che nel periodo di formazione del bacino
di Cutrofiano il clima temperato esistente rap¬
presentava l’optimum per le condizioni vitali
del Pinus, con alternanza di periodi secchi e
umidi così come si può rilevare dall'anda¬
mento delle altre tre essenze.
Nel diagramma circolare (fig. 2) abbiamo
1 - 5 Pinus
6 Podocarpus
7 Quercus
8 Compositae
TAVOLA I
9 - 10 Chenopodiaceae
11-12 Spore
13 - 14 Dinoflagellati
Mem. Soc. Natur. in Napoli
De Cunzo T., Tavernier A. - Indagine palino lo¬
gica nelle argille di Cutrofiano (Lecce) - Tav. I
TAVOLA II
1 - 2 Dinoflagellati
3-7 Membrane chitinose di Foraminifer
Mem. Soc. Natur. in Napoli
De Cunzo T., Tavernier A. - Indagine palinolo-
gica nelle argille di Cutrofano (Lecce) - Tav. II
Primo contributo alla conoscenza del nannoplancton calcareo
del Giurassico superiore del Gargano
Nota di SILVIO DI NOCERA ((*) **)
presentata dai soci F. IPPOLITO e M. TORRE
(Tornata dei 27 giugno £969)
RIASSUNTO
Si è osservato allo Stereoscan il nannoplancton calcareo del Giurassico superiore del Gargano (Monte
Chiaconcello a SW di Vieste). Si è notato che i calcari tipo « maiolica » del Titonico superiore presen¬
tano un maggiore contenuto in nannoconi rispetto ai sottostanti calcari marnosi con selce (livello a
Saccocoma ) anch’essi del Titonico superiore. Vengono quindi descritti alcuni individui appartenenti
alla famiglia delle Ellipsagelosphaeracea Noel.
SUMMARY
The preliminary results of a research on thè calcareous nannoplankton from thè upper Jurassic
of thè Mt. Chiaconcello in thè Gargano (Southern Italy) are described. The sediments have been stu-
died by thè means of a Stereoscan microscope. Same coccoliths of thè Ellipsagelosphaeracea Noel are
described and a particular accumulation of nannocones in thè upper Tithonian white micrits (maiolica)
has been also pointed out.
Questo lavoro si inquadra in un vasto pro¬
gramma di ricerca in atto da vari anni presso
l’Istituto di Geologia dell’Università di Napoli
sui problemi della biostratigrafia e petrografia
dei sedimenti carbonatici, mesozoici e terziari,
dell’Appenmno meridionale.
I campioni esaminati provengono dai depo¬
siti del Giurassico superiore del Gargano, e pre¬
cisamente dal Monte Chianconcello (F. 157 III
NE « Testa del Gargano ») a SW di Vieste. In
tale località affiora un livello di calcari a grana
fine di colore giallognolo, più o meno fissili, con
selce, con microfacies a Saccocoma. Non è vi¬
sibile la base di tali calcari che si presentano
in strati di spessore variabile tra i 5 e i 10 cm
per una potenza complessiva di circa 4 m; ad
essi seguono calcari compatti a grana fine ed
a frattura concoide che appartengono alla
parte bassa del complesso dei calcari marnosi
con selce tipo « maiolica » attribuito nel foglio
N. 157 « Monte Sant'Angelo » della Carta Geo¬
logica d'Italia al Neocomiano.
Nel livello a Saccocoma sono presenti ab¬
bondanti resti di questo crinoide pelagico as¬
sociati ad aptici e radiolari; nei primi strati
del calcare tipo « maiolica » sovrastante, l’as¬
sociazione è data invece da radiolari, ostra-
codi, frammenti di lamellibranchi, Stomio-
sphaera e tintinnidi ( Calpionella alpina). In
base a tale associazione sia i calcari a Sacco-
coma che i sovrastanti livelli tipo « maiolica »
sono attribuibili al Titonico superiore (Zam-
parelli 1963).
Calcari a Saccocoma sono stati ritrovati
in varie località italiane e considerati, più o
meno concordemente da tutti gli Autori, di
età compresa tra il Kimmeridgiano ed il Tito¬
nico superiore (base della maiolica).
Studio al microscopio elettronico.
Al microscopio a scansione JSM 2 dell'Uni¬
versità di Napoli ho osservato numerosi cam¬
pioni del livello a Saccocoma, su descritto.
(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R.
(**) Istituto di Geologia dell'Università di Napoli.
— 428 —
Non essendo riuscito ad ottenere una com¬
pleta disgregazione della roccia con le tecni¬
che da me fino ad oggi sperimentate, ho svol¬
to lo studio solo su superfìci di frattura.
Per facilitare questo tipo di osservazioni
allo Stereoscan è necessario che la superficie
da studiare risulti essere in ogni suo punto
perpendicolare al fascio degli elettroni; per
tale ragione si scelgono quei frammenti di
roccia che presentano una superficie il più
possibile piana.
I preparati vengono incollati su dei suppor¬
ti di rame e successivamente ricoperti di una
sottile ed uniforme pellicola di oro in un va¬
porizzatore (tale operazione è stata eseguita
con lo JEE 4B dell’Università di Napoli).
Come collante ho usato la « laque d’argent
204 » della Degussa di Francoforte che ha
dato ottimi risultati in quanto essa assicura
la conducibilità del preparato anche nei casi
in cui si verifica una difettosa vaporizzazione
dell’oro.
Fig. 1. — Coccoliti appartenenti alla famiglia delle
Ellipsagelosphaeraceae Noel nei calcari del livello
a Saccocoma del titonico sup. (M. Chianconcello
a SW di Vieste).
Camp. S 34 e. m. fotografia n. 2 Ingr. x 3000.
All’osservazione mediante lo Stereoscan ho
notato che i calcari del livello a Saccocoma
sono costituiti da numerosi granuli di calcite
dell'ordine di 1-5 micron associati ad abbon¬
danti coccoliti con rari nannoconi (Fig. 1).
Questi piccolissimi granuli spesse volte sono
costituiti da elementi cristallini romboedrici
che possono rappresentare il prodotto della
diagenesi nei fanghi pelagici (Fischer 1970).
Fig. 2. — Nannaconi del gruppo N. steinmanni (Kam-
piner) Bronnimann nei calcari tipo «maiolica»
del titonico sup. (M. Chiaconcello a SW di Vieste).
Camp. S 27 e. m. fotografia n. 4 Ingr. x 3000.
Ho osservato anche alcuni campioni dei
calcari tipo « maiolica » (Titonico superiore)
che seguono stratigraficamente il livello a
Saccocoma. In questi campioni ho riscontra¬
to una diminuzione relativa dei coccoliti ed
un improvviso aumento dei nannoconi (Fig. 2).
Attualmente non ho altri dati su tale argo¬
mento non avendo avuto la possibilità di os¬
servare molti campioni e non avendo ancora
ottenuto individui isolati.
È mia intenzione approfondire, in un pros¬
simo lavoro, lo studio del nannoplacton cal¬
careo e di allargare le ricerche ad altri livelli
del Giurassico medio-superiore.
Sistematica.
Nei campioni del Gargano ho riconosciuto
numerosi individui appartenenti ai generi
— 429 —
Ellipsagelosphaera, Cyclagelosphaera ed Acti-
nosphaera tutti della famiglia delle Ellipsage-
losphaeraceae.
Le mie osservazioni, essendo basate su su-
peifici di frattura, si limitano alla sola strut¬
tura dei coccoliti visibili al microscopio elet¬
tronico. Infatti in questa nota ho seguito la
classificazione esclusivamente morfologica
adottata da Moel (1965) per lo studio del nan-
noplancton del Giurassico.
Fam. ELLIPSAGELOSPHÀERACEAE Noèl
Subfam. Ellipsagelosphaeroideae
Gen. Ellipsagelosphaera Moel 1965
Ellipsagelosphaera frequens Moel
Tav. I, Figg. 1-2-34-5.
Coccolithus pelagicus (Wallich) Schiller. D. Moel
1965. p. 321; PI. Ili; Fig. 15-22.
Coccolithus pelagicus (Wallich) Schiller. H. Manivit
1959, p. 17; PI. II, Fig. 1-3.
Coccolithus pelagicus (Wallich) Schiller. C. Caratimi
1963, p. 41; PI. IV, Fig. 68-70.
Ellipsagelosphaera frequens Moel. D. Noel 1965, p. 119.
Coccolite ellittico costituito di due dischi so¬
vrapposti uniti da un tubo assiale anch’esso a
contorno ellittico, che limita una apertura cen¬
trale (tubo mediano) di dimensioni variabili.
Il disco distale, poco più largo del disco pros¬
simale, è costituito di due serie concentriche
di lame di calcite. La prima (più esterna) è
provvista di grandi lame che si accavallano in
senso antiorario; la seconda (più interna) è
costituita di piccole lame di calcite che mo¬
strano il medesimo accavallamento della serie
esterna.
Inoltre le piccole lame sono generalmente
di numero inferiore o eguale a quelle più gran¬
di. Tra la serie interna disposta su un piano
orizzontale e l'altra esterna, obliqua rispetto al¬
l’asse dell'individuo, è presente un angolo ben
evidenziato.
Il disco prossimale è formato di una sola
serie di lame che presentano un accavallamen¬
to diretto nello stesso senso delle lame del di¬
sco distale. Questo accavallamento interessa
in modo particolare la parte periferica della
lama a guisa di una L rovesciata. La superficie
concava del disco prossimale presenta un ap¬
profondimento maggiore in corrispondenza
dell'angolo esistente tra le due serie di lame
del disco distale; quando gli accrescimenti se¬
condari dell'area centrale sono ben sviluppati
si dispongono su di un piano orizzontale o
quasi dove, talvolta, è possibile osservare le
due perforazioni del tubo mediano; infatti
spesso il tubo mediano presenta dei caratteri¬
stici accrescimenti secondari (piccoli cristalli¬
ni di calcite) che suddividono l’area centrale
in due piccole perforazioni situate sempre alla
estremità del diametro maggiore (Tav. I, Figg.
1,2,3). Talvolta tali cristalli dì calcite sono
tanto sviluppati da obliterare in parte o com¬
pletamente le due perforazioni. Alcuni indivi¬
dui sono provvisti di un'area centrale comple¬
tamente libera di ogni accrescimento di calcite
per cui le lame costituenti il tubo mediano
sono ben visibili (Tav. I, Fig. 4). Altri presenta¬
no la luce del tubo assiale in veduta distale di
dimensioni molto ridotte (Tav. I, Fig. 5). Attual¬
mente ritengo che la differente costituzione
del tubo mediano rappresenti semplicemente
un carattere variabile da individuo ad indi¬
viduo.
Nella Fig. 6 (Tav. I) è illustrata una forma
di particolare interesse perché mostra carat¬
teri intermedi tra la E. frequens e la E. lucasi.
Infatti sul disco distale di questo coccolite si
osserva che mentre le dimensioni delle grandi
lame e la lunghezza del diametro maggiore del¬
l’apertura centrale rappresentano caratteri
particolarmente importanti e costantemente
presenti nella E. frequens, il numero delle la¬
me della serie esterna non è inferiore a 32, ca¬
ratteristica questa, specifica della E. lucasi
(Moel 1965).
Ritengo quindi necessario approfondire le
osservazioni sulla E. frequens al fine di stabi¬
lire la variabilità del numero delle grandi lame
ed eventualmente la validità di esso come ca¬
rattere distintivo di tale specie.
Gen. Cyclagelosphaera Moel 1965
Cyclagelosphaera sp. 1
Tav. II, Figg. 1-2.
Coccolite costituito di due dischi sovrappo¬
sti ed a forma circolare che presenta i seguenti
caratteri:
— 430
1. - disco distale leggermente più grande del
disco prossimale;
2. - disposizione delle lame di calcite del disco
prossimale quasi radiale;
3. - lame di calcite costituenti il disco pros¬
simale che presentano nella porzione pe¬
riferica un caratteristico contorno a den¬
te di sega;
4. - concavità del disco prossimale;
5. - apertura centrale a contorno pressocchè
circolare e di piccolo diametro.
Le foto relative alle Figg. 1-2 (Tav. II), an¬
che se non perfettamente riuscite a causa del¬
l’ingrandimento, sono le uniche, tra quelle da
me eseguite su individui di questo genere,
che illustrano chiaramente tutti i caratteri su
elencati. Tali caratteri non possono essere ri¬
feriti a nessuna specie conosciuta in lettera¬
tura.
Gen. Cyclagelosphaera Noel 1965
Cvclagelosphaera sp. 2
Tav. II, Figg. 3-4.
Coccolite a contorno circolare o subcircola¬
re costituito di due dischi sovrapposti, di cui
il superiore mostra un diametro leggermente
maggiore del disco inferiore; nella porzione
centrale è provvisto di una grande apertura
anch’essa circolare delimitata da un canale
mediano costituito di strette e lunghe lame
disposte parallelamente all’asse dell'individuo.
Il disco distale è composto: la serie esterna è
provvista di grandi lame, l’interna di piccole.
La prima serie presenta 20-27 lame di calcite
non sempre di dimensioni eguali tra loro che
si accavallano in senso antiorario; la serie in¬
terna mostra un numero eguale o leggermente
inferiore a quello della serie esterna. Inoltre
esse si sovrappongono a quelle costituenti il
canale centrale, e ne continuano l’andamento
parallelo all’asse tanto da formare un caratte¬
ristico bordo sporgente (Figg. 3-4, Tav. II).
Nella Fig. 3, grazie ad una rottura che inte¬
ressa una zona marginale delle grandi lame e
che permette di vedere quindi una porzione
del tutto periferica del disco prossimale, si può
osservare un caratteristico accavallamento di¬
retto nello stesso senso delle lame del disco
distale.
Subfam. Actinosphaeroideae
Gen. Actinosphaera Noel 1965
Actinosphaera cfr. deflandrei Noel
Tav. II, Figg. 5-6.
I caratteri di questo tipo di coccolite, che
ho osservato nei calcari del livello a Saccoco-
ma, sono relativi alla sola veduta prossimale.
Coccolite ellittico a faccia inferiore convessa
composto di due dischi sovrapposti di cui il
prossimale è di dimensioni minori.
Le lame di calcite costituenti il disco distale
presentano un leggero accavallamento diretto
in senso antiorario, ed inoltre il loro bordo
esterno è piatto, per cui il profilo della serie di
lame mostra una uniforme e regolare curva¬
tura (Tav. II, Fig. 5).
II disco prossimale è costituito di una sola
serie di 25-28 lame di calcite abbastanza spesse
e con bordo esterno a denti di sega. Tali lame
presentano un leggero accavallamento diretto
nello stesso senso di quello del disco distale e
lasciano un’apertura centrale stretta e allun¬
gata secondo il diametro maggiore (Tav. II,
Fig. 6). È da mettere in evidenza che le dimen¬
sioni di queste lame non sono costanti poiché
alcune di esse oltre a mostrare una maggiore
larghezza rispetto alle dimensioni medie pos¬
sono anche essere tanto lunghe da obliterare
in parte l'apertura centrale.
Napoli, Istituto di Geologia dell'Università.
( Manoscritto ricevuto il 26 febbraio 1971).
— 431 —
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di stampa).
TAVOLA I
FJg- 1 • — Veduta prossimale di Ellipsagelosphaera frequens Noel.
Comp. S 33 e. m. fotografia n. 8 Ingr. x 8000.
Figg. 2-3-4-5. — Vedute distali di Ellipsagelosphaera frequens Noel.
2: Camp. S 8 e. m. fotografia n. 8 Ingr. x 11500
3: Camp. S 35 e. m. fotografia n. 13 Ingr. x 9370
4: Camp. S 8 e. m. fotografia n. 19 Ingr. x 16120
5: Camp. S 8 e. m. fotografia n. 16 Ingr. x 10450.
Fig. 6. — Veduta distale di Ellipsagelosphaera sp.
Camp. S 8 e. m. fotografia n. 7 Ingr. x 10500.
Mem. Soc. Natur. in Napoli
di Nocera S. - Primo contributo alla conoscen¬
za del nannoplancton calcareo, ecc. Tav. I
1
3
5
TAVOLA II
Figg. 1-2. — Vedute prossimali di Cvclagelosphaera sp. 1.
1: Camp. S 30 e. m. fotografia n. 11 Ingr. x 10000.
2: Camp. S 28 e. m. fotografia n. 9 Ingr. x 14500.
Figg. 34. — Vedute distali di Cvclagelosphaera sp. 2
3: Camp. S 33 e. m. fotografia n. 10 Ingr. x 8000
4: Camp. S 8 e. m. fotografia n. 24 Ingr. x 10450.
Figg. 5-6. — Vedute prossimali di Actinosphaera cfr. deflandrei Noel
5: Camp. S 32 e. m. fotografia n. 1 Ingr. x 8800.
6: Camp. S 32 e. m. fotografia n. 2 Ingr. x 14500.
Mem. Soc. Natur. in Napoli
di Nocera S. - Primo contributo alla conoscen¬
za del nannoplancton calcareo, ecc. Tav. II
%
Sulla genesi del bradisismo flegreo n
(nota preliminare)
Nota dei soci A. OLIVERI DEL CASTILLO (1) e M. T. QUAGLI ARI ELLO (1)
(Tornata del 27 giugno 1969)
RIASSUNTO
La interpretazione dei minimi gravimetrici, localizzati nei singoli settori eruttivi della conca
campana, attribuiti alla bassa densità dei prodotti piroclastici in essi accumulati, ha suggerito che il
noto bradisismo, che si verifica nel settore flegreo, possa essere anch’esso associato alla natura dello
strato superficiale.
Mentre si rileva che il sia pure accentuato moto negativo del suolo è interamente imputabile al pro¬
cesso di consolidazione, condizionato dalla termalità freatica, dello spesso strato piroclastico superficiale, si
illustra la possibilità che il moto positivo del suolo sia attribuibile all’aumento di porosità legata alla
variazione del flusso delle acque freatiche imbibenti lo strato superficiale altamente poroso, deter¬
minato o dalle energie sismo-eruttive generate dall’incontro delle masse magmatiche risalenti con la
base della falda, o per riscaldamento di questa con la conseguente alterazione dei moti convet¬
tivi freatici.
Il comportamento reologico del mezzo poroso imbibito è interpretato con l’ausilio dell’equa¬
zione generale dell’idrodinamica proposta da Scheidegger e in base al tipico comportamento dei
mezzi visco-elastici, nell'estensione proposta di Jeffreys, allorché il mezzo è sottoposto a sforzi com¬
portanti variazioni di volume.
La evidenziata dipendenza dal tempo della deformazione, condizionata dalla permeabilità del
mezzo, consente di giustificare le modalità di sviluppo del bradisismo, positivo.
La stessa genesi viene proposta per l’interpretazione dei moti lenti del suolo che si verificano
in occasione dei terremoti vulcanici o con ipocentro poco profondo.
Questo studio consente di modificare, in modo puramente qualitativo, il grafico dell’andamento
del bradisismo flegreo dal II sec. a.C. ad oggi.
SUMMARY
The locai low gravity values relative to each eruptive area in thè Campanian basin and particu-
larly thè one relative to Pozzuoli area (Phlegrean Fields) have been interpreted as due to thè low
density of pyroclastic rocks.
The Pozzuoli area bounded by thè low gravity values is concident with thè area interested by
thè Phlegrean bradyseism. It is suggested that this bradyseism is linked to thè nature of thè pyro-
clastic layer.
The sinking motion of thè ground, even if affected by thè thermality of underground waters,
can be ascribed to a self-loading compaction.
The mechanism of thè uplifting can be explained as a consequence of thè pore fluid pression
variation, that is of underground waters filling highly porous pyroclastic layer. The intercrustal
igneus masses can produce a sensitive variation of thè pore fluid pression either by a mere heat
supply or by seismoeruptive actions (phreatic explosion). In thè former case, thè velocity of convective
motions within thè layer increases. In thè latter case, thè igneous masses coming up through thè
basement’s fractures produce a high pressure gradient between outburst point and thè periphery,
by getting on contact with underground water.
The rheologic behaviour of thè fluid filling porous media interpreted by thè generai equation
of hydrodinamic of porous media pointed by Scheidegger and upon thè behaviour of visco-elastic
when subiected to media normal stresses, as pointed out by Jeffreys. Therefore, under thè action of
thè seismo-eruptive energies, thè initial elastic deformation must be expected to result very small
in comparison to thè total deformation, which is produced by thè change of thè pore pressure and
conditioned by permeability.
As ground upcastings, even if less conspicous than that observed in Phlegrean Fields, have been
often observed during volcanic or howerer shallow earthquakes with similar characteristic, thè above
discussed mechanism could also explain these cases.
This study has suggested a qualitative modification of thè Phlegrean bradyseism plot, drawn
upon data since II century b.c. (*)
(*) Questo lavoro è stato eseguito con i contributi del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
(1) Dell’Istituto di Fisica Terrestre dell’Università di Napoli.
28
— 434 —
Il campo gravimetrico residuo di ordine n-1
(Oliveri del Castillo, 1966) ottenuto in ba¬
se alla regionale del I ordine precedentemente
determinata (Oliveri del Castillo, 1966) e
relativa al versante tirrenico dell’Italia meri¬
dionale, mostrava un quadro essenzialmente
nuovo della distribuzione di gravità nella con¬
ca campana, tra il M. Massico e la penisola
sorrentina, realizzando una più chiara connes¬
sione tra anomalie locali e strutture geologi¬
che e vulcaniche corrispondenti.
con l’area interessata al noto fenomeno del
brandismo flegreo, si è ritenuto di doversi po¬
ter associare i locali moti lenti del suolo alla
natura dello strato piroclastico.
Tenendo conto della notevole porosità e per¬
meabilità dello strato piroclastico flegreo e
che questo deve considerarsi interamente im¬
bibito, il bradisismo può interpretarsi in base
alla fisica del flusso dei fluidi nei mezzi porosi.
Il problema del flusso delle acque del sot¬
tosuolo in un mezzo compressibile, nel caso in
La rappresentazione ottenuta fornisce molti
elementi interpretativi sulla evoluzione geotet¬
tonica dell’area esaminata che consente una
nuova visione di insieme del locale vulcanismo.
Essa ha consentito l'interpretazione dei mi¬
nimi gravimetrici localizzati nei singoli settori
eruttivi ed in particolare di attribuire quello
del settore puteolano (Campi Flegrei), coinci¬
dente con l'archiflegreo di Rittman, alla bas¬
sa densità dei prodotti piroclastici accumula¬
tivi. In base a questa interpretazione è stata
possibile la costruzione di modelli gravimetri¬
ci relativi al settore, in base ai quali risulta
che i prodotti vulcanici riempiono la conca
per uno spessore fino a Km. 3.5. Tale valore si
ottiene considerando lo scarto di densità tra
vulcaniti e rocce della serie carbonatica, costi¬
tuenti il substrato, pari a 0.4 gr./cm3 (Fig. 1).
Poiché il settore puteolano delimitato dal¬
l'andamento delle isoanomale di g, coincide
cui sia valida la legge di Darcy, che suppone
un regime di flusso laminare, è stato trattato
da Scheidegger (1959). Egli rietiene realistica¬
mente che oltre ad essere finiti gli spostamen¬
ti del fluido, anche lo scheletro subisca sposta¬
menti finiti.
Considerando la legge di Darcy, l’equazione
di stato del fluido e la condizione di continui¬
tà, Scheidegger perviene alla equazione fonda-
mentale deH'idrodinamica nei mezzi porosi
compressibili in coordinate lagrangiane nella
sua forma più generale:
5
Si
1(1 +k) P] = -
*5.
P_
V-
K
che è sufficiente a fornire l’illustrazione sul
meccanismo del particolare fenomeno brandi¬
sismico verificatosi, almeno dal punto di vi¬
sta qualitativo.
— 435 —
Infatti nella relazione di cui sopra, si vede
la dipendenza della variazione della porosità P
e del volume della roccia considerato nel suo
insieme.
1 + k = I + A V/V
dalla variazione del gradiente di pressione del
fluido di poro, condizionata dalla permeabili¬
tà (N„p) e dal suo modo di variare. Si può rite¬
nere che anche nel caso di deformazioni com¬
portanti variazioni di volume, si determina
(Jeffreys, 1962) nei mezzi che presentano im¬
perfezioni di elasticità un comportamento ana¬
logo a quello che si ha se il mezzo è interessato
a variazioni di forma. Una parte delle defor¬
mazioni è irreversibile le altre devono essere
interamente recuperate ed in particolare la
deformazione elastica dovrebbe essere prodot¬
ta e recuperata istantaneamente.
Nel caso dei mezzi porosi e impregnati di
fluido, invece, anche gran parte della deforma¬
zione puramente elastica deve prodursi nel
tempo, in quanto condizionata dalla capacità
del fluido di fluire nel mezzo in dipendenza
della permeabilità che naturalmente condizio¬
na anche la deformazione susseguente, per cui
in definitiva il comportamento risulta caratte¬
rizzato da una deformazione elastica molto
piccola rispetto alla deformazione totale.
Un effetto saliente in questo meccanismo è
quello dovuto alle correnti di convezione che
si sistemano nel fluido permeante la roccia e
che sono state studiate analiticamente da Go-
guel (1953). A causa dei notevoli gradienti ter¬
mici regionali e locali nelle aree geotermiche e
della alta permeabilità del materiale pirocla¬
stico si ricava da detta teoria che le correnti
di convezione effettivamente si formano e si
amplificano.
Gli elementi teorici brevemente sintetizzati
per una analisi più dettagliata dei quali si rin¬
via alla bibliografia, indicano la possibilità di
fornire una spiegazione del meccanismo me¬
diante il quale si sviluppa il bradisismo fle-
greo.
Alla luce della teoria i dati disponibili sul-
! evolversi del fenomeno, specialmente quelli
che si riferiscono al moto discendente ed agli
eventi che precedettero ed accompagnarono
l’eruzione del Monte Nuovo, costituiscono dati
utili a mostrare il legame esistente tra il mo¬
to del suolo e la natura dello strato che riem¬
pie la conca flegrea. Questo strato infatti, CO'
me si è detto, è formato da una massa di pro¬
dotti piroclastici, costituiti essenzialmente da
tufo altamente poroso (50% in superficie)
(Pellegrino, 1968) con pori interconnessi, im¬
bibita di acqua. Essa ricopre, come indica la
distribuzione di gravità, il sistema di fratture
del substrato attraverso le quali si può ritene¬
re che si sviluppino le energie delle masse
ignee intercrostali. Pertanto è prevedibile che
la somministrazione allo strato superficiale
della quantità di calore necessaria a giustifica¬
re l’intensa attività termale flegrea sia una
condizione normale.
L’elevata porosità e permeabilità dei prodot¬
ti piroclastici e l’alto valore del gradiente ter¬
mico locale, come si desume dalla trattazione
analitica di Goguel (1953), garantiscono la sus¬
sistenza della convezione termica con un no¬
tevole flusso di fluido.
La verifica che in superficie, nonostante la
circolazione delle acque freatiche continentali
e dell’apporto continuo delle acque marine
che hanno una evidente funzione refrigerante,
sono presenti un pò dovunque nei flegrei, a
piccola profondità, acque ad elevata tempera¬
tura, deve fare ritenere che la somministrazio¬
ne di calore dal basso sia alquanto elevata. Se
questa quantità di calore, somministrata at¬
traverso il sistema di fratture del basamento,
è costante, nello strato piroclastico si realizza¬
no condizioni di regime nei fluissi idrici e
quindi condizioni standard di temperatura e
di pressione del fluido di poro alle varie pro¬
fondità.
Che questa condizione si verifichi ai flegrei
può sostenersi in base alla rilevata costanza
delle manifestazioni post-vulcaniche di questa
area, ed al fatto che il bradisismo negativo,
presenta un andamento regolare continuo nel
tempo (1.3 cm/anno per l'intervallo 1800-1960)
(Olivieri, 1960). Infatti il regolare abbassa¬
mento del suolo, così come per molte conche
alluvionali con grandi spessori di sedimenti
leggeri, può imputarsi ad un fenomeno di con¬
solidazione (cioè costipamento per autocarico
dei sedimenti, condizionato dalla presenza del¬
l’acqua di impregnazione) della massa pirocla¬
stica che riempie la conca flegrea. In questo
caso però lo stato dei moti convettivi delle ac¬
que del sottosuolo comporta l’esistenza di una
più elevata pressione del fluido di poro rispet¬
to a quella puramente idrostatica e quindi gli
— 436 —
effetti nel tempo della pressione effettiva de¬
vono risultare ridotti rispetto a quelli che si
avrebbero in condizioni normali. Questo sem¬
bra effettivamente verificarsi ai flegrei se si
confronta la velocità del locale abbassamento
del suolo con quella che si riscontra nelle con¬
che alluvionali recenti dove, pure essendo la
densità dei sedimenti maggiore di quella dei
prodotti piroclastici, per spessori degli accu¬
muli dello stesso ordine di grandezza, la velo¬
cità di subsidenza è uguale o maggiore di
quella valutata a Pozzuoli (es. Salvioni, 1957;
Ciocardel et. al. 1966).
L'interpretazione che il bradisismo negativo
sia dovuto alla consolidazione dello strato su¬
perficiale trova conferma anche nella variazio¬
ne della velocità di abbassamento del suolo
procedendo dalla periferia al centro del setto¬
re flegreo, infatti l'entità dell’abbassamento
può collegarsi allo spessore della pila sedi¬
mentaria corrispondente che varia da 1,5 a
3,5 Km. ca.
Riguardo al moto ascendente del suolo fle¬
greo i dati storici, accuratamente raccolti da¬
gli studiosi (Parascandola, 1947 e bibl. ivi
cit.), indicano che il sollevamento è avvenuto
in varie fasi con modalità distinte che richie¬
dono spiegazioni diverse. Sembra però legitti¬
mo ritenere che ciascun episodio debba risul¬
tare inquadrato in una unica visione interpre¬
tativa. Ciò può essere realizzato riguardando
anche il bradisismo positivo alla luce della
teoria sul comportamento reologico dei mezzi
porosi imbibiti di fluido.
Negli anni tra il 1500 e 1505 il suolo flegreo
si andava sollevando con notevole rapidità
tanto da poter essere osservato dagli abitanti
dell’epoca e da provocare la promulgazione di
decreti regi riguardanti il mare che « si anda¬
va essiccando ». Questo episodio può trovare
spiegazione nei moti convettivi delle acque del
sottosuolo.
Se si ammette, infatti, la possibilità che au¬
menti la quantità di calore somministrata dal
basso, a questo deve corrispondere un aumen¬
to della velocità di flusso delle acque sotterra¬
nee cui consegue, con l’aumento della pressio¬
ne del fluido di poro, un aumento della po¬
rosità.
Questo porta ad un rigonfiamento dello
strato e quindi al sollevamento del suolo che
in ciascun punto dipende dalla somma dei
contributi elementari forniti, lungo la vertica¬
le, dall’aumento di porosità alle varie profon¬
dità e quindi dallo spessore della serie inte¬
ressata.
Anche in questo caso perciò, come avviene
per il moto negativo, il sollevamento massimo
si dovrebbe avere in corrispondenza dei punti
dove lo spessore della serie piroclastica è mag¬
giore. Questo sembra effettivamente accaduto,
infatti i decreti regi del 1503 fanno riferi¬
mento al solo territorio di Pozzuoli e non a
tutto l’arco del golfo lasciando ritenere che so¬
pratutto qui il fenomeno fu più accentuato.
L’aumento di somministrazione di calore dal
basso può essere facilmente giustificato con
un ampliamento delle vie seguite dai volatili
provenienti dalle masse ignee che impegnano
le fratture del substrato, cosa che può verifi¬
carsi per es. a seguito di un terremoto vicino
anche non locale. Questi volatili possono es¬
sere di origine primaria, liberati cioè dalle
masse ignee, ma questo appare improbabile
tenendo conto delle elevate pressioni esistenti
in profondità (Imbò, 1965). Sembra invece
plausibile, che i volatili surriscaldati proven¬
gono dalla evaporazione delle soluzioni idri¬
che, in lenta circolazione nelle rocce carbona-
tiche del substrato in vicinanza delle masse
ignee.
Naturalmente la risposta dello strato, ridu¬
zione del fenomeno di consolidazione o inver¬
sione del moto, sarà tanto più accentuata
quanto maggiori sono le vie aperte ai volatili
surriscaldati. È opportuno notare a questo
proposito che un aumento del flusso di calore
mentre provoca un aumento dei moti convet¬
tivi delle acque di impregnazione, ovviamente
non comporta un aumento di temperatura
dello strato stesso, se non in limiti assai ri¬
stretti a causa dell’aumento della pressione
dell’acqua. Quindi in superficie è attendibile
che non debba verificarsi un sensibile aumen¬
to della temperatura delle acque termali, ma
solo un aumento della distribuzione areale
delle sorgenti. Ciò spiega perchè tra le notizie
storiche manchi qualche accenno ad un au¬
mento di termalità nella zona flegrea che non
sarebbe sfuggita alla osservazione dell’uomo
che si è in ogni tempo servito delle sorgenti
flegree per ragioni terapeutiche.
L'aumento della quantità di calore sommi¬
nistrata allo strato è quindi sufficiente a spie¬
gare l'inversione del moto bradisismico ed an-
— 437 —
che la possibilità che la velocità del solleva¬
mento sia di varia entità.
Questo processo, non è sufficiente a giusti¬
ficare quanto avvenne in occasione dell’erazio-
ne del M. Nuovo durante la quale si ebbe un
sollevamento di grande entità (7m. ca) (Para-
scandola, 1947) ed anche il fatto che questa
rapida deformazione fu in gran parte recupe¬
rata nel corso di pochi anni con un abbassa¬
mento del suolo molto più rapido di quello
caratteristico del bradisismo discendente.
ve risultare notevolmente accentuato, verifi¬
carsi in un tempo relativamente breve ed es¬
sere massimo in corrispondenza dell'area do¬
ve è massimo lo spessore della serie pirocla¬
stica. Questo è quanto dovette verificarsi nel
1538, infatti pur essendo avvenuta a Lucrino
l’eruzione, il sollevamento maggiore si ebbe in
Pozzuoli che dista 3 Km. dal punto dell’eru¬
zione.
In base a quanto detto sulla equazione del¬
la idrodinamica nella forma più generale si
Fig. 2. — Andamento dei moti del suolo dal II secolo a.C. ad oggi. Diagramma costruito dal Para-
scandola in base ai dati del Niccolini.
Le masse ignee che impegnano le fratture
tettoniche del basamento hanno la tendenza
a risalire verso la superficie, e questo è facili¬
tato, quando le ostruzioni poste sul suo cam¬
mino sono per qualche motivo indebolite.
Quando queste masse raggiungono la zona di
contatto del substrato con lo strato poroso
acquifero di copertura si ha l'esplosione frea¬
tica la cui energia dipende dalla estensione
della superficie di contatto delle due masse con
un enorme aumento della pressione nel punto
di scoppio. Mentre i vapori d’acqua determi¬
nano la perforazione dello strato seguendo un
percorso di minor resistenza più o meno tor¬
tuoso in dipendenza della distribuzione disor¬
dinata di masse compatte alFinterno dello
strato di piroclastiti ed ha luogo la eruzione
vulcanica, l’intero strato è interessato ad un
gradiente di pressione molto elevato e quindi
ad un notevole aumento del flusso delle ac¬
que sotterranee. Quindi, anche in questo caso
lo strato si rigonfia per l'aumento della pres¬
sione di poro ed il sollevamento del suolo de¬
comprende facilmente come il sollevamento
del suolo nel 1538 sia stato rapido ma non re¬
pentino: infatti essa mostra che la variazione
della porosità e del volume della roccia nel
suo insieme dipende oltre che dalla derivata
del gradiente di pressione del fluido di poro
anche dalla permeabilità (K) del mezzo e dal
suo modo di variare. Questo significa che la
deformazione deve avvenire nel tempo in di¬
pendenza della capacità che ha l’acqua di flui¬
re nel mezzo poroso.
D'altro canto la deformazione elastica e sus¬
seguente del mezzo poroso imbibito sottopo¬
sto a sforzo ha una dipendenza dal tempo ca¬
ratteristica in quanto l'aliquota elastica risul¬
ta notevolmente ridotta; concordemente il re¬
cupero della deformazione deve avvenire nel
tempo e ciò spiega l'abbassamento del suolo
avvenuto dopo il 1538, ed il fatto che una
gran parte della deformazione determinatasi
con l'eruzione fu recuperata in un tempo rela¬
tivamente breve.
La deformazione permanente, invece, lasciò
— 438
interamente a giorno il pavimento del Serapeo
che per le ripristinate condizioni iniziali ripre¬
se ad immergersi lentamente per bradisismo
negativo.
Per quanto riguarda le modalità secondo
cui si sarebbe sviluppato il sollevamento del
suolo flegreo durante il periodo precedente il
1500 la spiegazione è complessa a causa della
mancanza di dati storici certi.
La ricostruzione proposta dal Niccolini
(Fig. 2), secondo cui il sollevamento si sareb¬
be verificato con continuità dall’XI secolo fi-
dei fluido nei mezzi porosi rientra anche il fe¬
nomeno della rottura dei legami tra gli ele¬
menti costituenti il mezzo solido (scheletro)
(Terzaghi 1945; Terzaghi e Peck 1968).
È quindi ovvio attendersi la possibilità che
durante un fenomeno di sollevamento, con¬
nesso alla variazione di flusso del fluido, si
possono determinare crisi sismiche localizza¬
te, dovute alla microfrantumazione dello sche¬
letro entro zolle più o meno estese dello strato
poroso, di varia intensità che possono giusti¬
ficare quanto avvenuto ai flegrei.
no al 1500, potrebbe anche essere giustificata
da un lento, progressivo aumento della quan¬
tità di calore somministrato dal basso allo
strato piroclastico superficiale. Tuttavia sem¬
bra qui opportuno richiamare l’attenzione sul
fatto che sono proprio di questo periodo vari
terremoti locali in Pozzuoli (1198, 1302, 1488)
(Baratta, 1901). Questi eventi se posti in rela¬
zione con il sollevamento che in occasione del
grande terremoto del 63 d.C. si sarebbe verifi¬
cato a Baia ed al fatto che in varie regioni
del mondo in concomitanza dei terremoti di
origine vulcanica o ad ipocentro relativamen¬
te poco profondo si verificano fenomeni di
sollevamento del suolo (Caloi 1958, 1969; Oka-
da 1962), suggeriscono che anche nel periodo
indicato il sollevamento del suolo flegreo si
sia verificato con discontinuità ed in conco¬
mitanza con gli eventi sismici.
Anche questa ipotesi è sostenibile in base
alle ricerche teoriche e sperimentali riguar¬
danti il comportamento delle rocce reali poro¬
se e permeabili al variare del flusso del fluido
in esso contenuto. Infatti nel quadro delle de¬
formazioni prodotte dall'aumento di flusso
Un dato utile a favore di questa interpreta¬
zione è costituito dall’evento sismico di Poz¬
zuoli del 1198 che si accompagnò alla forte re¬
crudescenza dell’attività della Solfatara (Ba¬
ratta, 1901). Questa infatti dev’essere connes¬
sa ad un sensibile aumento del flusso delle
acque sotterranee.
Naturalmente la possibilità che si verifichi¬
no circostanze di questo genere non esclude
che i terremoti locali possono essere derivati
anche dal movimento di risalita delle masse
ignee all’interno delle fratture del substrato,
rese più aperte dall’azione dei gas surriscal¬
dati; di questo tipo in particolare potrebbe
essere la serie di sismi verificatisi in Pozzuoli
tra il 1535 ed il 1538 avanti l’eruzione del M.
Nuovo (Baratta, 1901).
Si può ancora tenere conto del fatto che i
terremoti stessi sono a loro volta agenti di
aumento della pressione di poro (Terzaghi K.
e R. B. Peck, 1968) e quindi possono conside¬
rarsi ulteriori fattori del sollevamento del suo¬
lo. Molti fenomeni superficiali, in particolare
le ben note espulsioni freatiche (Richter 1958;
Sergestrom et al 1963; Reimnitz et al. 1965),
— 439 —
anche recentemente osservate durante il terre¬
moto di Gibellina (Sicilia, 1968) indicano co¬
me a seguito di terremoti si determini negli
strati acquiferi un regime di variazione di
flusso con aumento della pressione di poro.
In definitiva in base a questa interpretazio¬
ne è possibile giustificare il sollevamento del
suolo flegreo verificatosi prima del 1500, po¬
tendosi ora ritenere come molto probabile
che questo bradisismo positivo non si sia pre¬
sentato con uno sviluppo continuo e lento, co¬
me sinora si è ritenuto, bensì come un feno¬
meno discontinuo, caratterizzato da accelerati
sollevamenti verificatisi in concomitanza dei
terremoti locali e forse anche in occasione del
grande terremoto che ha interessato l’Italia
Meridionale nel 1456 (Matese). Attribuendo al
bradisismo negativo un andamento nel tempo
uguale a quello riscontrato per il periodo
1800-1960 (1,3 cm per anno) si è costruito
(fig. 3) un diagramma puramente qualitativo
che illustra la proposta interpretazione.
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i , . •
Assetto strutturale e ricostruzione paleogeografica
del Matese Occidentale (Appennino Meridionale)0
Nota del socio ANTONINO IETTO
(Tornata del 27 giugno *969)
SOMMARIO
Nel Matese occidentale, da un’unica piattaforma dolomitica triassica, si individuano, a partire
dallTnfrahas, alcune aree le quali avranno differenti evoluzioni stratigrafiche e tettoniche durante il
Mesozoico.
Da sud a nord: una zona a sedimentazione carbonatica, neritica e con evoluzione analoga a
quella della piattaforma con le bauxiti (zona A); una zona di transizione ad ambienti più profondi
e con serie continue dal Trias al Cretacico inferiore (zona B); una zona di bacino con facies prevalen¬
temente conglomeratiche evolventi a facies marnose e/o calcareo-marnose (zona C); una zona emersa
dal Lias inferiore (Infralias) fino al Cretacico inferiore (zone D ed E).
La piattaforma carbonatica delTAppennino, all’altezza del Matese, viene ad essere suddivisa da un
bacino profondo avente direzione ovest-est, determinatosi nellTnfralias e, come tale, attivo almeno per
tutto il Giura.
Su tutta l’area studiata, condizioni paleogeografiche uniformi vengono a stabilirsi soltanto durante
il Miocene.
Del Matese occidentale, nel presente studio, vengono inoltre individuate e descritte tutte le prin¬
cipali fasi tettoniche che è possibile rilevare dal Trias al Pliocene con particolare riguardo alla fase
tettonica tortoniana. Questa, infatti, con i suoi effetti di compressione ha condizionato in maniera pre¬
ponderante l’attuale assetto strutturale della zona in istudio, determinando la sovrapposizione delle masse
carbonatiche sui terreni in facies di flysch a nord e suddividendo le stesse in tre principali unità tet¬
toniche tra loro accavallate.
SUMMARY
The western Matese is a part of a larger mesozoic paleogeographic unit: thè external appenninic
carbonate platform. In this platform from thè south to thè north, thè following isopic zones, having
a different evolution, may be distinguished:
« A » zone = back-reef carbonatic deposits;
« B » zone = « reef-complex » (reefs, fore-reef fecies, etc.) deposits;
« C » zone = proximal basin carbonate sediments lenghtwise passing to more distai basin facies;
« D » and « E » zones = emerging insular lowlands overlapped from thè uppermost Cretaceous
by bioclastic carbonates.
This pattern points out thè existence of a minor basin developed from thè uppermost Triassic -
lowermost Jurassic (Infralias) along thè northern margin of thè external Appenninic carbonate platform.
In this basin, during Jurassic and lower Cretaceous times, sediments mainly formed by slump « conglo-
meratic » carbonates in addition to normal bio and intraclastic calcarenites accumulated.
During thè lower Tertiary a great part of thè studied zone was emerging and only thè « E » zone
was covered by thè sea being thè southern margin of thè Molise basin.
During thè Miocene thè entire area sunk and became a part of a larger basin in which terrigenous
deposits developed.
The strustural framework of thè surveyed area and thè main characters of its tectonic evolution
are finally described.
(*) Lavoro svolto con i contributi del C.N.R.
— 442 —
1. PREMESSA
Il gruppo montuoso del Matese, che con la
sua cima più elevata (Monte Miletto) raggiun¬
ge q 2050 costituendo quindi uno dei gruppi
maggiori dell' Appennino, è stato oggetto di
considerazione e studio da parte di vari geo¬
logi sin dal secolo scorso; si ricordano: Cas¬
setti (1893-94-95-98); Salmoiraghi (1872-81);
Tenore (1872). Il primo generale rilevamento
geologico pubblicato è, però, quello relativo
alla prima stesura della Carta Geologica d’Ita¬
lia (Cassetti e Grassi 1934). Successivamente
non si ritrovano più in letteratura lavori spe¬
cifici a carattere generale ma, e alquanto scar¬
si, lavori parziali su argomenti limitati oppure
accenni in lavori a carattere regionale o su
zone limitrofe: Behrmann (1936-58); Beneo
(1949); Cacciamali (1924); Cortese (1926);
Grzybowski (1921); De Lorenzo (1937); Laz¬
zari (1950); Rovereto (1927); Sacco (1910-12-
35); Scarsella e Manfredini (1955); Zaccara
e Maino (1957-58).
Tale carenza di bibliografia specifica si con¬
tinua praticamente fino all’inizio dei lavori di
rilevamento per la seconda edizione della Carta
Geologica d’Italia iniziati nel 1961. Con tale
data si ha un notevole sviluppo della ricerca
in tutto l’Appennino centro-meridionale e, di
conseguenza, anche per il Matese più numerosi
divengono i dati man mano a disposizione.
Tra i lavori più recenti e interessanti per la
trattazione presente, si ricordano: Catenacci,
De Castro e Sgrosso (1963); Ietto (1964);
Sgrosso (1963-64-65); Sgrosso e Torre (1968);
Pescatore (1964-65); Vallario (1964). È, però,
dovuto a Pescatore (1965) un primo inqua¬
dramento generale della geologia del Matese
anche se limitatamente ai suoi rapporti con
il bacino molisano-sannitico.
Altri lavori recenti, in zone limitrofe o a
carattere regionale, di chiaro interesse per il
presente lavoro sono quelli di: D’Argenio
(1963); Pieri (1966); Selli (1957-62); Signo¬
rini e Devoto (1962).
Negli anni 1964-65 è stato eseguito dallo
scrivente, nel quadro dei lavori per il com¬
pletamento e aggiornamento della Carta Geo¬
logica d’Italia, il rilevamento delle tre tavo¬
lette S. Angelo d’Alife, Gallo e S. Agapito. È
stato così possibile intravedere gli aspetti più
salienti e nuovi della geologia del Matese,
almeno per la parte occidentale. Il presente
lavoro è, appunto, l’esposizione dei dati de¬
sunti dalle ulteriori ricerche condotte in questi
ultimi anni in tutto il Matese occidentale.
Ringrazio il prof. Francesco Scarsella per
aver consentito e reso possibile lo svolgimento
del presente lavoro ed il prof. Felice Ippolito
per la lettura critica del manoscritto. Così
anche i colleghi proli. Bruno D'Argenio, Tul¬
lio Secondo Pescatore ed Italo Sgrosso per le
proficue discussioni e la segnalazione di par¬
ticolari situazioni. Ringrazio, inoltre, il geom.
Gianni D’Iorio, disegnatore dell’Istituto di
Geologia, per la cura con la quale ha eseguito
gli elaborati grafici.
L’area presa in considerazione, nella pre¬
sente ricerca, viene delimitata: a nord, dagli
abitati di Roccamandolfi, Indiprete, Isernia;
ad ovest, dalla valle del Volturno fino alla
confluenza col Sava; a sud, dalla valle del
Sava, del Lete e dalla congiungente gli abitati
di Ailano, Raviscanina, S. Angelo d’Alife; ad
est, dalla cogiungente i paesi di Piedimonte
d’Alife e Roccamandolfi.
Ai fini di una più chiara esposizione e per
evitare, nel corso dello scritto, lunghe ripe¬
tizioni di toponimi, si suddivide tale area in
cinque zone principali, come riportato nella
figura n. 1.
I risultati principali del presente studio
consistono nell'avere accertata, nell'ambito
della piattaforma carbonatica del Matese, la
esistenza di un bacino ad elevata subsidenza
individuatosi nellTnfralias e, come tale, atti¬
vo fino almeno a tutto il Giura. Questo, con
direzione prevalente ovest-est, veniva limitato
a nord da un’area triassica emersa e a sud
da un'area nella quale è persistita, quasi per
tutto il Mesozoico, una sedimentazione neri-
tica di piattaforma. I sedimenti, invece, ad
esso corrispondenti, non sono osservabili nella
loro interezza ma, al Matese, se ne rilevano
in affioramento soltanto le porzioni centra¬
li (?) e meridionali. Ciò perché gli eventi
tettonici miocenici, con forti effetti di compres¬
sione, hanno in parte « suturato » l'area del
bacino in questione, portando all'accostamen¬
to della zona sud di piattaforma con la zona
a nord emersa. Tale accostamento ha deter¬
minato il ricoprimento dei sedimenti corri¬
spondenti alle aree centrali (?) e settentrionali
del bacino da parte di quelli del bordo meri¬
dionale e della contigua zona di piattaforma
a sud.
— 443 —
Fìg. 1. — Delimitazione dell’area studiata e suddivisione in zone della stessa (A, B, C, D, E), come riportato nel testo.
— 444 —
Tali risultati modificano la visione della piat¬
taforma (o, in accordo con D’Argenio e Scando-
ne (1970), delle due piattaforme carbonatiche)
dell’Appennino meridionale, quale corpo unico
senza soluzione di continuità e con costanti
caratteri di subsidenza. L'unicità della o delle
piattaforme va, pertanto, intesa in senso molto
generale mentre in dettaglio risultano dei cor¬
pi sedimentari con una geometria complessa
e caratterizzati da differenti velocità di sub¬
sidenza da punto a punto. Nelle aree di questi
corpi sedimentari, altifondi (piattaforme) pos¬
sono alternarsi a zone più profonde e subsi-
denti (bacini), al che consegue una paleogeo¬
grafia alquanto articolata ed una sedimenta¬
zione con frequenti e brusche eteropie.
L’attuale scarso rilevamento in campagna
degli elementi a conferma di tale asserto è
da attribuire principalmente al diastrofismo
miocenico il quale ha profondamente modi¬
ficato l’originaria palegeografia accostando e,
talora, accavallando i corpi più rigidi e com¬
petenti costituiti dalle sequenze carbonatiche.
Su queste si conservano, e molto raramente,
soltanto limitati affioramenti di sedimenti di
bordo di bacini più profondi. I sedimenti a
questi corrispondenti, risultano attualmente
per lo più ricoperti dai terreni miocenici in
facies di flysch o dalle stesse sequenze di
piattaforma.
2. STRATIGRAFIA
Il massiccio del Matese è, geologicamente,
situato sul bordo adriatico settentrionale del¬
la piattaforma carbonatica « esterna » (D’Ar-
genio e Scandone 1970). Di questa fa parte
integrante e viene a diretto contatto con i
terreni del bacino molisano-sannitico (« depres¬
sione molisano-sannitica », Manfredini 1963a).
In particolare, nella parte occidentale di
tale massiccio, area del presente studio, i
terreni sedimentari affioranti comprendono
termini dal Trias al Miocene e costituiscono
delle successioni litologiche in facies preva¬
lentemente calcaree, dolomitiche o calcareo-
marnose.
I termini più antichi sono rappresentati
dalle dolomie del Trias superiore, frequente¬
mente stromatolitiche e con caratteri di facies
costanti in tutti i loro affioramenti. Questi
terreni costituiscono la base comune, quasi
sempre in affioramento, per tutte le successio¬
ni mesozoico-terziarie che verranno di seguito
descritte. A partire dal Retico-Lias inferiore
(Infralias), si manifestano nei sedimenti del¬
l'area in esame, marcate eteropie di facies le
quali perdurano, più o meno spiccatamente,
fino al Cretacico inferiore.
Pertanto, i terreni appartenenti al Trias
superiore verranno descritti in maniera uni¬
taria, così come i terreni terziari, mentre le
varie successioni eteropiche triassico-cretaciche
saranno analizzate singolarmente.
2.1 TRIAS SUPERIORE (FORMAZIONE DI MONTE
ACUTO)
Dolomie saccaroidi bianche in banchi o a
stratificazione indistinta; dolomie subsaccaroi-
di grige e calcari dolomitici; livelli lenticolari
di brecce dolomitiche spesso a matrice pre¬
valente. Le dolomie e specie i calcari dolo¬
mitici sono spesso riccamente stromatolitici.
Questi terreni, come già detto, costituiscono
stratigraficamente la base di tutte le succes¬
sioni mesozoiche; base sempre affiorante nel¬
l’area in esame o nelle aree adiacenti.
La formazione è la stessa di quella denomi¬
nata da Pescatore (1965) « Formazione di Fon¬
tegreca ». Qui si è preferito variare il topo¬
nimo in quanto a Monte Acuto (q 1225 - tav.
S. Angelo d’Alife a NO di Piedimonte), si ha
l’esposizione più completa.
I fossili, discretamente presenti in tutta la
formazione, si ritrovano sempre molto dolo-
mitizzati, di difficile isolamento e, pertanto, di
problematica determinazione. Tra questi sono,
comunque riconoscibili:
Wortenia sp. e Megalodon sp.
Particolare interesse assumerebbero, se ne
fosse possibile la determinazione specifica,
alcune località fossilifere molto ricche di am¬
moniti e ortoceratidi. Se ne riportano 2 tra
le località più interessanti:
a) costone SO di Serra delle Pozzelle tra
q. 1000 e 1100 (tav. S. Angelo d'Alife);
b ) strada Ailano-Valle Agricola, subito do¬
po il tornante di q. 485 (tav. S. Angelo d’Alife).
La formazione presenta uno spessore reale
di 7-800 metri, mentre in affioramento rag¬
giunge, per motivi tettonici, anche spessori
attorno i 1500-1600 metri.
L’età è Trias superiore (Norico-Retico p.p.
-- 445 —
probabile). Affiora diffusamente in tutta l’area
in esame e costituisce quasi per intero i rilievi
della dorsale tra la valle del Volturno e labi-
tato di Valle Agricola (zona B).
2.2 INFRALIAS-CRETACICO INFERIORE
I terreni attribuibili al Mesozoico, dall’Infra-
lias al Cretacico inferiore, affiorano nelle zone
B e C e costituiscono ovunque delle succes¬
sioni stratigraficamente continue marcate,
però, da forti eteropie di facies.
2. 2. -1 Zona B
Nei rilievi della zona B è ricostruibile una
successione stratigraficamente continua dall’In-
fralias all’Aptiano-Albiano e passante, inferior¬
mente, alle dolomie della formazione di Monte
Acuto. Alla successione viene dato il nome
del rilievo più alto e cioè il Monte lanara (q.
1575, ad Est di Valle Agricola 6-10 Km), anche
se su questo affiorano soltanto sedimenti dal
Lias al Giura a Cladocoropsìs , mentre i ter¬
reni più recenti sono bene esposti nei rilievi
contigui di Serra della Porcareccia e Serra
Sbregavitelli.
2. 2. -1. 1 Successione di Monte lanara
I caratteri litologici e paleontologici dei se¬
dimenti in esame richiamano le facies classi¬
che neritiche di piattaforma carbonatica che
costituiscono i rilievi, subito a oriente, di
Monte Pranzaturo, Monte Maio, Monte S.
Angiolillo, Monte Monaco di Gioia ecc.
a) Infralias.
Calcari spesso intraclastici e/o parzialmente
oolitici grigi o rosati, ricchi di gasteropodi,
megalodontidi e resti spatizzati di bivalvi tali
da costituire, a luoghi, delle vere e proprie
biostrome; calcari dolomitici grigi spesso sl.ro-
matolitici e con frequente zonatura aH’interno
dello strato dal grigio ferro al grigio perla,
per lo più sterili; dolomie subsaccaroidi,
anch'esse spesso con zonatura interna dal gri¬
gio al bianco o stromatolitiche, con rari me¬
galodontidi e gasteropodi. Questi termini li¬
tologici, in strati o per lo più in banchi sui
100-150 cm, si alternano irregolarmente pur
avendosi una generica prevalenza dei termini
dolomitici in basso e calcarei in alto.
Lo spessore totale dei sedimenti è di circa
350-400 metri. La loro precìsa datazione è
quanto mai incerta data la rarità dei fossili
significativi ed il loro cattivo stato di con¬
servazione. Si attribuisce, comunque, un’età
comprendente il Trias superiore ed il Lias
inferiore (Infralias) data la loro precisa ubi¬
cazione stratigrafica tra le dolomie nonché
ed i calcari a Palaeodasycladus . Soltanto alla
base Est di Serra Porcareccia sono state rin¬
venute, nella zona mediana della successione,
rari resti di cefalopodi, totalmente dolomitiz-
zati e rivestiti internamente da piccoli cristalli
di calcite. Alcuni di questi esemplari sembra¬
no, comunque potersi riferire a
Lytoceras sp.
b ) Lias medio-superiore.
Al Monte lanara e nei rilievi circostanti,
il Lias medio e superiore è facilmente databile
data la persistenza delle medesime biozone
rilevabili nei sedimenti vicini in facies tipiche
di piattaforma: calcari a Palaeodasycladus me-
diterraneus PIA, calcari a Orbitopsella prae-
cursor GUMBEL, calcari della facies a Lithio-
tis. Rispetto ai tipici sedimenti liassicì di
piattaforma, si osservano qui alcune differenze
costituite da una maggiore abbondanza dei
termini detriticì, dal colore dei calcari che
è spesso rosato, biancastro o avana chiaro,
nonché dalla presenza di rari livelli conglo¬
meratici di tipo ìntraformazionale. D’altro
canto, in parallelo con le serie liassiche di
aree tipiche di piattaforma (Monti a Nord di
Salerno, Monti Picentini, ecc.), anche qui nei
calcari della facies a Lithiotis, è presente un
livello, con spessore sui 100-150 cm., costi¬
tuito prevalentemente da ostreidi, pernidi e
altri grossi bivalvi spatizzati immersi in una
matrice argilloso-marnosa verde.
Lo spessore dei sedimenti liassici al Monte
lanara è di circa 300 metri.
c ) Dogger e Malm.
I terreni del Dogger-Malm affioranti nella
zona B e in particolare al Monte lanara ri¬
chiamano, più che quelli del Lias, i tipici
sedimenti di piattaforma. Le biozone rileva¬
bili sono quelle del Monte Monaco di Gioia
(Catenacci, De Castro, Sgrosso 1963), Monti
Picentini (Scàndone e Sgrosso 1962) ecc.: cal¬
cari a P fender dia, calcari a Cladocoropsis,
— 446 —
calcari a Clypeina, calcari a Organismo C
FAVRE.
Litologicamente si osserva, rispetto ai se¬
dimenti tipici di piattaforma: una diminu¬
zione dei calcari oolitici specie al livello del
Dogger basale sostituiti da un aumento dei
calcari con concrezioni aìgali (oncoliti); un
aumento dei materiali detritici; una generale
diminuizione dei livelli dolomitizzati; man¬
canza dei calcari con interstrati di selce in
corrispondenza dei calcari a Clypeina. Il colore
della roccia, sempre ben stratificata, è gene¬
ralmente marrone o grigio.
La successione dei terreni giurassici si
chiude con alcuni livelli, per uno spessore
complessivo di 10-15 metri, di calcari detritico-
oolitici nocciola, con ooliti nere spesso rotte
e rigenerate. Nei clasti sono anche presenti
frammenti di piccole dimensioni (1-1,5 mm)
di calcare nero (« Calcari a punti neri »
Auctorum).
Lo spessore totale dei sedimenti giurassici
è di circa 750-800 metri.
d) Neocomiano-Albiano.
Da monte lanara a Serra Sbregavitelli si
osserva chiaramente tutta la successione dei
terreni dal Malm all'Albiano probabile.
I sedimenti sono sempre calcarei ma con
differenze, rispetto alle facies di piattaforma,
piu marcate di quanto non fossero quelle dei
terreni giurassici.
Si osserva, infatti, la seguente successione
dal basso verso l'alto: calcari detritici e spesso
conglomeratici a grossi strati o in banchi
pressocchè privi di fossili salvo rari gaste¬
ropodi e diceratidi. Il colore prevalente della
roccia è bianco. I conglomerati sono in genere
costituiti da elementi litologicamente analoghi
al sedimento che li ingloba cui spesso fanno
graduale passaggio. Anche le associazioni mi¬
cropaleontologiche, per quanto banali (textu-
laridi, valvulinidi, rare miliolidi e cuneoline di
tipo primitivo), sono eguali sia nei ciottoli
che nella matrice. Questi sedimenti vengono
interpretati come dovuti a franamenti sotto¬
marini di materiali in via di diagenesi.
Verso l’alto della successione i calcari di¬
vengono meno conglomeratici, spesso stroma-
tolitici e con numerose cavità da disseccamento
riempite di calcite. I fossili sono abbondanti
con forme prevalenti di requienie e piccole
nerinee. Tra i microfossili: Bacinella irregula-
ris RADOICIC, Barkerìna sp., Orbitolina sp.,
cuneoline di tipo primitivo, miliolidi, codiacee.
L’età, quindi, dei sedimenti cretacici si
estende fino a comprendere probabilmente
l'Albiano. Il loro spessore complessivo è di
circa 300 metri.
2.2.-2 Zona C
Nella zona C, il Mesozoico al di sopra delle
dolomie di Monte Acuto si presenta sempre
in serie continue fino al Cretacico inferiore,
come per la zona B cui fa passaggio laterale
con continuità fisica. I sedimenti, però, mo¬
strano eteropie marcate e via via crescenti da
Est verso Ovest e da Sud a Nord, con ten¬
denza a passare da sedimenti prevalente¬
mente calcarei a sedimenti calcareo-marnosi o
marnosi.
Tali passaggi graduali, dati i chiari affiora¬
menti, vengono descritti singolarmente e non
schematizzati in un’unica successione tipo.
2. 2. 2-1 Successione di Monte Cappello
Al Monte Cappello (q. 1406), a Nord di
Vaile Agricola, e nei due rilievi adiacenti di
Monte Capello (q. 1390) ad Ovest e Monte
Rotondo a Nord (q. 1063), i quali tutti fanno
passaggio laterale fisico e stratigrafico ai rilievi
del gruppo di Monte lanara, è presente una
successione continua fino al Cretacico inferiore.
— Infralias.
Calcari, in strati e banchi, detritico-oolitici
con frequenti livelli conglomeratici di tipo
intraformazionale. I fossili, abbondanti, sono
in genere costituiti da forme spatizzate di
gasteropoli turricolati, megalodontidi e bivalvi
a guscio molto spesso confrontabili a
Opisoma sp.
I sedimenti presentano di frequente feno¬
meni spinti di dolomitizzazione, specie nella
parte superiore delTintervallo.
Lo spessore complessivo affiorante dei ter¬
reni infraliassici è di circa 400 metri e non
si osserva in campagna il passaggio alle sot¬
tostanti dolomie di Monte Acuto. Tale spes¬
sore è, pertanto, nettamente maggiore di
quello dei sedimenti coevi di Monte lanara,
anche se non è possibile specificare di quanto.
— 447 —
— Giura (Lias-Dogger-Malm).
Anche i terreni del Lias-Giura, con uno
spessore complessivo di circa 1200 metri,
presentano marcate differenze da quelli sin¬
croni di Monte Ianara. Queste possono es¬
senzialmente ravvisarsi, come per l’Infralias,
in un sentito aumento dei termini conglome¬
ratici di tipo intraformazionale. Ciò specie nel¬
la parte medio-basale del Lias e cioè prima
della comparsa nei sedimenti di quelle forme
spatizzate, in prevalenza ostreidi, tipiche nella
facies dei ben noti « calcari a Lithiotis », degli
Autori.
Il Lias superiore, invece, con calcareniti
grige ben stratificate conserva caratteri che
richiamano i sedimenti di piattaforma.
Nella sucessione di Monte Cappello è os¬
servabile l’inizio del livello argilloso-marnoso
verde, con ostreidi spatizzate, il quale esten¬
dendosi verso Est costituisce per la dorsale
a Nord di Valle Agricola un chiaro livello
guida per il Lias superiore.
I terreni del Giura s.s. (Dogger-Malm), ri¬
spetto alla successione di Monte Ianara, si
differenziano per un aumento notevole dei
termini grossolanamente detritici i quali, as¬
sieme a frequenti intercalazioni di calcari
pisolitici, costituiscono l’intera successione.
La stratificazione si mantiene abbastanza re¬
golare e distinta con strati sui 50-60 cm e
banchi oltre il metro. A chiusura dell’inter¬
vallo giurassico, si ritrovano gli stessi calcari
oolitico-detritici « a punti neri » già rilevati
nel Giura di Monte Ianara.
Analogamente alle differenze litologiche, ab¬
bastanza marcate sono le differenze paleonto¬
logiche rispetto alle serie tipo di piattaforma.
Sono quasi assenti, infatti, i Palaeodasycladus
che si rinvengono soltanto sporadicamente e
per lo più negli elementi dei livelli conglome¬
ratici al di sotto dei calcari della facies a
Lithiotis. Le orbitopselle sono, invece, discre¬
tamente presenti ma in esemplari molto sparsi
nell’ambito di un intervallo molto più ampio
che nelle tipiche successioni di piattaforma.
La zona a Cladocoropsis è pressocchè scom¬
parsa salvo qualche esemplare negli elementi
conglomeratici e così dicasi per l’Organismo
C FAVRE.
— Cretacico inferiore.
Sul versante Nord di Monte Cappello affio¬
rano, per uno spessore di circa 200 metri,
calcari attribuibili al Cretacico inferiore per
la presenza ai livelli più alti di Bacinella irre-
gularis, cuneoline primitive e qualche rara
forma di requienia.
Litologicamente si tratta degli stessi calcari
conglomeratici biancastri, in strati e banchi,
rinvenuti al Monte Ianara. Qui, però, sono del
tutto assenti i calcari stromatolitici ma pro¬
babilmente non si raggiungono le medesime
altezze stratigrafiche.
2. 2.2-2 Successione di Monte Favaracchi
I terreni che costituiscono la successione
in esame si estendono dall’Infralias al Creta¬
cico inferiore (probabile).
Al Monte Favaracchi (q. 1219) affiorano sol¬
tanto fino al Lias superiore mentre i termini
più recenti si possono osservare sul rilievo
subito a Sud in corrispondenza della condotta
forzata dal lago di Letino alla centrale elet¬
trica di Prata.
— Infralias.
I terreni appartenenti all’Infralias, dei quali
però non affiora il passaggio alle sottostanti
dolomie triassiche, al Monte Favaracchi pre¬
sentano spessori di affioramento notevoli, in
quanto ripetuti da numerose faglie normali.
Lo spessore reale è desumibile soltanto ap¬
prossimativamente ma, comunque, non sembra
inferiore ai 600 metri.
La facies dei sedimenti è inizialmente al¬
quanto simile a quella della sezione di Monte
Ianara e cioè presenta caratteri di sedimenta¬
zione prossimi a quelli di piattaforma. Quindi,
dopo circa 100 metri di spessore, si passa gra¬
dualmente ma velocemente da dolomie e cal¬
cari dolomitici stromatolitici a conglomerati
quasi del tutto dolomitizzati e con modeste
plaghe calcaree. La dolomitizzazione va in ge¬
nere diminuendo, fino a scomparire del tutto,
man mano che si l'isale nella successione e
ciò, verosimilmente, dopo uno spessore di
100-150 metri.
I conglomerati superiori, non dolomitiz¬
zati, sono per lo più a matrice prevalente con
gli elementi litologicamente uguali tra loro e
alla matrice, cui per lo più fanno passaggio
graduale e sfumato.
I sedimenti sono in prevalenza calcarei,
calcareo-marnosi e, subordinatamente, marno¬
si. Sono fortemente policromi, specie ai livelli
— 448 —
superiori, con toni che variano dal rosa al
viola e dal giallo al nocciola. La stratificazione
non è sempre presente e per lo più difficil¬
mente distinguibile. Lì dove questa è rilevabile
lo spessore degli strati si mantiene sui
70-80 cm.
— Lias medio-superiore.
Il limite Infralias-Lias è alquanto dubbio
non potendosi operare in campagna una netta
differenziazione tra sedimenti liassici e infra-
liassici se non che per una certa diminuizione
della frazione calcarea e il rinvenimento di
qualche rara forma di Palaeodasycladus. An¬
che per il Lias, infatti, continuano le facies
conglomeratiche fortemente policrome. I con¬
glomerati sono sempre a matrice prevalente;
la stratificazione è mal distinguibile fino a
scomparire del tutto in corrispondenza di veri
e propri ammassi conglomeratici, più fre¬
quenti subito al di sotto ed in corrispondenza
della comparsa delle prime orbitopselle. È qui
però, impossibile parlare di biozone sia perchè
i ritrovamenti paleontologici sono del tutto
casuali, data la scarsezza degli esemplari, sia
perchè i sedimenti presentano evidenti e spinti
fenomeni di rimaneggiamento intraforma-
zionale.
Nella porzione superiore deH’intervallo, più
frequenti al Monte Favaracchi che nella suc¬
cessione, a Sud, della condotta, ai conglome¬
rati si intercalano livelli ìenticolari di marne
rosse e verdi sottilmente stratificate (10-15 cm)
con spessori massimi sui 7-8 metri. Lo spessore
totale dei sedimenti liassici è sui 500 metri.
— Giura s.s. (Dogger-Malm).
Il limite Lias-Giura, data la facies dei sedi¬
menti, è del tutto approssimato. Questo viene
posto al di sopra delle intercalazioni marnose
ed in corrispondenza della scomparsa (?) del
Palaeodasycladus.
Al disopra di tale limite si ha una persi¬
stenza delle facies conglomeratiche già viste
nel Lias anche se con ammassi meno vistosi
e con la scomparsa di un accenno a stratifi¬
cazione regolare. La stratificazione, con banchi
sul metro, diventa abbastanza netta a livelli
stratigrafici superiori, dopo circa 150-200 me¬
tri di sedimenti e cioè in parallelo con la di¬
minuzione, nei sedimenti, della frazione
marnoso-argillosa. Trattasi sempre di conglo¬
merati con molta matrice o a matrice preva¬
lente ma sia gli elementi che la matrice diven¬
gono francamente calcarei.
Ai livelli superiori dell’intervallo giurassico,
ai conglomerati, si intercalano banchi di cal¬
cari « pisolitici » ed oolitico-detritici avana.
La chiusura di detto intervallo viene posta
col ritrovamento, in successione normale, dei
« calcari a punti neri » e cioè di quei sedi¬
menti già ritrovati nelle successioni precedenti
con localizzazione stratigrafica, appunto, al
passaggio Giura-Cretacico.
Lo spessore complessivo dei sedimenti giu¬
rassici è di circa 900 metri.
— Cretacico inferiore.
Nella successione del Monte Favaracchi, la
presenza del Cretacico inferiore non è docu¬
mentabile paleontologicamente ma è da porsi
probabile soltanto in base ad analogie lito¬
logiche.
Al di sopra, infatti, dei « calcari a punti
neri » sul rilievo della condotta forzata, se¬
guono, per 30-40 metri, dei calcari conglome¬
ratici litologicamente simili a quelli già de¬
scritti, per il Cretacico inferiore, nelle altre
successioni. In questi, però, non sono stati
ritrovati fossili di preciso valore stratigrafico.
2 .2 .2-3 Successione di Monte Pignatiello
Tra il Monte Favaracchi e Letino, sempre
nella zona C, si ritrovano tre rilievi riportati,
nella tavoletta Gallo, con i seguenti toponimi:
La Maiorana (q. 1076); Monte Canalone (q.
1062); Monte Pignatiello (q. 1196).
Questi, sbloccati da modeste faglie normali
dal Monte Favaracchi a Sud, risultano formati
da terreni esclusivamente liassici dei quali
si ritiene utile la descrizione in quanto rap¬
presentano la logica evoluzione eteropica
della successione dianzi descritta.
Lo spessore complessivo dei sedimenti
è di circa 400 metri e la successione
tipo è la seguente; dal basso verso l’alto:
— marne e calcari marnosi fortemente po¬
licromi (viola, giallo e verde), nodulari. La
stratificazione è bene evidente con strati fino
a 35-40 cm. Lo spessore complessivo è di circa
30 metri. I fossili rinvenuti, sia micro che
macro, consistono essenzialmente in rari ra-
diolari e in bivalvi a guscio molto sottile
rilevabili come tanti filamenti in sezione sot¬
tile o sulla superficie fresca della roccia;
— 449 —
— calcari grossolanamente detritici, in strati
sui 60-70 cm, con fossili di tipo esclusiva-
mente liassico presenti solo nei clasti ( Palaeo -
dasycladus e Orbitopsellà). Lo spessore com¬
plessivo dei calcari è di circa 15-20 metri;
— marne e calcari marnosi come il primo
termine per uno spessore sui 15-20 metri;
— conglomerati calcareo-marnosi, con mol¬
ta matrice o a matrice prevalente, fortemente
policromi sia la matrice che gli elementi.
La stratificazione è di norma poco o niente
distinguibile salvo che per zone, dove si pre¬
sentano, per lo più, in banchi superiori ai
metro. Ai conglomerati si intercalano, lentico-
I arme n te, marne e calcari marnosi nodulari
verdi o viola. I fossili rinvenuti, sia negli ele¬
menti che nella matrice dei conglomerati, sono
quelli tipici Massici. Lo spessore complessivo
dei conglomerati è sui 250-300 metri.
Della successione descritta, i termini fino alla
porzione basale dei conglomerati affiorano al
Monte Pignatiello, mentre La Maiorana e
Monte Canalone sono esclusivamente formati
dal termine conglomeratico superiore.
Una analoga successione si ritrova, sempre
nella zona C, spostandosi verso NE, alle Cese
di Cangio e Costa Tre Faggi e cioè sui ver¬
santi Sud di Monte Valle Diamante e Serra
delle Vallocchie Scure. Anche in queste zone
ricompaiono i medesimi terreni marnosi e cal¬
careo-marnosi variegati e nodulari di Monte
Pignatiello mentre i termini più alti, e cioè i
conglomerati, sono esclusivamente calcarei e
di colore biancastro con plaghe rosate, sia
la matrice che gli elementi.
I termini conglomeratici Massici riaffiorano,
infine, sul bordo Nord del Matese a SE di
Roccamandoifi.
2.22-4 Sezione del Monte Castello di Letino
Al Monte Castello, ricadente sempre in quel¬
la che è stata definita come zona C e sulle cui
pendici meridionali è edificata la maggior par¬
te di Latino, affiorano dei calcari conglome¬
ratici di tipo intraformazionale e di colore
predominante biancastro (elementi e matrice)
o verde (matrice). GM elementi dei conglome¬
rati, anche qui, si presentano spesso « riassor¬
biti » dalla matrice. Questi terreni sono sepa¬
rati per faglia (inversa?) da quelli di Monte
Pignatiello. La stratificazione è poco distingui¬
bile e ciò anche a causa della intensa frattu¬
razione. Ciò impedisce anche la esatta valuta¬
zione del loro spessore complessivo, il quale,
comunque, non sembra dover superare i 250
metri. I fossili quanto mai rari, sono costituiti
da requienie, Bacinella irregularis, cuneoline
primitive ed altre forme banali.
L’età è genericamente Cretacico inferiore e
la successione litologica, pur richiamando quel¬
le finora viste per il Cretacico inferiore sia
al Monte lanara che al Monte Cappello, si
differenzia tuttavia da queste per l’assenza
di termini calcarenitici.
23 CRETACICO MEDIO-SUPERIORE
Nell’area del Matese occidentale i sedimenti
attribuibili al Cretacico medio-superiore affio¬
rano in tutte le zone distinte e sono ovunque
trasgressivi anche se rapportabili a differenti
fasi di ingressione. Possono, comunque, di¬
stinguersi le seguenti tre successioni tipo cor¬
rispondenti, rispettivamente, da Sud a Nord:
alla zona A; alle zone B, C e D; alla zona E.
2.3-1 Zona A - Sezione del Castello di S.
Angelo d'Alife
Calcilutiti e calcareniti grigio-scure in strati
e straterelli con rare ippuriti e microfossili
( Cuneolina pavonia parva ; Aeolisaccus kotori;
Dicyclina schlumbergeri in associazione a tex-
tularidi, miliolidi e ophtalmididi). I calcari
sono intensamente fratturati e spesso cala¬
ci asiici, Lo spessore dell’affioramento è, per¬
tanto, difficilmente valutabile ma non sembra
superare i 120-130 metri. Superiormente è
troncato dalla trasgressione dei terreni mioce¬
nici del tipo Formazione di Cusano (Selli
1957) mentre, a Nord, è accostato per faglia
diretta alle dolomie triassiche.
La base stratigrafica dei calcari descritti
non è osservabile in quanto questi « emer¬
gono » dalle alluvioni della valle del Volturno.
Considerando, però, le facies e l’ubicazione
dell’affioramento sono da correlare con la
porzione medio-superiore (Turoniano-Senonia-
no p.p.) dei circostanti sedimenti dell 'inter¬
vallo cretacico al di sopra dei livelli bauxitici
(Matese orientale ad Est; gruppo del Monte
Maggiore a Sud). Pertanto, appartengono pa-
leogeogra I < carne aie all’area di sedimentazione
della piattaforma carbonatica con bauxiti.
I sedimenti descritti non presentano altri
affioramenti nell'area in istudio.
29
MONTE CASTELLO MONTE FAVARACCHI MONTE CAPPELLO MONTE 1 AMARA
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— 451 —
2.3-2 Zone B, C, D: Sezione di Monte Croce
Relativamente all’intervallo considerato, nel¬
le zone B, C e D affiorano soltanto termini del
Cretacico alto (Campaniano-Maastrichtiano)
ovunque trasgressivi sulle sottostanti serie
mesozoiche troncate a varie altezze stratigra¬
fiche. La successione litologica di questi terre¬
ni è costantemente la stessa anche se variano
da zona a zona gli spessori e, a luoghi, per i
caratteri connessi ad una trasgressione, ven¬
gono a mancare alcuni dei livelli più bassi.
Se ne descrive, pertanto, la successione più
completa, affiorante nella zona D e precisa-
mente al Monte Croce, un paio di chilometri
a Nord dell’abitato di Gallo.
Qui, su un basamento triassico, trasgredi¬
scono direttamente i terreni del Cretacico su¬
periore con una successione litologica, dal
basso verso l’alto, così disposta:
— conglomerati ad elementi delle sottostan¬
ti formazioni mesozoiche, in matrice verde,
dolomitizzati. Lo spessore è variabile ma non
supera i 7-8 metri;
— calcilutiti, per lo più straterellate, di co¬
lore bianco-verdino, con fogliettatura interna.
A queste si intercalano, con frequenza mag¬
giore verso l’alto, livelli calcarenitici e bio-
clastitici a frammenti di rudiste, bianchi. Lo
spessore dei sedimenti descritti è sui 40-50
metri. I fossili più significativi rinvenuti sono:
Globotruncana lapparenti Brotzen, Orbitoides
media (D’Archiac), Siderolites calcitrapoides
Lamark, Orbitoides sp.;
— calcareniti bioclastiche e bioclastiti a
frammenti di rudiste (« calcari pseudosacca-
roidi », Pescatore, 1965). I fossili rinvenuti
sono: Orbitoides media, Siderolites calcitra¬
poides, Omphalocyclus sp., Orbitoides sp.,
Globotruncana sp. Lo spessore delle calcareniti
è sui 30-40 metri.
L’età complessiva della successione è, per¬
tanto, Campaniano-Maastrichtiano. Questa,
come già detto, ovunque trasgressiva è rap¬
presentata:
Nella zona B: da conglomerati con inter¬
calazioni calcarenitiche e bioclastiche bianca¬
stre, per uno spessore complessivo di 5-6 me¬
tri e trasgredisce direttamente sui calcari
conglomeratici del Cretacico inferiore alla base
di Nord Est di Monte lanara;
Nella zona C : da conglomerati basali con
spessori variabili da 1 a 5-6 metri, quindi dalle
calcareniti e bioclastiti a frammenti di rudi¬
ste per uno spessore di 50-60 metri massimo.
Procedendo da Ovest verso Est, i terreni a
letto della trasgressione diventano via via più
recenti, dall’Infralias alla Serra di Valle
Fredda, al Lias ed al Giura alle « Rave la
Noce », fino al Cretacico inferiore alla Serra
delle Vallocchie Scure e a Monte Alto;
Nella zona D : dalla successione descritta
per il Monte Croce, quasi sempre completa
anche se con spessori variabili che aumentano
procedendo da Sud a Nord e da Ovest ad Est.
A luoghi, le calcilutiti si estendono fino alla
sommità della successione con le calcareniti
presenti come intercalazioni.
2.3- 3 Zona E: Sezione di Monte Patalecchia
Per quanto concerne la zona E e cioè il
gruppo del Monte Patalecchia, si ha, relati¬
vamente all’intervallo considerato, la succes¬
sione più completa con sedimenti che deno¬
tano un chiaro ambiente profondo e trasgre¬
discono sulle dolomie triassiche. I terreni
comprendono dal Cenomaniano (probabile) al
Maastrichtiano e sono stati già studiati in
dettaglio da Pescatore (1964-65). Se ne ripor¬
tano, qui, i caratteri più salienti, dal basso
verso l’alto:
— brecce ad elementi calcareo-dolomitici
con noduli di selce e con intercalazioni len-
ticolari di marne calcaree e livelli di selce
nera. Spessore 100 metri. Cenomaniano (pro¬
babile);
— calcareniti e calciruditi con liste e noduli
di selce bianca. Spesore 30-40 metri. Turoniano-
Senoniano inferiore;
— separati da un bianco conglomeratico dai
termini sottostanti, seguono alternanze di:
calcareniti e calciruditi spesso bioclastiche con
frammenti di rudiste (« calcari pseudosacca-
roidi »). Spessore 120-150 metri. Campaniano-
Maastrichtiano.
2.3- 4 Riepilogo
Prendendo in considerazione i dati dianzi
esposti, relativamente ai terreni del Cretacico
medio-superiore, si ha per il Matese occiden¬
tale il quadro seguente.
Al margine Sud (Castello di S. Angelo d’Ali-
— 452 —
fe) e cioè nella zona A, permane il dominio
della piattaforma carbonatica con le bauxiti,
sulle quali ingredisce il mare cenomaniano.
Più a Nord, relativamente alle zone B, C, D
ed E, la trasgressione cretacica si inizia anche
a livello cenomaniano per la zona E e nel
Campaniano-Maastrichtiano si estende sulle
zone B, C, D. La direzione di ingressione è
da Nord a Sud e da Est verso Ovest (Pesca¬
tore 1964-65), con direzione cioè opposta a
quella sulle bauxiti da Sud a Nord e da
Ovest verso Est (D’Argenio 1963).
Le dorsali centrali del Matese occidentale e
cioè quelle corrispondenti alla zona B, rispetto
alla trasgressione Campaniano-Maastrichtiana,
vengono, pertanto, a rappresentare il limite di
massima estensione di un ciclo sedimentario
iniziatosi, a Nord, almeno durante il Ceno¬
maniano (Monte Patalecchia). A tale età sa¬
rebbe, quindi, anche da riportare l’individua¬
zione della zona D quale bordo meridionale
del bacino molisano-sannitico.
2.4 PALEOGENE-MIOCENE
I sedimenti terziari, nell'area in esame, sono
diffusamente affioranti soltanto nella parte
settentrionale mentre si riducono a piccoli
lembi nei rilievi più a Sud.
Lo studio della loro stratigrafia di dettaglio
è ancora in corso. Comunque, anche con i
dati attualmente disponibili, editi e inediti,
è possibile avanzare alcune considerazioni.
In corrispondenza delle zone A, B, C e D
p.p., a Sud e D p.p. ed E, a Nord, si individuano
rispettivamente due regioni con sedimenta¬
zione differente:
— Zone A, B, C e parte meridionale di D.
Sui terreni mesozoici, trasgredisce diretta-
mente il Miocene in facies calcarenitica o cal-
ciruditica con litotamni, briozoi, ostreidi, an-
fistegine ecc. (Formazione di Cusano). Affiora¬
menti di tale formazione si rinvengono:
— al Castello di S. Angelo d’Alife (zona A),
dove, in concordanza sui calcari cretacici,
trasgrediscono delle calcareniti giallastre e cal-
ciruditi con fossili paleogenici rimaneggiati,
anfistegine e piccoli litotamni;
— a Monte S. Silvestro (zona B, due chi¬
lometri a Sud di Valle Agricola). In questa
località, la formazione di Cusano poggia con
stratificazione concordante direttamente sulle
dolomie triassiche. I rapporti sembrano tra¬
sgressivi ma la zona di contatto si presenta
alquanto tettonizzata risentendo del sovrascor-
rimento, sulla formazione di Cusano e sul
Trias, di una massa di calcari infraliassici
correlabili con quelli della serie di Monte
Ianara. Tra i calcari del Cusano e quelli in¬
fraliassici, vi sono, altresì, comprese tettoni¬
camente delle quarzareniti sterili e di colore
marrone scuro;
— alla base NE di Monte Ianara (zona B)
al di sopra dei calcari Maastrichtiani: con¬
glomerati e brecciole calcaree a litotamni e
briozoi con fossili paleogenici rimaneggiati,
per uno spessore complessivo di 3-4 metri;
— sui rilievi subito ad Est di Letino (zona
C) direttamente al di sopra dei calcari con¬
glomeratici del Cretacico inferiore o sulle
calcareniti Maastrichtiane: calcari a litotamni,
briozoi e ostreidi per uno spessore massimo
di 5-6 metri;
— al Monte Ciannamiello e alla base Nord
di Punta delle Airelle, ad Ovest di Gallo (par¬
te meridionale della zona D). Qui, ai terreni
tipici della formazione di Cusano con spessori
variabili da 1-2 a 10-15 metri e trasgressivi sul
Maastrichtiano, si susseguono, in continuità
stratigrafica, le marne versi lastroidi della For¬
mazione di Longano (Selli 1957) elveziane e
aventi uno spessore attorno ai 10 metri. Quin¬
di, sempre con graduale passaggio stratigra¬
fico, i terreni miocenici evolvono a flysch del
tipo « Formazione di Pietraroia » (Selli 1957),
il quale riempie interamente la conca di Gallo
fino e oltre Letino. Superiormente al flysch, si
sovrappongono tettonicamente, o almeno con
passaggio fortemente tettonizzato, arenarie
quarzose piuttosto tenere e a cemento calca¬
reo, raramente alternate da banchi di argille
sabbiose azzurre (Formazione di Frosolone -
Selli 1957). Questi ultimi terreni sono par¬
ticolarmente estesi subito ad Est di Letino
fino a Campo delle Secine.
— Zona E e parte settentrionale di D.
A Nord e cioè in corrispondenza della parte
settentrionale della zona D e della zona E i
sedimenti terziari trasgrediscono costantemen¬
te sul Maastrichtiano. La base della trasgres¬
sione non è però rappresentata dalle calcareni¬
ti e calciruditi a litotamni ma tra queste e i
— 453 —
calcari pseudosaccaroidi risultano interposti
altri sedimenti.
Lo spesore di questi sedimenti interposti,
pur estremamente variabile, dimostra un pro¬
gressivo e costante ispessimento in direzione
Nord, Nord-Est ed Est (Monteroduni, Scino,
Cantalupo); man mano, cioè, che si procede
dal massicio del Matese verso le aree del ba¬
cino molisano-sannitico, dove è stata dimo¬
strata una continuità stratigrafica tra i sedi¬
menti medio-cretacei e quelli miocenici
(Signorini e Devoto 1962). Inoltre, mentre
nella zona D i sedimenti interposti tra Creta¬
cico e Miocene sono sempre in prevalenza
conglomeratici, procedono verso i bordi set¬
tentrionali della stessa zona e nella zona E,
vengono ad individuarsi delle formazioni con
caratteri litologici e paleontologici tra loro
nettamente differenti (calcari avana a nummu-
liti, eocenici; marne, verdi, oligoceniche ecc.).
Tale situazione porta ad individuare nella
zona D, per tutto il Paleogene, il bordo del
bacino molisano-sannitico. Bordo, soggetto a
frequenti oscillazioni con fasi probabili di
emersione o, comunque, con successioni stra¬
tigrafiche interessate da ripetute lacune. Ciò
è stato già messo in luce da Pescatore (1964-
65) e, di recente, documentato dal lavoro di
Sgrosso e Torre (1968) i quali datano, nella
zona di Monteroduni all’Eocene, e con ogni
probabilità anche all’Oligocene, i depositi cla¬
stici trasgressivi sui calcari Maastrichtiani e
sottostanti alla formazione di Cusano.
Per quanto concerne in dettaglio le serie
del bacino molisano-sannitico si rimanda ai
lavori di: Signorini e Devoto (1942); Pesca¬
tore (1964-65); Pieri (1966).
In particolare per le facies paleogeniche
del Matese occidentale, relativamente alle zone
D p.p. ed E, si ha la seguente distribuzione
areale e le seguenti successioni tipo:
a) facies esclusivamente conglomeratiche
con fossili paleogenici per lo più rimaneggiati
(nummuliti, alveoline, ortofragmine, globo-
rotalie, globigerinidi, ecc.);
- — Monte Croce a Nord di Gallo; spessore
3-4 metri;
— - Monte La Traversa, Monte Macchia Fer¬
rara, Coste dei Favali (sulla dorsale a Nord di
Gallo e Letino); spessore massimo 20 metri
circa;
— Monte Mersa del Socio, Colle Torricelli
e colline attorno Vallelonga; spessore massimo
80-85 metri;
b) facies lievemente differenziate. Le fa¬
cies prevalentemente conglomeratiche persisto¬
no ai livelli basali ma, a livelli più alti nella
successione, si ha la individuazione netta di
sedimenti caratteristici, anche se di limitato
spessore (5-15 metri massimo), quali: calca-
reniti avana con nummuliti e intercalazioni
di scaglia rossa (Eocene); marne o calcilutiti
verdi e rosse di probabile età oligocenica:
— colline tra Macchia d’Isernia e Monte¬
roduni;
— Monte Caruso, Monte Scino e Serra
Chiapponi sulla dorsale tra Monteroduni e
Roccamandolfi;
c ) facies nettamente differenziate appar¬
tenenti probabilmente ancora ad una succes¬
sione paleogenica trasgressiva o, comunque,
con spessori delle formazioni ridotti rispetto
a quelle analoghe del bacino molisano-sanni¬
tico: calcari maastrichtiani con alla sommità
lenti di scaglia rossa probabilmente paleoceni¬
ca; livelli conglomeratici (trasgressione?); cal-
careniti avana a nummuliti (spessori da 30 a
50 metri - Eocene); marne e calcari marnosi
verdi a luoghi con selce e con intercalazioni
di calcareniti bianche (spessori da 15 a 70
metri - Oligocene); Formazione di Cusano e
successive formazioni mioceniche:
— Monte Alto e Colle Caterazzi, rispettiva¬
mente ad Ovest e a Sud di Longano;
— rilievi tra S. Agapito, Monte Patalecchia
e Pei {ora nello del Molise.
Al di sopra della formazione di Cusano, la
successione dei terreni miocenici è quella, ben
nota, riportata in Selli (1957).
2.5 SEZIONE DI CONTRADA SERRACCHIETA
Viene, qui, considerata, in un capitolo a
parte, la situazione di contrada Serracchieta,
circa 2 Km ad OSO dell’abitato di Valle Agri¬
cola e in sinistra orografica al fosso di Rave
Secca (tavoletta I.G.M. di Gallo). Tale parti¬
colare considerazione è motivata dal fatto che
i terreni ivi affioranti, pur appartenendo a
formazioni già descritte, non trovano un sem¬
plice inserimento nel quadro stratigrafico dei
capitoli precedenti. Inoltre, in tale zona ricade
una delle situazioni tettoniche chiave per l'in¬
terpretazione dell’assetto strutturale di tutto
il Matese occidentale.
454
m
%
o
o
Fig. 3. — Schema di correlazione stratigrafica tra le principali successioni dal Cretacico superiore al Miocene. Da Nord a Sud.
già: 1 - calcari a rudiste; 2 - « calcari pseudosaccaroidi »; 3 - calcari nummulitici; 4 - marne verdi e calcari marnosi talora con selce; 5 - con¬
glomerati con lenti marnose; 6 - calcari a litotamni (Formazione di Cusano); 7 - marne verdi lastroidi (Formazione di Longano); 8 - flysch.
— 455 —
Procedendo da Valle Agricola sulla mulat¬
tiera che porta a Fontana S. Nicandro e,
quindi, verso Contrada Serracchieta, dopo aver
superato un lembo di quegli accumuli detritici
che con spessori variabili ed estensione di¬
scontinua ricoprono il fondo valle e le pen¬
dici alle quote più basse, affiorano dei calcari
grossolanamente detritici biancastri o conglo¬
meratici, ricchi di rudiste a frammenti o molto
usurate. I clasti provengono da tutte le for¬
mazioni del Mesozoico calcareo, dalle dolomie
triassiche ai calcari a Cladocoropsis ed ai cal-
nei costoni e non presenta marcate oscillazioni
altimetriche, è possibile dedurre una sovrap¬
posizione tettonica dei terreni triassici su quel¬
li maastrichtiani.
L'affioramento descritto inizia grosso modo
a quota 725 e termina attorno quota 780 circa.
Procedendo sempre sulla stessa mulattiera, a
q. 799, si dirama un sentiero che, a mezza-
costa, si porta a q. 818 sulla mulattiera che
dal fondovalle, in contrada Cannavine, porta
alla Serra di Vallelunga. Seguendo questo sen¬
tiero, dopo aver percorso qualche centinaio
Fig. 4. — Spaccato in corrispondenza di contrada Serracchieta.
1 - Dolomie triassiche; 2 - successione calcarea di transizione (zona B) dall’Infralias al Malm; 3 - calcari
maastrichtiani; 4 - marne rossastre (paleogeniche ?); 5 - calcari a nummuliti con livelli canglo-
meratici; 6 - calcari a litotamni ( Formazione di Cusano); 7 - copertura detritica.
cari a requienie. I fossili più recenti rinvenuti
nei livelli calcarenitici o nella matrice dei
conglomerati denotano associazioni microfau¬
nistiche maastrichtiane, del tutto analoghe a
quelle già descritte per i « calcari pseudosac-
caroidi », dei quali ripetono anche la litologia,
specie nei livelli calcarenitici.
Le rocce descritte, emergenti dal detrito e
costantemente cataclastiche, soltanto sul lato
sud deH’affioramento vengono a contatto tet¬
tonico con una milonite costituita da dolomie
triassiche che affiorano meno disturbate e in
banchi evidenti a quote maggiori. Il tipo di
contatto non è bene evidente sul terreno data
l’intensa copertura boschiva ma, seguendone
l’andamento che rientra nelle incisioni, sporge
di metri su calcari dolomitici deH'Infralias,
bruscamente si passa su un affioramento di
calcari biancastri detritici e conglomeratici. La
litologia e le associazioni faunistiche di questi
sono del tutto simili a quelle dei sedimenti
interposti tra il Cretacico ed il Miocene nella
zona D. Quest’affioramento si estende fino alla
mulattiera verso Serra di Vallelonga ed i ter¬
reni descritti sono spesso itnervallati da affio¬
ramenti ancora di calcari maastrichtiani, lembi
di scaglia rossa paleocenica e calcari della For¬
mazione di Cusano. I rapporti tra queste varie
formazioni non sono sempre evidenti e lì dove
è possibile osservarli, sono costantemente tet¬
tonici o per lo meno tettonizzati. Si hanno, in
definitiva, validi elementi di campagna che
— 456 —
fanno ritenere i terreni descritti come un in¬
sieme caotico di blocchi appartenenti a for¬
mazioni differenti.
La roccia è quasi sempre in condizioni cata-
clastiche.
Considerando un tutt’uno questi sedimenti
tardo cartacei-terziari essi vengono a costitui¬
re una fascia a mezza costa, per una lun¬
ghezza di circa un chilometro ed una larghezza
massima di 300-350 metri. Tale affioramento,
sul lato a valle, s’immerge sotto il detrito di
falda mentre sul lato a monte e cioè verso
Sud, viene a contatto con una cataclasite
bianca dolomitica appartenente alle dolomie
triassiche di « Le Coste Arse ».
I rapporti sono tettonici per sovrapposi¬
zione delle dolomie triassiche sui terreni cre-
tacico-terziari. Il piano di contatto è facilmente
desumibile daH’andamento della sua linea di
intersezione con la topografia esterna. Esso
presenta una immersione a Sud con valori
angolari, verosimilmente, non superiori ai
25-30°.
Sul bordo Nord ed Est, i sedimenti cre-
tacico-terziari descritti nonché le dolomie del
Trias ed i sovrastanti calcari dellTnfralias,
vengono a contatto per faglie normali con la
serie giurassica di Monte lanara.
Contrada Serracchieta, data la sua ubica¬
zione, ricade nella zona B ed i terreni che la
circondano lo dimostrano chiaramente. I ter¬
reni cretacico-terziari che, invece, vi affiorano,
sottoposti tettonicamente alle successioni
mesozoiche tipo piattaforma, trovano una giu¬
sta collocazione soltanto molto più a Nord
nella zona D o nella zona E. Nelle zone, cioè,
di affioramento normale dei terreni paleoge¬
nici, con i calcari maastrichtiani alla base ed
i calcari della formazione di Cusano in alto.
3. TETTONICA
Dai dati direttamente rilevabili sul terreno,
si individua nell’area del Matese occidentale
l’esistenza di più fasi tettoniche succedutesi
a partire dallTnfralias al Mio-Pliocene.
La presenza, infatti, di sedimenti conglo¬
meratici (zona C) a livello infraliassico, sovra¬
stanti una piattaforma dolomitica ed eteropici
a sedimenti tipo piattaforma (zona B) nonché
tendenti a sedimenti calcareo-marnosi verso
Nord, sono da porre in relazione ad una evo¬
luzione del fondo marino verso una morfo¬
logia più accidentata con approfondimento di
alcune aree (zona C) e probabile emersione
di altre (zone D ed E). Di tali eventi non si
conservano, però, tracce dirette sul terreno se
non nelle lacune stratigrafiche delle varie suc¬
cessioni e nelle variazioni di facies dei sedi¬
menti. Il motivo di ciò, a nostro avviso, va
probabilmente ricercato nel fatto che questi
sono stati dei movimenti piuttosto lenti e
graduali che gli eventi sedimentari hanno
quasi del tutto mascherato nelle loro mani¬
festazioni più evidenti. Potrebbero, però, rav¬
visarsi sul terreno quelle faglie maggiori pe¬
rimetrali alle zone emerse (zona D ed E) se
queste non fossero state mascherate da una
ripresa, e conseguente ringiovanimento, in fasi
tettoniche più recenti. Ci si riferisce, verosi¬
milmente, alla linea di faglia NO-SE che, sul
versante Sud, limita la dorsale del Monte Cro¬
ce a Nord di Gallo, ripresa certamente in una
fase tettonica tardiva mio-pliocenica ed alla
faglia SSO-NNE che, ad Est di Letino, corre
lungo la Valle Astora certamente attiva du¬
rante il Miocene e forse anche durante il
Cretacico.
Una seconda fase tettonica, invece, i cui
motivi fondamentali sono chiaramente indivi¬
duabili sul terreno, è quella medio-cretacica
(Albiano probabile) che ha interessato non
solo il Matese ma buona parte dell’Appennino
calcareo ed alla quale sono riconducibili i
ben noti giacimenti bauxitici del Matese orien¬
tale e di numerose altre zone.
Nell’area da noi presa in considerazione,
tale fase tettonica determina un generale sol-
levamento e si esplica con evidenti faglie
normali con rigetti anche dell’ordine dei 3-400
metri, le quali sbloccano le pile dei sedimenti
carbonatici in vari elementi. In particolare,
configurano, in corrispondenza della parte set¬
tentrionale della zona C, una struttura ad
horst allineata Ovest-Est, emersa durante il
Cretacico medio-superiore e successivamente
paneplanata e ricoperta dall'ingressione cam-
paniana-maastrichtiana (Ietto 1965).
Tutta l’area del Matese occidentale ha, per¬
tanto, risentito della fase tettonica medio¬
cretacica in uno con la piattaforma delle bau¬
xiti ma ha avuta una differente evoluzione nel
senso che, durante il Cenomaniano superiore-
Turoniano, non è andata soggetta alla tra¬
sgressione dei calcari a rudiste. Questi ultimi
•— 457 —
sedimenti, per quanto atipici, nell'area in
esame, si rinvengono solo al bordo meridio¬
nale e cioè al Castello di S. Angelo d’Alife
(Zona A); questa, pertanto, risulta essere la
unica zona del Matese occidentale il cui pa-
leotettonismo è simile alla piattaforma delle
bauxiti e alla quale è certamente da rac¬
cordare.
Analogamente alla zona A, anche la porzione
settentrionale dell'area in esame (zona E),
durante il Cenomaniano, si sblocca, verosimil¬
mente, mediante faglie dirette Est-Ovest. Su
questa porzione ingredisce da Nord e da Est
il mare del bacino molisano-sannìtìco.
Le porzioni centrali dei terreni in istudio
(zone 8. C e D), rispetto a entrambe le sud¬
dette trasgressioni, rimangono in emersione.
Volendo segnalare alcune faglie, ancora
chiaramente osservabili sul terreno e ricon¬
ducibili al sollevamento medio-cretacico, espli¬
catosi con movimenti spiccatamente verticali,
si fa riferimento alle due dì seguito riportate.
Queste, con direzioni prevalenti N-S o NNE-
SSO, sono rilevabili nella dorsale a ENE di
Letino:
— faglia tra Monte Campitello e Monte Val¬
la Diamante. Rigetto cretacico 400 metri circa;
— faglia tra Monte Valle Diamante e Costa
Tre Faggi. Rigetto cretacico 100-150 metri.
Àncora durante il Cretacico e precisamente
in corrispondenza del Cretacico terminale
( CampaniaRO-Maastrichtis.no ), un’ altra fase
tettonica riporta in ambiente marino tutta
quella parte centrale dell'area in esame rima¬
sta emersa dal).' Albi ano (probabile) e cioè le
zone D, C e B. L’ingressione procedente da
nord e da est, si arresta al margine della zona
A (calcari a rudiste), la quale unitamente alla
piattaforma con le bauxiti, della quale fa
parte, emerge.
Dì tutti i movimenti tettonici posteriori al
sollevamento medio-cretacico non si osservano
sul terreno tracce evidenti se non attraverso
le già descritte successioni stratigrafiche. È
da considerare, infatti, eccetto che nella zona
E, la modesta batimetria del fondo durante
tutto il Cretacico medio e superiore come di¬
mostrano le varie facies, al che consegue che
altrettanto modesti spostamenti verticali ab¬
biano potuto influenzare l'evoluzione geologica
delle varie zone.
Durante il Paleocene, le zone già interessate
daH’ingressione tardo-cretacìca sono soggette
ad un blando sollevamento in blocco, il quale
porta in emersione le zone B e C mentre il
bordo del mare del bacino molisano-sannitico
si stabilisce, verosimilmente, nell'ambito della
zona D.
Tra il Cretacico ed il Miocene per l’area in
istudio non si rilevano eventi tettonici di ri¬
lievo salvo blande oscillazioni nelle zone set¬
tentrionali di bordo.
È, infine, nel Miocene superiore (Tosi orba¬
no), posteriormente cioè alla generale .ingres¬
si onc langhiana con sedimenti calcarei alla
base (Formazione di Cusano) velocemente evol¬
venti a flysch (Formazione di Pietraroia, Elve-
ziano-Tor tornano inferiore), che si sviluppa la
più intensa fase diastrofica dell’Appennino.
Questa fase, che ha portato agli ultimi scol¬
lamenti delle masse carbonai iche appenniniche
a livelli triassici e alla traslazione gravitativa
delle stesse verso Nord e Nord-Est (Ietto
1965), ha interessato vistosamente anche l’area
in esame determinandone in buona parte lo
attuale assetto strutturale.
Gli effetti fondamentali di tale diastrofismo
consistono nell’accavallamento frontale delle
masse calcareo-dolomitiche del Matese occi¬
dentale sui terreni in facies di flysch, con
smembramento delle stesse in almeno tre
unità tettoniche tra loro sovrapposte.
Che l'accavallamento frontale sia dovuto a
semplice faglia inversa oppure a sovrascorri-
mento con sradicamento completo dal substra¬
to e traslazione a Nord delle pile mesozoiche,
non è possibile dirlo per mancanza di dati.
La sovrapposizione tettonica è, comunque, be¬
ne evidente in molti punti e cioè:
— versante settentrionale di Monte Crivari,
al bordo Nord del Matese presso Roccaman-
dolfi. Qui, i calcari rnaastrichtiani, che costi¬
tuiscono in genere la copertura più giovane
ed estesa dei rilievi maggiori, si sovrappon¬
gono ai terreni della formazione di Frosolone
in maniera molto evidente;
— base del versante settentrionale di tutta
la dorsale perimetrale Nord del Matese, da
Monte Cavuti a Monte Celara. Qui, i calcari
rnaastrichtiani, trasgressivi sulle dolomie del
Trias, con un andamento grosso modo a piega
rovescia, si raddrizzano fino a ribaltarsi so¬
vrapponendosi, via via da Ovest ad Est, sui
calcari marnosi della formazione di Longano
e sui depositi terrigeni della formazione di
Frosolone.
— 458 —
In parecchi altri punti di contatto tra mas¬
se carbonatiche e terreni miocenici o forma¬
zioni del bacino molisano-sannitico, il tipo
di rapporto non è osservabile o per copertura
detritica (Monte Patalacchia e rilievi di Mon-
teroduni) o perchè l’eventuale zona di sovrap¬
posizione è mascherata da masse di flysch
colate o accumulate al fronte dal movimento
stesso delle masse calcaree (dorsale da Monte
Celara a Scino; versante Est di Monte Patalec-
chia ecc.).
Bene evidente risulta, invece, l’individualità
di almeno tre delle unità tettoniche nelle quali
sono stati suddivisi i sedimenti carbonatici,
nonché il loro reciproco accavallamento. Que¬
ste risultano essere costituite, rispettivamente
da Nord a Sud, dalla zona E, dalla zona D,
dalle zone C e B. I dati a convalida di tale
affermazione sono i seguenti:
— 1“ Unità tettonica ( zona E - gruppo del
Monte Patalecchia).
Il Monte Patalecchia ed i rilievi ad esso
circostanti costituiscono una dorsale con di¬
rezione NO-SE e immersione prevalente degli
strati a SO.
Sul bordo Nord, il contatto avviene tra
dolomie triassiche e terreni terziari del bacino
molisano ma non è evidente, a causa della
copertura detritica, di che tipo di contatto
si tratti e cioè: faglia normale o sovrapposi¬
zione tettonica. In base, però, a considerazioni
tettoniche regionali, è verosimile pensare ad
una sovrapposizione almeno per faglia inversa.
Sul lato Sud, invece, i terreni del Monte
Patalecchia s’immergono chiaramente al di
sotto del flysch miocenico della Valle del tor¬
rente Lorda. Su questo si sovrappongono, a
loro volta, i sedimenti della zona D. Inoltre,
dall’esame delle facies risulta evidente un
accostamento tettonico tra la zona E a Nord
e la zona D a Sud. Infatti, i termini selciosi
e calcareo-selciosi della serie del Patalecchia
difficilmente si collocano in un ambiente pros¬
simo o coincidente col bordo di un bacino.
— 2" Unità tettonica ( zona D ).
Sul bordo Nord, come già detto prima, la
zona D si sovrappone al flysch miocenico della
valle del torrente Lorda come bene si osserva
in campagna per un tratto lungo almeno due
chilometri. Al bordo Sud, invece, i sedimenti
della zona D si immergono al di sotto della
zona C e B. Ciò è dimostrato dalla finestra
tettonica di contrada Serracchieta, ampiamen¬
te già descritta.
— 3° Unità tettonica ( zona C e B ).
La sovrapposizione tettonica, con vergenza a
Nord, delle zone C e B al di sopra della
2a unità tettonica (zona D), viene dimostrata
da quanto detto nel paragrafo precedente.
Rimane, a tal punto, da considerare il com¬
portamento tettonico dei calcari a rudiste
(zona A). Per questi non si hanno dati molto
chiari e cioè non è possibile stabilire se si
siano comportati in uno con i terreni delle
zone B e C (3a unità tettonica) oppure abbia¬
no costituito un'unità tettonica a se stante,
verosimilmente, sovrappostasi alla terza unità
dianzi descritta. In tal senso si sarebbe por¬
tati a supporre considerando la situazione
rilevabile a Monte S. Silvestro. Questo rilievo
individuato sul foglio al 100.000 dalla quota
1083, due chilometri a Sud di Valle Agricola,
risulta infatti costituito da calcari liassici di
piattaforma sovrapposti a sedimenti mioceni¬
ci arenacei e calcarenitici, questi ultimi pro¬
babilmente trasgressivi sulle sottostanti do¬
lomie triassiche.
La situazione descritta consente, quindi,
almeno di poter affermare che sedimenti ap¬
partenenti al dominio della zona A, sono ve¬
nuti tettonicamente a sovrapporsi sulle for¬
mazioni di transizione della zona B.
A tal punto, per quanto concerne le varie
unità tettoniche, è interessante osservare come
queste vengano a corrispondere quasi perfet¬
tamente a zone costituenti altrettante unità
paleogeografìche. Ciò dimostra che le mag¬
giori linee di debolezza che delimitavano
queste ultime, hanno persistito nei loro ca¬
ratteri anche in un diastrofismo con effetti di
compressione.
La disposizione dei terreni carbonatici del
Matese occidentale a « scaglie » sovrapposte
non si riscontra per tutta l’area presa in con¬
siderazione. Infatti, le zone ad occidente di
un allineamento N-S (Ailano-Prata Sannita)
non sembrano interessate da fenomeni di ac¬
cavallamento e risultano costituiti soltanto
Fig. 5. — Schema strutturale dell’area studiata.
sedimenti pre-flysch; 2 - flysch. Le lettere indicano, orientativamente, gli affioramenti corrispondenti alle varie zone nelle quali è stata suddivisa l’area.
— 460 —
da terreni ricadenti nel dominio della zona D,
che qui raggiunge la sua massima estensione
in senso meridiano. Tale situazione, se reale,
avrebbe dovuto per forza comportare delle
faglie a spostamento orizzontale ed infatti,
in corrispondenza della sella tra Monte Scol¬
trone e Monte Favaracchi, si rileva la presenza
di una faglia trascorrente sinistra con dire¬
zione, appunto, N-S. Questa porta all'accosta¬
mento laterale di due rilievi aventi succes¬
sioni stratigrafiche nettamente differenti: ad
occidente il Monte Scoltrone costituito da
dolomie triassiche con in cima i sedimenti
della trasgressione tardo-cretacica (zona D) e
ad oriente il Monte Favaracchi con succes¬
sione mesozoica conglomeratica continua dal
Trias al Cretacico inferiore (zona C). Il rigetto
orizzontale di tale faglia non sembra inferiore
ai 5-6 chilometri.
Infine, per concludere sulla fase tettonica
tortoniana, sono da segnalare, nei terreni ad
occidente della faglia trascorrente anzi detta,
la presenza di alcune faglie inverse che inte¬
ressano aree alquanto limitate e presentano
una vergenza prevalente a Sud. Vergenza,
pertanto, anomala rispetto al senso generale
della traslazione delle masse carbonatiche.
Queste faglie interessano il Monte Cianna-
miello e il Colle Castellone entrambi subito a
monte del valico della strada Capriati-Gallo e
portano alla ripetizione dell’intera successione
litologica che li costituisce: dolomie triassiche
di base sulle quali, trasgressivi, poggiano i
calcari maastrichtiani e quindi il Miocene cal¬
careo (zona D.).
Data la ristretta localizzazione dei fenomeno,
non è agevole l'esatta interpretazione di tali
faglie. Ma d’altro canto è noto che in un corpo
rigido, sollecitato alla deformazione in manie¬
ra uniforme (gravità), la produzione di un si¬
stema prevalente di fratture da taglio non
esclude la presenza, sia pure subordinata, di
fratture con vergenza opposta.
Posteriormente al Tortoniano, l’area in esa¬
me, è stata interessata dalle successive fasi
di sollevamento messianiano-plioceniche, espli¬
catesi essenzialmente con movimenti verticali,
almeno per quanto concerne le rigide masse
calcaree delTAppennino. I motivi tettonici ri¬
conducibili a queste fasi di sollevamento sono
numerosi e bene evidenti in tutto il Matese
occidentale, specie al bordo Sud dove si rile¬
vano faglie con rigetti superiori ai 1000 metri.
Tale è il caso della faglia che accosta i calcari
a rudiste del Castello di S. Angelo d’Alife con
la base delle dolomie triassiche.
Per quanto, invece, concerne le zone interne
dell’area studiata, molte delle linee di dislo¬
cazione mio-plioceniche si sono insediate su
più antiche faglie normali (cretaciche) e pro¬
babilmente anche trascorrenti (mioceniche),
rendendo attualmente alquanto problematica
la distinzione degli effetti sovrapposti. Ciò
comporta che unitamente al sistema prevalente
tirrenico ed appenninico, si abbia anche un
sistema di frattura orientate N-S ed E-0 il
quale rispecchia quello che, con ogni evidenza,
è stato il sistema prevalente delle fratture a
livello cretacico (1).
4. EVOLUZIONE PALEOGEOGRAFICA
Tenendo conto dei dati a disposizione, ri¬
portati nei precedenti capitoli, è possibile
avanzare uno schema di evoluzione paleogeo-
grafìca per l’area in esame, a partire dal Trias
superiore.
Come già detto, i terreni più antichi affio¬
ranti al Matese sono le dolomie della forma¬
zione di Monte Acuto (Trias superiore). Queste,
simili come litologia e caratteri sedimentari,
configurano una estesa piattaforma, con mare
in genere molto basso al punto che molte
aree venivano a ricadere nella zona littorale-
sopralittorale (dolomie stromatolitiche). A
queste dovevano intercalarsi zone di avvalla¬
mento nelle quali, verosimilmente ad opera
delle maree, venivano convogliati fanghi più
o meno diagenizzati (dolomie brecciate).
Nel Trias superiore-Lias inferiore (Infralias),
si assiste ad uno smembramento, piuttosto
marcato, di questa piattaforma la quale evolve
verso una paleogeografia del tipo di quella
riportata in figura n. 6.
Nell’ambito della piattaforma triassica, cioè,
verosimilmente già limitata verso nord-est da
bacini sedimentari profondi (2), si individua
un’area a forte subsidenza, con direzione
prevalente ovest-est, che tende velocemente
ad assumere caratteri di bacino (bacino del
(1) Considerazioni analoghe sulla tettonica dell’Ap-
pennino carbonatico sono state già avanzate da
D’Argenio (1965).
(2) Si rimanda a riguardo ai risultati emersi dal
pozzo AGIP Frosolone 2, riportati in Pieri (1966).
— 461 —
Matese). Contemporaneamente emergono le
porzioni della piattaforma dolomitica (zone
D ed E) interposte tra questi ambienti sedi¬
mentari profondi e intercomunicanti almeno
per tutto il Giura.
A sud, l'area del bacino del Matese (zona C)
faceva passaggio graduale (zona B) ad aree
(zona A) nelle quali facies di piattaforma
persisteranno per tutto il Mesozoico.
zone centrali e di raccordo alle zone setten¬
trionali emerse.
La morfologia dell’area in esame, individua¬
tasi nell’Infralias, si continua per tutto il
Giura e, nel Lias, si assiste al massimo appro¬
fondimento ed alla massima estensione (verso
sud) del bacino. Fa pensare a ciò l'analisi delle
facies conglomeratiche le quali evolvono, verso
nord, a sedimenti marnosi e/o calcareo-mar-
_______ _____ _____ _ _ 2 o ne_ _ _ ^ _ _ _ _
e ♦ ® T I c ♦ a ì a
N _
Fig. 6. — Schema paleogeografico nel Trias superiore con
(bacino del Matese).
Il realizzarsi di questa morfologia è, tetto¬
nicamente, da riportare a movimenti a spic¬
cata componente verticale.
Il tettonismo, inoltre, connesso a tali muta¬
menti paleogeografici dà motivo dei conglo¬
merati infraliassici della zona C nonché delle
serie di transizione (zona B) alla piattaforma.
I conglomerati sarebbero, quindi, da interpre¬
tare come frane sottomarine di sedimenti in
via di diagenesi. È, però, da notare la com¬
parsa, in tali sedimenti, di una certa frazione
argillosa che poi diverrà abbondante nel Lias
(collegamenti con ambienti a differente sedi¬
mentazione - bacini settentrionali?).
I sedimenti appartenenti al bacino in esame
affiorano, però, in maniera scarsa e frammen¬
taria. Di questi è possibile osservare con suf¬
ficiente continuità soltanto quelli corrispon¬
denti alla porzione meridionale (zona C) e al
bordo di transizione alla piattaforma (zona B).
Infatti, i sopravvenuti fenomeni di accavalla¬
mento tettonico durante il Miocene, hanno
portato i sedimenti di tali zone meridionali a
ricoprire i sedimenti appartenenti ad eventuali
individuazione di un’area centrale che evolverà a bacino
nosi (Monte Pignatiello), mentre a sud facies
conglomeratiche vanno a sovraporsi a facies
di transizione (successione di Monte Cappello).
È questa una testimonianza della persistenza
nel tempo di una forte instabilità tettonica
sia dei bordi che del substrato subsidente del
bacino stesso.
Col Lias terminale si ha una sentita dimi-
nuizione sia delle facies conglomeratiche che
marnose, le quali udirne diventano sporadiche
intercalazioni lenticolari e tendono velocemen¬
te a scomparire. Tale evoluzione nelle facies
diventa più marcata nel Dogger e nel Malm
e i calcari conglomeratici vengono progressi¬
vamente ad essere ovunque sostituiti da cal¬
cari grossolanamente detritici ed oolitici.
Al passaggio Giura-Cretacico, condizioni
uguali di sedimentazione si stabiliscono sia
per le zone di piattaforma che di bordo (zona
B) e di bacino (zona C) con calcari oolitici
e « calcari a punti neri ».
A tale altezza stratigrafica, quello che era
un bacino più profondo cessa di esistere e
vengono a stabilirsi condizioni di sedimenta-
— 462 —
zione neritica di piattaforma, almeno per
quanto concerne le zone meridionali. Se in
zone più a nord persistessero ancora condi¬
zioni di bacino più profondo non è possibile
dirlo per la mancanza di affioramenti.
Col Giura terminale, quindi, per quanto con¬
cerne l’area in esame, si individuano due re¬
gioni: una a nord, dolomitica, emersa (zone
D ed E) ed una a sud con sedimentazione
calcarea neritica di piattaforma (zone C, B
e verosimilmente A).
Per tutto il Cretacico inferiore, persiste tale
suddivisione in due zone ma la sedimentazione,
nella zona meridionale, ritorna nuovamente a
presentare generalizzati, frequenti episodi con¬
glomeratici di tipo intraformazionale e, per
10 più, a matrice prevalente. Si ha, quindi, una
ripresa di movimenti tettonici i quali prelu¬
dono alla fase più attiva medio-cretacica che
porta in emersione, in uno, tutte le zone del
Matese occidentale che ancora ricadevano sot¬
to il dominio marino (zone C, B ed A).
L’area continentale doveva, però, presentare
una certa soluzione di continuità dovuta alla
persistenza di bracci di mare poco profondo
(serie di Serra delle Macchietelle, Sgrosso
1964).
Durante il Cenomeniano, l’ingressione mari¬
na proveniente da sud (piattaforma delle bauxi¬
ti) a da nord (bacino molisano-sannitico) ripor¬
ta in ambiente marino sia il margine meridio¬
nale che settentrionale dell’area in istudio. A
sud, la zona A viene ricoperta dai calcari a
rudiste (Cenomaniano probabile-Senoniano).
A nord, il piastrone dolomitico, emerso dall’In-
fralias, si sblocca e la porzione settentrionale
(zona E) ritorna anch'essa in ambiente marino
facendo arretrare a sud il bordo del bacino
molisano-sannitico. Su quest’ultima zona tra¬
sgrediscono dei conglomerati che evolvono
velocemente a sedimenti pelagici calcareo-
silicei (Monte Patalecchia).
Nel Senoniano, il quadro paleogeografico del
Matese occidentale è, verosimilmente, quello
riportato nella figura n. 7.
Col Campaniano-Maastrichtiano si ha una
netta inversione di morfologia: su tutte le zone
emerse (zone D, C e B) trasgredisce da nord
11 mare del bacino molisano con i ben noti
« calcari pseudosaccaroidi »; la zona A, invece,
sulla quale sì erano andati sedimentando i cal¬
cari a rudiste, emerge (figg. 8-9).
Col Paleocene, come già detto, un'altra blan¬
da fase tettonica riporta in emersione le zone
centrali dell’area in esame e la zona D diviene
il bordo del bacino molisano-sannitico. Tale
fatto, com’è stato posto in evidenza da recenti
studi di dettaglio (Sgrosso e Torre 1968) e in
accordo con Pescatore (1965), dà motivo delle
particolarità stratigrafiche e sedimentologiche
dei terreni paleogenici che ivi si ritrovano, i
quali ben si inquadrano in una zona tettonica-
mente instabile e soggetta a ripetute oscilla¬
zioni batimetriche.
È interessante osservare, a tal punto, come
le zone nelle quali si è suddiviso l’originario
piastrone dolomitico triassico, abbiano con¬
servata la loro individualità pressocchè per
tutto il Mesozoico e come gli spostamenti re¬
ciproci siano avvenuti quasi sempre lungo le
medesime maggiori linee di debolezza indivi¬
duatesi verosimilmente nel Trias terminale.
Tale situazione generale perdura per tutto
il Paleogene finché nel Langhiano l’ampia tra¬
sgressione miocenica ricopre tutto il Matese
occidentale. I sedimenti neritici organogeni di
base evolvono velocemente a flysch nell’Elve-
ziano (fig. 10).
Nel Tortoniano, l’intensa e generalizzata fase
tettonica dell'Appennino coinvolge le pile sedi¬
mentarie del Matese occidentale, che prima
erano state interessate esclusivamente da moti
verticali, accavallandole verso nord sui sedi¬
menti in facies di flysch e smembrandole in
almeno tre principali unità tettoniche tra loro
sovrapposte.
Sui sedimenti con tale assetto strutturale
agisce, infine, la fase tettonica epirogenetica
tardo miocenica-pliocenica la quale, com’è
noto, si è esplicata, nei terreni rigidi, preva¬
lentemente con faglie verticali o subverticali.
I sistemi prevalenti di queste faglie sono quelli
ben noti in letteratura: tirrenico ed appenni¬
nico. I loro rigetti sono spesso notevoli e
dell’ordine di più migliaia di metri come, ad
esempio, quelli delle faglie perimetrali sud
del Matese, sul bordo nord della valle del
Volturno.
A questa ultima fase tettonica è da attri¬
buire anche la ripresa ed il ringiovanimento
di vecchie linee di faglia, specie quelle cre¬
taciche con direzioni prevalenti E-Q e N-S.
Una ricostruzione paleogeografica alternati¬
va a quella avanti proposta e riguardante
esclusivamente l'evoluzione delle zone D ed E
Zone
— 463 —
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30
piattaforma (calcari a requienie, bauxite-bx- e calcari a rudiste); 6 - sedimenti cenomaniano-senoniani del bacino molisano-sannitico; 7 - « calcari
P se a dosane a r oidi » campamano-maastrichtiani.
466
Fig. 10. — Schema paleogeografico durante il Miocene superiore.
1, 4, 5, 6, 7 come in figura precedente; 8 - sedimenti paleogenici, in facies conglomeratìca, indiffrenziabili o in facies differenziate (calcari a
nummuliti eocenici e marne verdi oligoceniche); 9 - successione miocenica, dal basso in alto: calcari a litotamni, marne verdi lastroidi, flysch.
Zone
E
8
A
Fìg. 11. — Dall'alto in basso: principali stadi, durante il Malm, l’Aptiano-Albiano e il Turoniano-senoniano, in uno
schema di evoluzione paleogeografica alternativo a quello delle figure precedenti.
1, 2, 3, 4, 5, 7 come per i simboli uguali delle figure precedenti; 6 - terreni calcarei cretacici in facies di
piattaforma.
— 468 —
è quella di seguito riportata e illustrata nella
figura n. 11.
Nell’Infralias non si sarebbe avuta l’indivi-
duazionue di un bacino interno alla piattafor¬
ma ma soltanto lo sbloccametno dell’altofondo
dolomitico con sprofondamento delle zone più
settentrionali. Su queste veniva a impiantarsi
una sedimentazione pelagica con graduale
transizione a quella di piattaforma (zone C
e B). Il sollevamento delle zone D ed E, le
quali sorreggevano quindi serie mesozoiche
continue fino al Cretacico inferiore, continua¬
zione eteropica di quelle della zona C, sarebbe
avvenuto in uno col resto delle altre zone a
sud durante l’Aptiano-Albiano. Le aree emerse
configuravano una struttura ad horst con
culminazione in corrispondenza appunto delle
zone E e D.
Nel Cenomaniano sarebbe ritornata in am¬
biente marino la zona E. La successiva evo¬
luzione stratigrafica e tettonica dell’ intera
area in istudio, sarebbe stata quella esposta
nella prima ricostruzione.
Questo secondo schema paleogeografico, con¬
siderando l’ampiezza dello jatus tra il substra¬
to ed i sedimenti del bacino molisano nella
zona E, presuppone lo smantellamento di tutta
la successione sedimentaria dal Trias al Creta¬
cico inferiore. Tale denudamento per erosione
avrebbe interessato una pila di sedimenti, al
di sopra delle dolomie, con spessore supe¬
riore ai 1500 metri e sarebbe avvenuto durante
l’Albiano (tetto della serie continua della zona
C) ed il Cenomaniano p.p. (letto della succes¬
sione Cretacica del Monte Patalecchia). Per¬
tanto, sembrando, a nostro avviso, eccessiva
tale azione erosiva relativamente al tempo
nel quale si sarebbe svolta e non ritrovandosi
nei conglomerati cenomaniani di trasgressione
al Monte Patalecchia elementi della serie che
sarebbe stata smantellata, si giudica più vero¬
simile la prima ricostruzione paleogeografica
anche se più complessa e non priva di qualche
incertezza, specie sul particolare accostamento
dalla zona C col bordo orientale della zona D.
In tale considerazione le facies di transizione
(zona B) e di bacino (zona C) non rappresen¬
tano i sedimenti di raccordo tra l’area di piat¬
taforma (zona A) ed il bacino molisano-san-
nitico bensì i sedimenti corrispondenti ad un
bacino individuatosi nell’ambito della piatta¬
forma stessa nellTnfralias.
I risultati del presente lavoro, quindi, con¬
validano e vengono a loro volta convalidati,
sia pure indirettamente, da quanto prospettato
da D’Argenio e Scandone (1970) circa resisten¬
za, più a sud del Matese, di un bacino profondo
separante quella che era ritenuta la piat¬
taforma carbonatica dell' Appennino. Di
conseguenza i due Autori distinguono due
piattaforme denominandole, rispettivamente,
« piattaforma interna » (o piattaforma cam¬
pano-lucana) e « piattaforma esterna » (o piat¬
taforma abbruzzese-campana).
Le zone del Matese occidentale verrebbero,
quindi, ad appartenere all’area della piatta¬
forma esterna, la quale, pertanto, a seguito
dei dati riportati nel presente lavoro, potrebbe
essere oggetto di suddivisioni ulteriori.
Napoli - Istituto di Geologia dell’Università.
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TAVOLA I
Leggenda: 1 - basamento triassico; 2 - facies di piattaforma (Trias-Giura); 3 - facies
di transizione (Trias-Giura); 4 - facies conglomeratiche e/o calcareo-marnose
(Trias-Giura); 5 - calcari cretacici di piattaforma; 6 - sedimenti calcareo-
silicei cretacici del bacino molisano-sannitico; 7 - calcari maastrichtiani;
8 - sedimenti paleocenici in facies di scaglia; 9 - calcari a nummuliti (Eocene);
10 - marne verdi oligoceniche; 11 - conglomerati paleogenici; 12 - calcari mio¬
cenici della Formazione di Cusano; 13 - flysch; 14 - coperture detritiche;
15 - alluvioni della valle del Volturno .
Linee uniformi a tratto pieno: sovrascorrimenti
» » » » medio: faglie inverse
» » » » sottile: faglie dirette
» dentellate: superfici di trasgressione
Orizzonti lentiformi in 5 : bauxite.
Ietto A. - Assetto
MOS* T. LORDA
PO.LE CATERA2ZI q.1235 T. LORDA
Mem. Soc. Natur. in Napoli
Ietto A. - Assetto strutturate e rieostruzic
paleo geo grafica del Matese Occidentale ( Appennino Meridionale) - Tav. I
MONTE S.SILVESTRO q. 1083 MONTE CAPELLO q, 1381 LETINO T. LORDA
s
N
TAVOLA II
Rilevamento geologico per facies prevalenti.
- LIMITI
~ faglia TRASCORRENTE SINISTRA
"" FAGLIA DIRETTA
LINEE DI SCORRIMENTO
FAGLIA INVERSA
TZjTrias superiore
fev/K*X*‘j Facies di piattaforma
i Facies di transizione (Infralias -cretacico inferiore)
I Facies prevalentemente conglomeratiche
(Infralias^cretacico inferiore)
[Facies della depressione molisano- sannitica
(Cretacico medio- superiore)
| ; ; j j | Calcari pseudossaccaroidi
j~ ~~j Sedimenti paleogenici
Miocene calcareo (Formazione di Cusano)
Miocene marnoso
j Miocene in facies di flysch
CI Quaternario continentale
Terreni di contrada Serracchieta
Mem. Soc. Natur. in Napoli
Ietto A. - Assetto strutturale e ricostruzione paleogeografica del Matese
Occidentale ( Appennino Meridionale ) - Tav. II
Sulla geologia della galleria rio Uvini - rio S. Antoni
per l'impianto del medio Flumendosa (Sardegna)
Nota del socio FELICE IPPOLITO
(Tornata e 27 giugno 1969)
RIASSUNTO
Si espongono le condizioni geologiche dei terreni interessati da una galleria lunga circa 9 km co¬
struita in Sardegna e interessante prevalentemente scisti paleozoici. Le previsioni di progetto furono ri¬
scontrate esatte all’atto esecutivo.
ABSTRACT
The paper is concerned with thè description of geological conditions of mainly paleozoic metamor-
phic rock masses in which a tunnel has been excavated in Sardinia.
Observational data acquired during excavation appeared to be consistent with conclusions of preli-
minary studies.
Premessa
L'Ente Autonomo Flumendosa progettò
nel 1950 la costruzione di una galleria .lunga
circa km 9, per convogliare le acque del Flu¬
mendosa all’irrigazione del Campidano, dal
rio Uvini, a quota 208, al rio S. Antoni, a
quota 199,50. L’Impresa Ing. A. e P. Di Penta,
assuntrice dei lavori, mi incaricò di eseguire
uno studio sulla natura geologica dei terreni
interessati dalla costruenda opera e sulle loro
caratteristiche geotecniche. A tal fine nell’ot¬
tobre 1950, rilevai la striscia interessata dalla
galleria (vedi schizzo geologico in fig. 1) e
prelevai numerosi campioni che sottoposi a
studio petrografico nell'Istituto di Geologia
Applicata dell’Università di Napoli, allora da
me diretto.
Il presente scritto, ricalca le linee della
mia relazione del 1950, convalidata da varie
osservazioni eseguite in corso d’opera.
Geologia della regione
La regione interessata dalla galleria è co¬
stituita da una accidentata serie di rilievi col¬
linari, alti 5-600 m al massimo, i quali vanno
degradando da oriente verso occidente, ed in
particolare dalla strada Senorbì - S. Basilio-
Suelli e la provinciale Suelli-Sisini-Siurgus. La
striscia attraversata dalla galleria è orientata
da nord est a sud ovest, e cioè dal R. Uvini
— nel tratto ove questo corso d’acqua si pre¬
senta stretto ed incassato tra i rilievi del M.
Uvini (quota 420), in sponda sinistra, e del
M. Moretta (quota 543), in sponda destra —
fino alla piana tra Sisini e Arixi, lungo la
strada vicinale che congiunge questi due bor¬
ghi a circa 1 km in linea d’aria a sud di
Sisini.
L’impalcatura generale della regione è
fondamentalmente costituita dalle formazioni
attribuite al Silurico superiore. Si tratta di
un potente complesso di originari strati ar¬
gillosi, ricchi di sostanze organiche, cui lo¬
calmente si alternano lenti calcaree e sot¬
tili letti più arenacei. Il metamorfismo regio¬
nale di epizona ha trasformato le originarie
argille, molto ricche di sostanze organiche e
di impurità carboniose, in scisti filladici gra¬
fitici, di colore nero lucente se freschi, di
colore grigio più chiaro e con splendore quasi
serico se lievemente alterati. Le originarie
lenti calcaree per azione del dinamometamor¬
fismo sono oggi alquanto marmoree e forte¬
mente cataclasizzate, mentre i sottili letti
arenacei hanno dato origine a tipiche quarziti
con sericite o con feldspati, a seconda della
natura dell’edotto.
Tutta la formazione filladica è, ove più
ove meno, attraversata da sottili dicchi o da
vene lenticolari molto allungate — con spes¬
sori da qualche centimetro a più centimetri —
di quarzo bianco-latteo di origine idroter¬
male. Nessun orientamento particolare è rile-
— 474 —
vabile nella direzione di questi dicchi, che
hanno probabilmente seguito gli allineamenti
di sottili discontinuità della formazione.
Questo complesso, in base ai noti rinve¬
nimenti di fossili (specialmente graptoliti) dei
pressi di Goni, studiati dal Gortani, è attri¬
buito al Gotlandiano (1).
Le formazioni del Silurico sono sormonta¬
te da potenti colate di porfidi quarziferi che,
smantellati dalla erosione, si presentano ora,
in lembi più o meno estesi, a formare le aspre
cime dei rilievi. L'accidentata morfologia per¬
mette in tutta la zona di accertarsi della
sovrapposizione di tali antiche masse laviche
al complesso paleozoico di cui sopra. Le
masse laviche infatti scorsero sulla superficie
di erosione costituita dagli scisti silurici, in¬
globandone talvolta alla loro base dei fram¬
menti. Un tipico campione di tale roccia fu
da me prelevato nel rio Corongu Longu, quasi
in corrispondenza dell’asse della galleria: si
tratta di una breccia costituita dalla massa
lavica parzialmente devetrificata, con fenocri-
stalli di quarzo, che ingloba frammenti di
scisti appena termometamorfosati. Lo studio
del campione lascia dedurre che le masse
laviche, oggi costituenti i porfidi, erano al¬
l’atto della estrusione molto viscose e poco
calde, onde non hanno dato luogo a cospicui
fenomeni di metamorfismo termico o di
contatto.
Inglobati in successivi fenomeni di me¬
tamorfismo questi porfidi sono stati sovente
fortemente laminati, assumendo l'aspetto e la
struttura tipica di porhroidi; ma è fuor di
dubbio, sia dall'esame petrografico dei cam¬
pioni non laminati sia dall’osservazione geo¬
logica, che si tratta di rocce francamente
effusive.
Le formazioni del Silurico presentano
direzione e pendenza della scistosità, proba¬
bilmente in parte coincidenti con quelle della
originaria stratificazione, variamente orientate.
Durante i sopraluoghi potei in vari punti
constatare l’esistenza di pieghe abbastanza
strette. Nell’area interessata dalla galleria, co¬
me può riscontrarsi nella sezione geologica di
fig. 1, la direzione della scistosità è quasi do¬
vunque nord-est sud-ovest, tranne che in corri¬
spondenza del M. Perdascitas ove è circa nord-
fi) Gortani M., Successione di faune a Graptoliti
nei dintorni di Goni; Rend. Acc. Lincei; S. 6, 19,
n. 11, pp. 763-65; Roma, 1934.
Sezione geologica lungo l’asse della galleria. La sezione è orientata da NE a SW.
— 475 —
sud. La pendenza è verso nord-ovest, nel tratto
tra il R. Uvini ed il R. S'abici; verso sud-est
nella zona del rio S. Antoni; al M. Perda-
scitas è verso est; verso ovest nella regione
di M. Turri.
All'estremità sud — occidentale della stri¬
scia interessata dalla galleria compaiono le
arenarie mioceniche del Campidano: trattasi
di arenarie poligeniche a grana variabile tal¬
volta cementate, tal'altra semicoerenti, costi¬
tuite prevalentemente da quarzo, feldspati,
miche e frammenti di calcari e di scisti. La
grana varia tanto che alcuni campioni possono
definirsi talora come conglomerati, mentre in
genere si tratta di arenarie grossolane.
Risultati dello studio petrografico
Come ho avvertito di sopra, in occasione
dei sopraluoghi prelevai numerosi campioni,
che sottoposi ad accurato studio petrografico,
onde accertarne la composizione mineralogica
e quindi le caratteristiche pratiche di abbatti¬
mento e di impiego. La presente descrizione
riassume lo studio di vari campioni; in essa
i materiali sono elencati in ordine di impor¬
tanza.
a) Scisti filladici neri lucenti.
Gli scisti filladici del Gotlandiano si pre¬
sentano in genere di colore nero o meglio
grigio-plumbeo, lucenti, con una netta e rego¬
lare scistosità, secondo la quale si sfaldano
facilmente. La roccia è a grana finissima, tanto
che né ad occhio nudo, né con la lente si pos¬
sono individuare i singoli componenti; di fre¬
quente è sporcante (2).
Percossa col martello, oltre a rompersi
subito parallelamente alla scistosità, lo scisto
si suddivide di preferenza secondo altri piani:
in genere secondo altre quattro direzioni,
delle quali, tre normali alla scistosità, formanti
tra loro un angolo di 120° ed il quarto incli¬
nato di 30° sulla scistosità.
(2) Già il La Marmora in proposito scriveva « ... ta¬
li schisti sono molto carboniosi, o meglio coverti da
una sostanza carbonosa e lucente, che macchia le
dita ».
Al rnicioscop o la roccia si rivela in ge¬
nere costituita pressocché in parti uguali da
sostanze opache, carboniose (probabilmente in
gran parte grafite), e da minutissimi cristal¬
lini appiattiti micacei di tipo sericitico cui
si aggiungono rari piccoli individui di quar¬
zo (fig 2).
Fig. 2. — Scisto filladico silurico. Microfot. x 100;
solo polarizzatore.
Nella sezione si vedono delle plaghe bianche, che
sono porosità della roccia. Si noti l’andamento
ondudato della scistosità, l’abbondanza di sostanze
carboniose e la scarsezza di microcristalli di
quarzo.
Taluni campioni si scostano sensibilmente
da questa composizione; talvolta infatti alla
sericite e al quarzo si aggiungono sottili letti
di calcite; tal’altra, in luogo della sericite,
compare la clorite, onde la roccia si colora
in verdastro ed altre volte infine la grafite
domina, tanto da costituire oltre l’80% della
roccia.
Dal punto di vista pratico la roccia in
parola presenta bassissima resistenza alla per¬
forazione, tranne, bene inteso, in corrispon¬
denza delle vene di quarzo che attraversano,
irregolarmente e con frequenza variabilissima,
la formazione in tutte le direzioni.
Era da prevedere che la formazione in
parola subito dopo lo scavo non esercitasse
una azione spingente sul rivestimento della
galleria; né richiedesse una armatura partico¬
larmente onerosa per sostenere le pareti dello
scavo. Il che fu in generale confermato in
corso di esecuzione, sempre che, come fu
consigliato, si provvide a far seguire il rive¬
stimento allo scavo con sufficiente rapidità,
— 476 —
perché, specie nelle zone ove ha subito sol¬
lecitazioni tettoniche secondarie, lo scisto può
in contatto con l’aria umida della galleria
assumere lentamente le caratteristiche di uno
scisto argilloso e diventare spingente. Occorse,
in altri termini, non dar tempo alla forma¬
zione di imbibirsi di umidità e di modificare
il proprio equilibrio perché, in tale eventua¬
lità, sarebbe stato necessario provvedere a più
solide armature e ad un rivestimento molto
più resistente; laddove, agendo con rapidità,
si ristabilirono le iniziali condizioni di equi¬
librio e non si ebbe nulla a temere.
Non tanto per la sua bassa resistenza
meccanica, quanto per la presenza dei piani
di scistosità secondo i quali tende a fogliet-
tarsi e per la costituzione mineralogica, que¬
sta roccia fu ritenuta affatto inadatta a for¬
nire inerti per calcestruzzi.
b) Materiali appartenenti alla formazione de¬
gli scisti : calcari e quarziti
Come ho accennato di sopra nella forma¬
zione scistosa del Gotlandiano si rinvengono,
verso l’alto, sia dei calcari alquanto marmorei,
scuri e cataclasizzati, sia, in sottili letti, delle
quarziti tipiche. In fig. 1 la posizione di tali
intercalazioni è puramente indicativa.
Dei calcari poco v'è da dire, in quanto ne
sono note le caratteristiche geotecniche. La
cataclasi facilita l'abbattimento; occorre solo
far rilevare che la irregolarità e la sporadicità
di queste lenti calcaree nella formazione sci¬
stosa non solo non permisero di fare alcuna
previsione sull’eventuale loro incontro con lo
scavo della galleria, ma altresì non permisero
affatto di prevedere un impiego della roccia
per gli inerti dei calcestruzzi. Fu solo sotto-
lineato, ai fini tecnici ed economici, la pos¬
sibilità di impiegare a tale scopo i calcari,
se e dove si fossero incontrati.
Le quarziti si rinvengono in genere in
strati molto sottili, e per uno spessore che
di rado supera il metro. I campioni da me
esaminati provenivano dal rio de is Colorus
e dal rio Corongu Longu da affioramenti
compresi tra gli scisti silurici a muro e le
colate di porfidi, al tetto.
Macroscopicamente queste quarziti sono
di colore grigio più o meno scuro, con traenza
al verdognolo; presentano appena — e non
sempre — un lieve accenno di scistosità. Si
notano talvolta dei rari piccoli cristalli di pi¬
rite, in sottili venule ed associati a quarzo,
che son sovente alterati in sostanze limoniti-
che. Al microscopio (fig. 3) la roccia risulta
costituita da quarzo microcristallino, con tes¬
situra « a pavimento », in percentuali variabili
dal 50 al 70% ed oltre; al quarzo si aggiunge,
come costituente essenziale, la sericite accen¬
trata in aree ristrette e talvolta alquanto orien¬
tate: in tal caso i campioni presentano un
accenno di scistosità. In uno dei campioni
esaminati, al quarzo ed alla sericite si aggiun¬
gono rari microcristalli di feldspato, alquanto
alterati, e minute lamine di clorite.
Fig. 3. — Quarzite. Microfot. x 60; solo polarizza¬
tore, tessitura « a pavimento »; individui di quarzo
separati da scagliette di sericite e materiale opaco.
Dal punto di vista pratico questa roccia
presenta una altissima resistenza alla perfo¬
razione ed all’abbattimento con mine. Le trac¬
ce di pirite alterata avrebbero potuto lasciare
perplessi per l’eventuale presenza di acque
acide in galleria, ma considerando che queste
quarziti sono in letti sottili al tetto degli
scisti silurici questa perplessità cadde. Per tale
motivo fu anche consigliato di non fare affi¬
damento su tale roccia quale materiale da
costruzione, perché la galleria avrebbe anche
potuto non incontrarla per nulla. Come difatti
accadde.
c) Porfido quarzifero ( porfiroide ).
Le precedentemente ricordate colate di
porfido — al cui carattere effusivo si è già
dianzi accennato — sono costituite da una
roccia che va da un colore grigio chiaro, se
— 477 —
fresca, fino ad un colore rosso-marrone o ver¬
dastro, se alterata. Già macroscopicamente si
notano nella roccia cristalli di quarzo vitreo
(di dimensioni variabili da 1 mm fino a quasi
1 cm), alquanto arrotondati e, più di rado,
cristalli di feldspato. In taluni campioni si nota
un accenno di orientamento, che potrebbe
essere scambiato per effetto di dinamo-meta¬
morfismo, mentre si tratta, come l'analisi
microscopica conferma, di una struttura
fluidale.
Quando è alterata la roccia si rompe con
facilità secondo sottili fessure, talvolta riem¬
pite da quarzo cristallino vitreo, mentre quan¬
do è fresca è molto tenace. Il vivo odore di
terra che la roccia emana, se inumidita, ac¬
cusa l’iniziale argillificazione dei feldspati.
Al microscopio (fig. 4) la roccia rivela
la sua tipica tessitura porfirica e quindi la
sua natura lavica, effusiva. Si notano grossi
fenocristalli di quarzo, parzialmente riassor¬
biti, talvolta ad estinzione ondulosa e molto
subordinatamente di feldspato (microclino o
ortoclasio), per lo più profondamente seri-
citizzati. Questi fenocristalli sono immersi in
un feltro, costituito per una metà circa da un
assieme di microliti di quarzo e feldspati (di
dimensioni di frazioni di mm) e da vetro in
avanzato stadio di devetrificazione.
Fig. 4. — Porfido quarzifero. Microfot. x 60; nicols
incrociati. Fenocristallo di quarzo, corroso, immer¬
so in un feltro costituito da microliti e da vetro,
parzialmente devetrificato.
In alcuni campioni si notano visibili se¬
gni di cataclasizzazione e, nelle sottili fessure
della roccia, scagliette di sericite e di clorite;
in altri invece è palese l’effetto del dinamo¬
metamorfismo tanto che la roccia macrosco¬
picamente ha il tipico aspetto occhiatino e
diventa anche, se alterata, esfoliabile. In ge¬
nere questi « porfiroidi » sono molto più al¬
terati dei campioni non dinamometamorfosati.
Dal punto di vista pratico la roccia pre¬
senta alta resistenza alla perforazione ed al¬
l’abbattimento; le pareti dello scavo hanno
bisogno di scarsa armatura. Il materiale, quan¬
do non è alterato, è suscettibile di impiego
quale inerte per i calcestruzzi.
d) Arenaria del Campidano
L’arenaria miocenica del Campidano si
presenta a grana molto variabile, spesso con
numerosi fossili (specialmente Pecten) ben
determinabili. Essa è costituita da frammenti
di scisti (cloritoscisti o scisti grafitici), granuli
più o meno arrotondati di quarzo, scagliette
di muscovite; il tutto cementato da calcite
criptocristallina.
Alla variazione di grana di questa are¬
naria fa riscontro una grande diversità di
cementazione, perché la roccia talvolta è ab¬
bastanza coerente, tal'altra poco o nulla; ta¬
lora si presenta di colore giallo scuro, talora
di colore verdastro. Per la grande variabilità
di coerenza e per l’alto indice di imbibizione,
questa roccia non è assolutamente adatta a
fornire inerti per calcestruzzo.
Natura dei terreni interessati dalla
GALLERIA (3)
« L’imbocco della galleria nel rio Uvini a
quota 208, cioè a circa 8 m dal letto del tor¬
rente in sponda sinistra, è nella formazione
silurica quasi al contatto con i porfidi quar¬
ziferi soprastanti.
Nel tratto tra il rio Uvini e il rio Corongu
Longu la galleria dovrebbe inoltrarsi, sempre
tenendo conto di quanto è osservabile nei
valloni esistenti a Sud del rilievo di quota 420.
nei terreni del Silurico e precisamente negli
scisti filladici neri. Non è da escludere che
nell’attra versare questi rilievi si incontri qual¬
cuno dei condotti vulcanici che alimentarono
le effusioni di porfidi quarziferi.
(3) Riporto qui integralmente il paragrafo della
mia relazione originale, accennando di poi alle diffe¬
renze riscontrate con lo scavo.
— 478 —
In tutto il restante percorso della galleria
fino alla zona del rio S. Antoni è fuori di
dubbio che la galleria interessa soltanto ter¬
reni del Silurico. Nulla posso però precisare
in merito all’eventuale presenza di lenti cal¬
caree, le quali, come è detto dianzi, si pre¬
sentano irregolarmente e sporadicamente nella
formazione silurica, né può prevedersi alcun¬
ché di preciso sull'eventuale frequenza dei
filoni e delle piccole lenti quarzose.
Infine, verso lo sbocco sul rio S. Antoni,
a Sud di Sisini, si incontrerà per qualche cen¬
tinaio di metri l’arenaria del Campidano ». Fin
qui le previsioni di progetto.
In effetti, all’atto esecutivo, lo scavo della
galleria, a partire da rio Uvini, ha incontrato
prevalentemente la formazione scistosa del
Silurico. La costituzione petrografica di que¬
ste peraltro si è rilevata in profondità tal¬
volta alquanto diversa di quanto riscontrato
all’esterno per la presenza di scisti filladici
più o meno grafitici passanti gradualmente a
rocce di metamorfismo alquanto più spinto
fino a veri paragneiss porfiroidi.
Si tratta, in questo ultimo caso, di una
roccia a tessitura porfiroblastica, che all’os¬
servazione macroscopica potrebbe anche me¬
ritare il nome di porfiroide, ma che invece
si presenta quasi sempre, al microscopio, con
una struttura granoblastica con fenoblasti di
quarzo e di feldspati, più o meno abbondanti
in un feltro di composizione sericitico-clori-
tica. I veri porfidi invece sono stati riscontrati
in più punti, ma sempre per poche decine di
metri, e rappresentano con ogni probabilità
i previsti condotti alimentatori delle effusioni,
che costituiscono la serra is Fogaias. Altri
porfidi, costituenti dicchi o apofisi magma¬
tiche sono stati incontrati tra le progressive
1100 e 2000 circa: si tratta, come ha mostrato
l’indagine petrografica al microscopio, di por¬
fidi ipoabissali, poveri o privi affatto di quarzo,
con fenocristalli di feldspato, di un chimismo
meno acido di quello dei porfidi quarziferi.
La formazione delle arenarie mioceniche
del Campidano sono state incontrate, a par¬
tire dall’imbocco di valle, per 880 metri. Que¬
ste arenarie hanno presentato inaspettata¬
mente dei passaggi, più o meno graduali ma
talvolta anche bruschi, ad un conglomerato
semicoerente di grossi elementi arrotondati
di quarzo latteo di dimensioni variabili da
pochi centimetri fino a 60-70 centimetri; al
quarzo, prevalente, si accompagnano ciottoli
arrotondati di porfidi e talvolta, ma molto
più raramente, frammenti angolosi di scisti.
La presenza di queste interstratificazioni con-
glomeratiche, assolutamente imprevedibili dal¬
l’osservazione esterna e da quanto era noto
dalla scarsa letteratura scientifica sulla zona,
ha dato luogo a notevoli difficoltà nell'avan¬
zamento, sia per l’abbondante presenza di
acqua, costituente talvolta delle sacche, sia
per il fatto di essere semicoerente, con ele¬
menti durissimi rotondi di quarzo inglobati
in una massa sabbiosa poco costipata, sia in¬
fine per la durezza degli elementi di quarzo,
che opponevano notevole resistenza alla per¬
forazione. Inoltre queste zone conglomeratiche
hanno sempre richiesto notevoli armature,
specialmente nei primi tempi dopo l'escava-
zione finché non si esauriva l’acqua, che veniva
appunto drenata dal cunicolo di avanzamento.
Oltre l’acqua costituente sacche, per la
massima parte esaurite in pochi giorni col
conseguente notevole miglioramento delle con¬
dizioni statiche dello scavo, questa formazione
ha dato luogo, anche nella parte arenacea, a
lievi filtrazioni idriche, che sono risultate ab¬
bastanza cospicue in vicinanza del contatto
con la molto meno permeabile formazione
silurica.
Il contatto, che si è presentato con una
inclinazione di circa 45° verso valle, ha tutti
i caratteri di una trasgressione: la formazione
terziaria presenta difatti orizzonti conglome¬
ratici, con elementi di dimensioni maggiori e
con vari frammenti del sottostante scisto.
Dopo il contatto sono stati rinvenuti
gli scisti del silurico, rappresentati da una
successione di filladi verdastre, scisti scuri
più o meno grafitici e scisti quarzitici, con
le stesse caratteristiche dianzi accennate.
°k ie
Anche a distanza di quasi venti anni, ho
ritenuto non del tutto inutile riassumere gli
elementi più interessanti raccolti con lo studio
preliminare ed in corso d’opera di questa gal¬
leria, sia per i dati geologici acquisiti sia per
il fatto che, segnatamente nel nostro campo,
ogni esperienza può fornire utili insegnamenti
per il futuro. In particolare mi piace ricor¬
dare che la mia impostazione del problema —
479 —
fatta con un sopraluogo di pochi giorni prima
dell’inizio dei lavori — si discostava comple¬
tamente dalla relazione geologica fornita alle
imprese, per la presentazione delle offerte,
dalla stazione appaltante, che prevedeva lo
sviluppo della galleria quasi completamente
nella formazione porfirica ed imponeva per¬
tanto l'uso del materiale di risulta dello scavo
per gli inerti dei calcestruzzi di rivestimento.
Napoli, Università,
Istituto di Geologia.
Lo studio geologico da me effettuato in
via preliminare invece insisteva sul fatto che
la massima parte della galleria si sarebbe svi¬
luppata nei terreni scistosi del Silurico, aventi
caratteristiche tecniche di abbattimento com¬
pletamente diverse dai porfidi e comunque
assolutamente non utilizzabili per fornire
inerti per calcestruzzi. Il che, come di sopra
illustrato, è stato verificato in corso d’opera.
•
.
Prossimalità, dista lità e analisi dei bacini dei flysch :
un punto di vista attualistico r)
Nota del Prof. FORESE C. WEZEL ((*) **) presentata dai Soci FELICE IPPOLITO e TULLIO PESCATORE
(Tornata del 27 giugno 1969)
RIASSUNTO
Nel Flysch Numidico della Sicilia e della Tunisia si sono riconosciute tre principali facies sedi¬
mentarie. I depositi della Facies 1 consistono in potenti banchi di quarzareniti grossolane spesso a
gradazione ripetuta. I sedimenti della Facies 2 (costituenti il maggior volume della formazione) sono
rappresentati da arginiti brune più o meno siltose e con intercalati numerosi straterelli sottili di sil-
tite. I depositi della Facies 3, equivalenti latero- superiori di quelli della Facies 2, sono costituiti
da più spessi strati di arenaria più grossolana e con le strutture interne della sequenza di Bouma.
Questo agganciamento laterale delle facies è difficile a spiegarsi con il modello proposto da
Bouma, comunemente adottato nell’analisi dei bacini dei flysch. Viene proposta pertanto una nuova
interpretazione attualistica secondo la quale i sedimenti della Facies 2 sarebbero stati depositati o
meglio ridepositati ad opera di correnti profonde circolanti parallelamente alle isobate regionali. Tali
correnti dovevano essere simili alle attuali « conto ur-following geostrophic currents » messe in evidenza
da Heezen e i suoi collaboratori. Lo studio delle carote raccolte nella zona del « rialzo continentale »
nordatlantico dove le correnti geostrofiche sono più vigorose, ha mostrato una sorprendente analogia
sedimentologica fra questi sedimenti e quelli della Facies 2 del Flysch Numidico. Altrettanta affini l à
vi è tra le torbiditi della piana abissale (es. Hatteras abyssal plain) e quelle della Facies 3.
Dato che le correnti oceaniche profonde sembrano essere attualmente il processo deposizio¬
nale dominante lungo molti margini continentali, si ritiene che una dettagliata analisi dei flysch do¬
vrebbe mettere in evidenza la presenza di depositi analoghi a quelli della Facies 2 che qui si propone
di chiamare contorniti (sedimenti depositati da correnti profonde scorrenti parallelamente al contorno
batimetrico). È possibile che per alcuni flysch anche la successione laterale delle facies verso le zone
distali sia analoga, e cioè: contorniti del rialzo continentale (es. Facies 2) con potenti ammassi
lenticolari (es. Facies 1) — > torbiditi del pavimento abissale (es. Facies 3).
ABSTRACT
In thè Numidian Flysch (Oligocene-early Miocene) and lateral equivalents of Sicily three main sedi-
mentary facies were distinguished (Wezel, 1970a).
Facies 1 consists of thick coarse grained quart zarenites with « coarse-tail grading », sometimes mul¬
tiple grading (probable grain flow deposits). Facies 2 comprises brown argillite with interbedded numerous
thin clean quartzsiltite beds with sharp bases and upper surfaces. Deposit of Facies 3 are typifield by
brown-gray pelites with interbedded lithic quartz wacke (10% of matrix) layers that exhibit « typical »
turbidite structures (i.e. graded bedding, current ripple and convolute lamination).
A lateral downcurrent transition from Facies 2 (with Facies 1 lenticolar sand bodies) to Facies 3
deposits was observed.
This pattern is difficult to explan with Bouma (1962, p. 98) model of base cut-out sequences with
thè increase of thè distance from thè source.
A good agreement there is instead with thè deep ocean currents («contour currents») hypothesis
of Heezen and his students. The thin quartzsiltite layers of Facies 2 exhibit thè same sedimentological
characteristics (table 1) as thè contour currents deposits (thè «contourites») of thè western North Atlan¬
tic Continental rise (Hollister, 1967). The same concordance is between thè Facies 3 sediments and thè
turbidites of thè abyssal plains.
Facies 1 graded conglomeratic sandstones probably were deposited by thè spreading out of mass
flows of sand on debouching on thè Continental rise from different deep-sea fan walleys and tributaries.
The paleocurrents and thè facies variations over thè Numidian Flysch basin strongly suggest a
lateral derivation of thè material from thè southern margin by mass movements and turbidity currents,
while ocean bottom currents carried thè material of Facies 2 in a longitudinal direction. It is concluded
that thè Bouma criteria to distinguisi! proximal and distai tvpes of sediments should be applied only to
thè « genuine » turbidites of thè Numidian basin plain (Facies 3 deposits).
(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R. nel programma di ricerche sulla geologia e sedimen¬
tologia del Flysch Numidico.
(**) Istituto di Geologia dell’Università di Catania, Palazzo delle Scienze, 95129 Catania.
— 482 —
Introduzione.
La ricostruzione delle variazioni sedimento¬
logiche laterali entro un bacino di deposizione
fliscioide viene di norma effettuata attraverso
lo studio delle strutture sedimentarie presen¬
tate soprattutto dagli strati arenacei. In parti¬
colare, il criterio più comunemente adottato
è quello proposto da Bouma (1962, p. 49) e
basato sul fatto che uno strato arenaceo
« completo » è costituito da 5 « intervalli » (o
porzioni) denominati rispettivamente dal bas¬
so verso l’alto dello strato: (a) intervallo gra¬
dato; (b) intervallo a laminazione parallela;
(c) intervallo a laminazione obliqua e/o lami¬
nazione convoluta; (d) intervallo a laminazione
parallela; (e) intervallo pelitico.
Secondo questo modello, a partire dal mar¬
gine del bacino verso il centro si avrebbe la
deposizione di successioni psammitiche via
via mancanti degli intervalli inferiori (« base
cut-out sequences »). In altre parole, gli strati
psammitici diventano distalmente (verso il
largo): (1) più sottili, (2) a granulometria più
fine e (3) più frequentemente provvisti di ab¬
bondante laminazione parallela e obliqua.
Tale modello è stato quantificato da Walker
(1967) che ha messo in evidenza una approssi¬
mativamente esponenziale decrescita dello
spessore degli strati e un parallelo aumento
della laminazione in funzione della distanza.
L’autore ha proposto uno schema (1967, p. 33,
fig. 5) nel quale lo spessore medio degli strati
(in ordinata) è messo in funzione di un para¬
metro che misura la percentuale di prossima-
lità (ABC index) calcolata sulla base delle
strutture intrastratali.
Questi criteri sono basati sull’assunzione
più o meno esplicita che le arenarie dei flysch
siano state deposte esclusivamente da correnti
di torbida e sull’opinione dogmaticamente ac¬
cettata che la sequenza di Bouma sia diagno¬
stica di uno strato depositato da una corrente
di torbida (ossia di una torbidite).
Un dettagliato studio sedimentologico del¬
l’agganciamento laterale delle facies sedimen¬
tarie del Flysch Numidico ha portato chi scri¬
ve a proporre un altro tipo di modello sedi¬
mentologico (tav. I). Una analoga distribuzio¬
ne delle caratteristiche sedimentologiche è sta¬
ta osservata nei sedimenti attuali del « Conti¬
nental rise » (rialzo continentale) (Q atlantico
al largo degli Stati Uniti. Entrambi gli studi
sembrano indicare l’impossibilità di applicare
come criterio di prossimalità il modello di
Bouma del troncamento basale della sequenza
tipo con l'aumento della distanza dall'area di
origine.
Ricostruzione delle variazioni sedimentolq-
GICHE NEL BACINO DEL FLYSCH NUMIDICO.
Le intense deformazioni tettoniche rendono
difficile la ricostruzione deH'originario aggan¬
ciamento laterale delle litofacies nel bacino di
sedimentazione del Flysch Numidico (Oligoce¬
ne-Miocene inferiore; cfr. Wezel, 1970a). Mal¬
grado ciò, è stato possibile riconoscere tre
principali tipi di sedimenti formalmente de¬
nominati Facies 1, Facies 2 e Facies 3. Secondo
la ricostruzione paleogeografica proposta i se¬
dimenti numidici (Flysch Numidico ed equiva¬
lenti laterali) costituivano un enorme prisma
sedimentario al piede della scarpata continen¬
tale africana (formata per faglia?). Lo spessore
di questa immensa lente fliscioide si aggirava
sui 2-3 km (Facies 1 e Facies 2) nelle zone
prossime alla scarpata e sui 0,7-0, 8 km (Fa¬
cies 3) nella parte più distante. La larghezza di
questo prisma sedimentario doveva superare i
50 km, mentre la lunghezza parallelamente
alle isobate era sui 2000 km.
I sedimenti della Facies 1 sono costituiti da
ammassi quarzarenitici più o meno lenticolari
intercalati entro le alternanze siltitico-argillose
della Facies 2. Le quarzareniti sono in potenti
banchi massicci (fino a 12-15 m di spessore)
ciascuno dei quali è costituito dalla saldatura
di più passate, alcune delle quali conglomera-
tiche e lenticolari (spesso riempimenti di ca¬
nali). Le arenarie a « passate » sono inoltre
caratterizzate per la: (1) presenza di una gra-
U) Il Continental rise è quella regione del fondo
marino situata fra la scarpata continentale e la
uianura abissale. Essa è al largo degli Stati Uniti
(Atlantico) compresa generalmente fra i 2000 e i
5000 m di profondità e può estendersi fino ad un
massimo di 1000 km attraverso il fondo oceanico.
Il rise è costituito da un enorme accumulo sedi¬
mentario il cui spessore massimo può arrivare fino
a 10 km. Tentativamente si propone di tradurre il
termine Continental rise con « rialzo continentale »
483 —
dazione del tipo « coarse-tail grading » (inte¬
ressante solo i granuli grossolani); (2) assen¬
za di strutture sedimentarie di tipo trattivo
(laminazione parallela e obliqua); (3) abbon¬
danza di strutture indicanti intensa erosione;
(4) scarsezza di impronte di fondo. Secondo
chi scrive (Wezel, 1970a) e secondo anche il
parere di Middleton (1970, comunicazione epi¬
stolare) si tratta probabilmente di un non an¬
cora descritto tipo di deposito della famiglia
dei « grain flow deposits » (v. ad es. Stauffer,
1967). Questo tipo si differenzia dai depositi di
Stauffer per la presenza di una gradazione, a
volte ripetuta e anche inversa (Wezel, 1967).
Il trasporto del materiale quarzoso doveva av¬
venire sul fondo dei canyons ad opera di co¬
late ad alta concentrazione sabbiosa che depo¬
sitavano il loro carico allo sbocco degli stessi.
I depositi della Facies 2 costituiscono il
maggior volume del Flysch Numidico (fìg. 1).
Si tratta di alternanze tipicamente fliscioidi di
sottili strati quarzosiltitici e più spessi inter¬
valli di argilliti più o meno siltose di colore
grigio o bruno. Le siltiti sembrano in molti casi
apparentemente omogenee, ma talora è possi¬
bile osservare la presenza di una laminazione
parallela e obliqua (fìg. 1 c). Alla base delle sil¬
titi sono presenti vaghe lineazioni, appena deli¬
neati grooves ed altre piccole impronte di tra¬
scinamento; queste strutture substratali sem¬
brano indicare uno scorrimento della corrente
in senso assiale, ossia aH’incirca verso SE.
Nell’insieme tutte le caratteristiche sedimento¬
logiche sono molto simili a quelle delle « con-
tourites » (v. oltre e tab. 1) descritte da Hol-
lister (1967) in Atlantico.
Questa frazione siltosa potrebbe essere stata
ritrasportata e ridistribuita anche per lunghe
distanze ad opera di correnti oceaniche di
fondo scorrenti parallelamente alle isobate re¬
gionali (cf. Wezel, 1970a, p. 262). Una velocità
dell’ordine dei 15-20 cm/sec sembra sufficiente
per il trasporto dei granuli siltitici (cf. Sumd-
borg, 1956, fìg. 13). Tale ipotesi potrebbe spie¬
gare l’uniformità sedimentologica laterale (per
2000 km!) dell’enorme accumulo pelitico-silti-
tico della Facies 2. Le correnti fluenti paralle¬
lamente alle isobate e nel senso impartito dal-
(2) A causa cioè della rotazione terrestre, ogni
fluido in movimento tende ad essere deviato verso
destra nell’emisfero settentrionale e verso sinistra in
quello meridionale.
l’effetto di Coriolis (2) avrebbero in un certo
senso « omogeneizzato » i depositi.
I sedimenti della Facies 3 infine, costitui¬
scono secondo la mia interpretazione (Wezel,
1970a e 1970b) un accumulo più distale depo¬
sto da correnti di torbida oltrepassanti (« by-
passing ») i più prossimali depositi della Fa¬
cies 2. Rispetto a quelli della Facies 2 gli strati
arenacei sono caratterizzati da: (1) una granu¬
lometria maggiore (sabbia medio-fine); (2) una
maggior quantità di matrice (più del 10%);
(3) una minore maturità composizionale (quar-
zareniti litiche); (4) uno spessore maggiore
(di norma fra 10 e 50 cm) e (5) dall’avere le
strutture interne ritenute tipiche delle torbi-
diti (sequenze di Bouma).
Le paleocorrenti indicano un trasporto se¬
dimentario verso quadranti orientali. Si ritiene
che questi strati rappresentino torbiditi depo¬
ste nella piatta zona batimetricamente assiale
del bacino numidico (tav. 1).
Variazioni sedimentoi.ogiche osservate nel
MARGINE CONTINENTALE NORDATLANTICO.
II Continental rise atlantico al largo degli
Stati Uniti è determinato da un enorme (spes¬
so fino a 10 km) prisma sedimentario (Heezen
et al., 1966) che si assottiglia nella adiacente
piana abissale. La larghezza di questa immensa
lente può arrivare a 600 km e la lunghezza pa¬
rallelamente alle isobate è di parecchie mi¬
gliaia di chilometri. La sua superficie è irrego¬
lare per la presenza di numerosi canali e valli
profonde (« fan-valleys »).
Secondo Hollister (1967) i sedimenti del
Continental rise sono in grande prevalenza co¬
stituiti da lutiti siltose di colore grigio o
bruno entro le quali sono intercalati numerosi
straterelli sottili di silt quarzoso di spessore
di norma inferiore ai 10 cm. Essi mostrano
spesso una laminazione parallela e anche obli¬
qua e sono inoltre relativamente sprovvisti di
matrice interstiziale (meno del 10%).
L’analisi di numerose fotografie orientate
del fondo marino, degli ecogrammi e delle
carote effettuata da Heezen e i suoi allievi
(Heezen et al., 1966; Hollister, 1967; Schnei-
der et al., 1967) ha dimostrato in modo con¬
vincente che questi sedimenti sono stati tra¬
sportati e depositati da correnti oceaniche di
— 484 —
Fig. 1. — Alternanze siltitico-argillitiche della Facies 2
affioranti nelle Madonie (Sicilia centro-settentrio¬
nale). Si ritiene che questi sedimenti siano stati
deposti da correnti oceaniche profonde scorrenti
parallelamente alle isobate regionali.
A: Fitta alternanza di sottili strati quarzosiltitici
e più potenti intervalli pelitici. In ogni metro di
colonna si possono osservare circa 20 strati siltitici
intercalati. Zona tra i paesi di Castelbuono e Pollina
B: Particolare che mette in evidenza il carattere
netto di entrambe le superhci di stratificazione dei
sottili strati siltitici. Si osservano circa 25 strati
intercalati entro ogni metro di colonna. Zona di
Geraci Siculo.
C: Particolare che mostra una fitta laminazione
interna sia del tipo parallelo che obliquo. Zona di
Castelbuono. Alcune delle carote dello zoccolo con¬
tinentale nordatlantico mostrano una analoga lami¬
nazione con alternanza di lamine chiare e di lamine
scure. Queste ultime sono dovute a concentrazioni
di minerali pesanti.
— 485 —
fondo (« geostrophic contour-following bottoni
currents »). Esse scorrono verso Sud paralle¬
lamente alle isobate regionali con una velocità
variabile fra 2 e 20 cm/sec e sono particolar¬
mente vigorose a profondità comprese fra i
3500 e i 500 metri (tav. II). I materiali siltitici
del rise sarebbero stati trasportati per distan¬
ze fino a 1500 km.
Hqllister (1967) chiama questi depositi
« contourites » (ossia « contour current depo-
sits », traducibile forse con « contorniti ») per
differenziarli dalle torbiditi. Dopo una detta¬
gliata analisi ritiene che «... many if not all
of thè primary structures generally listed as
characteristic of turbidites are also characte-
ristic features of contourites ».
Le carote della piana abissale invece risul¬
tano costituite da lutiti brune in alternanza
con unità gradate e laminate considerate delle
« tipiche » torbiditi. Le sabbie sono conside¬
revolmente più grossolane e più « sporche » e
in strati più spessi rispetto alle contorniti del
rise. Le correnti di torbida, una volta rag¬
giunta la piana abissale dopo un bypassing
attraverso i canali del rise, avrebbero deposi¬
tato prima i componenti più grossolani e poi
via via quelli più fini nelle regioni più distali.
Il Flysch numidico e i sedimenti del rialzo
CONTINENTALE NORDATLANTICO.
Come si è visto, vi è una stretta analogia
fra i tipi di sedimenti attuali osservati lungo
il margine continentale al largo degli Stati
Uniti e le litofacies sedimentarie osservate nel
Flysch Numidico.
Una sorprendente corrispondenza sedimen¬
tologica esiste fra le « contorniti » del Conti¬
nental rise e i sedimenti della Facies 2. Lo
stesso può dirsi per le torbiditi della piana
abissale e i depositi della Facies 3.
Le caratteristiche dei depositi grossolani
della Facies 1 possono venire confrontate con
quelle dei sedimenti altrettanto grossolani rin¬
venuti nelle valli sottomarine che solcano il
Continental rise e che rappresentano in genere
il prolungamento verso il largo dei canyons
della scarpata continentale (« fan-valleys »). Al
Lamont Geological Observatory chi scrive ha
avuto modo di studiare alcune carote raccolte
fra i 2000 e i 3500 m (« upper Continental ri¬
se ») nelle valli che prolungano il Canyon
Hudson (es. carota A156-12) ed il Canyon Hy-
drographer (es. carota A164-62). Esse sono ca¬
ratterizzate da strati massicci di forte spessore
(2,3-5 m), talora multipli (amalgamati) e co¬
stituiti da sabbie e ghiaie « pulite » con ele¬
menti dal diametro di 2-3 cm.
In breve, queste e altre considerazioni pre¬
cedentemente esposte (Wezel, 1970a e 1970b)
hanno portato lo scrivente a ritenere che l’ac¬
cumulo numidico dovesse rappresentare un
originario rialzo continentale, successivamente
in parte distrutto e deformato durante l’oroge-
nesi tortoniana.
La ricostruzione paleogegografica proposta
mette in evidenza che il riempimento del ba¬
cino numidico doveva avvenire ad opera di
diversi meccanismi di trasporto e cioè: 1) mo¬
vimenti gravitativi di massa (slumping, « grain
fio ws » e « mud flows deposits ») dal margine
meridionale (= sedimenti della Facies 1);
2) correnti oceaniche di fondo scorrenti all’in-
circa verso SE e capaci di un trasporto per
lunghe distanze ( = depositi della Facies 2);
3) correnti di torbida dapprima scorrenti tra¬
sversalmente rispetto al margine continentale
e poi riorientate secondo l’asse della piana
abissale ( = sedimenti della Facies 3). La di¬
spersione delle paleocorrenti osservata in que¬
ste torbiditi potrebbe forse essere spiegata
con il « meandrare » delle correnti di torbida
sulla superficie piana abissale.
Se si accettasse il modello di Bouma (1962)
quantificato da Walker (1967), si arriverebbe
alla contraddizione che le torbiditi della piana
abissale ( = Facies 3) dovrebbero essere più
prossimali delle « contorniti » del Continental
rise ( = Facies 2). Questo paradosso deriva
dalla tendenza dei sedimentologi a considerare
solo le correnti di torbida come meccanismo
di riempimento dei bacini dei flysch. Lo stu¬
dio dei sedimenti attuali ha mostrato invece
l’esistenza di una profonda circolazione ocea¬
nica a larga scala e la sua importanza geolo¬
gica.
Conseguenze paleogeografiche.
Questo tipo di interpretazione « attualisti-
ca », basata cioè sui processi attuali, ha delle
notevoli implicazioni paleogeografiche.
TABELLA
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— 487 —
Se infatti il Flysch Numidico rappresentava
un rialzo continentale oligo-miocenico si ha co¬
me conseguenza che per la prima volta viene
identificato e ubicato un margine continentale
nel passato geologico. Inoltre per la costruzio¬
ne e « omogeneizzazione » di questo immenso
prisma sedimentario è necessario ammettere
una larga circolazione di tipo oceanico e non
così ristretta come l’attuale mediterranea. È
evidente che per avere una circolazione di
questo tipo la geografia dell’Oligocene e Mio¬
cene inferiore doveva essere diversa dall’attua¬
le e doveva esistere una larga connessione e co¬
municazione fra Atlantico e Paleomediterra¬
neo. I miei studi sedimentologici conferme¬
rebbero dunque le ricostruzioni di Le Pichon
(1968) sulla posizione dei continenti all'inizio
del Terziario (al tempo dell’anomalia 31: fig. 9)
e in corrispondenza del Tortoniano (al tempo
dell’anomalia 5: fig. 7).
Le ricerche alla luce di quella che vorremmo
qui denominare geologia attualistica portano
dunque un importante contributo alla tetto¬
nica globale col delineare le zolle litosferiche
del passato e ricostruirne i movimenti relativi.
Considerazioni conclusive.
Lo studio sedimentologico di un flysch de¬
posto durante l’Oligocene-Miocene inferiore
lungo il margine continentale stabile africano
(il Flysch Numidico), ha messo in evidenza
l’impossibilità di applicare i criteri di prossi-
malità e distalità nel senso di Bouma (1962,
p. 98-99). Se si prescinde dalle arenarie mas¬
sicce della Facies 1 (legate alla rete di canali
profondi del rise), nel Flysch Numidico si è
osservata una transizione laterale da unità a
sottili strati siltitici laminati nelle regioni
prossimali (Facies 2), verso unità con banchi
arenacei gradati nelle regioni distali (Facies 3).
Questo quadro è del tutto simile, salvo le
dimensioni, a quello indipendentemente pro¬
spettato da Heezen e i suoi collaboratori per
i sedimenti del rialzo continentale nordatlanti¬
co. Esso si basa sulla rivoluzionaria scoperta
dell’indubbia esistenza di correnti oceaniche
molto profonde dotate di velocità sufficiente
per il trasporto anche della sabbia fine. Queste
« contour currents » hanno pertanto un pro¬
fondo effetto sulla sedimentazione marina
profonda contemporanea.
Anche nel Flysch Numidico la sedimenta¬
zione della Facies 2 sembra potersi più facil¬
mente spiegare con una vigorosa circolazione
oceanica che con l’ipotesi delle correnti di
torbida.
Alla luce di questa nuova ipotesi appare
molto importante chiarire i caratteri diagno¬
stici all'affioramento dei depositi di queste
correnti oceaniche profonde: le « contourites »
(in ital. « contorniti »). Dalla Tab. 1 si può
rilevare che questi sedimenti possono essere
definiti come: « arenarie fini o siltiti mature,
senza o con poca matrice interstiziale, in strati
sottili delimitati da superfici nette e interessati
da laminazione parallela e obliqua ». Esse si
distinguono dalle torbiditi per essere più fini,
più « pulite », composizionalmente più mature
e in strati più sottili con superficie superiore
ben decisa.
Ringraziamenti. Desidero ringraziare viva¬
mente Bruce C. Heezen, Paul J. Fox, H. David
Needham e soprattutto l’amico William B. F.
Ryan, tutti del Lamont Geological Observatory,
e Charles D. Hollister del Woods Hole Ocea-
nographic Institution per le stimolanti discus¬
sioni durante il mio recente soggiorno di stu¬
dio (1970) presso il Lamont Geological Obser¬
vatory. Tale soggiorno è stato possibile grazie
ad una borsa NATO conferitami dal C.N.R.
che qui si ringrazia. Ringrazio inoltre gli amici
Tullio Pescatore e Paolo Scandone dell’Isti¬
tuto geologico di Napoli per la lettura critica
del manoscritto. Questa nota vuole essere un
tributo di stima per il Prof. Francesco Scar¬
sella.
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ne - early Miocene Continental rise deposit off thè
Afr icari Fiat forni. Nature, 228 (5268) 275-276.
TAVOLA I
Diagramma schematico che mostra il Flysch Numidico ed equivalente late¬
rale, interpretati rispettivamente come originari sedimenti di zoccolo continentale
e di pianura abissale. La freccia indica il successivo accavallamento tettonico
dei depositi della zona distale (Facies 3) su quelli della zona prossimale (Fa¬
cies 1 + Facies 2).
Nelle figure sottostanti sono molto schematicamente rappresentate le varia¬
zioni laterali regionali di alcuni caratteri sedimentologici attraverso il bacino
numidico. A parte le strutture sedimentarie interne e le direzioni delle paleo¬
correnti che riguardano la Facies di piattaforma in Tunisia (Wezel, 1968), per
le restanti osservazioni ci si è riferiti alle osservazioni effettuate in Sicilia, nei
Nebrodi e nelle Madonie. Da notare che i depositi della Facies 2 sono rappresen¬
tati da sottili strati omogenei o laminati sia parallelamente che obliquamente,
mentre i sedimenti della Facies 3 sono costituiti da strati più potenti mostranti le
sequenze di Bouma (1962). Con l'aumento della distanza questi strati mancano
via via dei termini basali (Ta-e, Tb-e e Tc-e). I banchi arenacei della Facies 1
oltre ad essere di forte spessore presentano comunemente alTinterno una gra¬
dazione ripetuta e ciottoli argillosi.
STRUTTURE SEDIMENTARIE INTERNE E DIREZIONI DELLE PALEOCORRENTI SPESSORE MEDIO GRANULOMETRIA MEDI,
(cmj A (mm)
Mem. Soc. Natur. in Napoli
Wezel F. C. - Prossimalità, distalità e analisi dei
bacini dei flysck, ecc. - Tav. I
FACIES DI PIATTAFORMA
FACIES DI SCARPATA
FACIES DI BACINO
LU
CL
O
_J
(/)
FACIES 1 + FACIES 2
FACIES 3
CONTINENTAL SHELF
CONTINENTAL RISE
UPPER | LOWER
ABYSSAL PLAIN
v -
2 - 5 -
t
ZONA PROSSIMALE
ZONA DISTALE
TAVOLA II
Il margine continentale orientale del Nordamerica e la attuale circolazione
oceanica profonda (da Needham et al., 1969, ridisegnato e leggermente modificato).
Notare che le correnti geostrofiche di fondo (indicate con le frecce) hanno un
andamento parallelo alle isobate regionali dello zoccolo continentale e che esse
sono attive tra i 3000 e i 5000 m di profondità.
Si ritiene che un analogo tipo di circolazione profonda fosse presente in tempi
pre-langhiani (prima di 15 milioni di anni fa) lungo il margine continentale set¬
tentrionale del cratone africano. Secondo questa interpretazione tali correnti
profonde dovevano esercitare una importante azione sulla sedimentazione numi-
dica trasportando e depositando i sedimenti a grana fine della Facies 2.
Mem. Soc. Natur. in Napoli
Wezel F. C. - Prossimalità, distalità e analisi dai
bacini dei flysch, ecc. - Tav. II
80
70
Osservazioni geomorfologiche sull’alta valle del Sabato
presso Serino (prov. Avellino) ()
Nota del socio LUDOVICO BRANCACCIO
(Tornata del 27 giugno 1969)
RIASSUNTO
Si descrivono i terrazzi e le alluvioni dell’alta valle del Sabato; la presenza di intercalazioni ti
tufo grigio campano, l’assenza di discontinuità nel deposito nonché di prodotti di gelifrazione più
recenti fa pensare che i conglomerati dell’alta valle del Sabato siano di età Wurmiana. Nell’ambito dei
suddetti conglomerati sono stati distinti tre tipi, che tuttavia differiscono soltanto per le modalità
della deposizione.
È stata disegnata inoltre una carta dell’energia del rilievo della zona interessata al presente
studio: si sono distinte diverse classi di pendenza connesse con la litologia. Nei calcari, ad esempio,
si sono rinvenute costantemente pendenze superiori ai 27 gradi. In un caso, tuttavia, sempre nel mas¬
siccio carbonatico, le pendenze sono notevolmente inferiori. Si tratta di una antica superfìcie morfo¬
logica carsificata; essa si presenta chiaramente dislocata da faglie su cui sono impostati dei «versanti
di Richter ». Questi ultimi, che rappresentano una forma di erosione periglaciale, permettono di attri¬
buire le faglie stesse alla fase tettonica dell’inizio del Quaternario. La superfìcie morfologica carsifi¬
cata è perciò più antica, quindi pliocenica (villafranchiana?).
SUMMARY
The terraces and alluvial terrains of thè upper Sabato valley are described; thè presence of thè
grey Campanian tuff interbedding, thè lack of discontinuity in thè sediment as well as in thè most
recent products of frosting, give rise to thè thought that thè conglomerates of thè upper Sabato valley
are of thè wiirmian age. These conglomerates have been divided into three types, which differ one
from thè other only in thè way they have been deposited.
Besides this, a relief energy map of thè zone under study has been made; various types of slopes
related to thè lithology have been distinguished. For example, slopes of more than 27 degrees have
constantly been found in thè limestone. However, in one case, stili in thè carbonate massif, thè slopes
are notably less [than 27°].
This is an old morphological karst surface, dislocated by faults on which « Richter’s slopes »
have developed. The latter, which represent a form of periglacial erosion, allow thè conclusion, that
thè faults belong to thè tettonic phase of thè early Quaternary; to be made. The morphological karst
surface is therefore older, and thus is of thè Pliocene age, (villafranchian?).
Premessa.
In una nota sulla morfologia costiera nella
Penisola Sorrentina è stata segnalata la pre¬
senza, peraltro assai diffusa, di coltri di brecce
di pendio sui versanti calcarei e dolomitici; in
considerazione dei rapporti di giacitura con
i terrazzi marini quaternari, è stato possibile
ascrivere questi accumuli detritici al Wiirm
3°. Formazioni analoghe, e coeve, sono state
rinvenute e segnalate nel Cilento (Brancaccio-
Sinno, 1970), e lungo la costa tirrenica della
Calabria (Brancaccio-Vallario, 1969).
L’interesse di queste formazioni detritiche
tardo-pleistoceniche, poco o nulla fluitate, è
del tutto particolare; esse infatti possono dar (*)
conto dell'attività degli agenti geomorfogene-
tici nel corso dell’ultima glaciazione alle no¬
stre latitudini. È appunto nel quadro di tale
ricerca che si inserisce il presente studio sui
terrazzi e sulle formazioni detritiche dell’alta
valle del fiume Sabato.
2. Studi precedenti.
Lo studio dei terrazzi dell’alta valle del Sa¬
bato non è stato mai affrontato, per quanto
mi risulta, da precedenti Autori; del problema
si sono occupati marginalmente soltanto F.
Sacco e, più recentemente, M. Civita.
(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R.
— 490 —
F. Sacco, (1943), in uno studio idrogeologico
sulla piana di Serino riporta i risultati di
trivellazioni per ricerche d’acqua eseguite
nella zona; la successione dei terreni plei¬
stocenici riscontrata è la seguente, a partire
dall’alto verso il basso:
— ghiaie e sabbie di origine fluviale, di
probabile età olocenica; per uno spessore di
25-30 metri;
— argille e sabbie, di probabile origine
lacustre, come indicato da molluschi presenti
in questo livello; spessore di circa 20 metri;
Fig. 1. — La posizione geografica dell’alta valle del
fiume Sabato.
— ghiaie e sabbie di origine fluviale, per
uno spessore di 20 metri circa;
— marne ed argille di età terziaria, che
costituiscono la base della serie.
Come si vede Sacco considera le alluvioni
che chiudono verso l’alto la serie, e che cor¬
rispondono a quelle che affiorano ampiamente
nell’alta valle del fiume Sabato, di età olo¬
cenica; inoltre l’A. ritiene che esse si siano
deposte ad estinzione avvenuta del lago plei¬
stocenico di Serino formatosi a monte della
stretta Cesinali-Atripalda. Quest’ultima consi¬
derazione, si vedrà, è pienamente confermata
dalle condizioni di giacitura delle alluvioni
affioranti a monte.
M. Civita (1969) ritiene che le alluvioni
dell’alta valle del Sabato siano piuttosto im¬
portanti dal punto di vista idrogeologico, e
le considera come depositi fluviali o torrentizi
di età pleistocenica; nota inoltre che i con¬
glomerati presentano in alcuni livelli una
matrice piroclastica, e, talvolta, argillosa.
Le precedenti notizie di carattere geomor¬
fologico si arrestano qui; restano aperti, come
si vede, i problemi della datazione dei ter¬
razzi (e quindi delle alluvioni), e della loro
origine nel quadro degli eventi morfogenetici
succedutisi nel Pleistocene.
2. I TERRAZZI ALLUVIONALI DELL'ALTA VALLE DEL
Sabato.
Tra l’abitato di S. Biagio di Serino e le
sorgenti del Sabato compare nella valle una
serie di terrazzi alluvionali ad altezza varia¬
bile sull'attuale talweg del Sabato, ma che,
comunque, si aggira sui 35 metri. Le superfici
sono particolarmente evidenti nelle località
Mura della Civita, Piano di Cerasole, Maggese
e Matrunolo. Esse, limitate a monte ed a valle
da decise rotture di pendio, presentano una
pendenza media compresa tra 3°30’ e 14°, come
è facile rilevare dalla allegata carta dell’ener¬
gia del rilievo; fa però eccezione il terrazzo
di Mura della Civita, la cui superficie ha un
assetto assai vicino all’orizzontale.
Ora, è interessante notare che i terrazzi ri¬
sultano costantemente inclinati verso l’asse
vallivo: vengono così ad identificarsi una serie
di grandi conoidi di deiezione reincise, de¬
poste dai numerosi corsi d'acqua affluenti
di destra e di sinistra del Sabato, conoidi
che talvolta sono anastomizzate tra loro fino
a formare u nampio glacis pedemontano.
Come è noto questo carattere viene rite¬
nuto importante in quanto esso permette di
discernere i terrazzi formatisi in conseguenza
di fasi climatiche diverse da quelli costituitisi
in relazione ad oscillazioni del livello di base
(Tricart, 1947). Questi ultimi infatti, indi¬
pendentemente dal tipo di movimento che li
ha determinati (sia esso glacio-eustatico del
mare o isostatico del continente), presentano
la superficie debolmente inclinata da monte
verso valle, e risultano perciò costituiti pre¬
valentemente da apporti longitudinali. Questa
situazione è d'altronde perfettamente logica
se si pensa che, quando si verifica un solle¬
vamento del livello di base, l'attenuazione
della pendenza del talweg principale si verifica
inizialmente alla foce, provocando la depo¬
sizione degli apporti solidi, e migra lenta¬
mente verso monte. In queste condizioni lo
accumulo dei materiali avviene prevalente¬
mente ad opera della corrente principale,
perenne, e in via subordinata dei corsi laterali,
di solito effimeri.
Per quanto la problematica dei terrazzi eli-
— 491 —
matici sia notevolmente più complessa, la
successione degli eventi che possono portare
alla loro formazione può sintetizzarsi in que¬
sto modo:
Ora nei terrazzi dell’alta valle del Sabato
si ritrovano perfettamente le caratteristiche
delle forme di accumulo di tipo climatico;
come sarà in seguito precisato vi sono altri
Fig. 2. — I terrazzi alluvionati del fondovalle del Sabato. Località Mura della Civita.
a) durante un periodo di clima umido,
caratterizzato da intensa piovosità, entrano in
funzione anche quei corsi d’acqua tributari
che hanno ordine di gerarchizzazione più bas¬
so, e che presentano l’effìmero regime dei
torrenti mediterranei. Queste correnti laterali,
in virtù delle condizioni di pendenza degli
alvei, hanno di solito elevato trasporto solido;
nello sbocco in valle aperta, col rapido de¬
crescere della pendenza, i materiali vengono
deposti. È evidente che in tali condizioni la
superfìcie delle forme di accumulo risulterà
inclinata verso il centro della valle principale.
h ) Se a questo episodio unico succede
una fase climatica secca, i talweg affluenti
entrano in magra (spesso assoluta) e la cor¬
rente principale, poco carica di materiali,
prende ad erodere sino a lasciare, a destra ed
a sinistra dell'alveo, le superfìci terrazzate.
Questa successione, del resto, è stata messa
già in evidenza con precisione e chiarezza,
da Trevisan (1947).
elementi che collimano perfettamente con l’in¬
terpretazione che ne è data.
Di sicuro comunque i terrazzi in esame non
hanno alcuna connessione con le oscillazioni
glacio-eustatiche del mare durante il Quater¬
nario; infatti i rapporti di altezza tra terra e
mare non sono stati mai tanto a lungo stabili
da permettere la migrazione dell’onda di ero¬
sione regressiva fino all’alta valle del Sabato
attraverso parte delle valli del Volturno e
del Calore, di cui il Sabato stesso è affluente.
3. Le alluvioni terrazzate.
Nelle incisioni naturali che solcano i ter¬
razzi sono ben esposti i depositi conglomera¬
tici, che si rinvengono a partire dalla con¬
fluenza nel Sabato del torrente Matrunolo
verso monte. I rapporti di livello tra le allu¬
vioni terrazzate e la piana di Serino fanno
escludere che le alluvioni stesse siano in
492
Il conoide di deiezione reinciso del torrente Matrunolo.
— 493 —
qualche modo in relazione con l’antico bacino
lacustre pleistocenico di cui parla Sacco; del
resto l’A. stesso attribuisce, come è specifi¬
cato in 2., una origine fluviale ai conglomerati
che chiudono la serie quaternaria della piana
di Serino, escludendo che essi possano essersi
deposti in ambiente lacustre. Del resto, nella
zona di Mura della Civita, uno scavo artificiale
praticato allo scopo di estrarre i materiali
alluvionali, ha messo a nudo il substrato cal-
careo-dolomitico, senza alcuna interposizione
di depositi lacustri o di strutture sedimenta¬
rie che richiamino un ambiente lacustre; in
tal modo è anche da escludere che le alluvioni
terrazzate dell’alta valle del Sabato si siano
accumulate in conseguenza di uno sbarramen¬
to di tipo alluvionale all’atezza della conoide
del torrente Matrunolo, che tuttavia topogra¬
ficamente sarebbe possibile.
In base alle caratteristiche sedimentologiche
delle alluvioni che si rinvengono in alta valle
del Sabato si possono distinguere almeno tre
tipi diversi di depositi detritici, che però so¬
vente sfumano lateralmente l’uno nell’altro.
3.1. Le brecce di pendio. — Lungo la strada
provinciale che congiunge l’abitato di S. Bia¬
gio di Serino con i piani carsici di Verteglia,
strada di recente costruzione, si osservano, in
tagli artificiali, conglomerati stratoidi con la
caratteristica disposizione, concordante con il
versante, delle brecce di pendio.
Vi sono tuttavia degli elementi che li di¬
sgiungono da queste ultime. Ad esempio, tra
i clasti esiste, anche se in piccole proporzioni,
una matrice calcarea e piroclastica di tipo sab¬
bioso che di solito è assente nelle brecce di
pendio s.s. Ancora, per quanto i clasti non
siano molto smussati, essi non possono peral¬
tro definirsi a spigoli vivi; infine, non certo
a caso, lo spessore massimo di questi depo¬
siti è osservabile in corrispondenza delle pic¬
cole, ma numerose incisioni lineari che la
strada, con i suoi tornanti, attraversa più
volte.
Queste caratteristiche portano a considerare
le brecce non esclusivamente come depositi di
pendio, ossia messi in posto dalla gravità,
ma piuttosto come una forma di transizione
a vere e proprie conoidi di deiezione. È certo
però che la produzione del materiale detritico
è avvenuta ad opera del gelo quaternario; la
sua particolare abbondanza è perfettamente
giustificabile se si pensa alle condizioni geo¬
grafiche e topografiche dei rilievi. Le cime cir¬
costanti infatti si trovano ad una altezza sul
livello del mare non certo lontana da quello
che doveva essere il limite delle nevi persi¬
stenti durante la glaciazione wurmiana, e,
comunque, sicuramente nella fascia interessa¬
ta dai fenomeni di gelifrazione giunti, come
è noto (Brancaccio, 1968), fino al livello del
mare. I prodotti della degradazione sono stati
ripresi dai corsi d’acqua di versante che li
hanno parzialmente smussati, ed in certi casi
(in corrispondenza delle più importanti inci¬
sioni) deposti in grandi conoidi di deiezione;
le brecce di gelifrazione sfumano infatti verso
il basso in alluvioni che hanno caratteristiche
sedimentologiche notevolmente diverse.
3.2. Le alluvioni delle conoidi torrentizie. —
Le conoidi torrentizie sono ben rappresentate
in tutta l'alta valle del Sabato; le più evidenti
si rinvengono in destra orografica del fiume,
ove esse hanno una pendenza sempre mag¬
giore, in ragione, probabilmente, della dimen¬
sione dei clasti. Tra le più evidenti vi è quella
del torrente Matrunolo; le ottime sezioni na¬
turali che costituiscono le pareti della forra
in essa scavata permettono di osservare per¬
fettamente i caratteri delle alluvioni. Anche
in questo caso la matrice non è abbondante;
verso l’alto essa è costituita prevalentemente
da materiale piroclastico. I clasti, tutti di
rocce carbonatiche, sono ben smussati, in spe¬
cial modo quelli di dimensioni maggiori. Come
è logico aspettarsi, le grandi conoidi si tro¬
vano allo sbocco delle incisioni di dimensioni
maggiori, che si svolgono nella serie carbona-
tica; i conglomerati fanno passaggio laterale
alle brecce di pendio, con cui tuttavia la loro
superficie non è raccordata, a causa della note¬
vole pendenza di queste ultime.
3.3. I conglomerati di Mura della Civita. —
I terrazzi di Mura della Civita, Piano di Ce¬
resole, ecc., si aprono in conglomerati dalle
caratteristiche sedimentologiche notevolmente
diverse da quelle dei tipi precedentemente
descritti. In questo caso la matrice è sempre
ben rappresentata: le dimensioni granulome¬
triche sono quelle delle sabbie, la costituzione
carbonatica. Gli elementi, su cui è stato mi¬
surato l’indice di appiattimento variabile tra
2,1 (in basso) fino a 1,8 (in alto), si presentano
piuttosto smussati, in special modo nella parte
alta del deposito. Le caratteristiche sedimen-
— 494 —
tologiche testé descritte indicano che, con ogni
probabilità, la deposizione è avvenuta in pe¬
riodi di grandi piene del corso d’acqua, forse
addirittura con il meccanismo del trasporto
in massa, tenuto conto del fatto che la ma¬
trice è piuttosto abbondante: naturalmente
l’angolo con cui sono stati deposti i materiali,
perfide del deposito è visibile un livello di
tufo grigio, rimaneggiato, accumulato in pic¬
cole paleoincisioni. Al di sopra la serie è
chiusa da conglomerati di caratteristiche fran¬
camente diverse, privi di matrice e ben arro¬
tondati, assai simili a quelli costituenti le
conoidi di deiezione; segue infine materiale
Fig. 4. — La serie alluvionale, di età probabilmjnte wiirmiana, di Mura della Civita.
assai vicino a 0°, conferma questa ipotesi.
Nella serie detritica, che è ben esposta in
cave di brecciolino lungo la strada, presso
le Mura della Civita, sono anche visibili alcuni
allineamenti di clasti isodimensionali che con¬
feriscono un aspetto stratoide al deposito:
essi però sono poco frequenti (in tutto quattro
o cinque nei venti metri di potenza del de¬
posito). Inoltre nella serie sono facilmente
visibili tre livelli piroclastici, di colore mar¬
rone, argillificati; essi hanno uno spessore
molto limitato, che difficilmente supera i dieci
centimetri. Infine, a circa 5 metri dalla su-
piroclastico e terreno vegetale. La serie di
Mura della Civita sfuma in senso orizzontale
in quella della conoide di Matrunolo, con cui
anzi la superficie è perfettamente correiabile,
nonché nelle brecce di pendio.
Una serie di elementi permette di attri¬
buire i tre tipi di depositi detritici alla gla¬
ciazione wiirmiana; essi sono i seguenti:
a) La presenza di intercalazioni pirocla¬
stiche. Come è stato detto precedentemente,
nella serie si rinvengono alcuni livelli piro¬
clastici ascrivibili al tipo dei tufi grigi cam-
495 —
pani, di cui nella parte alta si rinviene un
livello di circa 40 centimetri, chiaramente
rimaneggiato. I tufi grigi, stando ai dati finora
disponibili, sono di età wiirmiana.
b) L’assenza di superfici di discontinuità.
È scontato che le forme di accumulo dell’alta
valle del Sabato sono caratteristiche del siste¬
ma morfogenetico periglaciale; esse si sono
formate perciò, di certo, durante una delle
glaciazioni quaternarie. Esse potrebbero es¬
sere, ad esempio, rissiane nella loro parte
inferiore, e wiirmiane nella parte superiore;
nel qual caso nel deposito dovrebbero osser¬
varsi delle discontinuità al passaggio: ad
esempio delle paleoincisioni, generatesi du¬
rante l’interglaciale Riss-Wurm, durante cui
le condizioni climatiche hanno favorito lo svi¬
lupparsi della erosione lineare, come è stato
messo in evidenza nel paragrafo 1. Nè si vede
come i conglomerati potrebbero essere, ad
esempio, tutti rissiani: si dovrebbero aver
tracce, al disopra di essi, di prodotti della
disgregazione crioclastica wiirmiana, che è
stata molto efficace. Queste tracce mancano
assolutamente.
c) L’assenza di crioturb azioni. — La na¬
tura dei sedimenti, caratterizzati da una certa
variazione di dimensioni granulometriche in
senso verticale, e quindi di porosità, favorisce
la formazione di crioturbazioni, quando le
condizioni climatiche lo permettano. Se gli
accumuli detritici della valle del Sabato ap¬
partenessero ad una glaciazione pre- wiirmiana,
essi sarebbero stati sottoposti alla azione del
gelo wiirmiano: se ne dovrebbe trovare il
segno nelle crioturbazioni, che invece man¬
cano, in tutto l’ambito della serie.
Sulla base di queste considerazioni si può
concludere che, con ogni probabilità, le al¬
luvioni in esame sono di età wiirmiana. La
loro reincisione va attribuita quindi alla fine
del glaciale, quando, lentamente, al sistema
morfogenetico periglaciale si è andato sosti¬
tuendo quello attuale.
Come si è visto precedentemente, alle di¬
verse origini, dei tre tipi di conglomerati, cor¬
rispondono diverse pendenze superficiali.
Mano a mano che l'importanza dell’acqua
come agente di trasporto aumenta, diminuisce
l'angolo di accumulo dei materiali; le pendenze
massime si hanno naturalmente, quando la
messa in posto è opera esclusiva della gravità.
Si è pensato perciò di disegnare una carta
della energia del rilievo, in cui potesse essere
rappresentata la pendenza del suolo, e quin¬
di, indirettamente, la distribuzione dei diversi
tipi di materiali detritici affioranti sul fondo
valle.
4. La carta dell’energia del rilievo.
Partendo dalla base topografica della carta
in scala 1:25000 dell’Istituto Geografico Mi¬
litare, si è disegnata una carta dell’energia
del rilievo, in cui è possibile leggere diretta-
mente le pendenze del suolo. È sorta la ne¬
cessità di creare delle classi di pendenza,
comprese tra 0° e 90°; il criterio con cui esse
sono state scelte è quello delle classi di pen¬
denza naturale, che, data la costituzione lito¬
logica della zona, sono ben caratteristiche,
come si può notare dalla distribuzione, molto
omogenea, delle classi stesse.
4.1. Le pendenze comprese fra 21° e 90°. —
Si rinvengono tutt' intorno alla valle del
Sabato, ed indicano, con estrema fedeltà,
l’area di distribuzione delle rocce carbonati-
che; i versanti, molto acclivi, sono assai spesso
impostati su importanti linee di faglia, tal¬
volta anche abbastanza recenti, come si vedrà
in seguito. L’unica zona in cui i calcari hanno
una pendenza molto ridotta (3°30’-18°) è quella
che compare a destra nella carta dell’energia
del rilievo: si tratta di una antica superficie
morfologica ampiamente carsificata (Campo-
laspierto, che si collega con i piani di Verte-
glia). La giacitura degli strati non lascia dub¬
bi: non si tratta di una superficie strutturale,
bensì morfologica. È anche ben evidente che
essa non è il frutto di un modellamento at¬
tuale: sul suo margine sud-occidentale, pro¬
spiciente la valle del Sabato, è possibile
osservare in maniera molto netta degli antichi
campi carsici troncati da una faglia (ripe della
Falconara). Non vi è dubbio: ci troviamo di
fronte ad un carso pre-tettonico. Resta tutta¬
via aperto un grosso problema: l’età del
plateau carsico; un problema tutt’altro che
marginale, dato che le antiche superfici mor¬
fologiche del tipo appena descritto sono molto
frequenti in Appennino meridionale; basti
pensare al massiccio del Matese, ai Picentini,
ecc. L'assenza di sedimenti marini recenti sul
massiccio e nelle zone circostanti l'unità mon-
— 496 —
tuosa costringe a ricorrere, per questo ten¬
tativo di datazione, a metodi morfologici.
Si è osservato che il versante di destra
orografica dell’alta valle del Sabato presenta
in certi luoghi le pendenze e l’assetto carat¬
teristico del « versante di Richter »; esso
potrebbe essere utile per avere indicazioni
sulla età dell’altipiano carsico del Terminio.
4.1.1. I « versanti di Richter ». — L'aspetto
del « versante di Richter » è ben noto; si
starsi soltanto su pendìi che hanno inizial¬
mente una china vicina alla verticale: diver¬
samente infatti l’evacuazione dei detriti ad
opera della gravità non potrebbe avvenire.
Quando i versanti di Richter sono impostati su
piani di faglia, bisogna pensare che al debutto
dell’attività morfogenetica periglaciale, cioè
all’inizio del Quaternario, i piani di faglia
stessi dovevano avere un assetto pressocchè
verticale: le faglie, dunque, dovevano essere
di età recente, e pressocchè integre dall’azione
Fig. 5. — Il versante sud-occidentale del massiccio del Terminio. Esso presenta le caratteristiche di
un « versante di Richter » ripreso dall’erosione lineare.
tratta di un pendio privo di incisioni lineari,
caratterizzato da una pendenza costante ag-
girantesi intorno ai 35°. Il versante è di solito
sormontato da una cornice pressocchè verti¬
cale, che rappresenta la zona di distacco dei
materiali, che, nella loro caduta, operano una
sorta di livellamento del tratto di versante
sottostante (si parla infatti di « versanti di
livellamento per frane », De Vaumas, 1964).
Ciò che interessa è che questi tipi di versanti
sono caratteristici dei sistemi morfogenetici
periglaciali: la loro notevole frequenza nello
Appennino carbonatico meridionale fa pensare
che gli agenti morfogenetici attivi durante le
glaciazioni quaternarie hanno lasciato una
impronta nel modellamento del paesaggio at¬
tuale assai superiore a quanto si pensasse. È
anche evidente che, proprio a causa del mec¬
canismo di formazione, essi possono impo-
erosiva molto efficace dei climi pliocenici.
La presenza quindi di un «versante di Richter»
impostato su di una linea di faglia costituisce
un buon indizio che la faglia stessa sia attri¬
buibile alla fase tettonica che ha caratteriz¬
zato l'inizio del Quaternario (« fini-villafran-
chiana » di Demangeot, 1965, « calabriana » di
Busquet e Gueremy, 1969). Si stanno condu¬
cendo studi sul massiccio del Matese su questa
falsariga per poter distinguere la neotettonica,
e per definire l’età e le caratteristiche di una
duplice morfologia carsica molto ben visibile
sul terreno.
Sulla base delle argomentazioni appena svol¬
te, avendo riconosciuto la presenza di un
« versante di Richter » impostato su di un
piano di faglia in destra orografica dell’alta
valle del Sabato (vedi foto), si può arguire
che la faglia appartenga alla fase tettonica
— 497 —
calabriana; ora, poiché tale faglia ha troncato
i piani carsici preesistenti della superficie
morfologica di Verteglia, si deve ritenere che
tale superficie sia anteriore, ossia pliocenica
(villafranchiana?).
È chiaro che anche il clima attuale ha la¬
sciato la sua impronta sul versante in que-
del rilievo, questa classe di pendenza è pre¬
sente al passaggio tra la serie carbonatica e le
alluvioni di fondo valle, caratterizzate da una
pendenza inferiore. Essa corrisponde, abba¬
stanza bene, alla distribuzione delle brecce di
pendio parzialmente fluitate. Sui fondo-valle
inoltre rappresenta le pareti dei solchi di ero-
Fig. 6. — Schema illustrativo dei rapporti tra superfìcie paleocarsica, «versanti di Richter » e brecce
di pendio wiirmiane sul versante sud-occidentale del Terminio.
stione: esso si presenta infatti chiaramente
inciso da piccoli solchi torrentizi.
Per concludere, si può dire che mentre ci
si aspetterebbe di trovare, alla base del
« versante di Richter », i prodotti della degra¬
dazione fisica delle glaciazioni quaternarie,
si rinvengono invece soltanto i detriti wur-
miani. È chiaro che i materiali più antichi
devono essere stati evacuati dai corsi d’acqua
della valle, come, del resto, sta avvenendo per
i depositi wurmiani, che si presentano sempre
profondamente reincisi.
4.2. Le pendenze comprese tra 21 0 e 14° . —
Come si può osservare dalla carta dell’energia
sione aprentisi nei conglomerati: pareti che,
a causa di frequenti frane, assumono un as¬
setto non eccessivamente acclive.
4.3. Le pendenze comprese tra 14° e 3°30’. —
Come è stato messo in evidenza precedente-
mente, l’aumento di importanza dell’acqua
come mezzo di trasporto comporta una di¬
minuzione dell’angolo di scarpata dei mate¬
riali deposti; quando la pendenza scende al
di sotto di 14°, nella valle del Sabato ci tro¬
viamo di fronte a vere e proprie conoidi di
deiezione, in cui la gravità ha chiaramente un
ruolo secondario. La scala della carta, piut-
— 498 —
tosto ridotta, non ha permesso di distinguere
una ulteriore classe di pendenza: nel qual
caso si sarebbe notato come le conoidi di
deiezione provenienti dagli affluenti di sini¬
stra del Sabato hanno una pendenza notevol¬
mente minore, probabilmente anche in ragio¬
ne di una minore taglia dei materiali deposti,
oltreché della più costante alimentazione dei
corsi d’acqua.
4.4. Le pendenze comprese fra 3°30’ e 0°. —
Esse si rinvengono al centro del bacino, e si
aprono nei conglomerati del terzo tipo; pro¬
prio in relazione alle modalità della messa
in posto essi presentano infatti una penden¬
za superficiale molto limitata. La caoticità dei
materiali infatti lascia pensare a una sorta
di successive colate fangose giunte al centro
del bacino nei periodi di maggiore piovosità.
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Paris, 1964.
TAVOLA I
La carta dell’energia del rilievo dell’alta valle del Sabato. Per il commento
riferirsi al testo (par. 4).
Mem. Soc,
Brancaccio L. - Osservazioni geomorfologiche sull’alta valle del Sabato, ecc. - Tav. I
2°
30 00
Mem. Soc. Natur. in Napoli
Brancaccio L. - Osservazioni geomorfologiche sull'alta valle del Sabato, ecc. - Tav. I
pendenze superiori a 27°.
pendenze comprese tra 14° e 27°.
pendenze comprese tra 3°3o- e 14°.
pendenze inferiori a 3°30’.
INDICE DEL LA PARTE SECONDA
Pescatore T., Sgrosso I., Torre M. — Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene
deH’Appennino campano-lucano .............. pag. 337
De Stasio L. M. — Su di alcune microfaune rinvenute nel flysch galestrino della Lucania (Se¬
rie calcareo-silico-marnosa ) ...» 409
De Cunzo T., Tavernier A. — Indagine palmologica nelle argille di Cutrofiano (Lecce) . . » 421
Di Nocera S. — Primo contributo alla conoscenza del nannoplancton calcareo del Giurassico
superiore del Gargano ...... ........... 427
Oliveri Del Castillo A., Quagliariello M. T. — Sulla genesi del bradisismo flegreo (nota preli¬
minare) ......... ........... 433
Ietto à. — Assetto strutturale e ricostruzione paleo geografica del Matese Occidentale (Appen¬
nino Meridionale )....... ........... 441
Ippolito F. — Sulla geologia della galleria rio Uvini - rio S. Antoni per rimpianto del medio
Flumendosa (Sardegna) ..... ........... 473
Wezel F. C. — Prossimalità, distalità e analisi dei bacini dei flysch: un punto di vista attua-
listico ......... ........... 481
Brancaccio L. — Osservazioni geomorfologiche sull’alta valle del Sabato presso Scrino (prov.
Avellino) ......... ........... 489
Finito di stampare
nello Stabilimento Tipografico
« G. Genovese »
Pallonetto S. Chiara, 22 - Napoli
il 10 gennaio 1972